L’OMBRA DI THIEL SU ROMA

Il miliardario dell’apocalisse, Palantir e la nuova strategia della tensione.

UN CENACOLO SEGRETO NELLA CAPITALE

Dal 15 al 18 marzo 2026, Peter Thiel sarà a Roma. Non per un convegno accademico, non per una conferenza pubblica, non per un incontro con le istituzioni democratiche del nostro Paese. L’eminenza grigia del trumpismo globale, il miliardario che ha fondato Palantir Technologies — la società di sorveglianza di massa che serve CIA, FBI, eserciti e governi di mezzo mondo — arriverà nella capitale italiana per parlare di “Anticristo” davanti a una ristretta cerchia di “eletti”, in un incontro di cui si conosce l’esistenza ma non il luogo preciso, non i partecipanti, non l’agenda.

Dovrebbe fare rabbrividire. E invece, nel silenzio assordante del governo Meloni, la notizia rischia di scivolare via come tante altre in questo periodo storico di caos organizzato, dove le emergenze si moltiplicano e la capacità di attenzione viene sistematicamente erosa.

Le opposizioni si sono mosse. Il Partito Democratico ha annunciato un’interrogazione parlamentare per chiedere al governo se siano previsti incontri tra Thiel e il settore pubblico italiano. Elisabetta Piccolotti di Alleanza Verdi e Sinistra ha chiesto pubblicamente: “Cosa verrà a fare nel nostro Paese? Sta forse cercando nuovi accordi o contratti con istituzioni pubbliche, come già avvenuto in Francia?” Una domanda legittima, a cui — come già accaduto con l’interrogazione presentata a gennaio — non è arrivata alcuna risposta.

Il governo tace. E il silenzio, in politica, non è mai neutro.

CHI È PETER THIEL: L’IDEOLOGO OSCURO DELLA TECNO-DESTRA

Per capire perché questa visita non può essere liquidata come una questione privata, occorre sapere chi è davvero Peter Thiel. Nato a Francoforte nel 1967, cresciuto nell’Africa del Sud durante l’apartheid in una comunità tedesca nota per la glorificazione del nazismo, Thiel è oggi uno degli uomini più influenti — e meno conosciuti dal grande pubblico — del pianeta. Con un patrimonio stimato intorno ai 27,5 miliardi di dollari, è co-fondatore di PayPal, primo investitore esterno in Facebook, fondatore di Palantir Technologies e presidente del suo consiglio di amministrazione.

Ma la sua influenza non si misura solo in dollari. Thiel è un ideologo. Nel suo saggio del 2004 “The Straussian Moment” — disponibile online e attualmente pubblicato in Italia da Liberilibri con il titolo Il momento straussiano — espone una visione del mondo che fa venire i brividi nella sua coerenza interna: la democrazia è incompatibile con la libertà capitalista. Il suffragio universale, e in particolare il voto alle donne, ha prodotto uno Stato sociale che ha reso impossibile una società pienamente libertaria. Non stiamo parafrasando: sono le sue parole.

La sua filosofia politica intreccia Leo Strauss, Carl Schmitt — il filosofo del diritto che fornì la base giuridica al regime nazista — e René Girard. Da Strauss, Thiel eredita la distinzione tra una verità esoterica per pochi e una verità essoterica per le masse. Da Schmitt, la dottrina dello stato di emergenza permanente come fondamento del potere sovrano: chi decide sullo stato di eccezione, è il sovrano. E se il rischio è la fine della civiltà, l’emergenza è per definizione perenne. La democrazia, in questa visione, diventa un lusso che non possiamo permetterci.

“La società più giusta non può vivere senza l’intelligence, ma l’intelligence è impossibile senza la sospensione di alcune regole del diritto naturale.” — Peter Thiel, Il momento straussiano

Invece delle Nazioni Unite, la cui diplomazia collettiva gli «assomiglia a favole shakespeariane raccontate da idioti», Thiel ha teorizzato che occorre affidarsi a un coordinamento segreto dei servizi di intelligence del mondo — qualcosa come il sistema ECHELON — come unica via per una «pax americana veramente globale». Operando, va da sé, al di fuori di ogni controllo democratico.

PALANTIR: IL GRANDE OCCHIO CHE NON DORME

Il braccio operativo di questa filosofia si chiama Palantir Technologies. Fondata nel 2003 — un anno prima che Thiel investisse in Facebook — nasce esplicitamente per applicare al governo americano le tecnologie anti-frode sviluppate per PayPal: “Prenderemo la tecnologia che usavamo in PayPal per fermare i criminali informatici, la trasformeremo in un prodotto e la venderemo ai servizi di intelligence.” Il risultato è uno strumento di sorveglianza di massa senza precedenti nella storia.

Oggi Palantir lavora per CIA, FBI, Pentagono, ICE, eserciti di mezzo mondo. A marzo 2025, ha fornito alla NATO un sistema di intelligenza artificiale per le operazioni militari in Ucraina. Negli Stati Uniti gestisce la piattaforma ImmigrationOS per l’agenzia ICE: 30 milioni di dollari per un sistema che traccia, identifica, classifica e facilita l’espulsione degli immigrati irregolari, mappando l’intero processo dall’acquisizione dei dati alla logistica. In Germania, la polizia bavarese usa software Palantir per la sorveglianza predittiva. In Francia, il Ministero degli Interni ha già stretto un accordo con l’azienda. Nel Regno Unito esiste una partnership con il Ministero della Difesa per le armi autonome.

E l’Italia? Ufficialmente, nessun accordo. Ma la visita di Thiel a Roma arriva nel mezzo di un’offensiva commerciale europea di Palantir che sta già producendo risultati concreti in tutto il continente. La domanda delle opposizioni — “sta cercando nuovi accordi?” — non è quindi paranoica. È l’unica domanda sensata da fare.

Il modello operativo di Palantir è stato descritto lucidamente da alcuni analisti: l’azienda non si limita a vendere software. Costruisce l’architettura operativa di un nuovo tipo di Stato, dove sorveglianza e abilitazione alla forza vengono esternalizzate a entità private. Uno Stato dentro lo Stato, ma con sede a Denver e quotato al Nasdaq.

EPSTEIN, LE SOCIETÀ SEGRETE E IL “DIALOG”

La connessione con Jeffrey Epstein non è un dettaglio da tabloid. È una finestra sul modo di operare di questa rete di potere. Le mail di Epstein pubblicate nel 2026 dalla Commissione di Supervisione del Congresso americano mostrano che il fondo Valar Ventures — co-fondato da Thiel — ricevette 40 milioni di dollari dall’ormai noto pedofilo e trafficante sessuale, e che Thiel intrattenne una corrispondenza quinquennale con Epstein, inclusa una discussione ossessiva sulla creazione di una “società segreta”.

Non è fantapolitica. È documentato. Epstein era — come ha scritto il manifesto — un incrocio tra Henry Kissinger e Massimo Carminati: metteva in contatto il potere con la criminalità, forniva servizi a chi ne aveva bisogno, ottenendo in cambio protezione. Nella sua agenda: Thiel, il direttore della CIA Bill Burns, Gordon Brown, il presidente della Mongolia, l’ex premier israeliano Ehud Barak. Non un’anomalia. Un sistema.

E Thiel ha il suo sistema: si chiama “Dialog”. Un cenacolo segreto che riunisce politici, imprenditori, tecnologi e avvocati per definire strategie globali. La composizione varia, ma tra i partecipanti identificati compaiono figure legate alla Commissione Trilaterale — Eric Schmidt, Larry Summers, Anne-Marie Slaughter, Robert Rubin, Richard Haass. Paragonarlo a Bilderberg è riduttivo: Dialog opera con livelli di segretezza ulteriori. E adesso Dialog — o qualcosa di molto simile — sbarca a Roma.

L’ANTICRISTO COME PROGETTO POLITICO

Tra settembre e ottobre 2025, Thiel ha tenuto una serie di conferenze private sull'”Anticristo” al Commonwealth Club di San Francisco, organizzate dall’ACTS 17 Collective — un’organizzazione cristiana dedicata alla diffusione dei principi cristiani nell’industria tecnologica. I biglietti costavano 200 dollari e sono andati esauriti in poche ore. Ai partecipanti era vietato scattare foto, registrare audio o video.

Quella visione apocalittica Thiel intende ora portarla a Roma. Ma attenzione: la teologia di Thiel non è misticismo da quattro soldi. È una costruzione politica precisa. Per lui, l’Anticristo è una figura eminentemente politica: il suo avvento coincide con l’instaurarsi di un governo mondiale unificato, centralizzato e iper-regolamentato che garantisce la pace a costo della libertà. Le promesse di “legge e ordine”, “pace e sicurezza” — gli slogan delle agenzie internazionali, dell’Unione Europea, dell’ambientalismo — sarebbero, in questa visione, l’anticamera della fine del mondo. Una tesi che giustifica ideologicamente lo smantellamento delle istituzioni democratiche sovranazionali e il ritorno a un ordine fondato sulla forza.

Come ha acutamente osservato Valigia Blu: la descrizione dell’Anticristo data da Thiel — una figura ossessionata dalla sorveglianza e dal controllo, che mira a uno Stato unificato mondiale — sembra descrivere Thiel stesso, pienamente integrato nell’apparato statale di sicurezza americano. La coerenza interna è inquietante: mentre predica contro il Grande Controllo, lo implementa con Palantir.

ROMA 2026 E IL CONVEGNO DEL PARCO DEI PRINCIPI

Chi ha una certa memoria storica non può non pensare al convegno del 1965 all’hotel Parco dei Principi di Roma, dove militari, agenti dei servizi segreti e destra eversiva elaborarono insieme la strategia della tensione che avrebbe insanguinato l’Italia per oltre un decennio. Non si tratta di fare paragoni diretti — la storia non si ripete mai con gli stessi attori — ma di riconoscere una costante strutturale: i momenti di svolta politica vengono preparati in incontri riservati, al riparo dalla democrazia formale, dove pochi “eletti” decidono le sorti dei molti.

Nel 1965 si discuteva di come destabilizzare la Repubblica per impedire l’avanzata della sinistra. Nel 2026, nel caos geopolitico prodotto dalla guerra in Ucraina e dall’attacco israelo-americano all’Iran, nel momento in cui le democrazie occidentali sembrano sempre più incapaci di rispondere alle sfide del secolo, si riunisce a Roma un uomo che teorizza apertamente la fine della democrazia, controlla gli strumenti di sorveglianza di mezzo mondo, finanzia i movimenti sovranisti da Trump a Vance, e ora porta nella capitale italiana le sue conferenze sull’Apocalisse.

Il confronto non è cospirazionistico. È metodologico. Chiedersi cosa si discute in questi incontri, chi vi partecipa, se il governo italiano ne sia informato e se stia valutando di stringere accordi con le aziende di Thiel — è il minimo che ci si aspetta da un sistema democratico funzionante.

IL SILENZIO DEL GOVERNO E IL VUOTO DELL’OPPOSIZIONE

Il governo Meloni tace. Non è una sorpresa. Thiel è un sostenitore di Trump dalla prima ora, e Meloni è oggi uno dei referenti europei del trumpismo globale. Le convergenze ideologiche sono evidenti: sovranismo, antieuropeismo (nella variante critica delle istituzioni sovranazionali), smantellamento delle garanzie costituzionali sotto la bandiera della sicurezza. Che Thiel venga a Roma e non venga ricevuto ufficialmente non significa che l’incontro non abbia interlocutori istituzionali.

L’interrogazione parlamentare presentata a gennaio è rimasta senza risposta. Quella annunciata dal PD aggiungerà un foglio ai faldoni della storia, con buona probabilità. Il problema non è solo la destra al governo — il problema è l’opposizione che continua a credere che bastino gli strumenti parlamentari formali per tenere sotto controllo fenomeni che operano strutturalmente al di fuori di essi.

Thiel ha dalla sua il vantaggio della complessità. La maggior parte dei cittadini non sa chi è. Chi lo conosce non capisce sempre la connessione tra la filosofia apocalittica, Palantir, i contratti con i governi europei e la visita a Roma. E chi capisce spesso non ha gli strumenti per comunicarlo fuori dalle proprie bolle. Questo è esattamente il punto di forza di questa rete: opera nella penombra della disattenzione collettiva.

GUERRA A PEZZI, CAOS ORGANIZZATO E IL NUOVO ORDINE

Quello che sta accadendo non è disordine. È un ordine nuovo che si costruisce nel caos. Lo ha teorizzato Thiel, lo ha praticato Trump, lo ha esportato Musk con la sua penetrazione nei governi europei attraverso le piattaforme digitali e i contratti satellitari di Starlink. Il caos geopolitico — l’attacco all’Iran, la guerra in Ucraina, la crisi delle istituzioni multilaterali — non è il problema che questo progetto deve risolvere. È la condizione che questo progetto sfrutta.

In uno scenario di emergenza permanente, i meccanismi di controllo democratico vengono sospesi “temporaneamente”. Le istituzioni indipendenti — magistratura, media, università — vengono delegittimate come ostacoli al buon governo. La sorveglianza di massa viene venduta come necessità di sicurezza. E i miliardari che forniscono gli strumenti di questo ordine emergenziale diventano i veri sovrani di uno Stato svuotato della sua sovranità popolare.

Questo è il progetto. Forse non formulato esplicitamente in ogni suo dettaglio, ma coerente nelle sue premesse, nei suoi strumenti, nei suoi beneficiari. Eletti e sudditi. Liberi e schiavi. La distopia non è in arrivo: è già qui, in costruzione.

COSA POSSIAMO FARE: UNA RISPOSTA POSSIBILE.

Non si ferma questo con i fiori nei cannoni, neppure ridere nervosamente di fronte all’abisso.

La domanda è seria: cosa possiamo fare?

Prima di tutto, rompere il silenzio. La visita di Thiel a Roma deve diventare una questione pubblica, non una notizia da attivisti. Deve arrivare nei giornali mainstream, nei telegiornali, nelle conversazioni ordinarie. Chi ha strumenti di comunicazione — blog, social, reti associative — ha il dovere di amplificarla.

Secondo, costruire una rete di controinformazione permanente sui temi della sovranità digitale. Palantir è già in Europa. I contratti con i governi vengono firmati nell’opacità burocratica, senza dibattito pubblico. Occorre una pressione civile sistematica — parlamentare, giornalistica, associativa — per imporre la trasparenza su ogni accordo tra istituzioni pubbliche italiane e aziende legate a Thiel.

Terzo, rivendicare la sovranità digitale come questione costituzionale. L’articolo 1 della nostra Costituzione afferma che la sovranità appartiene al popolo. Cedere le infrastrutture di sicurezza e di intelligence a entità private straniere che rispondono a un’ideologia antidemocratica è una violazione di questo principio. Non si tratta di nazionalismo tecnologico: si tratta di democrazia elementare.

Quarto, costruire alleanze europee. Il problema non è solo italiano. La resistenza al progetto di Thiel — e più in generale al tentativo di smantellare le garanzie democratiche europee dall’interno — richiede una risposta coordinata a livello continentale. Non aspettiamo le istituzioni: costruiamo la rete dal basso.

Non possiamo permettere che il nostro futuro venga deciso da una setta, lontano dagli occhi dei cittadini. Non possiamo rimanere inermi. La storia non si ferma mai da sola — si ferma quando tante persone decidono di mettersi di traverso.

Noi siamo pronti a lottare. E voi?

FONTI E RIFERIMENTI

1. Marcello Tansini, “IA e l’Anticristo: Milena Gabanelli spiega chi è il pericoloso piano di Peter Thiel”, Business Online, 3 marzo 2026 — https://www.businessonline.it/news/ia-e-lanticristo-milena-gabanelli-spiega-chi-e-il-pericoloso-piano-di-peter-thiel_n83083.html

2. Oliviero Ponte Di Pino, “Peter Thiel, tecnoteologo della Silicon Valley”, Doppiozero, 7 marzo 2026 — https://www.doppiozero.com/peter-thiel-tecnoteologo-della-silicon-valley

3. Pietro Di Muccio De Quattro, “Il momento straussiano: che vorrà mai Peter Thiel?”, L’Opinione delle Libertà, 7 novembre 2025 — https://opinione.it/cultura/2025/11/07/pietro-di-muccio-de-quattro-libro-peter-thiel-momento-straussiano-recensione/

4. “L’Epstein darwiniano”, Il Manifesto, febbraio 2026 — https://ilmanifesto.it/lepstein-darwiniano

5. “Peter Thiel”, Wikipedia (EN), aggiornato marzo 2026 — https://en.wikipedia.org/wiki/Peter_Thiel

6. “Nella mente di Thiel, l’ideologo di Trump”, Left, 5 marzo 2026 — https://left.it/2026/03/05/nella-mente-di-thiel-lideologo-di-trump/

7. Patrick Wood, “Top Secret Thiel Group ‘Dialog’ Packed With Members Of Trilateral Commission”, Technocracy News, settembre 2025 — https://www.technocracy.news/top-secret-thiel-group-packed-with-members-of-trilateral-commission/

8. “Storia occulta della tecnologia”, Il Tascabile, febbraio 2026 — https://www.iltascabile.com/linguaggi/storia-occulta-tecnologia/

9. “Peter Thiel, i tech bro, Trump e l’Anticristo”, Valigia Blu, 19 ottobre 2025 — https://www.valigiablu.it/peter-thiel-anticristo-armageddon-techbro/

10. “Le opposizioni chiedono chiarezza a Meloni sulla visita di Peter Thiel in Italia”, Editoriale Domani, 7 marzo 2026 — https://www.editorialedomani.it/politica/italia/peter-thiel-palantir-visita-italia-accordi-opposizioni-governo-meloni-wb5xlsyj

11. Elisabetta Piccolotti (AVS), “Grave rischio per privacy e diritti, il Governo chiarisca su Palantir”, Alleanza Verdi e Sinistra, 2 febbraio 2026 — https://verdisinistra.it/sorveglianza-digitale-piccolotti-avs-grave-rischio-per-privacy-e-diritti-il-governo-chiarisca-su-palantir-e-sulla-protezione-dei-dati-degli-italiani/

12. “Palantir Technologies”, Wikipedia (IT), aggiornato gennaio 2026 — https://it.wikipedia.org/wiki/Palantir_Technologies

13. “Palantir aiuta l’Ice a rintracciare gli immigrati”, Milano Finanza, gennaio 2026 — https://www.milanofinanza.it/news/ecco-come-palantir-aiuta-l-ice-a-rintracciare-gli-immigrati-mentre-meta-censura-i-post-sugli-agenti-202601281129295311

14. “Palantir, un sistema per la privatizzazione dello Stato”, Sbilanciamoci, 29 settembre 2025 — https://sbilanciamoci.info/palantir-sistema-per-la-privatizzazione-dello-stato/

15. Luca Ciarrocca, L’anima nera della Silicon Valley. La vera storia di Peter Thiel, Fuori Scena, 2026

16. Peter Thiel, Il momento straussiano, Liberilibri, 2025

Tutte e sedici le fonti sono verificabili e datate. La numero 15 è un libro fisico, non linkabile, ma facilmente reperibile.

Libano in fiamme, Medio Oriente sull’orlo del baratro

Il Libano brucia di nuovo. Non è una metafora, non è una figura retorica: è la descrizione letterale di ciò che accade dal 2 marzo 2026, quando l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha fatto saltare l’ultimo fragile equilibrio regionale, trascinando Beirut, il Libano meridionale e la valle della Bekaa in un nuovo inferno. Un inferno che si aggiunge a quello già vissuto nell’autunno del 2024, che si aggiunge a decenni di guerre, occupazioni, distruzioni. Un Paese già a pezzi che viene fatto a pezzi ancora.

Il detonatore: l’operazione Ruggito del Leone

Tutto — o quasi — ha un inizio. In questo caso, l’inizio ha un nome preciso: Operazione Ruggito del Leone, l’attacco congiunto lanciato da Washington e Tel Aviv contro l’Iran il 28 febbraio 2026. In sette giorni di guerra, oltre 600 obiettivi colpiti sul territorio iraniano, 250 bombe sganciate su Teheran in una sola giornata. Morti che si contano a centinaia: la Mezzaluna Rossa iraniana ha certificato 787 vittime nei primi tre giorni.

L’azione ha un movente che Washington non ha mai nascosto: impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare, disarticolare la Guida suprema Ali Khamenei e la struttura di potere che gli ruotava attorno. Khamenei è stato ucciso. E la sua morte ha scatenato ciò che molti analisti temevano: la reazione dell’asse della resistenza, con Hezbollah in prima linea.

Il 2 marzo, per la prima volta dal cessate il fuoco del novembre 2024, Hezbollah ha lanciato missili contro Israele. La vendetta, hanno dichiarato i miliziani, era per la morte della Guida suprema e per le “ripetute aggressioni israeliane”. Israele ha risposto con una campagna di bombardamenti massicci. Il Libano, di nuovo, paga il prezzo più alto.

Dahiyeh: un quartiere cancellato

Dahiyeh, in arabo, significa semplicemente periferia. Per i 700.000 abitanti che vi risiedono, significa casa. Per Israele, significa il cuore politico e militare di Hezbollah, e quindi un bersaglio. Ma la strategia adottata in questa nuova fase del conflitto è radicalmente diversa da quella del 2024: l’esercito israeliano non indica più i singoli edifici da colpire. Emette ordini di evacuazione per interi quartieri, intere città, interi villaggi.

Cinquantacinque diverse località hanno ricevuto in pochi giorni ingiunzioni di sgombero immediato. Le strade si sono trasformate in un fiume di auto, motorini, carretti carichi di bambini e masserizie. Dahiyeh, il quartiere meridionale di Beirut, è stato abbandonato in pochi minuti, con la gente che fuggiva a piedi sui detriti lasciati dai bombardamenti precedenti. L’esercito israeliano ha poi colpito il quartier generale di Hezbollah e oltre dieci edifici alti nella capitale.

Al 6 marzo il bilancio degli attacchi israeliani sul Libano dall’inizio della nuova campagna ammontava a 217 morti e 798 feriti. Numeri destinati a crescere, mentre i raid continuano.

La guerra sul terreno: imboscate, operazioni speciali, un paese che resiste

Ma la guerra non è solo ciò che si vede dall’alto, dal punto di vista degli aerei da guerra e dei comunicati militari. Sul terreno, la realtà è più caotica, più sanguinosa, più complessa.

Nella zona di Khiam, nel Libano meridionale, unità di Hezbollah hanno teso un’imboscata a soldati israeliani, colpendo un carro armato Merkava con un missile anticarro Kornet 9M133. L’arma scelta non è un dettaglio: il Kornet è tra i più efficaci sistemi anticarro in uso nelle guerriglie mediorientali, capace di perforare i blindaggi più moderni. La sua presenza sui campi di battaglia libanesi racconta di catene di approvvigionamento che nessuna campagna militare ha davvero interrotto.

Nella valle della Bekaa, reparti di paracadutisti israeliani hanno tentato un’incursione notturna nell’area di Nabi Sheet, con elicotteri entrati nello spazio aereo libanese dal lato siriano. L’operazione, secondo diverse fonti locali, sarebbe finita in uno scontro prolungato con le unità speciali Radwan. Il governo israeliano ha anche approvato un’avanzata di terra nel Libano meridionale, con l’obiettivo dichiarato di creare una “zona cuscinetto permanente” a protezione del confine. Una formula diplomatica che nasconde una realtà più prosaica: l’occupazione di fatto di un territorio straniero.

Non vanno dimenticate le truppe UNIFIL: missili hanno colpito la base delle truppe di peacekeeping ghanesi nel sud del Libano, ferendo gravemente due soldati. Un altro tassello dell’escalation che coinvolge anche i caschi blu — e con loro l’Italia, che contribuisce significativamente alla missione.

La dimensione regionale: dallo Stretto di Hormuz a Cipro

Il conflitto libanese non è una guerra a sé. È un frammento di un incendio molto più vasto che rischia di consumare l’intera regione.

L’Iran ha risposto all’operazione Ruggito del Leone con ondate di missili e droni lanciati non solo contro Israele, ma contro le basi militari statunitensi nei Paesi del Golfo. Kuwait, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahréin: tutti hanno subito attacchi. L’ambasciata americana a Riad è stata colpita. L’aeroporto di Paphos a Cipro è stato messo in allerta dopo che un drone, partito dal Libano e attribuito a Hezbollah, ha colpito una base britannica sull’isola. Il Qatar ha abbattuto due bombardieri iraniani Su-24.

Le Guardie della Rivoluzione hanno dichiarato il controllo totale dello Stretto di Hormuz, minacciando chiunque voglia attraversarlo. Il ministro dell’energia del Qatar ha avvertito che le spedizioni di energia dalla regione potrebbero interrompersi nel giro di poche settimane. Il prezzo del petrolio Brent è già salito del 15% dall’inizio del conflitto. Ogni petroliera che attraversa il Golfo è ora un atto politico, una scommessa sulla sopravvivenza.

La guerra tocca anche l’Europa in modo concreto: centinaia di migliaia di passeggeri sono rimasti bloccati in tutto il mondo a causa della chiusura dello spazio aereo di diversi Paesi mediorientali.

Il Libano che non ne può più

Dietro i bollettini militari, c’è un Paese esausto. “I libanesi si sono svegliati in uno stato di shock, stanchezza, sgomento e rabbia”, ha dichiarato Vincent Gelot dell’Œuvre d’Orient, impegnato a Beirut nel sostegno alle comunità colpite. È una frase che vale più di molti comunicati diplomatici.

Da sei anni il Libano accumula crisi su crisi: l’esplosione del porto di Beirut nel 2020, il crollo economico, l’inflazione devastante, la guerra del 2024, e ora questo. Oltre un milione di persone erano già state sfollate nel conflitto precedente. Adesso il ciclo ricomincia: ordini di evacuazione per 50 villaggi nel Libano meridionale, strade intasate, scuole chiuse, ospedali sotto pressione.

C’è anche una frattura interna: parte della popolazione libanese è apertamente ostile ad Hezbollah, che avrebbe — secondo il presidente Joseph Aoun — violato le misure adottate dallo Stato per mantenere il Paese fuori dai “pericolosi scontri militari in corso nella regione”. Lo stesso governo libanese ha fatto una mossa senza precedenti nella sua storia: vietare formalmente ogni attività militare di Hezbollah. Una decisione che arriva troppo tardi per evitare la guerra, ma che misura la profondità della crisi politica interna.

La posta in gioco: gas, confini e geopolitica

Non esiste conflitto senza interessi materiali. Anche questa guerra ha i suoi.

L’avanzata israeliana nel Libano meridionale punta, tra le altre cose, al controllo di una striscia costiera cruciale per le trivellazioni offshore di gas naturale. Nel 2022 la mediazione americana aveva prodotto un accordo storico sui confini marittimi tra Libano e Israele, aprendo la strada allo sfruttamento dei giacimenti. Oggi quell’accordo è lettera morta. Netanyahu sta costruendo i confini con le bombe, non con i trattati.

Sul piano più ampio, la morte di Khamenei ha aperto una crisi di successione in Iran che nessuno sa come si risolverà. L’Assemblea degli esperti — l’organismo che dovrà scegliere la nuova Guida suprema — è riunita in condizioni di guerra, con Teheran sotto i bombardamenti. Il ministro israeliano della Difesa Katz ha dichiarato che chiunque venga nominato sarà “un bersaglio inequivocabile”. Non si tratta di deterrenza: è la dichiarazione aperta di una politica di decapitazione sistematica dello Stato iraniano.

La risposta italiana: la prudenza del governo, l’ipocrisia dell’Occidente

In Italia il governo Meloni si muove con la consueta ambiguità. Il ministro degli Esteri Tajani parla di “situazione molto preoccupante”, annuncia la riduzione al minimo della presenza diplomatica a Teheran, afferma che “le soluzioni non sono mai quelle di risolvere con la guerra” — dimenticando che il Paese di cui è esponente ha votato a favore dell’adesione piena all’alleanza atlantica che questa guerra la conduce.

Le opposizioni hanno usato toni più netti: Schlein (Pd), Bonelli e Fratoianni (Avs) parlano di azione “al di fuori del diritto internazionale”, richiamano l’articolo 11 della Costituzione. Sono parole giuste, dette però da chi non ha ancora costruito una proposta politica alternativa credibile alla subalternità atlantica che attraversa trasversalmente il sistema politico italiano.

L’Europa, nel frattempo, si divide: la Spagna di Sanchez denuncia una guerra “fuori dalla legalità internazionale”, la Gran Bretagna ha concesso agli Stati Uniti l’uso delle sue basi. Il Consiglio Europeo convoca vertici d’urgenza. La diplomazia continentale insegue gli eventi invece di guidarli.

La guerra che non finisce mai

C’è qualcosa di profondamente osceno nel modo in cui il Libano torna ciclicamente a bruciare mentre il mondo osserva. Un Paese che non ha mai avuto pace viene distrutto ancora, con la stessa logica del 1982, del 2006, del 2024 e oggi del 2026. Le bombe cambiano di precisione, le giustificazioni cambiano di accento, ma la sostanza rimane: un popolo viene punito per il fatto di esistere in un territorio strategico, sospeso tra interessi che non lo riguardano e potenze che non lo rispettano.

L’UNIFIL — una missione che si concluderà nei prossimi mesi dopo quasi cinquant’anni, smantellata sotto le pressioni americane e israeliane — era l’ultimo presidio simbolico di una legalità internazionale ormai svuotata di senso. La sua assenza lascia il confine libanese-israeliano a quello che è sempre stato, in fondo: una linea di fuoco regolata dai rapporti di forza.

Intanto a Beirut le scuole restano chiuse, le strade vuote, gli sfollati arrivano in massa. Le comunità religiose si preparano ad accoglierli. I medici operano senza sosta. I civili trovano rifugio dove possono. Sono loro, come sempre, a portare il peso di una guerra che non hanno scelto.

Nel lessico diplomatico si chiama teatro di operazioni. Nella vita reale si chiama semplicemente distruzione.

LA BANALITÀ DEL MALE NELL’ERA DELLO SPETTACOLO

Quando l’assassinio politico diventa intrattenimento di massa

I. Il tempo delle abitudini impossibili

Esiste un momento preciso in cui ciò che era impensabile smette di essere tale. Non è un’esplosione: è un’erosione silenziosa, quasi impercettibile, che avviene nelle pieghe del dibattito quotidiano, nei toni di una breaking news, nell’intonazione con cui un conduttore introduce la notizia di un’eliminazione fisica. Lo stiamo vivendo adesso, e fingere il contrario sarebbe la più comoda delle menzogne.

L’assassinio politico — pratica antica quanto il potere stesso, ma lungamente confinata nel catalogo degli orrori che le democrazie liberali pretendevano di aver archiviato — è rientrato nel lessico ordinario della geopolitica contemporanea senza che quasi nessuno alzasse davvero la voce. Non è rientrato di soppiatto: è rientrato in pompa magna, con uno spot pubblicitario, una colonna sonora da discoteca e la soddisfazione ostentata di chi considera la storia del mondo una questione di brand management.

«La strada per l’inferno è lastricata di normalizzazioni progressive. Ogni generazione ha il suo contributo da versare nell’urna del tollerabile.»

Stiamo assistendo, in tempo reale, alla costruzione di una nuova soglia del socialmente accettabile. E come ogni processo di questo tipo, avviene con la complicità — attiva o passiva — di chi dovrebbe presidiare le frontiere del giudizio critico: i media, l’intellettualità, le istituzioni.

II. La «Macarena» e la fine del pudore

L’immagine che resterà, che dovrà restare, di questa fase storica è quella di una superpotenza che annuncia l’inizio di operazioni militari — con decine di vittime civili, con la morte di figure di rilievo politico e religioso di rango internazionale — accompagnando il comunicato con una canzone da spiaggia estiva. Non è una metafora. È accaduto. L’Amministrazione americana ha pubblicizzato la cosiddetta «decapitation strategy» contro l’Iran con uno spot che esaltava le capacità distruttive di una GBU-57 Massive Ordnance Penetrator sulle note della Macarena.

Il dato non è solo grottesco: è rivelatore. Rivela che non c’è più nemmeno la necessità della finzione istituzionale, quel minimo di paludamento retorico — «difesa dei valori democratici», «tutela della sicurezza internazionale» — con cui le potenze occidentali erano solite ammantare le proprie azioni militari. Siamo entrati in una fase di cinismo esibito, dove la performance della brutalità è diventata essa stessa strumento di proiezione del potere.

«Non è la violenza in sé a segnare un’epoca, ma il modo in cui la violenza viene raccontata, venduta, celebrata. Quella è la vera misura della barbarie.»

III. L’album di famiglia dell’Occidente

Sarebbe però un errore — oltre che una disonestà intellettuale — leggere questo momento come una rottura, come l’irruzione improvvisa di qualcosa di estraneo nel corpo sano di una tradizione democratica. La verità, più scomoda, è che stiamo raccogliendo ciò che abbiamo seminato. E il campo è stato lavorato a lungo, con cura e metodo.

Basta ripercorrere la cronologia recente. Nel 2011, Hillary Clinton commentò l’uccisione di Muammar Gheddafi — catturato, sodomizzato con una baionetta e linciato — con un autocompiaciuto «We came, we saw, he died», declinazione cesariana offerta con il sorriso di chi ha appena chiuso un buon affare. Nessuno scandalo duraturo. Nessuna conseguenza politica significativa. Il gesto fu assorbito, metabolizzato, archiviato.

Nel 2012, il New York Times rivelò l’esistenza di una «kill list» settimanale: ogni giovedì, un alto funzionario della CIA si recava nello Studio Ovale per sottoporre al presidente Barack Obama — premio Nobel per la pace in carica — l’elenco delle persone da eliminare nel corso della settimana. Il giornale descrisse quella procedura come una prova della tenuta morale del presidente. La riflessione sulla natura di quella pratica rimase, nella sostanza, ai margini del dibattito pubblico.

«L’assuefazione al male non è un evento: è un processo. E ogni passaggio del processo ha avuto i suoi complici, le sue giustificazioni, i suoi silenzi opportuni.»

Il filo rosso che collega questi episodi non è ideologico nel senso stretto del termine: attraversa amministrazioni democratiche e repubblicane, si nutre di retorica progressista non meno che di quella nazionalista. È strutturale. È il prodotto di un sistema di impunità costruito pazientemente, nel quale la potenza militare e tecnologica ha progressivamente eroso qualsiasi residua grammatica del diritto internazionale.

IV. Il «Frankenstein» e il ritorno del rimosso

In questo contesto, il ruolo di Israele — Stato cresciuto per ottant’anni in un regime di sostanziale impunità strutturale, che ha sviluppato un’expertise senza pari nell’assassinio politico sistematico come strumento di politica estera — non può essere letto semplicisticamente come causa di un processo di «israelizzazione» della cultura politica occidentale. Sarebbe riduttivo, e in parte anche fuorviante.

La relazione è più complessa e più perturbante: l’Occidente ha proiettato su Israele quella parte di sé che non poteva più esprimere direttamente, dopo Norimberga, dopo la decolonizzazione, dopo la codificazione dei diritti umani. Ha vissuto per interposta persona, attraverso quello Stato-di-eccezione istituzionalizzato, ciò che la grammatica pubblica delle democrazie liberali aveva reso inconfessabile. Ma il rimosso torna sempre. E quando torna, non bussa educatamente alla porta.

V. Chi è Trump? Una categoria politica inedita

Definire Trump è diventato un esercizio quasi impossibile, non per mancanza di strumenti analitici, ma per eccesso di categorie inadeguate. Non è Hitler: manca della dimensione tragica, del senso apocalittico della storia, dell’ideologia organica che trasformava la violenza in liturgia. Non è nemmeno il gangster del potere à la Savastano: a quel personaggio, pur nella sua brutalità, appartiene ancora una forma di coerenza interna, una logica d’accumulazione che implica una certa percezione delle conseguenze.

Trump sembra invece appartenere a una categoria politica genuinamente nuova, che potremmo chiamare il populismo dello spettacolo puro: un sistema in cui la realtà conta solo nella misura in cui può essere trasformata in contenuto, in cui la violenza è accettabile se accompagnata dalla giusta colonna sonora, in cui il calcolo politico è stato sostituito dalla logica dell’engagement. Non si odia, non si ama: si performa. E la performance, in questo momento storico, è la guerra.

«Quando il potere smette di sentire il bisogno di giustificarsi, non siamo di fronte a una crisi della democrazia: siamo di fronte alla sua sostituzione con qualcos’altro, che non ha ancora un nome preciso.»

VI. Dove porta questa strada

La domanda che dovremmo farci — con tutta la serietà che la gravità del momento esige — non è «come mai siamo qui?» ma «dove porta questa strada?». La risposta onesta è che non lo sappiamo con precisione. Ma alcune traiettorie sono già visibili.

La normalizzazione dell’assassinio politico come strumento di governance internazionale implica la dissoluzione di qualsiasi residua architettura multilaterale. Se i negoziatori possono essere eliminati fisicamente nella notte che precede i colloqui — come accaduto a Doha, come accaduto in Oman — allora la diplomazia cessa di essere uno spazio possibile e diventa semplicemente l’anticamera dell’esecuzione. Chi accetterà ancora di sedersi a un tavolo?

La banalizzazione dello spettacolo bellico attraverso la sua gamification — lo spot con la GBU-57, la Macarena come colonna sonora del bombardamento — produce un effetto di desensibilizzazione sistematica nelle opinioni pubbliche occidentali, che è già avanzato ben oltre la soglia dell’allarme. Non è fantascienza distopica: è la cronaca di questi giorni.

Infine — e questo è forse il dato più inquietante — l’assenza di qualsiasi reazione critica significativa da parte delle opposizioni politiche e dell’intellettualità nei paesi occidentali suggerisce che il processo di normalizzazione ha già raggiunto le sue istituzioni e i suoi corpi intermedi. Quando il male non scandalizza più chi avrebbe il compito di scandalizzarsi, la banalizzazione è compiuta.

Non è troppo tardi per aprire gli occhi. Ma non è mai stato così urgente farlo. L’inferno di cui si parla non è una profezia apocalittica: è il nome tecnico di ciò che accade quando una civiltà smette di fare i conti con se stessa e con il proprio album di famiglia. Quell’album esiste. Ha molte pagine. E alcune di esse le abbiamo scritte noi.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

mariosommella.wordpress.com

L’inginocchiata italiana e il coraggio spagnolo

Mentre Madrid difende la sovranità e il diritto internazionale, Roma non viene nemmeno avvisata dell’attacco all’Iran. Il servilismo dell’Italia verso Washington raggiunge il suo punto più basso.

C’è un momento, nella storia di un paese, in cui la sua dignità viene misurata non dalle parole dei suoi governanti, ma dal peso del silenzio che li avvolge. Quel momento, per l’Italia, è arrivato il 28 febbraio 2026, all’alba, quando i missili americani e israeliani hanno cominciato a piovere su Teheran, su Isfahan, su Qom. Mentre una scuola femminile veniva rasa al suolo uccidendo quasi centosettanta bambine, il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto era a Dubai con la famiglia, in vacanza, bloccato come un qualsiasi turista. Il vicepremier Matteo Salvini, a quell’ora, si complimentava su X con il cantante Ermal Meta per le sue doti linguistiche.

Giorgia Meloni — la stessa Meloni che aveva costruito la sua immagine internazionale sull’amicizia personale con Donald Trump, sul filo diretto con la Casa Bianca, sulla presunta centralità dell’Italia nelle grandi partite geopolitiche — non è stata avvisata. Non prima, non durante i preparativi. Solo a cose fatte, ad attacco già iniziato. Come ha dovuto ammettere lo stesso Tajani: il ministro degli Esteri israeliano Saar lo ha chiamato “quando l’attacco era già iniziato”. Come ha confermato Crosetto: gli americani hanno avvisato “quando hanno avvisato gli altri, ad attacco in corso”.

Ecco, dunque, il valore reale dell’amicizia con Trump. Ecco il dividendo della genuflessione.

La lezione di Madrid

Mentre Roma taceva — o balbettava giustificazioni — dall’altra parte della penisola iberica Pedro Sánchez parlava con la chiarezza di chi sa dove stare. Il premier spagnolo ha rifiutato l’uso delle basi militari congiunte di Morón e Rota, in Andalusia, per l’offensiva contro l’Iran. Lo ha fatto richiamando un principio elementare: quelle basi esistono in base a un accordo bilaterale preciso, e quell’accordo non prevede il loro utilizzo al di fuori del quadro delle Nazioni Unite.

Non si trattava di ingenuità o di debolezza. Era, al contrario, l’esercizio pieno della sovranità nazionale. “La Spagna è un paese sovrano che prende autonomamente le proprie decisioni in politica estera”, ha dichiarato il ministro degli Esteri Albares. E Sánchez ha aggiunto, con una lucidità che imbarazza per contrasto la pochezza del dibattito italiano: “Non si può rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità: è così che iniziano i disastri dell’umanità”.

È una posizione che non ha nulla di astrattamente pacifista. Sánchez ha condannato il regime degli Ayatollah — che “reprime e uccide i propri cittadini, in particolare le donne” — ma ha tenuto ferma la distinzione fondamentale tra il giudizio morale su un regime e la legittimità di un’azione militare condotta al di fuori del diritto internazionale. L’Iran, per quanto tirannico e teocratico, rimane uno stato sovrano. Nessuna potenza, nemmeno la più forte del mondo, può violare questa sovranità a proprio arbitrio senza sanzione delle Nazioni Unite.

Ancora più importante: l’attacco di Usa e Israele è avvenuto mentre era in corso una mediazione concreta. La sera del 27 febbraio, l’Oman aveva annunciato che l’Iran aveva accettato di smantellare le proprie riserve di uranio arricchito. Un accordo era a portata di mano. Poche ore dopo, i missili erano già in volo.

La zona grigia dell’Italia

Il governo Meloni ha scelto la sua posizione con una cura quasi chirurgica nell’evitare qualunque posizione netta. Nessuna condanna dell’attacco. Nessuna richiesta di cessate il fuoco immediato. Nessuna solidarietà alla Spagna, bersaglio delle minacce economiche di Trump. Dal Palazzo Chigi è arrivata la solita formula anestetizzata: preoccupazione per la “stabilità regionale”, invito a “evitare l’escalation”, dichiarazione che da basi italiane non sono partiti aerei americani per attacchi — come se questo bastasse a lavare la coscienza.

Ma la realtà parla da sola. Le basi di Sigonella e del sistema MUOS di Niscemi sono state intensamente utilizzate per monitoraggio e intelligence prima e durante l’attacco. Il drone Global Hawk è decollato da Sigonella più volte nelle ore precedenti all’offensiva. Le infrastrutture militari americane sul territorio italiano — circa 12.000 soldati statunitensi presenti nel paese — hanno svolto un ruolo attivo nel sostenere l’operazione. “Le basi militari italiane gli Usa le hanno già”, ha ammesso lo stesso Crosetto. E allora la distinzione tra “supporto difensivo” e “partecipazione offensiva” diventa una finzione semantica.

Mentre Meloni non interveniva, la segretaria del PD Elly Schlein chiamava Sánchez per esprimere solidarietà. Il M5S e AVS chiedevano al governo di fare altrettanto. La risposta del centrodestra al potere: silenzio, o peggio, imbarazzanti giustificazioni per il mancato preavviso. Luca Ciriani, ministro per i Rapporti con il Parlamento, ha persino osservato che “bastava osservare i movimenti della flotta Usa” per capire che l’attacco era imminente. Come se la subalternità fosse da giustificare con l’autosufficienza informativa.

La strada verso il baratro

C’è qualcosa di strutturalmente pericoloso nel comportamento degli Stati Uniti di Trump. Non è soltanto l’aggressività diplomatica — le minacce commerciali alla Spagna, gli insulti agli alleati “terribili”, i ricatti tarifari. È la logica profonda di un’amministrazione che ha deciso di smantellare il sistema multilaterale costruito dopo la Seconda guerra mondiale e di sostituirlo con la legge del più forte.

Sánchez ha evocato l’Iraq con una precisione dolorosa: ventitré anni fa, un’altra amministrazione americana trascinò l’Europa in una guerra presentata come necessaria, liberatrice, chirurgica. Il risultato fu la destabilizzazione dell’intera regione, un’ondata di terrorismo jihadista, milioni di morti, una crisi migratoria senza precedenti. Oggi si ripete lo stesso copione, con attori parzialmente diversi e con l’aggravante di una potenza nucleare — l’Iran — coinvolta direttamente.

La Rete Italiana Pace e Disarmo lo ha detto con parole inequivocabili: questo attacco “non aiuterà la società civile iraniana a liberarsi del regime teocratico ma darà nuove motivazioni a Teheran per accelerare il proprio riarmo e rafforzare la repressione interna”. La strage delle bambine nella scuola di Minab — quasi 170 vittime — non è un effetto collaterale: è il volto reale della guerra, comunque si chiami l’operazione che la produce.

E mentre lo Stretto di Hormuz — attraverso cui transita una quota significativa del commercio energetico mondiale — è paralizzato dalle petroliere ferme in attesa della fine delle ostilità, mentre i prezzi del petrolio e del gas salgono e l’incertezza economica si diffonde, l’Italia tace. Perché tacere, per Meloni, è più comodo che scegliere.

Quando l’obbedienza servile non è leadership

Pedro Sánchez ha lanciato un messaggio che va ben oltre la disputa sulle basi militari. Ha parlato all’Europa intera, e in particolare a quei leader — tra cui è lecito includere Meloni — che scambiano l’allineamento con Washington per politica estera: “Ingenuo è pensare che la soluzione sia la violenza, ingenuo è credere che le democrazie nascano dalle rovine, ingenuo è pensare che un’obbedienza cieca e servile significhi leadership”.

Ha ragione. L’obbedienza servile non è leadership. È abdicazione. È la rinuncia a quella funzione di mediazione, di dialogo, di costruzione del diritto internazionale che l’Europa avrebbe potuto e dovuto esercitare. Invece, la gran parte dei governi europei ha scelto l’ambiguità, quando non la complicità. L’Italia, in questo, non fa eccezione: anzi, primeggia per la combinazione di subalternità politica e imbarazzante impreparazione operativa.

Mentre Macron e il presidente del Consiglio europeo Costa esprimevano solidarietà a Sánchez, mentre la Francia dispiegava la portaerei De Gaulle nel Mediterraneo per operazioni esplicitamente difensive — non offensive — il governo italiano aspettava che qualcuno decidesse per lui. Aspettava le richieste formali degli americani, valutava, monitorava, dichiarava di non essere stato coinvolto. Una posizione che è, nei fatti, il contrario della sovranità.

Una scelta di civiltà

Di fronte a un’aggressione militare condotta al di fuori di qualsiasi mandato delle Nazioni Unite, su uno Stato sovrano — per quanto illiberale, per quanto tirannico — la risposta di un paese che si definisce democratico non può essere il silenzio complice. Né può essere la retorica del “dobbiamo aspettare che la situazione si chiarisca”.

La Spagna ha scelto. Ha scelto il diritto internazionale contro la forza bruta. Ha scelto la diplomazia contro la guerra preventiva. Ha scelto la propria sovranità contro le pressioni di un’amministrazione che usa le ritorsioni commerciali come strumento di ricatto tra alleati. E ha pagato un prezzo: le minacce di Trump, le critiche inopportune del cancelliere Merz, l’isolamento momentaneo.

Ma ha guadagnato qualcosa di più prezioso: la sua dignità. E, con essa, la solidarietà di Macron, di Costa, di tutti gli europei che sanno distinguere tra un alleato e un padrone.

L’Italia avrebbe potuto fare lo stesso. Aveva ogni strumento giuridico e politico per farlo. Il Parlamento, secondo la Costituzione, avrebbe dovuto essere informato e coinvolto in qualsiasi decisione sull’uso delle basi militari per azioni offensive. Invece, il governo ha preferito la zona grigia, il non detto, l’attesa delle richieste formali. Una postura che, nella migliore delle ipotesi, è ignavia. Nella peggiore, è complicità.

“Fermatevi prima che sia troppo tardi”, ha detto Sánchez rivolgendosi a Washington, Tel Aviv e Teheran. È una frase semplice, quasi elementare. Ma in questo momento, quella semplicità è rivoluzionaria. Perché i governanti che avrebbero il dovere di pronunciarla — e in primo luogo quelli italiani — scelgono invece di inginocchiarsi.

E la storia, quando arriverà il momento del giudizio, non dimenticherà chi ha scelto di tacere mentre il mondo bruciava.

“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere”

Guerra, petrolio e scandali: come il potere si protegge mentre noi paghiamo il conto

L’attacco all’Iran fa impennare i prezzi dell’energia, le borse europee perdono quasi 900 miliardi in due giorni e Meloni convoca vertici d’emergenza senza avere risorse per intervenire. Nel frattempo, le industrie belliche incassano profitti record e oltreoceano gli Epstein Files svelano le reti oscure che tengono insieme il potere occidentale.

Il conto della guerra lo paghiamo noi

C’era da aspettarselo. Come sempre accade quando il mondo decide di fare la guerra invece della pace, i primi a pagare il conto non sono i generali, non sono i ministri, non sono i banchieri che finanziano gli arsenali: siamo noi. Famiglie, lavoratori, pensionati, piccole imprese. Quelli che non hanno fondi speculativi con cui coprirsi dai rischi, né contratti energetici blindati per anni.

L’escalation militare contro l’Iran ha già prodotto i suoi effetti sui mercati: il gas europeo è schizzato a 53,5 euro al megawattora, più che raddoppiato rispetto ai 30 euro di fine febbraio. Il petrolio Brent viaggia sopra gli 81 dollari al barile, contro i 59 di inizio anno. Le borse europee hanno bruciato in appena due sedute 879 miliardi di euro di capitalizzazione. Milano ha ceduto il 3,9% in una sola giornata.

Mentre le famiglie si preparano a ricevere bollette più care, c’è chi in questi momenti guadagna. I grandi trader energetici, i fondi speculativi posizionati long sul petrolio, le compagnie che vendono gas ai prezzi spot impazziti. Il capitalismo della guerra ha questa caratteristica strutturale: trasforma il dolore collettivo in profitto privato. Ogni bomba che cade da qualche parte nel mondo si traduce in un centesimo in più sul litro di benzina che mettiamo nel serbatoio.

I veri vincitori: il complesso militare-industriale

Eisenhower, nel suo discorso d’addio del 1961, avvertì l’America — e il mondo — del pericolo rappresentato da quello che lui stesso chiamò il “complesso militare-industriale”: quella commistione pericolosa tra industrie della difesa, apparato militare e potere politico capace di plasmare le decisioni di guerra e pace non secondo l’interesse dei popoli, ma secondo le logiche del profitto. Sessant’anni dopo, quella profezia si è avverata e amplificata oltre ogni previsione.

Ogni nuovo fronte di guerra — dall’Ucraina al Medio Oriente, da Gaza all’Iran — è, per le grandi corporation della difesa, un’opportunità di business senza precedenti. Aziende come Lockheed Martin, Raytheon, Northrop Grumman, BAE Systems, Leonardo-Finmeccanica registrano trimestrali da record ogni volta che il termometro geopolitico sale. I contratti di fornitura si moltiplicano, i portafogli ordini esplodono, le azioni schizzano in borsa proprio mentre le borse europee affondano e le bollette delle famiglie italiane aumentano.

Non è una coincidenza: è un meccanismo. Le guerre non scoppiano nel vuoto. Vengono preparate, alimentate, a volte provocate, da un sistema di interessi in cui le lobby dell’industria bellica finanziano campagne elettorali, occupano posizioni nei ministeri della difesa attraverso le cosiddette “porte girevoli”, e contribuiscono a costruire il clima di emergenza permanente necessario a giustificare spese militari sempre crescenti. L’Europa, che per decenni aveva mantenuto un profilo relativamente prudente, si ritrova oggi a correre verso il riarmo: la NATO ha fissato al 3,5% del PIL il target minimo di spesa militare, e si parla già di portarlo al 5% o oltre.

In Italia, il governo Meloni — che pure si presenta come paladino degli “interessi nazionali” — ha già portato la spesa militare a circa 32 miliardi di euro annui e continua a spingere verso il 3,5% del PIL, il che significherebbe avvicinarsi ai 40 miliardi. Ogni euro in più per cannoni e cacciabombardieri è un euro in meno per sanità, scuola, sostegno alle famiglie in difficoltà. Un trasferimento di risorse dal basso verso l’alto, mascherato da imperativo geopolitico.

La logica è perversa nella sua semplicità: più il mondo è instabile, più le armi si vendono. Più le armi si vendono, più il mondo diventa instabile. Un circolo vizioso che arricchisce pochi e impoverisce molti, che trasforma i conflitti in commodity e i morti in voci di bilancio. Il tutto con la copertura ideologica della “difesa della democrazia”, dello “scudo atlantico”, dell'”ordine internazionale basato sulle regole” — regole che, guarda caso, vengono scritte sempre dagli stessi.

Meloni conta i centesimi mentre il fuoco divampa

La premier Giorgia Meloni ha convocato un vertice d’emergenza con i ministri competenti e gli amministratori delegati di Eni e Snam. Nell’apposita velina governativa si legge di “analisi dell’impatto attuale e potenziale delle ostilità sui mercati dell’energia”. Tradotto dal burocratese: nessuno sa cosa fare, ma bisogna dare l’impressione di stare facendo qualcosa.

La differenza con il passato è impietosa. Quando nel 2022 i prezzi dell’energia esplosero sull’onda dell’invasione russa dell’Ucraina, il governo Draghi impiegò quasi 50 miliardi di euro per tentare di tamponare. Il decreto d’emergenza valeva quasi 6 miliardi. L’attuale governo Meloni ha varato un provvedimento da meno di 3 miliardi, con effetti definiti “minimi” per le fasce di reddito basso e “risibili” per gli altri: 15-20 euro l’anno di risparmio. Una beffa.

L’Italia si trova relativamente ben posizionata sugli stoccaggi di gas — al 47,3% contro il 20,8% della Germania — ma riempirli in primavera a prezzi superiori ai 50 euro al megawattora significa caricare costi enormi sulle bollette future. Il governo aspetta e spera. Nessun provvedimento straordinario, nessuna visione d’insieme. Solo l’attesa che la tempesta passi, possibilmente prima delle prossime elezioni.

La doppia funzione della guerra: distrazione di massa

Le guerre capitalistiche servono sempre a due scopi: fare profitti e distrarre l’opinione pubblica. L’escalation militare contro l’Iran arriva in un momento particolarmente opportuno per certi ambienti del potere occidentale: proprio mentre negli Stati Uniti si apre uno dei capitoli più esplosivi della storia politica recente. Parliamo degli Epstein Files — tre milioni di pagine di documenti federali relativi al finanziere pedofilo Jeffrey Epstein, rilasciati in ottemperanza all’Epstein Files Transparency Act firmato dallo stesso Trump a novembre 2025.

Un gesto presentato come atto di trasparenza, che si sta rivelando un boomerang. Perché il nome di Trump compare in quei documenti con una frequenza che nessuna comunicazione presidenziale può silenziare. E perché proprio i file che lo riguardano più da vicino sono quelli che il Dipartimento di Giustizia — controllato dalla sua stessa amministrazione — si è affrettato a sottrarre alla consultazione pubblica.

Gli Epstein Files: il potere nella rete della vergogna

I numeri sono clamorosi: il nome di Donald Trump compare più di 38.000 volte nei 5.300 file del caso Epstein, stando all’analisi del New York Times. I documenti smentiscono dichiarazioni pubbliche dello stesso presidente: nel 2024 aveva affermato di non essere “mai stato sull’aereo di Epstein”, ma i file federali rivelano che i procuratori avevano raccolto prove del contrario già nel 2020. Un’email interna di Epstein del 2011 riferiva che Trump “sapeva delle ragazze” e “trascorreva ore a casa mia”.

Nei documenti FBI del 2021, una testimone racconta che Ghislaine Maxwell — condannata a 20 anni per traffico sessuale di minorenni — l’aveva “presentata” a Trump durante una festa di New York, illustrandone le qualità come si fa con un curriculum professionale. Il contesto che emerge è quello di un ambiente in cui le donne venivano trattate come merci da mostrare e condividere tra potenti.

Tra i nomi citati nei file compaiono, oltre a Trump, il principe Andrea d’Inghilterra, l’ex presidente Clinton, il segretario al Commercio Howard Lutnick ed Elon Musk. Tutti hanno negato ogni illecito. Ma il punto non è la singola accusa: è la rete, l’ambiente, il sistema di relazioni. È l’ecosistema in cui il potere si auto-riproduce, si protegge e decide le sorti del mondo.

Il depistaggio: quando il potere censura se stesso

La vera bomba, però, riguarda quello che manca dai file. Un’inchiesta dell’NPR ha rivelato che il Dipartimento di Giustizia ha ritirato o non pubblicato documenti specificamente legati ad accuse di abuso sessuale contro Trump: oltre cinquanta pagine di interviste FBI e note di conversazioni con una donna che avrebbe accusato il presidente di violenza sessuale quando era minorenne, intorno al 1983. Di quattro sessioni di intervista condotte dall’FBI tra il 2019 e il 2021, solo una è stata resa pubblica.

Il deputato Robert Garcia ha dichiarato di aver personalmente verificato l’assenza dei documenti mancanti anche nell’archivio riservato ai parlamentari: “C’è evidenza di un insabbiamento in corso. I documenti sono scomparsi dall’FBI e ora sono scomparsi anche dalla versione non redatta.” La risposta della Casa Bianca è stata affidata alla portavoce Abigail Jackson: “Trump è stato completamente scagionato da qualsiasi cosa riguardi Epstein.” Ma come si può essere scagionati da prove che non vengono rilasciate?

La domanda è così dirompente che persino il repubblicano James Comer, presidente del Comitato di Supervisione della Camera, ha annunciato un’indagine sul Dipartimento di Giustizia per i file mancanti. Quando un sistema di potere comincia a mangiarsi la propria narrativa, è il segnale che qualcosa di strutturalmente importante si sta incrinando.

Un sistema che si protegge: dalla guerra agli abusi di potere

C’è un filo rosso che unisce la crisi energetica che ci opprime, i profitti dell’industria bellica e lo scandalo Epstein che scuote il potere americano. Non è un filo di complotto: è di sistema. Chi detiene il potere — economico, militare, politico — usa quel potere per proteggersi, moltiplicarsi e perpetuarsi. I costi delle guerre li paghiamo noi. I proventi li incassano i fondi speculativi, le major petrolifere, i grandi appaltatori della difesa.

La rete di Epstein era la manifestazione più oscura di come il potere si consolida. Mettendo insieme i potenti in situazioni di complicità reciproca che diventano strumenti di mutuo ricatto e protezione. Non è un caso che Epstein sia morto in carcere in circostanze mai chiarite mentre attendeva il processo, e che il suo archivio di informazioni sui potenti sia diventato oggetto di una battaglia politica e giudiziaria senza precedenti.

Il complesso militare-industriale che lucra sulle guerre, le reti di potere corrotte che si auto-proteggono attraverso scandali insabbiati, i governi che non hanno risorse per le famiglie ma trovano miliardi per i cannoni: sono le tre facce di uno stesso sistema. Un sistema che ha bisogno di crisi permanenti per sopravvivere, che ha bisogno di nemici da costruire e guerre da vendere.

Nessuna opposizione all’altezza: il vuoto che ci lascia soli

Di fronte a tutto questo, in Italia come altrove, non si intravede all’orizzonte alcuna opposizione capace di nominare le cose con il loro nome. Le forze di centrosinistra discutono di leadership e coalizioni, mentre le bollette salgono, i documenti sui potenti scompaiono dai database federali americani e le industrie belliche distribuiscono dividendi record. Si fa finta di non vedere il nesso tra le guerre che producono inflazione e i meccanismi di controllo e corruzione che tengono in piedi il sistema.

Viviamo in un mondo paradossale in cui chi dovrebbe rappresentarci si trova spesso dalla stessa parte di chi ci sfrutta. In cui le guerre vengono vendute come difesa della democrazia mentre servono a controllare risorse e mercati. In cui gli scandali dei potenti vengono usati come strumenti di ricatto reciproco tra élite, mentre si chiede alla gente comune moralità e rispetto delle regole.

Documentare, denunciare, connettere i puntini: è l’unico antidoto al conformismo e al silenzio. Non basta indignarsi: bisogna capire. E capire che la crisi energetica che ci stritola, le reti di potere corrotte che si auto-proteggono e il complesso militare-industriale che trasforma la guerra in business non sono fenomeni separati. Sono le facce dello stesso sistema. Il sistema che siamo chiamati a cambiare, con la forza della conoscenza, dell’organizzazione e della partecipazione democratica dal basso.

Mario Sommella

mariosommella.wordpress.com

IL RUGGITO DEL LEONE SUI CIELI DI TEHERAN

Washington e Tel Aviv scatenano la guerra: l’imperialismo colpisce ancora l’Iran

Si chiamava “diplomazia”. Si chiamava “negoziato di buona fede”. Si chiamava “ultima possibilità”. Fino a quarantotto ore fa, a Ginevra, le delegazioni di Washington e Teheran erano ancora sedute attorno a un tavolo per discutere del programma nucleare iraniano. Oggi, 28 febbraio 2026, quei tavoli sono stati rovesciati. Al loro posto, le bombe. L’Operazione “Ruggito del Leone” — denominata “Epic Fury” dal Pentagono — è esplosa all’alba, via aria e via mare, trasformando i cieli della Repubblica Islamica in un teatro di fuoco e macerie.

Il Medio Oriente non ha mai conosciuto, nella sua storia recente, un’aggressione di questa portata: un attacco congiunto, pianificato per mesi negli stati maggiori di Tel Aviv e Washington, contro uno Stato sovrano che, malgrado tutto, aveva scelto la via del confronto diplomatico. La “pace” di Trump si è rivelata, ancora una volta, la foglia di fico di una guerra già scritta.

L’alba dell’aggressione: fuoco su Teheran e le altre città

Nelle prime ore del mattino del 28 febbraio, esplosioni hanno squarciato i cieli di Teheran, Isfahan, Qom, Karaj e Kermanshah. Colonne di fumo nero si sono levate nei pressi degli uffici della Guida Suprema Ali Khamenei — assente dalla capitale, trasferito in un luogo sicuro e non rintracciabile — e del palazzo presidenziale. Missili hanno colpito la base aerea di Mehrabad, la sede del ministero dell’Intelligence e della Sicurezza, il palazzo della Corte Suprema e l’area di Qom. Almeno trenta esplosioni registrate in quattro città in quella che fonti israeliane definiscono, con algida eufemistica precisione, un’operazione “altamente selettiva” che avrebbe mirato ai “vertici politici, militari e religiosi del Paese”. Decine i morti tra le fila delle Guardie Rivoluzionarie, incluse alcune figure chiave del comando.

Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato “lo stato di emergenza immediato in tutto Israele”, presentando l’aggressione come un “attacco preventivo per rimuovere le minacce nei confronti dello Stato”. Donald Trump, dal suo social Truth, ha scandito con toni da crociata: “L’Iran non avrà mai il nucleare. Distruggeremo i loro missili e raderemo al suolo le strutture di produzione di armamenti. Abbiamo cercato di fare un accordo, ma hanno rifiutato ogni occasione di rinunciare alle loro ambizioni nucleari.” Poi, rivolgendosi ai Pasdaran: “Deponete le armi e avrete l’immunità totale, o affronterete una morte certa.” Un ultimatum da imperatore romano, non da presidente di una democrazia che si proclama difensore della libertà dei popoli.

Netanyahu, in un videomessaggio alla nazione, ha evocato la “minaccia esistenziale” rappresentata dal regime di Teheran e ha invitato i popoli dell’Iran — persiani, curdi, azeri, baluci e ahwazi — a “liberarsi dal giogo della tirannia”. Il copione è quello già collaudato, dall’Iraq alla Libia, dall’Afghanistan alla Siria: si bombarda un Paese e si dice di farlo per liberarne il popolo.

Una guerra pianificata, non improvvisata

Non si tratta di una reazione d’impulso. L’Operazione “Ruggito del Leone” è il risultato di mesi di coordinamento tra i comandi militari israeliani e americani. La data dei raid era stata stabilita settimane prima che i diplomatici si sedessero a Ginevra. Mentre le delegazioni negoziavano, i generali tracciavano gli obiettivi sulle mappe. Gli Stati Uniti avevano già radunato nella regione una vasta flotta di aerei da combattimento e navi da guerra, ufficialmente per “fare pressione” su Teheran affinché raggiungesse un accordo sul suo programma nucleare. Era, nei fatti, la preparazione logistica dell’attacco.

Secondo il New York Times, che cita funzionari americani, l’operazione di oggi è “molto più estesa” rispetto ai raid del giugno scorso contro i siti nucleari: stavolta nel mirino c’è l’intero apparato di potere iraniano, compresa l’eliminazione fisica dei circa 2.000 missili balistici che Teheran avrebbe dislocato in tutto il territorio nazionale. L’operazione durerà “diversi giorni, e anche di più, se necessario”, hanno confermato fonti israeliane alla CNN.

La risposta di Teheran: il fuoco si allarga al Golfo

L’Iran non è rimasto in silenzio. I Guardiani della rivoluzione hanno annunciato “la prima estesa ondata di attacchi con missili e droni” contro Israele. Esplosioni sono state avvertite a Gerusalemme e nell’area di Haifa, nel nord del Paese. La risposta iraniana ha però aperto un secondo fronte: le basi militari americane disseminate nel Golfo Persico sono diventate bersagli diretti. Missili dei Pasdaran hanno preso di mira la base della Quinta Flotta statunitense in Bahrein, le installazioni americane in Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti. Qatar ed Emirati avrebbero per il momento respinto gli attacchi con missili intercettori, mentre la situazione in Kuwait rimane incerta.

In Iraq, un raid ha colpito la base di Jurf al-Sakher, nel sud del Paese, dove operano le milizie di Kataeb Hezbollah: almeno due morti secondo fonti delle Forze di mobilitazione popolare. Gli Houthi dello Yemen, fedeli all’asse di Teheran, hanno intanto annunciato la ripresa degli attacchi alle navi commerciali nel Mar Rosso, riaprendo la crisi delle rotte marittime internazionali.

Il ministero degli Esteri iraniano ha denunciato che gli attacchi hanno violato “l’integrità territoriale e la sovranità nazionale del Paese, comprese le infrastrutture difensive e le località non militari in varie città”. Teheran definisce l’operazione “una chiara violazione della pace e della sicurezza internazionali”, invoca l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite sul diritto all’autodifesa e avverte: la risposta “sarà schiacciante”.

I negoziati come operazione di copertura

La dimensione più ipocrita di quanto accade risiede nel cinismo con cui la diplomazia è stata usata come schermo. Israele aveva insistito che qualsiasi accordo con l’Iran dovesse includere non solo la sospensione dell’arricchimento dell’uranio, ma lo smantellamento totale dell’intera infrastruttura nucleare, nonché restrizioni al programma missilistico. L’Iran aveva dichiarato disponibilità a limitare il programma nucleare in cambio della revoca delle sanzioni, ma aveva nettamente escluso di collegare alla questione i propri missili — strumento di deterrenza considerato irrinunciabile per la propria sovranità. Quando il confronto diplomatico non produce la resa totale, la risposta di Washington e Tel Aviv è sempre la stessa: le bombe.

Dmitry Medvedev, con la franchezza amara di chi osserva da Mosca, ha scritto su Telegram: “Il pacifista ha mostrato ancora una volta il suo vero volto. Tutti i negoziati con l’Iran erano un’operazione di copertura, nessuno voleva davvero negoziare qualcosa di specifico.” E ha aggiunto, evocando la profondità abissale del confronto storico: “Gli Stati Uniti hanno solo 249 anni. L’impero persiano è stato fondato più di 2500 anni fa. Vedremo tra 100 anni.” Una prospettiva che, al netto delle evidenti contraddizioni della posizione russa, coglie una verità strutturale.

Radici profonde: quarantasette anni di guerra non dichiarata

Quello che accade oggi non è comprensibile senza conoscere la storia dei decenni precedenti. Dal 1979, anno della rivoluzione islamica e della crisi degli ostaggi che tenne gli Usa in scacco per 444 giorni, il rapporto tra Washington, Tel Aviv e Teheran è stato una guerra non dichiarata, combattuta con spie, virus informatici, scienziati assassinati e sanzioni economiche devastanti.

Il virus Stuxnet, creato congiuntamente da Usa e Israele, sabotò le centrifughe di Natanz nel 2010. Nel novembre 2020, lo scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh fu assassinato con una mitragliatrice telecomandata da remoto: omicidio mirato di Stato, attribuito al Mossad. Il JCPOA del 2015, l’accordo nucleare multilaterale che aveva aperto uno spiraglio di normalizzazione, fu fatto a pezzi nel 2018 dal primo Trump con un ritiro unilaterale che non aveva alcuna giustificazione tecnica nei comportamenti iraniani. Da allora, la spirale di provocazioni e rappresaglie si è avvitata inesorabilmente verso il precipizio odierno: il consolato di Damasco colpito nell’aprile 2024, la morte di Haniyeh a Teheran nel luglio successivo, quella di Nasrallah a settembre, il primo attacco diretto iraniano su Israele nell’ottobre 2024, la “Guerra dei 12 giorni” del giugno 2025 — e infine il cessate il fuoco, fragile e violato quasi immediatamente, che non era che una tregua armata in attesa del round successivo. Quel round è oggi.

L’Italia vassalla: informata a cose fatte

Roma ha convocato riunioni d’emergenza. Giorgia Meloni ha presieduto una cellula di crisi con il ministro degli Esteri Tajani, il vicepremier Salvini e il ministro della Difesa Crosetto, oltre ai vertici dell’Intelligence. Il risultato? Tajani ha annunciato di essere “pronto all’evacuazione degli italiani” rimasti in Iran — perlopiù connazionali sposati con cittadini iraniani, dopo che turisti e lavoratori avevano già lasciato il Paese su invito del governo nelle settimane precedenti. Salvini, raggiunto dai giornalisti a un gazebo della Lega a Milano, ha ammesso senza imbarazzo: “A quanto mi risulta siamo stati avvertiti ad attacco cominciato.”

L’Italia, Paese membro della NATO e alleato strategico degli Stati Uniti, non è stata nemmeno consultata prima che si scatenasse una guerra capace di incendiare l’intera regione. A Roma, nel frattempo, è stata innalzata sin dalle prime ore del mattino l’attenzione su obiettivi sensibili: sedi di ambasciate e il Ghetto ebraico, nel timore di ritorsioni o attentati. Palazzo Chigi ha prodotto una nota di “vicinanza alla popolazione civile iraniana”. Un atto di pietas verbale, mentre le bombe cadono.

Verso l’incendio globale

Il Medio Oriente brucia. Dopo la “Guerra dei 12 giorni” del giugno 2025 — conclusasi con un cessate il fuoco che Trump aveva proclamato “pienamente concordato” e che Netanyahu aveva celebrato come il raggiungimento di “tutti gli obiettivi”, ma che si era già incrinato nel giro di un’ora dal suo annuncio — la tregua non era altro che una pausa per ricaricare le armi e ridisegnare i piani di attacco. Oggi l’Operazione “Ruggito del Leone” non è un raid chirurgico: è un’offensiva totale contro uno Stato sovrano, con un fronte che si estende dal Mar Rosso al Golfo Persico, da Baghdad a Gerusalemme, dal Libano fino alle rotte commerciali dell’Indo-Pacifico.

Il figlio dello scà Reza Pahlavi ha salutato gli attacchi dichiarando che “la vittoria finale è vicina”. È la cifra ideologica dell’operazione: non solo la distruzione del programma nucleare iraniano, ma il tentativo di determinare un cambio di regime, di rovesciare dall’esterno e con la forza militare un governo che, per quanto autoritario e repressivo, è l’espressione di una sovranità nazionale che nessun bombardiere ha il diritto di cancellare.

Il diritto internazionale, le Nazioni Unite, il Consiglio di Sicurezza: tutto tace o è paralizzato. Il mondo guarda. E mentre i missili solcano i cieli di Teheran e le sirene suonano a Gerusalemme, la Grande Guerra del Medio Oriente — quella che molti avevano temuto e che troppi avevano contribuito a preparare con decenni di sopraffazioni, sanzioni collettive, assassinii di Stato e doppi standard — sembra aver trovato il suo atto inaugurale.

Ma la storia — quella lunga, quella che si misura in millenni e non in mandati presidenziali — insegna che nessun “Ruggito del Leone” dura per sempre. L’impero persiano ha tremila anni. Non è il primo a sentirlo, quel ruggito. E non è mai stato l’ultimo a restare in piedi.

“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.”

Il Paradigma dell’Autoritarismo Soft e il vuoto dell’alternativa

Perché il 22 marzo si vota sul futuro della democrazia italiana — e perché la sinistra deve cambiare passo

Il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 non è una consultazione sulla magistratura. È, nella sua sostanza più profonda, un referendum sul modello di Stato che il governo Meloni sta costruendo mattone dopo mattone, decreto dopo decreto, da quando si è insediato a Palazzo Chigi nell’ottobre del 2022. Lo hanno scritto con lucidità e rigore Alessandra Algostino, Chiara Giorgi, Donatella della Porta, Francesco Pallante e Mario Pianta in un articolo pubblicato su il manifesto il 23 febbraio 2026, al quale questo contributo si riallaccia, ampliandone le argomentazioni e, quando necessario, correggendone le omissioni.¹

Perché c’è una omissione rilevante in quell’analisi, pur meritoria: la critica al governo Meloni — per quanto fondata e necessaria — rischia di diventare un atto di accusa privo di prospettiva, se non è accompagnata da un’altrettanto severa autocritica verso le forze che a questo governo si oppongono. La denuncia del paradigma autoritario è doverosa. Ma è insufficiente, se non si risponde all’interrogativo che tanti cittadini, disorientati e stanchi, si pongono ogni mattina: e l’alternativa qual è?

Nelle pagine che seguono analizzeremo il progetto istituzionale del governo Meloni con la chiarezza che merita — riconoscendone, dove esistono, i meriti di coerenza e compattezza — e affronteremo con eguale franchezza i limiti strutturali dell’opposizione. Con la convinzione che nessuna democrazia si salva solo per opposizione: si salva con una visione. E quella visione, nel campo progressista, è ancora tragicamente assente.

I. Il governo Meloni: coerenza di progetto e compattezza di fronte

Fare critica politica rigorosa impone, prima di tutto, onestà intellettuale. E l’onestà impone di riconoscere quello che il governo Meloni ha dimostrato in questi anni: una coerenza di progetto e una compattezza politica che i suoi avversari non hanno saputo eguagliare. Giorgia Meloni governa da oltre tre anni con la stessa coalizione, gli stessi ministri chiave, la stessa agenda di fondo. Il calo di consensi esiste, ma è contenuto: secondo gli ultimi sondaggi FdI si attesta attorno al 28-29%, Fratelli d’Italia resta il primo partito italiano, e la coalizione di centrodestra nel suo insieme conserva una maggioranza che nessun governo italiano aveva retto con tale continuità almeno dagli anni di Berlusconi.

Questo dato non va rimosso né derubricato a pura propaganda. Il governo Meloni ha una idea di società. Che sia condivisibile o meno è un altro discorso — e non lo è, per chi scrive, nei termini che argomenteremo —, ma l’idea c’è, ed è articolata: Stato forte al centro, privato che opera nello spazio che il pubblico arretra, gerarchie tra territori e tra istituzioni, magistratura ricondotta nei ranghi, identità nazionale come collante. È una visione — organica, coerente, internamente logica — della società del futuro. Noi la contestiamo punto per punto, perché la riteniamo lesiva dei principi costituzionali e dei diritti della persona. Ma non possiamo permetterci il lusso di ignorarla.

La compattezza della maggioranza, peraltro, non è solo il frutto di una disciplina partitica verticale. È anche il prodotto di una narrativa efficace: quella della stabilità come valore supremo, del governo che “porta a termine quello che inizia”, del leader che non teme di andare fino in fondo. In un Paese che ha consumato governi come camicie, questa narrazione attecchisce. Che sia supportata da fatti reali o da un’illusione sapientemente costruita è questione da discutere — e la discuteremo. Ma ignorarla è un errore politico che l’opposizione non può più permettersi.

II. La riforma della magistratura: non solo separazione delle carriere

Chiarito questo punto di metodo, possiamo entrare nel merito. La narrazione dominante vuole che il referendum del 22 marzo riguardi la “separazione delle carriere” tra giudici e pubblici ministeri. Un tema che gode di una certa simpatia trasversale, e che il governo ha abilmente posto al centro della comunicazione, oscurando i contenuti ben più profondi e perturbanti della riforma.

La legge costituzionale approvata nell’ottobre 2025 modifica sette articoli della Costituzione (artt. 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110) e introduce tre cambiamenti strutturali. Primo: vengono istituiti due distinti Consigli Superiori della Magistratura — uno per i giudici, uno per i pm — in luogo del CSM unico che la Costituente del 1948 aveva concepito come “pietra angolare” dell’ordinamento giudiziario. Secondo: i componenti dei nuovi organi non verranno eletti dai magistrati stessi, ma estratti a sorte: solo i magistrati, tra tutti i cittadini italiani, saranno privati del diritto di eleggere i propri rappresentanti. Terzo: viene istituita una nuova Alta Corte disciplinare di rango costituzionale, sottraendo questa funzione ai Consigli superiori.

La proliferazione di organi — tre dove prima ve ne era uno — non rafforza l’indipendenza della magistratura: la parcellizza, la fragilizza, la espone a pressioni politiche che il CSM unitario, con tutti i suoi difetti, ha storicamente retto meglio. Come sottolineano i giuristi del comitato per il No, l’art. 104 Cost. rimarrà formalmente invariato nel proclamare l’autonomia della magistratura, ma i pilastri istituzionali che rendono quell’autonomia effettiva vengono sistematicamente smontati. Non a caso la stessa premier Meloni ha dichiarato pubblicamente la necessità di “fermare l’invadenza” della magistratura rispetto alle decisioni politiche: una affermazione che rivela, più di qualsiasi altro elemento, l’ispirazione autentica del progetto.

Peraltro, va detto con chiarezza: la riforma è stata approvata per la prima volta nella storia repubblicana con un procedimento “blindato” che ha impedito ai parlamentari di presentare emendamenti nelle successive letture. È la prima volta che una modifica costituzionale — uno degli atti più solenni della vita democratica — viene imposta senza possibilità di dialogo parlamentare. Questo, da solo, basterebbe a motivare un voto No.

III. Il paradigma del controllo: decreti, scudo erariale, autonomia differenziata

Il referendum è un tassello. Ma il disegno è più vasto. Nei primi mille giorni di governo, Palazzo Chigi ha prodotto cento decreti legge. In frequenza assoluta, il dato è analogo ai governi precedenti; in profondità dei cambiamenti imposti per via d’urgenza, non lo è. Il “premierato di fatto” — come l’ha efficacemente definito il manifesto — si costruisce pezzo per pezzo: decreti blindati, fiducia sistematica, veto agli emendamenti parlamentari sulle riforme costituzionali.

A fine 2025 è stato istituito lo “scudo erariale”: la Corte dei Conti ha perduto il potere di chiamare gli amministratori pubblici a rispondere pienamente dei danni causati da decisioni politiche errate. Il principio di responsabilità — che è il cuore di ogni Stato di diritto — viene sostituito da una protezione preventiva dell’esecutivo. Nel paradigma Meloni, chi decide non deve rendere conto: né al Parlamento, né ai giudici, né alla Corte dei Conti.

L’autonomia differenziata, pur ridimensionata dalla Corte Costituzionale, continua a strutturare il progetto territoriale del governo: decentrare alle regioni più ricche competenze e risorse, consacrando le disuguaglianze storiche tra Nord e Sud. Il risultato è quella combinazione paradossale — ma politicamente coerente — di centralismo verticale e frammentazione orizzontale dei diritti: il governo al centro decide tutto, ma i diritti dei cittadini dipendono dalla latitudine geografica in cui sono nati.

IV. Sanità e università: lo Stato che si ritira

A gennaio 2026 il Parlamento ha approvato il disegno di legge delega sulla sanità. Il testo concentra risorse e nomine degli “ospedali di terzo livello” sotto il controllo diretto del governo, sottraendoli alle regioni e al sistema territoriale. La medicina di prossimità — quella dei medici di base, dei consultori, dell’assistenza domiciliare — viene definanziata per alimentare poli di eccellenza inaccessibili alla maggioranza dei cittadini. Parallelamente cresce lo spazio ai privati, finanziati con denaro pubblico. È la costruzione di un sistema a doppio binario: cure rapide di qualità per chi può permettersi di pagare, lunghe attese e servizi degradati per tutti gli altri. Il diritto alla salute, sancito dall’art. 32 della Costituzione come “fondamentale”, si trasforma in un bene di consumo.

L’università pubblica vive una crisi analoga, aggravata da riforme che ne accelerano il declino. L’Italia conta già il 23% di laureati tra i 25 e i 64 anni, contro il 46% della Francia. Nel decennio 2011-2024 ben 630.000 giovani tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato il Paese; nel 2024 il 40% degli emigrati era laureato; in dieci anni circa 14.000 ricercatori si sono trasferiti all’estero. Su questo sistema già fragile si abbattono ora il decreto sulle figure precarie (giugno 2025), la riforma dell’ANVUR trasformata da agenzia indipendente a braccio ministeriale (gennaio 2026), la nuova legge sui concorsi che indebolisce i criteri qualitativi. Intanto le università telematiche private — la maggiore, Multiversity SpA, è di proprietà del fondo inglese CVC Capital Partners — accumulano 70 milioni di profitti annui con un rapporto docenti-studenti dieci volte peggiore degli atenei pubblici. Nel novembre 2025, 140 Società scientifiche hanno firmato un documento d’allarme: “Si profila un sistema sempre più centralizzato, meno libero, meno capace di produrre sapere critico e innovazione.”

V. Lo Stabilicum e il domino finale: costruire le regole su misura

Il 26 febbraio 2026 — nella notte, in un blitz consumato nella sede di via della Scrofa — il centrodestra ha depositato alla Camera e al Senato la nuova proposta di legge elettorale, già ribattezzata “Stabilicum”: proporzionale con premio di governabilità alla coalizione che superi il 40% dei voti (70 seggi alla Camera, 35 al Senato), sbarramento al 3%, indicazione obbligatoria del candidato premier nel programma di coalizione. I collegi uninominali — quelli che nel 2022 avevano garantito la maggioranza alla destra, ma che con un’opposizione unita avrebbero oggi prodotto un sostanziale pareggio secondo le simulazioni di YouTrend — vengono eliminati.

L’operazione politica è trasparente. Con l’attuale Rosatellum e un centrosinistra unito, le simulazioni mostrano la Camera con 192 seggi al centrosinistra contro 186 al centrodestra, e un sostanziale pareggio al Senato: nessuna maggioranza assoluta, necessità di trattare, fine della stabilità monocromatica di Palazzo Chigi. Con lo Stabilicum, lo stesso centrodestra passerebbe dal 46% dei voti al 57% dei seggi: una distorsione della rappresentatività che molti costituzionalisti giudicano a rischio Consulta. Cambiare le regole del gioco a diciotto mesi dalle elezioni, esattamente quando il vecchio sistema inizia a sfavorire chi governa: questa è la reale posta del progetto Meloni.

Il premierato formale — la riforma costituzionale che avrebbe introdotto l’elezione diretta del Presidente del Consiglio — è stato prudentemente accantonato, non rinunciato. La strategia è più sottile: costruire con la legge ordinaria gli effetti del premierato senza passare per la revisione costituzionale e il relativo referendum. Come scrive Arianna Meloni, responsabile della segreteria FdI: “La nuova legge elettorale anticiperà il premierato, la madre di tutte le riforme.” Un’ammissione di rara chiarezza su ciò che si persegue.

VI. Il campo largo e la crisi dell’alternativa: la sinistra di fronte allo specchio

Fin qui la critica al governo Meloni. È fondata, è documentata, è necessaria. Ma sarebbe disonesto fermarsi qui, come se la democrazia italiana si potesse salvare per inerzia del governo avverso, senza che chi gli si oppone si assuma la responsabilità di proporre qualcosa di meglio.

La realtà è che il cosiddetto “campo largo” — PD, M5S, AVS e alleati minori — ha contrasto con forza molte delle politiche descritte in queste pagine. Ma ha offerto, finora, una resistenza senza visione. Ha detto no alla riforma della magistratura, no all’autonomia differenziata, no allo Stabilicum. No, no, no. Il diritto all’opposizione è sacrosanto. Ma gli elettori — quelli che si allontanano dai seggi ad ogni tornata, quelli che non si sentono rappresentati da nessuno degli schieramenti — chiedono qualcosa di più di un catalogo di rifiuti: chiedono un’idea di futuro.

E all’interno dello stesso centrosinistra le contraddizioni sono laceranti. Il PD si divide sulla pace e sulla guerra: vi sono esponenti dem che sostengono il riarmo europeo e il supporto militare all’Ucraina in termini quasi identici a quelli del governo Meloni, e altri che invocano una via diplomatica immediata. Su Israele e la Palestina la frattura è ancora più profonda: mentre una parte del partito sottoscrive le posizioni dei movimenti per il cessate il fuoco e per il riconoscimento dello Stato palestinese, un’altra rimane agganciata a formule di “dialogo” che suonano vuote di fronte ai dati del massacro in corso a Gaza. Queste non sono sfumature: sono contraddizioni di sostanza che lacerano la credibilità dell’alleanza di fronte agli elettori più sensibili ai temi della pace e dei diritti internazionali.

Il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte occupa uno spazio di protesta sociale — i rider sfruttati, i giovani sottopagati, il reddito di base — che è reale e prezioso, ma che stenta a tradursi in un programma di governo credibile. Conte è abile nell’identificare le ferite sociali; lo è meno nel proporre le cure strutturali. Carlo Calenda e Azione hanno scelto la strada dell’autonomia — correre da soli, proporre un centro “pragmatico e riformista” — accentuando la frammentazione e riducendo lo spazio per un’alternativa coesa. La nuova legge elettorale, con la sua soglia al 3% e l’obbligo di indicare il candidato premier, renderà questa frammentazione ancora più costosa.

Il risultato è che la mossa dello Stabilicum — pur essendo un’operazione politicamente scorretta, costruita su misura per perpetuare il potere dell’attuale maggioranza — ha centrato l’obiettivo politico: ha aperto nel campo progressista una discussione sul leader, sulle primarie, sulle alleanze, che rischia di consumare le energie che andrebbero dedicate alla costruzione di un programma. Come ha scritto con lucidità il Fogliettone: “Il problema per il centrosinistra non è più solo quello di opporsi a una legge, ma di dimostrare di esistere come alternativa di governo.”

VII. Cosa propone la sinistra? Appunti per un progetto di paese

È tempo che le forze progressiste smettano di inseguire le trappole del governo e inizino a costruire la loro. Non con i gazebo delle primarie come primo atto della stagione politica, ma con un programma. Non con i tatticismi sulle alleanze, ma con una visione del Paese che si vuole costruire. Non con il linguaggio dell’emergenza permanente — “bisogna fermare Meloni” — ma con il linguaggio della proposta concreta.

Questa visione esiste, nei fatti e nella Costituzione. La Carta del 1948 è già un programma di governo straordinariamente attuale: basta leggerla. L’art. 1 (la sovranità appartiene al popolo), l’art. 3 (compito della Repubblica è rimuovere gli ostacoli all’uguaglianza sostanziale), l’art. 32 (la salute come diritto fondamentale), l’art. 33 (libertà dell’arte e della scienza), l’art. 36 (retribuzione proporzionata e sufficiente), l’art. 53 (il sistema fiscale deve essere progressivo). Attuare la Costituzione non è uno slogan: è un programma di governo che nessun governo italiano ha mai realizzato pienamente.

Su questa base, alcune linee concrete. Sul piano istituzionale: difesa della separazione dei poteri come patrimonio non negoziabile, riforma del CSM che ne rafforzi l’indipendenza senza smantellarne l’autogoverno, e impegno vincolante a non modificare la legge elettorale a ridosso delle elezioni senza un accordo parlamentare largo. Sul piano sociale: un Servizio sanitario nazionale universale, finanziato con risorse adeguate e non con i tagli ai servizi territoriali; un piano straordinario per l’università e la ricerca, con obiettivi di avvicinamento ai livelli europei di investimento; un salario minimo legale dignitoso e la lotta alla precarietà strutturale del mercato del lavoro. Sul piano internazionale: un impegno per la pace in Ucraina che non escluda la via diplomatica, il riconoscimento dello Stato palestinese come atto minimo di coerenza con il diritto internazionale, e la costruzione di un’Europa della difesa comune che non sia solo un aumento delle spese militari nazionali.

Su questi temi, le contraddizioni interne al campo progressista devono essere risolte — non rinviate. Risolte con chiarezza e con coraggio, anche a costo di perdere qualche alleato che non è davvero tale. Una coalizione che governa con una voce sola su dieci punti essenziali vale più di una coalizione che conta venti partiti e non riesce a decidere nulla. La storia italiana degli ultimi trent’anni offre esempi eloquenti in entrambe le direzioni.

Va detto, infine, qualcosa di scomodo: il campo progressista ha bisogno di fare pulizia interna. Non nel senso brutale delle purghe, ma nel senso della chiarezza. Chi non condivide i valori di base — la pace come metodo, i diritti umani come universali, la difesa della Costituzione come priorità non negoziabile — non può essere parte di una coalizione che su quei valori vuole vincere. I rami secchi che alimentano le contraddizioni interne — quelli che sul genocidio di Gaza trovano distinguo imperdonabili, quelli che sul riarmo si scopre più vicini a Meloni che a Schlein — andrebbero potati con rispetto ma con fermezza. Non è intolleranza: è la condizione minima per essere credibili.

VIII. Il 22 marzo: democrazia come pratica quotidiana

C’è una tentazione, in queste settimane di campagna referendaria, di ridurre la posta in gioco a una questione tecnica. È una tentazione da respingere. Il 22 marzo non si vota su una procedura: si vota su un’idea di Stato.

Il governo Meloni ha una visione coerente, lo abbiamo riconosciuto. Ed è esattamente questa coerenza che la rende pericolosa: non è il caos improvvisato del populismo, ma il progetto organizzato dell’autoritarismo soft. La centralizzazione del potere esecutivo, l’erosione dei contrappesi istituzionali, la privatizzazione dei diritti, la riscrittura delle regole elettorali su misura — tutto questo si regge su una logica che, se non viene fermata, diventa irreversibile.

Il No al referendum non è la soluzione di tutti i problemi. Non risolverà le contraddizioni del centrosinistra, non costruirà da solo l’alternativa che manca, non sostituirà il lavoro politico che i progressisti devono fare su se stessi. Ma è il primo atto necessario: fermare il domino prima che cada l’ultimo tassello. Una vittoria del Sì — come scrivono gli analisti più lucidi — sarebbe il vento in poppa che Meloni aspetta per procedere con la nuova legge elettorale e con il premierato, formale o sostanziale che sia.

Come ricordava Gustav Heinemann: “La libertà non è qualcosa che si possiede. È qualcosa che si pratica.” Praticarla, il 22 e il 23 marzo, significa andare ai seggi. Significa votare No. E significa, il giorno dopo, riprendere il lavoro più lungo e più difficile: costruire l’alternativa che questo Paese merita. Non con le illusioni, ma con le certezze di chi sa cosa vuole. Con la forza di chi sa da che parte sta. Con la chiarezza di chi non ha paura di dirlo.

Note e fonti

¹ Algostino A., Giorgi C., della Porta D., Pallante F., Pianta M., “Il paradigma Meloni e il No al referendum”, il manifesto, 23 febbraio 2026. Ripubblicato su sbilanciamoci.info.

² CGIL, “Referendum giustizia, 5 motivi per votare No”, gennaio 2026; CGIL, “Riforma della magistratura, le ragioni del No”, febbraio 2026.

³ Sulla struttura della riforma: truenumbers.it, “Referendum giustizia 2026: guida definitiva”; money.it, “Il referendum giustizia 2026 spiegato bene”, febbraio 2026.

⁴ Sul “premierato di fatto”: il manifesto, “Il premierato di fatto è già tra noi”, gennaio 2025; rivistailmulino.it, “Premierato e legge elettorale: il bivio di Giorgia Meloni”, luglio 2025.

⁵ Sulla legge elettorale “Stabilicum”: editorialedomani.it, “Depositata la legge elettorale voluta da Meloni”, 27 febbraio 2026; ilfattoquotidiano.it, “Legge elettorale proporzionale con premio: come avvantaggia la destra”, 27 febbraio 2026; simulazione YouTrend per SkyTg24, febbraio 2026.

⁶ Sull’opposizione e le sue contraddizioni: ilfogliettone.it, “Legge elettorale, la mossa di Meloni centra l’obiettivo: Schlein e Conte costretti a un duello”, 26 febbraio 2026; quotidianodelsud.it, “L. elettorale, campo largo dice no ma si apre partita leadership”, 26 febbraio 2026.

⁷ Sui dati università: OCSE Education at a Glance 2024; ISTAT, Rapporto annuale 2024. Sul documento delle 140 Società scientifiche, novembre 2025.

⁸ Arianna Meloni su premierato e legge elettorale: ilgiornale.it, intervista, dicembre 2025.

I NUOVI SCHIAVI DELL’ALGORITMO

Caporalato digitale, sfruttamento sistemico e complicità delle multinazionali

L’immagine che non vogliamo vedere

Sono le sette del mattino. In una città italiana qualunque, un uomo di trentacinque anni inforca la bicicletta sotto la pioggia. Ha la febbre. Ma non può permettersi di restare a casa, perché se non pedala non mangia, e se non mangia non manda i quattrocento euro mensili alla famiglia rimasta in Pakistan. L’algoritmo lo aspetta. Il software sa già dove si trova, monitora la velocità con cui pedala, conta i minuti di ritardo, registra ogni rifiuto di consegna. Lui non ha un capo umano che lo guarda negli occhi: ha uno schermo che lo giudica, un codice che lo premia o lo punisce, un sistema che non conosce malattia, stanchezza, dignità.

Questa non è una metafora letteraria. È la realtà quotidiana di decine di migliaia di lavoratori che operano per le grandi piattaforme del food delivery in Italia. È la storia che la Procura di Milano ha deciso, con coraggio e determinazione, di portare finalmente davanti alla giustizia.

Il caporalato non muore: si digitalizza

Per secoli il caporale è stato un uomo in carne e ossa, spesso brutale, che reclutava braccianti disperati sui sagrati delle chiese o nelle piazze dei paesi meridionali, li caricava su furgoni all’alba e li portava nei campi a raccogliere pomodori per pochi spiccioli. Quella figura sembrava destinata alla storia. Ci sbagliavamo.

Il caporalato del ventunesimo secolo non porta il cappello e non urla ordini. Si chiama app, si chiama algoritmo, si chiama piattaforma digitale. Il meccanismo di sfruttamento è identico, la tecnologia è semplicemente più efficiente e più invisibile. Come ha lucidamente osservato Andrea Borghesi, segretario generale di Nidil-CGIL, siamo di fronte a “una grande massa di riserva a disposizione delle aziende, che possono scegliere chi far lavorare a prezzi sempre più bassi”. I nomi cambiano, la sostanza rimane: qualcuno lavora per sopravvivere, qualcun altro incassa miliardi.

La Procura di Milano, guidata dal procuratore Marcello Viola e con l’instancabile lavoro del PM Paolo Storari e dei Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro coordinati da Loris Baldassarre, ha emesso nel febbraio 2026 un decreto urgente di controllo giudiziario nei confronti di Deliveroo Italy, con un fatturato di 240 milioni di euro nel 2024 e ventimila fattorini in tutta Italia. L’accusa è quella già contestata a Glovo-Foodinho poche settimane prima: caporalato. Lo stesso reato, lo stesso meccanismo, la stessa sistematica violazione della dignità umana.

I numeri della vergogna

Le cifre contenute nel decreto del PM Storari sono agghiaccianti nella loro precisione. Tra i rider esaminati nel corso delle indagini, l’81,1% percepisce un reddito netto annuo al di sotto della soglia di povertà, nonostante lavori un numero di ore significativamente superiore al normale orario settimanale. Trentacinque ciclofattorini su trentasette, il 94%, guadagnano meno del minimo previsto dal Contratto Collettivo Nazionale della Logistica e dei Trasporti, con uno scostamento medio di oltre settemila euro annui rispetto alla soglia di povertà, e punte che raggiungono i quindicimila trecento euro.

Parliamo di lavoratori che pedalano cento, centocinquanta chilometri al giorno per consegnare pizze e sushi a quattro euro a consegna, o anche meno: tre euro e qualche centesimo, nel migliore dei casi. Le attese tra una consegna e l’altra non sono pagate. I costi per la bicicletta o il motorino, la manutenzione, il carburante, sono interamente a carico del lavoratore, spesso superiori a duecento euro al mese. Formalmente autonomi, sostanzialmente subordinati: senza ferie, senza malattia, senza tutele previdenziali degne di quel nome.

La Procura stessa, con parole di rara durezza per un testo giuridico, parla di retribuzioni “non proporzionate né alla qualità né alla quantità del lavoro prestato”, in violazione dell’articolo 36 della Costituzione, che garantisce il diritto a una retribuzione “sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Quella norma, evidentemente, per i rider non esiste.

Le voci che il silenzio non può più coprire

Ma dietro i numeri ci sono persone. Le testimonianze raccolte dai Carabinieri e depositate agli atti del procedimento hanno il sapore bruciante della verità vissuta.

Afrid: “Lavoro dal lunedì alla domenica senza riposo. Ogni giorno inizio alle 9 e finisco alle 15, ricomincio alle 18 e termino alle 22. Devo fare questo lavoro per me e la mia famiglia, non ho altro. Mi è capitato di rimanere infortunato: sono dovuto restare fermo, non guadagnavo nulla. Non è giusto.”

Ahmad: “Lavoro anche 12-14 ore. Le difficoltà sono fisiche e mentali per la troppa fatica.”

Un rider nigeriano: “Lavoro 7 giorni su 7 per circa 11 ore al giorno. La mia paga non è sufficiente. Per tale motivo svolgo un secondo lavoro come facchino in un hotel per 5 giorni a settimana dalle ore 23 fino alle 7. Devo inviare circa 600 euro alla mia numerosa famiglia che vive in Nigeria.”

Un altro rider: “Con 800-900 euro al mese non ce la faccio. Lavoro tante ore perché devo aiutare la mia famiglia: 250 euro per il posto letto, 400 li mando in Bangladesh, il resto per mangiare.”

C’è anche un lavoratore di cinquantatré anni che confessa con amarezza: “Diventa sempre più difficile”. E Ozioma, che ha dovuto fermarsi perché “ha sentito dolori al petto”. Sono storie di corpi che cedono sotto il peso di un sistema che non contempla la possibilità della stanchezza, della malattia, dell’essere umani.

Il Grande Fratello digitale e la trappola del consenso

Il cuore tecnologico di questo sistema di sfruttamento è l’algoritmo. La piattaforma traccia in tempo reale la posizione GPS di ogni rider, monitora velocità e traiettoria, conteggia ogni ritardo, registra ogni rifiuto. Accettare una consegna troppo poco remunerativa? L’algoritmo lo sa. Rifiutare perché la corsa è insostenibile? Il software abbassa il punteggio, riduce le assegnazioni future, nella peggiore delle ipotesi blocca o sospende l’account senza preavviso.

Si tratta di quello che gli inquirenti definiscono “caporalato digitale”: un controllo pervasivo sul comportamento dei lavoratori attraverso “premi e punizioni” automatizzate, un Grande Fratello che non dorme mai e che trasforma ogni gesto lavorativo in dato da ottimizzare. La dignità del lavoratore non è una variabile contemplata dall’algoritmo: conta soltanto la performance, il numero di consegne, il tempo di risposta.

E il consenso? È una parola svuotata di senso quando chi firma il contratto lo fa con l’acqua alla gola. La Corte di Cassazione, richiamata nel provvedimento del PM Storari, ha chiarito che per configurare lo sfruttamento non è necessario uno stato di necessità assoluta: è sufficiente una “grave difficoltà, anche temporanea”, tale da limitare la libertà di scelta. I rider, in larga parte migranti con famiglie da mantenere e nessuna alternativa immediata, si trovano esattamente in questa condizione. Accettano tutto. Devono accettare tutto.

Le multinazionali nell’ingranaggio: nessuno può dirsi innocente

La mossa più coraggiosa e politicamente significativa dell’inchiesta milanese è tuttavia un’altra: l’estensione delle indagini alle grandi multinazionali del food che si avvalgono dei servizi di Deliveroo e Glovo. Il 25 febbraio 2026, in contemporanea con il decreto su Deliveroo, i Carabinieri si sono presentati nelle sedi italiane di McDonald’s, Burger King, Carrefour, Esselunga, Crai, Poke House e KFC per acquisire documenti e verificare modelli organizzativi.

Il principio giuridico è chiaro e di straordinaria portata: chi si avvale di una filiera produttiva fondata sullo sfruttamento non può invocare l’ignoranza o la distanza contrattuale come scudo. Modelli organizzativi inadeguati a prevenire lo sfruttamento potrebbero configurare, secondo la Procura, una forma di agevolazione colposa del caporalato. In altre parole: voi che guadagnate sulla pena dei rider, cosa avete fatto — e cosa potevate fare — per spezzare questo circuito?

Non è la prima volta che la magistratura milanese percorre questa strada. Le stesse logiche sono state applicate, con risultati significativi, nel settore della moda: Armani, Dior, Louis Vuitton, Tod’s sono stati raggiunti da indagini che, risalendo la catena degli appalti e dei subappalti, sono arrivate alle fabbriche clandestine dove lavoratori cinesi cucivano borse e abiti griffati per pochi euro a pezzo. Il meccanismo è identico: delegare lo sporco lavoro a chi sta più in basso nella catena, lavarsene le mani con un codice etico esposto sul sito aziendale, incassare i profitti.

Il silenzio della politica e il coraggio della magistratura

Occorre dirlo con chiarezza: in questo campo, la politica italiana ha clamorosamente mancato al suo dovere. Il contratto firmato nel 2020 tra Assodelivery e l’UGL — un sindacato minoritario e, in questo settore, privo di reale rappresentatività — ha istituito il sistema del pagamento a cottimo, escludendo i tempi di attesa e fissando compensi irrisori. Da allora, il tavolo di confronto con le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative si è riunito, come denuncia Borghesi di Nidil-CGIL, soltanto due volte in un anno e mezzo, senza alcun risultato concreto.

L’Italia avrebbe dovuto recepire entro il 2025 la Direttiva europea sul lavoro nelle piattaforme digitali, uno strumento normativo che — pur giunto all’approvazione finale in forma molto indebolita rispetto alla proposta originaria — avrebbe potuto fornire qualche tutela aggiuntiva. Di questo recepimento, a febbraio 2026, non vi è ancora traccia. Il legislatore tace. Le aziende prosperano. I rider pedalano nella pioggia.

In questo vuoto di responsabilità politica e istituzionale, è intervenuta la magistratura. Non per vocazione imperialistica, ma perché qualcuno — come ha sottolineato Borghesi — “avrebbe dovuto vedere e ha scelto di non farlo”. Il PM Storari e i Carabinieri del Lavoro hanno fatto il loro dovere. Ora tocca a tutti gli altri fare il proprio.

Una questione di civiltà

Esistono i nuovi schiavi. Non portano catene visibili: portano uno smartphone con un’app aperta, una borsa termica sul portapacchi, una divisa con il logo di un’azienda che fattura centinaia di milioni. Sono migranti, spesso irregolari o in condizione precaria, che hanno traversato oceani e deserti per approdare a questo: tremila calorie bruciate ogni giorno per quattro euro a consegna.

Il loro sfruttamento non è un effetto collaterale indesiderato di un sistema altrimenti funzionante. È il modello di business. È la condizione necessaria affinché un consumatore possa ricevere la sua pizza calda in trenta minuti pagando prezzi contenuti, affinché le piattaforme possano presentare bilanci in crescita agli azionisti, affinché le multinazionali del fast food possano ampliare le reti di distribuzione senza farsi carico di alcun costo del lavoro. Il rider è il punto più debole della catena, quello su cui viene scaricato il rischio d’impresa, la variabilità della domanda, il costo della flessibilità.

Chiamarlo “lavoro autonomo” è una mistificazione linguistica al servizio di interessi economici ben precisi. Chiamarlo libertà è un insulto alla intelligenza e alla sofferenza di chi vive questa condizione ogni giorno.

La giustizia da sola non basta

L’intervento della Procura di Milano è necessario, doveroso, e va salutato come un atto di civiltà giuridica. Ma nessuna inchiesta penale, per quanto coraggiosa, può sostituire una riforma strutturale del lavoro su piattaforma. Servono norme chiare che sanciscano la subordinazione di fatto dei rider, con tutti i diritti che ne conseguono. Serve un contratto collettivo negoziato con i sindacati realmente rappresentativi. Serve che la direttiva europea venga recepita non come obbligo burocratico da adempiere al minimo sindacale, ma come opportunità per costruire un sistema più giusto.

Servono consumatori consapevoli, che sappiano che il costo di quella pizza consegnata in venti minuti include, da qualche parte nella catena, la salute e la dignità di un essere umano. E servono multinazionali che smettano di nascondersi dietro i codici etici e inizino ad assumersi la responsabilità reale di quanto accade nella loro filiera.

I “dannati dell’algoritmo”, per usare l’espressione evocativa con cui questa storia è stata raccontata, aspettano. Pedalano sotto la pioggia, dormono in otto in un appartamento, mandano soldi a casa e sognano una vita più giusta. Meritano qualcosa di più di una sentenza. Meritano un paese che decida, finalmente, da che parte stare.

Mario Sommella

mariosommella.wordpress.com

26 febbraio 2026

LA COSTITUZIONE TRADITA

Riforme che non riformano, poteri che non rappresentano

I. Una promessa scritta nel sangue, mai del tutto mantenuta

Prima di parlare di riforme costituzionali, bisognerebbe avere il coraggio di porsi una domanda scomoda, quasi ovvia nella sua semplicità, eppure sistematicamente elusa dal dibattito pubblico: questa Costituzione, nata dalla Resistenza, scritta da uomini e donne che avevano appena attraversato il fascismo e la guerra, è stata mai veramente applicata? Interamente, nella sua parte più impegnativa e visionaria?

La risposta — a guardare con onestà la storia repubblicana, senza le lenti distorcenti della retorica celebrativa che ogni anno si consuma il 25 aprile e il 2 giugno — è no. Non interamente. Non nei suoi articoli più esigenti, quelli che davano alla nostra Carta il suo carattere genuinamente rivoluzionario, quelli che avrebbero dovuto trasformare una società ancora segnata dalle disuguaglianze profonde del Novecento in qualcosa di radicalmente più giusto.

L’articolo 3, secondo comma, afferma che «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Parole di una modernità straordinaria, che pochi sistemi costituzionali al mondo hanno saputo eguagliare. Ma chi ha mai rimosso quegli ostacoli? L’uguaglianza sostanziale — quella che non si limita a dichiarare i diritti sulla carta, ma che dovrebbe tradursi in parità reale di condizioni e opportunità — è rimasta per lo più una dichiarazione d’intenti, un orizzonte filosofico, un promemoria morale mai trasformato in politica concreta.

L’articolo 4 proclama il diritto al lavoro e obbliga la Repubblica a promuovere le condizioni che lo rendano effettivo. È bastata qualche decina d’anni per trasformare quello stesso lavoro in merce precaria, usa e getta, per smontare pezzo per pezzo le tutele conquistate con decenni di lotte, e per convincere intere generazioni che la flessibilità totale — il lavoro senza contratto, senza orario, senza futuro — fosse non solo inevitabile ma addirittura auspicabile, sinonimo di libertà piuttosto che di abbandono.

L’articolo 46 prevede il diritto dei lavoratori a partecipare alla gestione delle aziende, in armonia con le esigenze della produzione. È una norma che, settantasette anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione, non è mai stata attuata. Nessuna legge ordinaria l’ha mai tradotta in realtà. Nessun governo, di nessun colore, ha mai ritenuto necessario o opportuno dare concretezza a quella previsione. L’articolo 39, che avrebbe dovuto fondare il sistema sindacale su basi certe, democratiche, verificabili, è rimasto lettera morta. E il salario minimo legale, che la Costituzione implica chiaramente all’articolo 36 — «il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa» — è arrivato come proposta solo nelle ultime legislature, per essere bloccato proprio dal governo che oggi si fa paladino della revisione costituzionale.

La Costituzione, insomma, è stata rispettata quando conveniva. Le sue norme di garanzia — quelle che limitano l’arbitrio dei poteri forti, che proteggono la libertà individuale dagli abusi dello Stato — sono state onorate, sia pure con alterne vicende. Le sue norme di promozione sociale, quelle che avrebbero dovuto trasformare i rapporti di forza tra capitale e lavoro, quelle che davano alla Repubblica un mandato attivo nella riduzione delle disuguaglianze, sono state quasi sempre disattese, accantonate, dimenticate. È come se avessimo edificato una casa meravigliosa, l’avessimo abitata occupando soltanto le stanze più comode — quelle delle libertà formali, dei diritti civili, delle garanzie processuali — e avessimo lasciato chiuse a chiave, per decenni, quelle che avrebbero potuto cambiarci davvero la vita: le stanze dei diritti sociali, della redistribuzione, della partecipazione democratica sostanziale.

E ora, dopo che quella casa non è mai stata abitata per intero, dopo che i suoi locali più preziosi sono rimasti inaccessibili, qualcuno vuole abbatterla. Non per costruirne una più grande, o più bella, o più giusta. Ma per rifarne la pianta, abbassare i soffitti, chiudere le finestre che danno sulla piazza.

II. JP Morgan lo disse senza pudore: le vostre costituzioni sono troppo umane

Non è un segreto. Non è una teoria del complotto, non è una suggestione da web, non è il prodotto di una mente cospirativa che unisce punti immaginari. È un documento. Un documento redatto da professionisti della finanza, pubblicato e diffuso, rimasto in circolazione per anni prima di scomparire quasi del tutto dal dibattito pubblico — non perché smentito, ma perché scomodo.

Il 28 maggio 2013, JP Morgan Chase — la potente banca d’affari statunitense che era già stata formalmente accusata dal governo federale americano di corresponsabilità nella crisi dei mutui subprime che aveva devastato l’economia globale dal 2008 — pubblicò un report di sedici pagine intitolato «L’aggiustamento dell’area euro: siamo a metà strada». Un documento tecnico, in apparenza. Un contributo all’analisi della crisi del debito sovrano europeo, con raccomandazioni per i governi. Se ne occuparono in pochi, e tra quelli che lo lessero, ancor meno segnalarono il passaggio più rivelatore.

Gli analisti della banca — tra cui David Mackie, Malcom Barr, Marco Protopapa, Alex White, Greg Fuzesi e Raphael Brun-Aguerre — scrivevano che i problemi dell’Europa meridionale non erano soltanto economici, ma anche e soprattutto politici. E li individuavano con una franchezza che, a rileggerla oggi, risulta quasi oscena nella sua spudoratezza:

«I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo.»

Quali sarebbero, secondo JP Morgan, queste caratteristiche intollerabili, questi difetti strutturali da correggere con urgenza? La banca li elencava con metodica precisione: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti, governi centrali deboli nei confronti delle regioni, tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori, sistemi di consenso fondati sul clientelismo, e — si noti bene, con tutta la lucidità analitica che solo una vera potenza finanziaria sa produrre — «la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo».

Il diritto di protestare. Il fastidio dei banchieri di Manhattan era rivolto, tra le altre cose, al fatto che i cittadini europei potessero scendere in piazza, organizzarsi, fare sentire la propria voce quando i governi propongono misure che li danneggiano. Questo, per JP Morgan, era un’inefficienza strutturale da eliminare. Uno scarto di sistema da correggere. La soluzione implicita era lineare: riformare — o meglio, smantellare — le costituzioni nate dalla lotta antifascista, troppo sociali, troppo protettive dei lavoratori, troppo orientate verso i diritti delle persone, troppo lontane dalla logica del mercato e dell’efficienza finanziaria.

Il documento fece un certo scalpore quando fu reso noto, sollevando le reazioni di intellettuali e giuristi: il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky commentò che nel rapporto di JP Morgan «si è letto che la nostra è una Costituzione infida». Barbara Spinelli, dalle colonne di Repubblica, scrisse che la banca «sale sul pulpito e riscrive le biografie, compresa la propria, consigliando alle democrazie di darsi come bussola non più Magne Carte, ma statuti bancari e duci forti». L’ex giudice costituzionale Paolo Maddalena parlò di riforma «ispirata» da quel documento. Ma la notizia, come spesso accade con le scomodità strutturali, fu assorbita e dimenticata.

Vale invece la pena ricordarla oggi, e ricordarla bene, perché la mappa tracciata da Manhattan nel 2013 assomiglia in modo inquietante alle direzioni di marcia degli ultimi anni. Il pareggio di bilancio è già entrato in Costituzione nel 2012, con il consenso trasversale — quasi unanime — di quasi tutti i partiti, in un atto di silenzioso conformismo alle direttive europee e ai diktat della finanza internazionale. La precarizzazione del lavoro ha proseguito il suo corso inarrestabile, smontando progressivamente le tutele che avevano reso l’articolo 18 e lo Statuto dei lavoratori un modello nel mondo. E ora si discute di rafforzare ulteriormente l’esecutivo, indebolire i contrappesi istituzionali, ridurre gli spazi di autonomia della magistratura. La finestra si restringe. L’aria che entra dalla piazza diminuisce. I soffitti si abbassano.

III. Gli eredi della sconfitta: la rivalsa contro una Carta partigiana

C’è una dimensione di questa vicenda che il dibattito ordinario tende a rimuovere, perché è la più politicamente scottante, la meno comoda da affrontare nei salotti televisivi e nelle tribune parlamentari. Eppure è, forse, la chiave interpretativa più onesta per comprendere cosa stia accadendo davvero.

Il partito che guida questo governo — Fratelli d’Italia, erede dichiarato del Movimento Sociale Italiano, fondato nel 1946 da reduci del regime e della Repubblica Sociale, passato attraverso Alleanza Nazionale senza mai compiere la rottura radicale con la propria genealogia — non ha mai davvero fatto i conti con quella storia. Non nel modo in cui la Democrazia Cristiana tedesca si costruì su una distanza netta e irreversibile dal nazismo, non nel modo in cui altre forze europee hanno riscritto la propria identità su basi inequivocabilmente antifasciste. Le trasformazioni nominali ci sono state, i contenuti dei simboli sono stati sfumati, il linguaggio è cambiato. Ma la sostanza di quella continuità, rivendicata nei decenni con vari gradi di esplicitazione, non è mai stata davvero abbandonata.

La Costituzione del 1948 non fu soltanto un testo giuridico. Fu la sanzione solenne e pubblica della sconfitta di quel mondo: del fascismo, del regime, di chi aveva creduto che la concentrazione assoluta del potere in un solo uomo e in un solo partito fosse non solo possibile ma desiderabile. Fu scritta da chi il fascismo lo aveva combattuto nelle montagne e nelle città, da chi nei lager aveva perduto fratelli e compagni, da chi aveva scelto la clandestinità piuttosto che la complicità, da chi aveva rischiato la vita per un’idea di Italia radicalmente diversa. Ogni suo articolo porta il segno di quella scelta. La divisione dei poteri, l’indipendenza della magistratura, la libertà di manifestazione e di associazione, la tutela dei diritti sociali: tutto nasce dalla consapevolezza di chi aveva visto — non nei libri di storia, ma nella propria carne viva — dove portava la concentrazione del potere in mano a uno solo.

Chi non ha mai accettato quella sconfitta, chi l’ha vissuta come un’umiliazione storica da riscattare, ha oggi nelle mani gli strumenti per farlo. E lo fa con metodo, con pazienza, attraverso i meccanismi della democrazia stessa. Che è, in fondo, la più raffinata delle rivincite: usare le regole della casa che ti ha sconfitto per demolirla dall’interno, articolo per articolo, istituzione per istituzione, fino a che l’edificio ha ancora la stessa facciata ma ha cambiato struttura portante.

Non è populismo d’opposizione affermare questo. È analisi storica. E l’analisi storica impone di guardare in faccia la continuità tra ieri e oggi, tra il tentativo di svuotare la democrazia dall’interno e la lunga parabola di chi quella democrazia non ha mai considerato pienamente propria. Come ha scritto, con parole essenziali, uno dei commentatori che ha ispirato questo articolo: «La Costituzione è la vera nemica. È la loro vergognosa sconfitta.» Non è insulto. È analisi. E l’analisi merita di essere presa sul serio.

IV. Se la finestra sbatte, si ripara la finestra. Non si demolisce la casa

Lasciamo per un momento le grandi narrazioni storiche e politiche. Scendiamo su un piano più immediato, più concreto, più domestico. Un piano che chiunque — al di là delle simpatie politiche, al di là della formazione giuridica — può capire e valutare.

Immaginate di avere una casa. Una casa costruita bene, con materiali solidi, da artigiani capaci e motivati. Una casa che ha resistito settantasette anni di intemperie, che ha attraversato crisi economiche, governi instabili, tentativi di destabilizzazione. Una casa, certo, con le sue imperfezioni: qualche crepa nei muri, qualche infisso che cigola, qualche stanza che non è mai stata ultimata come si sarebbe dovuto. Ma una casa abitabile, sicura nelle sue fondamenta, riconoscibile nella sua struttura.

Ora immaginate che una finestra, esposta al vento, sbatta. Lasci entrare qualche soffio d’aria. Ogni tanto, quando il vento è forte, il rumore disturba. La soluzione logica, quella che qualunque persona di buon senso adotterebbe, è riparare la finestra: cambiare la guarnizione consumata, sistemare la chiusura, al limite sostituire il telaio. Non ci vuole un architetto di grido. Bastano un falegname esperto, del materiale adatto, un pomeriggio di lavoro.

Nessun ingegnere sano di mente propone, di fronte a uno spiffero, di abbattere l’intera struttura portante. Di rifare le fondamenta. Di ricostruire i muri. Di ridisegnare la pianta dell’edificio. Di trasformare una casa progettata per ospitare molte persone in modo equilibrato in qualcosa di completamente diverso, con stanze che servono a chi ha il potere e corridoi che confinano chi non ce l’ha.

Eppure è esattamente questo che si sta proponendo con l’attuale riforma della giustizia e della separazione delle carriere, con la progressiva concentrazione di poteri nell’esecutivo, con l’indebolimento dei contrappesi istituzionali che caratterizza questa stagione politica. Se c’è inefficienza nella magistratura — e ce n’è, come in ogni istituzione umana — si può intervenire con strumenti ordinari: sull’organizzazione degli uffici, sulla formazione dei magistrati, sui tempi dei processi, sui meccanismi disciplinari. Tutto questo è possibile, e sarebbe necessario, senza toccare la Costituzione. Senza stravolgere l’equilibrio tra i poteri che i Costituenti avevano costruito con precisione quasi ingegneristica, proprio perché avevano vissuto sulla propria pelle le conseguenze di quando quell’equilibrio era stato distrutto.

La Costituzione non ha il linguaggio tecnico e prescrittivo della legge ordinaria. Non è e non deve essere un manuale operativo dell’amministrazione quotidiana. È la cornice valoriale entro cui l’intero ordinamento si muove, lo strumento che definisce l’orizzonte, che stabilisce i confini invalicabili, che garantisce che nessun potere possa crescere abbastanza da inghiottire gli altri. Quando quella cornice viene modificata, non si cambia solo una norma. Si cambia la prospettiva con cui tutte le altre norme verranno scritte, interpretate, applicate.

Se dunque si insiste nel volere la riforma costituzionale invece di intervenire con leggi ordinarie sulle inefficienze concrete — che sono reali e non neghiamo — la domanda che ogni cittadino ha il diritto e il dovere di porsi è questa: a cosa serve davvero questa riforma? Non serve a riparare lo spiffero. Serve a ristrutturare la casa. A ridisegnare i rapporti di forza tra i poteri. A creare un esecutivo tanto più forte da poter prescindere dai controlli degli altri. A costruire una struttura in cui il governo comanda, i contrappesi arretrano, e i cittadini — che le costituzioni antifasciste avevano messo al centro come soggetti di diritto — tornano a essere oggetti di amministrazione.

V. La storia come specchio: quando il popolo non ne può più

La storia ha una memoria lunga che i potenti tendono a dimenticare, salvo poi trovarsi, prima o poi, a pagarne il conto in modi che nessuno aveva previsto e nessuno avrebbe scelto.

La Francia del 1789 era una società in cui un’aristocrazia di sangue godeva di privilegi assoluti: non pagava tasse, deteneva il potere nelle sue diverse forme, godeva di quasi totale impunità giuridica, e considerava il Terzo Stato — che era poi il popolo intero, dall’artigiano al piccolo borghese al contadino — come una fonte inesauribile di manodopera e di gettito fiscale, una risorsa da sfruttare senza limitazioni. Quella condizione era durata secoli. Si era riprodotta di generazione in generazione, sembrava immutabile come le leggi naturali. Poi, in pochi anni, quella struttura millenaria crollò, e crollò in un modo che i suoi beneficiari non avrebbero mai immaginato possibile. Non crollò pacificamente. Crollò nella violenza, perché la violenza con cui si risponde alla protesta dei disperati alimenta, con un meccanismo di specchi che la storia ha ripetuto più volte, la violenza con cui la protesta si trasforma in rivoluzione.

La Russia del 1917 esplose dopo decenni in cui le contraddizioni sociali di un impero immenso e arretrato erano state sistematicamente ignorate, in cui ogni tentativo di riforma moderata era stato soffocato, in cui l’autocrazia zarista aveva risposto all’inquietudine popolare con la repressione poliziesca, l’esilio in Siberia, il sangue domenicale del 1905. I riformatori che avrebbero potuto trovare una soluzione meno traumatica erano stati neutralizzati uno dopo l’altro. Il risultato fu una rivoluzione che nessuno, nemmeno i suoi protagonisti, riuscì davvero a controllare.

Non ci troviamo qui a celebrare acriticamente quegli eventi. Non li indichiamo come modelli da imitare. Li citiamo perché la storia, quando viene letta onestamente, è la migliore maestra di realismo politico che esista. E quello che queste grandi convulsioni ci insegnano è preciso e non ambiguo: i sistemi che scelgono la repressione invece della redistribuzione, che preferiscono annichilire il dissenso piuttosto che ascoltare i bisogni, che trattano i propri cittadini come mucche da mungere — estraendo ricchezza, comprimendo diritti, smontando garanzie — non durano. Non per fatalismo storico, non per leggi meccaniche della dialettica, ma perché la capacità umana di sopportare l’ingiustizia non è infinita. E quando raggiunge il suo limite, ciò che accade non è mai ordinato, non è mai controllato, non è mai quello che nessuno dei protagonisti aveva davvero desiderato.

La vecchia nobiltà pre-rivoluzionaria non pagava tasse: i suoi eredi contemporanei le ottimizzano attraverso giurisdizioni offshore, paradisi fiscali, strutture fiduciarie costruite da decine di avvocati e commercialisti. L’aristocrazia godeva di impunità giuridica: i suoi successori ottengono l’impunità attraverso prescrizioni studiate ad arte, difese d’ufficio finanziate con i proventi dell’evasione, leggi scritte su misura per proteggere il potere dall’azione della giustizia. Il popolo era considerato una fonte di manodopera e di gettito da sfruttare: e il lavoro precario, il salario insufficiente, il welfare smontato, i servizi pubblici impoveriti sono le forme contemporanee dello stesso sfruttamento.

Non è un auspicio di violenza, quello che la storia ci presenta. È esattamente il contrario: è l’argomento più potente a favore della ragionevolezza, del rispetto delle garanzie costituzionali, del dialogo democratico, della giustizia redistributiva. Le costituzioni antifasciste non sono un ostacolo alla buona governance. Sono la migliore assicurazione che un sistema politico abbia per non precipitare nel baratro che la storia, con dolorosa regolarità, presenta a chi le ignora.

VI. Difendere la Costituzione significa difendere il futuro

La Costituzione italiana non è perfetta. Nessuna costituzione umana lo è. Non è stata pienamente attuata — e questa è una critica che va rivolta a settantasette anni di classe dirigente, non all’istituzione che quella classe dirigente non ha saputo o voluto applicare. Ha difetti, lacune, norme che il tempo ha reso obsolete, meccanismi che richiedono aggiornamento. Nessuno lo nega. Nessuna difesa seria della Costituzione può essere difesa dell’immobilismo.

Ma la Costituzione è, nella sostanza dei suoi principi fondamentali, uno degli strumenti più avanzati che la civiltà politica moderna abbia saputo produrre: una Carta che mette al centro la persona e non il mercato, che bilancia i poteri invece di concentrarli, che riconosce i diritti sociali come ineludibili anziché come concessioni revocabili, che ha scelto — dopo la notte più buia del Novecento, dopo i lager e le fosse comuni e le deportazioni — di fondare la Repubblica sulla dignità del lavoro e sull’uguaglianza sostanziale tra i cittadini.

Riformarla è legittimo, quando necessario, quando condiviso, quando il cambiamento risponde a una reale esigenza dei cittadini e non a una necessità dei poteri forti. Ma spacciare per riforma quello che è in realtà uno smantellamento; presentare come modernizzazione quello che è un arretramento verso logiche predemocratiche; chiamare efficienza quella che è concentrazione del potere nelle mani di chi ha già tutto — questo è inganno. Un inganno che si serve del linguaggio della democrazia per svuotarla dall’interno, che usa le procedure costituzionali per minare i fondamenti costituzionali.

Ed è un inganno che, come ci insegna la storia che abbiamo rapidamente ripercorso, alla lunga non regge. Non perché esista una giustizia immanente che punisce i potenti, ma perché le strutture che si costruiscono sull’annullamento dei diritti altrui portano in sé il germe della propria crisi.

C’è ancora tempo per riparare la finestra invece di demolire la casa. C’è ancora tempo per attuare quella Costituzione che non abbiamo mai completamente vissuto, invece di riscrivere quella che abbiamo. C’è ancora tempo per ricordare che la Resistenza non fu un episodio folkloristico da celebrare con le bandiere, ma un progetto di società — scritto negli articoli di quella Carta — che attende ancora di essere compiuto.

Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere. Non è una minaccia. È la lezione che i nostri nonni ci hanno lasciato scritta, articolo per articolo, in quella Carta che qualcuno vorrebbe riscrivere. La nostra risposta è semplice: quella casa la abitiamo, la difendiamo, e prima di tutto la finiamo di costruire.

FONTI E RIFERIMENTI
[1] Costituzione della Repubblica Italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948. Artt. 1, 3, 4, 36, 39, 40, 46. Testo integrale disponibile su: http://www.senato.it e http://www.normattiva.it
[2] JP Morgan Chase — David Mackie et al., “Euro area adjustment: about halfway there”, 28 maggio 2013. Report interno diffuso pubblicamente. Citato e analizzato da: Il Fatto Quotidiano, 19 giugno 2013; Wall Street Italia; Il Manifesto; Il Sole 24 Ore.
[3] Barbara Spinelli, “La banca ordina, i governi eseguono”, La Repubblica, 2013. Commento al report JP Morgan sulle costituzioni antifasciste europee.
[4] Gustavo Zagrebelsky, intervista sulla riforma costituzionale e il report JP Morgan. Citato in: La Città Futura, “Questa è davvero la riforma di JP Morgan”, novembre 2016.
[5] Paolo Maddalena, ex giudice della Corte Costituzionale, dichiarazioni sulla riforma Renzi-Boschi e le pressioni della finanza internazionale. Citato in vari organi di stampa, 2016.
[6] Costantino Mortati, “Istituzioni di diritto pubblico”, CEDAM, Padova. Sul significato del lavoro come valore fondante nella Costituzione italiana.
[7] Movimento Sociale Italiano — storia, fondazione (1946) e continuità politica fino ad Alleanza Nazionale e Fratelli d’Italia. Fonti storiche: Giorgio Galli, “Il bipartitismo imperfetto”, Il Mulino; Piero Ignazi, “Il polo escluso”, Il Mulino, 1989.
[8] Sulla Rivoluzione francese del 1789 e le sue cause strutturali: Albert Soboul, “La rivoluzione francese”, Editori Riuniti; Alexis de Tocqueville, “L’Antico Regime e la Rivoluzione”, Einaudi.
[9] Sulla Rivoluzione russa del 1917 e le sue premesse: Orlando Figes, “La tragedia di un popolo”, Mondadori; Sheila Fitzpatrick, “La Rivoluzione Russa”, Einaudi.
[10] Sull’indebolimento progressivo delle tutele del lavoro in Italia: Federico Martelloni, “Lavoro e Costituzione”, Etica ed Economia, 2023. Disponibile su: eticaeconomia.it
[11] Sul pareggio di bilancio in Costituzione (art. 81 Cost., riforma 2012): legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1. Per la critica: Associazione per la Sinistra Costituzionale; Paolo Maddalena, “Il territorio bene comune degli italiani”, Donzelli, 2014.
[12] Sull’inattuazione dell’art. 46 Cost. (partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese): Umberto Romagnoli, “Diritto sindacale e democrazia industriale”, Il Mulino. Anche: Menabò di Etica ed Economia, contributi vari.

IL PATRIARCATO ARMATO

Epstein Files, suprematismo bianco e la nuova teologia del dominio

«Qualsiasi suggerimento che sia il momento di voltare pagina sugli Epstein Files è inaccettabile. Rappresenta un fallimento di responsabilità verso le vittime.» Con queste parole, nove esperti indipendenti del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite hanno posto di fronte all’umanità uno specchio che non ammette deviazioni dello sguardo. I milioni di documenti resi pubblici dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti a partire dal 30 gennaio 2026 non riguardano soltanto un predatore sessuale condannato, morto in carcere nel 2019 in circostanze ancora avvolte nell’ombra. Riguardano il sistema che lo ha generato, protetto, alimentato. Riguardano l’aria che respira una parte del potere occidentale.

Questo articolo tiene insieme due fenomeni che troppo spesso vengono analizzati separatamente: la rete criminale globale di Jeffrey Epstein, con le sue radici ideologiche nell’eugenetica e nel suprematismo, e l’ascesa di figure come Nick Fuentes nell’ecosistema della nuova destra americana. Non si tratta di curiosità sociologica. Si tratta di capire la stessa cosa: un progetto di mondo in cui alcune vite contano e molte altre no, in cui il corpo delle donne è risorsa, non soggettività, e in cui la democrazia è un ostacolo da aggirare o da abbattere.

I. L’IMPRESA CRIMINALE GLOBALE: COSA DICONO I FILE EPSTEIN

Il 17 febbraio 2026, in una dichiarazione congiunta che ha scosso l’opinione pubblica mondiale, i relatori speciali delle Nazioni Unite hanno usato un linguaggio inusualmente diretto per un organismo diplomatico: i fatti descritti negli Epstein Files «contengono prove credibili e inquietanti di abusi sessuali sistematici e su larga scala, traffico e sfruttamento di donne e ragazze» e alcune di queste condotte «possono ragionevolmente raggiungere la soglia giuridica dei crimini contro l’umanità».

Tra le violazioni citate compaiono schiavitù sessuale, tortura, violenza riproduttiva, sparizioni forzate, femminicidio. Non semplici reati. Crimini contro l’umanità. La differenza non è terminologica: è la differenza tra un processo penale ordinario e una responsabilità che chiama in causa il diritto internazionale. È la differenza tra un delinquente e un sistema.

Il file EFTA02731395, il diario di una minorenne, racconta dell’esistenza di quello che può essere descritto solo come una fabbrica della stirpe: bambine usate come incubatrici nel ranch del Nuovo Messico di Epstein, a cui il figlio appena partorito veniva strappato dalle braccia. Epstein, secondo i suoi stessi scritti, voleva che il proprio seme fecondasse almeno venti donne al giorno. Non è la fantasia malata di un singolo. È un programma. Ha un nome, una filosofia, dei finanziatori, degli alleati intellettuali.

II. LA SCIA IDEOLOGICA: DALL’EUGENETICA COLONIALE ALLA SILICON VALLEY

Per comprendere la profondità dell’abisso, occorre tornare indietro di trent’anni. Nel 1994, Charles Murray e Richard Herrnstein pubblicano The Bell Curve, un testo che sostiene l’esistenza di differenze cognitive ineludibili tra gruppi razziali, in particolare tra neri e bianchi. Il rimedio suggerito dagli autori è agghiacciante nella sua brutalità burocratica: scoraggiare le politiche di welfare per le donne a basso reddito, perché «spingono a fare figli le donne sbagliate». L’eugenetica coloniale riconfezionata come politica sociale. La pseudoscienza razzista con l’abito del paper accademico.

Epstein conosceva bene questo universo. Nella sua corrispondenza con Noam Chomsky, citava materiali provenienti da ambienti di estrema destra e discuteva di «scienza della razza» con una disinvoltura che rivela la normalizzazione di quelle categorie dentro reti di potere e rispettabilità sociale. Già da anni erano emersi i suoi finanziamenti a centri di ricerca specializzati nel controllo della popolazione e i legami con scienziati noti per posizioni razziste o apertamente eugenetiche.

I documenti emersi più di recente hanno aggiunto un tassello ulteriore: nelle comunicazioni con esponenti della Silicon Valley e del mondo dell’intelligenza artificiale compaiono discussioni sui presunti meriti della pseudoscienza razzista, ipotesi sulla superiorità cognitiva dei bianchi, teorie sulla morte di massa come strumento di gestione del pianeta. Il punto non è solo ciò che viene detto. È il contesto in cui viene detto: ambienti tecnologici e finanziari che si presentano come avanguardia del futuro, ma che in alcuni casi riaprono il cassetto più oscuro del Novecento.

Il caso più clamoroso è quello di Elon Musk, il cui nome compare nei file in relazione a una cena del 2015 organizzata da Reid Hoffman a Palo Alto, alla presenza di figure di primo piano della tecnologia e della ricerca. Nessuno dei partecipanti a quella cena è stato accusato di reati sulla base di quel solo elemento. Ma il dato politico e culturale resta: mentre si consolidano queste reti, Musk rende pubblica da anni la propria ossessione per la «crisi demografica» dell’Occidente, e immagina la riproduzione come compito storico delle élite. Il progetto di portare il proprio seme su Marte non è soltanto una bizzarria da miliardario. È la versione postmoderna di un immaginario eugenetico: la stirpe del padrone trasformata in destino cosmologico.

III. IL COMPLESSO SERVO-PADRONE: LA LETTURA DI MELINDA COOPER

La politologa australiana Melinda Cooper ha offerto una chiave di lettura preziosa per comprendere ciò che troppo spesso viene separato: da un lato gli abusi ripetuti e sistemici su donne e minori, dall’altro la fascinazione della «classe Epstein» per l’eugenetica e la supremazia bianca.

Cooper torna a Freud e a Totem e tabù per ricordare che l’inconscio collettivo è abitato dall’idea di orda: una fantasia primordiale di ordine tribale in cui i patriarchi si servono del possesso delle donne per creare una propria stirpe e ottenere una forma di immortalità. In questa prospettiva, pedofilia e riproduzione della stirpe non sono elementi casualmente accostati. Sono parti della stessa logica di dominio. Il corpo della donna e, nel caso dei minori, il corpo del futuro, non viene mai concepito come soggetto. Viene trattato come oggetto, come territorio da colonizzare.

Dietro la rete Epstein emerge così un’idea di società interamente regolata sulla relazione tra servo e padrone, in cui il dominio si fonda tanto sulla violenza economica quanto su quella sessuale. Lo scopo delle élite economiche che si muovono in questo orizzonte non è soltanto accumulare ricchezza, ma estendere un modello di comando anti-democratico all’intera società, celebrando una visione tribale, gerarchica, allergica all’eguaglianza. Una visione che non è una deviazione estrema del sistema. È la sua forma più nuda, quella che smette di fingere.

IV. NICK FUENTES E I GROYPERS: IL NAZISMO NON IRONICO MASCHERATO DA NAZISMO IRONICO

Mentre si svelano le dimensioni dell’impero Epstein, nell’ecosistema della destra americana emerge con crescente visibilità una figura che sembra incarnare in forma pubblica e mediatica l’ideologia coltivata in privato da quell’impero: Nick Fuentes, 27 anni, di Chicago, streamer politico, leader dei Groypers, autore di alcune delle affermazioni più esplicitamente fasciste prodotte da un influencer mainstream negli ultimi decenni.

L’11 febbraio 2025, nel suo programma America First su Rumble, Fuentes ha dichiarato: «Il nemico politico numero uno sono le donne. Devono essere arrestate». Poco dopo ha aggiunto che le donne che riducono il tasso di fertilità dovrebbero essere «spedite in gulag di riproduzione forzata». Le «buone» sarebbero liberate; le «cattive» condannate ai lavori forzati nelle miniere. Parole che non arrivano da un regime totalitario del secolo scorso, ma da una piattaforma di streaming contemporanea, davanti a centinaia di migliaia di utenti.

Non si tratta di una provocazione isolata. Nel corso della sua carriera, Fuentes ha sostenuto che le donne debbano «tornare in cucina», ha minimizzato la violenza sessuale, ha associato gli omosessuali alla pedofilia, ha descritto la segregazione razziale come una condizione preferibile per gli afroamericani, ha elogiato Hitler e banalizzato l’Olocausto con un linguaggio volutamente osceno. Il suo antisemitismo non è allusivo o simbolico: è esplicito, classico, da propaganda novecentesca.

Il meccanismo retorico è noto e terribilmente efficace: usare il linguaggio dell’odio in forma semischerzosa, con l’ironia come scudo, per rendere accettabile ciò che altrimenti apparirebbe immediatamente inaccettabile. È il passaggio dal “non si può dire” al “si può dire per scherzo”, e da lì al “si può dire sul serio”. In questo modo il nazismo non ironico viene fatto passare come nazismo ironico, finché la maschera cade ma il pubblico è già stato addestrato.

L’obiettivo è abbattere la finestra di Overton: rendere pensabile, poi dicibile, poi normale ciò che fino a pochi anni prima sarebbe stato considerato impensabile. E questo processo non riguarda più soltanto nicchie estremiste. Interi segmenti della nuova destra istituzionale convivono con questo linguaggio, lo sfiorano, lo legittimano, lo normalizzano senza mai assumerlo fino in fondo. È il modo più efficace per farlo crescere.

V. UN’IDEOLOGIA SENZA CONFINI: DAL RANCH DEL NUOVO MESSICO AL PODCAST MAINSTREAM

Cosa collega il ranch del Nuovo Messico di Epstein alle dirette di Fuentes su Rumble? Non una cospirazione lineare. Qualcosa di più profondo e diffuso: un’ideologia condivisa, un’antropologia reazionaria che concepisce il mondo come una gerarchia naturale in cui i forti hanno il diritto, anzi il dovere, di esercitare il dominio sui deboli, sulle donne, sui non-bianchi, sulle generazioni future.

In Epstein questa ideologia si esprimeva nel privato più segreto e criminale: la costruzione letterale di una stirpe, il controllo del corpo delle donne come strumento riproduttivo, la complicità di un’élite finanziaria, scientifica e politica attratta da quel nucleo di potere. In Fuentes si esprime nel pubblico più sfacciato: il linguaggio dell’odio portato fuori dai forum neonazisti e dentro lo studio televisivo, con giacca, cravatta e ironia calcolata.

Il comune denominatore è la disumanizzazione delle donne. Nel caso Epstein, è materiale e brutale: corpi ridotti a incubatrici, ragazze comprate, vendute, trafficate, torturate. Nel caso Fuentes, è programmatica: le donne sono il nemico, vanno rinchiuse, controllate, ridotte a funzione biologica. In entrambi i casi è in gioco la stessa ontologia reazionaria: la donna come non-persona, come territorio, come proprietà.

E in entrambi i casi, qui sta il nodo più inquietante, questa ontologia non vive ai margini del potere. Convive con esso. Talvolta ne parla la lingua, ne frequenta i salotti, ne attraversa le piattaforme, ne utilizza i codici.

VI. L’IMPUNITÀ COME SISTEMA

Gli esperti dell’ONU pongono una domanda che nessun governo sembra disposto ad affrontare fino in fondo: come ha potuto una rete simile prosperare così a lungo nel cuore delle élite politiche, economiche e mediatiche di diversi Paesi? La risposta è scomoda perché implica che l’impunità non fosse un difetto del sistema, ma una sua caratteristica strutturale.

Il rilascio dei documenti è avvenuto dopo anni di resistenza, con ritardi, lacune e perfino con la divulgazione accidentale di informazioni sensibili sulle vittime prima che fossero oscurate. In Europa, l’emergere di legami con la rete Epstein ha prodotto dimissioni e inchieste. Negli Stati Uniti, invece, molte figure coinvolte nei circuiti di relazione e influenza continuano a occupare spazi di potere o restano protette da un cono d’ombra politico e mediatico.

Anche la gestione istituzionale della vicenda rivela una logica selettiva: la trasparenza viene invocata e praticata in modo intermittente, spesso piegata alla convenienza del momento, mentre il cuore del problema resta intatto. La politica, anche qui, si mostra coerente con l’ideologia del dominio: l’impunità è un privilegio di casta. La legge è per i subordinati.

VII. IL PROBLEMA DEI LIMITI: LIBERTÀ D’ESPRESSIONE E DIGNITÀ UMANA

Questa riflessione non può chiudersi senza affrontare una questione difficile ma inevitabile: quali limiti porre? Non si tratta di invocare censura generalizzata né repressione dell’opinione. Si tratta di capire se esista, e debba esistere, una frontiera oltre la quale certi contenuti non possono essere protetti in nome della libertà d’espressione, non perché offendono la sensibilità di qualcuno, ma perché costituiscono istigazione al crimine, negazione della personalità giuridica di gruppi umani, preparazione ideologica alla violenza.

Quando Nick Fuentes dichiara in diretta che le donne dovrebbero essere rinchiuse in gulag di riproduzione forzata, non sta semplicemente esercitando la libertà di parola in senso liberale. Sta formulando, sotto la copertura dell’ironia, una proposta criminale. Il confine tra provocazione e incitamento non è sempre semplice da tracciare, ma in alcuni casi è impossibile non vederlo. E ignorarlo non è neutralità. È complicità.

Le democrazie mature hanno già affrontato questa tensione. Esistono strumenti giuridici che puniscono la negazione dell’Olocausto, l’istigazione all’odio, l’abuso dei diritti per distruggere i diritti altrui. Il problema non è l’assenza di norme. È la mancanza di volontà politica quando a parlare non è un estremista isolato, ma un influencer con milioni di visualizzazioni o una figura che gravita attorno ai centri del potere.

La risposta, però, non può essere soltanto giuridica. Deve essere anche culturale, educativa, politica. Significa non lasciare soli i giovani, e in particolare i giovani maschi, in un ecosistema digitale dove le voci più forti sono spesso quelle che offrono una spiegazione semplice e tossica alla complessità: la colpa è delle donne, degli ebrei, degli immigrati, dei “globalisti”. Significa costruire narrazioni alternative capaci di parlare anche alla dimensione emotiva, identitaria, relazionale. Significa, soprattutto, interrompere lo sdoganamento dall’alto.

Non si rieduca con la violenza. Si rieduca con la cultura, con la presenza, con l’esempio. Ma c’è un prerequisito decisivo: riconoscere che il problema esiste. E che non è confinato ai margini. È al centro.

QUANDO L’INGIUSTIZIA SI FA SISTEMA

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.» Non è una citazione romantica. È una descrizione della realtà che stiamo vivendo.

Gli Epstein Files non sono uno scandalo nel senso giornalistico del termine. Sono uno specchio. Riflettono un sistema di potere che ha prodotto e protetto una rete criminale globale organizzata attorno all’idea che alcune persone siano superiori e abbiano dunque il diritto di disporre delle vite, dei corpi e persino delle future generazioni degli “inferiori”. Questa idea non nasce con Epstein e non muore con lui. Si diffonde nelle email delle élite tecnologiche, nei forum neonazisti, nelle dirette streaming di giovani arrabbiati che trovano in Fuentes una spiegazione del mondo e una comunità pronta ad accoglierli.

Il filo che collega Epstein a Fuentes, la villa di Palm Beach al ranch del Nuovo Messico, le conversazioni sulla “scienza della razza” ai gulag di riproduzione forzata predicati in diretta, non è complottismo. È analisi. È il filo di un’ideologia che considera le donne non-persone, la razza una gerarchia naturale, la democrazia un inganno dei deboli ai danni dei forti, e la violenza, sessuale, economica, simbolica, uno strumento legittimo di governo.

Dobbiamo essere grati, e qui il femminile è voluto, alle sopravvissute che hanno avuto il coraggio di denunciare. Alle protagoniste del #MeToo che hanno saputo nominare per prime il mondo che stava emergendo. Agli esperti dell’ONU che hanno usato le parole giuste anche quando fa paura farlo. E dobbiamo essere disposti a fare la nostra parte: nominare chiaramente ciò che vediamo, non accettare la normalizzazione, non confondere la libertà d’espressione con il diritto all’impunità ideologica.

Siamo nel terzo millennio. Certe cose non possono essere trattate come semplici opinioni legittime in un dibattito pluralista. Non perché siano solo offensive. Perché sono crimini annunciati.

Fonti e riferimenti

I. Dichiarazione congiunta degli esperti indipendenti ONU (Consiglio per i diritti umani), febbraio 2026.
II. Byline Times, inchiesta sui legami tra Epstein, “race science” e ambienti dell’AI nella Silicon Valley, dicembre 2025.
III. CNBC, approfondimento sui legami di Epstein con la Silicon Valley, febbraio 2026.
IV. The New York Times, ricostruzione sul progetto eugenetico di Epstein, 2019.
V. Melinda Cooper, analisi politologica sulla rete Epstein e l’eugenetica, 2025.
VI. Charles Murray e Richard Herrnstein, The Bell Curve, Free Press, 1994.
VII. ADL, profilo su Nick Fuentes, ottobre 2025.
VIII. AJC, analisi sull’antisemitismo di Nick Fuentes, dicembre 2025.
IX. Andrew Anglin, testo propagandistico sull’alt-right, 2016.
X. New Statesman, ritratto critico di Nick Fuentes, dicembre 2025.