Il PD davanti al genocidio: perché non riesco più a chiamarlo sinistra

(e perché chiedo a Schlein di cacciare i complici)

C’è un punto oltre il quale non è più questione di sfumature politiche, ma di igiene morale.

Per me quel punto è stato superato quando ho visto Piero Fassino, deputato del Partito Democratico, collegato dalla Knesset a magnificare Israele come “società aperta, libera, democratica”, anche negli ultimi due anni. Cioè nel pieno della distruzione di Gaza, mentre la Corte Internazionale di Giustizia esamina se siano in corso atti di genocidio e ha già imposto misure urgenti a Israele in base alla Convenzione sul genocidio. 

Io la parola genocidio non la uso per rabbia. La usa una Relatrice speciale ONU, Francesca Albanese, nel suo rapporto “Anatomy of a Genocide”, dopo mesi di raccolta dati: oltre 30.000 morti nelle prime fasi, più della metà bambini, distruzione sistematica delle infrastrutture civili, imposizione deliberata di condizioni di vita disumane all’intera popolazione di Gaza. 

La prendono sul serio la Corte Internazionale, che ha ordinato a Israele di prevenire atti genocidari, permettere aiuti e fermare l’offensiva su Rafah, e una Commissione d’inchiesta ONU che parla apertamente di atti di genocidio. 

Nel frattempo, nei campi profughi allagati e pieni di fango, UNICEF e altre agenzie descrivono bambini che dormono con i vestiti fradici di acqua di fogna, esposti al freddo, alla malnutrizione, alle malattie. Alcuni muoiono di ipotermia, non per “effetti collaterali”, ma perché l’assedio è diventato arma climatica. 

È su questo sfondo che devo guardare a ciò che fanno e dicono i dirigenti del PD. Ed è qui che, più che delusione, provo disgusto politico.

Fassino e Provenzano: la foglia di fico della “opinione personale”

Piero Fassino non è un passante qualunque. È un ex segretario dei DS, deputato di lungo corso, figura simbolo dell’area più atlantista del centrosinistra. Alla Knesset, nel pieno del massacro di Gaza, racconta Israele come una democrazia vivace “anche in questi due anni”, con tanto di dialettica sulle “soluzioni” possibili. Nessuna parola sul genocidio, nessun accenno agli ordini della Corte Internazionale, nessuna menzione alle decine di migliaia di civili palestinesi cancellati. 

Di fronte allo scandalo, la risposta del responsabile Esteri del PD, Peppe Provenzano, è un capolavoro di vigliaccheria politica: Fassino, dice, “non era lì in missione per conto del Pd”. Come se il problema fosse la nota spese, non il contenuto politico di quelle parole, pronunciate da un deputato del PD nel parlamento dello Stato accusato di genocidio. 

Tradotto: il partito prende le distanze a parole, ma lascia intatto il messaggio di fondo. Fassino resta lì, integro, come rappresentante naturale di quella componente del PD che considera Israele una “democrazia” a prescindere da qualsiasi massacro. È la “sinistra per Israele”, che si presenta come pacifista ma si colloca stabilmente sul crinale sionista, recitando il mantra vuoto dei “due popoli, due Stati” mentre sul terreno esiste solo un popolo armato che occupa e uno disarmato che subisce. 

Io, in quel collegamento dalla Knesset, vedo una cosa sola: un pezzo di ex sinistra italiana che va a rassicurare un potere sotto accusa per genocidio, garantendogli che l’“Occidente per bene” è ancora schierato al suo fianco.

Picierno: l’antisemitismo usato come lasciapassare per i coloni

Poi c’è Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, anche lei esponente di punta del PD. In Italia propone “un nuovo patto sociale contro l’antisemitismo”, parole che, in astratto, potrei sottoscrivere una per una. 

Peccato che la stessa Picierno sorrida in foto di gruppo con rappresentanti del mondo dei coloni israeliani, cioè di quella galassia che sulla terra, con soldati e ruspe, trasforma la teoria sionista in furto concreto: case demolite, ulivi sradicati, villaggi cancellati, strade solo per ebrei. 

Non si tratta di gaffe. È un messaggio politico chiaro:

l’antisemitismo diventa lo scudo etico per coprire un movimento coloniale che pratica l’apartheid e la pulizia etnica.

Chi denuncia quel sistema è sospettato di odio. Chi lo frequenta e lo legittima resta una rispettabile esponente democratica europea.

Quando l’antisemitismo viene ridotto a manganello ideologico contro la solidarietà alla Palestina, si sporca una parola che dovrebbe servire a difendere vite, non a coprire crimini.

Delrio e Violante: la legge-bavaglio e l’ordine pubblico contro la Palestina

A saldare il quadro arrivano Graziano Delrio e Luciano Violante.

Delrio presenta un disegno di legge per combattere l’antisemitismo “dilagante” nelle scuole, all’università, sul web. Obiettivo dichiarato nobile, strumento pericolosissimo: il DDL si fonda sulla definizione operativa IHRA, quella che, nella pratica, tende a far scivolare dentro la categoria “antisemitismo” buona parte della critica radicale a Israele e al sionismo. 

Così slogan come “From the river to the sea” e l’analisi del sionismo come progetto coloniale razzista rischiano di essere trattati come incitamento all’odio contro gli ebrei. Un colpo perfetto: criminalizzi il linguaggio della liberazione palestinese facendo finta di difendere una minoranza.

Luciano Violante, ex Presidente della Camera, completa l’opera dal fronte dell’ordine pubblico. In interviste e interventi pubblici, descrive le mobilitazioni pro Palestina come un fenomeno che sfiora l’eversione, invoca “misure forti” contro questa ondata di protesta, intreccia piazze, antisemitismo e ritorno alla violenza politica. 

Risultato:

chi scende in piazza contro un genocidio viene equiparato a un potenziale terrorista, chi chiede il rispetto del diritto internazionale finisce nel mirino come minaccia all’ordine democratico, lo Stato che bombarda, affama, congela un milione di bambini resta una “democrazia in difficoltà”.

È un capovolgimento indecente: il problema non è il genocidio, ma chi lo denuncia troppo forte.

Funaro, Prodi e l’ossessione di punire Francesca Albanese

In questo quadro, il caso Francesca Albanese è un test di verità.

Relatrice speciale ONU sui territori occupati, autrice del rapporto “Anatomy of a Genocide” che spiega perché a Gaza si sono raggiunte e superate le soglie giuridiche del crimine di genocidio, Francesca Albanese viene trattata dal PD come un corpo estraneo da neutralizzare. 

A Firenze la sindaca PD Sara Funaro decide che non ci sono le condizioni per darle la cittadinanza onoraria: è “divisiva”, dice, perché osa chiamare genocidio il genocidio. Firenze, “città della pace”, preferisce non turbare l’immagine moderata, anche se in gioco c’è la verità sui crimini più gravi che il diritto internazionale conosca. 

A Bologna, mentre la cittadinanza onoraria è sotto attacco, entra in scena Romano Prodi, padre nobile del centrosinistra, che invita il Comune a fare marcia indietro: “Perseverare è diabolico”, dice di Albanese, come se la diabolica fosse lei e non chi ha trasformato Gaza in un cimitero a cielo aperto. 

Siamo al paradosso:

un’alta funzionaria ONU che documenta il genocidio rischia di essere cancellata dallo spazio simbolico delle città “progressiste”; sindaci e notabili del PD si mobilitano più contro una giurista che contro Netanyahu, Ben Gvir, Smotrich; la parola “pace” viene usata per coprire la censura, non per fermare la guerra.

Non è più ambiguità. È schieramento.

Il filo che lega tutti questi nomi: complicità politica nel genocidio

Metto in fila i nomi:

Piero Fassino, Peppe Provenzano, Pina Picierno, Graziano Delrio, Luciano Violante, Sara Funaro, Romano Prodi, l’area “Sinistra per Israele”.

Che cos’hanno in comune?

Non un generico “filosionismo”, che già basterebbe. Hanno in comune questo:

chiamano democrazia uno Stato che è sotto accusa per genocidio e che l’ONU descrive come impegnato in atti genocidari contro il popolo palestinese;  usano l’antisemitismo come clava per colpire chi sta con Gaza e con la Palestina, mentre stringono rapporti con coloni e lobby sioniste;  dipingono le piazze pro Palestina come minaccia all’ordine democratico, invece di riconoscerle per quello che sono: l’ultimo argine morale contro un massacro normalizzato;  lavorano per delegittimare la principale voce giuridica internazionale che parla di genocidio, Francesca Albanese, e spingono sindaci e consigli comunali a “punirla” negando o revocando onori simbolici. 

Questa, per me, si chiama complicità politica nel genocidio.

Non serve un giudice per usarla come categoria etica e storica. Basta guardare la direzione in cui spingono i fatti.

Un appello diretto a Elly Schlein

A questo punto la domanda non è più “quanto fa schifo il PD”, anche se la risposta è sotto gli occhi di chi vuole vederla.

La domanda, per me, è rivolta a una persona precisa: Elly Schlein.

Schlein non è una spettatrice. È la segretaria del partito. Firma appelli per il cessate il fuoco, denuncia il governo Meloni per i rapporti con Netanyahu, chiede lo stop alla cooperazione militare con Israele. Ma lascia dentro il PD, e spesso in posizione di potere, chi lavora ogni giorno per sabotare quella linea, chi definisce democratica la macchina di guerra israeliana, chi trasforma l’antisemitismo in bavaglio e chi tratta Francesca Albanese come un problema da rimuovere. 

Allora io, da sinistra e in prima persona, le dico questo:

Se davvero pensi che a Gaza sia in corso qualcosa di più di una “crisi umanitaria”, se prendi sul serio la parola genocidio che viene dalle Nazioni Unite, non puoi continuare a tenere in casa chi fa propaganda per Israele dal parlamento dello Stato accusato, chi si fa fotografare coi coloni, chi scrive leggi-bavaglio, chi chiede misure forti contro le piazze per la Palestina, chi boicotta e umilia Francesca Albanese.

Espelli Fassino, Picierno, Delrio, Violante, chi difende la linea dei coloni, chi usa l’antisemitismo per colpire la solidarietà alla Palestina, chi lavora politicamente contro Albanese. Mettili fuori, apertamente. Di’ al Paese che quelle posizioni non sono compatibili con un partito che pretende di difendere il diritto internazionale e i diritti umani.

Se non lo fai, se tutto si riduce all’ennesimo comunicato di “presa di distanza” da Fassino e alla solita gestione cerchiobottista dei casi Picierno, Delrio, Violante, Funaro, Prodi, allora la verità è semplice: il PD è un luogo dove la complicità col genocidio è tollerata, anzi rappresentata nelle sue correnti più influenti.

Io, davanti ai bambini di Gaza che muoiono di bombe, di fame, di freddo e di infezioni, mentre la Corte Internazionale e le commissioni ONU parlano di genocidio, non ho più nessuna voglia di cercare attenuanti a questo partito. 

Per me la questione è chiusa:

un soggetto politico che, nel pieno di un genocidio, permette a dirigenti di spingersi fino a questo livello di adesione, copertura e normalizzazione del massacro, non è “la mia” sinistra.

È uno dei pilastri del nuovo ordine armato occidentale, che pretende di insegnare diritti umani al mondo mentre lascia che Gaza venga cancellata dalla mappa.

E finché questo non cambia, la mia risposta resterà la stessa, dura e semplice:

non è più una questione di sigle, è una questione di coscienza.

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