Nel nostro tempo, la parola “libertà” ha subìto una metamorfosi grottesca. Una parola nata per spezzare le catene dell’oppressione si è trasformata, oggi, nella bandiera più cinica dell’arbitrio dei forti. Carlo Rovelli, nel suo lucido e tagliente articolo “Una rapina chiamata libertà” (pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 17 luglio 2025), ci accompagna in un viaggio spietato e necessario attraverso le derive ideologiche e semantiche del concetto di libertà, ormai svilito e ridotto a simulacro. Ma la riflessione va allargata: oggi la libertà non è più un bene condiviso da conquistare, ma un possesso da blindare. Non è più un diritto da estendere, ma un privilegio da difendere con ogni mezzo.
Dall’utopia alla menzogna
“Liberté, égalité, fraternité”: lo slogan della Rivoluzione Francese incarnava la speranza di liberarsi dall’arbitrio dell’aristocrazia. Era una rivolta collettiva contro l’ingiustizia. La stessa energia animava la resistenza antifascista, le rivoluzioni anticoloniali, i movimenti femministi, operai, studenteschi. La libertà, in quei contesti, era un atto di rottura con l’oppressione sistemica. Ma cosa resta oggi di quel valore originario?
Nel linguaggio della governance neoliberale e dell’imperialismo economico, “libertà” è diventata sinonimo di deregulation, di privatizzazione del mondo, di disprezzo per la solidarietà sociale. È la “libertà di fare affari” a ogni costo. È il grido di battaglia dei predatori finanziari, dei potentati digitali, dei guerrafondai mascherati da liberatori. La “libertà” oggi è funzionale all’espansione illimitata del Capitale e alle sue narrazioni tossiche.
Libertà come dominio: il paradigma USA-NATO
Rovelli mette il dito nella piaga quando denuncia l’uso geopolitico della parola “libertà”. I paesi della NATO si dichiarano “liberi” per giustificare aggressioni militari, interventi unilaterali, embarghi, colpi di Stato, espansioni strategiche. In nome della libertà sono state ridotte in macerie la Libia, l’Iraq, l’Afghanistan, la Jugoslavia. Nessuna di queste “missioni di pace” ha portato la democrazia, solo destabilizzazione, profughi e nuovi mercati per le armi e il petrolio.
La libertà invocata dagli Stati Uniti non è un diritto universale, ma un privilegio imperiale: il diritto a non essere giudicati dalla Corte Penale Internazionale, il diritto a possedere più armi di quanti siano gli esseri umani nel Paese, il diritto a condurre guerre per procura, come in Ucraina o a sostenere regimi genocidari come quello israeliano.
Libertà ed economia: la distopia del libero mercato
Il neoliberismo ha fatto della libertà il suo mantra. Libertà di iniziativa, libertà di consumo, libertà di competere. Ma dietro lo slogan si cela un’ideologia classista: la libertà del Capitale di non essere tassato, di non essere regolato, di sfruttare lavoro, ambiente e società. Come ha sottolineato l’economista premio Nobel Joseph Stiglitz, “il libero mercato senza regole è semplicemente un mezzo per permettere ai più forti di sopraffare i più deboli”. Eppure, ogni tentativo di limitare questi eccessi viene bollato come “attacco alla libertà”.
Le privatizzazioni sono presentate come conquiste di libertà individuale, ma hanno generato disuguaglianze record. Il sistema fiscale è stato reso regressivo, lasciando i miliardari “liberi” di eludere mentre la classe media e i poveri pagano tutto. La libertà di delocalizzare ha distrutto interi distretti industriali. La libertà di speculare ha prodotto bolle e crisi globali, come nel 2008.
Il falso pluralismo: libertà di parola e manipolazione mediatica
La riflessione di Rovelli trova eco anche negli scritti di Herbert Marcuse e Noam Chomsky. La libertà di parola, oggi, non significa pluralismo reale. Significa solo la possibilità, per tutti, di parlare nel vuoto. La sovraesposizione di voci crea una cacofonia controllata: il dissenso esiste, ma è sterilizzato. I media, proprietà di poche conglomerate, selezionano cosa conta e cosa no. I social network, dominati da algoritmi opachi, privilegiano l’emotività, l’indignazione, la polarizzazione. L’apparente libertà è in realtà una sofisticata forma di ingegneria del consenso.
Le “libertà democratiche” dell’Occidente si basano su un’illusione di partecipazione. Ma chi controlla l’accesso alla comunicazione? Chi stabilisce l’agenda? Chi ha le risorse per farsi ascoltare? La risposta è semplice: i miliardari e i loro apparati ideologici. Ecco perché Trump, Johnson, Meloni o Netanyahu possono dominare la scena: non perché siano i più liberi, ma perché sono i più serviti dal potere reale.
Ecologia e democrazia: le libertà che ci stanno uccidendo
Il “diritto” di inquinare, di possedere SUV, di costruire ovunque, di accumulare senza limiti, sta conducendo l’umanità verso un collasso climatico. Ma i padroni del pianeta si difendono in nome della libertà: “non possiamo imporre limiti al mercato”. E intanto, intere isole affondano, le foreste bruciano, le specie si estinguono.
Il “diritto” di armarsi — anche questo una “libertà” sacra — ci porta più vicini a una catastrofe nucleare. L’ossessione per la sicurezza, la militarizzazione delle società e l’escalation permanente sono giustificate dalla necessità di “difendere la nostra libertà”. Anche in questo caso, la retorica è un paravento: chi comanda davvero ha bisogno della paura per giustificare la propria esistenza.
Una nuova grammatica della libertà
Rovelli ci ricorda una verità dimenticata: ogni libertà è sempre libertà da qualcosa. La libertà vera è quella che spezza i vincoli dell’oppressione. È la libertà dei diseredati, dei popoli colonizzati, delle donne schiacciate dal patriarcato, dei lavoratori sfruttati. Non è la libertà di dominare, ma quella di respirare, di autodeterminarsi, di vivere con dignità. È quella che chiede giustizia, non arbitrio.
Per questo oggi serve una nuova grammatica della libertà. Una che metta al centro la giustizia sociale, l’uguaglianza sostanziale, l’ecologia integrale. Una libertà solidale, non competitiva. Condivisa, non predatoria. Regolata, non selvaggia. Una libertà che riconosca i limiti, non come catene, ma come condizioni per una convivenza civile. Una libertà che non sia il privilegio di chi ha già tutto, ma la possibilità di chi ha sempre avuto troppo poco.
Conclusione: per chi vale ancora la libertà
In un mondo in cui la libertà viene brandita dai potenti come giustificazione per perpetuare il dominio, l’unico senso autentico della parola resta quello pronunciato dagli ultimi. Chi invoca libertà perché è oppresso, affamato, bombardato, sfruttato, torturato, discriminato, ha ancora il diritto di usarla. Gli altri — quelli che hanno trasformato il termine in uno scudo per il profitto, in un alibi per l’indifferenza, in una bugia ideologica — dovrebbero restare in silenzio.
Perché la libertà, come la verità, non può essere sequestrata da chi opprime. Può solo essere pronunciata da chi lotta per essere finalmente umano.
Fonte dell’articolo originale di riferimento: Carlo Rovelli, “Una rapina chiamata libertà”, pubblicato su Il Fatto Quotidiano, 17 luglio 2025.