Che qualcosa stesse cambiando nella narrazione ufficiale del conflitto in Ucraina, lo si intuiva da tempo. Ma che fosse The Hill – praticamente l’house organ del Partito Democratico – a squarciare il velo di silenzio complice, ha il sapore di un’ammissione storica. Il 18 marzo 2025, Alan J. Kuperman, docente di strategia militare e gestione dei conflitti all’Università di Austin, ha firmato un editoriale che, fino a poco tempo fa, sarebbe stato etichettato come propaganda russa. Ora, invece, è la voce della realtà che irrompe nel cuore del sistema mediatico statunitense.
Il punto centrale dell’articolo è chiaro: la guerra in Ucraina non è “non provocata” come per anni ci è stato raccontato. Non è figlia esclusiva dell’espansionismo putiniano, ma anche di un intreccio di errori, provocazioni e ciniche manovre geopolitiche portate avanti da Washington, Bruxelles e Kiev.
2014, il Maidan e il “Fuck Europe” che svelò il vero volto della diplomazia occidentale
Per comprendere fino in fondo il contesto che ha condotto allo scoppio della guerra, non si può ignorare un nome: Victoria Nuland. Ai tempi degli eventi di piazza Maidan, era sottosegretaria agli Affari Europei del Dipartimento di Stato americano. In una telefonata intercettata e resa pubblica, Nuland esclamò la celebre frase “Fuck Europe”, sintetizzando l’arroganza di un’America che non solo ignorava gli alleati europei, ma operava direttamente nel cuore dell’Ucraina per pilotare il cambio di regime.
Non si trattò di semplice diplomazia. Secondo numerose inchieste giornalistiche e documenti emersi in seguito, il segretariato di Stato USA non si limitò a fornire supporto verbale agli oppositori del presidente democraticamente eletto Viktor Yanukovych: elargì sostegno logistico, finanziario e politico a gruppi armati, tra cui anche formazioni di estrema destra, apertamente nostalgiche del collaborazionismo nazista.
Il doppio gioco di Zelensky e il fallimento degli accordi di Minsk
L’editoriale di The Hill fa luce anche su un altro nodo fondamentale: la rottura degli accordi di Minsk da parte ucraina. Zelensky, salito al potere con la promessa di riportare la pace nel Donbass, tradì rapidamente quel mandato popolare, preferendo l’escalation militare e un avvicinamento sempre più aggressivo alla NATO. La scelta di armarsi fino ai denti con l’aiuto occidentale non fu una strategia di difesa, ma una provocazione sistematica verso Mosca, che rispondeva da anni con segnali chiari ma ignorati da Washington e Bruxelles.
Biden, la NATO e il sogno infranto della diplomazia
L’editoriale inchioda anche Joe Biden alle sue responsabilità. Anziché usare la leva diplomatica per obbligare Zelensky a rispettare Minsk, il presidente statunitense si limitò a promesse vaghe e dichiarazioni roboanti. Quell’atteggiamento, spacciato come “difesa della democrazia”, fu in realtà un lasciapassare all’escalation, alimentando le illusioni ucraine su un intervento militare occidentale mai realmente pianificato. Il risultato? Una guerra devastante, centinaia di migliaia di morti e una linea del fronte sostanzialmente immutata rispetto all’inizio del conflitto.
Il ruolo occulto delle elite e l’informazione manipolata
Per tre anni, l’opinione pubblica occidentale è stata nutrita con un racconto a senso unico, costruito ad arte per giustificare il continuo invio di armi, fondi e sostegno politico a un governo ucraino che, lungi dall’essere “paladino della libertà”, ha più volte dimostrato di calpestare i principi stessi della democrazia. Le milizie paramilitari celebrate come “eroi della resistenza” erano – e in parte sono ancora – contaminate da ideologie neonaziste, come dimostrato da numerosi rapporti OSCE e fonti indipendenti. Ma tutto questo, fino a ieri, era bollato come “disinformazione russa”.
La verità si affaccia in casa Dem. E ora?
Se persino ambienti legati al Partito Democratico americano iniziano a raccontare questa verità, cosa ci dice questo sullo stato dell’informazione in Europa? E cosa dovrebbe farci riflettere sulla nostra stessa democrazia? Il risveglio tardivo delle coscienze non basta a cancellare anni di menzogne, né può riportare in vita le vittime di un conflitto che si poteva – e si doveva – evitare.
Oggi più che mai, serve una nuova onestà intellettuale e politica. Occorre ammettere che l’Occidente non è stato un arbitro imparziale ma un giocatore pesantemente coinvolto, con le mani ben affondate nel fango geopolitico. E, come spesso accade nella storia, i popoli pagano il prezzo delle ambizioni delle élite.
Il tempo delle illusioni è finito. È ora che anche in Europa si apra un dibattito serio, scomodo, ma necessario. Perché se la verità inizia a trapelare persino dai palazzi di Washington, sarebbe criminale continuare a nasconderla sotto il tappeto della propaganda.