Southern Spear: la guerra alla “droga” con il mirino puntato sul petrolio venezuelano

La scena è questa: un gruppo di navi da guerra statunitensi staziona a poche decine di chilometri dalle coste venezuelane, all’interno della zona economica esclusiva di Caracas. Incrociatori, cacciatorpediniere, droni, una portaerei nucleare come la Gerald Ford: una potenza di fuoco smisurata per quella che, sulla carta, dovrebbe essere un’operazione “contro il narcotraffico”, battezzata con un nome epico, Southern Spear.

Washington parla di “narco-terroristi”, di rotte della droga da spezzare, di barconi da affondare prima che “veleni” raggiungano le coste degli Stati Uniti. Il Venezuela viene dipinto come un buco nero di criminalità, complici i toni da crociata di Trump e del suo segretario alla Guerra Pete Hegseth, che non escludono neppure opzioni di invasione via terra.

Ma chi guarda la storia con un minimo di memoria sa che le cose non tornano. Ogni volta che Washington parla di “libertà”, “democrazia”, “lotta alla droga” o “armi di distruzione di massa”, da qualche parte nel mondo qualcuno sta per essere bombardato. E quasi sempre, sotto la retorica morale, scorrono flussi molto più concreti: petrolio, gas, materie prime, controllo delle rotte e dei governi.

Dal Golfo del Tonchino a Baghdad: il copione delle guerre su pretesto

Non è la prima volta che gli Stati Uniti costruiscono un casus belli su basi fragili, distorte o apertamente false.

  • Nel 1964 il presunto attacco nordvietnamita nel Golfo del Tonchino – un episodio mai chiarito e in parte smentito dagli stessi documenti americani declassificati – servì a Johnson per ottenere dal Congresso il via libera a una guerra totale in Vietnam.
  • Nel 2003 le “prove” sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, agitate da Colin Powell all’ONU, si rivelarono un castello di bugie: l’Iraq fu devastato, le armi non furono mai trovate.
  • In Afghanistan i talebani, a lungo tollerati e in parte utilizzati nella stagione della guerra antisovietica – quando gli USA alimentarono la galassia dei mujaheddin, da cui germoglierà anche Al Qaeda – diventarono all’improvviso il volto assoluto del male, utile a giustificare vent’anni di occupazione e bombardamenti.

Il filo rosso è la costruzione di un nemico assoluto e di una narrazione semplificata, dove Washington incarna il bene, l’ordine, la legge internazionale, mentre dall’altra parte c’è solo barbarie. Ogni volta, a conflitto esploso, saltano fuori dettagli imbarazzanti, contraddizioni, omissioni. Ma a quel punto i morti sono già morti.

Il Venezuela nel mirino: dove c’è petrolio, c’è “crisi democratica”

Il Venezuela non è un paese qualsiasi. È seduto letteralmente su un mare di petrolio: con oltre 300 miliardi di barili di riserve provate, è il primo paese al mondo per riserve di greggio, davanti a Arabia Saudita, Iran e Canada.

Non è solo una questione quantitativa. È una questione di controllo. Un paese che gestisce direttamente, con una compagnia nazionale, la principale ricchezza energetica del pianeta, e che usa parte di quelle rendite per finanziare programmi sociali, sanità, istruzione, sussidi ai più poveri, rappresenta per Washington un doppio problema:
1. Limita il campo d’azione delle grandi major petrolifere occidentali.
2. Propone un modello politico-sociale – con tutte le sue contraddizioni – che sfida l’ortodossia neoliberista nella regione.

Non a caso il conflitto tra Stati Uniti e Venezuela non nasce oggi. Già nel 2002, sotto la presidenza di Hugo Chávez, un colpo di Stato appoggiato da settori dell’élite economica e di una parte delle forze armate rovesciò il governo per 48 ore. Declassificazioni successive hanno mostrato la “tacita approvazione” di Washington, ben consapevole dei preparativi del golpe.

Da allora si sono succedute sanzioni economiche sempre più pesanti, tentativi di isolamento diplomatico, riconoscimento di governi paralleli, come quello di Juan Guaidó, inventato in laboratorio e rapidamente imploso. Il tutto dentro un quadro storico secolare: la dottrina Monroe, secondo cui l’America Latina è il “cortile di casa” degli Stati Uniti, da governare con colpi di Stato, interventi militari, ritorsioni economiche.

La favola del “narco-Stato”: cosa dicono davvero i dati sulla cocaina

La nuova retorica statunitense dipinge il Venezuela come epicentro del narcotraffico emisferico, un “narco-Stato” da neutralizzare con mezzi militari. Ma i dati degli organismi internazionali raccontano un’altra storia.

Le relazioni dell’UNODC (Ufficio ONU per la droga e il crimine) ripetono da anni la stessa fotografia: la coltivazione di coca e la produzione di cocaina sono concentrate essenzialmente in tre paesi andini – Colombia, Perù e Bolivia – che assorbono oltre il 99% delle coltivazioni e dei laboratori individuati. Il Venezuela non figura tra i paesi produttori.

Dove entra in gioco, allora, il Venezuela? Nei documenti tecnici viene indicato come uno dei diversi paesi di transito dei carichi di cocaina diretti verso Nord America ed Europa, accanto a Brasile, Ecuador, Panama, Messico e altri. In alcune analisi è stato definito “principale paese di transito” in una certa fase delle rotte atlantiche, ma sempre in quanto corridoio logistico, non come paese coltivatore o grande hub di raffinazione.

Persino stime utilizzate da organismi vicini agli Stati Uniti riconoscono che solo una quota minoritaria della cocaina colombiana transita dal territorio venezuelano, mentre quantità molto maggiori passano da altri scali e porti, in America Latina e in Africa occidentale.

È su questo scarto tra realtà e racconto che si innesta la propaganda. Alcune ricostruzioni filo-governative arrivano a sintetizzare così la situazione: “il Venezuela non è produttore, né trafficante, né deposito di droghe; i rapporti specializzati lo dicono chiaramente”. La formulazione è evidentemente polemica, ma il cuore del ragionamento è corretto: nessun rapporto ONU accredita il Venezuela come paese produttore di coca o hub primario della cocaina; la sua centralità nella narrazione della “guerra alla droga” è politica, non statistica.

Il Venezuela è, al massimo, uno dei tanti paesi di transito, schiacciato tra la domanda statunitense di stupefacenti e le reti dei cartelli. Inserirlo nel frame di “narco-Stato” serve a criminalizzare l’intero governo, a trasformare Maduro in una sorta di Pablo Escobar in salsa bolivariana, a legittimare l’uso delle forze armate come se si trattasse di una gigantesca operazione di polizia.

In questo quadro, l’operazione Southern Spear – con affondamento di imbarcazioni sospette, uccisione di decine di persone senza processo né prove rese pubbliche – appare per quello che è: una campagna militare a bassa intensità, costruita su regole d’ingaggio opache, che sposta la “guerra alla droga” sul terreno della guerra vera, con bombe e missili.

Non stupisce che la Russia denunci apertamente la mossa statunitense come “inaccettabile”, accusando Washington di agire al di sopra del diritto internazionale, distruggendo imbarcazioni e uccidendo persone senza indagini, né accuse formali. Una critica che suona tanto più credibile quanto più gli USA si arrogano il diritto di colpire chi vogliono, dove vogliono, in nome di un’emergenza che nessuno, fuori da loro stessi, ha mai certificato.

Socialismo, redistribuzione e l’odio di classe delle élite americane

Dietro l’enfasi sulla droga c’è un altro elemento che pesa come un macigno: la natura politica del governo venezuelano. Con tutte le sue distorsioni e i suoi limiti, il chavismo e il successivo madurismo hanno messo al centro un discorso di redistribuzione del reddito, alfabetizzazione, sanità pubblica, sovranità sulle risorse strategiche, cooperazione con Cuba e con altri paesi dell’Alba.

Per l’establishment statunitense questa è una provocazione intollerabile per almeno tre ragioni:

  • dimostra che, in America Latina, è possibile costruire modelli di welfare e di inclusione sociale sganciati dalle ricette del Fondo Monetario Internazionale;
  • fornisce una narrazione alternativa, quella del “socialismo del XXI secolo”, capace di parlare a milioni di poveri, lavoratori, comunità indigene;
  • rafforza blocchi geopolitici non allineati a Washington, avvicinando Caracas a Mosca, Pechino, Teheran, L’Avana.

L’ossessione americana per la “minaccia socialista” non è un retaggio della Guerra fredda mai elaborato: è uno strumento attualissimo per reprimere qualunque tentativo di allargare diritti sociali, nazionalizzare risorse, spezzare la catena del debito e della dipendenza. Non si perdona a un governo il fatto di usare i proventi del petrolio per finanziare hospice, cliniche, scuole, case popolari, quando quel petrolio potrebbe finire nei bilanci delle grandi compagnie occidentali.

Maria Corina Machado: un Nobel per la pace che applaude i cannoni

In questo scenario entra in scena una figura chiave dell’opposizione venezuelana: María Corina Machado. Leader storica dell’area più oltranzista anti-chavista, negli ultimi mesi è stata consacrata dai comitati di Oslo come nuova premio Nobel per la Pace, trasformata dai media occidentali in volto “democratico” della lotta contro Maduro.

Eppure, dietro l’icona liberal, c’è una linea politica che di pacifico ha ben poco. In più interviste – dalla stampa spagnola ai talk statunitensi – Machado ha salutato con favore l’escalation militare americana nei Caraibi, definendo la pressione di Washington sui “narcos venezuelani” come “assolutamente corretta” e arrivando a sostenere che l’intervento degli Stati Uniti sia “l’unico modo per mandare via Maduro”, se il regime non cede.

La neo Nobel non si limita a chiedere sanzioni o isolamento diplomatico: ringrazia esplicitamente Trump per i bombardamenti contro imbarcazioni accusate di trasportare droga, appoggia il massiccio dispiegamento di navi da guerra al largo delle coste venezuelane, considera la minaccia di uno sbarco via terra come una “leva necessaria” per arrivare al cambio di regime.

Si produce così un paradosso grottesco: il massimo riconoscimento internazionale dedicato alla pace viene assegnato a una leader politica che legittima, e in parte invoca, l’intervento armato di una superpotenza straniera contro il proprio paese. Non per difendere una popolazione da un genocidio in corso, ma per accelerare una transizione politica che una parte dell’opposizione vorrebbe comunque realizzare con strumenti istituzionali.

Machado incarna alla perfezione la figura della “dissidenza utile”: da un lato parla il linguaggio dei diritti umani, della democrazia liberale, della “lotta contro la corruzione”; dall’altro offre alle élite statunitensi il viatico morale di cui hanno bisogno per presentare un’operazione di potenza come una missione umanitaria, spalancando al contempo la prospettiva di un Venezuela “aperto ai mercati”, pronto ad attrarre 1.700 miliardi di dollari di investimenti in quindici anni, come lei stessa ha promesso ai potenziali investitori occidentali.

Trump petroliere e l’impero costruito nell’opacità

La figura di Donald Trump rende il quadro ancora più trasparente. Parliamo di un uomo che ha costruito la propria carriera dentro il capitalismo immobiliare e finanziario, ereditando un vasto patrimonio dal padre Fred – imprenditore attivissimo nell’edilizia newyorkese del dopoguerra – e ampliandolo grazie a torri, hotel, casinò, campi da golf.

Quella storia familiare è tutt’altro che limpida. Inchieste giornalistiche e libri d’indagine hanno ricostruito il ruolo di Fred Trump nel sistema di potere immobiliare di New York, fatto di rapporti incrociati con la politica cittadina, pratiche discriminatorie nei confronti degli inquilini afroamericani e un uso spregiudicato delle agevolazioni fiscali.

Quando il testimone passa a Donald, lo scenario è quello di una città – la New York degli anni Settanta e Ottanta – in cui l’edilizia residenziale e i grandi cantieri sono pesantemente infiltrati dalle famiglie mafiose. Documentari, articoli e atti di commissioni d’inchiesta hanno mostrato come la costruzione della stessa Trump Tower e di altri progetti del gruppo si sia appoggiata a imprese del cemento e ditte di demolizione legate a Cosa Nostra, dentro un sistema in cui nessun grande costruttore poteva davvero chiamarsi fuori.

Non si tratta di romanzi noir, ma di un contesto storico ben documentato, in cui Trump si muove assistito dall’avvocato Roy Cohn – a sua volta ponte tra il mondo politico, gli affari e la mafia – e costruisce il proprio mito di “self-made man” proprio mentre cavalca quell’intreccio opaco tra finanza, poteri locali e criminalità organizzata.

A completare il quadro, negli ultimi anni sono arrivate sentenze pesantissime sulla natura fraudolenta dei bilanci della Trump Organization: un tribunale di New York ha condannato Trump e i figli per aver gonfiato in modo sistematico il valore degli asset al fine di ottenere prestiti e condizioni favorevoli dalle banche, parlando di “dati finanziari apertamente falsi” e infliggendo centinaia di milioni di dollari di multe, oltre al divieto temporaneo di fare affari nello Stato.

È poco credibile che un uomo con questa storia alle spalle si commuova d’improvviso per le vittime dell’eroina nell’Ohio o del fentanyl nelle periferie americane. Se la salute pubblica fosse davvero al centro delle sue preoccupazioni, basterebbe guardare in casa propria: al sistema sanitario che esclude milioni di persone, al business delle big pharma, all’abuso legale di oppioidi prodotto da aziende statunitensi.

La “guerra alla droga” è il racconto di facciata. La partita reale è un’altra: mettere le mani sul più grande giacimento di petrolio del pianeta, ridisegnare gli equilibri energetici del continente, abbattere un governo considerato ostile e sostituirlo con un esecutivo amico dei mercati, pronto a privatizzare tutto ciò che oggi è pubblico.

Un conflitto che rischia di incendiare l’intero Caribe

Una guerra aperta nel Caribe non sarebbe un conflitto “locale”. La presenza russa al fianco del Venezuela, le relazioni con Cuba, le tensioni interne alla Colombia, il ruolo di potenze emergenti come la Cina nella regione trasformerebbero immediatamente un’eventuale invasione in un banco di prova globale.

Mosca ha già dichiarato la propria “solidarietà incrollabile” a Caracas e non può permettersi di assistere passivamente a un cambio di regime imposto da Washington in quella che è diventata una delle sue principali teste di ponte in America Latina.

Nel frattempo, il semplice dispiegamento di una flotta di queste dimensioni – portaerei, incrociatori, marines, droni, bombardieri in appoggio – ha già un effetto: alza la tensione, stringe il cappio economico e diplomatico attorno a Maduro, manda un messaggio minaccioso a tutti i governi che, nella regione, osano difendere la propria sovranità sulle risorse.

La vera posta in gioco: chi decide il futuro dell’America Latina

In ultima analisi, Southern Spear non è solo un’operazione militare. È un messaggio politico al resto del continente.

Dice ai governi: se provate a nazionalizzare, a tassare seriamente i colossi energetici, a costruire politiche sociali robuste, sappiate che l’ombrello stellato può trasformarsi in tempesta di fuoco.
Dice ai popoli: ogni tentativo di uscire dalla dipendenza economica e geopolitica ha un prezzo, e quel prezzo potrebbe essere una guerra scatenata in nome della “democrazia” o della “lotta al narcotraffico”.

Sta qui, nel cuore del conflitto, l’ipocrisia di chi si proclama campione dello “Stato di diritto” e, nello stesso tempo, affonda barche senza processo, prepara invasioni preventive, decide chi deve governare un paese sovrano in base alla propria convenienza energetica.

Difendere il diritto del Venezuela all’autodeterminazione non significa chiudere gli occhi sulle contraddizioni del suo sistema politico, né trasformare Maduro in un santo laico. Significa qualcosa di più semplice e radicale: rifiutare che le sorti di interi popoli vengano decise al Pentagono, tra mappe, target, flussi di greggio e grafici di Borsa.

Perché, al netto della propaganda, di una cosa si può essere certi: i missili che oggi puntano verso le coste venezuelane non hanno come obiettivo la coca. Hanno come bersaglio il petrolio, la sovranità e qualsiasi idea di giustizia sociale che provi, in America Latina, a mettere i diritti delle persone davanti ai profitti delle multinazionali.

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