La spilla del cappio e la democrazia che si è tolta la maschera

Quando un ministro brandisce la pena di morte come simbolo politico, non siamo davanti a una “risposta al terrorismo”, ma a un salto di qualità nella disumanizzazione istituzionale dei palestinesi.

C’è un’immagine che inchioda più di mille comunicati: Itamar Ben Gvir che si presenta in commissione con una spilla a forma di cappio, insieme ai parlamentari di Otzma Yehudit, per sostenere un disegno di legge che introduce la pena di morte per chi uccide cittadini israeliani in nome del“terrorismo” ) io direi resistenza ). Non è solo una provocazione estetica. È un messaggio politico: il potere che ostenta la punizione estrema come trofeo e la trasforma in performance pubblica. Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, Ben Gvir ha esplicitato anche i metodi possibili, dalla forca ad altre modalità di esecuzione, rivendicando il cappio come “opzione” di Stato.

Qui il nodo non è solo la pena di morte in astratto. Il nodo è la sua natura selettiva. Il testo avanzato alla Knesset prevede una cornice che, per formulazione e per contesto giuridico, rischia di colpire esclusivamente palestinesi, mentre lascia fuori, nella sostanza, i coloni o estremisti ebrei responsabili di violenze analoghe contro palestinesi. Lo hanno denunciato osservatori, testate israeliane critiche e organizzazioni per i diritti umani. Anche Amnesty International ha reagito duramente, sostenendo che si tratterebbe di una misura discriminatoria e strumentale,

Israele, è bene ricordarlo, ha abolito la pena di morte per omicidio nel 1954 e l’unica esecuzione dopo un processo civile resta quella di Adolf Eichmann nel 1962. Il ritorno di una norma così estrema non sarebbe quindi una semplice “riforma penale”: sarebbe un cambio di paradigma simbolico e politico, spinto da un’ultradestra che ha fatto della vendetta legislativa una bandiera identitaria.

Il cappio come grammatica del potere

La spilla non è un dettaglio da costume parlamentare. È la traduzione visiva di un’idea di dominio: trasformare il nemico in categoria assoluta, negargli la biografia umana, ridurlo a bersaglio morale. Se lo Stato indossa il cappio come distintivo, la pena di morte non è più la “punizione eccezionale” di un ordinamento in guerra con sé stesso: diventa un rito di appartenenza, uno strumento di consenso interno, un dispositivo per dire al proprio elettorato che la pietà è un tradimento e la dismisura è virtù.

E questa retorica non nasce nel vuoto. Si innesta su anni di radicalizzazione violenta,sul trauma del 7 ottobre 2023 e sull’uso politico permanente di quel trauma. Non per proteggere la vita, ma per riscrivere il perimetro stesso dell’umano.

Qui è impossibile eludere il tema politico di fondo: la spinta di un sionismo ormai egemonizzato dalla sua variante più suprematista e messianica, quella che ha smesso di discutere la convivenza e ha scelto la gerarchia. In questa cornice, la sicurezza non è più un obiettivo, ma un linguaggio identitario. Il diritto non è più un confine morale, ma un’arma di appartenenza, uno strumento del genocidio. E il palestinese non è più un soggetto di diritto, ma un oggetto di amministrazione punitiva.

Dalle carceri alla soglia dell’esecuzione

Il terreno su cui questa ideologia cresce è già visibile nel sistema detentivo. In queste settimane sono emerse nuove denunce sulle condizioni dei detenuti palestinesi: sovraffollamento, malnutrizione, violenze, scarsa assistenza sanitaria. Un audit dell’Ufficio del Difensore Pubblico israeliano e varie organizzazioni hanno segnalato un peggioramento drammatico dopo l’inizio della guerra. Il dato che colpisce, perché arriva da una fonte istituzionale interna, è la descrizione di celle troppo piccole, di detenuti dimagriti in modo estremo, di malattie diffuse e di un clima di violenza ricorrente. In sintesi: non un’anomalia episodica, ma una cornice di sistema.

È in questo punto che il discorso si fa più feroce, perché la spilla del cappio non sembra allora una novità “teorica”, ma il sigillo simbolico di una pratica già normalizzata. Secondo Physicians for Human Rights–Israel, almeno 110palestinesi sono morti in custodia israeliana dall’inizio della guerra, con un bilancio definito senza precedenti e con forti indizi che la cifra reale sia più alta, soprattutto per l’opacità sui detenuti di Gaza e per il ricorso a forme di detenzione militare poco trasparenti. Reuters e Associated Press hanno riportato le accuse di torture, privazione di cure, denutrizione e violenze sistematiche come possibili cause di molte di queste morti.

Dal 17 novembre 2025 a oggi, tra nuove segnalazioni e decessi confermati da organizzazioni palestinesi e israeliane di tutela legale, è plausibile che il conteggio reale abbia ormai superato la soglia dei cento. Anche la stessa PHRI, nelle sue note aggiornate, ha sottolineato che i dati disponibili non fotografano l’intero quadro e che nuove morti hanno continuato ad accumularsi dopo la chiusura della fase principale del rapporto.

Qui la questione non è solo numerica. È politica e morale. Perché una detenzione che diventa fame, scabbia, mancata assistenza medica, percosse e umiliazione sistematica è già una forma di pena senza processo. È un tribunale parallelo, ma senza giudici. È un’esecuzione a bassa intensità, distribuita nel tempo e nascosta dietro la parola “sicurezza”.

E Ben Gvir non si limita a cavalcare questo clima: lo celebra. L’ultradestra al potere, ha più volte rivendicato l’inasprimento delle condizioni carcerarie come prova di forza, come segnale al proprio elettorato che lo Stato non deve più “contenere” la violenza, ma esibirla come deterrenza morale. Quando il ministro responsabile del sistema di sicurezza interna rivendica il deterioramento della vita carceraria come successo politico, la forca non è più un eccesso retorico. È la coerente prosecuzione di una logica già in atto, la logica dello sterminio di massa.

In questo scenario, la pena di morte non si presenta come una novità isolata, ma come il vertice naturale di una scala di disumanizzazione già in salita. Quando la prigione diventa luogo di sospensione sistematica dei diritti, il cappio rischia di diventare, nella logica politica dell’ultradestra, la “soluzione finale”.

L’Europa e l’Italia davanti allo specchio

E qui si apre la domanda più scomoda per i nostri governanti. Come si può continuare a ripetere, con automatismo da comunicato, la formula dell’“unica democrazia del Medio Oriente” mentre si tollera una deriva così esplicita verso un diritto penale etnico? Come si può invocare lo Stato di diritto solo quando conviene, e poi tacere quando l’eccezione diventa sistema?

La scelta di non parlare, di non denunciare, di non porre condizioni politiche reali, è una forma di complicità soft. Non serve un applauso pubblico per essere corresponsabili: basta la normalizzazione diplomatica di ciò che non dovrebbe essere normalizzabile.

Criticare questa deriva non significa negare il dolore delle vittime israeliane né sminuire la gravità del terrorismo. Significa rifiutare la scorciatoia più pericolosa: quella in cui la sicurezza diventa alibi per costruire una gerarchia delle vite, con un diritto che punisce un popolo e assolve l’ideologia che lo colonizza.

Il punto politico vero

Ben Gvir non è un incidente folkloristico. È un sintomo di fase. E il disegno di legge sulla pena di morte è un test di realtà: misura fino a che punto l’Occidente accetterà che la guerra contro il “terrorismo” venga trasformata in un impianto di punizione collettiva.

Se passerà, il messaggio sarà chiaro: non si vuole solo vincere militarmente. Si vuole educare un intero popolo alla paura permanente, fare della giustizia un’estensione della supremazia, sostituire l’idea di diritto con l’idea di dominio.

E allora sì, c’è qualcosa da dire. Anzi, c’è qualcosa che non si può più non dire: la pena di morte selettiva non è un capitolo di sicurezza nazionale. È un tassello di un progetto politico di cancellazione, una tappa ulteriore sulla strada che molti osservatori internazionali descrivono come disumanizzazione sistemica dei palestinesi.

Chi oggi tace, domani fingerà stupore. Ma la storia, quando arriva a questi bivi, non concede l’alibi della distrazione.

Fonti
• Haaretz
• The Times of Israel
• Reuters
• Associated Press
• The Guardian
• Physicians for Human Rights–Israel
• Ufficio del Difensore Pubblico israeliano

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.