L’Italia è quasi ferma, cammina come con la sabbia nelle scarpe: avanza di pochi decimi e intanto lascia indietro chi lavora. Se si mettono in fila le indicazioni contenute nelle prospettive Istat e nel rapporto della Cgil-Fondazione Di Vittorio, emerge un quadro coerente e anche politicamente esplosivo: crescita lenta, domanda estera debole, tenuta affidata soprattutto a investimenti e PNRR, ma salari reali ancora lontani dal recupero dell’inflazione.
Il punto di partenza: un Paese che cresce senza slancio
Le stime Istat indicano un PIL atteso intorno allo 0,5% nel 2025 e allo 0,8% nel 2026, dopo il +0,7% del 2024. Non è recessione, ma non è neanche quell’orizzonte di sicurezza economica che permetterebbe a famiglie e imprese di fare piani lunghi. Il tratto più significativo non è solo la lentezza, ma la composizione della crescita: la domanda interna regge il quadro, mentre la componente estera rischia di sottrarre spinta.
Qui pesa l’incertezza globale, ma anche fattori più concreti: rallentamento della domanda mondiale, euro forte, e la variabile della politica commerciale statunitense. Tradotto: esportare diventa più difficile proprio mentre l’economia interna non ha abbastanza benzina per correre da sola.
PNRR: non un dettaglio, ma l’ossatura della tenuta
Dentro questo scenario, il PNRR appare come il vero pilastro anticaduta. Diverse ricostruzioni giornalistiche basate sulle valutazioni della Corte dei Conti indicano che la quota di crescita attribuibile al Piano diventa molto significativa nel 2026 e 2027, arrivando a superare in ampiezza l’intero tasso annuo previsto del PIL. È un dato che, letto politicamente, significa che senza Recovery l’Italia avrebbe rischiato una dinamica ben più vicina allo zero pieno.
Questo però apre un problema doppio:
la crescita è “a progetto”, quindi temporanea se non si trasforma in produttività, infrastrutture sociali, innovazione diffusa; il beneficio macro non si trasmette automaticamente ai salari.
Il paradosso più duro: più lavoro, meno potere d’acquisto
La fotografia sindacale è netta: le retribuzioni reali risultano ancora inferiori di circa l’8,8% rispetto ai livelli di inizio 2021. Nel settore privato la perdita cumulata media indicata dalla Fondazione Di Vittorio è dell’ordine di diverse migliaia di euro per lavoratore, con un impoverimento annuo che i comunicati e le sintesi stampa quantificano intorno ai duemila euro l’anno in termini reali nel triennio più colpito dall’inflazione.
Non è solo una questione di “quanto” si lavora, ma di “come”. La diffusione di contratti brevi, discontinui e di un part-time spesso non scelto riduce reddito e potere negoziale. La presenza di una quota rilevante di part-time involontario, richiamata dai materiali Cgil e ripresa dalla stampa, è uno dei meccanismi concreti attraverso cui la crescita occupazionale può convivere con un impoverimento reale.
Il confronto europeo: la crepa storica
Il nodo salariale non nasce ieri. Da anni la letteratura economica e sindacale insiste sulla particolarità italiana: una stagnazione prolungata delle retribuzioni reali rispetto ai principali partner europei. Le sintesi circolate in questi giorni richiamano un confronto ormai diventato simbolico: l’Italia è il grande Paese europeo con la dinamica salariale reale più debole nel lungo periodo.
Qui il punto non è fare classifiche morali, ma riconoscere un dato strutturale: quando la quota del lavoro sul valore complessivo tende a restare bassa o a scendere, il sistema produce più diseguaglianza e meno domanda interna robusta. Questo è il terreno economico su cui cresce anche la sfiducia democratica.
Fiscal drag e manovra: il conflitto sociale torna centrale
La Cgil collega la questione salariale allo sciopero generale del 12 dicembre 2025 contro la manovra del governo. La critica non è solo rivolta alla dinamica delle buste paga, ma anche al drenaggio fiscale: l’inflazione fa salire i redditi nominali, ma se gli scaglioni non vengono adeguati con decisione, aumenta il prelievo reale sul lavoro dipendente e sulle pensioni. È un pezzo decisivo della rabbia sociale di questi mesi.
Che cosa ci dice davvero questo incrocio di dati
Messo insieme, il quadro racconta tre verità semplici:
• la crescita italiana nel biennio 2025-2026 appare troppo debole per “guarire” da sola le fratture sociali;
• il PNRR sta svolgendo un ruolo di sostegno determinante, ma non può essere l’unico motore né può essere considerato automaticamente redistributivo;
• la crisi salariale è ormai una questione di architettura economica e di scelte politiche, non un incidente di percorso.
Una chiusura necessaria
Se l’Italia vuole uscire dalla logica del “galleggiamento”, deve spezzare l’idea che salari bassi e flessibilità povera siano un vantaggio competitivo. È un modello che ha prodotto un Paese più fragile, più diseguale e con minore capacità di affrontare shock esterni.
La sfida, oggi, è trasformare la spinta straordinaria del PNRR in una politica ordinaria di giustizia economica: rinnovi contrattuali che recuperino davvero l’inflazione, lotta alla precarietà strutturale, rafforzamento della contrattazione, misure fiscali che non scarichino l’aggiustamento sui redditi fissi. Senza questa svolta, la crescita resterà un numero da comunicato e la povertà lavorativa il volto quotidiano di un sistema che ha smesso di premiare il lavoro.
Note
Le prospettive macro per il 2025-2026 indicano una crescita rallentata, con un ruolo centrale della domanda interna e un contributo estero debole o negativo. Il PNRR risulta determinante per sostenere gli investimenti e la tenuta complessiva del PIL nel biennio e soprattutto nel passaggio 2026-2027. Le retribuzioni reali restano sotto i livelli di inizio 2021, con una perdita di potere d’acquisto stimata intorno a circa l’8,8%. La precarietà e il part-time involontario contribuiscono a spiegare perché più occupazione non equivalga automaticamente a più sicurezza economica. Il fiscal drag viene indicato come uno dei meccanismi che comprimono ulteriormente redditi di lavoratori e pensionati in un contesto di inflazione recente. Lo sciopero generale del 12 dicembre 2025 è presentato come risposta sindacale a una manovra giudicata inadeguata sul fronte sociale e salariale.
Riferimenti sitografici
• Istat, Prospettive dell’economia italiana 2025-2026.
• Cgil, materiali e comunicati sullo sciopero generale del 12 dicembre 2025.
• Fondazione Giuseppe Di Vittorio, rapporto “La crisi dei salari”.
• Corte dei Conti, relazioni e documenti sul PNRR e sul suo impatto macroeconomico.
• La Repubblica, 6 dicembre 2025, Valentina Conte, “Istat, crescita lenta e paghe basse la Cgil: persi in media 6mila euro”.