Nel trentennale dell’associazione Libera, fondata da don Luigi Ciotti per coordinare la lotta alle mafie, arriva un bilancio amaro ma lucido, offerto da una delle voci più autorevoli e scomode della magistratura italiana: Nino Di Matteo. Un bilancio che ci costringe a porre una domanda scomoda quanto necessaria: a che punto siamo oggi con la mafia?
Secondo Di Matteo, il sogno di Giovanni Falcone – quello di una vittoria definitiva sulla mafia – potrà realizzarsi solo quando l’Italia smetterà di trattare la mafia come semplice criminalità ordinaria. Le organizzazioni mafiose, dice, condizionano profondamente la vita del Paese da oltre 150 anni, ma la politica, le istituzioni e spesso anche l’informazione hanno preferito fare finta di non capirlo.
Negli ultimi vent’anni, la mafia ha cambiato pelle. Ha abbandonato la violenza e l’attacco frontale allo Stato, scegliendo una strategia molto più efficace e invisibile: la penetrazione sistematica del potere economico e politico. Le mafie non infiltrano più il mercato legale, lo finanziano, lo controllano. Le imprese mafiose oggi operano nei settori più rispettabili, muovendo capitali, acquisendo aziende, gestendo appalti pubblici. Sono diventate, a tutti gli effetti, multinazionali del crimine.
Questo cambiamento è avvenuto in parallelo a un progressivo smantellamento degli strumenti di contrasto. Le riforme approvate e in cantiere – dall’abrogazione dell’abuso d’ufficio allo svuotamento del traffico d’influenze, dalla limitazione delle intercettazioni al divieto di pubblicare le ordinanze cautelari – hanno ridotto la capacità investigativa della magistratura. Sono, per Di Matteo, uno scudo legislativo per i potenti e per le mafie. Le indagini più importanti sulla corruzione e sugli interessi mafiosi sono spesso nate da reati minori, come turbative d’asta, bancarotte o falsi in bilancio. Eliminare questi reati significa tagliare le radici alle indagini prima ancora che possano svilupparsi.
Il limite di 45 giorni alle intercettazioni è un altro esempio drammatico: nella realtà investigativa, i primi giorni servono solo a orientare l’indagine. Imporre questo limite è come imporre al chirurgo di operare a occhi bendati.
E se questo non bastasse, Di Matteo denuncia un ulteriore pericolo: lo squilibrio dei poteri dello Stato. La separazione delle carriere, la riduzione dell’obbligatorietà dell’azione penale, le sanzioni disciplinari per i magistrati che si esprimono pubblicamente sono parte di una strategia per indebolire il potere giudiziario a favore dell’esecutivo. Un attacco alla Costituzione e ai principi fondamentali della democrazia.
Nel silenzio assordante delle istituzioni, mentre si costruisce una giustizia “a due velocità” – severa con i deboli, indulgente con i potenti – le mafie avanzano senza ostacoli, protette da leggi su misura e da un sistema che le legittima.
Lo Stato della mafia, allora, non è più solo una riflessione su “a che punto siamo con la criminalità organizzata”. È il ritratto amaro di un Paese in cui la mafia non ha solo trovato spazio. Lo ha conquistato. Lo ha arredato. E oggi ci abita dentro.
E allora, nel rovesciare il senso di quel titolo, la domanda diventa inquietante ma inevitabile:
la mafia è nello Stato, o è lo Stato che si è fatto mafia?
Fonte: intervista a Nino di Matteo su Il Fatto Quotidiano del 27 marzo 2025