C’è una continuità silenziosa, ma spietata, tra il passato e il presente. Un filo nero che lega la stagione delle stragi mafiose e la fondazione di Forza Italia con le attuali riforme del governo Meloni. Non è solo un’allusione retorica: è la trasformazione concreta di un’idea di potere che, nel corso degli anni, ha imparato a parlare un linguaggio più raffinato, ma non meno pericoloso. Oggi quel potere non punta più solo a coabitare con l’illegalità. Mira a riscrivere le regole stesse della legalità.
Lo chiamano “riformismo”, ma è revisionismo costituzionale. Lo definiscono “modernizzazione”, ma è repressione.
L’ultimo atto è firmato da Carlo Nordio, ministro della Giustizia, che ha annunciato la volontà del governo di sanzionare disciplinarmente i magistrati che esprimono opinioni critiche verso le riforme dell’esecutivo. Un provvedimento che riprende pari pari una norma voluta dal governo Berlusconi nel 2006 – ministro Castelli – e poi cancellata per incostituzionalità dal governo Prodi. Una norma talmente generica da consentire punizioni a discrezione, colpendo non l’illecito, ma il dissenso.
In altre parole: chi critica, rischia. Chi pensa, paga. Chi parla, tace.
L’obiettivo è evidente: intimidire, controllare, disinnescare qualsiasi voce autonoma all’interno della magistratura. Perché una magistratura autonoma, indipendente, libera di esprimersi, rappresenta un ostacolo per un governo che vuole trasformare la Costituzione in uno strumento di ratifica del potere esecutivo. La stessa Costituzione che il berlusconismo non è mai riuscito ad abbattere del tutto, ma che oggi la destra meloniana sta smantellando pezzo per pezzo.
Dalla separazione delle carriere – mascherata da riforma ma pensata per ridurre il potere inquirente – al premierato forte, fino al progetto di autonomia differenziata, la logica è sempre la stessa: centralizzare il potere, marginalizzare i controlli, personalizzare l’autorità. In questa architettura politica, la magistratura rappresenta un corpo estraneo, perché non è elettiva, non è ricattabile, non è allineata. E per questo dev’essere silenziata, intimidita, isolata.
L’ipocrisia è totale. Carlo Nordio, in passato, ha scritto libri, articoli, partecipato a talk show, preso posizioni pubbliche su ogni tema – da magistrato. Oggi, da ministro, pretende il silenzio. Il mutismo coatto delle toghe. L’autocensura come condizione di decoro. La stessa logica che anni fa portava Berlusconi ad accusare i giudici di “attentato alla democrazia” solo perché osavano indagare su di lui.
Ecco il punto: l’attuale governo non è la negazione del berlusconismo, ma la sua evoluzione autoritaria. La sua versione post-ideologica. Dove le leggi non servono a migliorare la giustizia, ma a punire i giudici. Dove la sicurezza è solo una scusa per colpire i migranti, i poveri, i dissidenti. Dove la libertà d’espressione viene garantita solo a chi applaude.
Pensiamo alle leggi sulla sicurezza: il decreto Cutro, l’accordo con l’Albania, i CPR trasformati in zone franche dei diritti umani. Pensiamo alla riforma del codice penale: pene aumentate per chi occupa una casa, ridotte per chi evade. Pensiamo alla cancellazione del reato di abuso d’ufficio, funzionale a disarmare i magistrati nei confronti della corruzione. E ora pensiamo al prossimo passo: punire chi denuncia, premiare chi obbedisce.
Non è solo giustizia piegata. È costituzione svuotata. È un nuovo patto tra potere e impunità.
Il berlusconismo aveva aperto la porta a questo modello. La Meloni l’ha spalancata. Ma la vernice del legalitarismo si scrosta velocemente, e sotto resta l’involucro marcio del controllo. Di una politica che non tollera opposizione, che criminalizza la critica, che stravolge i princìpi fondativi della nostra Repubblica.
Per questo oggi, più che mai, è necessario alzare la voce. Difendere il diritto di dissentire. Proteggere l’autonomia dei poteri, l’indipendenza della magistratura, la libertà di parola.
Perché se i magistrati non potranno più parlare, se i giornalisti verranno minacciati, se i cittadini verranno schedati o zittiti, non sarà solo la giustizia a tremare.
A tremare sarà la democrazia.