Quando la propaganda diventa minaccia: Netanyahu, la Spagna, i coloni, il Libano e il cappio della Knesset. Radiografia di uno Stato che si crede intoccabile
C’è una frase che, se pronunciata da qualunque altro leader del pianeta, verrebbe immediatamente bollata come intimidazione mafiosa. «La Spagna pagherà un prezzo». L’ha detta Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele, rivolgendosi a un Paese membro dell’Unione Europea, fondatore della NATO, democrazia parlamentare dal 1978. L’ha detta perché Madrid, unica voce coerente in un continente che si nasconde dietro comunicati stampa e astensioni, ha osato chiamare le cose con il loro nome: genocidio, pulizia etnica, crimini di guerra. E l’ha detta evocando, con un ossimoro che suona come una bestemmia storica, «l’esercito più morale del mondo».
È qui che la propaganda smette di essere propaganda e diventa confessione. Perché chi si sente davvero moralmente integro non minaccia, non ricatta, non promette vendette. Chi è davvero dalla parte della ragione accoglie la critica, risponde con i fatti, accetta il giudizio della comunità internazionale. Netanyahu, invece, reagisce come reagiscono soltanto i regimi che sanno di essere indifendibili: alzando la voce, promettendo ritorsioni, trasformando il dissenso in nemico.
La grammatica del ricatto
Analizzare le parole del premier israeliano significa riconoscere una grammatica politica precisa, che non appartiene alla democrazia ma al linguaggio del potere assoluto. «Pagherà un prezzo» non è un’espressione diplomatica: è la formula classica della coercizione, quella che si usa quando non si hanno più argomenti e si punta tutto sulla paura. È il linguaggio con cui gli imperi in declino provano a trattenere ciò che non riescono più a dominare con il consenso.
La Spagna, dal canto suo, non ha fatto nulla di eversivo. Ha semplicemente applicato il diritto internazionale. Ha riconosciuto lo Stato di Palestina, ha sostenuto le inchieste della Corte Penale Internazionale contro i vertici israeliani per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, ha bloccato la vendita di armi destinate a un esercito che da oltre due anni bombarda sistematicamente ospedali, scuole, campi profughi, convogli umanitari. Ha fatto ciò che ogni Stato di diritto dovrebbe considerare un dovere elementare: distinguere tra la legittima difesa e la carneficina pianificata.
E per questo, oggi, viene minacciata. Pubblicamente. Da un capo di governo straniero. Senza che l’Unione Europea, nel suo complesso, abbia trovato il coraggio di una reazione unitaria. Il silenzio di Bruxelles, il tentennamento di Roma, la prudenza di Parigi e Berlino sono il vero scandalo di questa vicenda. Perché rivelano che l’Europa, quando si tratta di Israele, smette di essere Europa e torna a essere suddita.
La menzogna dell’esercito morale
«L’esercito più morale del mondo». È la formula che da decenni accompagna ogni operazione militare israeliana, ripetuta come un mantra, diffusa da uffici stampa militari rodati, assorbita acriticamente da una parte consistente della stampa occidentale. È una menzogna strutturale, e come tutte le menzogne strutturali funziona soltanto finché nessuno ha il coraggio di smontarla pubblicamente.
I numeri, però, parlano un’altra lingua. Decine di migliaia di morti palestinesi, la maggioranza donne e bambini, secondo le stime convergenti di Nazioni Unite, agenzie umanitarie indipendenti, organizzazioni mediche internazionali. Interi quartieri di Gaza rasi al suolo. Ospedali colpiti uno dopo l’altro, con una sistematicità che rende grottesca ogni ipotesi di «errore collaterale». Giornalisti uccisi in numero senza precedenti nella storia moderna dei conflitti. Operatori umanitari bombardati mentre distribuivano cibo. Bambini uccisi mentre facevano la fila per l’acqua. Ostaggi israeliani morti sotto il fuoco dello stesso esercito che avrebbe dovuto liberarli.
Le inchieste di Haaretz, di +972 Magazine, del Guardian, del New York Times hanno documentato l’uso di sistemi di intelligenza artificiale come «Lavender» e «Where’s Daddy?» per selezionare bersagli umani in modo semiautomatico, con margini di errore ammessi dagli stessi ufficiali israeliani. Hanno raccontato delle regole d’ingaggio che consentivano di uccidere decine di civili per colpire un singolo miliziano di basso rango. Hanno esposto le testimonianze di soldati che denunciavano pratiche di esecuzione sommaria, di umiliazione sistematica dei prigionieri, di abusi sessuali nel centro di detenzione di Sde Teiman. Quando alcuni di quei soldati sono stati arrestati, una parte dell’estrema destra israeliana ha invaso la base militare per liberarli, con la complicità silenziosa dei ministri più oltranzisti del governo Netanyahu.
Questo è l’esercito che Netanyahu definisce «il più morale del mondo». E chi osa contestare questa etichetta viene accusato di antisemitismo, di complicità con il terrorismo, di «guerra diplomatica». È il meccanismo classico dell’inversione: trasformare il critico in aggressore, la vittima in carnefice, la giustizia in persecuzione.
Cisgiordania: il braccio armato dei coloni
Ma c’è un altro fronte, meno illuminato dai riflettori, dove l’«esercito più morale del mondo» mostra il suo volto più nudo: la Cisgiordania occupata. Qui non si parla di guerra asimmetrica, non si parla di razzi lanciati da Hamas, non si parla di ostaggi. Qui si parla di una pulizia etnica a bassa intensità, condotta giorno dopo giorno, fattoria dopo fattoria, uliveto dopo uliveto, con una pazienza burocratica che rende il crimine ancora più osceno. Secondo B’Tselem, nel solo 2025 ventuno comunità palestinesi sono state completamente o parzialmente sradicate dalla violenza dei coloni sostenuta dallo Stato. Secondo Save the Children, nei primi tre mesi del 2026 i minori palestinesi sfollati a causa delle aggressioni dei coloni sono stati 685, contro una media di 63 nello stesso periodo dei tre anni precedenti: un aumento di dieci volte, in un solo trimestre.
I numeri, di nuovo, dicono ciò che la propaganda vorrebbe nascondere. Circa 750.000 coloni israeliani vivono illegalmente in territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme Est. Peace Now ha documentato la creazione di 86 nuovi avamposti nel solo 2025, un record storico, molti dei quali agricoli o pastorali, concepiti proprio per intimidire le comunità beduine e palestinesi e costringerle ad abbandonare le proprie terre. Questi avamposti non sono il frutto spontaneo di colonizzatori isolati: sono protetti dall’esercito israeliano, finanziati dal ministero dell’Agricoltura, «legalizzati» a posteriori con delibere governative. Ciò che si compie in Cisgiordania non è un incidente né un’anomalia: è una politica di Stato.
Il copione è sempre lo stesso. Arrivano i coloni, spesso incappucciati, spesso armati, molti di loro riservisti dell’IDF, cioè soldati dell’«esercito più morale del mondo» in licenza. Attaccano le case, incendiano i campi, sradicano gli ulivi, avvelenano i pozzi, uccidono il bestiame, picchiano bambini che tornano da scuola. A Khirbet Humsa, nella Valle del Giordano, un palestinese è stato spogliato, immobilizzato e torturato nei genitali con delle fascette mentre l’esercito guardava. A Masafer Yatta, i pastori della comunità raccontata nel documentario premio Oscar «No Other Land» continuano a subire aggressioni dallo stesso colono che ne aveva colpito il regista Hamdan Ballal. E mentre i coloni attaccano, i soldati dell’IDF fanno da scudo: bloccano le strade di accesso per impedire ai soccorritori di arrivare, arrestano i palestinesi che provano a difendersi, spesso partecipano direttamente al pestaggio.
Poi, all’alba, arriva la seconda ondata: quella ufficiale. I bulldozer dell’amministrazione civile israeliana. Gli ordini di demolizione. Le dichiarazioni di «terra statale» che convertono con un timbro ettari di proprietà palestinesi storiche in lotti edificabili per nuovi insediamenti. Il 5 gennaio 2026, 694 dunam appartenenti ai villaggi di Deir Istiya, Bidya e Kafr Thulth sono stati confiscati con un singolo decreto. A febbraio, il governo Netanyahu ha stanziato 244 milioni di shekel per istituire un catasto parallelo che facilita il trasferimento dei terreni dell’Area C dalle autorità palestinesi al ministero della Giustizia israeliano. Non è più annessione strisciante: è annessione conclamata. È l’atto notarile del furto.
Chi copre tutto questo? L’esercito che Netanyahu definisce il più morale del mondo. Il Guardian ha documentato che, dal 2020, a fronte di oltre mille civili palestinesi uccisi in Cisgiordania dai coloni e dai soldati, un quarto dei quali bambini, nessun israeliano è stato incriminato. Nessuno. L’impunità non è un difetto del sistema: è il sistema. È il meccanismo attraverso cui lo Stato israeliano trasforma il crimine privato in strumento pubblico, delegando ai coloni ciò che l’esercito non può fare apertamente senza scandalizzare la diplomazia occidentale. È la stessa logica con cui, in altre epoche e sotto altre bandiere, gli Stati coloniali hanno sempre gestito i propri territori: violenza paramilitare protetta dall’uniforme.
Libano: cento bombe in dieci minuti
Mentre scriviamo, il Libano brucia. Mercoledì 8 aprile, a poche ore dall’annuncio del fragile cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran mediato da Islamabad, l’aviazione israeliana ha lanciato oltre cento attacchi aerei in dieci minuti su Beirut, sul sud del Libano e sulla valle della Bekaa. Il bilancio ufficiale di quella sola giornata, diffuso dal ministero della Salute libanese, parla di oltre 250 morti e più di 1.100 feriti, il peggior bilancio in un singolo giorno dall’inizio dell’ultima fase del conflitto. I morti complessivi dall’inizio dell’escalation del 2 marzo sfiorano i duemila. L’UNICEF segnala che, dal 2 marzo a oggi, più di seicento bambini libanesi sono stati uccisi o feriti.
Human Rights Watch ha documentato che, tra il 12 marzo e l’8 aprile, le forze israeliane hanno sistematicamente distrutto o gravemente danneggiato tutti i principali ponti sul fiume Litani, isolando il sud del Paese dal resto del territorio. Non sono bersagli militari: sono infrastrutture civili, arterie di collegamento che servono a far arrivare cibo, medicine, personale sanitario. Distruggere i ponti significa affamare le popolazioni. È un metodo antico, noto e vietato dalle Convenzioni di Ginevra. Ma l’esercito più morale del mondo non sembra turbarsene.
Il cinismo della situazione tocca vertici difficili da reggere. Il Pakistan, mediatore dell’accordo di tregua tra Washington e Teheran, aveva dichiarato esplicitamente che il cessate il fuoco copriva anche il Libano. Israele l’ha smentito immediatamente, e mentre i diplomatici discutevano, il capo di Stato Maggiore dell’IDF, il generale Eyal Zamir, dichiarava apertamente: «Non rispettiamo il cessate il fuoco. Continuiamo a combattere qui, in Libano, che è la nostra principale zona di combattimento». Il premier Netanyahu ha ribadito: «Non ci sarà alcun cessate il fuoco in Libano». Traduzione: Tel Aviv negozia con gli Stati Uniti, accetta gli accordi quando le conviene, li ripudia quando le conviene, e colpisce civili mentre i negoziatori sono ancora seduti al tavolo. È la dottrina della forza pura, mascherata da difesa.
E mentre le bombe cadono su Beirut, anche il convoglio italiano di UNIFIL è stato coinvolto in azioni militari israeliane che la stessa premier Giorgia Meloni ha definito «del tutto inaccettabili», ricordando che si tratta di una violazione della risoluzione 1701 delle Nazioni Unite. Ecco come l’«esercito più morale del mondo» tratta i caschi blu dell’ONU: li attacca. E poi pretende pure che l’Europa taccia.
Il cappio della Knesset
Ma la radiografia non sarebbe completa senza l’ultimo tassello, quello forse più osceno: la legge sulla pena di morte per i palestinesi, approvata dalla Knesset il 30 marzo 2026 con 62 voti favorevoli, 48 contrari e un astenuto. Una legge che prevede l’impiccagione obbligatoria, decisa da tribunali militari a maggioranza semplice, senza unanimità, senza possibilità di appello, con esecuzione entro 90 giorni dalla sentenza. Una legge che si applica esclusivamente ai palestinesi, dal momento che i coloni israeliani e i cittadini ebrei restano sotto la giurisdizione dei tribunali civili ordinari, dove la pena capitale, formalmente prevista, è stata eseguita soltanto due volte nell’intera storia dello Stato di Israele: nel 1948 contro Meir Tobianski, ufficiale ingiustamente accusato di tradimento durante la guerra arabo-israeliana e successivamente riabilitato, e nel 1962, unica esecuzione civile, contro il gerarca nazista Adolf Eichmann.
Il testo è scritto con un’astuzia giuridica rivoltante. Punisce con la morte chi uccide «con l’obiettivo di negare l’esistenza dello Stato di Israele» o «con l’obiettivo di danneggiare la rinascita del popolo ebraico nella sua terra». Formule che, per costruzione semantica, escludono automaticamente ogni colono che uccide un palestinese: il colono non «nega» Israele, lo incarna. Il colono non danneggia la rinascita ebraica, la compie. Due pesi, due misure, due popoli, due codici penali. È la definizione manualistica di apartheid, scolpita nel marmo legislativo di una democrazia parlamentare del ventununesimo secolo.
I promotori della legge hanno festeggiato alla Knesset con spilline a forma di cappio da forca sul bavero. La deputata Limor Son Har-Melech del partito Potere Ebraico si è fatta fotografare vestita da carceriera, con il cappio in una mano e una siringa letale nell’altra, mentre suo marito — colono e attivista pro-insediamenti — sfoggiava in posa la pistola, l’aereo e la casetta con le scritte «occupazione», «espulsione», «insediamento». La sintesi del programma di governo israeliano, riassunto in una fotografia agghiacciante diffusa con orgoglio dai protagonisti stessi. Il ministro Itamar Ben Gvir, promotore della norma, ha dichiarato dal pulpito: «Questo è un giorno di giustizia per le vittime e un giorno di deterrenza per i nostri nemici. Non più porte girevoli per i terroristi, ma una decisione chiara: chi sceglie il terrorismo sceglie la morte». Accanto a lui, a votare a favore, il primo ministro Netanyahu in persona.
È la prima legge al mondo, dai tempi della Germania nazionalsocialista, che istituisce la pena di morte su base etnica. Lo scrive su Haaretz l’ex preside della facoltà di Legge dell’Università Ebraica di Gerusalemme, Mordechai Kremnitzer, nato nel 1948 in Germania da sopravvissuti all’Olocausto: «razzista, illegale, dettata dalla sete di sangue, che dimostra l’abbandono dei valori liberali da parte di Israele, ormai un regime reazionario». Dal 2016 i bambini palestinesi vengono giudicati da tribunali militari a partire dai dodici anni. Dal 2025 possono essere condannati all’ergastolo. Dal 2026 possono essere impiccati. Per aver lanciato un sasso contro un blindato. Per la legge israeliana, questo è terrorismo. Per la legge israeliana, questo merita la forca.
Amnesty International e tutte le principali organizzazioni per i diritti umani — B’Tselem, ACRI, Addameer, Adalah — hanno annunciato ricorso alla Corte Suprema israeliana. I ministri degli Esteri di Germania, Francia, Italia e Regno Unito hanno espresso «profonda preoccupazione» in un comunicato congiunto. Parole. Solo parole. Nessuna sanzione, nessuna sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele, nessuna misura concreta. L’Europa, ancora una volta, ha registrato lo scandalo e ha continuato a vendere armi, a importare tecnologie, a concedere cooperazione accademica. La condanna senza conseguenze è la forma più raffinata della complicità.
L’Europa che non c’è
Il vero problema, a questo punto, non è più soltanto Netanyahu. Il vero problema è l’Europa. Perché un premier straniero può minacciare pubblicamente un Paese membro dell’Unione, i suoi coloni possono bruciare villaggi palestinesi, i suoi aerei possono bombardare capitali arabe durante un cessate il fuoco, il suo parlamento può legiferare la forca su base etnica, soltanto se sa di poterlo fare impunemente. Sa che nessun commissario europeo convocherà davvero l’ambasciatore israeliano. Sa che nessun capo di governo alzerà realmente la voce. Sa che l’Italia di Meloni continuerà a vendere componentistica militare, la Germania di Merz a garantire forniture strategiche, la Francia di Macron a oscillare tra dichiarazioni di principio e complicità operative.
Pedro Sánchez rappresenta, in questo panorama desolante, un’eccezione che mette in imbarazzo tutti gli altri. Il governo spagnolo ha capito una cosa semplice e profondissima: la credibilità dell’Europa come soggetto politico si misura sulla sua capacità di applicare il diritto internazionale anche quando costa, anche quando è scomodo, anche quando il partner minacciato è un alleato strategico degli Stati Uniti. Rinunciare a quella credibilità significa trasformare definitivamente l’Unione Europea in un’appendice amministrativa dell’impero americano, priva di voce propria, incapace di rappresentare i valori che millantarsi di incarnare.
E qui tocchiamo il cuore della questione. La sottomissione europea alla politica israeliana non nasce da una convinzione ideale: nasce dalla struttura stessa del sistema atlantico, dalla dipendenza energetica e militare dagli Stati Uniti, dalla paralisi di un’Unione che non ha mai voluto dotarsi di una politica estera realmente autonoma. È la stessa logica che ha trascinato il continente nella guerra per procura in Ucraina, che lo ha reso complice del riarmo più massiccio dal dopoguerra, che oggi lo rende muto davanti al massacro di Gaza, cieco davanti ai coloni della Cisgiordania, sordo davanti alle bombe su Beirut, afono davanti al cappio della Knesset.
Il prezzo che pagheremo davvero
Netanyahu dice che la Spagna pagherà un prezzo. Ma il prezzo vero, quello storico, quello che lascerà cicatrici profonde nella coscienza collettiva, lo stiamo pagando tutti noi. Lo pagheranno le democrazie europee quando i loro cittadini scopriranno definitivamente che i valori proclamati nei trattati sono carta straccia davanti agli interessi geopolitici. Lo pagherà il diritto internazionale, già eroso dalla doppia misura con cui si giudica chi invade l’Ucraina e chi rade al suolo Gaza, chi minaccia una cancelliera tedesca e chi minaccia un premier spagnolo, chi impicca in Iran e chi impicca in Israele. Lo pagheranno le generazioni future, che erediteranno un mondo in cui la parola «genocidio» avrà perso ogni peso giuridico perché è stata usata e negata con troppa disinvoltura.
E lo pagherà, soprattutto, la memoria. Perché un giorno, quando le macerie di Gaza saranno state documentate in ogni loro dettaglio, quando gli archivi si apriranno e i processi si celebreranno, quando le fotografie dei deputati israeliani con il cappio al bavero saranno riproposte nei manuali di storia accanto a quelle di altre epoche oscure, le parole di Netanyahu — «l’esercito più morale del mondo» — verranno studiate come esempio perfetto di propaganda totalitaria, dello stesso tipo che ogni potere criminale ha sempre utilizzato per nascondere i propri crimini dietro la retorica della virtù.
La Spagna, intanto, ha ricordato al mondo che la diplomazia non è sinonimo di silenzio, che la critica non è sinonimo di odio, che il rispetto del diritto internazionale non si negozia con nessuno. Ha ricordato che esiste ancora, in Europa, una sinistra capace di distinguere tra antisemitismo e antisionismo, tra solidarietà con un popolo e complicità con un governo, tra lotta al terrorismo e terrorismo di Stato. È poco, forse. Ma in un continente che ha smarrito la voce, anche una sola voce ferma fa la differenza.
A Netanyahu, che promette vendette, minaccia ritorsioni, bombarda Beirut, protegge i coloni, firma leggi per la forca, resta soltanto l’arma più logora di tutti i tiranni: la paura. Funziona finché funziona. Poi, inevitabilmente, si rivolta contro chi l’ha impugnata. La storia, nella sua lentezza ostinata, ha sempre conservato una memoria più lunga di quella dei ricatti. E le forche, prima o poi, tornano sempre indietro verso chi le ha costruite.
Fonti
Haaretz — Inchieste sui sistemi di targeting «Lavender» e «Where’s Daddy?», 2024-2025. +972 Magazine e Local Call — Reportage sulle regole d’ingaggio e le operazioni militari a Gaza. The Guardian — Coverage della posizione spagnola e dati sull’impunità dei coloni in Cisgiordania (2020-2026). El País — Dichiarazioni ufficiali del governo Sánchez e risposte alle minacce di Netanyahu. UN OCHA — Rapporti sulle vittime civili, gli sfollamenti in Cisgiordania e la distruzione delle infrastrutture sanitarie a Gaza. B’Tselem — Rapporti sull’eradicazione di 21 comunità palestinesi nel 2025 e sulla cooperazione tra coloni ed esercito. Peace Now — Dati sui 750.000 coloni e gli 86 nuovi avamposti del 2025. Save the Children — Analisi sul decuplicarsi degli sfollamenti di minori palestinesi nel primo trimestre 2026. Amnesty International — Condanna della legge sulla pena di morte e richiesta di sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele. Human Rights Watch — Documentazione della distruzione sistematica dei ponti sul fiume Litani (marzo-aprile 2026). Al Jazeera, Reuters, AP — Cronaca dei raid israeliani su Beirut dell’8 aprile 2026. Ministero della Salute libanese — Bilanci delle vittime civili nel sud del Libano e a Beirut. Times of Israel, Knesset — Testo e resoconto del voto sulla legge sulla pena di morte del 30 marzo 2026. Corte Internazionale di Giustizia — Ordinanze sulle misure provvisorie nel caso Sudafrica contro Israele. Corte Penale Internazionale — Mandati di arresto contro i vertici del governo israeliano.
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
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