Moni Ovadia lo aveva annunciato con lucidità crudele: il momento peggiore sarebbe arrivato dopo il cessate il fuoco. Non quando le bombe cadevano su Gaza in diretta mondiale, ma quando la guerra sarebbe stata congelata a metà, le macerie ormai accumulate e l’attenzione spostata altrove. È esattamente quello che sta accadendo.
Con la tregua, la Palestina è scivolata fuori dall’inquadratura. La guerra non è finita: è stata semplicemente espulsa dal discorso pubblico dominante, mentre sul terreno prosegue la distruzione lenta, amministrativa, “a norma di diritto” di un intero popolo. È un caso di scuola di ingegneria del consenso: il genocidio non viene negato frontalmente, viene lasciato evaporare nella distrazione generale.
Dal prime time al silenzio: l’arte di spegnere i riflettori
Durante i mesi più sanguinosi dell’offensiva su Gaza, televisioni e giornali erano costretti, loro malgrado, a fare i conti con l’orrore: ospedali colpiti, quartieri polverizzati, famiglie intere cancellate, il nome di Al-Shifa ripetuto fino alla nausea. Poi è arrivato il cessate il fuoco, presentato come “svolta diplomatica” e “inizio di un nuovo capitolo”.
Da quel momento la presenza della Palestina nei palinsesti ha iniziato a scalare come si scalano i farmaci: una notizia in meno al giorno, un collegamento in meno da Rafah, qualche articolo di taglio umanitario confinato nelle pagine interne. Fino a dissolversi quasi del tutto, mentre l’agenda si riempiva di altre emergenze: il Sudan di nuovo in fiamme, un nuovo fronte, un’ennesima crisi da raccontare con lo stesso linguaggio superficiale.
È il meccanismo tipico con cui il sistema mediatico gestisce le guerre “scomode”. Non si riconosce l’ingiustizia alla radice, la si trasforma in “crisi” come le altre, con un inizio e una fine televisiva. Una volta raggiunto il livello di distruzione ritenuto “sufficiente”, si dichiara conclusa la fase acuta e si archivia il caso. Sul terreno, però, la violenza continua sotto altre forme.
Algoritmi come frontiera coloniale: la censura digitale della Palestina
Questo processo di rimozione non riguarda solo i media tradizionali. Anche lo spazio digitale è stato normalizzato a colpi di algoritmo. Attivisti, giornalisti, utenti comuni hanno denunciato un drastico calo di visibilità dei contenuti su Gaza e Cisgiordania, con post che spariscono dai feed, profili congelati, account oscurati. Quello che viene chiamato “shadow banning” assume, in questo contesto, la forma di un vero e proprio colonialismo digitale.
Non si tratta solo di impressioni soggettive. Organizzazioni per i diritti umani hanno documentato come le piattaforme di Meta abbiano applicato in modo sistematico politiche di moderazione che penalizzano i contenuti pro-palestinesi, cancellando post, chiudendo account e oscurando storie che documentavano crimini di guerra e violazioni dei diritti umani.
A questo si aggiungono i rilievi delle Nazioni Unite: una commissione e la Relatrice speciale sulla libertà di espressione hanno denunciato che molte piattaforme occidentali hanno rimosso in modo sproporzionato contenuti che esprimevano solidarietà al popolo palestinese rispetto a quelli che incitavano apertamente alla violenza contro di esso.
Dietro il linguaggio neutro delle “policy” – sicurezza, contrasto all’odio, contenuti sensibili – si nasconde un’operazione profondamente politica: rendere meno visibile, meno dicibile, meno condivisibile la sofferenza palestinese. È una forma di censura che non ha più bisogno della forbice del censore in redazione: basta un modello di machine learning addestrato sulla percezione dominante di chi è “pericoloso” e chi no. Il risultato è che il genocidio si consuma anche nella timeline, in un deserto di informazioni costruito artificialmente.
Gaza dopo il fuoco: un futuro cancellato, non una guerra finita
La narrazione del “cessate il fuoco” si infrange contro i numeri. Secondo le analisi satellitari delle Nazioni Unite, tra il 70 e l’80% degli edifici della Striscia è stato distrutto o danneggiato, con stime più recenti che parlano di oltre quattro strutture su cinque colpite in qualche modo. Ci sono più di 50 milioni di tonnellate di macerie da rimuovere: solo per liberare il suolo servirebbero decenni e miliardi di dollari.
Parliamo di città in cui quasi tutte le abitazioni sono danneggiate, con infrastrutture vitali – ospedali, scuole, reti idriche, centrali elettriche – sistematicamente prese di mira. Le stime ONU parlano di decine di migliaia di morti, in maggioranza donne e bambini, e di milioni di sfollati interni costretti a vivere in accampamenti sovraffollati.
È in questo contesto che la tregua esplode nella sua vera natura: una pausa nell’uso massiccio delle bombe, accompagnata da un proseguimento delle violenze strutturali. Il blocco quasi totale degli aiuti umanitari – dal carburante alle attrezzature mediche, dai depuratori ai vestiti invernali – trasforma la fame, la sete, le malattie in nuove armi di guerra. Gli organismi umanitari avvertono da mesi che la popolazione del nord di Gaza è a rischio imminente di morire per fame, malattie e violenza combinati.
Oxfam e altre ONG hanno denunciato con chiarezza che il blocco degli aiuti viola il diritto internazionale umanitario e configura una responsabilità diretta di chi ostacola l’accesso a cibo, acqua e cure. Ma queste parole raramente arrivano al grande pubblico: non “fanno notizia” quanto il balletto diplomatico sui negoziati, i rimpalli di dichiarazioni tra governi occidentali e governo israeliano.
Nel frattempo, frammenti di report indipendenti parlano di “futuricidio”: non solo la distruzione di vite, ma l’annientamento sistematico delle condizioni minime perché un popolo possa immaginare un futuro sulla propria terra.
La Cisgiordania nell’ombra: annessione strisciante e violenza di coloni
Mentre Gaza monopolizzava il poco spazio rimasto nei media, in Cisgiordania si è consumata una tragedia parallela, spesso relegata a note a piè di pagina. Dal 2023 in avanti, i dati dell’Ufficio ONU per gli Affari Umanitari raccontano di una escalation costante di violenza dei coloni, di operazioni militari nei campi profughi, di comunità intere costrette allo sfollamento. Migliaia di palestinesi, tra cui moltissimi bambini, sono stati cacciati dalle loro case e terre a causa degli attacchi dei coloni e delle restrizioni imposte dall’esercito israeliano.
In parallelo, il governo israeliano ha accelerato l’espansione delle colonie. Un rapporto dell’Unione Europea segnala che nel solo 2024 sono stati avanzati quasi 29.000 nuovi alloggi nei territori occupati, consolidando una presenza coloniale che supera ormai i 730.000 coloni in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Nel 2025, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha annunciato la legalizzazione e la creazione di 22 nuovi insediamenti, il più grande salto in avanti nel progetto di colonizzazione dalla stagione degli accordi di Oslo.
È qui che si comprende il vero “uso politico” del cessate il fuoco: mentre l’opinione pubblica viene persuasa che la fase di emergenza è alle spalle, sul terreno si consolidano fatti compiuti irreversibili. Terreni confiscati, comunità spezzate da strade di collegamento per i coloni, avamposti improvvisati che in pochi mesi diventano “quartieri” destinati a essere integrati nello Stato israeliano. L’annessione de facto procede pezzo per pezzo, sotto l’ombrello di un diritto internazionale continuamente invocato e regolarmente violato.
La complicità dei “garanti” dell’ordine internazionale
Tutto questo non avviene nel vuoto. I governi occidentali che si presentano come custodi dell’ordine liberale globale continuano a garantire al governo israeliano appoggio politico, copertura diplomatica e forniture di armi. Solo a fronte delle denunce più gravi – come le valutazioni degli organi ONU secondo cui esiste un rischio plausibile di genocidio nelle operazioni condotte a Gaza – alcune capitali europee hanno iniziato a parlare, timidamente, di revisione degli accordi e di possibili sospensioni.
Oxfam ha ricordato più volte che, finché accordi commerciali preferenziali e vendite di armamenti proseguiranno come se nulla fosse, l’Unione Europea e i suoi Stati membri si renderanno complici delle violazioni del diritto internazionale umanitario.
Il copione è noto: dichiarazioni di “profonda preoccupazione”, appelli alla “moderazione delle parti”, richiami verdi alle “indagini indipendenti”, mentre sul terreno si consuma una politica di espulsione e frammentazione del popolo palestinese pensata da anni. L’ipocrisia è tutta qui: si proclama la centralità dell’ordine giuridico internazionale, ma quando una delle potenze alleate viene accusata di crimini gravissimi, l’ordine si trasforma in foglia di fico.
La libertà come memoria: contro il genocidio dell’oblio
Lo storico Yosef Hayim Yerushalmi ricordava che la libertà si fonda sulla memoria. Dimenticare – o far dimenticare – un genocidio in corso significa accettarne la continuazione. Nel caso palestinese, la rimozione non è un effetto collaterale: è parte integrante della strategia. Tagliare la connessione tra ciò che accade sul terreno e la coscienza delle persone è oggi una funzione centrale tanto dei media mainstream quanto delle piattaforme digitali.
Resistere a questo processo significa assumere la memoria come pratica politica. Vuol dire rifiutare la narrazione tranquillizzante del “dopo la guerra”, continuare a nominare Gaza come ciò che è: non un disastro naturale, ma il prodotto di scelte militari e politiche precise; non un “conflitto simmetrico”, ma l’esito di decenni di occupazione, colonizzazione e apartheid.
È qui che entra in gioco la responsabilità dei movimenti, dei collettivi, dei sindacati, delle comunità studentesche, delle realtà culturali e dei media indipendenti. Tenere viva la questione palestinese non è un gesto di solidarietà astratta, ma un atto di difesa del diritto internazionale e della stessa idea di democrazia. Significa:
• sostenere le inchieste indipendenti e le azioni giudiziarie internazionali
• documentare, archiviare, tradurre testimonianze e rapporti dal campo
• smontare la propaganda che equipara ogni critica a Israele all’antisemitismo
• esercitare pressione politica concreta, dalla sospensione degli accordi militari ai boicottaggi economici e accademici.
Il cessate il fuoco, in questa prospettiva, non è la fine della storia ma il momento in cui si decide se il genocidio verrà archiviato come “tragico eccesso” o riconosciuto per ciò che è, chiamando per nome i responsabili.
O si sta dalla parte del diritto, o dalla parte dell’oblio
La rimozione del genocidio palestinese dal discorso pubblico, dopo la tregua, è un test di civiltà globale. Non è solo la misura della potenza militare di Israele o della fragilità del popolo palestinese. È lo specchio della crisi morale e politica dell’Occidente, che preferisce silenziare la realtà piuttosto che mettere in discussione i propri alleati e il proprio ruolo.
In gioco non c’è solo il destino di Gaza o della Cisgiordania. C’è la credibilità di parole come “diritti umani”, “ordine internazionale”, “mai più”, svuotate ogni giorno in cui si accetta che un popolo venga schiacciato sotto le macerie – fisiche e simboliche – nel silenzio quasi generale.
Opporsi all’oblio programmato significa prendere posizione. Non esiste neutralità possibile: o si sta dalla parte del diritto, della memoria e della giustizia, o si finisce, per inerzia, dalla parte di chi conta sui nostri occhi rivolti altrove.