Il volto sporco della memoria: la narrazione tossica di Forza Italia

C’è una linea sottile tra commemorazione e appropriazione indebita. Tra il dovere della memoria e l’abuso strumentale della storia. Forza Italia, il partito nato nel cuore delle stragi del ’92-’93, ha deciso di varcare quella linea con arroganza, utilizzando il volto e le parole di Giovanni Falcone per promuovere la sua riforma della giustizia. Non è solo propaganda: è un tentativo di riscrittura, un’operazione di restyling morale di un’identità politica che ha costruito se stessa anche grazie alla contiguità con ambienti mafiosi.

Mentre a Palermo, durante un convegno sulla giustizia, i dirigenti di Forza Italia proiettano video di Falcone e citano le sue parole sulla separazione delle carriere, nella stessa città ancora si piange il sangue versato da quegli stessi magistrati che tentarono – fino alla fine – di arginare un potere infetto. Il potere che, poco dopo, si sarebbe incarnato in un partito plastico, creato in laboratorio, venduto come novità ma impastato con il peggio del passato.

Falcone, evocato oggi come un padre nobile dai nipoti del garantismo selettivo, aveva ben chiaro cosa fosse la mafia e dove si annidasse il potere mafioso: dentro i salotti, nelle redazioni, nei consigli di amministrazione, nelle segreterie politiche. Non nei tribunali. E se in vita fu osteggiato, isolato, perfino ridicolizzato da una parte della stessa magistratura e da molti politici, dopo la morte è diventato un santino buono per tutte le stagioni. Ma ci sono corpi che non si possono riesumare senza oltraggiarne la dignità.

Per questo suona sinistro che il partito di Silvio Berlusconi, che ha avuto tra le sue fondamenta uomini condannati per concorso esterno in associazione mafiosa, rivendichi oggi il pensiero di Falcone come fosse suo patrimonio ideale. È come se il boia rivendicasse l’umanità del condannato.

Non è solo un’operazione ipocrita. È una strategia comunicativa, un progetto di rebranding politico. Serve a ripulire la storia del partito, a costruire un nuovo mito fondativo dopo la scomparsa del leader. Ma la storia, se la conosci, pesa. E se la racconti tutta, brucia.

Marcello Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia, è stato condannato in via definitiva a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Nelle motivazioni si parla esplicitamente di “mediazione tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi”, in un patto che garantiva protezione in cambio di denaro. Un patto che precede la nascita del partito. Una genealogia, non un incidente.

Vittorio Mangano, assunto ad Arcore come “stalliere”, era in realtà un uomo d’onore del clan palermitano. Berlusconi e Dell’Utri lo hanno difeso fino all’ultimo, definendolo “eroe” per non aver parlato. Altro che “separazione delle carriere”: questo è l’incrocio tra carriera politica e carriera mafiosa.

E allora la domanda è semplice: chi ha il diritto di parlare in nome di Falcone? Chi ne ha condiviso il rischio? Chi ha pagato con l’isolamento, con la vita, con la coerenza? O chi ha usato quel nome per costruire potere, legittimazione e impunità?

La giustizia non è un’arma, e nemmeno una bandiera da sventolare a comando. È un bene comune. Chi ha contribuito, direttamente o indirettamente, a ostacolarla, a deviarla, a svilirla, non può oggi rivestirsi dei suoi martiri per legittimare riforme che sembrano scritte per indebolire ancora di più il controllo democratico sul potere.

Il volto di Giovanni Falcone non può diventare un logo di partito.
La sua voce non può essere usata come jingle elettorale.
La sua storia non può essere riscritta da chi ha scelto di stare dall’altra parte.

Chi non ha avuto vergogna in vita, oggi cerca legittimità nella morte.
Ma la verità, anche quando si tenta di seppellirla, ha il vizio di tornare a galla.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.