Guerra, capitale e paradisi fiscali: l’economia del disastro come ultima risorsa del capitalismo putrescente

Quando la guerra smette di essere un evento eccezionale e si trasforma in una necessità ciclica, vuol dire che qualcosa si è guastato nel motore stesso della storia. E quel motore, oggi, ha il nome di capitalismo globale in fase di decomposizione. Un capitalismo che non produce più progresso, ma distruzione. Che non genera più sviluppo, ma morte. Che non distribuisce ricchezza, ma la trasferisce sistematicamente verso l’alto, occultandola nei forzieri dorati dei paradisi fiscali.

La guerra non è un errore. È sistema.

La narrazione ufficiale ci racconta che le guerre in corso – in Ucraina, in Palestina, in Africa, nel Pacifico che si scalda – siano esiti tragici ma inevitabili di crisi geopolitiche, interessi divergenti o minacce alla democrazia. Ma questo è solo il trucco retorico con cui si maschera una verità molto più profonda, strutturale, sistemica: la guerra è oggi il principale meccanismo attraverso cui il capitalismo prova a sopravvivere alla propria crisi storica.

Non è un caso se proprio l’Unione Europea, devastata dalle conseguenze economiche della guerra russo-ucraina, non solo non frena, ma rilancia sulla linea del riarmo. Non è questione di servilismo verso Washington, come vorrebbe una lettura semplicistica o complottista, ma di necessità interna. L’imperialismo non è un’aberrazione del capitalismo, è la sua forma politica naturale quando lo sviluppo economico non è più garantito dalla produzione, ma solo dalla distruzione.

Crisi di sovrapproduzione e caduta del tasso di profitto

Il cuore del problema è noto da tempo a chi ha ancora il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Il modo di produzione capitalistico, basato sull’estrazione di plusvalore dal lavoro vivo, è entrato in una fase in cui lo sviluppo tecnologico stesso, sostituendo sempre più lavoro umano con macchine, riduce progressivamente la quota di valore estraibile. In altre parole, più si investe in automazione, meno si estrae profitto.

Questa tendenza alla caduta del saggio di profitto è l’origine strutturale della crisi. Per rimediare, il capitale cerca allora nuovi spazi: mercati vergini, manodopera a basso costo, materie prime depredabili. E se non bastano i trattati commerciali o le privatizzazioni selvagge, allora si passa alla guerra. Per colonizzare, soggiogare, distruggere e infine ricostruire a debito. È il ciclo necro-economico della guerra capitalista.

Dove vanno a finire i profitti della distruzione? Nei paradisi fiscali

Mentre si socializzano i costi delle armi e della guerra – pagati con tagli alla sanità, alla scuola, alle pensioni – si privatizzano i profitti. E questi profitti non rimangono nei territori devastati, né nei paesi che combattono. Volano via, letteralmente. Fuggono in luoghi dove la sovranità fiscale non esiste e dove il segreto bancario è ancora sacro: i paradisi fiscali.

Nel 2024, secondo stime dell’OCSE, oltre 11 trilioni di dollari erano parcheggiati offshore da corporation e super-ricchi, al riparo da tasse e responsabilità sociali. Questi capitali non sono solo nascosti. Sono reinvestiti, usati per speculare su materie prime, per finanziare guerre per procura, per comprare media e politici. Sono la linfa segreta della guerra permanente.

Israele, ad esempio, mentre bombarda Gaza, riceve miliardi in armamenti e investimenti dai fondi speculativi americani che passano da Delaware, Isole Cayman, Svizzera, Lussemburgo. Lo stesso avviene con l’Ucraina. Prestiti FMI, aiuti militari e fondi per la ricostruzione gestiti da banche internazionali e aziende di contractor che fanno base in paradisi fiscali.

Il capitalismo di guerra non è solo un meccanismo militare, ma un gigantesco schema finanziario. Si distrugge per creare debito, si ricostruisce a debito, si privatizza il futuro delle popolazioni colpite e si estrae ulteriore ricchezza da quella sofferenza. Il tutto con il sigillo delle istituzioni internazionali e l’impunità garantita dall’anonimato fiscale.

La mistificazione della democrazia e il ritorno dell’imperialismo razionale

Molti commentatori si ostinano a leggere la geopolitica con lenti morali. L’Occidente combatte per la libertà. La Russia è reazionaria. Israele è una democrazia minacciata. Ma questa narrazione regge solo per chi si ostina a credere che esista un capitalismo buono, pacificato, capace di agire nel nome dei diritti umani.

In realtà, la differenza tra l’imperialismo umanitario dei progressisti e quello brutale dei conservatori è solo di forma, non di sostanza. Il primo lo giustifica con i diritti civili, il secondo con la sopravvivenza della nazione. Ma entrambi servono il medesimo padrone: il capitale in cerca di profitto, ovunque esso possa essere ancora estratto. E ogni nazione che si oppone a questo processo viene indicata come canaglia, terrorista, dittatura.

La Russia e Hamas, per quanto discutibili o contraddittori nella loro azione, non sono i protagonisti del disordine mondiale. Sono il sintomo di un mondo che non riesce più a funzionare senza un nemico permanente. L’Occidente ha bisogno della guerra non solo per i profitti che genera, ma per sopravvivere alla propria agonia economica e al proprio declino di legittimità sociale.

Capitale e democrazia: un divorzio ormai irreversibile

Chi ancora crede che la democrazia sia il contrappeso naturale del capitalismo si aggrappa a un’illusione storicamente superata. Oggi più che mai, la democrazia liberale non è in crisi per eccesso di populismo o per il ritorno dell’autoritarismo, ma perché è diventata del tutto incompatibile con le esigenze strutturali del capitale globale.

Il capitalismo finanziarizzato ha bisogno di governi rapidi, obbedienti, efficienti nel tagliare diritti, nel reprimere il dissenso, nell’adattarsi alle richieste dei mercati. Il tempo della deliberazione democratica è troppo lungo. Il consenso va gestito con l’algoritmo, non costruito nel dibattito. Il Parlamento è teatro, i fondi speculativi sono il vero governo.

In questo contesto, le guerre – reali o simboliche – diventano strumenti essenziali non solo per mantenere il dominio economico, ma anche per neutralizzare la democrazia. Il popolo sotto assedio vota come vuole il potere. E chi dissente, viene isolato, criminalizzato o ridotto al silenzio. La guerra, dunque, non è solo una scorciatoia economica, ma anche una scorciatoia politica per evitare la partecipazione popolare e l’autodeterminazione collettiva.

Non è un caso che proprio nei paesi più attivamente coinvolti nelle guerre globali – dagli Stati Uniti a Israele, dall’Europa orientale all’Italia in versione NATO – assistiamo a un collasso simultaneo delle garanzie costituzionali, dei diritti sociali, della rappresentanza. Il capitalismo in agonia non tollera più neppure la finzione della democrazia.

Conclusione: cambiare sistema o affondare insieme

Di fronte a questo scenario, illudersi che basti votare meglio o cambiare qualche governo per fermare la spirale distruttiva in atto è ingenuo. Non siamo davanti a un problema politico contingente, ma a una crisi strutturale di civiltà. Il capitalismo ha smesso da tempo di essere una forza progressiva. È diventato un cadavere che cammina, che si nutre di corpi e territori, che si protegge con eserciti privati e scudi fiscali.

La democrazia stessa, svuotata della sua sostanza, è oggi ostaggio del capitale. Non decide, non protegge, non rappresenta. È diventata una maschera dietro cui si nasconde un’oligarchia finanziaria che manovra guerre, profitti, disastri climatici, speculazioni e propaganda.

La vera alternativa non è tra guerra o pace, ma tra capitalismo o vita. E chi non ha il coraggio di dirlo, chi cerca ancora un capitalismo etico o verde, chi propone rattoppi progressisti senza mettere in discussione la radice del problema, si fa complice, consapevole o meno, di questa agonia mascherata da civiltà.

La guerra è il linguaggio con cui il capitale grida il suo fallimento. Tocca a noi, ora, imparare a parlare un’altra lingua. Una lingua fatta di giustizia sociale, redistribuzione, partecipazione reale, sovranità popolare. Perché se non cambiamo rotta, l’unica democrazia che ci resterà sarà quella del mercato armato, della moneta anonima, del voto inutile. E sarà troppo tardi.

Fonti principali
• OCSE, Tax Transparency Report 2024
• IMF, World Economic Outlook, April 2024
• OXFAM, Survival of the Richest, 2023
• Zucman, G., The Hidden Wealth of Nations, 2016
• Harvey, D., L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza, 2011
• Luxemburg, R., L’accumulazione del capitale, 1913
• Lenin, V. I., L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, 1916
• Naomi Klein, Shock Economy, 2007
• World Bank Data on Capital Flows and FDI (2023–2024)

Pensioni sotto ricatto: il nuovo furto silenzioso ai danni dei lavoratori

Mentre il governo annuncia con toni sobri ma decisi l’imminente riforma del sistema previdenziale, ciò che si profila all’orizzonte non è una tutela del diritto alla pensione, bensì l’ennesimo scippo mascherato da opportunità. Si tratta di un’operazione chirurgica di smantellamento che tocca nervi scoperti: TFR, pensione integrativa, età pensionabile, usura del lavoro e dignità dell’anzianità. Tutto in nome del vincolo esterno dell’austerità e del profitto finanziario.

  1. Un copione già visto: tagliare i diritti per finanziare la guerra

La manovra che si delinea per la prossima legge di bilancio non è ancora nera su bianco, ma le linee guida sono già chiare: meno spesa sociale, più fondi destinati a difesa, sicurezza e incentivi a imprese “strategiche”. In altre parole: si tolgono risorse ai pensionati di domani per comprare armi oggi.

Il vincolo dell’austerità imposta dall’Unione Europea continua a dominare la politica economica italiana, senza alcuna opposizione reale. L’attuale centrodestra, come i governi precedenti, si piega docilmente al diktat del contenimento della spesa pubblica, colpendo in primis la previdenza. La riforma che si annuncia non nasce da un’urgenza sociale, ma da una scelta politica: spingere verso la privatizzazione del sistema pensionistico.

  1. Il doppio inganno: TFR usato come salvagente o cavallo di Troia

Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro e già protagonista di altre uscite discutibili sul fronte previdenziale, propone una misura “salvifica”: utilizzare il Trattamento di Fine Rapporto per integrare le pensioni future, così da raggiungere una soglia dignitosa e, magari, anticipare l’età pensionabile.

Peccato che sia un finto salvagente. Il TFR è una retribuzione differita, frutto del lavoro già svolto. Destinarlo alla pensione significa obbligare i lavoratori a rinunciare oggi a un capitale che potrebbe servire per acquistare una casa, avviare un’attività, sostenere un familiare in difficoltà. In pratica, si fa leva sulla povertà previdenziale per giustificare un baratto ingannevole: ti do una pensione decente, ma rinunci a ciò che ti spetta.

La ministra Calderone va oltre: il TFR va direttamente incanalato nei fondi pensione complementari. Una scelta che nasconde ben altri interessi.

  1. Previdenza complementare: una trappola dorata per la finanza

L’Italia, a differenza di altri Paesi europei, non ha mai visto decollare il sistema di previdenza complementare. E per buone ragioni: instabilità dei mercati, bassi rendimenti, scarsa fiducia, soprattutto tra i lavoratori più precari. Chi vive con mille euro al mese non è interessato a scommettere il proprio futuro sulle fluttuazioni della borsa.

Eppure, il governo insiste. Perché? Perché quei fondi rappresentano un canale privilegiato per iniettare liquidità nel sistema finanziario in crisi. Oggi, i fondi pensione valgono circa 215 miliardi di euro in Italia. Una torta troppo appetitosa per essere ignorata.

Alcuni fondi sono “negoziali”, gestiti da sindacati e associazioni di categoria. Ma molti altri sono fondi privati, che investono in strumenti ad alto rischio e dipendono direttamente dall’andamento dei mercati globali. Legare la sopravvivenza di milioni di lavoratori a queste dinamiche significa trasformare la pensione in un prodotto speculativo.

  1. Età pensionabile e lavori usuranti: l’ennesima beffa in arrivo

Nel 2027, l’età pensionabile raggiungerà i 67 anni e 3 mesi, grazie al meccanismo automatico della Legge Fornero, che la lega all’aspettativa di vita. Una scelta che ignora totalmente le diseguaglianze sociali e le condizioni materiali di chi lavora nei settori più logoranti: edilizia, sanità, logistica, agricoltura, industria pesante.

Le cosiddette “quote” e “opzioni” che il governo periodicamente riformula sono solo cerotti temporanei, spesso a carico del lavoratore. Opzione Donna è ormai svuotata. L’Ape Sociale è limitata a pochi casi specifici. Per il resto, l’uscita anticipata è riservata a chi può permettersi di rinunciare a buona parte dell’assegno.

Ancora una volta, il messaggio è chiaro: sopravvive chi può, gli altri lavorino fino allo sfinimento.

  1. Sindacati in bilico e il pericolo del conflitto d’interessi

Il governo promette di “concertare” la riforma con i sindacati. Ma questa volta il tavolo potrebbe essere truccato. Infatti, diversi fondi pensione complementari sono gestiti proprio da organizzazioni sindacali. Una riforma che favorisce quei fondi potrebbe rappresentare un incentivo per alcune sigle ad accettare compromessi dannosi per la base.

Siamo davanti a un conflitto d’interessi strutturale, che mina la credibilità di chi dovrebbe difendere i lavoratori. Chi garantirà che non vengano svenduti i diritti in cambio di qualche vantaggio istituzionale?

  1. Uno scenario già visto: dal modello cileno alla trappola italiana

Non serve andare troppo lontano per vedere dove porta questo modello. In Cile, la dittatura di Pinochet introdusse un sistema pensionistico totalmente privatizzato, affidato a fondi gestiti da banche e multinazionali. Oggi, milioni di pensionati cileni vivono in povertà assoluta, con assegni ridicoli dopo una vita di contributi.

L’Italia sta seguendo una traiettoria simile, ma più subdola. Non con un colpo di Stato, ma con il “ricatto della sostenibilità”. Le parole d’ordine sono sempre le stesse: flessibilità, responsabilità individuale, scelta consapevole. In realtà, è l’abbandono progressivo della previdenza pubblica come diritto collettivo e flussi di capitali che finiscono nelle mani dei soliti predatori capitalisti.

riprenderci il futuro, prima che ce lo vendano

La pensione non è un favore, né un premio. È salario differito. È un diritto costruito con anni di contributi, lavoro, sacrifici. Trasformarla in un prodotto di mercato significa spezzare il patto sociale su cui si regge la democrazia repubblicana.

Il governo Meloni, come i suoi predecessori, porta avanti la svendita sistematica del welfare, sostituendo i diritti con bonus, le certezze con scommesse, la solidarietà con il profitto.

Serve un’alternativa chiara, netta, radicale. Una proposta che rimetta al centro la previdenza pubblica, che abolisca la Legge Fornero, che introduca un sistema di pensione minima garantita per tutti, sganciato dal solo contributivo e fondato sul reddito universale. Perché il lavoro non può essere la condanna a morte del corpo, e la vecchiaia non può essere una roulette.

Fonti consultate:
• ISTAT, Rapporto annuale 2024
• COVIP, Relazione annuale sulla previdenza complementare 2025
• OCSE, Pensions at a Glance – Italia 2024
• Ministero del Lavoro, Documento di Economia e Finanza 2025
• Il Sole 24 Ore, “Riforma pensioni, le ipotesi allo studio”, agosto 2025
• Openpolis, “Quanto spendiamo per le pensioni rispetto agli altri paesi europei”
• Fondo Monetario Internazionale, Country Report Italy 2024

Renzi, Calenda e l’illusione del centro: perché l’unico campo possibile è popolare, autonomo e radicale

UOgni volta che si riaccende il dibattito su un’ipotetica “unità delle opposizioni”, il discorso si arena su una sabbia mobile tossica: il ritorno di Renzi e Calenda nell’orbita di un presunto campo progressista. Come se bastasse allargare geometricamente una coalizione per costruire consenso, dimenticando che l’elettorato progressista non è un’equazione numerica, ma una questione di fiducia, coerenza e visione.

Eppure, per motivi che oscillano tra il masochismo, la miopia politica e la disonestà intellettuale, ancora oggi si propone di “fare accordi” con chi ha smantellato il lavoro, affossato la Costituzione, distrutto governi popolari e spalancato le porte alla destra.

Questo articolo vuole spiegare, una volta per tutte, perché Renzi e Calenda rappresentano un ostacolo strutturale alla costruzione di qualsiasi campo progressista, e perché l’unica via d’uscita è la costruzione di un fronte popolare autonomo, partecipato e radicale.

I. Renzi: il cavallo di Troia nel campo largo

  1. Non ha voti, ma toglie voti

Matteo Renzi non porta consenso, lo erode. Italia Viva galleggia stabilmente tra l’1,5% e il 2,5% nei sondaggi, con una base elettorale che si sovrappone a quella dei delusi del PD o dei moderati stanchi. Se si include Renzi in una coalizione con Conte, Fratoianni, Bonelli o Unione Popolare, il risultato è una fuga immediata dell’elettorato più giovane, più impegnato, più coerente.

Renzi non rafforza il campo: lo frantuma. E i numeri parlano chiaro. Ogni volta che appare sulla scena, si registra un calo della partecipazione progressista, un’impennata dell’astensione e un rafforzamento indiretto della destra.

  1. Non è di centrosinistra: è di centrodestra, mascherato

Il renzismo è stato l’egemonia liberale all’interno del campo progressista: ha smontato l’articolo 18, precarizzato il lavoro, aperto alla svendita dei beni comuni, lottizzato la Rai, imposto riforme costituzionali autoritarie, sostenuto regimi come quello di bin Salman.

Renzi è un Silvio Berlusconi che non ce l’ha fatta, ma con un’ambizione più cinica e una strategia più tossica. Non ha mai rappresentato il popolo, ma i salotti. Non ha mai sfidato i poteri, ma li ha serviti.

  1. È inaffidabile: distrugge tutto ciò che tocca

Chi si allea con Renzi finisce sistematicamente per essere pugnalato alle spalle. Lo ha fatto con Letta, con Bersani, con Conte, con il suo stesso partito. La sua strategia è da manuale di destabilizzazione: entra, divide, mina, e poi distrugge.

Pensare di includerlo in una coalizione “contro la Meloni” è come chiedere al piromane di spegnere l’incendio.

II. Calenda: l’illusionista neoliberale del centro vuoto

  1. Calenda odia la sinistra, non la destra

Calenda è il Macron italiano: apparato senza popolo, arroganza senza profondità, visibilità senza radicamento. L’unica cosa che ha sempre fatto coerentemente è attaccare la sinistra sociale: odia Conte, disprezza i sindacati, insulta i movimenti e bolla chiunque metta in discussione il liberismo come “populista”, “cialtrone”, “no vax”, “terrappiattista”.

Al suo congresso ha dichiarato che con i 5 Stelle non si può costruire nulla, che il campo largo è una “accozzaglia” e che il futuro è fatto di manager e tecnici. Come se la crisi climatica, economica e sociale potesse essere risolta da curriculum e PowerPoint.

  1. Il terzo polo non esiste

Azione e Italia Viva insieme non superano il 6-7%. Sono un progetto mediatico, non politico, tenuto in vita da editoriali, salotti TV e endorsement bancari. Nelle urne, sono un’eco sbiadita di Draghi, Monti e Forza Italia. Quando si presentano da soli, vengono ignorati. Quando si avvicinano a sinistra, la sinistra si svuota. È un vicolo cieco.

  1. Il centro è un miraggio tossico

Il centro non è più una posizione politica: è una strategia di delegittimazione del conflitto. È l’idea che non esistano più destra e sinistra, ma solo “competenze”. Ma chi ha governato con “le competenze” ha prodotto tagli, precarietà, diseguaglianza e guerra.

Calenda non può essere un alleato. È il problema, non la soluzione.

III. Una coalizione con Renzi e Calenda? La fine della sinistra

L’aporia dell’unità numerica

Una coalizione con dentro Renzi e Calenda dura sei minuti, dice qualcuno. Forse anche meno. Non per colpa di personalismi, ma perché è politicamente impossibile conciliare chi vuole abolire il reddito di cittadinanza con chi vuole rafforzarlo, chi privatizza la sanità con chi la difende, chi sogna bin Salman con chi sogna l’articolo 3 della Costituzione.

Non è possibile costruire una credibile alternativa democratica includendo i sabotatori della democrazia sociale.

L’effetto boomerang sugli astenuti

Il grande problema italiano non è solo la destra: è l’astensione. Milioni di persone non votano più perché non credono che esista un’alternativa. Pensano che siano tutti uguali, tutti venduti, tutti complici. Inserire Renzi e Calenda in un progetto di rinascita politica rafforza questa percezione, e non fa tornare nessuno alle urne. Anzi, allontana anche chi ci credeva.

IV. L’unica strada: costruire un fronte popolare autonomo

Non un “campo largo”, ma un fronte costituente

Il cosiddetto “campo largo” è morto il giorno in cui si è pensato di costruirlo senza identità e senza popolo. Non serve un’alleanza di leader in TV, ma una convergenza di lotte reali. Un fronte autonomo, radicale, partecipato, che parta dal basso e si costruisca fuori dagli schemi tossici dei partiti centristi.

Questo fronte può e deve nascere attorno a:
• Lavoro dignitoso, fine della precarietà e salario minimo.
• Scuola e sanità pubblica universali.
• Transizione ecologica giusta.
• Fiscalità redistributiva e patrimoniale.
• Difesa dei beni comuni e partecipazione democratica.
• Riconversione dell’apparato bellico in investimenti sociali.
• Politica estera autonoma, multipolare e di pace.

Con chi costruirlo?

Con chi resiste e combatte già oggi: lavoratori, studenti, sindacati di base, attivisti climatici, associazioni territoriali, movimenti femministi e transfemministi, reti per la pace, comitati per la casa, collettivi culturali, spazi autogestiti, cooperative, comunità solidali.

Non serve inventare nulla. Serve dare rappresentanza politica a ciò che già esiste, e che oggi non trova voce nei partiti.

Conclusione: né centro, né compromessi, ma visione e coraggio

Il tempo dei giochi di palazzo è finito. La destra governa perché la sinistra ha smesso di essere tale. Ha abdicato all’autonomia culturale, alla visione, alla radicalità. Ha inseguito il “centro” e ha perso se stessa. Ora è il tempo di una nuova fase costituente.

Chi pensa che Renzi e Calenda possano far parte della soluzione, è parte del problema. Chi vuole cambiare davvero, deve avere il coraggio di rompere. Di dire no. Di partire da zero, ma con dignità.

Perché meglio soli e coerenti, che insieme e sconfitti ancora una volta.

Fonti e riferimenti:
• Dati sondaggi EMG, SWG, Ipsos (2023–2025).
• Interventi pubblici di Calenda e Renzi (congressi, social media, dichiarazioni stampa).
• Analisi ASTENSIONISMO (Demos, ISTAT, Openpolis).
• Riflessioni da post pubblici di Andrea Scanzi e attivisti sui social.
• Articoli di Revelli, Urbinati, Ginsborg, Rodotà sul declino della rappresentanza.
• Esperienze di base: Fridays for Future, Rete dei Numeri Pari, Medicina Democratica, Potere al Popolo, Comitati acqua pubblica, Rete Nazionale per il Reddito,.

Caschi blu a Gaza: la via dell’ONU oltre il veto USA

L’emergenza umanitaria a Gaza ha superato la soglia dell’indicibile: assedi, carestia, bombardamenti, ospedali trasformati in obitori, nessun accesso garantito per gli aiuti umanitari. La governance israeliana, sempre più priva di contrappesi, opera sub specie militari, ignorando apertamente la legalità internazionale. E mentre le Nazioni Unite restano paralizzate dal veto sistemico degli Stati Uniti, emerge con forza un interrogativo: può l’Assemblea Generale aggirare questa impasse e agire?

La risposta esiste, è sul tavolo dal 1950, si chiama Uniting for Peace – ed è l’unica carta concreta che oggi l’ONU può giocare per difendere ciò che resta del diritto internazionale e della sua stessa credibilità.

Gaza sotto assedio, la diplomazia sotto scacco

Il 10 agosto 2025, il Consiglio di Sicurezza si è riunito per affrontare l’esplicito piano di conquista totale di Gaza annunciato dal governo Netanyahu. Un piano di annessione de facto, considerato da più giuristi internazionali come genocidio in fieri, secondo i criteri della Corte Internazionale di Giustizia. Eppure, neppure un voto: il veto statunitense, ampiamente preannunciato, ha impedito anche solo una risoluzione interlocutoria.

Questo ennesimo fallimento ha rimesso al centro dell’attenzione una vecchia arma giuridica, ancora pienamente in vigore: la risoluzione 377 (A) V – Uniting for Peace, adottata nel 1950 proprio su iniziativa degli Stati Uniti, allora per contrastare i veti sovietici sulla guerra di Corea.

Uniting for Peace: lo strumento esiste, manca il coraggio

La risoluzione 377 afferma che, quando il Consiglio di Sicurezza “viene meno al proprio dovere” a causa di un veto, l’Assemblea Generale può intervenire, convocando un’assemblea d’urgenza e adottando raccomandazioni vincolanti per l’uso di misure collettive, anche armate, per mantenere o ristabilire la pace.

Questo meccanismo non è una chimera: è stato attivato in 11 casi, incluso il conflitto di Suez nel 1956, l’invasione sovietica dell’Ungheria, e più recentemente, nel 2022, per condannare l’invasione russa dell’Ucraina.

Tuttavia, mai è stato applicato al conflitto israelo-palestinese, nonostante le ripetute escalation e le gravi violazioni del diritto umanitario. La domanda è dunque politica, non giuridica.

Francesca Albanese e la mobilitazione per una forza di protezione

Il rilancio è arrivato da più parti: la relatrice speciale ONU Francesca Albanese ha chiesto esplicitamente l’attivazione del meccanismo, suggerendo una “forza protettiva internazionale composta da soldati amici”. L’ONG DAWN ha appoggiato questa proposta, sottolineando come l’inazione ONU stia contribuendo alla complicità passiva nello sterminio in corso.

Nei giorni tra l’8 e il 10 agosto, la delegazione palestinese ha formalmente avanzato la richiesta all’Assemblea Generale, invocando l’articolo 7 della Carta delle Nazioni Unite e la procedura Uniting for Peace. Ma nessuno, finora, ha osato raccoglierla.

Un consenso larvato, ma nessuna volontà politica

Il quadro all’interno del Consiglio di Sicurezza è eloquente: Slovenia, Francia, Regno Unito, Danimarca, Grecia, Pakistan, Panama, Somalia, Algeria, Corea del Sud, Guyana, Sierra Leone – tutti hanno condannato apertamente il piano di occupazione israeliano. Ma nessuno ha promosso formalmente l’attivazione della 377 A.

Cina e Russia, pur critiche verso Israele, restano silenti. I motivi sono geopolitici: Pechino teme che una spaccatura netta con gli USA possa ripercuotersi su Taiwan, Mosca guarda all’Ucraina. Anche le diplomazie europee, pur favorevoli alla Palestina nei toni, preferiscono un approccio graduale e simbolico, evitando lo scontro frontale con Washington.

Nel frattempo, la “rassegnazione connivente” – per usare le parole di Gian Giacomo Migone – si espande tra le istituzioni internazionali.

Oltre la retorica: serve un mandato ai caschi blu

A Gaza non servono più solo dichiarazioni, ma azioni concrete: corridoi umanitari, protezione dei civili, accesso a viveri e medicinali, verifica indipendente dei crimini di guerra. Tutto ciò può essere garantito da una forza internazionale sotto mandato ONU, sul modello delle missioni UNIFIL o MINURSO.

Il mandato dei caschi blu non può più essere ostaggio dei giochi di potere del Consiglio. Come ricordava lo stesso António Guterres, “la legalità internazionale non è opzionale”. Ma se resta lettera morta, il rischio di implosione del sistema multilaterale diventa reale.

Nel 1938, la Società delle Nazioni fallì nel suo scopo primario: prevenire un nuovo conflitto globale. Oggi, l’ONU rischia la stessa sorte se non reagisce. Gaza non può essere il nuovo fallimento di Ginevra.

Direzione di marcia: quale mobilitazione possibile?

L’Assemblea Generale, come corpo rappresentativo delle Nazioni Unite, può e deve agire. Serve il voto favorevole di due terzi dei membri presenti e votanti: un obiettivo realisticamente raggiungibile, vista la larga maggioranza di paesi che sostengono i diritti dei palestinesi.

Anche azioni simboliche, come l’ipotesi suggerita da alcuni diplomatici italiani di boicottare l’intervento di Netanyahu lasciando vuota l’aula, possono avere un valore politico forte. Ma la priorità resta operativa: l’implementazione immediata di una forza internazionale di protezione civile e umanitaria.

Conclusione: oltre la rassegnazione, la responsabilità collettiva

L’ONU è a un bivio. Gaza è oggi la cartina al tornasole della sua capacità di incidere nella realtà, non solo nella diplomazia. Se l’Assemblea Generale non interverrà, la storia la giudicherà corresponsabile di un’ecatombe annunciata.

Per questo oggi, richiamando il principio stesso che fondò le Nazioni Unite – “Mai più” – occorre agire, senza più alibi.

🕊️ Missione delle fonti
• Risoluzione 377 (V) “Uniting for Peace” (3 novembre 1950): https://digitallibrary.un.org/record/111019
• DAWN MENA – Proposta di forza di protezione internazionale: https://dawnmena.org/un-general-assembly-deploy-international-protection-force-to-gaza/
• Francesca Albanese – Interventi pubblici e dichiarazioni ufficiali: https://www.ohchr.org/en/special-procedures/sr-palestine
• Riunione ONU del 10 agosto e posizionamenti nazionali: resoconti da volerelaluna.it, ejiltalk.org
• Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza 2720, 2728 (2023–2025): https://digitallibrary.un.org
• Analisi parallele: Janine Di Giovanni su The Atlantic e Newlines Magazine
• Finanziamenti italiani all’UNRWA e politica estera: https://it.wikipedia.org/wiki/Italia_e_Palestina

Narco-Venezuela? La grande bufala del secolo (che puzza di petrolio e di golpe)

Ci sono menzogne che nascono per diventare alibi. Alibi per guerre, embarghi, destabilizzazioni, omicidi politici. La favola del Narco-Stato venezuelano è una di queste. Una delle più tossiche, persistenti e pericolose. Perché non solo distorce la realtà dei fatti, ma costruisce attorno a sé una retorica di legittimazione per una possibile aggressione armata da parte degli Stati Uniti. Una retorica che oggi, sotto il nuovo mandato di Donald Trump, rischia di trasformarsi in realtà.

E non è più solo questione di parole. Sette navi da guerra statunitensi, tra cui tre cacciatorpediniere lanciamissili e un sottomarino d’attacco, sono state schierate al largo delle coste venezuelane. A bordo ci sono 4.500 uomini, tra cui 2.200 marines. La versione ufficiale è quella della “lotta al narcotraffico”. Ma chi può credere, onestamente, che serva una tale flotta per combattere qualche rotta marginale di coca?

La verità è molto più torbida. E molto più antica: si chiama petrolio. E si chiama ideologia.

Il Venezuela: un pozzo che non si vuole pagare

Trump non ne ha mai fatto mistero. Lo confessò in modo brutale a James Comey, ex direttore dell’FBI: “Il Venezuela è un governo seduto su una montagna di petrolio che noi dobbiamo comprare”. Traduzione: meglio se lo prendiamo. Il problema non è la droga, ma l’oro nero. Il problema non è Maduro, ma la sovranità energetica. E allora ecco la messinscena: un presidente con una taglia da 50 milioni di dollari sulla testa, una DEA che “scopre” un cartello fantasma chiamato Cartel de los Soles, e una stampa mainstream che recita il copione del thriller latinoamericano, stile Netflix.

Ma i dati ufficiali dell’ONU, aggiornati al 2025, dicono altro. Il Venezuela è estraneo alla produzione e alla grande distribuzione internazionale di droghe. Solo il 5% della coca colombiana transita per il suo territorio, mentre il Guatemala, l’Ecuador, il Messico sono veri hub del traffico, ignorati dai media perché troppo amici, troppo “filo-americani”, o troppo poveri di risorse strategiche.

Una flotta contro la verità

Il sito Axios, uno dei più seguiti in ambito politico negli USA, è stato chiarissimo: “Gli Stati Uniti non sono mai stati così vicini a un conflitto armato con il Venezuela”. La cosiddetta “Super-Flotilla” ordinata da Trump ha tutte le caratteristiche non di un’operazione antidroga, ma di un’operazione militare di regime change. E infatti uno dei consiglieri della Casa Bianca ha parlato esplicitamente di un possibile “Noriega 2”, riferendosi all’invasione di Panama del 1989, quando gli USA catturarono Manuel Noriega con l’accusa — anche allora — di narcotraffico. Uno schema che si ripete.

Perché mai inviare i marines se davvero si volesse semplicemente intercettare qualche peschereccio sospetto? Perché mobilitare armi pesanti se non si prepara un’escalation?

La risposta è semplice e drammatica: si tratta di un colpo di Stato travestito da crociata morale.

L’altra verità: il Venezuela come nemico ideologico

Ma la verità, come sempre, ha più strati. E sotto la superficie petrolifera, ce n’è uno ancora più profondo: il Venezuela bolivariano è l’antitesi politica del suprematismo bianco che oggi guida l’internazionale sovranista di destra, capitanata proprio da Donald Trump.

Il governo venezuelano non è solo “non allineato” con gli interessi statunitensi: è antifascista, socialista, multiculturale e anti-imperialista. È l’esatto contrario del modello di mondo che i nuovi crociati della destra globale vogliono imporre. Ecco allora che il Venezuela diventa un bersaglio doppio: per ciò che possiede, e per ciò che rappresenta.

Non è solo un pozzo da conquistare, ma un simbolo da abbattere. Una narrazione alternativa che disturba l’egemonia culturale dell’Occidente atlantico. In un’epoca in cui si vuole ridurre il mondo a un duopolio tra dominio finanziario e autoritarismo digitale, il Venezuela prova a difendere un altro modello: inclusivo, egualitario, multipolare. Imperdonabile.

La costruzione del nemico perfetto

Il Cartel de los Soles, tradotto ironicamente come “Il cartello delle sòle”, non compare in nessun report ONU, né in quelli dell’Unione Europea, né in quelli delle principali agenzie anticrimine mondiali. Solo la DEA americana lo cita, basandosi su presunte “prove segrete”. Nessuna condivisione, nessuna evidenza, nessun riscontro indipendente. Eppure, su questa montatura, si costruisce un caso internazionale. Perché?

Perché serve un nemico. Serve un “cattivo” da abbattere per mostrare i muscoli, per controllare le risorse, per far dimenticare i fallimenti interni. Così come è stato per l’Iraq con le “armi di distruzione di massa”, per la Libia con la “protezione dei civili”, per la Siria con i “barili esplosivi”. Oggi è il Venezuela il bersaglio, con il suo petrolio, il suo disallineamento geopolitico e la sua ostinazione a non inginocchiarsi.

Chi traffica davvero?

Mentre i cannoni puntano su Caracas, la cocaina continua a viaggiare indisturbata da porti amici, come Guayaquil in Ecuador, dove 13 tonnellate sono state sequestrate in una sola nave. I container di banane diretti ad Anversa erano gestiti da aziende della famiglia del presidente ecuadoriano Daniel Noboa. Eppure, dell’Ecuador nessuno parla. Troppo amico. Troppo neutro. Troppo irrilevante sul piano petrolifero.

Lo dice anche il Rapporto europeo sulle droghe 2025: le principali rotte della cocaina passano dalla Colombia, attraverso America Centrale, Africa occidentale, e poi verso l’Europa. Il Venezuela non c’è. Non esiste nei flussi, non esiste nelle coltivazioni, non esiste nei cartelli. Eppure esiste, eccome, nel mirino geopolitico di Washington.

Una cooperazione reale (che infastidisce)

Il Venezuela, come Cuba, ha da sempre adottato politiche rigorose di contrasto al narcotraffico, proprio perché il chavismo ha ereditato — e difeso — un modello di controllo sociale e territoriale molto simile a quello cubano. Lo hanno riconosciuto, in privato, persino agenti DEA e FBI. Ma è un modello “scomodo”, perché dimostra che si può essere efficaci anche senza piegarsi all’impero.

Ed è per questo che viene sistematicamente demonizzato. Il Venezuela non viene attaccato perché fallisce, ma perché non fallisce abbastanza da implodere. Perché resiste. Perché ostacola l’accaparramento delle sue risorse naturali. Perché rappresenta un baluardo politico e culturale alternativo all’ordine autoritario e razzista che Trump e i suoi alleati vogliono diffondere nel mondo.

Conclusione: il vero crimine è la sovranità (e la dignità)

Quando gli Stati Uniti accusano un paese di essere un narco-Stato, bisognerebbe sempre chiedersi: a chi serve questa accusa? Chi ci guadagna? Quali interessi si muovono dietro la narrativa? Nel caso del Venezuela la risposta è lampante: l’oro nero, la disobbedienza e l’antifascismo. Le sanzioni, la propaganda, le taglie, le flotte navali: tutto ruota attorno a una risorsa strategica e a una linea politica “intollerabile” per il nuovo ordine globale suprematista.

Il vero reato di Nicolás Maduro non è il narcotraffico, ma l’esercizio della sovranità su un territorio ricco e strategico, e la difesa di un progetto socialista, antimperialista e multipolare. In un mondo dove il diritto internazionale è ormai carta straccia e l’ideologia suprematista domina i centri di potere occidentali, questo basta per essere condannati.

E allora, rompiamo la narrazione tossica. E diciamo, senza timore:
il Venezuela non è un narco-Stato. È uno Stato antifascista sotto attacco.
E se la geografia non mente, nemmeno la storia dimentica.

La terra che grida: Gaza e il genocidio in diretta mondiale

Mentre l’Occidente continua a recitare il mantra della “pace”, Israele passa alla fase due della sua guerra d’annientamento. Il 21 agosto 2025, ha preso il via l’operazione “Carri di Gedeone 2”, una nuova offensiva finalizzata all’occupazione totale di Gaza City e alla deportazione forzata degli 800.000 civili ancora presenti. A guidare l’operazione, oltre ai tank e ai bombardamenti, c’è un’ideologia teocratica che giustifica lo sterminio in nome del diritto biblico alla “terra promessa”. Una visione apocalittica che oggi si traduce in distruzione sistematica, fame organizzata, e morte programmata.

Non siamo davanti a una semplice escalation militare. Siamo davanti a un piano di pulizia etnica. Lo ha confermato lo stesso ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, che ha parlato apertamente di “assedio totale” e ha ammonito: “Chi non evacua Gaza può morire di fame o arrendersi”. Non è una minaccia: è un piano di annientamento.

Una teocrazia armata fino ai denti

Nel pieno del XXI secolo, un governo che si proclama democratico rivendica apertamente un mandato divino per giustificare l’eliminazione fisica di un intero popolo. I riferimenti sono espliciti: dal Libro di Giosuè al Deuteronomio, la narrazione messianica si impone sulla legalità internazionale. Diritto divino contro diritto umano. Paranoia escatologica contro ragione storica.

Israele, nato grazie alla Risoluzione 181 dell’ONU, ha da decenni abbandonato qualsiasi vincolo internazionale. Ha ignorato sistematicamente la Carta delle Nazioni Unite, le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, e violato ogni trattato sui diritti umani, dalla IV Convenzione di Ginevra al diritto consuetudinario internazionale. Oggi, davanti agli occhi del mondo, infrange apertamente anche la Convenzione ONU per la prevenzione e la repressione del genocidio.

Genocidio, parola proibita nei palazzi del potere

La Corte Internazionale di Giustizia ha parlato chiaro. Il 26 gennaio 2024, nel contesto del ricorso presentato dal Sud Africa, ha riconosciuto il rischio concreto di genocidio in atto a Gaza, ordinando a Israele di interrompere qualsiasi azione lesiva nei confronti dei civili palestinesi. Le ordinanze del 28 marzo, 5 aprile e 24 maggio hanno ribadito e aggravato le misure, chiedendo il blocco dell’assalto a Rafah, l’apertura del valico per gli aiuti umanitari e l’accesso delle missioni investigative ONU. Nessuna misura è stata rispettata. Nessuna.

Israele, forte del sostegno di Washington e dell’impunità assicurata dalle democrazie complici, ha proseguito imperterrito il suo piano di sterminio. Le prove non mancano. L’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), organismo ufficiale delle Nazioni Unite, ha certificato che Gaza è entrata in una fase di carestia conclamata, causata dal blocco degli aiuti e dal collasso della produzione alimentare. Più di 132.000 bambini sotto i cinque anni soffriranno di malnutrizione acuta entro la fine del 2025. Oltre 41.000 sono già ad altissimo rischio di morte.

Numeri che pesano come lapidi

Al 24 agosto, il bilancio fornito dal Ministero della Salute di Gaza parla di 62.686 morti e 157.951 feriti. A questi si aggiungono 289 vittime della fame, di cui 115 bambini. I morti non fanno più notizia. I bombardamenti sugli ospedali neppure. Persino i giornalisti sono diventati obiettivi: solo nel bombardamento dell’ospedale di Khan Younis sono morti altri cinque reporter.

La fame è ora un’arma. La distribuzione di cibo, una trappola mortale: oltre 2.095 persone sono state uccise mentre cercavano aiuti. Ogni atto di sopravvivenza è diventato una condanna.

L’apartheid che non può vincere

L’illusione che la “soluzione finale” possa essere realizzata è destinata a scontrarsi con la realtà. Anche se Israele riuscisse a ripulire Gaza nord e trasformare il sud in un lager a cielo aperto, la resistenza sopravviverebbe. Non si può sterminare un popolo con la fame, né si può cancellare la storia con le ruspe. Gaza resterà come una ferita purulenta, aperta, pronta a infettare le coscienze. E la Cisgiordania, con l’espansione degli insediamenti nella zona E1, sarà il prossimo fronte. Smotrich lo ha detto chiaramente: “Lo Stato palestinese è cancellato”. Ma cancellare un’idea non equivale a cancellare un popolo.

Israele sta inchiodando la bara dello Stato palestinese con i fatti compiuti. Ma quei chiodi, in realtà, li sta piantando sulla propria democrazia. Come il Sudafrica dell’apartheid, Israele si condanna all’isolamento morale e politico. E a lungo termine, anche all’implosione.

Italia e Occidente: complici silenziosi

Nel frattempo, le cancellerie europee tacciono. L’Italia, nello specifico, continua a rispettare l’accordo di cooperazione militare con Israele del 2003, ratificato con la legge n. 94/2005. Non solo non lo ha mai revocato, ma si è opposta a qualsiasi proposta di sanzione europea. Questo non è silenzio diplomatico: è complicità.

A differenza del ministro olandese Caspar Veldkamp, dimessosi per protesta contro il proprio governo, i politici italiani restano ben saldi sulle loro poltrone, nonostante l’opinione pubblica sia ormai insofferente. La rabbia cresce, le piazze si muovono, e la frustrazione civile si sta trasformando in indignazione attiva.

La flotta della dignità

A questa indignazione si unisce la speranza. Il 31 agosto salperà la Freedom Flotilla, una flotta carica di aiuti umanitari e di dignità, pronta a sfidare l’embargo israeliano. È un atto di coraggio che rompe il silenzio e indica una via d’uscita: quella della solidarietà concreta, dell’azione diretta, del diritto all’umanità.

Parallelamente, si fa strada l’ipotesi di convocare una sessione d’emergenza dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, grazie alla procedura “Uniting for Peace”, già prevista per superare il veto USA. È una strada stretta, ma percorribile.

O si ferma il genocidio o si diventa complici

Non ci sono più alibi. Non c’è più tempo. Il genocidio non è un’ipotesi: è in corso. Le istituzioni internazionali hanno il dovere di agire. E i governi che continuano a sostenere Tel Aviv, direttamente o indirettamente, devono essere chiamati a rispondere. Anche in Italia.

Chi tace oggi, domani non potrà dire di non sapere. La storia sta scrivendo una pagina oscura. E ogni parola, ogni gesto, ogni omissione finirà su quella pagina. Sta a noi decidere da che parte della storia vogliamo stare.

Fonti
• Integrated Food Security Phase Classification (IPC), Report 2025.
• Corte Internazionale di Giustizia, Ordinanze 26/01/2024 – 28/03/2024 – 05/04/2024 – 24/05/2024.
• Ministero della Salute di Gaza, aggiornamento 24 agosto 2025.
• Lettera collettiva per la procedura “Uniting for Peace”, 21 agosto 2025.
• articolo di Domenico Gallo, pubblicato su volere la luna il 26 agosto 2025.

🎬 Hollywood, IDF e la macchina della verità truccata: il caso Sony e l’uragano che non vogliono vedere

Non è un sussurro, non è un indizio vago: è un uragano di dati, email e connessioni che grida una verità scomoda. Il sistema dell’intrattenimento globale non è solo intrattenimento. È anche arma. È anche propaganda. E troppo spesso, è propaganda israeliana.

▪️ Il caso Sony-WikiLeaks: quando la finzione supera la realtà

Nel 2015, WikiLeaks rese pubblico uno dei più grandi leak nella storia dell’informazione: oltre 170.000 email e 30.000 documenti interni provenienti dai server di Sony Pictures Entertainment. Un colosso da miliardi, controllato dalla multinazionale giapponese Sony, che gestisce franchise planetari come Spider-Man, Men in Black, The Social Network, Zero Dark Thirty.

Fin qui, nulla di strano. Ma basta scavare un po’ tra le righe dei file pubblicati per scoprire che sotto la superficie liscia dell’intrattenimento globale si muove una rete fittissima di rapporti politici, militari e culturali. Rapporti con il Partito Democratico americano, con la Casa Bianca, con il governo israeliano, con l’IDF, l’esercito israeliano.

E non si tratta solo di partecipazioni a cene di gala. C’è molto di più. C’è un meccanismo sistematico, che trasforma la produzione culturale in uno strumento d’influenza politica e militare.

▪️ Michael Lynton, l’uomo al centro della rete

Il nome che ricorre più spesso è quello di Michael Lynton, allora CEO di Sony Pictures. Ex Disney, formazione a Harvard, famiglia ebrea, collegamenti con i servizi segreti britannici (come riportato da The Independent nel 2014), Lynton non era semplicemente un amministratore. Era un perno della comunicazione globalizzata, un uomo capace di sedere ai tavoli della diplomazia e allo stesso tempo dettare le linee guida narrative dei blockbuster hollywoodiani.

Tra le email emerse, una in particolare cita una cena privata tra Lynton e Benjamin Netanyahu, mentre Israele conduceva la devastante offensiva militare Protective Edge su Gaza nel 2014. Oltre 2.200 civili palestinesi uccisi, tra cui più di 500 bambini. Mentre le bombe piovevano, a Hollywood si discuteva su come “difendere l’immagine di Israele” di fronte all’opinione pubblica internazionale.

▪️ Dalla cultura alla propaganda: quando il cinema diventa complice

Il leak mostra email in cui alti dirigenti dell’entertainment americano si attivano per proteggere Israele dalla crescente indignazione mondiale. Alcuni, come l’amministratore delegato di Relativity Media, arrivano a suggerire di boicottare il Festival di Cannes solo perché il regista Ken Loach aveva osato appoggiare la campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) contro Israele.

“Se non boicottiamo Cannes, stiamo dicendo che un altro Olocausto può andare bene finché Hollywood continua a funzionare”, scriveva. Una frase che rivela un doppio standard pericoloso, che trasforma la memoria dell’Olocausto in scudo ideologico per legittimare ogni crimine commesso da Israele, anche davanti agli occhi della comunità internazionale.

E così, mentre Gaza brucia, gli Oscar premiano Zero Dark Thirty – un film celebrativo della CIA e della guerra al terrore – o The Social Network, prodotto dallo stesso sistema che collabora con l’apparato propagandistico sionista. Coincidenze?

▪️ Non è più una teoria: è un sistema

Chi ancora parla di “teorie del complotto” o di “soffi interpretativi” dovrebbe spiegare perché:
• decine di email parlano di contatti diretti con il governo israeliano, incluse richieste di “assistenza comunicativa”;
• gli indirizzi mail della Casa Bianca e di altri apparati statali USA sono presenti nei file aziendali di Sony;
• i principali media statunitensi non hanno mai dato rilievo al contenuto di questi leak, preferendo minimizzare l’intero scandalo come semplice “furto di dati”;
• nessuno, nessuno, tra le grandi testate occidentali, ha mai chiesto conto a Sony del ruolo giocato nel mascherare i crimini israeliani.

A ben vedere, non è più una questione di “prove provate”. È il disegno d’insieme che emerge con chiarezza: l’industria culturale come braccio armato della propaganda di guerra, con Israele come uno degli attori principali sul palcoscenico dell’opinione pubblica mondiale.

▪️ Un uragano che si finge brezza

Non ci sono “prove da tribunale”? Forse. Ma chi dice che le verità più profonde debbano sempre passare dai codici penali? I documenti ci sono. Le email pure. I nomi e i cognomi anche. È l’interpretazione sistemica di quei dati che spalanca le porte su un mondo fatto di lobby, manipolazione e controllo narrativo.

Questo uragano informativo è stato relegato a “breeza”, a sussurro lontano. Eppure c’è. Soffia. Spinge. E scoperchia il volto di un sistema occidentale in cui l’etica è subordinata al brand, la verità alla narrazione, e la giustizia… al consenso del mercato.

📌 Conclusione: l’informazione è un campo di battaglia

Quello che il caso Sony ci insegna è che la guerra non si combatte solo con i droni, ma anche con le sceneggiature. Che non esistono “film neutri” quando chi li produce è seduto al tavolo della geopolitica. Che la Palestina viene bombardata anche con le immagini, con le parole, con i silenzi di chi potrebbe parlare e non lo fa.

Chi oggi difende l’IDF e le sue operazioni, chi giustifica la censura di ogni parola critica verso Israele, chi condanna chi osa dire la verità, non sta difendendo la libertà di espressione. Sta solo difendendo una verità di Stato, costruita a tavolino, distribuita in sala e premiata con l’Oscar.

🔎 Fonti principali
• WikiLeaks – Sony Archive
• TheJournal.ie – WikiLeaks launches searchable Sony database
• Mondoweiss – Hollywood efforts to support Israel
• Haaretz – Sony worried over IDF use of its cameras in Gaza
• Kit O’Connell – How Sony tried to fix Israel’s image
• Independent – Profile: Michael Lynton

Riforma o morte”: il grido di battaglia dell’élite che ha già vinto

Una volta era “Rivoluzione o morte”, oggi è “Riforma o morte”. Ma a pronunciarlo non sono i popoli oppressi, né i leader rivoluzionari. Sono i tecnocrati dell’élite finanziaria.
Mario Draghi lancia il suo ennesimo ultimatum all’Europa: o si piega al nuovo paradigma del mercato globale, o scompare. Dietro il monito si cela una visione che ha già escluso i cittadini: una nuova egemonia capitalista che pretende riforme imposte dall’alto, mentre le democrazie si svuotano e le diseguaglianze si consolidano.
È davvero questo il futuro che ci viene offerto?

Il dogma della riforma: una religione senza popolo
“Riforma o morte”: il titolo scelto da Mario Draghi per la sua nuova offensiva comunicativa è più che una sintesi economica. È un manifesto ideologico. Non c’è spazio per il dissenso, per l’alternativa, per il tempo del confronto democratico. L’Europa, dice l’ex presidente della BCE, è irrilevante perché non si riforma abbastanza, perché non investe abbastanza, perché non si adegua abbastanza alla nuova guerra mondiale dei capitali.

Ma cos’è, in concreto, questa riforma? Non è certo un’idea condivisa di giustizia sociale o di redistribuzione. Riforma, nel linguaggio di Draghi e delle istituzioni sovranazionali, significa sempre la stessa cosa: tagli, flessibilità, privatizzazioni, efficienza di bilancio, deregolamentazione industriale, compressione dei diritti collettivi. È un’economia armata contro il lavoro e blindata nei suoi dogmi.

Il tramonto dell’Europa e il risveglio della verità
Draghi ha lanciato l’allarme da Rimini, proprio mentre la Germania sprofonda nella stagnazione. Il PIL tedesco è tornato a contrarsi e l’economia europea nel suo insieme fatica a riprendersi. Il motivo? Secondo Draghi, non si è fatta abbastanza integrazione finanziaria, non si è costruita una rete energetica comune, non si sono liberalizzati i mercati. Ma il sospetto è che, dietro queste parole, ci sia molto di più.

Il modello europeo fondato sull’austerità, sulla tecnocrazia e sull’illusione di una forza geopolitica data solo dal peso commerciale, è arrivato al capolinea. Draghi stesso lo ammette: l’Europa ha creduto per anni che le sue dimensioni economiche le garantissero automaticamente influenza. Ma si sbagliava. Lo dimostra Trump, che tratta Bruxelles come una pedina marginale sullo scacchiere globale.

Il messaggio è chiaro: non abbiamo più alcun potere se non ci adeguiamo al modello americano, se non diventiamo anche noi una “economia di guerra” capace di produrre, investire, controllare. Ma questa narrazione dimentica che l’Europa non è solo un mercato. È, o dovrebbe essere, anche un’idea di civiltà, di welfare, di diritti, di pace.

Le riforme che nessuno ha chiesto
Da un anno Draghi ripete lo stesso mantra: serve una nuova strategia industriale, un bilancio europeo ambizioso, una rete elettrica integrata, una finanza unificata. Ma nulla si muove. E il motivo è semplice: gli Stati membri, stretti tra interessi nazionali e vincoli esterni, non sono disposti a cedere altra sovranità a Bruxelles. E i cittadini, soprattutto, non vengono mai coinvolti in questo dibattito.

Quello che Draghi propone è un’accelerazione tecnocratica dell’integrazione, in nome della competitività globale. Ma senza un progetto democratico, senza partecipazione popolare, senza redistribuzione, questa accelerazione diventa un suicidio politico. Lo stesso think tank Bruegel ammette che solo il 20% delle proposte è stato attuato. Il resto è carta straccia. Non per caso, ma per mancanza di legittimità.

Una rivoluzione al contrario: il potere dei pochi contro i molti
Il paradosso è drammatico. Il linguaggio di Draghi richiama quello delle rivoluzioni, ma in modo rovesciato. Dove i popoli dicevano “o ci liberiamo o moriamo”, ora le élite affermano “o ci seguite o morirete”. È il capitalismo che si è appropriato dell’immaginario rivoluzionario, svuotandolo di ogni contenuto emancipativo. Le riforme non servono più a liberare, ma a garantire i profitti dei fondi speculativi, delle multinazionali, delle piattaforme digitali.

Mentre Lagarde tesse l’elogio dei migranti come forza-lavoro invisibile che salva l’Europa dalla stagnazione, Draghi grida all’irrilevanza se non ci si piega alla concorrenza globale. Ma nessuno, tra questi grandi tecnocrati, si chiede che fine abbia fatto il consenso sociale. Nessuno parla di salario minimo, di diseguaglianza, di diritto all’abitare, di servizi pubblici. Il popolo non è previsto nel loro disegno. Se non come ostacolo.

Lo spettro della guerra economica totale
Nel frattempo le crisi si moltiplicano. Gaza muore di fame sotto embargo israeliano, l’Ucraina è intrappolata in un conflitto interminabile, la Francia viene attaccata diplomaticamente dagli Stati Uniti per non essere abbastanza allineata sul piano ideologico. E l’Europa? Rimane spettatrice o peggio: complice silenziosa.

La guerra commerciale con Washington è stata evitata a prezzo di una resa: accettare il 15% di dazi sui prodotti europei per non aprire uno scontro. Altro che sovranità. Intanto la coesione sociale si sgretola, la sicurezza alimentare si dissolve, e le reti pubbliche vengono smantellate. Eppure la priorità resta sempre la stessa: “riformare per crescere”. Ma crescere per chi?

Conclusione: disobbedire al futuro che ci impongono
Il problema non è Mario Draghi in sé. Il problema è il mondo che rappresenta. Un mondo che non ha bisogno della politica, che considera il consenso un ostacolo, che riduce la democrazia a un rito inutile. Un mondo in cui si parla di riforme come se fossero leggi della fisica, e in cui al popolo resta solo da obbedire.

Ma questa narrazione non può più bastare. L’alternativa non è “riforma o morte”, ma “partecipazione o sottomissione”. Non abbiamo bisogno di una nuova governance tecnocratica, ma di una nuova sovranità popolare. Non ci serve un’economia armata per competere, ma una società giusta per vivere.

Per troppo tempo abbiamo creduto che il cambiamento potesse arrivare dall’alto. Ma oggi è evidente: o il popolo riprende in mano il proprio destino, o l’élite continuerà a riformare tutto. Tranne sé stessa.

Fonti e approfondimenti:
• Discorso di Mario Draghi, Rimini, agosto 2025
• Bruegel Think Tank – Rapporto sulla competitività europea 2025
• BCE – Discorso di Christine Lagarde, Jackson Hole Symposium
• Eurostat – PIL e crescita UE 2022–2025
• Politico EU Playbook – Agosto 2025
• ISTAT – Rapporto su disuguaglianze e investimenti pubblici in Italia
• OCSE – Industrial Policy and Inequality, 2024
• Amnesty International – Famine in Gaza and International Responsibility, luglio 2025

L’Europa che non vuole crescere: quando il lavoro c’è ma la politica lo respinge

Christine Lagarde lancia l’allarme: senza l’apporto dei migranti, l’economia europea sarebbe oggi molto più debole. Ma la risposta politica al fenomeno migratorio va in direzione opposta, seguendo la scia di un populismo miope che rischia di frenare la crescita stessa. Il paradosso è servito: abbiamo bisogno dei migranti per lavorare, ma li respingiamo per propaganda elettorale.

Lavoratori invisibili, pilastro dell’economia visibile
Dietro le cifre fredde del PIL e dell’occupazione si nasconde una verità che brucia: l’Europa, senza i lavoratori migranti, sarebbe già in stagnazione. Lo ha detto senza mezzi termini la presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, intervenendo al simposio della Federal Reserve nel Wyoming. Dati alla mano, i migranti rappresentano solo il 9% della forza lavoro, ma hanno garantito ben il 50% della crescita occupazionale dal 2022. Mezzo continente, insomma, regge su spalle che molti fingono di non vedere.

La Germania avrebbe oggi un PIL inferiore del 6% senza manodopera straniera. E la Spagna, tra i Paesi che più hanno beneficiato della ripresa post-Covid, deve molto ai migranti che hanno colmato le lacune lasciate da una popolazione autoctona sempre più anziana e sempre meno incline al lavoro full-time. Non solo. Questa forza lavoro ha contribuito a mantenere in equilibrio i prezzi, evitando che l’inflazione galoppasse ancora più in alto: un argine sociale nascosto tra i margini delle politiche economiche.

Il paradosso dell’Unione: crescita economica vs. regressione politica
Ma proprio mentre l’economia ringrazia, la politica alza muri. L’afflusso di nuovi lavoratori viene vissuto con sospetto e rifiuto. La migrazione netta ha portato la popolazione UE a un record di 450 milioni, ma l’aumento della presenza straniera ha alimentato il risentimento delle fasce sociali più fragili, strumentalizzato abilmente da partiti di estrema destra da Berlino a Roma.

Il risultato? Si moltiplicano le misure restrittive: stretta sui permessi, ostacoli burocratici, retorica dell’invasione. Il paradosso è crudele: mentre le aziende europee cercano disperatamente personale, i governi fanno a gara per sembrare più duri sull’immigrazione. Come se l’occupazione non c’entrasse nulla con la migrazione. Come se l’economia e la demografia potessero essere disgiunte dalla realtà sociale.

La grande miopia del declino demografico
L’Europa invecchia, e invecchia male. Il calo del tasso di natalità e l’aumento delle richieste di riduzione dell’orario di lavoro stanno erodendo progressivamente la base produttiva del continente. In una società che non fa più figli e non vuole più lavorare a tempo pieno, la migrazione rappresenta una risorsa strutturale, non un’emergenza da gestire.

Lagarde è chiara: senza migranti, la resilienza dell’eurozona ai grandi shock – pandemici, energetici, inflattivi – non sarebbe stata possibile. Eppure, il discorso dominante continua a nascondere il legame diretto tra crescita e inclusione. Si fa finta che le due cose siano separabili, quando invece sono ormai saldate insieme.

Migrazione e lavoro: un tabù tutto europeo
Il vero nodo è culturale. In Europa parlare di migrazione come risorsa è ancora un tabù. Chi lo fa rischia la gogna mediatica e l’accusa di buonismo. Ma i dati smentiscono la propaganda. L’integrazione migrante è oggi una leva fondamentale della competitività: senza lavoratori stranieri, interi settori – dall’agricoltura all’edilizia, dalla logistica alla sanità – collasserebbero nel giro di poche stagioni.

Il problema, come ha sottolineato la stessa Lagarde, è che le “pressioni dell’economia politica” rischiano di limitare questi afflussi. Tradotto: l’ossessione per il consenso elettorale a breve termine sta uccidendo ogni visione strategica a lungo termine. L’Europa sembra condannata a scegliere tra crescita economica e stabilità politica, come se le due cose fossero incompatibili. Eppure, la vera incompatibilità è tra razzismo e benessere sociale.

Il caso Italia: tra emergenza costruita e realtà ignorata
In Italia il quadro è ancora più contraddittorio. Il Paese ha uno dei tassi di natalità più bassi d’Europa, un’età media della popolazione tra le più alte al mondo e una cronica difficoltà a coprire posti di lavoro nei settori agricoli, dell’assistenza e dell’industria leggera. Eppure, il dibattito pubblico è dominato da una narrazione emergenziale: l’“invasione” dei migranti, la “sostituzione etnica”, il “problema sicurezza”.

Secondo l’ISTAT, senza immigrazione l’Italia perderebbe circa 500.000 persone ogni cinque anni. Eppure, ogni tentativo di regolarizzazione è osteggiato. La sanatoria del 2020, che doveva regolarizzare oltre 200.000 lavoratori, ha avuto un’efficacia minima a causa di ostacoli burocratici e politici. Intanto, nel silenzio delle istituzioni, migliaia di braccianti e badanti, cuochi, muratori e corrieri tengono in piedi interi settori. Ma vengono esclusi da ogni discorso sulla cittadinanza, i diritti, il futuro.

La verità è che il sistema produttivo italiano ha bisogno di loro, ma la politica fa finta di niente. Mentre si tagliano i fondi per l’integrazione e si alzano i muri, cresce il sommerso e aumenta la precarietà. Una bomba sociale pronta a esplodere, ma ignorata nel nome del consenso.

Per una nuova narrazione migratoria
L’Europa ha bisogno di riscrivere la propria narrazione. Non è un continente “invasa”, ma un continente salvato ogni giorno da donne e uomini che lavorano nell’ombra, spesso senza diritti e senza voce. Parlare di migrazione solo in termini emergenziali è il primo errore. Il secondo è non riconoscere che un’economia giusta non può fondarsi sull’ipocrisia: sfruttare il lavoro migrante di giorno e demonizzarlo di sera è una contraddizione che prima o poi esploderà.

Ciò che serve è una politica migratoria coraggiosa, che coniughi sicurezza sociale, diritti e visione industriale. La Germania lo ha compreso, pur tra mille contraddizioni. La Spagna lo sta sperimentando. Ma in Italia, purtroppo, si preferisce cavalcare la paura, anche a costo di affossare la crescita.

Conclusione: la crescita che non vogliamo
Christine Lagarde, pur parlando da tecnocrate, ha posto sul tavolo una questione politica fondamentale: senza migranti, l’Europa non cresce. Anzi, arretra. Ma i populismi non vogliono sentire ragioni. Meglio alimentare la narrazione dell’invasione, anche se è proprio quella narrazione a minare le basi materiali della nostra economia.

Non è solo una questione di PIL. È una questione di verità. Di futuro. E, soprattutto, di giustizia. Se continuiamo a rifiutare chi ci sostiene, l’unico destino possibile sarà quello del declino. Non per colpa dei migranti. Ma per colpa nostra.

Fonti e approfondimenti incrociati:
• BCE – Discorso di Christine Lagarde, Simposio della Fed, agosto 2025
• Eurostat – Occupazione e migrazione nell’eurozona, 2022-2025
• OCSE – The economic impact of migration, 2024
• Istituto Affari Internazionali – Popolazione europea e crisi demografica
• Euractiv – Germany’s economic growth fuelled by migration, 2023
• El País – La recuperación española y el papel de los migrantes
• ISTAT – Natalità e mercato del lavoro in Italia, 2024

Il Caso Almasri: la vergogna di Stato che nessuno vuole spiegare

In un Paese normale, un criminale ricercato dalla Corte Penale Internazionale non viene liberato, accompagnato con un volo di Stato, e rispedito con tutti gli onori nel Paese dove ha commesso atrocità. In un Paese normale, i ministri coinvolti in una scelta così grave si dimettono. In Italia, invece, Osama Njemm Almasri — comandante della Rada e della polizia giudiziaria libica, accusato di crimini contro l’umanità — viene arrestato su suolo italiano, rilasciato dopo poche ore, e riportato a Tripoli con un aereo dell’intelligence, mentre la premier Meloni e i suoi ministri cambiano versione sette volte e intanto tacciono.

Ora, un video virale rilancia con violenza la questione. Le immagini — crude, scioccanti — mostrano un uomo picchiato selvaggiamente in strada, lasciato a terra in una pozza di sangue. A colpirlo, secondo fonti locali e internazionali, sarebbe proprio lui: Almasri, il generale liberato dall’Italia contro ogni norma di diritto internazionale.

Un crimine annunciato, una scelta politica irresponsabile

Nel gennaio 2025, Almasri viene arrestato a Torino in esecuzione di un mandato di cattura internazionale della Corte Penale dell’Aia. Le accuse non sono leggere: torture, detenzioni illegali, esecuzioni sommarie, traffico di esseri umani. È ritenuto responsabile di violenze sistematiche nei centri di detenzione libici, vere e proprie prigioni extralegali dove i migranti vengono torturati e uccisi.

Poche ore dopo l’arresto, però, l’uomo viene rilasciato. Non solo: viene accompagnato da Caselle a Tripoli con un volo di Stato, pagato dai contribuenti italiani e gestito direttamente dai servizi segreti.

Una decisione che, come emerso successivamente, non ha alcun fondamento giuridico. Al contrario: la denuncia presentata dall’avvocato Luigi Li Gotti, già parlamentare ed ex membro di Italia dei Valori (ma con un passato anche nella destra), ha portato il procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi a iscrivere obbligatoriamente nel registro degli indagati la premier Giorgia Meloni, i ministri Nordio e Piantedosi, e il sottosegretario Mantovano, trasmettendo gli atti al Tribunale dei Ministri.

Un atto dovuto, previsto dall’art. 6 della legge costituzionale 1/1989, che non implica colpevolezza ma è l’unica via legale percorribile per reati ministeriali. Eppure, Meloni, in un video social plateale, ha trasformato quell’atto di garanzia in uno show, parlando di “ricatto” e “intimidazione”, come se la giustizia fosse uno strumento politico.

Il video che smentisce ogni versione: Almasri è ancora un aguzzino

Le immagini diffuse dalla testata araba Al-Masdar, vicina al governo di unità nazionale libico, mostrano un’aggressione brutale a mano nuda in pieno giorno. Secondo le fonti locali, l’uomo vestito di bianco che pesta la vittima è proprio Osama Almasri.

La milizia di riferimento del generale ha provato a sminuire, parlando di un video “vecchio”, risalente al 2021 o 2022, e di una presunta “reazione” a un’aggressione subita. Ma la dinamica mostrata nel video, unita al silenzio assordante del governo italiano, alimenta sospetti e rabbia.

Non solo: fonti dell’intelligence italiana stanno verificando l’autenticità del filmato, ma fonti libiche confermano che Almasri non solo è ancora operativo a Tripoli, ma avrebbe rafforzato il controllo su Zawyia, continuando a gestire centri di detenzione abusivi, a operare arresti arbitrari e a mantenere il potere tramite violenza e impunità.

Le reazioni: l’opposizione attacca, il governo tace

L’opposizione parla chiaro.

Elly Schlein (PD): “Meloni non può più esimersi dallo spiegare agli italiani perché ha ignorato il mandato della Corte Penale Internazionale. Ha rimpatriato un torturatore omicida sottraendolo alla giustizia.”

Giuseppe Conte (M5S): “Giorgia, le hai viste quelle immagini? Hai ancora un briciolo di coscienza?”

Riccardo Magi (+Europa): “Le mani di Meloni, Piantedosi e Nordio sono sporche di sangue.”

Angelo Bonelli (Verdi): “È giusto che i ministri vengano processati. Se fossi al posto della premier non dormirei la notte.”

Enrico Borghi (Italia Viva): “Quel signore doveva stare in galera. Perché non è stato trattenuto?”

Mentre la premier tace, il Parlamento dovrà presto esprimersi sulla richiesta di autorizzazione a procedere contro Nordio, Piantedosi e Mantovano. Per Giorgia Meloni, il Tribunale dei Ministri ha invece chiesto l’archiviazione. Ma il silenzio e il disprezzo verso i cittadini restano.

Un governo al di sopra della legge?

Questo caso è emblematico di una deriva pericolosa, in cui chi detiene il potere esecutivo si ritiene al di sopra della legge e della giustizia internazionale. L’Italia ha violato un mandato della Corte Penale Internazionale, un’istituzione fondata per punire i crimini più gravi dell’umanità. Ha ignorato le richieste delle Ong, degli avvocati, dei giuristi. Ha mentito più volte, cambiando versione e poi calando il sipario.

Il risultato? Un criminale internazionale è stato liberato. E oggi, secondo numerose fonti, continua a torturare, picchiare e uccidere sotto il nostro sguardo impotente.

Chi ha permesso tutto questo deve rispondere davanti al Paese. E non con gli slogan, ma con gli atti.

Conclusione: la dignità perduta di una Repubblica

Il caso Almasri rappresenta uno dei momenti più bassi della storia recente della Repubblica italiana.

Un Paese che protegge i carnefici, abbandona le vittime, e si rifugia dietro una cortina di bugie, non è più uno Stato di diritto. È una Repubblica svuotata, dove le leggi valgono solo per i deboli, e i potenti si difendono screditando chi li indaga.

Il governo Meloni ha oltrepassato una soglia morale e politica. E dovrebbe rassegnare le dimissioni, per rispetto delle istituzioni, della giustizia, e soprattutto dei cittadini onesti che meritano verità, trasparenza e responsabilità.

Se la dignità della politica ha ancora un senso, questo è il momento di dimostrarlo.