L’esercito più morale del mondo

Quando la propaganda diventa minaccia: Netanyahu, la Spagna, i coloni, il Libano e il cappio della Knesset. Radiografia di uno Stato che si crede intoccabile

C’è una frase che, se pronunciata da qualunque altro leader del pianeta, verrebbe immediatamente bollata come intimidazione mafiosa. «La Spagna pagherà un prezzo». L’ha detta Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele, rivolgendosi a un Paese membro dell’Unione Europea, fondatore della NATO, democrazia parlamentare dal 1978. L’ha detta perché Madrid, unica voce coerente in un continente che si nasconde dietro comunicati stampa e astensioni, ha osato chiamare le cose con il loro nome: genocidio, pulizia etnica, crimini di guerra. E l’ha detta evocando, con un ossimoro che suona come una bestemmia storica, «l’esercito più morale del mondo».

È qui che la propaganda smette di essere propaganda e diventa confessione. Perché chi si sente davvero moralmente integro non minaccia, non ricatta, non promette vendette. Chi è davvero dalla parte della ragione accoglie la critica, risponde con i fatti, accetta il giudizio della comunità internazionale. Netanyahu, invece, reagisce come reagiscono soltanto i regimi che sanno di essere indifendibili: alzando la voce, promettendo ritorsioni, trasformando il dissenso in nemico.

La grammatica del ricatto

Analizzare le parole del premier israeliano significa riconoscere una grammatica politica precisa, che non appartiene alla democrazia ma al linguaggio del potere assoluto. «Pagherà un prezzo» non è un’espressione diplomatica: è la formula classica della coercizione, quella che si usa quando non si hanno più argomenti e si punta tutto sulla paura. È il linguaggio con cui gli imperi in declino provano a trattenere ciò che non riescono più a dominare con il consenso.

La Spagna, dal canto suo, non ha fatto nulla di eversivo. Ha semplicemente applicato il diritto internazionale. Ha riconosciuto lo Stato di Palestina, ha sostenuto le inchieste della Corte Penale Internazionale contro i vertici israeliani per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, ha bloccato la vendita di armi destinate a un esercito che da oltre due anni bombarda sistematicamente ospedali, scuole, campi profughi, convogli umanitari. Ha fatto ciò che ogni Stato di diritto dovrebbe considerare un dovere elementare: distinguere tra la legittima difesa e la carneficina pianificata.

E per questo, oggi, viene minacciata. Pubblicamente. Da un capo di governo straniero. Senza che l’Unione Europea, nel suo complesso, abbia trovato il coraggio di una reazione unitaria. Il silenzio di Bruxelles, il tentennamento di Roma, la prudenza di Parigi e Berlino sono il vero scandalo di questa vicenda. Perché rivelano che l’Europa, quando si tratta di Israele, smette di essere Europa e torna a essere suddita.

La menzogna dell’esercito morale

«L’esercito più morale del mondo». È la formula che da decenni accompagna ogni operazione militare israeliana, ripetuta come un mantra, diffusa da uffici stampa militari rodati, assorbita acriticamente da una parte consistente della stampa occidentale. È una menzogna strutturale, e come tutte le menzogne strutturali funziona soltanto finché nessuno ha il coraggio di smontarla pubblicamente.

I numeri, però, parlano un’altra lingua. Decine di migliaia di morti palestinesi, la maggioranza donne e bambini, secondo le stime convergenti di Nazioni Unite, agenzie umanitarie indipendenti, organizzazioni mediche internazionali. Interi quartieri di Gaza rasi al suolo. Ospedali colpiti uno dopo l’altro, con una sistematicità che rende grottesca ogni ipotesi di «errore collaterale». Giornalisti uccisi in numero senza precedenti nella storia moderna dei conflitti. Operatori umanitari bombardati mentre distribuivano cibo. Bambini uccisi mentre facevano la fila per l’acqua. Ostaggi israeliani morti sotto il fuoco dello stesso esercito che avrebbe dovuto liberarli.

Le inchieste di Haaretz, di +972 Magazine, del Guardian, del New York Times hanno documentato l’uso di sistemi di intelligenza artificiale come «Lavender» e «Where’s Daddy?» per selezionare bersagli umani in modo semiautomatico, con margini di errore ammessi dagli stessi ufficiali israeliani. Hanno raccontato delle regole d’ingaggio che consentivano di uccidere decine di civili per colpire un singolo miliziano di basso rango. Hanno esposto le testimonianze di soldati che denunciavano pratiche di esecuzione sommaria, di umiliazione sistematica dei prigionieri, di abusi sessuali nel centro di detenzione di Sde Teiman. Quando alcuni di quei soldati sono stati arrestati, una parte dell’estrema destra israeliana ha invaso la base militare per liberarli, con la complicità silenziosa dei ministri più oltranzisti del governo Netanyahu.

Questo è l’esercito che Netanyahu definisce «il più morale del mondo». E chi osa contestare questa etichetta viene accusato di antisemitismo, di complicità con il terrorismo, di «guerra diplomatica». È il meccanismo classico dell’inversione: trasformare il critico in aggressore, la vittima in carnefice, la giustizia in persecuzione.

Cisgiordania: il braccio armato dei coloni

Ma c’è un altro fronte, meno illuminato dai riflettori, dove l’«esercito più morale del mondo» mostra il suo volto più nudo: la Cisgiordania occupata. Qui non si parla di guerra asimmetrica, non si parla di razzi lanciati da Hamas, non si parla di ostaggi. Qui si parla di una pulizia etnica a bassa intensità, condotta giorno dopo giorno, fattoria dopo fattoria, uliveto dopo uliveto, con una pazienza burocratica che rende il crimine ancora più osceno. Secondo B’Tselem, nel solo 2025 ventuno comunità palestinesi sono state completamente o parzialmente sradicate dalla violenza dei coloni sostenuta dallo Stato. Secondo Save the Children, nei primi tre mesi del 2026 i minori palestinesi sfollati a causa delle aggressioni dei coloni sono stati 685, contro una media di 63 nello stesso periodo dei tre anni precedenti: un aumento di dieci volte, in un solo trimestre.

I numeri, di nuovo, dicono ciò che la propaganda vorrebbe nascondere. Circa 750.000 coloni israeliani vivono illegalmente in territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme Est. Peace Now ha documentato la creazione di 86 nuovi avamposti nel solo 2025, un record storico, molti dei quali agricoli o pastorali, concepiti proprio per intimidire le comunità beduine e palestinesi e costringerle ad abbandonare le proprie terre. Questi avamposti non sono il frutto spontaneo di colonizzatori isolati: sono protetti dall’esercito israeliano, finanziati dal ministero dell’Agricoltura, «legalizzati» a posteriori con delibere governative. Ciò che si compie in Cisgiordania non è un incidente né un’anomalia: è una politica di Stato.

Il copione è sempre lo stesso. Arrivano i coloni, spesso incappucciati, spesso armati, molti di loro riservisti dell’IDF, cioè soldati dell’«esercito più morale del mondo» in licenza. Attaccano le case, incendiano i campi, sradicano gli ulivi, avvelenano i pozzi, uccidono il bestiame, picchiano bambini che tornano da scuola. A Khirbet Humsa, nella Valle del Giordano, un palestinese è stato spogliato, immobilizzato e torturato nei genitali con delle fascette mentre l’esercito guardava. A Masafer Yatta, i pastori della comunità raccontata nel documentario premio Oscar «No Other Land» continuano a subire aggressioni dallo stesso colono che ne aveva colpito il regista Hamdan Ballal. E mentre i coloni attaccano, i soldati dell’IDF fanno da scudo: bloccano le strade di accesso per impedire ai soccorritori di arrivare, arrestano i palestinesi che provano a difendersi, spesso partecipano direttamente al pestaggio.

Poi, all’alba, arriva la seconda ondata: quella ufficiale. I bulldozer dell’amministrazione civile israeliana. Gli ordini di demolizione. Le dichiarazioni di «terra statale» che convertono con un timbro ettari di proprietà palestinesi storiche in lotti edificabili per nuovi insediamenti. Il 5 gennaio 2026, 694 dunam appartenenti ai villaggi di Deir Istiya, Bidya e Kafr Thulth sono stati confiscati con un singolo decreto. A febbraio, il governo Netanyahu ha stanziato 244 milioni di shekel per istituire un catasto parallelo che facilita il trasferimento dei terreni dell’Area C dalle autorità palestinesi al ministero della Giustizia israeliano. Non è più annessione strisciante: è annessione conclamata. È l’atto notarile del furto.

Chi copre tutto questo? L’esercito che Netanyahu definisce il più morale del mondo. Il Guardian ha documentato che, dal 2020, a fronte di oltre mille civili palestinesi uccisi in Cisgiordania dai coloni e dai soldati, un quarto dei quali bambini, nessun israeliano è stato incriminato. Nessuno. L’impunità non è un difetto del sistema: è il sistema. È il meccanismo attraverso cui lo Stato israeliano trasforma il crimine privato in strumento pubblico, delegando ai coloni ciò che l’esercito non può fare apertamente senza scandalizzare la diplomazia occidentale. È la stessa logica con cui, in altre epoche e sotto altre bandiere, gli Stati coloniali hanno sempre gestito i propri territori: violenza paramilitare protetta dall’uniforme.

Libano: cento bombe in dieci minuti

Mentre scriviamo, il Libano brucia. Mercoledì 8 aprile, a poche ore dall’annuncio del fragile cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran mediato da Islamabad, l’aviazione israeliana ha lanciato oltre cento attacchi aerei in dieci minuti su Beirut, sul sud del Libano e sulla valle della Bekaa. Il bilancio ufficiale di quella sola giornata, diffuso dal ministero della Salute libanese, parla di oltre 250 morti e più di 1.100 feriti, il peggior bilancio in un singolo giorno dall’inizio dell’ultima fase del conflitto. I morti complessivi dall’inizio dell’escalation del 2 marzo sfiorano i duemila. L’UNICEF segnala che, dal 2 marzo a oggi, più di seicento bambini libanesi sono stati uccisi o feriti.

Human Rights Watch ha documentato che, tra il 12 marzo e l’8 aprile, le forze israeliane hanno sistematicamente distrutto o gravemente danneggiato tutti i principali ponti sul fiume Litani, isolando il sud del Paese dal resto del territorio. Non sono bersagli militari: sono infrastrutture civili, arterie di collegamento che servono a far arrivare cibo, medicine, personale sanitario. Distruggere i ponti significa affamare le popolazioni. È un metodo antico, noto e vietato dalle Convenzioni di Ginevra. Ma l’esercito più morale del mondo non sembra turbarsene.

Il cinismo della situazione tocca vertici difficili da reggere. Il Pakistan, mediatore dell’accordo di tregua tra Washington e Teheran, aveva dichiarato esplicitamente che il cessate il fuoco copriva anche il Libano. Israele l’ha smentito immediatamente, e mentre i diplomatici discutevano, il capo di Stato Maggiore dell’IDF, il generale Eyal Zamir, dichiarava apertamente: «Non rispettiamo il cessate il fuoco. Continuiamo a combattere qui, in Libano, che è la nostra principale zona di combattimento». Il premier Netanyahu ha ribadito: «Non ci sarà alcun cessate il fuoco in Libano». Traduzione: Tel Aviv negozia con gli Stati Uniti, accetta gli accordi quando le conviene, li ripudia quando le conviene, e colpisce civili mentre i negoziatori sono ancora seduti al tavolo. È la dottrina della forza pura, mascherata da difesa.

E mentre le bombe cadono su Beirut, anche il convoglio italiano di UNIFIL è stato coinvolto in azioni militari israeliane che la stessa premier Giorgia Meloni ha definito «del tutto inaccettabili», ricordando che si tratta di una violazione della risoluzione 1701 delle Nazioni Unite. Ecco come l’«esercito più morale del mondo» tratta i caschi blu dell’ONU: li attacca. E poi pretende pure che l’Europa taccia.

Il cappio della Knesset

Ma la radiografia non sarebbe completa senza l’ultimo tassello, quello forse più osceno: la legge sulla pena di morte per i palestinesi, approvata dalla Knesset il 30 marzo 2026 con 62 voti favorevoli, 48 contrari e un astenuto. Una legge che prevede l’impiccagione obbligatoria, decisa da tribunali militari a maggioranza semplice, senza unanimità, senza possibilità di appello, con esecuzione entro 90 giorni dalla sentenza. Una legge che si applica esclusivamente ai palestinesi, dal momento che i coloni israeliani e i cittadini ebrei restano sotto la giurisdizione dei tribunali civili ordinari, dove la pena capitale, formalmente prevista, è stata eseguita soltanto due volte nell’intera storia dello Stato di Israele: nel 1948 contro Meir Tobianski, ufficiale ingiustamente accusato di tradimento durante la guerra arabo-israeliana e successivamente riabilitato, e nel 1962, unica esecuzione civile, contro il gerarca nazista Adolf Eichmann.

Il testo è scritto con un’astuzia giuridica rivoltante. Punisce con la morte chi uccide «con l’obiettivo di negare l’esistenza dello Stato di Israele» o «con l’obiettivo di danneggiare la rinascita del popolo ebraico nella sua terra». Formule che, per costruzione semantica, escludono automaticamente ogni colono che uccide un palestinese: il colono non «nega» Israele, lo incarna. Il colono non danneggia la rinascita ebraica, la compie. Due pesi, due misure, due popoli, due codici penali. È la definizione manualistica di apartheid, scolpita nel marmo legislativo di una democrazia parlamentare del ventununesimo secolo.

I promotori della legge hanno festeggiato alla Knesset con spilline a forma di cappio da forca sul bavero. La deputata Limor Son Har-Melech del partito Potere Ebraico si è fatta fotografare vestita da carceriera, con il cappio in una mano e una siringa letale nell’altra, mentre suo marito — colono e attivista pro-insediamenti — sfoggiava in posa la pistola, l’aereo e la casetta con le scritte «occupazione», «espulsione», «insediamento». La sintesi del programma di governo israeliano, riassunto in una fotografia agghiacciante diffusa con orgoglio dai protagonisti stessi. Il ministro Itamar Ben Gvir, promotore della norma, ha dichiarato dal pulpito: «Questo è un giorno di giustizia per le vittime e un giorno di deterrenza per i nostri nemici. Non più porte girevoli per i terroristi, ma una decisione chiara: chi sceglie il terrorismo sceglie la morte». Accanto a lui, a votare a favore, il primo ministro Netanyahu in persona.

È la prima legge al mondo, dai tempi della Germania nazionalsocialista, che istituisce la pena di morte su base etnica. Lo scrive su Haaretz l’ex preside della facoltà di Legge dell’Università Ebraica di Gerusalemme, Mordechai Kremnitzer, nato nel 1948 in Germania da sopravvissuti all’Olocausto: «razzista, illegale, dettata dalla sete di sangue, che dimostra l’abbandono dei valori liberali da parte di Israele, ormai un regime reazionario». Dal 2016 i bambini palestinesi vengono giudicati da tribunali militari a partire dai dodici anni. Dal 2025 possono essere condannati all’ergastolo. Dal 2026 possono essere impiccati. Per aver lanciato un sasso contro un blindato. Per la legge israeliana, questo è terrorismo. Per la legge israeliana, questo merita la forca.

Amnesty International e tutte le principali organizzazioni per i diritti umani — B’Tselem, ACRI, Addameer, Adalah — hanno annunciato ricorso alla Corte Suprema israeliana. I ministri degli Esteri di Germania, Francia, Italia e Regno Unito hanno espresso «profonda preoccupazione» in un comunicato congiunto. Parole. Solo parole. Nessuna sanzione, nessuna sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele, nessuna misura concreta. L’Europa, ancora una volta, ha registrato lo scandalo e ha continuato a vendere armi, a importare tecnologie, a concedere cooperazione accademica. La condanna senza conseguenze è la forma più raffinata della complicità.

L’Europa che non c’è

Il vero problema, a questo punto, non è più soltanto Netanyahu. Il vero problema è l’Europa. Perché un premier straniero può minacciare pubblicamente un Paese membro dell’Unione, i suoi coloni possono bruciare villaggi palestinesi, i suoi aerei possono bombardare capitali arabe durante un cessate il fuoco, il suo parlamento può legiferare la forca su base etnica, soltanto se sa di poterlo fare impunemente. Sa che nessun commissario europeo convocherà davvero l’ambasciatore israeliano. Sa che nessun capo di governo alzerà realmente la voce. Sa che l’Italia di Meloni continuerà a vendere componentistica militare, la Germania di Merz a garantire forniture strategiche, la Francia di Macron a oscillare tra dichiarazioni di principio e complicità operative.

Pedro Sánchez rappresenta, in questo panorama desolante, un’eccezione che mette in imbarazzo tutti gli altri. Il governo spagnolo ha capito una cosa semplice e profondissima: la credibilità dell’Europa come soggetto politico si misura sulla sua capacità di applicare il diritto internazionale anche quando costa, anche quando è scomodo, anche quando il partner minacciato è un alleato strategico degli Stati Uniti. Rinunciare a quella credibilità significa trasformare definitivamente l’Unione Europea in un’appendice amministrativa dell’impero americano, priva di voce propria, incapace di rappresentare i valori che millantarsi di incarnare.

E qui tocchiamo il cuore della questione. La sottomissione europea alla politica israeliana non nasce da una convinzione ideale: nasce dalla struttura stessa del sistema atlantico, dalla dipendenza energetica e militare dagli Stati Uniti, dalla paralisi di un’Unione che non ha mai voluto dotarsi di una politica estera realmente autonoma. È la stessa logica che ha trascinato il continente nella guerra per procura in Ucraina, che lo ha reso complice del riarmo più massiccio dal dopoguerra, che oggi lo rende muto davanti al massacro di Gaza, cieco davanti ai coloni della Cisgiordania, sordo davanti alle bombe su Beirut, afono davanti al cappio della Knesset.

Il prezzo che pagheremo davvero

Netanyahu dice che la Spagna pagherà un prezzo. Ma il prezzo vero, quello storico, quello che lascerà cicatrici profonde nella coscienza collettiva, lo stiamo pagando tutti noi. Lo pagheranno le democrazie europee quando i loro cittadini scopriranno definitivamente che i valori proclamati nei trattati sono carta straccia davanti agli interessi geopolitici. Lo pagherà il diritto internazionale, già eroso dalla doppia misura con cui si giudica chi invade l’Ucraina e chi rade al suolo Gaza, chi minaccia una cancelliera tedesca e chi minaccia un premier spagnolo, chi impicca in Iran e chi impicca in Israele. Lo pagheranno le generazioni future, che erediteranno un mondo in cui la parola «genocidio» avrà perso ogni peso giuridico perché è stata usata e negata con troppa disinvoltura.

E lo pagherà, soprattutto, la memoria. Perché un giorno, quando le macerie di Gaza saranno state documentate in ogni loro dettaglio, quando gli archivi si apriranno e i processi si celebreranno, quando le fotografie dei deputati israeliani con il cappio al bavero saranno riproposte nei manuali di storia accanto a quelle di altre epoche oscure, le parole di Netanyahu — «l’esercito più morale del mondo» — verranno studiate come esempio perfetto di propaganda totalitaria, dello stesso tipo che ogni potere criminale ha sempre utilizzato per nascondere i propri crimini dietro la retorica della virtù.

La Spagna, intanto, ha ricordato al mondo che la diplomazia non è sinonimo di silenzio, che la critica non è sinonimo di odio, che il rispetto del diritto internazionale non si negozia con nessuno. Ha ricordato che esiste ancora, in Europa, una sinistra capace di distinguere tra antisemitismo e antisionismo, tra solidarietà con un popolo e complicità con un governo, tra lotta al terrorismo e terrorismo di Stato. È poco, forse. Ma in un continente che ha smarrito la voce, anche una sola voce ferma fa la differenza.

A Netanyahu, che promette vendette, minaccia ritorsioni, bombarda Beirut, protegge i coloni, firma leggi per la forca, resta soltanto l’arma più logora di tutti i tiranni: la paura. Funziona finché funziona. Poi, inevitabilmente, si rivolta contro chi l’ha impugnata. La storia, nella sua lentezza ostinata, ha sempre conservato una memoria più lunga di quella dei ricatti. E le forche, prima o poi, tornano sempre indietro verso chi le ha costruite.

Fonti

Haaretz — Inchieste sui sistemi di targeting «Lavender» e «Where’s Daddy?», 2024-2025. +972 Magazine e Local Call — Reportage sulle regole d’ingaggio e le operazioni militari a Gaza. The Guardian — Coverage della posizione spagnola e dati sull’impunità dei coloni in Cisgiordania (2020-2026). El País — Dichiarazioni ufficiali del governo Sánchez e risposte alle minacce di Netanyahu. UN OCHA — Rapporti sulle vittime civili, gli sfollamenti in Cisgiordania e la distruzione delle infrastrutture sanitarie a Gaza. B’Tselem — Rapporti sull’eradicazione di 21 comunità palestinesi nel 2025 e sulla cooperazione tra coloni ed esercito. Peace Now — Dati sui 750.000 coloni e gli 86 nuovi avamposti del 2025. Save the Children — Analisi sul decuplicarsi degli sfollamenti di minori palestinesi nel primo trimestre 2026. Amnesty International — Condanna della legge sulla pena di morte e richiesta di sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele. Human Rights Watch — Documentazione della distruzione sistematica dei ponti sul fiume Litani (marzo-aprile 2026). Al Jazeera, Reuters, AP — Cronaca dei raid israeliani su Beirut dell’8 aprile 2026. Ministero della Salute libanese — Bilanci delle vittime civili nel sud del Libano e a Beirut. Times of Israel, Knesset — Testo e resoconto del voto sulla legge sulla pena di morte del 30 marzo 2026. Corte Internazionale di Giustizia — Ordinanze sulle misure provvisorie nel caso Sudafrica contro Israele. Corte Penale Internazionale — Mandati di arresto contro i vertici del governo israeliano.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

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Palermo, la licenza di uccidere chi lavora

Due operai migranti precipitati dal decimo piano. Nessun contratto, nessuna tutela, nessuna vita che conti abbastanza da essere protetta. Non è un incidente: è l’ennesimo omicidio di sfruttamento.

Si chiamavano Daniluc Tiberi Un Mihai, cinquant’anni, rumeno, e Najahi Jaleleddine, quarantuno anni, tunisino. Due nomi che il 10 aprile 2026 hanno raggiunto la lista infinita dei morti di lavoro in Italia. Erano nel cestello di una gru, al decimo piano di un palazzo in via Ruggero Marturano a Palermo, quando il braccio del mezzo si è spezzato. Sono precipitati nel vuoto per oltre trenta metri, finendo sulla tettoia di un negozio di gommisti. Sono morti sul colpo, l’uno accanto all’altro, come raccontano i testimoni che hanno assistito alla scena. Un terzo lavoratore, dipendente dell’esercizio commerciale sottostante, è stato travolto dal cestello ed è finito in ospedale. Si è salvato solo perché una pila di copertoni ha attutito la caduta del metallo.

Non è un incidente. Le parole contano, e chi usa la parola incidente in questi casi partecipa attivamente alla mistificazione. Un incidente è l’imprevedibile, è ciò che accade nonostante tutte le precauzioni siano state prese. Ciò che è accaduto a Palermo non ha nulla di imprevedibile. È il risultato matematico di un sistema che ha deciso, da decenni, di trasformare la vita dei lavoratori in una variabile di costo. Una variabile comprimibile, taglibile, sacrificabile. I due uomini morti in via Marturano lavoravano in nero, senza contratto, senza copertura assicurativa, senza iscrizione alla Cassa edile o alla Edilcassa. Lo hanno confermato le indagini della Procura e le testimonianze dei familiari. Significa che non esistevano, agli occhi dello Stato e del padrone. Esistevano solo come forza lavoro a basso costo, da spremere in quota, a trenta metri da terra, senza rete.

L’economia del nero, l’economia della morte

La Procura di Palermo ha iscritto nel registro degli indagati per omicidio colposo il titolare della Edil Tech, la ditta per la quale i due operai lavoravano, e il proprietario dell’appartamento committente dei lavori. La gru era stata noleggiata da un’altra ditta, la Agliuzza Sollevamenti. Gli inquirenti, coordinati dalla procuratrice aggiunta Laura Vaccaro, stanno ricostruendo lo stato di manutenzione del mezzo, la catena degli appalti, l’esistenza o meno di dispositivi di protezione individuale, l’abilitazione dei lavoratori ai lavori in quota. Ma al di là dell’esito giudiziario, la dinamica politica e sociale è già tutta lì, sotto gli occhi di chiunque voglia vederla. Un committente privato affida lavori di ristrutturazione a una ditta che impiega manodopera senza contratto, utilizzando un mezzo noleggiato da terzi. Ogni anello della catena scarica sul successivo le responsabilità e i costi. Alla fine, il costo più alto lo paga chi sta nel cestello. Lo paga con la vita.

Il nero non è un’anomalia del sistema edilizio italiano. È la sua struttura portante. Nel settore delle costruzioni, specialmente nel Meridione e specialmente in Sicilia, il lavoro irregolare costituisce una quota significativa dell’intera forza lavoro impiegata. Le ragioni sono strutturali: subappalti a cascata, concorrenza al ribasso nelle gare, assenza di controlli, impunità di fatto per chi viola le norme sulla sicurezza. Quando un imprenditore sceglie di assumere in nero un operaio migrante, sta facendo un calcolo razionale dentro un sistema che premia quel calcolo. Risparmia sui contributi, sui versamenti alla Cassa edile, sulle visite mediche, sui corsi di formazione, sui dispositivi di protezione. Si libera dell’obbligo di denunciare infortuni. E sa benissimo che, nella peggiore delle ipotesi, cioè quando qualcuno muore, la magistratura arriverà quando il corpo è già sull’asfalto, e il processo, se mai ci sarà, si concluderà anni dopo con pene simboliche o prescrizioni.

Migranti: l’ultimo gradino di una gerarchia feroce

Che le vittime siano un rumeno e un tunisino non è un dettaglio. È la cifra politica dell’intera vicenda. I lavoratori migranti, e in particolare quelli provenienti dall’Est Europa e dal Maghreb, occupano oggi i gradini più bassi del mercato del lavoro italiano, soprattutto nell’edilizia, nell’agricoltura, nella logistica. Sono la manodopera che nessun italiano accetta più a quelle condizioni, e proprio per questo vengono cercati, reclutati, pagati in nero. La narrazione dominante, alimentata quotidianamente dal governo Meloni e dalla destra mediatica, li dipinge come invasori, come minaccia identitaria, come peso sul welfare. Ma la realtà è esattamente rovesciata: senza di loro, interi cantieri si fermerebbero, interi raccolti marcirebbero, intere filiere logistiche collasserebbero. L’economia italiana ha bisogno dei loro corpi, ma non è disposta a riconoscere loro la dignità di persone.

A questa ipocrisia strutturale si aggiunge il cortocircuito normativo. Le politiche migratorie restrittive, i decreti sicurezza, la criminalizzazione dei soccorsi in mare, la riduzione dei canali di ingresso regolare, producono un effetto preciso e voluto: spingere chi arriva nell’area grigia dell’irregolarità, dove è più ricattabile, più silenzioso, più docile. Un operaio senza permesso di soggiorno in regola non denuncia il datore di lavoro che lo paga in nero. Non chiede il casco, non pretende l’imbracatura, non rivendica le ferie. Accetta di salire a trenta metri da terra in un cestello di cui nessuno ha verificato la manutenzione, perché l’alternativa è non mangiare. Il nero, in edilizia come nei campi del foggiano, come nei magazzini della logistica lombarda, si nutre di questa ricattabilità strutturale. Produrla è parte integrante della politica migratoria italiana degli ultimi vent’anni, condivisa da governi di ogni colore.

Una strage quotidiana, una normalità scandalosa

I morti sul lavoro in Italia sono oltre mille l’anno, secondo i dati INAIL degli ultimi esercizi. Mille famiglie distrutte, mille nomi che scompaiono dalle prime pagine il giorno dopo il funerale. A questi vanno aggiunte decine di migliaia di infortuni gravi, invalidità permanenti, vite spezzate in forme meno definitive ma non meno reali. L’edilizia è il settore che paga il prezzo più alto, insieme all’agricoltura e ai trasporti. E Palermo conosce questa liturgia troppo bene: solo un anno fa, a Casteldaccia, cinque operai morirono soffocati nei gas di una vasca fognaria. Nulla è cambiato. Nulla cambierà, se il racconto collettivo continuerà a essere quello della fatalità, dell’errore umano, della sfortuna.

Perché non è sfortuna. È la traduzione puntuale di scelte politiche precise. La deregolamentazione del mercato del lavoro, iniziata con il pacchetto Treu negli anni Novanta e culminata nel Jobs Act, ha frantumato le tutele collettive, indebolito il potere sindacale, moltiplicato le forme contrattuali precarie, reso il licenziamento una pratica indolore per le imprese. In parallelo, i controlli sulla sicurezza sono stati progressivamente depotenziati: organici degli ispettorati del lavoro ridotti all’osso, ASL regionali in affanno, sanzioni inefficaci. Il Testo Unico sulla sicurezza del 2008 esiste, certo, ma vive la stessa sorte di tante leggi italiane: enunciato solenne sulla carta, inapplicato nella realtà. E quando qualcuno muore, il circo delle dichiarazioni istituzionali parte puntuale. Il sindaco che parla di dolore incolmabile, il governatore che esprime vicinanza, i partiti che invocano maggiori controlli. Poi il sipario cala, e si aspetta il morto successivo.

La legge che non c’è: omicidio sul lavoro come reato specifico

Da anni il mondo sindacale di base, le associazioni delle vittime, pezzi della magistratura più sensibile al tema, chiedono l’introduzione nel codice penale del reato di omicidio sul lavoro come fattispecie autonoma e aggravata. Non più omicidio colposo generico, con la sua cornice sanzionatoria blanda e facilmente aggirabile, ma un reato che colpisca tempestivamente e con durezza tutti i responsabili, diretti e indiretti, della morte di un lavoratore: committente, imprese appaltatrici e subappaltatrici, responsabili della sicurezza, proprietari dei mezzi noleggiati, direttori dei lavori. Serve una norma che spezzi la catena dell’impunità e introduca il principio che la vita di chi lavora non si contratta, non si comprime, non si calcola nel margine di profitto.

La resistenza politica a questa richiesta è feroce e trasversale. La destra di governo la dipinge come criminalizzazione delle imprese, come ostacolo alla competitività. Pezzi consistenti del centrosinistra si accodano, preoccupati di non perdere il consenso confindustriale. Il risultato è l’immobilismo legislativo che tutti conosciamo. Eppure, in un paese che si definisce fondato sul lavoro fin dall’articolo primo della sua Costituzione, dovrebbe essere il minimo sindacale: chi uccide un lavoratore risparmiando sulla sua sicurezza risponde di un reato grave, con pene certe e sanzioni patrimoniali pesanti. Fino a quando questo non accadrà, la parola lavoro continuerà a essere, nella bocca di troppi, un’etichetta vuota sulla carta che nasconde la licenza di uccidere nei fatti.

Lo sciopero del 13 aprile: un atto di ribellione necessaria

L’Unione Sindacale di Base ha proclamato ventiquattro ore di sciopero generale a Palermo e provincia per lunedì 13 aprile, con un presidio davanti alla prefettura. È una risposta dovuta, una scelta che merita pieno riconoscimento e piena solidarietà. In un paese in cui i sindacati confederali si sono troppo spesso limitati a cerimoniali di cordoglio, l’USB ha chiamato le cose con il loro nome: non incidenti, ma omicidi sul lavoro. Non tragedie, ma conseguenze prevedibili di un sistema che specula sulla vita. Lo sciopero e il presidio sono l’unico linguaggio che il potere capisce, perché colpiscono l’unico valore che davvero riconosce: il profitto e la continuità produttiva.

Ma ventiquattro ore di sciopero in una sola città non bastano. Non possono bastare. Per fermare davvero la mattanza serve un salto di scala. Serve uno sciopero generale nazionale, di tutte le categorie, finché il governo non metta in agenda una legge vera sugli omicidi sul lavoro. Serve il coraggio di bloccare tutto, come hanno fatto i portuali di Genova contro il traffico di armi, come hanno fatto i lavoratori della logistica contro lo sfruttamento. Il blocco è l’arma più antica e più efficace del movimento operaio, e va riscoperta in tempi in cui il lavoro è stato polverizzato, atomizzato, reso invisibile proprio perché incapace di fermarsi insieme. I morti di via Marturano chiedono questo a chi resta. Non un minuto di silenzio, ma giorni di lotta.

La dignità come posta in gioco

Il fondo della questione non è solo giuridico, non è solo economico, non è solo sindacale. È morale e politico nel senso più pieno. Si tratta di decidere se, in questo paese, una vita vale una vita, o se esistono vite di serie A e vite di serie B. I nomi di Daniluc Tiberi Un Mihai e Najahi Jaleleddine ci dicono la verità scomoda: per il sistema italiano del 2026, la vita di un operaio migrante in nero vale meno del costo di una cintura di sicurezza, meno del costo di una manutenzione ordinaria di una gru, meno del margine di guadagno di un appalto edilizio in un quartiere centrale di Palermo. Questa è la scala dei valori reali, quella scritta nei fatti e non nei discorsi della domenica. Ribaltarla è il compito politico di chiunque non accetti di vivere in un paese così.

Alle famiglie di Daniluc e Jaleleddine va la solidarietà piena e incondizionata. Ai loro figli, alle loro mogli, ai loro padri e madri, va la promessa che i loro nomi non verranno dimenticati insieme al ciclo mediatico delle quarantotto ore. E a chi li ha mandati a morire salendo su un cestello che non avrebbe mai dovuto reggerli, va la richiesta ferma, inaggirabile, politica, di rendere conto di ciò che hanno fatto. Non con un processo lungo dieci anni che si chiuderà con una prescrizione. Con una giustizia vera, rapida, pesante, esemplare. Perché la giustizia, quando incontra il lavoro, è sempre stata il primo e più tradito dei diritti costituzionali. Ed è da lì, da quel tradimento quotidiano, che bisogna ricominciare.

Fonti

ANSA, 10 aprile 2026 – Si spezza il braccio della gru, morti due operai che lavoravano in nero.

Il Fatto Quotidiano, 10 aprile 2026 – Si ribalta il carrello e si spezza il braccio della gru: due operai morti a Palermo. Lavoravano in nero.

Sky TG24, 10 aprile 2026 – Incidente sul lavoro a Palermo, due operai morti caduti da una gru.

Giornale di Sicilia, 10 aprile 2026 – Palermo, lavoravano in nero gli operai morti cadendo dalla gru.

Comunicato USB Federazione Palermo, 10 aprile 2026 – Palermo, ennesima strage sul lavoro: non sono incidenti, è omicidio sul lavoro.

Adnkronos, 10 aprile 2026 – Incidente sul lavoro a Palermo, morti due operai precipitati da una gru.

PalermoToday, 10 aprile 2026 – Incidente sul lavoro in via Ruggero Marturano, si spezza braccio di una gru: morti due operai.

Dati INAIL sugli infortuni mortali sul lavoro in Italia, rilevazioni nazionali.

La fabbrica della realtà: istruzioni per abitare il Paese più bello del mondo (quello immaginario)

Cari concittadini, una buona notizia: viviamo nel migliore dei paesi possibili. Lo sappiamo per certo perché ce l’ha appena comunicato la premier dal banco del governo, con la compostezza di chi legge un bollettino meteorologico nel quale c’è sempre il sole. I salari crescono, la giustizia si modernizza, l’Europa è unita, la sanità ha il finanziamento più alto della storia patria, gli sbarchi si sono fermati, la pace è a un passo e il diesel costa meno. L’unico piccolo inconveniente è che nessuna di queste cose è vera. Ma non facciamone un dramma: viviamo in un’epoca avanzata, in cui la realtà è diventata un optional, come il climatizzatore bizona.
Benvenuti nella versione ufficiale dell’Italia, quella che va in onda in diretta parlamentare e resiste fino al telegiornale della sera, dopodiché svanisce come una promessa elettorale. Qui ogni cosa è al suo posto perché chi governa ha deciso dove metterla, senza curarsi troppo di dove si trovi realmente. È una tecnica di governo raffinata: invece di affrontare i problemi, si riscrive il dizionario. Così una sconfitta diventa “un’occasione mancata”, un dato piatto diventa “una svolta storica”, una bocciatura popolare diventa “un cantiere aperto”, e una guerra che fa paura diventa “una posizione condivisa con i principali partner europei”. Un giorno qualcuno tradurrà queste formule in italiano. Per ora ci tocca arrangiarci.
I fatti, quegli antipatici guastafeste

Esistono ancora, purtroppo per il governo, alcuni testardi che pretendono di controllare i numeri. Sono quelli che vanno a cercare i bollettini dell’Istat, le rilevazioni del Ministero delle Imprese, i rapporti della Corte dei conti: insomma, persone con gravi problemi di socialità, che rovinano le cene e i talk-show insistendo sulla sgradevole abitudine di confrontare le parole con i fatti. Secondo questi disagiati, le retribuzioni reali italiane sarebbero ancora circa otto punti sotto il livello del 2021. Tradotto: il lavoratore medio porta a casa una settimana di stipendio in meno all’anno rispetto a cinque anni fa. Ma non disperiamo, perché la premier ci rassicura che i salari “hanno ripreso a crescere”. In effetti crescono, è vero. Crescono come crescono i prezzi della spesa: soltanto un po’ meno. Chiamiamola crescita e andiamo a dormire sereni.
Sugli sbarchi la performance è ancora più memorabile. Nel 2025 ne abbiamo avuti poco più di sessantaseimila, quasi identici ai sessantaseimila del 2024. Un capolavoro di stabilità. Il governo però ha trovato la soluzione: basta confrontare il 2025 con il 2023, che era un’annata eccezionale gonfiata da guerre e collassi statuali, e il crollo appare magicamente. È lo stesso principio per cui, se ti pesi dopo cena, hai l’impressione di essere a dieta rispetto all’Epifania. Funziona solo se la bilancia non parla. Ma per fortuna la bilancia italiana non parla: ci pensa il ministro a parlare al posto suo.
Sul Fondo sanitario nazionale, poi, siamo al sublime. “Il livello più alto di sempre”, ripete il governo con l’orgoglio di chi annuncia un record olimpico. Peccato che in percentuale sul Pil la spesa sanitaria pesi oggi meno di quanto pesasse nel 2022: dal 6,3 per cento al 6, poi lentamente al 6,1, sempre ben al di sotto del 6,5 per cento che l’Organizzazione mondiale della sanità considera il minimo sindacale per un sistema universalistico. Per festeggiare il nostro record, in compenso, possiamo prenotare una risonanza magnetica per il prossimo gennaio. Anzi, meglio: per il gennaio del duemilaventotto. Ma con un po’ di fortuna si libera un buco prima, quando qualcuno rinuncerà alle cure. La rinuncia alle cure, a proposito, è l’unico settore italiano davvero in crescita stabile. Un risultato storico, effettivamente.
Il piano casa merita un paragrafo a parte per ragioni di galanteria verso l’ingegneria retorica. Centomila case in dieci anni, dice la premier, come se le avesse contate una per una la sera prima. In realtà non è prevista una sola nuova casa popolare: si tratta di ristrutturare sessantamila alloggi Erp già esistenti, con soldi europei del Pnrr, e di chiamare “edilizia sociale” tutto il resto, dove “sociale” è la parola magica che significa “affitti per chi se li può permettere”. È un piano casa nello stesso senso in cui una foto del frigorifero vuoto è un piano alimentare. Ma concediamo il beneficio del dubbio: forse alla fine qualcuno ci abiterà davvero, magari gli studenti fuori sede che oggi dormono in macchina. Basta aspettare. L’importante è non perdere la speranza. E le bollette. Quelle non si perdono mai.
Chiudiamo la rassegna dei dati con il miliardo di euro speso per tagliare venticinque centesimi su benzina e diesel, con il nobile obiettivo di far calare i prezzi alla pompa. I prezzi alla pompa, come da miracolo laico, sono saliti. Lo certifica lo stesso Ministero delle Imprese: un centesimo in media più alti rispetto a tre settimane fa. Dunque: abbiamo speso un miliardo, abbiamo ottenuto un aumento, abbiamo spedito la premier nel Golfo Persico a sorridere ai sauditi, e alla fine il pieno costa di più. Se non è efficienza questa, bisognerà inventare una parola nuova. “Efficineza”, magari. Suona abbastanza governativa.
Lo “standard europeo”: un capolavoro di geografia creativa

Veniamo alla giustizia, terreno sul quale il governo ha dato prova delle sue migliori capacità cartografiche. Secondo Palazzo Chigi, la riforma respinta al referendum sarebbe servita ad “allineare l’Italia agli standard europei”. Magnifica espressione: lo “standard europeo”. Evoca l’idea di un’Europa perfettamente ordinata, con un unico modello di magistratura, uguale dal Portogallo alla Finlandia, certificato Ue e venduto nei supermercati con il codice a barre. Peccato che quest’Europa non esista. Esistono la Francia con il suo Consiglio superiore a composizione mista, la Germania con la magistratura inquadrata nelle amministrazioni dei Länder, la Spagna con un organo di autogoverno che litiga per anni a ogni nomina, il Portogallo con un sistema affine al nostro, la Grecia con le sue specificità e così via. Un paesaggio plurale, contraddittorio, complicatissimo. Nessuno “standard”. Ma ammettere la pluralità costerebbe fatica: molto più comodo inventarsi un’Europa che non c’è e dichiararsene pionieri.
Il bello è che l’Italia, in questo fantomatico allineamento, era già avanti. Il nostro pubblico ministero è tra i più indipendenti del continente, caratteristica che altrove molti giuristi studiano con ammirazione. Quella indipendenza, però, è un inconveniente per chi governa, perché ogni tanto qualche toga si mette a indagare dove non dovrebbe. La riforma non serviva a modernizzare: serviva a sistemare. Non a efficientare: a disciplinare. E quando il popolo — quel popolo sovrano che viene celebrato nei comizi e ignorato nelle urne — ha detto di no, il governo ha reagito con la consueta eleganza: «Rispettiamo il giudizio degli italiani», ha detto la premier. Due righe dopo: «Occasione mancata». Tre righe dopo: «Il cantiere non si ferma». È il rispetto nella sua versione post-moderna: quella in cui se non sei d’accordo con me, ti rispetto, ma poi faccio comunque quello che volevo.
Nel frattempo, per un intero anno, abbiamo assistito a un campionato di demonizzazione della magistratura nel quale figure come Nicola Gratteri sono state trattate come se fossero pericolosi ultrà da allontanare dallo stadio. È la celebre teoria del “conflitto istituzionale come derby”, variante italiana del tifo da curva applicata alle toghe. Lo schema è semplice: prima demolisci un contropotere, poi ti offendi se ti rispondono, poi convochi l’elettorato e gli chiedi di arbitrarti. Nel calcio si chiama moviola in campo. In politica costituzionale si chiamava, una volta, separazione dei poteri. Ma nomi vecchi, ormai.
L’«unità europea» a uso interno

Poi c’è la guerra contro l’Iran, e qui bisogna prendere fiato prima di iniziare, perché il livello di creatività raggiunto dal governo è commovente. La premier assicura che la posizione italiana è stata “esattamente la stessa” dei principali paesi europei. Cerchiamo di capirci: Pedro Sánchez ha parlato di “aggressione illegale” e di “guerra contro il diritto internazionale”; l’Irlanda ha chiesto un cessate il fuoco immediato; persino la Francia ha adottato formule molto più prudenti di quelle italiane. Se questa è la stessa posizione, allora anche il gatto e il topo condividono lo stesso progetto gastronomico. È vero: a volte si incontrano nella stessa stanza. Ma le loro prospettive sull’evento sono lievemente divergenti.
In compenso la premier, mentre parlava di “unità occidentale”, è volata da sola nel Golfo. Da sola nel senso proprio: senza coordinamento europeo, senza un piano condiviso, senza quell’orpello fastidioso chiamato politica estera comune. È andata a sorridere a sauditi ed emiratini come si va a un battesimo di un cugino lontano: bisogna esserci, non si sa bene perché, e l’importante è farsi fotografare. Sul piano del quadro strategico, quella missione si è inscritta docilmente dentro un disegno disegnato altrove, precisamente a Washington e a Gerusalemme. Ma guai a dirlo: l’Italia è “sovrana”, lo dicono tutti i giorni. Lo dicono con così tanta insistenza che viene quasi il sospetto che debbano rassicurare qualcuno, forse sé stessi.
Sul capitolo voli partiti dalle basi italiane durante la crisi, il governo ha adottato una tecnica comunicativa innovativa: il silenzio assoluto. Non è stato smentito nulla, perché non è stato confermato nulla, perché non è stato detto nulla. È la trasparenza versione nebbia fitta. E quando qualcuno ha chiesto conto del ruolo logistico delle basi italiane in un’operazione militare che l’Italia non ha deciso né discusso, la risposta è stata: “Rispettiamo scrupolosamente i trattati con gli Stati Uniti”. Traduzione per chi è rimasto indietro: facciamo quello che ci chiedono di fare, come sempre, ma abbiamo deciso di sentirci orgogliosi nel farlo. È la sovranità come stato d’animo: indipendentemente dai fatti, purché ci si creda con convinzione.
E mentre i caschi blu italiani di Unifil stanno in Libano in una missione svuotata di ogni copertura politica, senza regole d’ingaggio aggiornate, senza una cornice diplomatica coerente, il governo esulta per averne ottenuto la proroga fino al 2026. È come rivendicare di aver salvato una barca perché non è ancora affondata del tutto, pur avendo riempito d’acqua la stiva. “Abbiamo chiesto a Israele di fermare l’escalation”, ha detto la premier. Bene. E Israele ha smesso. È vero. L’unico dettaglio è che non l’ha fatto. Ma la richiesta, ufficialmente, è partita. I soldati italiani possono dormire tranquilli, protetti dal peso geopolitico di un comunicato stampa.
Chi paga, chi incassa: il magico mondo della ridistribuzione al contrario

Veniamo ora alla parte economica, forse la più spassosa, perché qui la differenza fra la narrazione e la realtà raggiunge la profondità di una fossa marina. I salari reali sono sotto di otto punti rispetto al 2021. Ma tranquilli, il governo dice che crescono. E siccome la realtà è democratica, vale quello che dice il governo oppure vale quello che dicono i dati. Noi, per una volta, rischiamo di dar retta ai dati. Ma giuriamo di pentirci.
Intanto, chi ha guadagnato in questi anni di “ripresa del potere d’acquisto”? Curiosamente, non i lavoratori dipendenti. Curiosamente, i grandi gruppi energetici hanno registrato utili record mentre le famiglie italiane spegnevano i termosifoni. Curiosamente, le rendite finanziarie si sono gonfiate mentre i salari recuperavano soltanto sulla carta intestata dei ministeri. L’inflazione, ci raccontano, è stata un evento atmosferico, come una grandinata: arrivata da chissà dove, nessuno è responsabile, nessuno ha beneficiato. È strano: di solito quando piove qualcuno si bagna e qualcun altro sta all’asciutto. Ma non in Italia. In Italia piove su tutti allo stesso modo, tranne che non è vero. È piovuto molto di più su chi viveva di stipendio, e molto di meno su chi viveva di rendita, di speculazione e di posizione oligopolistica. Ma chiamare le cose con il loro nome costerebbe fatica: molto più comodo parlare di “congiuntura internazionale”.
I numeri dell’occupazione meritano una menzione d’onore. «Un milione e duecentomila occupati stabili in più», «550 mila precari in meno». Cifre stupende, degne di un miracolo economico. Peccato che la quota principale di questi occupati aggiuntivi sia composta da cinquantenni e sessantenni che non possono più andare in pensione, perché il governo stesso ha alzato i requisiti. Non è il mercato del lavoro che si riscalda: è la popolazione attiva che invecchia, costretta a rimanere al tornio, in ufficio, in corsia. I giovani nel frattempo restano dove erano: precari, malpagati, o all’estero. Ma sui pannelli del governo appaiono comunque tra gli “occupati in più”, con la stessa logica con cui, se non vuoi che il frigo sia vuoto, basta togliere i ripiani.
La sanità: il reparto cortesia del tramonto dello Stato sociale

Arriviamo alla sanità, e qui l’ironia si fa più difficile, perché la materia prima sono i corpi delle persone. Proviamoci lo stesso, perché a volte il sarcasmo è l’unica forma di rispetto possibile per chi non viene rispettato da nessuno. Il Fondo sanitario nazionale, ricordiamolo, ha raggiunto “il livello più alto di sempre”. Uno penserebbe a sale operatorie che funzionano, a pronto soccorso fluidi, a medici di famiglia disponibili. Invece la percentuale sul Pil è scesa rispetto al 2022 e la sanità si sta spegnendo a luce intermittente. È il paradosso italiano: il livello più alto di sempre coincide con il momento in cui ti dicono che per una visita cardiologica devi aspettare fino al prossimo governo. Forse anche al successivo.
Il decreto del giugno 2024 sulle liste d’attesa, vantato come svolta storica, sta per compiere due anni. In questi due anni, la piattaforma digitale per monitorare le liste non ha reso pubblico un solo dato — non uno — e l’Organismo di vigilanza non è mai stato costituito. È come una legge antincendio che prevede vigili del fuoco immaginari e estintori da installare appena ci sarà tempo. In compenso il governo lo cita nei discorsi come esempio di coraggio. “Il primo ad aver avuto il coraggio”, dice la premier. Il coraggio di non applicare la legge che si è approvata è effettivamente raro, bisogna ammetterlo: ci vuole stoffa.
Nel frattempo, con la discrezione di chi non vuole disturbare, lo Stato italiano sta lentamente cambiando mestiere in sanità. Non cura più: smista. Non garantisce più: consiglia. La transizione verso un sistema misto — nel quale chi può paga di tasca propria e chi non può aspetta, peggiora, rinuncia — è in corso da anni, ma adesso procede in discesa. È la privatizzazione elegante, quella che non osa dire il proprio nome. Si chiama “efficienza” quando il servizio è lento. Si chiama “responsabilizzazione” quando ti mandano dal privato. Si chiama “responsabilità delle Regioni” quando il sistema crolla. E si chiama “modernizzazione” quando la classe media si stipula una polizza, mentre chi non può permettersela si iscrive alla più triste delle liste d’attesa: quella della rinuncia alle cure. Ma ogni paese merita il sistema sanitario che si sceglie, e il nostro, a quanto pare, ha scelto questo. Anche se non ricordiamo bene di averlo mai votato.
La classe dirigente: una tragicommedia in tre atti

Sul capitolo selezione della classe dirigente, la premier ha raggiunto le vette dell’autocoscienza. «Abbiamo chiesto un passo indietro ad alcuni membri del governo per anteporre l’interesse della Nazione». Una frase che, letta a mente fredda, suona così: abbiamo scelto persone discutibili, le abbiamo difese contro ogni evidenza, poi abbiamo perso un referendum, poi ci siamo accorti che erano discutibili, e adesso vi chiediamo di applaudire perché le abbiamo allontanate. Il caso Santanchè è in questo senso esemplare: imposto soltanto dopo la sconfitta politica, cioè quando il consenso non reggeva più. La sensibilità etica si è risvegliata esattamente nel momento in cui costava zero. Un tempismo miracoloso. Più di un prodigio: quasi un segnale divino.
Il criterio di selezione di questa maggioranza, del resto, non è mai stato la competenza. Non è stata la credibilità. Non è stata la sobrietà. È la fedeltà. La fedeltà regge finché regge il consenso, dopodiché viene ridefinita come “sacrificio”, e il sacrificio diventa merito personale della premier, come se il capitano di una nave si vantasse di aver buttato in mare i passeggeri durante una tempesta da lui stesso provocata. Il pubblico del teatro, come sempre, è invitato ad applaudire: la rappresentazione continua finché continua il biglietto staccato. Solo che qui il biglietto lo paghiamo noi, e la rappresentazione è il nostro paese.
Il regime del discorso, con contorno di giornalismo affamato

Nulla di tutto questo funzionerebbe senza un ecosistema mediatico compiacente, e l’Italia ne ha costruito uno negli ultimi trent’anni con una dedizione che meriterebbe un museo. Grandi gruppi editoriali concentrati, proprietari legati a interessi industriali, redazioni dipendenti dagli investimenti pubblicitari, giornalisti che sanno che una critica eccessiva può costare la carriera. È in questo terreno fertile che il dispositivo narrativo del governo sboccia come un’ortensia a maggio. Un ministro dice una cosa falsa, il giorno dopo è titolo di apertura, tre giorni dopo arriva la smentita tecnica a pagina sedici, il quinto giorno la smentita viene smentita da un editoriale compiacente, il settimo giorno ci si riposa. È la settimana della creazione, versione italiana della post-verità.
Il potere contemporaneo non ha bisogno di censurare — sarebbe volgare, oltre che inefficace. Gli basta saturare. Gli basta occupare lo spazio, sommergere di annunci, distribuire incarichi pubblici ai giornalisti compiacenti, isolare con la denigrazione personale chi non sta alle regole del gioco. La libertà di stampa formalmente esiste, come esiste formalmente il diritto di chiunque di volare sulla Luna con mezzi propri. In pratica, il dissenso viene relegato nei margini, trattato come folclore, riassegnato allo statuto di eccentricità personale. È il regime del discorso educato, quello in cui non ti arrestano: ti ignorano, che è molto peggio, perché non c’è neppure il martirio a consolare.
Le conseguenze sulla carne dei vivi (che continua a non trovare la battuta)

Qui, per un momento, l’ironia deve tirare il freno, perché al di sotto di ogni cifra gonfiata ci sono delle vite vere, e le vite vere non sono mai divertenti. Un paese in cui i salari reali sono più bassi di cinque anni fa è un paese in cui qualcuno ha saltato il pranzo, qualcun altro ha lasciato spegnere il termosifone, una terza persona ha rimandato l’acquisto delle scarpe per i figli. Un paese in cui la sanità pubblica si ritira è un paese in cui la morte comincia a distinguersi per reddito: chi può pagare si cura, chi non può pagare entra nella statistica della “rinuncia alle cure”, nome burocratico per una forma di ingiustizia silenziosa che ha tutto il diritto di chiamarsi violenza sociale. Un paese in cui il diritto alla casa non esiste è un paese in cui studenti brillanti scelgono l’università in base al prezzo dell’affitto, e dove intere generazioni vengono espulse dalle città in cui sono nate.
Dietro ogni statistica addomesticata, ogni taglio contabile, ogni annuncio trionfale, ci sono persone reali. Ci sono madri che decidono se comprare la medicina o pagare la luce. Ci sono cinquantenni che hanno capito che non andranno mai in pensione, e ci hanno rinunciato con quel misto di rassegnazione e orgoglio che è diventato la cifra emotiva del lavoratore italiano. Ci sono giovani donne che rinviano ad avere figli perché nessun contratto dura abbastanza per poterli crescere . Ci sono anziani che aspettano un’ecografia per un anno e mezzo, da soli, in case dove la televisione è accesa tutto il giorno per simulare una presenza. La fabbrica della realtà lavora a pieno regime per cancellare queste vite dal campo visivo della politica, e ci riesce piuttosto bene, perché i protagonisti raramente prendono la parola, e quando la prendono vengono classificati come “disagio sociale”, “caso limite”, “nicchia”. Una nicchia di sessanta milioni di persone, va detto. Ma pur sempre nicchia.
Riprendere la realtà, se qualcuno l’ha vista passare

A questo punto qualcuno, giustamente, si chiederà: e adesso? Non è una domanda retorica. È la domanda. La risposta breve è che non esiste democrazia senza un rapporto onesto tra parole e cose, e che la partita vera oggi si gioca proprio lì: nel tentativo di riportare le parole della politica a qualche forma di corrispondenza con i fatti. Un paese può sopportare governi mediocri, può sopravvivere a scelte sbagliate, può convivere persino con leadership che lavorano contro gli interessi della maggioranza. Non può sopravvivere alla rottura strutturale del legame tra ciò che viene detto e ciò che accade, perché in quel momento il giudizio collettivo diventa impossibile, e la sovranità popolare si riduce a tifo. Il tifo, è bene ricordarlo, non ha mai salvato nessuno. Neppure al novantesimo minuto.
Riprendere la realtà significa pretendere la verifica di ogni annuncio. Significa trattare la retorica istituzionale con lo stesso rispetto con cui si tratta un volantino promozionale del supermercato: leggendo anche le righe piccole. Significa rimettere al centro chi paga davvero il prezzo di questa Italia immaginaria: i lavoratori senza aumenti, i pazienti senza cure, i giovani senza orizzonti, gli studenti senza case, i migranti trasformati in scenografia elettorale, i civili iraniani e libanesi e palestinesi e ucraini che nei discorsi ufficiali sono sempre meno nominati, come se il silenzio potesse risparmiare qualcuno. Non risparmia nessuno: né loro, né noi, che perdiamo un pezzo di umanità ogni volta che accettiamo di non dire.
L’Italia virtuale della premier non è un incidente. È un progetto. È la forma politica di una destra neoliberale che ha deciso di difendere rendite e privilegi trasformando la democrazia in un palcoscenico, dove il copione lo scrive chi paga, gli attori recitano in cambio di una parte, e il pubblico è invitato a non disturbare l’illusionista. L’unica risposta possibile, contro un palcoscenico, è ricordare che fuori dal teatro c’è una strada, e sulla strada ci siamo noi: con le nostre bollette, le nostre visite rimandate, i nostri stipendi stagnanti, le nostre case introvabili, i nostri figli che partono. Siamo ancora il paese reale. E il paese reale, prima o poi, ha il brutto vizio di presentarsi al botteghino a chiedere il rimborso del biglietto.
Fonti

Istat, Rilevazione sulle forze di lavoro, bollettini 2024-2025.
Istat, Indici delle retribuzioni contrattuali e di fatto, serie storica 2021-2025.
Istat, Statistiche sulla povertà e sulle condizioni di vita delle famiglie, ultima edizione disponibile.
Ministero dell’Interno, Cruscotto statistico giornaliero sugli sbarchi, 2023-2025.
Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Osservatorio prezzi carburanti, rilevazioni 2026.
Commissione europea, dichiarazioni del commissario Valdis Dombrovskis sulla clausola di salvaguardia del Patto di stabilità.
Corte dei conti, Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica, sezione sanità, 2024-2025.
Fondazione Gimbe, Rapporto sul Servizio sanitario nazionale, edizioni 2024 e 2025.
Organizzazione mondiale della sanità, parametri di finanziamento dei sistemi sanitari universalistici.
Gazzetta Ufficiale, Decreto-legge 7 giugno 2024, n. 73 (liste d’attesa).
Nomisma e Sunia, Rapporti sull’emergenza abitativa nelle grandi città italiane.
Dichiarazioni ufficiali dei governi di Spagna, Irlanda e Francia sulla crisi iraniana, marzo-aprile 2026.
Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza Onu sulla missione Unifil, proroghe 2025-2026.
Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 32.
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
Licenza CC BY-NC-SA 4.0
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Lo Stato canaglia e i suoi servi: cronaca di una complicità europea

Mentre Tel Aviv bombarda Beirut e Teheran, Bruxelles e Roma scelgono il silenzio. E il silenzio, in tempo di genocidio, è una firma in calce.

La tregua era stata annunciata da poche ore quando i caccia israeliani hanno trasformato interi quartieri di Beirut in macerie. Non un errore, non un incidente di percorso: un atto deliberato, calcolato al minuto, pensato per sabotare qualsiasi possibilità di pace e per ricordare al mondo intero chi comanda davvero in Medio Oriente. Centinaia di morti — uomini, donne, bambini — sono il prezzo che la popolazione libanese ha pagato perché Benjamin Netanyahu potesse ribadire un concetto semplice e brutale: lo Stato di Israele non riconosce alcuna autorità superiore a sé stesso, né le Nazioni Unite, né la Corte Penale Internazionale, né tantomeno la coscienza di un’umanità ormai sfinita dall’orrore.

È in questo scenario che si misura l’abisso morale dell’Occidente. Mentre l’Iran accettava di sedersi al tavolo dei negoziati grazie alla mediazione di Cina, Pakistan e Turchia, mentre lo stretto di Hormuz tornava transitabile e i mercati respiravano, il governo italiano taceva. La Commissione Europea taceva. Le redazioni dei grandi giornali, sempre prontissime a denunciare ogni sussulto di Mosca, hanno relegato la strage libanese a poche righe in cronaca estera.

Una tregua sabotata a colpi di bombe

La sequenza dei fatti è di una chiarezza che non lascia spazio a interpretazioni. Donald Trump, il presidente che aveva minacciato di far «morire un’intera civiltà» — una formula che, come ha ricordato Serge July su Liberation, non si era più sentita pronunciare dai tempi di Tamerlano — è stato costretto a fare marcia indietro. Non per ravvedimento, non per scrupolo umanitario, ma perché la Cina ha mediato, perché il Pakistan ha contenuto a fatica l’assalto popolare al consolato americano di Karachi, perché Erdogan ha invocato pubblicamente il castigo divino su Israele. Il «buffone in chief», come lo definisce con efficacia chi lo osserva da vicino, ha dovuto accettare una sconfitta storica: l’Iran ha imposto le sue condizioni, ha ottenuto la revoca parziale delle sanzioni, ha mantenuto il controllo sul traffico navale di Hormuz.

Ma quello che Washington non ha potuto fare per via diplomatica, Tel Aviv lo ha fatto per via militare. Netanyahu ha chiarito immediatamente che la tregua non valeva per il Libano, dove il disegno coloniale israeliano punta ad annettere Tiro e l’intera fascia a sud del fiume Litani, congiungendola al Golan strappato alla Siria fino al monte Hermon. Una linea retta tracciata col sangue, una mappa ridisegnata a colpi di artiglieria, l’ennesima applicazione di quella dottrina del fatto compiuto che l’Occidente ha sempre tollerato quando a praticarla erano i suoi alleati.

La menzogna dell’antisemitismo come scudo

Da decenni qualunque critica al governo israeliano viene immediatamente bollata come antisemita. È un riflesso pavloviano studiato a tavolino, una macchina retorica perfettamente oliata che serve a un solo scopo: rendere indicibile l’evidenza. L’evidenza è che lo Stato di Israele, nella sua configurazione attuale, è una struttura politica fondata sulla pulizia etnica, sull’apartheid e sull’espansione territoriale permanente. Dirlo non significa odiare gli ebrei: significa riconoscere ciò che storici israeliani come Ilan Pappé, Avi Shlaim e Shlomo Sand documentano da anni nei loro lavori, e ciò che organizzazioni come B’Tselem, Amnesty International e Human Rights Watch hanno definito senza mezzi termini «crimine di apartheid».

L’accusa di antisemitismo, brandita come una clava contro chiunque osi criticare Tel Aviv, è essa stessa un insulto alla memoria delle vittime della Shoah. Confondere il sionismo politico con l’ebraismo significa riprodurre, in forma rovesciata, lo stesso errore di chi negli anni Trenta identificava ogni ebreo con un complotto immaginario. Sono proprio le voci ebraiche più lucide — da Judith Butler a Norman Finkelstein, da Gideon Levy ai veterani di Breaking the Silence — a denunciare questa strumentalizzazione.

Il governo Meloni e la vergogna della complicità

In tutto questo, il governo italiano recita la parte che gli è stata assegnata dal copione atlantico: quella del servo zelante. Giorgia Meloni, che non perde occasione per ergersi a paladina dell’Occidente cristiano, non ha trovato una sola parola di condanna per i bombardamenti su Beirut. Antonio Tajani, ministro degli Esteri di un Paese che ospita militari italiani in Libano nell’ambito della missione UNIFIL, non ha pronunciato una sola sillaba di protesta quando quei militari sono stati presi di mira «per errore» dall’esercito israeliano. Guido Crosetto, il ministro della Difesa, continua a finanziare l’industria bellica e a stringere accordi di cooperazione militare con Tel Aviv come se nulla fosse.

La verità è che l’Italia, all’interno della NATO, ha rinunciato da tempo a qualsiasi autonomia di giudizio. Il trattato del 1954 sulle basi americane, mai messo in discussione, fa del nostro Paese una portaerei al servizio di una potenza imperiale in declino. I cieli italiani sono attraversati ogni giorno da aerei militari diretti verso il Mediterraneo orientale, e il Parlamento non ha né la forza né la volontà di chiedere conto di nulla. La Costituzione, all’articolo 11, ripudia la guerra come strumento di offesa: ma chi se ne ricorda più, in un Paese dove le opposizioni ufficiali si distinguono dalla maggioranza solo per sfumature lessicali?

La voce di Sánchez e il silenzio degli altri

In mezzo a questo deserto morale, una voce si è levata con la chiarezza che ci si aspetterebbe da tutti i leader europei e che invece arriva soltanto da Madrid. Pedro Sánchez ha detto ciò che a Roma, Berlino e Parigi nessuno osa pronunciare: il cessate il fuoco è sempre una buona notizia, ma il sollievo momentaneo non può farci dimenticare il caos, la distruzione, le vite spezzate. Il governo spagnolo, ha aggiunto, non applaudirà chi incendia il mondo per poi presentarsi con un secchio d’acqua in mano. Parole semplici, eppure rivoluzionarie nel grigiore del conformismo atlantico, perché smascherano in una riga il teatrino cinico di chi provoca le crisi e poi pretende anche la medaglia del pacificatore.

Sánchez non si è fermato lì. Ha chiesto che il Libano venga incluso nel cessate il fuoco, che la comunità internazionale condanni senza ambiguità la nuova violazione del diritto internazionale, che l’Unione Europea sospenda l’Accordo di associazione con Israele, che non vi sia alcuna impunità per i crimini commessi. È il minimo sindacale di qualsiasi politica estera coerente con i trattati su cui l’Europa si è formalmente costruita. Eppure, per averlo detto, il premier spagnolo è stato trattato come un eretico, isolato nei vertici europei, bersagliato dai commentatori di professione che in nome dell’atlantismo hanno trasformato il servilismo in virtù. Ce ne fossero, di Sánchez, nei palazzi che contano: invece abbiamo Meloni, abbiamo Orbán, abbiamo una classe dirigente continentale che confonde la fedeltà con la genuflessione. Ora — lo ha detto con parole che meritano di essere ripetute fino alla nausea — servono diplomazia, diritto internazionale e pace. Tutte cose che non vedremo mai, finché resteremo in balia di banditi come Trump e Netanyahu, e finché avremo un’Europa così moscia ed esangue.

L’Europa che non c’è

Bruxelles, dal canto suo, è la cartolina perfetta dell’irrilevanza. Ursula von der Leyen continua a parlare di «valori europei» mentre l’Unione finanzia, arma e copre politicamente uno Stato sotto inchiesta della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità. L’unico governo europeo che ha avuto il coraggio di rompere il fronte è stato quello spagnolo di Pedro Sánchez, prontamente isolato e demonizzato dai grandi media continentali. Tutti gli altri — Berlino, Parigi, Roma, l’Aja — si sono allineati al silenzio, perché rompere quel silenzio significherebbe ammettere la verità: l’Europa non esiste come soggetto politico, esiste solo come appendice subordinata della strategia americana.

Eppure le condizioni materiali per una svolta ci sarebbero. La guerra in Ucraina, le sanzioni alla Russia, la chiusura dei gasdotti, il caro energia, l’inflazione importata: tutti effetti collaterali di una politica estera dettata da Washington e pagata dai cittadini europei. Ogni famiglia che fatica ad arrivare a fine mese, ogni piccola impresa che chiude, ogni lavoratore licenziato perché la sua azienda non regge i costi dell’energia: sono tutti tributi versati a un’alleanza che produce solo dipendenza e povertà. Eppure nessuno, nelle stanze del potere, osa chiedere il conto.

Cuba, l’Iran e il rovesciamento delle sanzioni

C’è un dettaglio che rivela meglio di mille analisi la natura grottesca dell’ordine mondiale attuale. Mentre Israele bombarda ospedali, scuole, ponti, centrali elettriche e atomiche — gli stessi obiettivi che i tribunali internazionali hanno classificato come crimini di guerra quando colpiti da chiunque altro — Cuba viene inserita ancora una volta nella lista degli Stati sponsor del terrorismo. Cuba, che invia medici in tutto il mondo, che ha sviluppato vaccini distribuiti gratuitamente ai Paesi più poveri, che resiste da oltre sessant’anni a un embargo unilaterale dichiarato illegale dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con voto pressoché unanime ogni anno.

Le sanzioni che da decenni soffocano l’economia cubana andrebbero applicate, alla lettera, allo Stato di Israele. È una richiesta minima, elementare, che qualsiasi sistema internazionale degno di questo nome accoglierebbe senza esitazione. Invece, mentre l’Avana viene punita per aver scelto la propria sovranità, Tel Aviv riceve armamenti, fondi europei per la ricerca, accordi commerciali preferenziali e copertura diplomatica totale. È in questo doppio standard che si manifesta la vera natura dell’ordine globale: non un sistema di regole, ma un gioco di potere in cui le regole si applicano solo ai deboli.

Cosa significa, oggi, schierarsi

Sabato 11 aprile, davanti al Colosseo, una piazza tornerà a riempirsi. Si manifesterà per Cuba, contro il bloqueo, contro l’ingerenza americana nei Caraibi. Ma quella piazza sarà anche, inevitabilmente, una piazza per la Palestina, per il Libano, per l’Iran, per ogni popolo che oggi paga con il sangue il diritto di non piegarsi. Sarà una piazza che dovrà essere larga, plurale, capace di tenere insieme istanze diverse sotto un unico denominatore: il rifiuto dell’imperialismo e della guerra come strumenti di governo del mondo.

Schierarsi, oggi, significa accettare che non esiste neutralità possibile. Chi tace di fronte ai bombardamenti su Beirut è complice. Chi continua a vendere armi a Israele è complice. Chi finanzia con i propri voti partiti che hanno trasformato l’atlantismo in una religione di Stato è complice. La pace non si costruisce con i comunicati stampa né con le veglie a lume di candela: si costruisce rompendo i trattati che ci legano ai criminali, sospendendo gli accordi commerciali con chi pratica l’apartheid, processando chi si è macchiato di crimini contro l’umanità. Ogni altra strada è anestesia.

Una presa di posizione, non una preghiera

L’Europa ha davanti a sé una scelta che non potrà più rinviare a lungo. O trova il coraggio di pronunciare quelle parole che da troppo tempo le si bloccano in gola — «caro Trump, hai stufato; caro Netanyahu, sei un criminale e ti tratteremo come tale» — oppure scivolerà definitivamente nell’irrilevanza storica, trascinandosi dietro i suoi cittadini, le sue democrazie svuotate, i suoi welfare smantellati, le sue costituzioni ridotte a carta straccia. Non ci sarà una terza via. Non ci sarà una mediazione possibile tra il diritto internazionale e il suo schiacciamento sistematico.

Quanto a noi, a chi scrive e a chi legge, a chi scende in piazza e a chi organizza dal basso una resistenza paziente, il compito è chiaro. Continuare a nominare le cose con il loro nome. Continuare a chiamare genocidio il genocidio, terrorismo il terrorismo di Stato, complicità la complicità. Continuare a ricordare che la storia non assolve i tiepidi, e che il silenzio davanti all’ingiustizia è esso stesso una forma di violenza. Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere: e questo dovere, oggi, ha un nome preciso. Si chiama Palestina. Si chiama Libano. Si chiama umanità.

Fonti

— Corte Penale Internazionale, mandato d’arresto contro Benjamin Netanyahu, novembre 2024.

— Amnesty International, «Israel’s apartheid against Palestinians», rapporto 2022.

— B’Tselem, «A regime of Jewish supremacy from the Jordan River to the Mediterranean Sea», 2021.

— Ilan Pappé, «La pulizia etnica della Palestina», Fazi Editore.

— Norman Finkelstein, «L’industria dell’Olocausto», Rizzoli.

— Serge July, editoriali su Libération, giugno 2025 – aprile 2026.

— Assemblea Generale ONU, risoluzioni annuali contro il bloqueo statunitense a Cuba.

— Breaking the Silence, testimonianze dei veterani dell’IDF, archivio online.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

CC BY-NC-SA 4.0  —  Mario Sommella

L’ultimatum dei padroni del mondo: quando la pace si misura al barile

C’è un’ora, fissata a Washington, oltre la quale un uomo ha deciso che un altro popolo potrà essere cancellato nel giro di una notte. Non è una frase di un romanzo distopico, non è il delirio di un tiranno confinato in una stanza buia. È la dichiarazione pubblica, ripetuta davanti alle telecamere e rilanciata da tutti i notiziari del pianeta, del presidente degli Stati Uniti d’America. Che un simile linguaggio venga accolto come materiale giornalistico di routine, registrato come cronaca e discusso in termini di tattica negoziale, è già di per sé la misura del punto a cui siamo arrivati. La minaccia di annientamento di una nazione di quasi novanta milioni di abitanti è diventata una leva contrattuale, uno strumento di pressione sui mercati, una battuta da conferenza stampa. E noi, cittadini europei, assistiamo in silenzio, mentre il prezzo della benzina sale e qualcuno, altrove, firma comunicati sulla nostra pelle.

La cronaca di un ricatto travestito da diplomazia
Viene chiamato pomposamente accordo di Islamabad, come se il nome di una capitale fosse sufficiente a conferire dignità a quello che è, nei fatti, un ultimatum mascherato da proposta. Quarantacinque giorni di tregua, presentati come gesto di buona volontà, in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz, dello smantellamento delle scorte di uranio e di una rinegoziazione complessiva che dovrebbe ridurre l’Iran al rango di protettorato energetico. A Teheran è stato chiesto di consegnare le chiavi di casa propria sotto la minaccia di essere polverizzata entro martedì notte. La risposta iraniana, un controproposta in dieci punti che rivendica la fine definitiva delle ostilità, il risarcimento dei danni subiti e la revoca delle sanzioni, è stata liquidata come insufficiente. In qualsiasi linguaggio umano decente, questa si chiama estorsione. Nel linguaggio delle cancellerie occidentali si chiama negoziato.

Il laboratorio israeliano e il veto alla pace
Mentre Washington recita la parte del poliziotto cattivo e del mediatore possibile, Tel Aviv ha già sciolto ogni ambiguità. Netanyahu bombarda i complessi petrolchimici, colpisce South Pars, rivendica l’uccisione di comandanti e vertici dell’intelligence iraniana come trofei da esporre sui social, e nel frattempo telefona a Trump pregandolo di non fermarsi. Il primo ministro di un governo politicamente moribondo, tenuto in piedi dall’estrema destra suprematista e dalla necessità personalissima di evitare il tribunale, ha bisogno della guerra come ossigeno. Ogni giorno di cessate il fuoco è un giorno in più che lo avvicina alla resa dei conti con il proprio elettorato e con la giustizia del suo Paese. È grottesco, ed è atroce, che la sopravvivenza politica di un uomo possa pesare sulle vite di milioni di civili. Ma è esattamente ciò a cui stiamo assistendo, mentre le istituzioni europee tacciono o, peggio, annuiscono con l’aria imbarazzata di chi teme di disturbare l’alleato.

Chi brinda quando il barile sale
Dietro la retorica della sicurezza collettiva e della difesa dell’ordine internazionale, si muovono interessi concretissimi che nessun telegiornale si prende la briga di nominare. Il prezzo del greggio oscilla sopra i centoquattordici dollari al barile, lo Stoxx 600 brucia oltre millecento miliardi di capitalizzazione, e intanto le grandi compagnie energetiche, i fondi speculativi esposti sulle materie prime, il complesso militare-industriale e le banche d’investimento che gestiscono i derivati sul petrolio registrano trimestrali da incorniciare. Quando l’amministratore delegato della più grande banca americana scrive ai propri azionisti per avvertirli di un imminente shock inflazionistico, non lo fa per allarmare l’opinione pubblica: lo fa perché quella stessa banca si sta già posizionando per trarne profitto. La guerra, nel capitalismo finanziario contemporaneo, non è una disfunzione del sistema. È una delle sue modalità operative più redditizie.

L’Europa come vaso di coccio, per scelta
Chi pagherà il conto di questa partita? Non i diplomatici che la giocano, non gli analisti che la commentano, non i generali che la pianificano. Lo pagheranno le famiglie italiane che già oggi faticano ad arrivare a fine mese, gli operai degli stabilimenti energivori che vedranno i loro contratti sospesi, i pensionati a reddito fisso travolti da una nuova ondata inflazionistica, i giovani precari per cui l’ennesima stretta monetaria significherà mutui impossibili e affitti fuori portata. Lo pagherà il Sud del mondo, dove ogni dollaro in più sul barile si traduce in fame aggiuntiva e in crisi del debito sovrano. Lo pagheremo tutti, tranne quelli che hanno scelto questa rotta. E la scelta europea, va detto con chiarezza, è stata quella della subalternità volontaria: nessuna politica energetica comune, nessuna iniziativa diplomatica autonoma, nessun tentativo serio di mediazione, solo comunicati di circostanza e allineamento automatico all’alleato d’oltreoceano. Chiamarla neutralità è una bestemmia. È complicità per omissione.

La fabbrica del consenso e il vocabolario della guerra
Si osservi il lessico con cui i grandi media raccontano queste ore. Teheran respinge, Washington propone. Trump avverte, l’Iran minaccia. L’Occidente negozia, la Repubblica islamica resiste. Ogni parola è un piccolo atto politico, ogni scelta lessicale orienta il giudizio prima ancora che il lettore ne sia consapevole. L’ultimatum di Trump diventa fermezza, i raid israeliani diventano operazioni mirate, i civili uccisi diventano danni collaterali, i dieci punti iraniani diventano rigidità ideologica. È la grammatica della guerra preventiva, già vista e già smascherata ai tempi delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, delle incubatrici del Kuwait, dei dossier fabbricati sul programma nucleare iracheno. Allora come oggi, la macchina della manipolazione lavora a pieno regime, e chiunque provi a ricordarlo viene etichettato come putiniano, come fiancheggiatore, come utile idiota. Il paradosso è che gli idioti utili, allora come oggi, sono proprio quelli che firmano editoriali a favore delle guerre degli altri senza mai pagarne il prezzo.

Le connessioni rimosse: Ucraina, Gaza, Taiwan
Nessuna di queste crisi è isolabile dalle altre. L’attacco all’Iran distoglie risorse dal fronte ucraino e offre a Mosca un respiro inatteso. La distruzione di Gaza, che continua a sfondare ogni soglia di decenza sotto gli occhi di un’Onu paralizzata, è il laboratorio morale in cui si è normalizzato l’indicibile, rendendo accettabile ciò che fino a pochi anni fa sarebbe stato condannato da qualsiasi governo democratico. La postura aggressiva verso la Cina nell’Indo-Pacifico, infine, chiude il cerchio di una strategia globale che non ha più niente di difensivo e tutto di imperiale. I nomi dei teatri cambiano, le bandiere dei nemici si alternano, ma la logica è una sola: il tentativo disperato di una superpotenza in declino relativo di conservare con la forza ciò che non riesce più a garantire con il consenso e con la competizione economica. È il crepuscolo di un impero che preferisce incendiare il mondo piuttosto che accettare di dividerlo con altri.

Le responsabilità italiane di cui nessuno parla
E il nostro governo? Il governo italiano, guidato da una destra che si riempie la bocca di sovranità e interesse nazionale, su questa crisi ha scelto la strada più vile: il silenzio operoso. Basi militari a disposizione, logistica garantita, allineamento automatico sulle posizioni atlantiche, nessuna voce che si levi a chiedere almeno una moratoria, una tregua, un corridoio umanitario. La stessa maggioranza che ha appena subito la bocciatura popolare del referendum costituzionale di marzo, la stessa classe dirigente che predica austerità ai poveri mentre finanzia il riarmo, oggi accompagna senza esitazioni il Paese in un conflitto che non ha deciso, non ha discusso in Parlamento, non ha sottoposto al giudizio dei cittadini. La Costituzione che ripudia la guerra, articolo undici, viene citata solo nelle celebrazioni di routine. Nella pratica quotidiana è carta straccia. E la sinistra istituzionale, quando non balbetta, si limita a distinguo tecnici, come se il problema fosse la procedura e non la sostanza.

Una presa di posizione che non può essere rimandata
Ci sono momenti nella storia in cui la neutralità non è possibile e l’equidistanza è una forma di viltà. Questo è uno di quei momenti. Non si tratta di difendere il regime di Teheran, che ha sulle spalle repressioni interne documentate e pagine oscure. Si tratta di rifiutare con fermezza la logica secondo cui un presidente straniero può minacciare l’annichilimento di un popolo come strumento di trattativa, e di pretendere che le istituzioni che ci rappresentano alzino la voce invece di chinare il capo. Si tratta di ricordare che la pace non è un lusso per anime belle: è la precondizione di qualsiasi giustizia sociale, di qualsiasi transizione ecologica, di qualsiasi futuro per i nostri figli. Ogni barile di petrolio in più che pagheremo nelle prossime settimane è la misura esatta del prezzo che il potere ha deciso di farci pagare per le sue scelte. Ed è arrivato il momento di dire, senza ambiguità, che quel prezzo non lo accettiamo. Che non lo paghiamo in nostro nome. Che la guerra non si combatte con gli ultimatum e non si ferma con il silenzio, ma con la mobilitazione di chi ancora crede che le parole pace, giustizia e dignità abbiano un significato concreto. Per noi, oggi, riappropriarcene è già un atto di resistenza.

Fonti
Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), Yearbook on Armaments, edizioni recenti.

International Energy Agency, Oil Market Report.

United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA), rapporti sulla situazione umanitaria in Medio Oriente.

Amnesty International e Human Rights Watch, rapporti annuali su Iran, Israele e Territori Palestinesi Occupati.

Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 11.

Transnational Institute, studi sul complesso militare-industriale e sulle economie di guerra.

Bloomberg Intelligence, European Equity Strategy Reports.

Centro studi Archivio Disarmo, analisi sulle spese militari italiane.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

Energia, sovranità e realismo strategico: il bivio europeo tra dipendenza e diplomazia

Dalla rottura con Mosca alla crisi del Golfo, l’Europa scopre il costo della coerenza selettiva e l’urgenza di riaprire il dossier energetico con la Russia

L’Europa si trova oggi intrappolata in una contraddizione che non è più sostenibile né sul piano economico né su quello strategico. Dopo aver reciso in nome del diritto internazionale il legame energetico con la Russia, il continente ha progressivamente accettato una nuova dipendenza da fornitori più costosi e politicamente non meno controversi. La crisi innescata dal conflitto con l’Iran ha reso evidente ciò che fino a ieri poteva essere rimosso: la sicurezza energetica europea non è stata rafforzata, ma semplicemente riorientata, con un aumento esponenziale dei costi e una riduzione della sovranità decisionale.

In questo scenario emerge una domanda che, fino a poco tempo fa, era considerata quasi impronunciabile: è davvero esclusa, nel medio periodo, una soluzione diplomatica con la Russia che consenta di ripristinare almeno in parte l’interdipendenza energetica su cui si è fondata per decenni la prosperità europea?

Il contesto storico: interdipendenza come stabilità

Per comprendere la portata di questa ipotesi, è necessario tornare al quadro storico che ha preceduto la rottura del 2022. L’interscambio tra Europa e Russia non era una semplice relazione commerciale, ma un vero e proprio equilibrio strategico. L’Europa garantiva domanda stabile e tecnologia industriale, la Russia forniva energia a basso costo. Questo scambio ha sostenuto per anni la competitività dell’industria europea, in particolare quella tedesca e italiana, e ha contribuito a stabilizzare il continente anche nei momenti di tensione geopolitica.

La fine di questo equilibrio non è stata soltanto il risultato dell’invasione dell’Ucraina, ma il punto di rottura di una traiettoria più lunga, segnata dall’espansione della NATO, dalle crisi post-sovietiche e dalla progressiva erosione degli spazi di dialogo tra Mosca e l’Occidente. L’invasione resta una violazione del diritto internazionale, ma la sua genesi si colloca in un contesto di conflitto sistemico che rende difficile immaginare soluzioni durature basate esclusivamente sulla logica sanzionatoria.

Attori e interessi: tra allineamento e autonomia mancata

Nel nuovo assetto energetico europeo, gli Stati Uniti hanno consolidato una posizione dominante come fornitori di GNL, trasformando una relazione politica in una dipendenza economica. Il Qatar e altri produttori hanno completato il quadro, ma senza poter offrire la stessa continuità e convenienza del gas russo via pipeline.

In questo contesto, l’Europa ha progressivamente rinunciato a una politica energetica autonoma, scegliendo un allineamento quasi totale con la strategia statunitense. Questa scelta ha una logica geopolitica — rafforzare il fronte occidentale — ma comporta costi economici e strategici crescenti, soprattutto in uno scenario di instabilità globale.

La Russia, dal canto suo, ha dimostrato una notevole capacità di adattamento, riorientando le proprie esportazioni verso l’Asia e consolidando i rapporti con Cina e India. Questo riduce l’efficacia delle sanzioni e rende più complesso un eventuale riavvicinamento, ma non lo esclude.

Energia e diplomazia: un’opzione rimossa

È proprio su questo punto che si apre uno spazio di riflessione strategica. L’ipotesi di una soluzione diplomatica con la Russia non implica una legittimazione dell’invasione dell’Ucraina, né un ritorno acritico al passato. Implica, piuttosto, il riconoscimento che l’energia è un terreno di interdipendenza che può essere utilizzato anche come leva per la stabilizzazione.

Una riapertura graduale dei canali energetici potrebbe essere parte di un più ampio accordo che includa sicurezza europea, status dell’Ucraina e garanzie reciproche. Non si tratterebbe di “tornare indietro”, ma di costruire un nuovo equilibrio in cui l’Europa recuperi margini di autonomia senza rinunciare ai propri principi.

L’alternativa, come dimostrano gli eventi recenti, è una dipendenza crescente da fornitori più costosi e da rotte più vulnerabili, esposte a crisi geopolitiche come quella del Golfo Persico.

La guerra delle narrazioni: tra morale e realpolitik

Uno degli ostacoli principali a questa opzione è di natura narrativa. Il discorso pubblico europeo ha costruito una rappresentazione fortemente polarizzata del conflitto, in cui ogni ipotesi di dialogo con la Russia viene percepita come una forma di cedimento.

Tuttavia, la storia delle relazioni internazionali mostra che anche nei momenti di massima tensione — dalla Guerra fredda agli accordi sul nucleare — il dialogo è stato uno strumento indispensabile per evitare escalation incontrollate. La selettività con cui viene applicato il principio del diritto internazionale, soprattutto alla luce delle recenti azioni statunitensi in Medio Oriente, rende questa rigidità ancora più difficile da sostenere.

Il risultato è una crescente dissonanza tra la retorica ufficiale e la realtà materiale, che rischia di alimentare sfiducia e disaffezione nelle opinioni pubbliche europee.

Connessioni globali: un sistema in trasformazione

La crisi energetica europea si inserisce in un contesto globale segnato dalla transizione verso un ordine multipolare. La cooperazione tra Russia e Cina, le ambizioni energetiche dei paesi del Golfo, le tensioni in Medio Oriente e la competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina sono tutti elementi di un sistema in rapido mutamento.

In questo scenario, l’Europa rischia di essere schiacciata tra blocchi contrapposti, priva di una strategia autonoma e costretta a reagire agli eventi piuttosto che a governarli.

La questione energetica è il punto di intersezione di queste dinamiche: chi controlla l’energia controlla, in larga misura, il futuro economico e politico.

Oltre il neoliberismo: crisi e ricostruzione

La crisi attuale mette in discussione anche il paradigma economico che ha guidato le politiche europee negli ultimi decenni. L’idea di un mercato globale capace di autoregolarsi si scontra con il ritorno della geopolitica come fattore dominante.

In questo contesto, la sicurezza energetica non può essere affidata esclusivamente al mercato, ma richiede una visione strategica che integri politica industriale, diplomazia e investimenti pubblici.

Le rinnovabili rappresentano una parte fondamentale di questa strategia, ma non possono, nel breve periodo, sostituire completamente le fonti fossili. La transizione energetica è un processo, non un evento, e richiede tempo, risorse e stabilità geopolitica.

Scenari futuri: quattro traiettorie possibili

Il quadro che emerge è più complesso di una semplice alternativa tra dipendenza e autonomia. Le traiettorie possibili sono almeno quattro.

La prima è la prosecuzione dell’attuale modello, con un’Europa sempre più dipendente dal GNL statunitense e vulnerabile alle crisi globali.

La seconda è un’accelerazione della transizione energetica, con investimenti massicci in rinnovabili e infrastrutture, ma con costi elevati e tempi lunghi.

La terza è una frammentazione interna, in cui i singoli Stati membri perseguono strategie autonome, indebolendo ulteriormente la coesione europea.

La quarta, finora rimossa dal dibattito, è una riapertura diplomatica verso la Russia, inserita in un quadro più ampio di sicurezza europea. Questa opzione non è priva di rischi né di ostacoli politici, ma rappresenta l’unica che potrebbe, nel medio periodo, ridurre simultaneamente i costi energetici, aumentare la stabilità e restituire all’Europa un margine di autonomia strategica.

Il ritorno della scelta politica

L’Europa si trova di fronte a un bivio che non può più essere eluso. Continuare sulla strada attuale significa accettare una condizione di subalternità strutturale e di vulnerabilità permanente. Aprire a una revisione delle proprie scelte, inclusa la possibilità di una soluzione diplomatica con la Russia, significa invece riconoscere che la geopolitica non è un terreno di purezza morale, ma di equilibrio tra principi e interessi.

In ultima analisi, la questione energetica rimanda a una domanda più ampia: l’Europa vuole essere un attore strategico o un semplice spazio economico all’interno di equilibri decisi altrove? La risposta a questa domanda determinerà non solo il prezzo dell’energia, ma il ruolo stesso del continente nel mondo che sta emergendo.

Fonti

International Energy Agency (IEA), World Energy Outlook
BP Statistical Review of World Energy
Bruegel, European energy security analysis
Council on Foreign Relations, Global Energy Security Reports
Chatham House, Energy transition and geopolitics
European Commission, REPowerEU Plan
U.S. Energy Information Administration (EIA), LNG export data
Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), Security and conflict reports

L’Italia a piedi: la mobilità negata come strumento di dominio sociale

Non è la pigrizia a fermare milioni di italiani. È un sistema che ha deciso chi può muoversi e chi deve restare fermo.

Esiste una povertà che nessuno misura, che nessun governo inserisce nelle sue slide trionfali sulla crescita, che nessun editorialista mainstream denuncia con la dovuta urgenza. Non è la povertà di chi non ha soldi. È la povertà di chi non può spostarsi. In Italia, nel 2026, milioni di persone restano intrappolate non dalla mancanza di talento, di volontà o di competenze, ma dalla mancanza di un autobus, di un treno, di una corsa che colleghi la loro casa a un posto di lavoro, a un ospedale, a una scuola. Questa non è un’inefficienza: è un progetto. È l’architettura di un’esclusione che fa comodo a chi governa e a chi estrae profitto dalla frammentazione sociale.

L’immobilità come condizione strutturale

Il dato è brutale nella sua chiarezza: circa un quarto della popolazione italiana vive in aree interne o periferiche dove l’accesso ai servizi essenziali, trasporti inclusi, è gravemente compromesso. Sono quasi sette milioni di persone, secondo la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, che si trovano in condizioni di vera e propria “povertà dei trasporti”. Non una metafora, ma una diagnosi sociale precisa: l’impossibilità materiale di raggiungere il luogo dove si potrebbe lavorare, studiare, curarsi.

Il Forum Disuguaglianze e Diversità ha descritto questa condizione come una barriera strutturale all’accesso al lavoro e alla formazione. Eurostat conferma che oltre il trenta per cento della popolazione italiana non dispone di un trasporto pubblico locale adeguato, con punte drammatiche nelle aree rurali del Mezzogiorno, dell’Appennino, delle zone alpine marginali. In queste aree, il tasso di occupazione è sistematicamente più basso. Non per difetto di domanda o di offerta, ma per difetto di collegamento fisico tra i due.

Eppure, il discorso pubblico continua a parlare di “produttività”, di “competitività”, di “merito”. Come se il problema fosse la qualità delle persone e non la qualità delle infrastrutture. Come se un lavoratore che non riesce a candidarsi per un impiego a trenta chilometri da casa fosse semplicemente “poco motivato”. Questa retorica non è innocente: serve a spostare la responsabilità dal sistema all’individuo, dalla politica alla colpa personale.

Il grande inganno della flessibilità

C’è un’ipocrisia di fondo che attraversa l’intero dibattito sul mercato del lavoro italiano. Da decenni si predica la flessibilità come virtù cardinale del lavoratore moderno: devi adattarti, spostarti, essere disponibile ovunque e in qualsiasi momento. Ma la flessibilità, per esistere, ha bisogno di un presupposto materiale che nessuno vuole garantire: la mobilità. Se non puoi muoverti, non puoi essere flessibile. Se non esiste un treno che ti porti al colloquio di lavoro, la flessibilità è una parola vuota. Se l’unica corsa per il capoluogo parte alle sei del mattino e torna alle sette di sera, non sei un lavoratore flessibile: sei un prigioniero.

Il modello neoliberista che ha plasmato le politiche del lavoro italiane degli ultimi trent’anni ha costruito un mondo in cui il lavoratore deve essere infinitamente adattabile, ma le infrastrutture che gli permetterebbero di esserlo restano quelle degli anni Settanta, quando non sono state smantellate del tutto. Ferrovie secondarie chiuse, linee regionali soppresse, corse tagliate, autobus che non passano più: ogni riduzione del servizio pubblico è una porta che si chiude sulla vita di qualcuno. Ma nel bilancio dello Stato, compare come “razionalizzazione”. Nel bilancio umano, è esclusione.

La transizione ecologica dei ricchi

Il quadro si complica ulteriormente quando si incrocia la questione trasporti con la transizione energetica. L’Europa, e l’Italia con essa, ha imboccato la strada della decarbonizzazione. Auto elettriche, riduzione delle emissioni, città a basse emissioni: tutto giusto in linea di principio. Ma c’è un dettaglio che la narrazione istituzionale sistematicamente omette: si sta rendendo la mobilità più costosa prima di renderla accessibile.

Il risultato è una transizione ecologica a due velocità. Chi ha reddito e vive in centri urbani ben serviti può permettersi l’auto elettrica, il car sharing, l’abbonamento alla metropolitana. Chi vive nella provincia profonda, dove l’auto è l’unico mezzo possibile, si trova a pagare di più per il carburante, per l’assicurazione, per la manutenzione di un veicolo inquinante che non può permettersi di sostituire. La transizione ecologica, così concepita, non è una rivoluzione verde: è una selezione sociale mascherata da progresso ambientale.

La Commissione Europea ha istituito il Fondo Sociale per il Clima, pensato per compensare gli effetti regressivi di questa transizione. Ma compensare non è progettare. Distribuire qualche bonus non equivale a ripensare il sistema. Il punto non è dare un sussidio a chi non riesce a comprare l’auto elettrica: è costruire un’alternativa pubblica, efficiente, capillare, che renda superflua l’auto privata per chiunque, non solo per chi vive in centro a Milano o a Bologna.

Il paradosso dell’alta velocità

L’Italia è un Paese che discute di alta velocità ferroviaria mentre milioni di cittadini non hanno una linea affidabile per raggiungere il comune limitrofo. È un Paese che celebra il Frecciarossa Milano-Roma come simbolo di modernità mentre le ferrovie regionali accumulano ritardi, soppressioni e degrado. È un Paese che investe miliardi nel collegamento tra le sue grandi città e dimentica sistematicamente i territori che stanno in mezzo.

Questo non è un caso. È il riflesso di un modello di sviluppo che concentra risorse, servizi e opportunità nei poli urbani, svuotando le aree interne e trasformandole in periferie dell’esistenza. La retorica dei “borghi”, tanto cara alla comunicazione governativa, è esattamente questo: retorica. Nessuno vuole vivere in un borgo se dal borgo non riesce a raggiungere un pronto soccorso in meno di un’ora. Nessuno vuole tornare al paese se dal paese non parte nessun treno.

I dati dell’Osservatorio PNRR confermano che gli investimenti in infrastrutture di trasporto continuano a privilegiare le grandi direttrici ad alta capacità, lasciando le reti secondarie in uno stato di abbandono progressivo. Il PNRR stesso, che avrebbe dovuto essere l’occasione storica per colmare il divario infrastrutturale, ha destinato alla mobilità locale una quota insufficiente e frammentata, spesso vincolata a tempistiche irrealistiche che i piccoli comuni non riescono a rispettare.

La scelta politica dell’esclusione

Dietro ogni stazione chiusa, dietro ogni linea soppressa, dietro ogni corsa tagliata, c’è una decisione politica. Non una fatalità, non un’inevitabilità economica, non una legge di natura: una scelta. La scelta di chi ha deciso che il trasporto pubblico è un costo da ridurre, non un diritto da garantire. La scelta di chi ha privatizzato, esternalizzato, tagliato, e poi si è stupito che le periferie si svuotassero e che il disagio sociale crescesse.

In Italia il diritto alla mobilità non è riconosciuto come diritto fondamentale. La Costituzione parla di lavoro, di salute, di istruzione, ma non del presupposto materiale che li rende accessibili. Eppure, senza mobilità, ogni altro diritto diventa teorico. Il diritto al lavoro non esiste se non puoi raggiungere il posto di lavoro. Il diritto alla salute non esiste se non puoi arrivare all’ospedale. Il diritto all’istruzione non esiste se non c’è un autobus che porti tuo figlio a scuola.

Questo è il nodo che nessun governo vuole affrontare, perché affrontarlo significherebbe rimettere in discussione l’intero modello di sviluppo territoriale. Significherebbe ammettere che la centralizzazione dei servizi non è efficienza ma abbandono, che la chiusura degli ospedali periferici non è razionalizzazione ma condanna, che il taglio delle linee ferroviarie non è risparmio ma desertificazione.

Il silenzio dei media e la complicità del racconto dominante

La povertà dei trasporti è un tema che fatica a trovare spazio nel dibattito mediatico mainstream. Quando si parla di disuguaglianze, i grandi giornali preferiscono concentrarsi sui differenziali di reddito, sugli indici di Gini, sulle statistiche macroeconomiche. La dimensione territoriale dell’esclusione — il fatto che in Italia la tua vita sia determinata in larga misura dal codice di avviamento postale in cui sei nato — resta ai margini della narrazione pubblica.

Questa omissione non è casuale. Il racconto dominante ha bisogno di mantenere l’illusione che il sistema sia equo, che le opportunità siano distribuite in modo ragionevole, che chi resta indietro lo faccia per propria responsabilità. Ammettere che milioni di persone sono escluse non per difetto personale ma per difetto infrastrutturale significherebbe ammettere il fallimento del modello. E questo, nel discorso pubblico italiano, non è consentito.

L’Italia che non arriva

La domanda che questo Paese si rifiuta di porsi è semplice e feroce: quante vite sono state sacrificate, quante carriere stroncate, quanti talenti dispersi, quante famiglie impoverite, non dalla crisi, non dalla globalizzazione, non dalla mancanza di merito, ma dalla mancanza di un treno? Quanti ragazzi hanno rinunciato all’università non perché non avessero i voti, ma perché non avevano il mezzo per arrivarci? Quanti malati hanno aggravato la propria condizione non perché non esistesse la cura, ma perché non esisteva il collegamento per raggiungerla?

Nel silenzio delle stazioni chiuse, nella polvere delle pensiline dove nessun autobus si ferma più, nell’orario dei treni che è un elenco di fantasmi, si consuma ogni giorno una violenza lenta, silenziosa, invisibile. È la violenza dell’abbandono travestito da efficienza, del taglio spacciato per modernizzazione, dell’indifferenza presentata come necessità economica.

L’Italia immobile non è immobile per natura. È stata resa immobile da scelte precise, da interessi precisi, da un modello di sviluppo che ha deciso chi conta e chi no, chi si muove e chi resta fermo. E finché la mobilità non sarà trattata come quello che è — un’infrastruttura sociale fondamentale, un diritto, una condizione imprescindibile di cittadinanza — questo Paese continuerà a raccontarsi la favola del merito mentre condanna milioni dei suoi cittadini all’immobilità. Non per mancanza di strade, ma per mancanza di volontà politica.

Fonti
Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, Report sulla povertà dei trasporti in Italia
Eurostat, Statistiche sull’accessibilità al trasporto pubblico locale (dati aggiornati 2025)
Forum Disuguaglianze e Diversità, Rapporto sulle aree interne e la mobilità
Commissione Europea, Fondo Sociale per il Clima (Regolamento UE 2023/955)
Osservatorio PNRR, Monitoraggio investimenti infrastrutturali trasporti
Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere
CC BY-NC-SA 4.0

L’alleanza dei sonnambuli: la NATO, l’Europa e l’arte di camminare verso il baratro

Trump minaccia di seppellire l’Alleanza Atlantica. L’Europa, che dovrebbe brindare, preferisce dissanguarsi in guerre altrui e riarmo senza strategia.

Trump dice che vuole mollare la NATO. Lo ha ripetuto il primo aprile — e no, non era un pesce — al Telegraph e a Reuters, definendo l’Alleanza Atlantica una “tigre di carta” e dichiarando che ci sta pensando “seriamente”. Viene da rispondere: dove si firma? È dal 1989, dall’anno in cui il Muro di Berlino crollò seppellendo l’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia, che l’Alleanza Atlantica non ha più ragione di esistere. Eppure è sopravvissuta per trentasette anni, mutando pelle, fabbricando nemici, trasformandosi nel braccio armato di un imperialismo americano che ha seminato macerie dal Medio Oriente ai Balcani, dall’Asia Centrale al Nordafrica. Ora che il suo principale azionista minaccia di staccare la spina, l’Europa potrebbe trovarsi di fronte alla scelta storica più importante dal dopoguerra: costruire la propria sovranità o continuare a recitare la parte del vassallo. Le probabilità che le classi dirigenti europee sappiano cogliere l’occasione sono, purtroppo, inversamente proporzionali alla gravità del momento.

Un cadavere in ottima salute dal 1989

La NATO nacque nel 1949, quattro anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, come scudo difensivo contro l’Unione Sovietica di Stalin — che pure quella guerra l’aveva vinta accanto a Washington, Londra e Pechino, pagando un prezzo di sangue senza eguali: ventisette milioni di morti. Solo nel 1955 Mosca avrebbe risposto con il Patto di Varsavia. Per quarant’anni, le due alleanze si fronteggiarono in un equilibrio del terrore che, per quanto cinico, garantì almeno la pace in Europa.

Quando nel 1989 il muro crollò, l’Alleanza Atlantica avrebbe dovuto seguirlo nella polvere della storia. Aveva esaurito la propria funzione. Il nemico era scomparso. Il Patto di Varsavia si dissolse formalmente nel luglio 1991. Ma la NATO no: sopravvisse, si allargò, si reinventò. Non più strumento difensivo, bensì mazza da baseball geopolitica al servizio degli interessi di Washington. Lo aveva previsto George Kennan, l’architetto stesso del contenimento antisovietico, che nel 1997 definì l’espansione della NATO verso est il più grave errore strategico americano dal dopoguerra. Nessuno lo ascoltò.

Da quel momento in poi, la lista dei nemici fabbricati ad hoc si allunga anno dopo anno con una regolarità implacabile: la Serbia di Milošević bombardata nel 1999 senza mandato ONU; l’Afghanistan invaso nel 2001 e abbandonato vent’anni dopo nel caos più totale; l’Iraq distrutto nel 2003 sulla base di menzogne sulle armi di distruzione di massa, menzogne poi conclamate; la Libia di Gheddafi rasa al suolo nel 2011, oggi Stato fallito e terra di traffici umani; la Siria destabilizzata per un decennio. E sempre, invariabilmente, la Russia: il nemico necessario, quello che giustifica bilanci militari miliardari e basi americane disseminate in mezzo mondo. Non erano più i nemici dell’Europa. Erano i nemici dell’America — o più spesso, semplicemente, gli ostacoli alle sue mire: Paesi sovrani che avevano il torto di dare noia a Washington e, non di rado, di possedere troppo gas e troppo petrolio.

L’eurosuicidio energetico e la trappola ucraina

Il conflitto russo-ucraino, scoppiato nel febbraio 2022, rappresenta il capolavoro dell’autolesionismo europeo orchestrato da Washington. La celebre intercettazione telefonica del 2014, in cui la sottosegretaria di Stato americana Victoria Nuland pronunciava il leggendario “Fuck the EU!” mentre decideva a tavolino il futuro governo ucraino, avrebbe dovuto far suonare ogni campanello d’allarme nelle capitali europee. Invece nulla. L’Europa si è fatta trascinare in una guerra per procura che non era la sua, sanzionando il proprio principale fornitore energetico e tagliandosi le gambe con le proprie mani.

La distruzione dei gasdotti NordStream nel settembre 2022 — un atto di sabotaggio che in qualsiasi contesto storico precedente sarebbe stato considerato un casus belli — è passata nel silenzio più assordante. Nessuna commissione d’inchiesta europea degna di questo nome. L’Europa ha semplicemente accettato di perdere l’accesso al gas russo a buon mercato, quel gas che unito alla potenza industriale tedesca e al know-how tecnologico continentale stava costruendo una superpotenza economica eurasiatica insidiosissima per l’impero americano. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il GNL americano — che ha rapidamente sostituito il gas russo via gasdotto — costa almeno il doppio rispetto al metano che arrivava dalla Russia, ma può arrivare a costare quattro o cinque volte tanto quando viene acquistato tramite intermediari sul mercato spot, come documentato dal Sole 24 Ore già nel 2022 e confermato dalle analisi del Fatto Quotidiano nel 2025. L’Italia, che oggi importa il 45 per cento del proprio GNL dagli Stati Uniti — diventati primo fornitore dal 2024 —, ha semplicemente sostituito la dipendenza dal gasdotto russo con la dipendenza dalle navi metaniere americane. Come ha sintetizzato il ricercatore Raffaele Piria dell’Ecologic Institute di Berlino, nel 2025 oltre il 59 per cento del GNL e oltre il 38 per cento del gas importati dall’UE provenivano da Paesi esterni al blocco, con gli Stati Uniti in posizione dominante.

Il prezzo di questa sostituzione non è solo economico: è strategico. Il gas via gasdotto garantiva stabilità, contratti pluriennali, prezzi agganciati a indici prevedibili. Il GNL naviga per il mondo inseguendo il prezzo più alto: le navi vanno dove conviene al venditore, non al compratore. L’Europa si trova a competere con l’Asia per ogni carico, con una volatilità che trasforma ogni crisi geopolitica in un’emorragia economica. Non a caso, a marzo 2026, con la guerra in Iran che ha reso la navigazione nel Canale di Suez un’impresa ad alto rischio, le importazioni europee di gas russo via gasdotto sono aumentate del 22 per cento: la matematica della sopravvivenza ha superato la morale della politica. Deindustrializzazione strisciante, competitività in caduta libera, inflazione da offerta che colpisce i redditi più bassi con una violenza senza precedenti: questo è il bilancio dell’eurosuicidio energetico.

La guerra all’Iran e il dissanguamento europeo

Ma non bastava l’Ucraina. Trump, quello che aveva promesso isolazionismo e “mai più guerre”, ha lanciato il 28 febbraio 2026, insieme a Israele, l’operazione “Ruggito del Leone” contro l’Iran — proprio mentre la diplomazia omanita stava ottenendo risultati concreti e Teheran si era dichiarata disponibile, tramite l’AIEA, a rinunciare all’uranio arricchito. Una guerra scatenata nel momento peggiore possibile, che ha bloccato lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita il 25 per cento del commercio mondiale di petrolio via mare e il 20 per cento del GNL globale.

L’impatto sull’economia europea è devastante e i numeri parlano da soli. Il commissario europeo all’energia Dan Jorgensen ha certificato che, in appena trenta giorni di conflitto, i prezzi del gas nell’Unione Europea sono aumentati del 70 per cento e quelli del petrolio del 60 per cento, generando un aggravio di 14 miliardi di euro sulla spesa energetica europea. Il Brent ha toccato i 108 dollari al barile, il prezzo del gas al TTF è aumentato di 26 euro per megawattora (più 81 per cento), quello dell’energia elettrica di 41 euro per megawattora (più 38 per cento). Secondo le stime della CGIA di Mestre, i rincari complessivi per l’Italia potrebbero raggiungere i 15,2 miliardi di euro: 10,2 miliardi sull’energia elettrica e 5 miliardi sul gas. Facile.it ha calcolato un aumento medio di 630 euro all’anno per famiglia, portando la spesa energetica annua a quasi tremila euro, un incremento del 21,5 per cento rispetto alle previsioni pre-conflitto.

Il quadro macroeconomico è altrettanto cupo. La BCE ha rivisto al rialzo l’inflazione dell’Eurozona al 2,6 per cento e ridotto le aspettative di crescita del PIL allo 0,9 per cento. L’OCSE ha tagliato le prospettive di crescita globale per il 2026 a più 2,9 per cento, cancellando la revisione al rialzo prevista lo scorso dicembre. L’Italia è fanalino di coda: il Centro Studi Confindustria prevede una crescita dello 0,5 per cento nel migliore degli scenari — guerra conclusa entro marzo —, stagnazione se il conflitto dura fino a giugno, recessione al meno 0,7 per cento se si protrae per tutto l’anno. Il Fondo Monetario Internazionale ha lanciato l’allarme in un report firmato dal capo economista Pierre-Olivier Gourinchas: l’Italia e il Regno Unito sono i Paesi europei più esposti alla crisi, a causa della dipendenza dall’energia elettrica prodotta dal gas, mentre Francia e Spagna sono relativamente protette dal nucleare e dalle rinnovabili. Confartigianato ha stimato che la guerra in Iran mette a rischio 27,8 miliardi di export manifatturiero italiano verso l’area del Golfo.

Gli analisti di JP Morgan hanno usato una metafora efficace: una “sacca d’aria” che si muove lungo i flussi di esportazione dal Golfo. Il petrolio che manca oggi non è ancora del tutto percepito, perché le navi partite prima della chiusura dello Stretto stanno ancora arrivando a destinazione. Ma dietro di loro non c’è nulla. Quando questa sacca d’aria raggiungerà l’Europa, previsto per metà aprile, la carenza fisica diventerà evidente e i prezzi potrebbero superare i massimi storici del 2008. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha già coordinato il più grande rilascio di riserve strategiche di sempre, pari a 400 milioni di barili. Ma è un cerotto su un’emorragia. La Harvard Business Review lo ha scritto senza giri di parole: bisogna ricalcolare tutto, perché la velocità e l’intensità degli eventi hanno già invalidato ogni previsione precedente.

L’Europa tra Sigonella e la coscienza sporca

Di fronte a questa catastrofe, la reazione europea è stata schizofrenica. Da un lato, una dignità inattesa. La Spagna ha dichiarato il conflitto illegale e ha materialmente chiuso le basi ai velivoli americani, trasferendo quindici aerei statunitensi dalle basi di Morón de la Frontera e Rota in Francia e Germania. L’Italia, con il ministro della Difesa Crosetto, ha negato l’uso della base di Sigonella ai bombardieri statunitensi che pianificavano uno scalo senza nemmeno chiedere l’autorizzazione al governo — un’arroganza che evoca la crisi di Sigonella del 1985, ai tempi di Craxi. La Polonia ha rifiutato di inviare i sistemi Patriot in Medio Oriente. Persino il Regno Unito di Starmer ha inizialmente rifiutato l’uso delle basi per operazioni offensive, giudicandole illegali.

Dall’altro lato, però, l’ipocrisia. Come ha denunciato Angelo Bonelli di Europa Verde, da Sigonella continuano a partire droni Triton di sorveglianza che individuano gli obiettivi poi colpiti dai cacciabombardieri; dalla base di Camp Darby, a Pisa, vengono caricati missili e armi che finiscono in Iran; i tracciati radar documentano il transito di cacciabombardieri F-15 americani in configurazione da combattimento, mentre la sottosegretaria Rauti liquida tutto come “ricostruzioni fantasiose”. E soprattutto il MUOS di Niscemi, il sistema satellitare della Marina militare americana, resta completamente fuori dal controllo italiano: attraverso di esso transitano ordini, dati e obiettivi dal Pentagono verso unità operative in tutto il mondo, inclusi droni e sistemi missilistici. L’Italia è, contemporaneamente, la portaerei della NATO nel Mediterraneo e il Paese che finge di avere voce in capitolo su come quella portaerei viene utilizzata.

Il riarmo dei sonnambuli

Ma la risposta più dissennata dell’Europa alla crisi in corso non è la complicità con la guerra americana: è il piano ReArm Europe. Presentato da Ursula von der Leyen il 4 marzo 2025, approvato all’unanimità dal Consiglio europeo due giorni dopo, prevede la mobilitazione di ottocento miliardi di euro in quattro anni per il riarmo del continente. Centocinquanta miliardi in eurobond per prestiti agli Stati membri, seicentocinquanta attraverso una deroga al Patto di stabilità che consente fino all’1,5 per cento del PIL in più per la difesa, con un tetto per l’Italia di 33 miliardi annui. A questo si aggiungono la modifica dello statuto della Banca Europea per gli Investimenti, che potrà finanziare il settore militare, e la possibilità di dirottare i fondi di coesione verso gli armamenti.

L’ironia è feroce. L’Europa nel 2025 spende già circa 381 miliardi di euro per la difesa, con un aumento del 62 per cento rispetto al 2020. La spesa militare aggregata dei ventisette Paesi UE — 370 miliardi di dollari nel 2024 secondo il SIPRI — è la seconda più alta al mondo dopo quella degli Stati Uniti. L’Osservatorio sui Conti Pubblici dell’Università Cattolica ha dimostrato che, a parità di definizioni contabili e a parità di potere d’acquisto, nel 2024 la spesa militare europea superava quella russa del 58 per cento. Non è un problema di quanto si spende. È un problema di come, di perché e di per chi. Ventisette eserciti diversi, ventisette catene di comando, ventisette sistemi di approvvigionamento, ventisette dottrine strategiche. La duplicazione prevale sulla sinergia, gli interessi nazionali impediscono qualunque standardizzazione, e nessuna delle principali aziende europee della difesa — né Airbus, né Leonardo — riesce a entrare nella top ten mondiale.

Come ha osservato Mario Giro della Comunità di Sant’Egidio, decidere a ventisette è come fare una riunione di condominio: mettersi d’accordo è praticamente impossibile. Ogni Stato cercherà di agganciare i fondi per sostenere i propri campioni nazionali. La concorrenza interna peggiorerà. L’interoperabilità resterà un miraggio. Non si sta costruendo un esercito europeo: si stanno semplicemente gonfiando ventisette eserciti nazionali ridondanti e inefficienti. E nel frattempo, quei soldi verranno sottratti alla sanità, all’istruzione, alla transizione ecologica, alle infrastrutture civili. Come ha avvertito un alto funzionario europeo, queste spese aggiuntive “dovranno essere compensate nei bilanci nazionali aumentando le tasse o riducendo la spesa”. Il conto, come sempre, lo pagano i cittadini.

Le due strade: sovranità o servaggio

Se Trump dovesse ritirare gli Stati Uniti dalla NATO — impresa tutt’altro che semplice, dato che il National Defense Authorization Act del 2024, promosso dallo stesso Marco Rubio oggi segretario di Stato, richiede una maggioranza di due terzi al Senato o un atto del Congresso —, l’Europa si troverebbe di fronte a un bivio radicale.

La prima strada è quella dell’intelligenza strategica: prendere atto che l’Europa non ha nemici esistenziali; che la Russia, pur con tutte le sue ambiguità e le sue colpe in Ucraina, è un partner naturale per la cooperazione energetica e commerciale; che la Cina, l’India, i BRICS rappresentano il futuro dell’economia mondiale; che l’Iran, sanzionato dal 1979 per ordine americano senza alcun vantaggio per gli europei, è un mercato di ottanta milioni di persone e una potenza regionale con cui dialogare. Significherebbe revocare le auto-sanzioni suicide, ricostruire le relazioni commerciali più convenienti, progettare una vera difesa europea da tempo di pace: snella, integrata, tecnologicamente avanzata, non il carrozzone ridondante dei ventisette eserciti attuali. E soprattutto, investire il risparmio non in armi ma in welfare, innovazione e transizione energetica — le uniche cose che garantiscono vera sicurezza ai popoli.

La seconda strada è quella dell’autolesionismo cronico: continuare a svenarsi per combattere i nemici degli americani, anche quando gli americani stessi avranno fatto pace con loro. Continuare a comprare gas americano a prezzi da quattro a cinque volte superiori al costo del gas russo via gasdotto. Continuare a militarizzare il continente senza una visione strategica autonoma. Continuare a trattare la NATO come un feticcio anche quando il suo principale azionista l’ha dichiarata morta. È la strada che le classi dirigenti europee conoscono meglio, perché è l’unica che non richiede coraggio, visione e capacità decisionale autonoma. Gli “euro-dementi” — per usare un’espressione che rende l’idea — sono capacissimi di continuare a correre a precipizio verso il baratro anche dopo che il burattinaio avrà tagliato i fili.

Il sonno della ragione

La vera notizia, dunque, non è che Trump voglia uscire dalla NATO. La vera notizia è che l’Europa, dopo trentasette anni di sopravvivenza artificiale di un’alleanza nata contro un nemico che non esiste più, non abbia ancora trovato il coraggio di uscirne da sola. Che abbia bisogno dello schizofrenico di turno alla Casa Bianca per porre la domanda più ovvia del dopoguerra: a che cosa serve, esattamente, la NATO nel 2026?

A nulla che faccia l’interesse dei popoli europei. Serve a mantenere l’egemonia americana sul continente. Serve a garantire commesse miliardarie ai produttori di armi. Serve a impedire che l’Europa diventi ciò che la geografia, la storia e l’economia la predestinano a essere: un ponte tra Occidente e Oriente, una potenza commerciale e culturale capace di dialogare con tutti, un modello sociale alternativo alla brutalità del capitalismo predatorio anglo-americano. Serve, soprattutto, a tenere i popoli europei nella paura permanente di un nemico che, se non c’è, si inventa: ieri la Russia, oggi l’Iran, domani chissà.

Intanto, mentre l’Europa sonnambula marcia verso il baratro, la guerra in Iran le dissangua l’economia, il riarmo senza strategia le prosciuga i bilanci, e la dipendenza energetica dagli Stati Uniti le strangola l’industria. Il FMI avverte che tutte le strade portano a prezzi più alti e crescita più lenta. L’OCSE taglia le previsioni. Confindustria prepara tre scenari e nessuno è buono. Ma i sonnambuli a Bruxelles, a Berlino, a Parigi e a Roma continuano a camminare ad occhi chiusi, incapaci di pensare un futuro che non sia scritto a Washington, terrorizzati dall’idea di dover decidere da soli. Anche dopo che l’America li avrà mollati, continueranno a correre dietro al padrone che se ne va, scodinzolando. Furbi, noi.

Fonti

CNN, “Trump suggests he is ‘absolutely’ considering withdrawing US from NATO”, 1 aprile 2026.

TIME, “Trump Threatens to Pull U.S. Out of NATO Amid Fallout Over Iran War”, 1 aprile 2026.

CNBC, “Trump says he’s considering pulling U.S. out of ‘paper tiger’ NATO”, 1 aprile 2026.

Stars and Stripes, “Trump says NATO withdrawal under consideration amid Iran tensions”, 1 aprile 2026.

Newsweek, “Trump Faces Major Hurdle To Pull US Out Of NATO”, 1 aprile 2026.

Sky TG24, “Basi militari in Italia, Crosetto nega uso Sigonella a USA per operazioni in Iran”, 31 marzo 2026.

Il Fatto Quotidiano, “Dal gas russo al GNL USA: l’Europa rischia una nuova dipendenza energetica”, 28 luglio 2025.

Il Sole 24 ORE, “Perché acquistare il GNL americano costa il 50% in più del gas russo”, 13 aprile 2022; “Difesa Ue: piano da 800 miliardi”, 4 marzo 2025.

Editoriale Domani, “Nel 2026 l’Europa importerà una quota record di GNL. Dalla dipendenza russa a quella americana”, 29 gennaio 2026.

MeteoWeb, “Guerra Iran, stangata sull’Europa: 14 miliardi in più per gas e petrolio in un mese”, 31 marzo 2026; “L’Europa ha aumentato l’import di gas russo del 22% a marzo 2026”, 2 aprile 2026.

Il Fatto Quotidiano, “L’impatto sull’economia di 5 settimane di guerra in Iran”, 1 aprile 2026.

CGIA Mestre / BlogSicilia, “Bollette luce e gas 2026: quanto costano in più con la guerra in Iran”, 28 marzo 2026.

Centro Studi Confindustria, Rapporto di previsione Primavera 2026: “Guerre, dazi, incertezza: a rischio la crescita”, marzo 2026.

FMI, Report sull’impatto economico della guerra in Iran (Gourinchas et al.), 30 marzo 2026.

OCSE, Revisione previsioni crescita globale 2026, marzo 2026.

Osservatorio CPI — Università Cattolica del Sacro Cuore, “Facciamo chiarezza: nel 2024 la spesa militare europea eccedeva quella russa del 58%”, 22 febbraio 2025.

SIPRI, Stockholm International Peace Research Institute, rapporto spese militari globali 2024.

Consiglio dell’Unione Europea, “La difesa dell’UE in cifre”, aggiornamento 2025-2026.

Harvard Business Review, Analisi impatto economico guerra Iran, marzo 2026.

Vatican News, “L’Europa si riarma, approvati 800 miliardi per la difesa comune”, 7 marzo 2025.

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“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere”

La Knesset approva la pena di morte per i palestinesi

Una legge razzista che sancisce il suprematismo sionista e sfida il diritto internazionale

Il voto della vergogna

Il 30 marzo 2026 sarà ricordato come il giorno in cui lo Stato di Israele ha legalizzato la pena capitale su base etnica. La Knesset, dopo quasi dodici ore di dibattito, ha approvato con 62 voti favorevoli e 48 contrari la legge che introduce la condanna a morte per gli autori di atti classificati come terrorismo. Il premier Benjamin Netanyahu si è presentato personalmente in aula per votare a favore, mostrando in modo inequivocabile il sigillo del governo su un provvedimento voluto e imposto dall’estrema destra di Itamar Ben-Gvir e dal suo partito Otzma Yehudit.
Ben-Gvir, che nei giorni precedenti al voto aveva ostentato una spilla a forma di cappio sulla giacca con una teatralità che rievoca le pagine più fosche della storia, ha definito l’approvazione “un giorno di giustizia per le vittime e di deterrenza per i nostri nemici”. Parole che tradiscono non la ricerca della giustizia, ma l’esibizione trionfale del potere di uno Stato che si arroga il diritto di uccidere in modo selettivo i figli di un popolo sottomesso.
Anatomia di una legge etnica

Analizziamo la formulazione del testo approvato, perché è nella sua architettura giuridica che si rivela il carattere suprematista della norma. La legge prevede la pena di morte per “chi causa intenzionalmente la morte di una persona nell’ambito di un atto di terrorismo, con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele”. Questa definizione, apparentemente neutra, è stata progettata con chirurgica precisione per colpire esclusivamente i palestinesi.
In primo luogo, nei territori occupati della Cisgiordania, la pena di morte diventa la sanzione predefinita nei tribunali militari per chiunque sia condannato per omicidio a sfondo terroristico. Questi tribunali hanno giurisdizione esclusivamente sui palestinesi: ai coloni israeliani che vivono nello stesso territorio si applica il diritto civile israeliano. Come ha rilevato l’organizzazione per i diritti umani Adalah, il sistema crea un doppio binario giudiziario in cui soltanto una componente etnica è soggetta alla pena capitale.
In secondo luogo, la clausola che consente l’applicazione della pena di morte anche in territorio israeliano richiede che l’atto sia motivato dall’intento di “negare l’esistenza dello Stato di Israele”. Tale elemento soggettivo rende virtualmente impossibile l’applicazione della norma a terroristi ebrei di matrice nazionalista, come riconosciuto dalla stessa stampa israeliana. Haaretz ha esplicitamente titolato che la legge “impone la pena di morte per i palestinesi e la prigione per gli israeliani”.
Ulteriori elementi aggravano il quadro: il tribunale può imporre la condanna a morte anche senza richiesta della pubblica accusa; non è necessaria l’unanimità dei giudici, ma basta una maggioranza semplice; l’esecuzione — per impiccagione — deve avvenire entro novanta giorni dalla sentenza, senza possibilità di grazia o clemenza. Un apparato punitivo che cancella ogni garanzia processuale riconosciuta dal diritto internazionale.
Un sistema di apartheid codificato nella legge

Per comprendere appieno la gravità di questa legge è necessario collocarla nel contesto strutturale del regime israeliano di occupazione. Dal 1967, i palestinesi della Cisgiordania sono sottoposti alla legge militare israeliana, mentre i coloni ebrei insediati negli stessi territori godono della piena protezione del diritto civile. Questo sistema duale, già definito apartheid dalla Corte Internazionale di Giustizia nel suo parere consultivo del 2024, trova nella legge sulla pena di morte la sua espressione più estrema e letale.
Amnesty International ha qualificato la legge come “un’ulteriore manifestazione della discriminazione istituzionalizzata contro i palestinesi, pilastro fondamentale del sistema di apartheid israeliano”. La direttrice Erika Guevara Rosas ha dichiarato che con questa legislazione il governo israeliano si è concesso carta bianca per imporre condanne a morte ai palestinesi, nel contesto di un incremento drammatico delle uccisioni extragiudiziarie e delle morti in custodia dal 2023 in poi.
B’Tselem, la principale organizzazione israeliana per i diritti umani nei territori occupati, ha osservato che Israele uccide già sistematicamente i palestinesi nelle strutture di detenzione e sul campo, con la forza letale impiegata da militari e coloni in assenza quasi totale di responsabilità giuridica. La nuova legge non fa che aggiungere uno strumento di morte in più a questo arsenale già consolidato.
I numeri parlano con bruciante chiarezza: oltre novemiliatrecento palestinesi, tra cui trecentocinquanta minori e sessantasei donne, sono attualmente detenuti nelle carceri israeliane. Dall’ottobre 2023, almeno cento prigionieri palestinesi sono morti in custodia, alcuni dei quali per torture documentate. I tribunali militari che dovranno applicare la pena capitale operano con un tasso di condanna del 99,7 per cento: una parodia di giustizia nella quale la sentenza di morte è, di fatto, già scritta prima dell’inizio del processo.
Le opposizioni interne e le voci di dissenso

Va riconosciuto che non tutto Israele si è allineato a questa barbarie legislativa. L’Associazione per i Diritti Civili in Israele ha immediatamente presentato ricorso alla Corte Suprema chiedendo l’annullamento della legge. Il leader dell’opposizione Yair Lapid ha denunciato il provvedimento come una “distorta operazione di pubbliche relazioni che sfrutta cinicamente il dolore e la rabbia dei cittadini israeliani per tornaconto politico”. Anche il partito di Benny Gantz ha votato contro.
I vertici militari hanno espresso ripetutamente la propria contrarietà, avvertendo che la legge viola i trattati internazionali di cui Israele è firmatario e potrebbe esporre i comandanti dell’esercito a mandati di arresto all’estero e procedimenti davanti ai tribunali internazionali. Il Consiglio per la Sicurezza Nazionale ha parimenti manifestato la sua opposizione. Anche la rappresentante del Ministero della Giustizia ha definito l’applicazione della pena di morte in Cisgiordania attraverso legislazione civile “molto problematica”.
Queste voci interne dimostrano che la legge non risponde ad alcuna esigenza di sicurezza, ma è il prodotto dell’estremismo ideologico dell’ala più radicale del sionismo religioso, incarnato da Ben-Gvir e dai suoi alleati, che ha piegato l’intero sistema politico israeliano alla logica della supremazia etnica.
Le reazioni internazionali: troppo poco, troppo tardi

Francia, Germania, Italia e Regno Unito hanno espresso “profonda preoccupazione” per il carattere “di fatto discriminatorio” della legge, avvertendo che la sua adozione rischia di compromettere gli impegni di Israele rispetto ai principi democratici. Il Consiglio d’Europa ha lanciato un appello al governo israeliano. L’Unione Europea, attraverso il proprio servizio diplomatico, ha ricordato la propria opposizione alla pena capitale “in tutti i casi e in tutte le circostanze”, definendo la legge un grave passo indietro.
L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, già dal gennaio 2026 aveva sollecitato il ritiro del disegno di legge, qualificandolo come discriminatorio e in violazione del diritto internazionale umanitario. Una dozzina di esperti ONU aveva denunciato la rimozione della discrezionalità giudiziaria e dell’obbligo di considerare le circostanze individuali nella comminazione della pena: un’aberrazione che contrasta con ogni ordinamento giuridico democratico.
Eppure, queste condanne rimangono parole. Dichiarazioni solenni prive di conseguenze. Mentre si esprime “preoccupazione”, non si revocano gli accordi commerciali, non si sospendono le forniture di armi, non si impongono sanzioni. Il divario tra la retorica dei diritti umani e l’azione politica concreta è l’ossigeno che alimenta l’impunità israeliana.
Israele ha abolito il proprio precedente morale

Israele ha abolito la pena di morte per i reati comuni nel 1954 e non ha eseguito alcuna condanna capitale dal 1962, quando fu impiccato Adolf Eichmann per crimini contro l’umanità. Per oltre sessant’anni, questa moratoria de facto ha costituito un precedente morale che lo Stato di Israele poteva esibire come prova della propria adesione ai valori democratici.
Oggi, quella pagina è stata strappata. Non per rispondere a un’emergenza di sicurezza — gli stessi vertici militari e di intelligence si sono opposti alla legge — ma per soddisfare l’agenda politica di un estremista condannato in passato per istigazione al razzismo e per sostenere una coalizione che ha fatto del suprematismo etnico il proprio fondamento programmatico. Come ha osservato il deputato Gilad Kariv, si tratta di “una legge estrema che non esiste in nessun paese democratico al mondo, con gravi difetti morali e un pericoloso controsenso sul piano della sicurezza”.
Un appello alla comunità internazionale

Di fronte a questa legge, il silenzio equivale alla complicità. Non basta esprimere rammarico o preoccupazione. Chiediamo a tutti i paesi liberi dell’Occidente e del mondo intero di agire con la stessa fermezza che hanno mostrato in altri contesti quando i diritti fondamentali sono stati calpestati.
Chiediamo che vengano imposte sanzioni economiche e diplomatiche allo Stato di Israele finché questa legge razzista non sarà abrogata. Chiediamo la sospensione immediata di ogni fornitura di armamenti a un regime che ha codificato nella propria legislazione il principio della discriminazione etnica nella somministrazione della morte. Chiediamo il riconoscimento formale dello Stato di Palestina da parte di tutti i paesi che ancora non lo hanno fatto. Chiediamo che la Corte Penale Internazionale acceleri le proprie indagini e che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite assuma provvedimenti vincolanti.
La comunità internazionale non può continuare a tollerare che uno Stato membro delle Nazioni Unite legiferi per uccidere selettivamente i membri di una specifica comunità etnica attraverso un sistema giudiziario costruito appositamente per escludere ogni garanzia processuale. Questo non è antiterrorismo: è terrorismo di Stato elevato a norma giuridica.
Il cappio come simbolo

La spilla a forma di cappio che Itamar Ben-Gvir ha esibito sul bavero della giacca non è un accessorio: è un programma politico. È il simbolo di un potere che non si accontenta più dell’occupazione, della colonizzazione, della detenzione arbitraria e dell’uccisione impunita. Ora pretende di uccidere anche per legge, e di farlo con la selettività che distingue l’apartheid dalla giustizia.
Questa legge non renderà Israele più sicuro: i suoi stessi apparati di sicurezza lo hanno detto con chiarezza. Non porterà giustizia alle vittime del terrorismo: la giustizia non si ottiene attraverso l’omicidio di Stato su base etnica. Questa legge servirà soltanto a confermare ciò che il mondo intero è ormai chiamato a riconoscere: lo Stato di Israele, nella sua configurazione attuale, ha abbandonato ogni pretesa democratica e ha scelto la strada dell’apartheid istituzionalizzato.
Sta a noi — cittadini, attivisti, giornalisti, legislatori, governi — decidere se voltarci dall’altra parte o se rispondere a questa sfida con la fermezza che la storia e la coscienza ci impongono.

Il Campo Largo delle Contraddizioni

Perché un campo largo che mescola tutto e il contrario di tutto non è un’alternativa, ma il miglior regalo a Giorgia Meloni.

La notte di piazza Barberini e l’euforia della vittoria
Il 23 marzo 2026 resterà negli annali come la prima vera sconfitta politica del governo Meloni. Il No al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia — la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, il doppio CSM, l’Alta Corte disciplinare — ha prevalso con il 53,74% dei voti, su una partecipazione che ha sfiorato il 59 per cento: un dato di per sé incoraggiante, in un Paese che da anni conosce il male oscuro dell’astensionismo.
La risposta del centrosinistra è stata immediata e spettacolare: abbracci sul palco di Piazza Barberini, cori di “Unità, unità, unità”, il corteo notturno fino a Piazza del Popolo, i leader — Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli — fotografati insieme come una squadra che ha appena vinto il campionato. E già la mattina seguente partivano le proposte di primarie di coalizione per scegliere il candidato premier in vista delle politiche del 2027.
Tutto comprensibile. Tutto, però, pericolosamente affrettato.
Il voto dei giovani e degli ex astenuti: un mandato che non appartiene al campo largo
Chi ha vinto il referendum? Non il campo largo in quanto tale: ha vinto una nuova generazione di elettori — il No ha prevalso oltre il 60% nella fascia under 34 — e una quota consistente di italiani che da anni non mettevano piede in un seggio. Persone che non si riconoscono nell’offerta politica tradizionale, che hanno detto No alla riforma Meloni non per portare Schlein a Palazzo Chigi, ma per difendere la Costituzione, per rifiutare una riforma percepita come una mossa di controllo politico sulla magistratura.
È un mandato popolare, costituzionale, civico. Non è un cheque in bianco consegnato a una coalizione che non ha ancora un programma, un leader né — si scoprirà subito — una linea comune su nessuna delle questioni decisive.
Le contraddizioni insanabili: il campo largo è nudo
Bastano poche ore di riflessione a smontare l’euforia della notte di Barberini. Il campo largo che si vuole presentare alle politiche del 2027 come alternativa di governo porta con sé contraddizioni di fondo che nessuna liturgia unitaria può coprire indefinitamente.
Vale la pena nominarle una per una, senza sconti:
— Chi ha votato No al referendum e chi ha votato Sì, o si è astenuto come Renzi, fino all’ultimo.
— Chi si oppone all’escalation militare e all’invio di armi e chi sostiene il riarmo e la logica NATO senza se e senza ma.
— Chi difende la causa palestinese e chi ha sostenuto la legge che punisce l’antisionismo come reato.
— Chi vuole abrogare il Job Act e chi ne è il padre putativo.
— Chi lotta per lo Stato sociale, la sanità e la scuola pubbliche e chi ha applicato l’austerità europea sostenendo i governi tecnici.

Non si tratta di sfumature o di accenti diversi: sono posizioni radicalmente incompatibili. E non è questione di tattica politica: sono le fratture che attraversano la vita reale di milioni di italiani.
La guerra in Ucraina: la prima crepa esplode in diretta
Non è servito aspettare molto. A meno di tre giorni dalla vittoria del No, il senatore M5S Stefano Patuanelli ha dichiarato con nettezza: “Con noi al governo gli aiuti militari all’Ucraina cesserebbero”. Risposta immediata del dem Filippo Sensi: “Con noi gli aiuti ci sono stati, ci sono e ci saranno. Fatevene una ragione”.
Non è una scaramuccia: è una frattura strutturale. Il PD di Schlein si è collocato sulla linea del sostegno militare a Kiev, pur con qualche ondeggiamento tattico. Il M5S di Conte ha sempre espresso una posizione critica, a tratti esplicitamente contraria. AVS si è tenuta su una posizione di pacifismo convinto, contro ogni escalation. Non esiste una formula linguistica capace di coprire questa voragine senza tradire l’elettorato di almeno uno dei contraenti.
L’episodio non è isolato: già a gennaio 2026, al rinnovo del decreto sugli aiuti all’Ucraina, la tensione era esplosa all’interno della coalizione, con sette senatori democratici che avevano votato contro una risoluzione pentastellata. Il riformista Lorenzo Guerini aveva parlato di “segnale di metodo non accettabile”.
La Palestina: unità di facciata su un dramma irriducibile
Sull’altra grande questione geopolitica — la Palestina — il quadro non è più rassicurante. AVS ha ribadito che riconoscerà lo Stato di Palestina come prima misura di governo. Ma il PD al suo interno ospita sensibilità molto diverse su Israele, sui rapporti con le comunità ebraiche italiane, sul confine tra critica all’occupazione e antisionismo.
Il tema della legge sull’antisionismo — che ancora pesa come un macigno nel dibattito interno — divide profondamente il centrosinistra, dove voci autorevoli hanno sostenuto o non contrastato misure normative percepite da ampi settori della sinistra come una limitazione al legittimo dissenso politico.
Il Job Act: il cadavere nell’armadio della coalizione
Sul piano del lavoro, la frattura è ancora più antica e politicamente esplosiva. Il Job Act — la riforma del mercato del lavoro varata nel 2015 dal governo Renzi, che ha smontato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori — è ancora lì, in vigore, non abrogato, non emendato. Eppure Italia Viva fa parte dell’ecosistema del campo largo. Come si spiega a un operaio metalmeccanico in somministrazione che chi ha inventato la precarizzazione sistematica del lavoro dipendente ora si siede allo stesso tavolo programmatico di chi promette di abolire il precariato?
La risposta onesta è che non si spiega. Si aggira. Si rimanda. Si usa la formula “però prima togliamo la destra” come anestetico universale. Ma l’anestetico finisce, e la delusione che segue è sempre più profonda di quella precedente.
La lezione che non è mai stata imparata
La storia della sinistra italiana degli ultimi trent’anni è costellata di coalizioni larghe costruite non su un programma ma su un nemico comune. E ogni volta il copione si è ripetuto con variazioni minime.
L’Ulivo anti-Berlusconi degli anni Novanta e Duemila ha prodotto governi che hanno accettato, pezzo dopo pezzo, l’agenda berlusconiana in economia, in politica estera, nelle politiche del lavoro. L’antiberlusconismo come collante ha finito per rafforzare Berlusconi, offrendo a lui il monopolio dell’identità politica di quella stagione.
Il sostegno ai governi tecnici — da Monti a Draghi — ha fatto il resto. Quando la sinistra ha sorretto esecutivi che applicavano austerità, tagli al welfare, riforme del mercato del lavoro sgradite al proprio elettorato, ha ceduto il campo valoriale alla destra. Gli eredi del MSI, lentamente ma inesorabilmente, sono diventati la prima forza politica italiana. E hanno vinto le elezioni del 2022.
Oggi una parte del centrosinistra sembra voler riproporre quella stessa politica perdente: nel nome dell’unità contro la destra, anche a costo di ospitare nelle proprie file le peggiori posizioni di destra. Un errore di strategia che rischia di trasformarsi nel miglior regalo possibile a Giorgia Meloni.
Il campo largo nella sua versione attuale non è un fronte alternativo: è la riedizione di un modello fallimentare con ingredienti aggiornati. La differenza rispetto al passato è che ora l’elettorato ha gli anticorpi: i giovani che hanno votato No al referendum non sono disposti a essere di nuovo ingabbiati nel “voto utile” se non è chiaro quale utilità effettiva viene loro offerta.
Il rischio del ritorno all’astensionismo
I sondaggi post-referendum mostrano il campo largo sopravanzare di misura il centrodestra in termini aggregati. Ma i numeri nascondono una dinamica che dovrebbe preoccupare: molti degli elettori che hanno votato No al referendum — giovani, ex astenuti, delusi dalla politica — non hanno necessariamente intenzione di votare una coalizione percepita come l’ennesimo “fritto misto” di interessi incrociati.
Se il campo largo non sarà capace di offrire una proposta programmatica chiara, coraggiosa, senza ambiguità sulle questioni fondamentali — guerra e pace, lavoro, Palestina, Stato sociale — l’astensionismo tornerà a essere il primo partito italiano. E in quel caso, tra due coalizioni in calo, perderà meno la destra: più compatta, più identitaria, più fedele.
Cosa serve davvero: chiarezza, programma, coerenza
Il voto del 23 marzo ha dimostrato una cosa che avrebbe dovuto essere ovvia da tempo: quando si offre agli elettori una scelta netta, con una posizione chiara e non ambigua, la risposta civica c’è. Il 59% di affluenza lo dimostra. I giovani che sono tornati alle urne lo dimostrano.
Un’alternativa credibile alla destra di Meloni non può essere costruita sulla negazione del nemico, ma sulla chiarezza del progetto. E un progetto chiaro richiede scelte dolorose: non si può stare insieme a chi ha scritto il Job Act e promettere di abolire la precarietà. Non si può dirsi contro la guerra e includere chi ha votato sistematicamente per l’invio di armamenti. Non si può difendere la Palestina e ospitare chi ha sostenuto misure repressive contro chi critica Israele.
Un fronte ampio, costituzionale e popolare — l’unico in grado di costruire una vera alternativa di governo — non si costruisce mettendo assieme tutto e il contrario di tutto. Si costruisce su un programma minimo condiviso, su posizioni incomprimibili, su quella coerenza che è la sola moneta che i cittadini, soprattutto i più giovani e i più delusi, sono ancora disposti ad accettare.
Il modello sbagliato e quello da costruire
Si è parlato molto, in queste ore, del modello Sanchez in Spagna. È un riferimento utile, a condizione di capire perché il PSOE ha vinto: non per aver allargato il campo a destra, ma per aver costruito un’alleanza con la sinistra radicale di Sumar, su una piattaforma di tutele sociali, contrasto alla precarietà, laicità dello Stato, politica estera autonoma dai diktat atlantisti. Una coalizione con una identità, non un agglomerato di interessi.
Il Prodi 2 — l’altra formula evocata come spauracchio da molti commentatori — è invece il simbolo di ciò che non bisogna ripetere: una coalizione tenuta assieme da sessanta anime diverse, naufragata in pochi mesi sulla contraddizione insanabile tra le sue componenti. Quella stagione ha spianato la strada a Berlusconi prima e a Meloni poi.
Non è un caso che chi viene dalle periferie, dal lavoro operaio, dai movimenti sociali, dai collettivi studenteschi che hanno manifestato per la Palestina e contro la guerra — stia guardando altrove. Non perché non voglia cambiare il governo: perché non si fida di chi chiede i voti per cambiarlo e poi, una volta al potere, si adegua alle stesse logiche.

Il coraggio della chiarezza
Il 23 marzo ha rotto l’aura di invincibilità di Giorgia Meloni. Ha dimostrato che esiste in questo Paese una maggioranza civica, costituzionale, potenzialmente progressista. Ha riportato ai seggi una generazione che aveva abbandonato la politica come pratica inutile.
Sarebbe un crimine politico trasformare questa energia in combustibile per l’ennesima coalizione senz’anima. Sarebbe una beffa imperdonabile per chi ha votato No pensando a un cambiamento reale, ritrovarsi con un governo che porta avanti la metà delle politiche precedenti con segno diverso.

La vera sfida del centrosinistra — o di ciò che vuole essere un’alternativa di governo — non è vincere le primarie. È rispondere a una domanda semplice e brutale: su cosa non siete disposti a cedere? Su lavoro, pace, Palestina, Stato sociale, indipendenza dalla NATO: dove stanno le linee rosse? Chi le traccia?
Senza quella chiarezza, il campo largo resterà un campo minato. E Giorgia Meloni, dal suo osservatorio privilegiato, avrà già capito come attraversarlo indenne.