Se c’è un termometro capace di misurare la temperatura civile di un Paese, quello è il suo Servizio sanitario. Il nostro, nato per essere universale, sta perdendo pezzi e senso: tempi d’attesa ingestibili, personale allo stremo, famiglie che rinunciano a curarsi o pagano di tasca propria. Non è fatalismo, non è “il mondo che cambia”. È il risultato di scelte politiche molto precise: definanziamento del pubblico, apertura crescente ai privati, trasformazione silenziosa della malattia in occasione di profitto.
Oggi non basta chiedere qualche miliardo in più: bisogna rimettere al centro la Costituzione e dire con chiarezza che il profitto non può avere diritto di cittadinanza dentro il Servizio sanitario nazionale.
Costituzione tradita: articoli 9, 32 e 41 come bussola capovolta
L’articolo 32 della Costituzione è chiarissimo: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.” Non parla di “coperture assicurative”, non distingue tra chi può permettersi un pacchetto premium e chi no. Parla di un diritto fondamentale che lo Stato deve garantire, non “regolare” come se fosse un mercato qualunque.
Con la riforma recente, l’articolo 9 ha esteso la tutela ai “diritti delle generazioni future”, all’ambiente, agli ecosistemi e alla biodiversità. Salute umana e salute dell’ambiente non sono più separabili: inquinamento, cambiamenti climatici, lavoro insicuro, città invivibili sono fattori di malattia. Ridurre la sanità pubblica a un pronto soccorso dei danni prodotti dal modello di sviluppo è una violazione indiretta anche di questo articolo: si taglia dove si dovrebbe investire in prevenzione, cura, prossimità.
Infine l’articolo 41: “L’iniziativa economica privata è libera”, sì, ma “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.” E la Repubblica può indirizzarla e coordinarla “a fini sociali”. È il punto decisivo: quando l’iniziativa privata entra nel campo della malattia e della cura, e lo fa per massimizzare il profitto, siamo davanti a un conflitto frontale con l’utilità sociale e con la dignità umana.
Se curarsi diventa occasione di business, se l’accesso alle prestazioni dipende dalla carta di credito o dalla polizza aziendale, l’iniziativa privata non è più “libera” ma arbitraria. In sanità, il profitto non è un complemento: è una distorsione strutturale. Per questo va escluso dal perimetro del Servizio sanitario nazionale.
Che cosa dice il Rapporto GIMBE (oltre i titoli)
Il cuore del problema, fotografato dall’8º Rapporto GIMBE sul SSN, è semplice: la sanità pubblica è stata trattata come una spesa da limare, non come l’investimento che tiene insieme salute, produttività, dignità sociale e coesione territoriale.
In termini nominali il Fondo Sanitario Nazionale (FSN) è cresciuto di 11,1 miliardi tra 2023 e 2025, toccando 136,5 miliardi; ma inflazione ed energia hanno eroso gran parte di questo aumento. In rapporto al PIL, il FSN è sceso dal 6,3% (2022) al 6,0% (2023) e si ferma al 6,1% nel 2024-2025. Le proiezioni della Legge di Bilancio 2025 indicano un ulteriore calo al 5,9% nel 2027 e al 5,7% nel 2029.
Traduzione politica: i bisogni crescono, la coperta si accorcia. Quando la spesa sanitaria sul PIL scende, ma l’epidemiologia, l’invecchiamento e le fragilità sociali aumentano, qualcuno pagherà il conto. E quel qualcuno non è mai il capitale finanziario.
Liste d’attesa e rinunce: il diritto si spezza nel quotidiano
Nel 2024 oltre 5,8 milioni di persone hanno rinunciato a prestazioni sanitarie: quasi una persona su dieci. Il dato più inquietante è l’aumento delle rinunce per liste d’attesa: dal 4,5% nel 2023 al 6,8% nel 2024, +51%. Crescono anche le rinunce per motivi economici (dal 4,2% al 5,3%).
Quando i tempi del pubblico sono insostenibili, chi può paga il privato. Chi non può rinuncia, aspetta, peggiora. La retorica della “libera scelta” si spegne davanti a una verità brutale: se la porta del SSN resta socchiusa, il corridoio verso il privato non è libertà, è un recinto di classe.
Qui la violazione dell’articolo 32 è plastica: la tutela della salute come diritto fondamentale diventa una promessa a geometria variabile. Sulla carta, tutti uguali; nella pratica, alcuni sono più uguali degli altri.
La strozzatura vera: il personale nel SSN
Guardando ai professionisti attivi nel Paese, il dato OCSE ci colloca sopra la media europea per numero di medici (circa 5,4 ogni 1.000 abitanti nelle serie più recenti utilizzate da GIMBE), ma molto sotto per gli infermieri (circa 6,9 per 1.000 abitanti). Il rapporto infermieri/medici è appena 1,3, uno dei più bassi in Europa.
La carenza però non è “astratta”: si concentra dentro il Servizio Sanitario Nazionale e in alcune specialità chiave. A inizio 2024 i medici di famiglia in attività erano 37.260, con una media di 1.374 assistiti per medico e punte oltre i 1.500. Per garantire un rapporto ottimale 1:1.200, servirebbero 5.575 medici di medicina generale in più, soprattutto nelle Regioni più popolose.
Nel 2025 molte scuole di specializzazione strategiche per il SSN restano poco attrattive: emergenza-urgenza al 56% delle assegnazioni, medicina e cure palliative al 41%, medicina di comunità al 36%. È il segnale di un sistema che respinge i giovani professionisti, mentre li espone a carichi insostenibili, retribuzioni inadeguate e precarietà.
In breve: non mancano “medici” in senso assoluto; mancano medici e soprattutto infermieri nel SSN, nei luoghi, nei turni e nelle specialità che tengono insieme il diritto alla cura. Senza squadra, non c’è cura che tenga.
Privato accreditato: profitto garantito, universalismo smontato
Dove il pubblico arretra, il privato accreditato avanza. Non come supporto temporaneo, ma come infrastruttura strutturale del sistema.
Nel 2022 oltre metà del valore della mobilità sanitaria “attiva” (i crediti per prestazioni rese a cittadini di altre Regioni) è stato erogato da strutture private accreditate: 54,5%, contro il 45,5% del pubblico. Nei ricoveri, il privato ha incassato il 26% in più del pubblico.
Questi numeri non descrivono una serena “cooperazione pubblico-privato”, ma un trasferimento di risorse pubbliche verso centri privati che operano secondo logiche di profitto. Le Regioni pagano, i cittadini migrano, i gruppi sanitari incassano. E il SSN perde capacità, competenze, potere di programmazione.
Sul piano costituzionale, la contraddizione è evidente: l’articolo 41 ammette l’iniziativa economica privata ma la subordina all’utilità sociale e alla tutela della dignità umana. Quando il privato seleziona le prestazioni più remunerative, concentra i servizi nelle aree ricche, lascia al pubblico i casi più complessi e meno “convenienti”, siamo davanti a un rovesciamento di senso: l’utilità sociale viene subordinata al margine di profitto.
Per questo non basta “regolare meglio” il privato accreditato: occorre una scelta politica netta. La componente privata a scopo di lucro deve essere progressivamente esclusa dal perimetro del SSN, a partire dalle prestazioni ad alto valore economico. Il pubblico deve tornare a essere il luogo esclusivo in cui si garantiscono i Livelli essenziali di assistenza. Il privato potrà esistere solo fuori dal circuito del finanziamento pubblico, senza drenare risorse, personale e fiducia dal sistema nazionale.
Nord contro Sud: la geografia della sottrazione
Il tutto si innesta su una frattura territoriale profonda. Tra il 2010 e il 2022, quattordici Regioni hanno accumulato un saldo negativo complessivo di 19,03 miliardi nella mobilità sanitaria, di cui 14,55 nel Mezzogiorno. Sono soldi pubblici che viaggiano con i pazienti, svuotando i bilanci e la capacità di investimento proprio dove i bisogni sono più alti.
Così si costruisce la sanità a doppio binario: da una parte aree ricche dove pubblico e privato accreditato convivono e il cittadino può scegliere, magari integrando con polizze aziendali; dall’altra territori in cui il SSN è ridotto all’osso e il privato entra solo se c’è garanzia di profitto. Chi resta sotto la linea, spesso, non vede né l’uno né l’altro.
Sanità integrativa: il cavallo di Troia nel sistema
La sanità “integrativa”, agevolata fiscalmente, può coprire fino all’80% di prestazioni che sostituiscono i LEA, pur continuando a chiamarsi “integrativa”. Con oltre 16 milioni di iscritti, di fatto crea un sistema parallelo per chi è tutelato da contratti di lavoro e welfare aziendali.
Sul piano costituzionale, la questione è dirimente: se una parte crescente della popolazione accede a percorsi rapidi grazie a fondi sanitari e polizze, mentre il resto resta nelle liste d’attesa o rinuncia, l’articolo 32 si svuota. Il diritto alla salute viene segmentato in base al reddito e alla posizione lavorativa.
Le agevolazioni fiscali ai fondi sanitari e alle assicurazioni private rappresentano un trasferimento indiretto di denaro pubblico verso il privato profit. Non c’è neutralità possibile: ogni euro di vantaggio fiscale alla sanità integrativa è un euro sottratto al potenziamento del Servizio sanitario nazionale.
Per questo, se l’iniziativa privata è libera, il suo sostegno con risorse pubbliche in un settore costituzionalmente protetto come la salute va radicalmente ripensato. I benefici fiscali devono essere eliminati per le prestazioni sostitutive dei LEA e ammessi, eventualmente, solo per interventi realmente integrativi e non lucrativi.
PNRR: muri senza servizi non curano
La partita del territorio è decisiva. Al 30 giugno 2025 solo 218 Case della Comunità avevano dichiarato attivi tutti i servizi previsti; tra queste, appena 46 con vere équipe medico-infermieristiche. Gli Ospedali di Comunità “attivi” sono 153 su 592 programmati.
Costruire edifici senza mettere dentro personale stabile, orari estesi, medicina di prossimità e presa in carico è un’operazione di facciata. Se le strutture PNRR diventano solo nuovi spazi da cui il privato può drenare attività, abbiamo creato contenitori per il business, non case della salute.
Digitale a metà del guado
Il Fascicolo Sanitario Elettronico potrebbe essere uno strumento potente di equità e continuità di cura, ma resta incompiuto. A marzo 2025 solo 6 documenti su 16 erano disponibili in tutte le Regioni e il consenso dei cittadini alla consultazione dei propri dati si fermava al 42%, con divari enormi.
Senza interoperabilità, formazione, governance nazionale e reale utilizzo clinico, il digitale rischia di diventare un’altra occasione di frammentazione, affidata a piattaforme e fornitori privati che guadagnano sulla gestione dei dati, mentre il SSN non ne ricava né efficienza né giustizia.
Tre scelte politiche non rinviabili
Per raddrizzare la rotta non bastano aggiustamenti tecnici. Servono tre scelte politiche di fondo.
Rimettere soldi veri nel SSN, in modo strutturale Blocco della discesa sotto il 6% del PIL e piano di crescita pluriennale vincolato per personale, LEA, territorio e digitale. Non “bonus” annuali, ma una traiettoria stabile che restituisca al SSN capacità di programmazione. Ricostruire la squadra pubblica Piano straordinario per gli infermieri (formazione, assunzioni, carriere, retribuzioni), stabilizzazione dei precari, incentivi specifici per emergenza-urgenza, medicina generale, pediatria di libera scelta e discipline oggi scoperte. Obiettivi vincolanti di presa in carico (MMG 1:1.200; PLS 1:850) inseriti nei criteri di riparto delle risorse. Uscita progressiva del profitto dal SSN Separazione netta tra sistema pubblico e profitto privato. Progressiva riduzione e superamento dell’accreditamento di strutture a scopo di lucro per le prestazioni coperte dai LEA, consolidamento della rete pubblica e, dove necessario, convenzioni solo con soggetti non profit e realmente complementari. Abolizione delle agevolazioni fiscali per la sanità sostitutiva e revisione dei fondi sanitari in chiave solidaristica.
Dodici azioni strutturali, questa volta coerenti con la Costituzione
Prevenzione come politica di Paese (One Health), con budget dedicato e non comprimibile, legato anche all’articolo 9: tutela dell’ambiente, degli ecosistemi, della salute dei lavoratori e delle comunità. LEA vivi: aggiornamento continuo, tariffe coerenti e trasparenti, disinvestimento da prestazioni a basso valore, investimento su medicine territoriali, salute mentale e cronicità. Stato-Regioni: nuovo criterio di riparto che pesi di più povertà, mortalità precoce, aree interne e degrado ambientale, non solo il numero di abitanti e l’età media. Liste d’attesa: regia nazionale, agende uniche digitali pubbliche, tetti coerenti col fabbisogno reale, monitoraggi indipendenti. Nessun finanziamento aggiuntivo al privato per “abbattere” le liste: ogni euro in più deve rafforzare capacità e personale del SSN. Superamento dell’attuale pubblico–privato accreditato: piano di rientro pluriennale dal ricorso al privato profit per i LEA, con contestuale potenziamento di strutture e servizi pubblici nelle stesse aree. Sanità integrativa davvero integrativa: vantaggi fiscali solo per prestazioni non coperte dai LEA e con logiche mutualistiche, non per percorsi fast track che sostituiscono il SSN. Dati aperti e comparabili: trasparenza totale su finanziamenti, prestazioni, tempi, risultati di cura, sia per il pubblico sia per eventuali soggetti convenzionati non profit. Senza opacità non c’è rendita. Ricerca e valutazione d’impatto: ogni riforma organizzativa deve essere valutata su esiti di salute, equità, impatto territoriale, non solo su risparmi contabili. Digitale che semplifica: FSE interoperabile, formazione per clinici e cittadini, piattaforme sotto governance pubblica. Nessuna privatizzazione dei dati sanitari. Mobilità sanitaria: piani di rientro regionali nelle aree più critiche, con investimenti mirati in personale, strutture e prevenzione, per ridurre il drenaggio di risorse dal Sud al Nord. Lavoro nel SSN attrattivo: retribuzioni dignitose, carriere professionalizzanti, ambienti di lavoro sicuri, partecipazione dei professionisti alle scelte organizzative. Educazione sanitaria pubblica: campagne stabili contro fake news, medicalizzazione inutile e consumismo sanitario, per rafforzare il patto tra cittadini e SSN.
Nota metodologica sul punto “medici vs infermieri”
I dati utilizzati distinguono tra:
a) professionisti attivi nel Paese (benchmark OCSE, dove l’Italia risulta con molti medici ma pochi infermieri);
b) personale nel SSN (medici e infermieri dipendenti, contrattualizzati o convenzionati).
La carenza percepita nasce nel secondo ambito, dentro il Servizio, con squilibri territoriali e di disciplina. Il rapporto infermieri/medici, fermo a 1,3 in Italia contro 2,4 dell’OCSE, resta l’indicatore più allarmante: senza il giusto numero di infermieri, nessun modello organizzativo, per quanto moderno, regge.
Conclusione: la salute non è un mercato, è la condizione di ogni libertà
La sanità privata può esistere, ma non può più vivere con i soldi e sulle crepe del pubblico. Non può appropriarsi delle prestazioni più remunerative, lasciare al SSN gli scarti e presentarsi poi come “salvatrice” davanti a un sistema che lei stessa contribuisce a indebolire.
La Costituzione, letta nella sua interezza, non è neutra: con l’articolo 32 tutela la salute come diritto fondamentale; con l’articolo 9 lega la salute alla protezione dell’ambiente e delle generazioni future; con l’articolo 41 pone un limite netto all’iniziativa economica che danneggia dignità, sicurezza, libertà.
Dentro questo quadro, il profitto sulla malattia è un’anomalia, non una soluzione. O si decide di far uscire il business dal Servizio sanitario nazionale e di ricostruire un sistema pubblico forte, universale, ecologico e di prossimità, oppure si accetta consapevolmente una sanità a doppio binario, dove la parola “diritto” diventa una foglia di fico per coprire un privilegio.
Le liste non sono code, sono barriere sociali. I ticket non sono contributi, sono porte girevoli verso il privato. I muri nuovi senza équipe dentro sono scenografie. Non servono slogan, serve una scelta di campo: riportare la cura sotto l’ombrello della Costituzione, togliendo l’ombrello del profitto da sopra le nostre teste. Solo così la salute tornerà a essere ciò che doveva essere fin dall’inizio: un bene comune, non una linea di bilancio.