Vent’anni all’indietro: come l’Italia è diventata l’eccezione povera nell’Europa che cresce

In vent’anni, l’Unione europea ha visto crescere il reddito reale delle famiglie di oltre un quinto. Secondo i dati appena pubblicati da Eurostat, tra il 2004 e il 2024 il reddito reale pro capite dei nuclei familiari nell’Ue è aumentato in media del 22%. Nel frattempo, in Italia è sceso del 4% e in Grecia del 5%. Sono gli unici due Paesi dell’Unione in cui le famiglie, a parità di potere d’acquisto, sono più povere oggi di quanto non fossero vent’anni fa.

Questa non è solo una statistica: è la radiografia di un modello economico che ha scelto consapevolmente chi doveva pagare il prezzo delle crisi, dell’austerità e delle “riforme strutturali”.

  1. La mappa Eurostat: un continente che sale e due Paesi che scendono

Eurostat misura il “household real income per capita”, cioè il reddito reale pro capite delle famiglie, corretto per l’inflazione. È l’indicatore che dice, in concreto, quanta capacità di spesa resta in tasca alle persone dopo vent’anni di crisi, rimbalzi e riprese.

La dinamica europea è chiara:
• crescita continua tra 2004 e 2008;
• stagnazione tra 2008 e 2011, per gli effetti della crisi finanziaria globale;
• calo nel biennio 2012–2013, nel cuore dell’austerità;
• ripresa graduale fino al 2020;
• nuovo scivolone con la pandemia;
• rimbalzo nel 2021 e crescita lenta ma positiva nel 2022–2024, con una nuova accelerazione nei dati preliminari del 2024.

Quando si passa dalla media ai singoli Paesi, la mappa si colora quasi tutta di verde, con intensità diverse. Le maggiori crescite si registrano in:
• Romania: +134%
• Lituania: +95%
• Polonia: +91%
• Malta: +90%

Sono Paesi entrati nell’Ue negli ultimi due decenni, che hanno sfruttato il mix di salari inizialmente bassi, investimenti esteri, mercato interno in espansione e fondi di coesione europei destinati a infrastrutture, digitalizzazione, reti energetiche, formazione e istruzione.

Le grandi economie storiche avanzano a passo più corto ma comunque in terreno positivo:
• Germania: +24%
• Francia: +21%
• Spagna: +11%
• Austria: +14%
• Belgio: +15%
• Lussemburgo: +17%

Poi ci sono i due puntini rossi in fondo alla legenda: Grecia e Italia.

La Grecia paga il prezzo di una crisi esplosa nel 2010, con debito pubblico fuori controllo, bilanci truccati per entrare nell’euro, perdita di competitività e una terapia d’urto imposta dalla Troika fatta di tagli lineari, crollo del Pil, esplosione della disoccupazione, povertà di massa. Oggi Atene galleggia su un’apparente “normalizzazione” finanziaria, con i titoli di Stato che performano bene, ma i redditi reali delle famiglie restano ancora sotto i livelli del 2004 e anche del 2010.

L’Italia, invece, non ha avuto un default, non è stata commissariata, non ha subito memorandum firmati a Bruxelles o a Washington. Eppure è lì, accanto alla Grecia, con un reddito reale familiare più basso di vent’anni fa. Il paradosso si spiega guardando dentro il motore: salari, produttività, mercato del lavoro, modello fiscale.

  1. L’illusione dell’“occupazione record”

Nelle stesse ore in cui Eurostat certifica il declino del reddito reale italiano, un altro dato fa il giro dei media: l’Istat segnala che il tasso di occupazione ha raggiunto il 62,7%, un livello mai toccato prima.

Due fotografie sembrano in contraddizione: più persone lavorano, ma le famiglie sono più povere. In realtà, combaciano perfettamente.

La “buona notizia” occupazionale è infatti accompagnata da almeno tre elementi strutturali:
• precarietà diffusa: una quota consistente dei nuovi posti è a termine, part-time spesso involontario, con giornate spezzate, turni intermittenti e poca capacità di programmare il futuro;
• giovani esclusi o marginali: la stessa nota sui dati occupazionali sottolinea che i progressi riguardano soprattutto over 50 e alcune categorie specifiche, mentre la fascia 25–34 anni resta la più penalizzata, con tassi di disoccupazione e inattività ancora molto alti;
• working poor: cresce l’area di chi lavora ma è povero, perché la combinazione di salari bassi e inflazione elevata ha eroso il potere d’acquisto più di quanto non abbiano compensato i contratti.

L’Ocse sintetizza la situazione in modo brutale: all’inizio del 2025, i salari reali in Italia erano ancora il 7,5% sotto i livelli di inizio 2021, il peggior risultato tra le grandi economie avanzate.

Nel frattempo, l’aumento dei prezzi ha gonfiato il gettito fiscale: l’Italia ha registrato un vero e proprio “tesoretto” di entrate trainate dall’inflazione e da una base imponibile spinta verso scaglioni più alti, senza che i redditi reali delle famiglie migliorassero davvero.

In pratica, si lavora di più, ma ogni euro vale meno.

  1. Vent’anni di stagnazione salariale e produttività zoppa

La radice del problema italiano non è solo nella congiuntura recente, ma in una traiettoria di lungo periodo. Studi recenti sull’andamento della disuguaglianza e dei salari in Italia mostrano un tratto costante: crescita economica debole, produttività stagnante e salari reali che non seguono nemmeno quel poco di crescita disponibile.

I punti chiave sono almeno quattro.
1. Produttività ferma
Dal 2000 in poi, la produttività del lavoro in Italia è cresciuta molto meno rispetto alla media Ocse, e in alcuni periodi praticamente si è fermata. Le imprese hanno risposto comprimendo il costo del lavoro – salari e diritti – più che investendo in innovazione, ricerca, formazione.
2. Salari bloccati e contratti lenti
La dinamica salariale è stata spesso inferiore non solo alla produttività (quando c’era), ma anche all’inflazione. I rinnovi contrattuali sono arrivati con anni di ritardo, erodendo progressivamente il potere d’acquisto. I dati Ocse parlano di una riduzione complessiva dei salari reali tra 1990 e 2020, caso pressoché unico tra le grandi economie.
3. Debolezza sindacale e conflitto addomesticato
Un’inchiesta internazionale recente descrive i sindacati italiani come “grandi ma sdentati”: molta burocrazia, molti servizi, pochi scioperi incisivi e lunghi su salari e condizioni di lavoro. Le vertenze sono spesso simboliche, di un giorno, senza quella pressione che altrove ha permesso di strappare aumenti maggiori.
4. Dualismo generazionale e territoriale
La stagnazione colpisce soprattutto giovani, donne e Mezzogiorno. Il mercato del lavoro è spaccato: una parte di lavoratori “protetti” o relativamente stabili, e una massa di precari, part-time, autonomi di fatto ricattabili, concentrati nei servizi a bassa produttività e nei settori a basso valore aggiunto.

Se negli anni Novanta e Duemila il ceto medio riusciva a reggere grazie ai salari stabili e a un welfare ancora relativamente robusto, oggi l’equilibrio si regge sempre più sui patrimoni ereditati e sulle pensioni degli anziani. È la fotografia, impietosa, di un Paese che vive di rendita più che di lavoro.

  1. Cosa hanno fatto gli altri che l’Italia non ha fatto

Confrontare l’Italia con altri Paesi non serve per nostalgia, ma per capire che le scelte non erano “obbligate”.
• Nel Nord Europa e in parte in Francia e Germania, le crisi sono state affrontate con robusti strumenti di sostegno ai redditi (Kurzarbeit, sussidi straordinari, politiche attive del lavoro), investimenti pubblici mirati e una contrattazione collettiva che, pur con contraddizioni, ha difeso meglio i salari reali.
• Nei Paesi dell’Est, i fondi di coesione Ue sono stati utilizzati in modo più coerente per modernizzare infrastrutture, reti energetiche, sistemi produttivi, formazione digitale: non solo bonus, ma trasformazioni strutturali.

In Italia, invece, il “modello” degli ultimi vent’anni è stato un altro:
• liberalizzazione e precarizzazione del lavoro come leva di competitività;
• uso disorganico delle risorse europee, spesso disperse in mille rivoli o catturate da filiere clientelari;
• compressione della spesa sociale e tagli lineari ai servizi pubblici;
• politiche fiscali a colpi di condoni, che premiano l’evasione più che il lavoro regolare.

Il risultato si vede nella mappa Eurostat: mentre quasi tutti salgono, l’Italia arretra.

  1. L’ipocrisia del “ce lo chiede l’Europa”

Per anni, ogni scelta impopolare è stata giustificata con la formula: “ce lo chiede l’Europa”. Ma se davvero le politiche seguite fossero state un destino comune, dettato da Bruxelles, dovremmo ritrovarci in una condizione simile agli altri grandi Paesi dell’eurozona.

Invece, con regole europee identiche per tutti, l’Italia è l’unica grande economia in cui il reddito reale delle famiglie è più basso di vent’anni fa, e una delle poche dove i salari reali non hanno recuperato nemmeno i livelli pre-pandemia.

Questo significa che il problema non è “l’Europa in astratto”, ma il modo in cui l’Italia ha scelto di stare dentro quella cornice:
• accettando l’austerità come dogma, senza mai costruire un serio piano industriale;
• usando la leva del debito e dei vincoli di bilancio per giustificare tagli e privatizzazioni;
• scaricando i costi delle crisi su salari, diritti, welfare, anziché toccare rendite, grandi patrimoni, profitti di settori iper-tutelati.

Oggi, paradossalmente, il Paese viene elogiato per aver riportato il deficit verso il 3% e aver incassato upgrade dalle agenzie di rating, ma questa “virtuosità” si regge su basi fragili: spinta inflazionistica, tasse crescenti sul lavoro e tagli alle protezioni sociali, mentre la produttività resta stagnante e le disuguaglianze si allargano.

  1. Che cosa servirebbe per invertire la rotta

Se l’obiettivo non è solo piacere ai mercati, ma evitare di essere il fanalino di coda dell’Europa anche tra vent’anni, servirebbe un cambio di paradigma.

Alcune linee di fondo:
• Ricostruire il potere d’acquisto
• salario minimo legale ancorato ai contratti dignitosi;
• indicizzazione parziale dei salari all’inflazione, almeno per i redditi medio-bassi;
• rinnovo rapido dei contratti collettivi, con clausole che impediscano il congelamento dei salari per anni.
• Ridurre la precarietà strutturale
• limitare per legge il ricorso ai contratti a termine e alle forme “spurie” di lavoro autonomo;
• vincolare sconti contributivi e incentivi pubblici alla trasformazione dei contratti in rapporti stabili;
• ripristinare tutele effettive in caso di licenziamenti illegittimi, ridando forza anche alla contrattazione.
• Usare davvero le risorse europee per lo sviluppo
• concentrare gli investimenti su scuola, università, ricerca, sanità pubblica, transizione ecologica;
• colmare i divari territoriali con infrastrutture reali nel Mezzogiorno, non solo con grandi opere spot, per fermare l’emorragia di giovani.
• Redistribuire la ricchezza, non solo il reddito
• una riforma fiscale progressiva che allenti il carico sul lavoro dipendente e colpisca di più le rendite immobiliari e finanziarie elevate;
• una lotta strutturale all’evasione, senza sanatorie cicliche che rendono l’illegalità una strategia premiante.

Conclusione: l’eccezione italiana non è un destino, è una scelta

L’immagine che arriva da Eurostat è semplice e brutale: in un’Europa che, pur tra mille contraddizioni, ha visto crescere il reddito reale delle famiglie, l’Italia e la Grecia sono rimaste indietro. La prima dopo un default de facto, memorandum, commissariamento. La seconda senza nulla di tutto questo, ma con decenni di politiche che hanno sistematicamente sacrificato il lavoro, i diritti e il welfare.

Non è una maledizione geografica, né un tratto “culturale”. È il frutto di scelte politiche, di rapporti di forza, di priorità messe nero su bianco in ogni legge di bilancio, in ogni riforma del lavoro, in ogni taglio alla sanità e alla scuola.

La domanda, ora, non è se i numeri di Eurostat ci piacciano o meno. È un’altra, più secca: vogliamo un Paese che, tra vent’anni, sarà ancora l’eccezione povera in un continente che cresce?

Perché se non cambiano le regole del gioco – salari, diritti, redistribuzione, investimenti – la mappa della decrescita non è un incidente statistico. È un programma politico già scritto. E, come i dati dimostrano, funziona benissimo: basta guardare chi si è arricchito mentre le famiglie italiane diventavano più povere di vent’anni fa.

Fonti e riferimenti

I dati comparativi sul reddito reale familiare pro capite nei Paesi dell’Unione europea nel periodo 2004–2024 si basano sulle elaborazioni ufficiali di Eurostat, in particolare sul comunicato “EU household real income per capita up 22% since 2004” (sito: https://ec.europa.eu/eurostat, pagina news: https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/w/ddn-20251125-2), sul dataset “Household real income per capita (nasa_10_ki)” accessibile dal data browser dei Conti nazionali e settoriali (https://ec.europa.eu/eurostat/data/database, sezione “Sector accounts”) e sulla scheda di approfondimento “Households – statistics on income, saving and investment” nella collana Statistics Explained (https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/Households_-_statistics_on_income,_saving_and_investment). A partire da queste fonti sono state inoltre utilizzate le ricostruzioni giornalistiche e i commenti pubblicati da Corriere della Sera/Withub (“Reddito reale, Italia e Grecia sono gli unici due paesi Ue dove le famiglie sono più povere di vent’anni fa: la mappa della decrescita”, https://www.corriere.it), in particolare nella versione online all’indirizzo: https://www.corriere.it/economia/lavoro/25_dicembre_02/reddito-reale-italia-e-grecia-sono-gli-unici-due-paesi-ue-dove-le-famiglie-sono-piu-povere-di-vent-anni-fa-la-mappa-della.shtml; da Assinews (“Eurostat: Italia e Grecia unici paesi Ue in cui il reddito delle famiglie è diminuito negli ultimi 20 anni”, https://www.assinews.it/11/2025/eurostat-italia-e-grecia-unici-paesi-ue-in-cui-il-reddito-delle-famiglie-e-diminuito-negli-ultimi-20-anni/660120194/); da Greenreport (“In Europa il reddito reale delle famiglie segna in 20 anni un aumento del 22%. In Italia invece siamo a -4,4%”, https://www.greenreport.it/news/approfondimenti/58921-in-europa-il-reddito-reale-delle-famiglie-segna-in-20-anni-un-aumento-del-22-in-italia-invece-siamo-a-4-4); da Il Fatto Quotidiano (“Il reddito reale delle famiglie italiane tra 2004 e 2024 è sceso del 4%: il dato peggiore nell’Ue con la Grecia. La media è +22%”, https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/11/25/reddito-famiglie-italiane-calo-eurostat-notizie/8206976/); oltre che dalle sintesi pubblicate da altre testate europee come Euronews (https://it.euronews.com) che riprendono lo stesso quadro Eurostat su Italia e Grecia come uniche eccezioni negative nel contesto europeo.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro italiano, le informazioni sull’“occupazione record” e sulla distribuzione per classi di età derivano dalle note mensili dell’Istat “Occupati e disoccupati (dati provvisori)” pubblicate sul portale ufficiale (sito: https://www.istat.it, sezione Lavoro, pagina di sintesi: https://www.istat.it/it/archivio/occupati+e+disoccupati) e dalle tavole statistiche collegate. Il quadro comparato internazionale è stato integrato con l’“OECD Employment Outlook 2025 – Country Note: Italy”, disponibile sul sito dell’OCSE (https://www.oecd.org, sezione Employment Outlook: https://www.oecd.org/employment-outlook), che mette in luce il nesso tra aumento dei posti di lavoro, diffusione dei contratti atipici e crescita dei lavoratori poveri. Il quadro di lungo periodo su salari reali, produttività e disuguaglianze fa riferimento a studi accademici come Salvati e Tridico, “Real wages and productivity: a lesson from Italy, 1980–2023”, pubblicato su Structural Change and Economic Dynamics e consultabile tramite il portale ScienceDirect (https://www.sciencedirect.com, ricerca per titolo dell’articolo); Checchi et al., “Inequality trends in a slow-growing economy: Italy, 1990–2020”, pubblicato su Fiscal Studies e disponibile sul sito Wiley Online Library (https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/1475-5890.12385) e nella versione working paper sul sito del CSEF/Università di Napoli (https://www.csef.it); il lavoro di Depalo e Lattanzio “The increase in earnings inequality and volatility in Italy: the role and persistence of atypical contracts”, Occasional Paper n. 801 della Banca d’Italia accessibile all’indirizzo: https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2023-0801/index.html; e il paper di Bavaro e Raitano “Is working enough to escape poverty? Evidence on low-paid workers in Italy”, pubblicato su Structural Change and Economic Dynamics e presentato anche tramite l’Institute for New Economic Thinking di Oxford (scheda di sintesi: https://www.inet.ox.ac.uk/publications/is-working-enough-to-escape-poverty-evidence-on-low-paid-workers-in-italy).

Per il contesto politico, fiscale e sindacale, l’analisi è stata arricchita dalle inchieste e dagli articoli internazionali firmati da Reuters, in particolare “Big but toothless – Italy’s unions blamed for wage stagnation” e “Italy reaps tax windfall thanks to inflation, job growth”, entrambi consultabili sul sito dell’agenzia (https://www.reuters.com, sezione World/Europe, ricerca per titolo degli articoli); dal commento di Le Monde “Meloni’s deficit reduction masks Italy’s struggling economy”, pubblicato nell’edizione inglese del quotidiano e accessibile all’indirizzo: https://www.lemonde.fr/en/economy/article/2025/09/30/meloni-s-deficit-reduction-masks-italy-s-struggling-economy_6745957_19.html; e da ulteriori approfondimenti sul ruolo dei sindacati, sulle politiche di bilancio e sul legame tra inflazione, gettito fiscale e vincoli di rating, veicolati da agenzie e osservatori internazionali, tra cui Anadolu Agency (portale: https://www.aa.com.tr/en/) e rassegne economiche specializzate che collegano la stagnazione salariale italiana alle scelte di politica economica dell’ultimo ventennio.

Operaicidio di Stato

perché chi muore in cantiere è già una “vittima del dovere”

In Italia, nel 2024 sono morte sul lavoro 1.090 persone, quasi il 5% in più rispetto all’anno precedente. Significa fra tre e quattro lavoratori al giorno, ogni giorno dell’anno, che escono di casa per guadagnarsi da vivere e trovano la morte. 

Nel primo semestre del 2025 le denunce con esito mortale si assestano comunque intorno a quota cinquecento: una media di circa un morto ogni otto ore, mentre i comunicati ufficiali provano a rassicurare parlando di lievi cali percentuali. 

Dentro questo numero enorme, c’è un altro dato che dovrebbe togliere il sonno a chiunque: nei soli cantieri edili, nei primi sei mesi del 2025, i morti sono stati 53. Un lavoratore ogni tre giorni. 

È in questo contesto che la Fillea Cgil ha lanciato la sua iniziativa “La Repubblica delle vittime del dovere”, chiedendo una cosa che a molti sembrerà persino ovvia: chi muore lavorando dev’essere riconosciuto, anche giuridicamente, come vittima del dovere. Non solo il poliziotto, il militare, il magistrato – giustamente tutelati – ma anche l’operaio che precipita da un ponteggio, l’autista che muore sull’autostrada, il bracciante schiacciato da un trattore.

Dietro questa richiesta non c’è solo un’esigenza simbolica: c’è l’idea, radicale e semplice, che il lavoro non sia una faccenda privata fra datore e dipendente, ma un pezzo di sovranità repubblicana. Se è così, allora chi perde la vita “nell’adempimento dei propri doveri di lavoratore” l’ha persa anche per lo Stato. E lo Stato non può continuare a comportarsi come se fosse un incidente qualunque.

Un Paese che si abitua al sangue

Se guardiamo la curva lunga, ci raccontano che “le morti sono in leggera diminuzione” o “stabili”. Poi però scopriamo che il tributo complessivo resta pesantissimo: oltre 1.200 decessi all’anno secondo la relazione Inail 2024, con l’istituto stesso che ammette un bilancio di 3–4 morti al giorno. 

E c’è un altro dato che urla vendetta: nel 2024 l’Italia ha registrato circa 34 morti sul lavoro per milione di lavoratori, contro i 13 della Germania e i 20 della Francia. Siamo stabilmente in cima alla classifica europea, a fianco della Spagna che si ferma comunque sotto i nostri livelli. 

Non è una fatalità mediterranea. È un modello produttivo.

Il settore delle costruzioni ne è la cartina di tornasole. Nel 2024, con 176–182 morti in occasione di lavoro (a seconda delle elaborazioni), l’edilizia è il comparto con più decessi in Italia, e in Europa raggiunge quasi un quarto di tutte le morti sul lavoro. 

Tradotto: mentre celebriamo il “rilancio delle opere pubbliche”, “l’effetto PNRR”, “la ripresa dell’edilizia”, sappiamo benissimo che ogni crescita di questo settore porta con sé una quota prevedibile di morti. E continuiamo lo stesso.

L’“operaicidio” dei subappalti a cascata

La Fillea Cgil ha il coraggio di chiamare questo fenomeno con un nome crudo: “operaicidio”. Non è solo un modo forte di parlare di “morti bianche”. È il rovesciamento di un lessico ipocrita che per anni ha provato a far passare il lavoro come un terreno neutro, dove al massimo avvengono “incidenti”.

Se andiamo a vedere dove e come avvengono questi “incidenti”, il quadro è chiarissimo: catene di subappalti, ribassi al massimo, turni spezzati, contratti pirata, formazione ridotta a firma su un foglio.

Il meccanismo del subappalto a cascata è presto detto:

un’impresa vince una gara; scarica parte dei lavori a una seconda impresa; che a sua volta subappalta a una terza; e così via, in una giungla di rapporti formali e informali che rende quasi impossibile individuare il vero “padrone del rischio”.

In fondo a questa catena c’è spesso la microimpresa a tre o quattro addetti, magari mono-committente, che regge tutto il peso della produzione e tutti i rischi. Non a caso, gli studi Inail mostrano che oltre il 40% degli infortuni mortali riguarda proprio le microimprese sotto i 10 dipendenti, e un altro 15% le piccole aziende sotto i 50: quasi il 60% dei morti è concentrato nelle realtà più deboli del sistema. 

È qui che l’“operaicidio” prende forma: non nei grandi proclami, ma nella quotidiana compressione dei costi. Il ribasso vince, il subappalto scarica la responsabilità, il lavoratore è il punto in cui tutta la tensione della catena si spezza.

“Patente a crediti”: la grande illusione burocratica

Dal 1° ottobre 2024 è obbligatoria nei cantieri la famosa patente a crediti. Sulla carta, doveva essere la svolta: più sicurezza, più controlli, più responsabilità. Ogni impresa parte con un punteggio, che può essere decurtato in caso di violazioni e incidenti gravi, fino alla sospensione dall’attività. 

Ma nella realtà, come denuncia la Fillea, il sistema è costruito per non fare male a nessuno (se non ai più piccoli). La norma prevede infatti che la decurtazione dei punti scatti solo dopo un provvedimento definitivo: cioè dopo che tutto il percorso giudiziario – indagini, primo grado, appello, Cassazione – si è chiuso. 

In un Paese dove un processo per omicidio colposo sul lavoro può durare sette-otto anni, questa scelta significa una cosa sola: un’impresa può provocare oggi la morte di un operaio e continuare tranquillamente a lavorare per quasi un decennio prima che la patente subisca una decurtazione. Sempre che il reato non cada in prescrizione, o che il fatto non venga derubricato.

In compenso, la patente grava di adempimenti e costi le imprese più piccole che lavorano in regola, mentre lascia sostanzialmente intatto il modello di business di chi campa sul ribasso e sul sommerso. È un perfetto strumento di “scarico in giù”: ai piani alti del sistema tutto resta com’è, ai piani bassi si aggiunge un po’ di burocrazia.

Non è un caso se, nonostante la patente e le promesse di più ispezioni, i morti nel 2024 sono aumentati e il 2025 si apre con numeri che restano drammaticamente alti. 

Una Procura del lavoro: mettere l’operaio sullo stesso piano delle vittime di mafia

Fra le proposte più forti avanzate dalla Fillea c’è l’istituzione di una Procura nazionale e di procure distrettuali del lavoro, sul modello di quelle antimafia. Non una trovata simbolica, ma una risposta alla realtà: oggi le indagini sugli infortuni mortali sono frammentate in decine di procure, spesso piccole, spesso prive di competenze tecnico-specialistiche adeguate sui temi della sicurezza, della catena degli appalti, della responsabilità d’impresa.

Il risultato lo conosciamo: fascicoli che si arenano, consulenze raffazzonate, perizie che non ricostruiscono la filiera delle responsabilità ma si fermano al capocantiere di turno. Troppo spesso la morte di un lavoratore viene trattata come un “fatto locale”, un incidente fra tanti, invece che come un fenomeno sistemico che coinvolge appalti pubblici, grandi imprese, catene logistiche, governance del PNRR.

Una Procura del lavoro significherebbe:

indagini coordinate a livello nazionale; banche dati comuni su imprese recidive, modelli di infortunio, catene di subappalto; nuclei stabili di periti e consulenti in grado di leggere i cantieri, i bilanci, i capitolati.

In altre parole: prendere sul serio le morti sul lavoro come prendiamo sul serio mafia e terrorismo. Perché oggi le statistiche ci dicono che in termini di vittime, il “terrorismo del profitto” uccide molto di più.

Vittime del dovere: una questione di giustizia, non di retorica

Riconoscere tutte le vittime del lavoro come “vittime del dovere” non è solo un gesto simbolico. È una riforma che chiama in causa diritti concreti: pensioni di reversibilità, tutele per coniugi e figli, indennizzi, accesso facilitato ai concorsi pubblici, percorsi di sostegno psicologico ed economico.

È il modo per dire che lo Stato riconosce una verità elementare: chi muore in un cantiere pubblico o in una fabbrica che produce per il mercato interno non stava “facendo un affare personale”, stava contribuendo – nel suo piccolo – alla ricchezza collettiva. Tanto quanto chi indossa una divisa.

Oggi, invece, le famiglie delle vittime si trovano spesso in una doppia condanna: quella della perdita affettiva ed economica, e quella di dover pagare di tasca propria avvocati, periti, spese di causa, mentre dall’altra parte siedono assicurazioni, grandi gruppi, strutture tecniche. La richiesta di patrocinio legale gratuito per i familiari delle vittime del lavoro – sul modello di quanto già previsto per le vittime di violenza sessuale – è il minimo che lo Stato possa fare dopo non essere riuscito a proteggere i suoi cittadini. 

Se chi muore lavorando diventa a pieno titolo “vittima del dovere”, allora lo Stato è costretto a guardare in faccia le proprie omissioni e a farsi carico non solo dell’indennizzo Inail, ma di un percorso di giustizia.

La radice del problema: quando il costo della vita pesa meno del costo del lavoro

Le statistiche Inail raccontano anche un’altra verità scomoda. L’incidenza maggiore degli infortuni mortali cade:

nei settori a più alta intensità di sfruttamento fisico: costruzioni, agricoltura, trasporti e logistica;  nelle regioni dove il tessuto produttivo è più fragile, il lavoro più precario, i controlli più rari; nelle micro e piccole imprese che spesso vivono perennemente sul filo del ribasso, schiacciate dalla concorrenza di grandi gruppi e appalti al massimo ribasso.

In questo quadro, parlare solo di “educazione alla sicurezza” o di “comportamenti imprudenti dei lavoratori” è una colossale ipocrisia. La verità è che in troppe filiere il costo della vita pesa ancora meno del costo del lavoro: un parapetto in meno, un ponteggio montato in fretta, una formazione saltata “perché non c’è tempo”, un DPI non acquistato “perché costa”.

Se guardiamo i numeri freddi, li chiamiamo “infortuni mortali”. Se ascoltiamo i racconti dei compagni di cantiere e dei familiari, vediamo spesso una sequenza ripetuta di allarmi inascoltati, segnalazioni ignorate, “così si è sempre fatto”, “così lavorano tutti”. È questo che rende il termine “operaicidio” così aderente alla realtà: non è l’incidente imprevedibile, è la cronaca di una morte annunciata.

Da emergenza a scelta politica

Riconoscere le vittime del lavoro come vittime del dovere, creare una Procura del lavoro, limitare i subappalti a un solo livello con responsabilità solide del committente, superare la patente a crediti per costruire un vero sistema di sanzioni rapide ed efficaci: tutto questo non è un “pacchetto tecnico”.

È una scelta politica di campo.

O continuiamo a ripetere, ogni volta che un decesso apre un buco nella cronaca, le solite frasi di circostanza – “mai più”, “serve più sicurezza”, “stiamo studiando nuove norme” – mentre le statistiche restano inchiodate su tre o quattro morti al giorno. Oppure decidiamo che la vita di chi lavora non è una variabile indipendente del Pil, ma il parametro fondamentale con cui giudicare la salute di una democrazia.

Chiamare “vittime del dovere” gli operai che muoiono in cantiere significa, in fondo, una cosa molto semplice: dire che la Repubblica si regge sul loro lavoro almeno quanto sulle uniformi che aprono le parate del 2 giugno. E che ogni volta che uno di loro cade da un ponteggio, non è solo un caso di cronaca: è una sconfitta dello Stato.

Fino a quando non avremo il coraggio di dirlo apertamente, continueremo a contare i morti, a discutere di percentuali e a consolarci con i decimali. Ma un Paese che accetta un “operaicidio” permanente non è un Paese normale: è una democrazia che ha deciso, giorno dopo giorno, che la vita di chi lavora vale meno del profitto di chi appalta.

La guerra immaginaria: il piano tedesco contro la Russia e l’economia di guerra europea

Quando ho letto dello “scoop” del Wall Street Journal sul piano di guerra tedesco contro la Russia, ho avuto la sensazione di tornare indietro nel tempo. Non alla Guerra fredda, ma a qualcosa di peggiore: un’Europa che, pur in crisi industriale e sociale profonda, trova nella minaccia esterna il collante per chiedere sacrifici infiniti ai cittadini e profitti infiniti al complesso militare-industriale.

Secondo quanto ricostruito dal WSJ e ripreso da diversi media, Berlino ha messo nero su bianco un maxi-piano di 1.200 pagine, battezzato “Operation Plan Germany” (OPLAN DEU), che descrive nel dettaglio come fino a 800 mila soldati tedeschi, americani e di altri paesi Nato verrebbero proiettati verso est, attraverso porti, fiumi, ferrovie e autostrade tedesche, in caso di attacco russo all’Alleanza. Il documento viene presentato come un ritorno alla “mentalità da Guerra fredda”, con un coinvolgimento “di tutta la società”, cioè con infrastrutture civili integrate strutturalmente nella macchina militare.

Il tutto parte da una premessa: funzionari tedeschi e comandanti Nato sostengono che la Russia potrebbe essere “pronta e disposta” ad attaccare l’Europa tra i due e i cinque anni, e che un eventuale armistizio in Ucraina le consentirebbe di riorganizzarsi per colpire un paese Nato. Quindi, dicono, bisogna prepararsi subito.

Io penso esattamente il contrario: questo tipo di narrazione non serve a “prevenire” una guerra, ma a renderla più probabile e a blindare un gigantesco riarmo che ha molto più a che vedere con i conti dell’industria che con la sicurezza delle persone.

Un colosso territoriale in crisi demografica, non un impero in espansione

Partiamo dalla “minaccia russa” così come viene raccontata. La Russia è il paese più esteso del pianeta, con una popolazione che oggi si aggira attorno ai 144-146 milioni di abitanti, in calo e con un’età mediana alta.

È un gigante territoriale che fatica già a presidiare il proprio spazio, attraversato da problemi demografici, sanitari, infrastrutturali. In più, è un’economia basata sull’export di materie prime – gas, petrolio, minerali – che ha sempre avuto nell’Europa un mercato fondamentale.

La domanda è semplice: perché un paese di questo tipo dovrebbe imbarcarsi nell’avventura folle di occupare parte dell’Europa, cioè un continente che non ha grandi materie prime, ma ha invece un enorme fabbisogno energetico e sociale da finanziare? Che interesse avrebbe Mosca a prendersi in carico nuove infrastrutture da mantenere, nuove popolazioni da governare, nuove resistenze da reprimere, mentre già oggi fatica a reggere una guerra logorante in Ucraina?

C’è una contraddizione logica che nessuno a Bruxelles e a Berlino sembra voler vedere. Da un lato ci ripetono che le sanzioni hanno “messo in ginocchio” la Russia, che il suo bilancio è strangolato e il Pil sotto pressione. Dall’altro ci raccontano che, nonostante tutto questo, Mosca sarebbe in grado tra pochi anni non solo di tener testa alla Nato, ma addirittura di attaccarla frontalmente e reggere una guerra convenzionale su scala continentale. O è stremata o è onnipotente: le due cose insieme non stanno in piedi.

I numeri della spesa militare: chi minaccia chi?

Se guardiamo i dati, la sproporzione è impressionante. Secondo le stime del SIPRI, nel 2024 la Russia ha speso circa 149 miliardi di dollari in spese militari, pari a circa il 7,1 per cento del suo Pil.

Nello stesso periodo, la spesa complessiva dei paesi Nato supera abbondantemente i 1.300 miliardi di euro: solo i membri dell’Alleanza in Europa e Nord America hanno raggiunto circa 1.362 miliardi di euro di spesa nel 2024.

Dentro questo quadro c’è poi l’accelerazione europea: nel 2024 i 27 paesi dell’Unione hanno portato le spese militari a circa 343 miliardi di euro, pari all’1,9 per cento del Pil, con una crescita del 19 per cento in un solo anno.

In altre parole: siamo noi, l’Occidente allargato, a spendere circa dieci volte la Russia in armamenti. Eppure la narrazione dominante è che saremmo sul punto di essere travolti da un impero che non si ferma più.

Io non sto dicendo che la Russia sia un attore “innocuo” o rassicurante, pur nelle sue ragioni. È una potenza nucleare autoritaria, che ha invaso l’Ucraina e che ha interessi geopolitici duri, spesso in aperto conflitto con quelli europei. Ma un conto è riconoscere la realtà delle tensioni, un altro è costruire una minaccia caricaturale per giustificare un cambio strutturale di modello economico e sociale in senso bellico.

La promessa di Putin e il rifiuto europeo

In questo contesto, è passata quasi sotto traccia una dichiarazione che a me sembra politicamente decisiva. In una recente conferenza stampa, Vladimir Putin ha dichiarato di essere pronto a garantire “per iscritto” che la Russia non attaccherà nessun altro paese europeo, definendo come una “menzogna totale” l’idea di un’imminente invasione del continente.

Io non ho nessuna vocazione a fare l’avvocato difensore del Cremlino, e so bene che le parole di un leader politico non bastano a rassicurare il mondo. Ma una cosa è certa: se uno dice “mettiamo una garanzia per iscritto”, l’unica risposta razionale è mettersi seduti a un tavolo e vedere se e come si può tradurre quella promessa in un accordo verificabile, multilaterale, con meccanismi di controllo.

Invece la reazione europea è stata l’ennesimo rilancio del riarmo, come se ogni apertura – vera o presunta – fosse un fastidio da archiviare in fretta perché rischia di disturbare il grande affare della militarizzazione permanente.

ReArm Europe: il riarmo come politica industriale

Qui arriviamo al cuore del problema. Il piano tedesco non è un fulmine a ciel sereno. Si inserisce dentro una strategia europea già tracciata, che ha un nome eloquente: “ReArm Europe”.

La Commissione europea, nel suo Libro bianco sulla difesa “Readiness 2030”, scrive esplicitamente che l’obiettivo è “riarmare l’Europa” e trasformare questo sforzo in una leva di competitività economica. Il piano prevede di mobilitare fino a 800 miliardi di euro di spesa per la difesa nei prossimi anni, questo importo tenderà sicuramente a salire, offrendo agli Stati margini extra rispetto alle regole di bilancio, e affiancando a questo un nuovo strumento di prestito europeo, il programma SAFE, da 150 miliardi di euro, dedicato proprio ad armamenti, difesa missilistica, droni, cyber-security.

Tradotto in termini semplici: si apre una gigantesca linea di credito comune, pubblica, per sostenere il complesso militare-industriale europeo, a partire dai grandi gruppi di Germania, Francia, Italia, Spagna. La Commissione lo dice apertamente: il riarmo dovrebbe creare “nuove fabbriche, nuove linee di produzione e nuovi posti di lavoro in Europa”.

Qui il punto politico diventa chiarissimo. La guerra non è solo una tragedia umana o un rischio di escalation nucleare: è anche un modello economico. Nel momento in cui l’industria europea, e in particolare quella tedesca, fatica a reggere la concorrenza cinese sulle auto elettriche, sulla chimica, sull’acciaio, la produzione di armi e mezzi militari diventa la scorciatoia più comoda per gonfiare il Pil, salvare bilanci aziendali, garantire profitti e dividendi stratosferici nelle mani di pochi, e tenere a galla l‘occupazione.

La crisi dell’auto tedesca e la tentazione dell’economia di guerra

Non è un caso che tutto questo avvenga mentre il motore industriale europeo, l’auto tedesca, è in piena crisi strutturale. I grandi marchi tedeschi stanno scontando ritardi enormi sull’auto elettrica, sotto pressione per i costi dell’energia, colpiti da dazi incrociati e, soprattutto, travolti dalla concorrenza cinese, che domina ormai la produzione globale di veicoli elettrici.

La stessa Germania prevede di portare il proprio bilancio per la difesa da 86 miliardi di euro nel 2025 a 152 miliardi nel 2029, a cui si aggiunge il vecchio fondo speciale da 100 miliardi lanciato ai tempi della “Zeitenwende”.

Non è solo una questione di “sicurezza”, è un vero e proprio cambio di paradigma: una parte significativa dell’economia tedesca viene orientata verso la produzione militare. Le stesse tecnologie, linee produttive, competenze della meccanica e dell’automotive possono essere riconvertite a carri armati, blindati, sistemi d’arma. Il piano logistico per far passare 800 mila soldati attraverso la Germania è il pezzo militare di un disegno che, sul piano industriale e finanziario, è già in corso.

Ecco perché l’ipotesi di una Russia che non attaccherà mai l’Europa non è solo “inconcepibile” per alcuni strateghi: è scomoda. Se si toglie lo spettro dell’invasione, crolla la giustificazione politica per questa nuova economia di guerra. Resterebbero solo gli squilibri sociali, le disuguaglianze, la precarietà, il declino industriale, il fallimento delle politiche energetiche. Meglio allora tenersi un nemico assoluto da agitare a ogni voto, a ogni bilancio, a ogni summit.

Un’Europa che non sa più parlare di pace

La cosa che mi colpisce di più, in tutta questa vicenda, è il rovesciamento semantico. Chi prova a parlare di cessate il fuoco, di negoziato, di garanzie di sicurezza reciproche viene trattato come un ingenuo o un complice del nemico. Chi invece prepara piani per portare 800 mila soldati al fronte, scommette centinaia di miliardi di euro su armi e munizioni, costruisce corridoi militari lungo tutto il continente, viene celebrato come “realista” e “responsabile”.

Ma se siamo davvero seduti su un barile di polvere da sparo nucleare, la scelta razionale non è alzare la fiamma sotto la pentola. È fare di tutto per abbassarla. Una guerra convenzionale su vasta scala tra Nato e Russia, oggi, non sarebbe un nuovo 1940: molto probabilmente innescherebbe una rapida escalation nucleare, prima tattica e poi strategica. E in quel caso, tutte le nostre discussioni su pensioni, Pil, spread, Tavares, Merz, Von der Leyen, diventerebbero un ricordo lontano in un mondo devastato.

Io non ho certezze assolute, perché viviamo davvero in un mondo probabilistico, pieno di variabili incontrollabili. So però una cosa: non sono disposto ad accettare che l’ipotesi di “difendere i nostri valori” includa, come scenario concreto, il rischio di un olocausto nucleare su scala continentale soltanto per proteggere il business di pochi colossi industriali.

Russia, Europa e la grande menzogna utile

Torniamo allora alla domanda iniziale: perché la Russia dovrebbe invadere l’Europa? Io continuo a non vedere una risposta razionale. Posso immaginare conflitti locali, provocazioni ai confini, crisi ibride, ricatti energetici, campagne di influenza. Tutto questo è già in corso e continuerà. Ma un’occupazione di parte dell’Europa occidentale richiederebbe una combinazione di capacità militari, economiche e politiche che Mosca semplicemente non ha.

E soprattutto, non le converrebbe. La Russia ha bisogno di vendere materie prime e difendere le proprie aree d’influenza, non di mantenere città europee distrutte e popoli ostili. È semmai l’Europa che, incapace di affrontare la propria crisi sociale e industriale, ha bisogno di un nemico esistenziale per legittimare un salto di qualità nella militarizzazione.

Lo vediamo chiaramente: il grande riarmo viene presentato come una nuova “politica industriale” europea. I cittadini pagano con tasse, tagli al welfare, inflazione e precarietà. Le industrie degli armamenti incassano contratti pluriennali e garanzie pubbliche. La politica si presenta come “difesa della libertà” mentre in realtà consegna interi settori produttivi a un’economia di guerra permanente.

Che cosa dovremmo pretendere, invece

Se prendiamo sul serio la minaccia di una guerra globale, la risposta non può essere quella di moltiplicare le esercitazioni, i piani segreti, i corridoi per i carri armati. Dovremmo pretendere esattamente il contrario.

Dovremmo pretendere che ogni dichiarazione russa di disponibilità a un patto di non aggressione venga presa sul serio, verificata, messa alla prova diplomatica, incardinata dentro un sistema di garanzie reciproche. Dovremmo avere il coraggio di dire che la sicurezza non si costruisce solo con i bilanci della difesa, ma anche con la riduzione delle tensioni, con il disarmo controllato, con la riforma delle istituzioni internazionali.

Dovremmo riconoscere che la vera urgenza per l’Europa non è preparare l’autostrada perfetta per le colonne Nato, ma affrontare la crisi sociale, ecologica e industriale che sta sgretolando le basi della democrazia: salari bassi, precarietà dilagante, servizi pubblici al collasso, industria in affanno, giovani costretti a emigrare.

In conclusione

Il piano segreto tedesco non mi dice che la Russia sta per attaccare. Mi dice, piuttosto, che un pezzo delle élite europee ha scelto la via dell’economia di guerra come risposta alla propria crisi di modello. E ha bisogno, per legittimarla, di un nemico assoluto, irrazionale, incombente.

Io non credo a questa narrazione. Penso che la Russia non abbia nessun interesse a occupare l’Europa, che l’ipotesi di un attacco su vasta scala sia politicamente irrazionale e militarmente suicida. Penso anche che un continente che investe quasi mille miliardi tra riarmo nazionale, fondi speciali e strumenti europei, mentre taglia sul sociale e precarizza intere generazioni, non stia difendendo la “democrazia”, ma un ordine economico in crisi che non vuole mettersi in discussione.

Per questo guardo con grande sospetto a piani come OPLAN DEU. Non perché neghi i rischi, ma perché vedo chiaramente l’uso strumentale della paura. La vera domanda, oggi, non è se la Russia invaderà l’Europa. La vera domanda è se l’Europa deciderà di smettere di trasformare la guerra in una politica industriale, e tornerà a parlare seriamente di pace, giustizia sociale e riconversione civile delle proprie economie.

Un’Europa senza pace né politica

In questi giorni, mentre a Ginevra, ad Abu Dhabi e a Washington si intrecciano colloqui, bozze di piani di pace, fughe di notizie e telefonate riservate, l’Unione Europea resta lì, a bordo campo, con lo sguardo fisso sul tabellone sbagliato. Gli Stati Uniti trattano con Kiev e con Mosca, la Russia continua a bombardare e a avanzare a piccoli passi, l’Ucraina sanguina. L’Europa, quella reale, non quella dei discorsi sul “progetto dei padri fondatori”, reagisce come sempre: con riflessi pavloviani, frasi fatte e moralismi a vuoto.

Ogni volta che si parla di pace – o almeno di cessate il fuoco – da Bruxelles e dalle capitali più atlantiste parte lo stesso mantra: “non possiamo umiliare l’Ucraina”, “non possiamo premiare l’aggressore”, “la Russia ha già perso la guerra”. Una formula, quest’ultima, che non nasce oggi: è da tempo che alcuni esponenti di punta dell’establishment europeo la ripetono come un dogma, a partire da chi, come Nathalie Tocci, ha teorizzato che Mosca avrebbe “già perso la guerra” e che il problema sarebbe semmai evitare che “la perda l’Ucraina”. 

Il risultato è un distacco crescente tra la retorica e la realtà, tra la guerra raccontata sugli editoriali e quella vissuta nelle trincee e nelle città colpite. E in mezzo, un’Unione che pretende di dare lezioni di “valori europei”, ma che sul piano geopolitico è ormai ridotta – lo dico senza giri di parole – a un cadavere politico collegato ai macchinari della NATO e della finanza globale.

Il dogma dell’“Europa umiliata”

Mi colpisce una cosa: in queste settimane, molti commentatori europei non contestano il merito del piano di pace discusso tra Washington e Kiev. Non si interrogano su quale possa essere una via credibile per salvare vite umane, ricostruire un minimo di stabilità, evitare una guerra infinita alle porte del continente. No: il problema, dicono, è che “l’Europa viene umiliata”, che “non è al tavolo”, che “Trump e Putin decidono sopra le nostre teste”.

Ma per essere umiliati bisogna prima esistere. Politicamente.
Da anni l’Unione ha rinunciato a qualsiasi autonomia strategica: si è consegnata mani e piedi alla logica del fronte unico NATO, ha trasformato le sanzioni in un automatismo, ha bruciato in pochi mesi la propria competitività energetica e industriale, ha militarizzato il linguaggio pubblico trasformando ogni dubbio in “putinismo” e ogni richiesta di negoziato in “tradimento dell’Occidente”.

Abbiamo assistito a una vera e propria catechesi di guerra: “non ci sono alternative alla sconfitta militare della Russia”, “la pace si farà solo dopo la vittoria”, “nessun cedimento, mai”. Intanto, al fronte muoiono soldati ucraini e russi, le città vengono colpite a ripetizione, milioni di persone fuggono, intere generazioni vengono sacrificate. Ma la narrativa resta la stessa: la guerra come condanna metafisica, la pace come premio differito, da concedere solo quando il nemico sarà in ginocchio.

Il piano americano: realismo sporco, non filorussismo

Dentro questo quadro si inserisce il famigerato piano di pace in 28 punti elaborato dall’amministrazione Trump. Un piano che – al netto di modifiche e limature successive – si regge su alcuni pilastri chiari: riconoscere l’impossibilità di riportare l’Ucraina ai confini del 2014, congelare di fatto la questione Crimea e Donbass a favore di Mosca, escludere definitivamente Kiev dalla NATO in cambio di robuste garanzie di sicurezza statunitensi, limitare dimensioni e armamenti dell’esercito ucraino, riaprire canali economici ed energetici tra Russia ed Europa in una cornice controllata da Washington. 

Non è un piano “giusto”, non è un piano “equilibrato”, non è un piano “neutrale”: è un tentativo brutale, spregiudicato, tipicamente americano di trasformare una sconfitta potenziale (per Kiev, per la NATO, per la stessa Washington) in un compromesso gestibile. È, se vogliamo, realpolitik allo stato puro: si riconosce che la Russia non è stata né sconfitta né isolata, che l’Ucraina non può riconquistare tutto, che la guerra sta logorando anche l’Occidente, e si prova a chiudere la partita sul filo del possibile.

Che quel piano sia stato plasmato anche su un documento di origine russa – come hanno rivelato fonti diplomatiche riportate da agenzie internazionali – la dice lunga sul tipo di partita che si sta giocando: Mosca ha messo sul tavolo da tempo i suoi “punti non negoziabili”, e Washington, pur tra mille contraddizioni, ha dovuto prenderli in considerazione. 

Se guardo questo quadro con occhi europei, vedo una cosa molto semplice: non è in corso uno scontro metafisico tra Bene e Male, ma una dura trattativa tra potenze che difendono interessi, zone di influenza, equilibri interni. L’Ucraina, purtroppo, è al tempo stesso vittima, pedina e attore limitato. L’Europa, ancora una volta, è spettatrice pagante.

Il teatro delle trattative: Ginevra, Abu Dhabi, Washington

Le cronache di questi giorni raccontano una sequenza che sembra uscita da un romanzo di politica estera, ma è purtroppo fin troppo reale. A Ginevra, rappresentanti di Stati Uniti, Ucraina e alcuni paesi europei si sono incontrati per discutere la bozza di piano americano: da 28 punti originari si è scesi a 19, con qualche concessione in più alle richieste di Kiev e alle pressioni dell’establishment euro-atlantico. 

La riunione è stata presentata da tutti come “molto produttiva”, ma dietro le dichiarazioni ufficiali le tensioni sono esplose: Washington ha accusato Kiev di aver fatto filtrare in modo strumentale dettagli del piano a una testata americana, per dipingerlo come un “tradimento” e mettere pressione sull’amministrazione Trump. 

Nel frattempo, l’inviato originario per l’Ucraina, il generale Keith Kellogg, viene di fatto messo da parte. Al suo posto, Trump affida il dossier al Segretario all’Esercito Dan Driscoll, figura molto vicina al vicepresidente Vance, che vola prima a Kiev e poi ad Abu Dhabi per incontrare, a margine di altre riunioni, emissari russi e ucraini. 

Mentre la diplomazia viaggia, però, i missili non si fermano: proprio nei giorni delle trattative, Mosca lancia nuovi raid su diverse città ucraine, ricordando a tutti che la guerra non aspetta i tempi dei comunicati stampa. 

Al tempo stesso, negli Stati Uniti si consuma lo scontro interno tra “realisti” e “falchi”: da una parte chi, come Vance e figure vicine al Pentagono più scettiche sulle guerre infinite, spinge per un accordo che consenta a Washington di ridimensionare il fronte ucraino e concentrarsi sulla competizione con la Cina; dall’altra, i neoconservatori, bipartisan, che vedono in ogni concessione alla Russia una catastrofe strategica e un cedimento imperdonabile dell’egemonia americana.

L’Europa, tra sabotaggio e irrilevanza

In questo gioco di forze, che ruolo ha l’Unione Europea? Da una parte, è evidente che alcuni governi, in particolare quelli più allineati alla retorica bellicista – penso ai paesi baltici, alla Polonia, ma anche a settori influenti in Germania e nei paesi nordici – vedono con terrore l’ipotesi di un compromesso che riconosca a Mosca guadagni territoriali e un ruolo nella futura architettura di sicurezza europea.

Questi paesi spingono per una linea durissima: nessuna limitazione significativa alle forze armate ucraine, porte della NATO aperte o comunque socchiuse, zero concessioni territoriali formalmente riconosciute, sanzioni modulabili come interruttori a seconda del comportamento russo, disponibilità a inviare truppe “di supporto” e armamenti sempre più avanzati. È, nei fatti, un “piano di pace” costruito per non funzionare: una piattaforma massimalista che rende impossibile qualsiasi incontro tra le esigenze minime della Russia e quelle massime dell’Occidente.

Dall’altra parte, l’Europa “economica” – quella della manifattura, dell’energia, dell’agroalimentare – ha già pagato e continua a pagare un prezzo altissimo: deindustrializzazione accelerata, dipendenza ancora più forte dal gas liquefatto americano, perdita di mercati tradizionali, aumento strutturale dei costi di produzione. Dietro le grandi parole, la sostanza è chiara: l’Unione, in questi anni, ha sacrificato sull’altare della “guerra per procura” la propria base materiale, rafforzando al tempo stesso la subordinazione strategica a Washington.

Quando si dice che “l’Europa sta sabotando il piano di pace americano”, la frase è vera solo a metà. Sì, una parte dell’élite europea – soprattutto quella politico-militare – sta lavorando per irrigidire il testo, introdurre condizioni inaccettabili, far saltare il tavolo. Ma questo sabotaggio non nasce da una sovranità ritrovata, da un sussulto di autonomia, da una visione alternativa del futuro europeo: nasce dal fanatismo ideologico di chi ha interiorizzato fino in fondo l’idea che il destino dell’Europa sia essere avamposto militare dell’Occidente in una nuova guerra fredda infinita.

Nel frattempo, i governi che avrebbero tutto l’interesse a chiudere il conflitto – perché strangolati da crisi sociale, inflazione, costi energetici – restano in silenzio o si accodano, prigionieri di un discorso pubblico in cui chiunque osi parlare di cessate il fuoco viene immediatamente dipinto come “filorusso”.

L’Ucraina come laboratorio, non come alleato

Se sposto lo sguardo su Kiev, vedo un paese ostaggio di tre forze:
– la Russia, che ha deciso di usare la forza militare per ridisegnare il proprio spazio di influenza e non ha alcuna intenzione di tornare alla situazione precedente il 2022;
– gli Stati Uniti, che hanno trasformato l’Ucraina in un laboratorio di guerra ibrida, armi, sanzioni, propaganda, e ora cercano una via d’uscita che salvi la faccia senza ammettere il fallimento della strategia massimalista “fino alla vittoria”;
– l’Unione Europea, che usa la retorica dell’allargamento e dei “valori” per coprire un ruolo subalterno, mentre finanzia la guerra con miliardi e applaude un governo che anche fonti occidentali definiscono minato da corruzione, repressione del dissenso, messa fuorilegge di partiti, restrizioni alla libertà di stampa.

In mezzo, c’è il popolo ucraino:
– quello che ha creduto sinceramente nella promessa di un’Europa di diritti e benessere;
– quello che parla russo e che si è ritrovato schiacciato tra nazionalismo radicale e occupazione militare;
– quello che vive al fronte, che perde figli e figlie, che vede distrutte le proprie città.

Di questo popolo, l’Unione Europea parla solo in due linguaggi: quello della santificazione (gli “eroi che difendono la nostra libertà”) e quello della gestione securitaria (i profughi da smaltire, da distribuire, da “integrare” o rispedire indietro a seconda delle convenienze). In mezzo, non c’è una riflessione seria su quale possa essere un futuro per l’Ucraina che non sia quella di un paese amputato, militarizzato, economicamente dipendente e politicamente commissariato.

Il paradosso dell’Europa: sempre più bellicista, sempre meno protagonista

Il paradosso è tutto qui: più l’Unione alza la voce, più si schiera per la “guerra fino alla vittoria”, più perde peso reale nei luoghi dove quella guerra si decide. Non scrive i piani, non guida le trattative, non controlla le leve decisive dell’escalation o della de-escalation.

Siamo passati dal sogno – mai pienamente realizzato – di un’Europa “potenza civile”, capace di mediare, di proporre soluzioni politiche, di usare il proprio peso economico e culturale per costruire ponti, a una realtà in cui la politica estera europea è la copia carbone di quella americana, quando non un suo riflesso più estremista.

Nel frattempo, gli stessi che ci spiegano che “la Russia ha già perso” non riescono a spiegare perché, a quasi quattro anni dall’inizio del conflitto su larga scala, il fronte non si sia dissolto, la leadership russa sia ancora saldamente al potere, l’economia russa regga l’urto delle sanzioni meglio del previsto e il resto del mondo – dal Sud globale alla stessa Cina – non si sia allineato alla crociata occidentale.

Di che pace parliamo quando parliamo di pace?

Nel lessico politico europeo è comparsa da tempo una formula curiosa: non basta la pace, serve una “pace giusta”, una “pace dignitosa”. A parole è ineccepibile: nessuno vuole una resa unilaterale, un trattato imposto, un’umiliazione di una delle parti. Ma il modo in cui questa formula viene usata è perverso: diventa il pretesto per non fare mai un passo indietro, per trasformare ogni proposta concreta in “resa”, per dire no a qualsiasi compromesso che non coincida con la cancellazione politica e militare del nemico.

Io penso che una pace “giusta” non esista come categoria astratta; esistono compromessi più o meno accettabili, più o meno duri, più o meno stabili. Una pace “dignitosa” non è quella che salva la faccia dei leader, ma quella che salva il maggior numero possibile di vite e lascia uno spazio, per quanto stretto, a una futura coesistenza.

Oggi in Ucraina la vera alternativa non è tra “pace giusta” e “pace ingiusta”, ma tra guerra infinita e cessazione del massacro. Il resto è storytelling.

Che cosa dovrebbe fare davvero l’Europa

Se davvero volessimo essere all’altezza delle parole che pronunciamo – memoria della guerra, mai più fascismo, centralità dei diritti umani – l’Europa dovrebbe fare tre cose semplici e radicali:
1. Riconoscere che la strategia della vittoria totale è fallita
Che la Russia non è stata né sconfitta né isolata; che l’Ucraina non riconquisterà ogni centimetro; che la prosecuzione della guerra logora l’Europa più di quanto logori Washington; che il resto del mondo guarda con crescente insofferenza a un Occidente che chiede sacrifici agli altri mentre difende i propri interessi.
2. Rivendicare un proprio piano di pace realmente autonomo
Non un “piano UE” pensato per sabotare quello americano o per alzare il prezzo al tavolo, ma una proposta che:
– accetti l’idea di neutralità dell’Ucraina, con garanzie multilaterali reali;
– preveda forme di autonomia e protezione per le popolazioni del Donbass, al di là del controllo formale dei confini;
– rilanci una conferenza di sicurezza europea che includa la Russia, gli Stati Uniti, i paesi del Caucaso e dell’Asia centrale, il Mediterraneo allargato.
3. Smettere di avere paura della propria opinione pubblica
Per anni ci hanno detto che “i cittadini europei vogliono la guerra fino alla vittoria”. La verità è che, alla lunga, la maggioranza delle persone vuole solo che la guerra finisca, che le bollette scendano, che i prezzi smettano di correre, che i figli non debbano morire in trincea per decisioni prese sopra le loro teste.

Un’Europa che avesse il coraggio di dire apertamente ai propri cittadini: “abbiamo sbagliato strategia, ora cerchiamo una via d’uscita”, sarebbe un’Europa politicamente viva, non un cadavere che recita copioni scritti da altri.

Perché scrivo tutto questo

Scrivo in prima persona perché non mi interessa fare il commentatore neutrale. Guardo a questa guerra da cittadino europeo, da uomo di sinistra, da persona che crede ancora che la politica serva a ridurre la sofferenza, non a giustificarla.

Non ho nessuna simpatia per l’idea di un mondo dominato da potenze imperiali che si spartiscono sfere di influenza. Ma proprio per questo non posso accettare l’illusione tossica di un’Europa che si crede “potenza morale” mentre delega a Washington ogni decisione, demonizza il nemico di turno, sacrifica i propri popoli sull’altare di un atlantismo messianico, chiude gli occhi davanti alle proprie responsabilità nell’escalation degli ultimi decenni.

Non so se il piano americano, rivisto e corretto, andrà in porto. Non so quale sarà la forma concreta dell’accordo, se ci sarà. So però una cosa: se e quando la guerra in Ucraina finirà, non sarà grazie all’Europa, ma nonostante l’Europa.

E questo, per chi come me ha creduto a lungo nella possibilità di un’Unione capace di tenere insieme pace, diritti e giustizia sociale, è forse l’umiliazione più grande. Non quella inflitta da Washington o da Mosca, ma quella che ci siamo inflitti da soli, scegliendo di essere spettatori rumorosi invece che protagonisti responsabili.

Oltre il partito del non voto. Per un fronte sociale che rovesci i rapporti di forza

Quando guardo alle ultime tornate elettorali non vedo solo la vittoria di questo o quel blocco politico. Vedo soprattutto un gigantesco vuoto: metà del Paese che non vota più, che non si sente rappresentata, che considera le urne un rito stanco, incapace di cambiare davvero la vita di chi fatica ad arrivare a fine mese. Alle europee 2024, per la prima volta nella storia repubblicana, è andato a votare meno di un elettore su due; l’affluenza si è fermata intorno al 49,7 per cento. 

Non è un dettaglio, è il dato politico centrale: il primo “partito” d’Italia è quello del non voto. E il governo nazionale, come mostrava già l’analisi delle politiche del 2022, rappresenta di fatto una minoranza della popolazione, perché governa con il consenso attivo di poco più di un quinto degli italiani. 

In questo quadro la sinistra si muove tra due trappole. Da un lato, un centrosinistra che quando vince lo fa spesso con coalizioni sfilacciate, costruite più per sommare sigle che per proporre un progetto di trasformazione reale delle condizioni di vita dei ceti popolari impoveriti. Dall’altro, una sinistra più radicale che oscilla tra subalternità e testimonianza: subalterna quando entra in coalizioni in cui non decide nulla, testimoniale quando resta fuori e non riesce a trasformare il radicamento nei conflitti in forza elettorale.

Io credo che la strada per uscire da questo vicolo cieco esista. Ma per imboccarla bisogna fare due mosse nette: smettere di pensare la politica a partire dalle alleanze e ricominciare a pensarla a partire dai bisogni concreti; misurare ogni proposta non sulla base della sua purezza ideologica, ma sulla sua capacità di risolvere problemi reali, in tempi ragionevoli, per persone in carne e ossa.

Il partito del non voto non è un incidente

L’astensionismo non è una nuvola passeggera. È il risultato di decenni in cui il campo politico si è ristretto, il conflitto sociale è stato neutralizzato, e le differenze tra i blocchi di governo si sono giocate sempre più sui toni, sempre meno sulle scelte materiali su lavoro, welfare, privatizzazioni, guerra, ambiente.

Dati alla mano, il “partito del non voto” è ormai stabilmente il primo in Italia. Non si tratta solo di disaffezione generica: si tratta di un giudizio severo sull’inefficacia della politica nel produrre cambiamenti percepibili. 

Eppure nello stesso Paese in cui milioni di persone disertano le urne, migliaia di ragazze e ragazzi continuano a riempire le piazze per il clima, per la giustizia sociale, per la Palestina, contro la guerra e il riarmo. Fridays for Future in questi anni ha convocato scioperi globali in decine di città, legando la crisi climatica alla critica di un modello economico che devasta territori e diritti. 

Le mobilitazioni per Gaza hanno portato in strada centinaia di migliaia di persone, da Roma ad altre città, in un’ondata di solidarietà verso il popolo palestinese che ha sfidato la narrazione ufficiale e la criminalizzazione della protesta. 

Non è vero, dunque, che non c’è energia sociale. È vero che questa energia non trova oggi un veicolo politico credibile, capace di parlare la lingua dei bisogni, di connettere le lotte e di trasformare conflitti sparsi in potere organizzato.

Ripartire dall’inchiesta sui bisogni

Se vogliamo davvero rovesciare il tavolo, non possiamo partire dall’ennesimo appello generico “alla sinistra”, né dall’ossessione per il “campo largo” o “strettissimo”. Dobbiamo partire da una domanda molto più semplice: che cosa non funziona nella vita quotidiana delle persone nei nostri quartieri, nelle nostre città, nelle nostre regioni?

Per questo immagino, città per città, la nascita di Osservatori popolari sui bisogni e sui diritti. Non penso a un ennesimo “coordinamento” di sigle, ma a luoghi in cui si incontrano comitati di quartiere, lavoratori organizzati, associazioni, reti per i diritti, realtà femministe, movimenti per il clima, collettivi studenteschi, sindacati di base, operatori dei servizi.

Il loro primo compito non sarebbe “fare un programma”, ma fare inchiesta sociale:
• raccogliere in modo sistematico segnalazioni, lamentele, proposte dei cittadini, attraverso sportelli di quartiere, numeri telefonici, assemblee di strada;
• incrociare queste informazioni con i dati dell’amministrazione: richieste protocollate, liste d’attesa per servizi sociali, graduatorie per le case popolari, segnalazioni su trasporti, barriere architettoniche, scuole;
• costruire una mappa pubblica dei bisogni non soddisfatti, che dica con chiarezza dove la macchina pubblica si inceppa e chi paga il prezzo di questi inceppi: giovani precari, donne caricate del lavoro di cura, persone disabili, migranti, anziani soli, famiglie sfrattate.

Solo a partire da questa mappa è possibile fare il passo successivo: trasformare il lamento in proposta.

Un programma minimo locale, esigibile

Dall’inchiesta sui bisogni può nascere quello che chiamo un programma minimo di giustizia sociale. “Minimo” non perché timido, ma perché concentrato su poche priorità chiare, misurabili, che parlano direttamente al vissuto delle persone.

Penso a un nucleo di interventi su casa, lavoro, servizi, ambiente, diritti.

Sul diritto alla casa: censimento degli immobili sfitti e dei grandi proprietari, piano comunale per l’housing sociale, regolamentazione degli affitti turistici che espellono residenti dai centri urbani, fondo anti-sfratto alimentato da risorse locali e nazionali.

Sul lavoro e i servizi: stop al massimo ribasso negli appalti, clausole sociali che obblighino le aziende a garantire contratti dignitosi e sicurezza, osservatori sul lavoro povero che coinvolgano i lavoratori stessi, i sindacati e gli enti ispettivi.

Sul clima e l’ambiente: piani di mobilità che partano dalle periferie, non solo dal centro; stop al consumo di suolo e alla speculazione edilizia; interventi di bonifica nelle aree inquinate, con coinvolgimento delle comunità locali nei monitoraggi.

Sui diritti e l’inclusione: sportelli antiviolenza realmente finanziati, sostegno ai caregiver familiari spesso invisibili, politiche sulla disabilità costruite non in chiave assistenzialistica, ma a partire dal diritto all’autonomia, all’accessibilità, al lavoro, alla partecipazione politica.

Su pace e internazionalismo: mozioni e atti concreti contro il riarmo, contro l’uso del territorio come piattaforma militare, per il sostegno alle popolazioni sotto bombardamento e occupazione; trasparenza sui rapporti tra gli enti locali e il complesso militare-industriale; gemellaggi con città che vivono sulla propria pelle guerre e sanzioni.

Un programma del genere non è un libro dei sogni, è la traduzione politica di ciò che l’inchiesta sociale ha fatto emergere. E soprattutto diventa il metro con cui misurare chi dice di voler essere “alleato”.

Prima i contenuti, poi – eventualmente – le alleanze

Se prendo sul serio i bisogni e il programma che ne deriva, la questione delle alleanze si capovolge.

Non parto più dal “mai con” o “sempre con” questo o quel partito. Metto sul tavolo, pubblicamente, il programma minimo e chiedo a tutte le forze politiche che si candidano a governare la città o la regione di dire chiaramente quali punti sono disposte a sottoscrivere, con che tempi, con quali risorse, con quali strumenti di verifica.

Solo a quel punto ha senso discutere di coalizioni. Se una forza maggiore – che sia il Pd o altro – accetta davvero di vincolarsi a misure di rottura, e se esistono strumenti per rendere questo vincolo credibile (patti di mandato, monitoraggio partecipato, obbligo di rendicontazione annuale ai cittadini), allora un’alleanza può avere un senso. Ma non è più una fusione di sigle: è un patto condizionato, revocabile, controllabile.

Se invece i punti fondamentali vengono annacquati, trasformati in slogan generici, rimandati a un futuro indefinito o respinti, allora la scelta di costruire un polo alternativo non è un gesto settario, è una conseguenza logica: non si è disposti a fare, qui e ora, ciò che serve a chi è più fragile.

In questo modo si spezza anche il ricatto morale del “se non stai nel campo largo fai il gioco della destra”. Il messaggio da portare nelle piazze e nelle case può diventare molto chiaro: “Abbiamo chiesto misure concrete su casa, lavoro, servizi, ambiente e diritti. Chi governa ha detto di no. Non siamo noi a dividere, sono loro a non voler cambiare.”

Un fronte sociale e politico, non un altro partitino

Perché tutto questo non si riduca a una bella teoria, serve un soggetto organizzato capace di reggere il conflitto, nel tempo. Non credo che la risposta sia un ennesimo partitino identitario. Penso piuttosto a un fronte sociale e politico di risposta concreta.

Un fronte in cui possano convivere persone iscritte a partiti e persone che non ne vogliono sapere, sindacalisti e attivisti dei movimenti, realtà di base e associazioni più strutturate, a condizione che accettino alcune regole minime:
• nessun ruolo è proprietà privata di una sigla;
• gli incarichi ruotano, hanno un tempo definito;
• le decisioni importanti si prendono in assemblee aperte e poi si traducono in mandati chiari a chi ha compiti di rappresentanza;
• bilanci, finanziamenti, relazioni con le istituzioni sono trasparenti e accessibili.

La radicalità dei contenuti deve andare di pari passo con una democrazia interna reale. Non serve denunciare la casta se poi, nel piccolo, si riproducono gli stessi meccanismi di occupazione permanente delle posizioni, le stesse opacità, gli stessi personalismi.

Il bilancio popolare: rendere conto, non solo denunciare

C’è un altro passaggio decisivo. Se prendo sul serio l’idea che “le proposte o sono efficaci o non servono”, allora devo dotarmi di uno strumento che misuri questa efficacia.

Immagino un rapporto annuale di bilancio popolare, costruito dagli Osservatori e dal fronte sociale:
• elenco dei bisogni raccolti;
• elenco degli atti prodotti a partire da quei bisogni (mozioni, delibere, campagne, mobilitazioni);
• stato di avanzamento: cosa è stato approvato, cosa è stato bloccato, dove, da chi;
• effetti concreti: dove si sono aperti servizi, fermati progetti dannosi, migliorate condizioni di vita.

Un documento così non è solo materiale da addetti ai lavori: è uno strumento politico potente. Perché mostra che qualcuno ha preso in carico problemi reali, li ha trasformati in rivendicazioni, ha provato a farli passare, e può indicare con precisione chi ha remato contro.

È anche un modo per rompere la rassegnazione del “sono tutti uguali”. Quando chi governa sa che ogni anno dovrà confrontarsi con un bilancio pubblicamente discusso, che mette nero su bianco promesse e risultati, il gioco delle tre carte diventa più difficile.

Federarsi dal basso

Se questo percorso si avvia in una città, e poi in un’altra, e poi in una terza, si apre una prospettiva più ampia.

Si possono mettere in rete gli Osservatori, confrontare i programmi minimi, riconoscere che in territori diversi si ripetono gli stessi nodi: casa e speculazione, lavoro povero, smantellamento dei servizi pubblici, devastazione ambientale, sostegno attivo o passivo alle guerre.

Da qui può nascere un manifesto nazionale che non cala dall’alto, non è il prodotto di una trattativa tra gruppi dirigenti, ma la sintesi di centinaia di vertenze e bisogni concreti. Un manifesto che parli la lingua della giustizia sociale e della pace, e che si candidi a essere la base di un nuovo soggetto politico, se le condizioni maturano, o di un fronte stabile in grado di pesare in ogni appuntamento elettorale.

Non si tratta di opporre un’ennesima sigla alla sigla di turno, ma di costruire un “federalismo dal basso” delle esperienze, in cui ogni territorio conserva la sua specificità, ma riconosce una battaglia comune.

Conclusione: cominciare da qui

Uscire dal minoritarismo e dalla subalternità non è questione di trovare lo slogan giusto o il leader carismatico di turno. È questione di cambiare metodo.

Io vedo una strada possibile:
• ricominciare dall’inchiesta sui bisogni, con strumenti seri e condivisi;
• costruire programmi minimi locali che non siano compromessi al ribasso, ma focus su poche priorità esigibili;
• rovesciare la logica delle alleanze: prima i contenuti, poi – se ci sono le condizioni – i patti elettorali;
• dare forma a un fronte sociale e politico capace di durare, con regole chiare e democrazia interna;
• misurare annualmente i risultati, rendendo conto a chi sta fuori dai palazzi, non solo dentro.

Non c’è bisogno di aspettare la prossima grande scadenza nazionale per iniziare. Si può cominciare da una città, da un quartiere, da un’assemblea in cui ci si mette intorno a un tavolo non per litigare sulle sigle, ma per rispondere a una domanda semplice e radicale: da dove ricominciamo, concretamente, a cambiare la vita delle persone?

Il “Neoporcellum” e la paura di perdere: così la destra vuole blindare il potere cambiando le regole del gioco

C’è un filo rosso che lega la sconfitta del centrodestra in Campania e Puglia, le simulazioni YouTrend sui collegi del Sud, le dichiarazioni di Donzelli e Benigni, e l’intervista del costituzionalista Gaetano Azzariti. Quel filo si chiama paura di perdere. E quando chi governa ha paura di perdere, la tentazione è sempre la stessa: cambiare la legge elettorale.

Oggi quel cantiere ha un nome, quasi uno scherzo di cattivo gusto: “Porcellum costituzionalizzato”, ribattezzato da qualcuno “meloncellum”. Un proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione che supera il 40 per cento, abolizione dei collegi uninominali e liste bloccate. Una riedizione del vecchio Porcellum, ma adattata al nuovo Parlamento ridotto nei numeri. 

Dietro il tecnicismo, però, c’è un progetto politico molto concreto: impedire che un campo largo di opposizione – quello che in Campania e Puglia ha vinto con Fico e Decaro – possa, nel 2027, mettere in discussione il dominio parlamentare del blocco guidato da Giorgia Meloni. 

Il punto di partenza: perché la destra ha fretta di cambiare la legge

Secondo le simulazioni elaborate da YouTrend, se alle politiche del 2027 il centrosinistra si presentasse unito – Pd, M5S, Alleanza Verdi-Sinistra, Iv e altre forze – nel Mezzogiorno potrebbe strappare al centrodestra fino a 18 collegi uninominali al Senato.

Oggi la destra dispone di 120 senatori su 200: perdere quei collegi significherebbe mettere seriamente a rischio la maggioranza a Palazzo Madama. 

Tradotto in politica:

se il campo largo regge, il Rosatellum smette di essere un’assicurazione sulla vita per il centrodestra il meccanismo dei collegi uninominali, che nel 2022 ha premiato una destra unita contro un centrosinistra diviso, diventerebbe un boomerang il Sud, dove si è vista la forza della coalizione Fico–Decaro, diventerebbe il terreno su cui la destra potrebbe perdere il controllo del Senato. 

E infatti la reazione arriva immediata: Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia, apre ufficialmente il cantiere per eliminare i collegi uninominali e passare a un proporzionale con premio alla coalizione che arriva al 40 per cento. Stefano Benigni (FI) insiste sulla necessità di “garantire la formazione del governo” nel 2027. 

Il messaggio, al netto delle formule rassicuranti sulla “stabilità”, è molto semplice: se con questa legge rischiamo di perdere, cambiamo la legge.

Azzariti: quando le regole diventano un’arma di parte

Nell’intervista rilasciata a Repubblica, il costituzionalista Gaetano Azzariti mette il dito nella piaga. Da trent’anni – dal 1993 ad oggi – l’Italia è intrappolata in una stagione di riforme elettorali “compulsive”: quattro leggi in poco più di trent’anni, due dichiarate incostituzionali dalla Consulta, l’attuale (Rosatellum) piena di criticità. 

Il punto politico è devastante:

le leggi elettorali non vengono più pensate per garantire rappresentanza e equilibrio tra poteri vengono scritte “su misura” per chi governa, per evitare sconfitte o rendere più difficile la vittoria dell’avversario il risultato è una crisi di rappresentanza che alimenta l’astensionismo: le persone smettono di votare perché percepiscono il voto come inutile, schiacciato dentro un gioco truccato. 

Azzariti è molto chiaro su due punti:

il maggioritario “ha fallito”: l’illusione degli anni Novanta, secondo cui la democrazia dell’investitura avrebbe “restituito lo scettro al principe”, si è rovesciata nel suo contrario oggi servirebbe una riforma che curi la crisi della rappresentanza, non un restyling truccato per garantire sempre e comunque la sopravvivenza della maggioranza di turno. 

E propone un modello diverso:

collegi uninominali per avvicinare eletto e territorio ma riparto proporzionale dei seggi per rispecchiare fedelmente il voto degli elettori un Parlamento che torna ad essere “sede del compromesso”, come ricordava Kelsen, e non una macchina per ratificare decisioni prese altrove. 

È l’esatto contrario della direzione in cui sta andando la destra.

Il “Neoporcellum”: proporzionale con super-premio, senza collegi e con liste bloccate

L’ipotesi oggi in discussione – descritta da agenzie e retroscena parlamentari – è una legge proporzionale con queste caratteristiche essenziali:

abolizione dei collegi uninominali liste plurinominali, con capilista bloccati decisi dai partiti soglia di sbarramento (si parla del 4 per cento) premio di maggioranza alla coalizione che supera il 40 per cento dei voti, con assegnazione almeno del 55 per cento dei seggi; in alcune ipotesi, premio crescente fino al 60 per cento sopra il 45 per cento. 

È una sorta di Porcellum 2.0:

stesso impianto di premio forte alla coalizione vincente stessa logica di compressione della rappresentanza stessa tendenza a trasformare il voto in un plebiscito sul capo, più che in una scelta sui programmi.

Con una differenza cruciale: nel frattempo il Parlamento è stato ridotto a 400 deputati e 200 senatori. Con numeri così compressi, ogni punto percentuale in più o in meno pesa di più in termini di seggi. Distorsioni che prima apparivano “tollerabili” diventano ora esplosive. 

Dove sta il trucco: premio al 40 per cento e liste civetta

Torniamo al meccanismo che avevamo già analizzato:

una coalizione prende il 40–41 per cento dei voti grazie al premio sale al 55 per cento dei seggi il resto dei seggi viene ripartito proporzionalmente tra tutte le liste sopra soglia.

Sulla carta sembrerebbe un compromesso fra governabilità e rappresentanza. In realtà, se il sistema è studiato bene (male per la democrazia, bene per chi governa), diventano decisive le liste “esterne” ma affini: le famose liste civetta.

Immaginiamo:

Coalizione di destra: 41 per cento Campo largo di centrosinistra: 37 per cento Lista “moderata” C: 8 per cento Lista “civica” D: 6 per cento Tutte sopra il 4 per cento.

La coalizione di destra sale al 55 per cento dei seggi. C e D, che non fanno formalmente parte della coalizione, partecipano al riparto del 45 per cento residuo. Ma se in Parlamento si collocano stabilmente nell’orbita della maggioranza, quel 55 per cento diventa di fatto un 60, 62, 65 per cento potenziale.

Qui sta il cuore del disegno:

spacchettare il consenso della destra in più contenitori elettorali occupare sia il blocco del premio sia una quota significativa del proporzionale residuo ridurre le opposizioni vere a una minoranza numerica troppo esigua per incidere.

La somiglianza con la legge Acerbo non è solo retorica: anche allora una soglia apparentemente “ragionevole” e un premio gigantesco consegnarono al fascismo la possibilità di dominare il Parlamento e svuotarlo dall’interno. 

I paletti della Costituzione: dove può intervenire la Consulta

La Corte costituzionale, con le sentenze sul Porcellum (2014) e sull’Italicum (2017), ha fissato alcuni principi chiave:

il premio di maggioranza deve avere una soglia minima adeguata e una misura non eccessivamente distorsiva rispetto alla forza reale la legge non può compromettere in modo irragionevole l’uguaglianza del voto e la rappresentatività delle Camere le liste bloccate non possono essere tali da azzerare la scelta degli elettori sugli eletti. 

Un premio che assegni il 55 per cento dei seggi con il 40 per cento dei voti, in un Parlamento ridotto, è esattamente il tipo di meccanismo che rischia di essere qualificato come “abnorme” e “irragionevole” dalla Consulta, perché produce una compressione eccessiva delle opposizioni. 

Ma c’è un’altra criticità, che Azzariti sottolinea con forza:

una legge elettorale così importante dovrebbe essere almeno in parte condivisa con le opposizioni approvarla in solitaria, a colpi di maggioranza, significa trasformare una regola del gioco in un’arma di parte anche questo, in prospettiva, può pesare nella valutazione di costituzionalità complessiva, perché incide sulla lealtà costituzionale fra maggioranza e opposizione. 

Il vero obiettivo: i due terzi e la revisione costituzionale senza popolo

Tutto diventa ancora più chiaro se lo si collega all’articolo 138 della Costituzione.

La norma è semplice:

le leggi di revisione costituzionale devono essere approvate due volte da ciascuna Camera se nella seconda votazione ottengono solo la maggioranza assoluta, può essere chiesto un referendum confermativo se raggiungono i due terzi dei componenti, il referendum non si tiene. 

Ora, metti insieme:

una legge elettorale che consegna alla coalizione vincente almeno il 55 per cento dei seggi una costellazione di liste civetta, moderate, “di responsabilità”, che in Parlamento votano abitualmente con il governo l’assenza di collegi uninominali, che rende più difficile per le opposizioni costruire radicamento territoriale alternativo.

Arrivare ai due terzi dei seggi non è più un’ipotesi da laboratorio: diventa una possibilità concreta.

Con quei numeri si può:

riscrivere la forma di governo (premierato, poteri del Presidente della Repubblica, rapporti governo–Parlamento) intervenire su pesi e contrappesi, sulla giustizia, sulla struttura stessa delle garanzie costituzionali farlo senza dover passare dal giudizio diretto degli elettori in un referendum confermativo.

La combinazione fra “Neoporcellum” e riforme costituzionali rischia, dunque, di trasformare una maggioranza elettorale relativa in una maggioranza costituente permanente. 

La grande assente: la crisi della rappresentanza e l’astensione

In tutto questo discorso, nota Azzariti, il grande rimosso è l’astensionismo.

milioni di persone non vanno più a votare non perché non abbiano opinioni, ma perché percepiscono la politica come un teatro dove il finale è già scritto ogni nuovo intervento sulla legge elettorale che punta a “blindare” chi governa allarga ancora di più questa distanza. 

Se prendessimo sul serio la crisi della rappresentanza, il discorso sulla riforma sarebbe rovesciato:

meno ossessione per la governabilità ad ogni costo più attenzione al rapporto tra eletto ed elettore, ai territori, alla possibilità per le opposizioni di essere davvero tali un sistema misto che unisca collegi uninominali e proporzionale, come suggerisce lo stesso Azzariti, restituendo centralità al Parlamento come luogo di compromesso. 

Invece, si procede nella direzione opposta:

abolire i collegi che oggi, numeri alla mano, potrebbero permettere al campo largo di far saltare la maggioranza della destra al Senato rafforzare un premio di maggioranza che rischia di essere incostituzionale incastonare tutto dentro una riforma del premierato che tende a verticalizzare il potere.

Conclusione: difendere la democrazia dalle sue scorciatoie

La formula “è la politica, bellezza” viene spesso usata per giustificare tutto: anche l’uso spregiudicato delle regole elettorali. Ma qui non siamo davanti a un normale aggiustamento tecnico.

Siamo davanti a un disegno che, combinando:

proporzionale con super-premio alla coalizione che supera il 40 per cento abolizione dei collegi uninominali liste bloccate decise dai vertici di partito possibile uso di liste civetta per erodere lo spazio delle opposizioni

mira a costruire un Parlamento dove chi vince una volta può cambiare le regole del gioco, la forma di governo e pezzi di Costituzione, riducendo al minimo sia il controllo delle minoranze sia quello diretto del corpo elettorale tramite referendum. 

La storia italiana – dalla legge Acerbo alla legge truffa del 1953, fino al Porcellum bocciato dalla Consulta – ci ricorda che ogni scorciatoia sulla rappresentanza si paga cara. Non necessariamente subito, non necessariamente da chi la costruisce, ma quasi sempre dalla democrazia nel suo insieme. 

Per questo “stare molto attenti” non è allarmismo: è il minimo sindacale di igiene democratica.

Il resto lo decideranno gli elettori, se verranno messi nelle condizioni di scegliere davvero, e non solo di ratificare un verdetto già scritto nei codicilli di una nuova legge elettorale cucita su misura per chi oggi ha paura di perdere il potere.

Campania, il giorno dopo: perché questa vittoria pesa molto più di un cambio di presidente

In Campania non è cambiato solo il nome sul portone di Palazzo Santa Lucia. È cambiato il baricentro politico di un intero pezzo d’Italia, e forse si è incrinata per la prima volta la narrazione dell’“invincibilità” del governo in carica.

I numeri parlano chiaro: il candidato del campo progressista, Roberto Fico, vince con un margine di circa venticinque punti sul rappresentante del centrodestra, attestato intorno al 35 per cento, mentre la coalizione che lo sostiene supera abbondantemente la soglia della semplice “tenuta” e il principale partito del centrosinistra torna ad essere il primo in regione. L’affluenza, invece, crolla poco sopra il 44 per cento.

Dentro questa fotografia ci sono due notizie: una buona e una molto preoccupante. La prima è che la destra ha perso lì dove aveva investito di più. La seconda è che quasi un campano su due ha scelto di non partecipare al voto.

Provo a mettere in fila alcune considerazioni, da militante di sinistra che vede nel Mezzogiorno non una periferia assistita, ma il luogo dove può nascere una risposta politica diversa all’ordine neoliberale che ci sta logorando.

La destra alla prova del Sud: quando la propaganda non basta

La sfida campana non è stata una regionale qualsiasi. Palazzo Chigi l’aveva caricata di un valore simbolico enorme: conquistare la “capitale del Sud” significava dimostrare che il blocco di potere costruito attorno alla premier era capace di penetrare anche nel cuore della storica questione meridionale. Per questo si è scelto un viceministro in carica come candidato, per questo ministri e leader nazionali hanno fatto campagna per settimane, sbandierando il cosiddetto “modello Caivano” come vetrina di efficienza, ordine e sicurezza.

La risposta è stata secca: no.

Il Mezzogiorno non è un fondale per conferenze stampa e passerelle mediatiche. È un luogo in cui, se tu firmi a Roma una legge che istituzionalizza l’autonomia differenziata, e pochi giorni prima del voto sottoscrivi pre-intese con Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria per trasferire nuove competenze alle regioni più ricche, è difficile che qualcuno al Sud ti creda quando parli di “unità nazionale” e “pari diritti”.

La contraddizione è lampante: mentre si chiedeva fiducia agli elettori campani, il ministro competente firmava accordi preliminari che mettono le basi per un ulteriore squilibrio su sanità, protezione civile, professioni e previdenza complementare, aprendo una nuova fase verso il federalismo fiscale di fatto.

Insomma, si veniva a chiedere consenso a chi sarà chiamato a pagare il conto di un processo che rischia di cristallizzare il divario Nord-Sud, come riconosciuto da molti osservatori e perfino da rilievi critici arrivati dalle istituzioni europee.

Non è stato un errore di comunicazione, è stato un errore politico. Perché puoi anche raddoppiare i voti rispetto alle scorse regionali, come rivendica il candidato sconfitto, ma se nel frattempo il progetto nazionale che rappresenti viene percepito come ostile ai diritti dei cittadini meridionali, il conto prima o poi lo paghi.

Il campo progressista quando la smette di litigare può vincere

Il secondo elemento politico, per chi guarda da sinistra, è che quando le forze progressiste smettono di farsi la guerra e costruiscono una coalizione larga su basi programmatiche, la destra non è affatto imbattibile.

In Campania il cosiddetto “campo largo” non è stato un semplice cartello elettorale: ha unito forze diverse – sinistra di governo, Movimento che ha governato il Paese, ecologisti, socialisti, pezzi importanti del mondo civico – intorno ad alcune parole chiave: difesa della sanità pubblica, lavoro, lotta alle disuguaglianze e contrasto frontale all’autonomia differenziata.

Questa convergenza non cancellava le differenze, ma indicava una direzione: o si sta dalla parte di chi vuole spezzare il Paese in regioni di serie A e serie B, oppure si difende l’idea di una Repubblica che deve garantire gli stessi diritti fondamentali – a partire da scuola e salute – da Bolzano a Lampedusa. Il resto viene dopo.

Da tempo sostengo che l’unità non è un valore astratto, ma un metodo: ci si unisce se c’è un progetto riconoscibile, non per salvare carriere politiche o seggi. In Campania questo progetto è stato percepito, tanto è vero che il racconto della “accozzaglia” messa insieme solo per fermare la destra non ha attecchito. Chi è andato a votare ha visto una coalizione in cui si parlava di ospedali, trasporti, lavoro giovanile, ambiente, non solo di equilibri di palazzo.

La fine dell’era dei “sindaci sceriffi” e l’apertura di una fase nuova

Questa vittoria segna anche la chiusura di una stagione politica che per anni ha dominato la scena campana: quella dei presidenti-uomini solo al comando, abili comunicatori che trasformavano ogni conferenza stampa in un talk show permanente, costruendo consenso sul carisma personale più che sulla partecipazione democratica.

Roberto Fico eredita un sistema di potere stratificato, fatto di reti di fedeltà, correnti, amministratori locali rimasti per lungo tempo agganciati a un centro politico ben preciso. In campagna elettorale, ciò che ha fatto la differenza non è stata la rottura urlata, ma una promessa di discontinuità nei metodi: toni più bassi, decisioni più collegiali, valorizzazione delle competenze al posto del culto della fedeltà.

Questo punto è decisivo. Se la nuova giunta saprà circondarsi di donne e uomini con competenze reali – in sanità, ambiente, pianificazione territoriale, politiche sociali – e contemporaneamente aprirà varchi alla partecipazione dei territori, allora la “fase nuova” non resterà uno slogan. Altrimenti la regione rischierà di scivolare in una semplice sostituzione di ceti dirigenti, con le stesse dinamiche di prima.

Napoli come motore: l’asse tra città e Regione

Dentro questa storia c’è un altro elemento: il ruolo di Napoli, che negli ultimi anni ha lavorato – pur tra contraddizioni e conflitti – a costruire un quadro politico più largo, unendo forze che per lungo tempo si erano guardate in cagnesco.

Con l’elezione di Roberto Fico si apre la possibilità di un asse virtuoso tra la città e la Regione Campania. Non è un dettaglio tecnico: significa poter concentrare risorse e scelte politiche su alcune priorità concrete.

Per fare solo qualche esempio:

trasporto pubblico e mobilità sostenibile, in una metropoli che vive ogni giorno il caos di collegamenti insufficienti; riqualificazione delle periferie e delle aree interne, spesso tagliate fuori dai grandi flussi di investimento; politiche culturali e turistiche che non riducano Napoli a parco tematico per weekend low cost, ma valorizzino il tessuto sociale, il lavoro, il diritto all’abitare.

Se questo asse funziona, la Campania può diventare un laboratorio di buon governo meridionale, capace di parlare al resto del Paese con la forza dei fatti: ospedali che tornano a funzionare, tempi di attesa che calano, trasporti che migliorano, politiche giovanili che non si limitano a finanziare start-up di facciata.

L’autonomia differenziata come spartiacque politico e morale

Sul fondo di questa partita c’è una linea di frattura netta. L’autonomia differenziata non è solo un tema tecnico, è uno spartiacque politico e morale.

La legge che l’ha resa possibile, votata dal Parlamento nel 2024, è stata esaltata dalla Lega come coronamento di una lunga battaglia e accolta con entusiasmo da alcuni governatori del Nord. Ma fin da subito ha sollevato critiche durissime da parte di molti amministratori meridionali, di giuristi, di economisti, fino ad arrivare a osservazioni critiche da parte delle istituzioni europee per i rischi sulla coesione e sulla tenuta dei conti pubblici.

Nel giro di pochi giorni, alla vigilia del voto, il ministro competente ha sottoscritto quattro pre-intese con Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria, aprendo la strada al trasferimento di nuove funzioni, incluse materie che toccano la sanità e il coordinamento della finanza pubblica in ambito sanitario.

Tradotto: mentre al Sud si fanno i conti con ospedali che chiudono reparti, personale ridotto all’osso e mobilità sanitaria che spinge i cittadini a curarsi altrove, si avvia un percorso che può rafforzare la capacità delle regioni più ricche di trattenere risorse, in un gioco a somma zero sulle spalle dei territori più fragili.

Era inevitabile che questo tema entrasse nel giudizio politico degli elettori campani. E infatti la campagna progressista ha insistito su un concetto semplice: non c’è “modernizzazione” se si spezza l’uguaglianza dei diritti. Non è riformismo, è secessione dei ricchi mascherata.

Per chi, come me, viene da una tradizione di sinistra, questo è un punto non negoziabile. L’unità della Repubblica non è un feticcio patriottico, ma la condizione minima per rendere effettivi gli articoli della Costituzione che parlano di uguaglianza sostanziale, di diritto alla salute, di rimozione degli ostacoli economici e sociali che limitano la libertà e la dignità delle persone.

La grande ombra dell’astensionismo

C’è però un convitato di pietra che non possiamo ignorare: l’astensione.

In Campania ha votato poco più di quattro elettori su dieci, con un calo significativo rispetto alla tornata precedente. Questo dato è in linea con quanto avvenuto anche in Puglia e Veneto ed è talmente alto da trasformare l’astensionismo nel primo “partito” delle regionali.

Vuol dire che mentre noi discutiamo, da una parte, di campo largo e, dall’altra, di egemonia della destra, metà della popolazione ha già deciso che nessuna delle due proposte vale lo sforzo di andare fino al seggio. Non è solo disaffezione: è una sfiducia strutturale verso la politica istituzionale.

Se il nuovo governo regionale vuole essere credibile, dovrà partire da qui. Non bastano le foto di piazza la sera della vittoria, non bastano le conferenze stampa con i leader nazionali. Servono gesti concreti:

trasparenza sull’uso delle risorse; taglio netto con le pratiche clientelari; coinvolgimento reale di comitati, associazioni, territori nelle scelte su sanità, lavoro, ambiente; strumenti di democrazia partecipativa che non siano solo consultazioni online di facciata.

Solo così chi oggi si è sentito estraneo al voto potrà cominciare a pensare che forse vale la pena tornare a contare qualcosa.

Da Campania 2025 a Italia 2027: una possibilità, non una garanzia

Molti si stanno affrettando a leggere il risultato campano come un anticipo delle politiche del 2027. È una tentazione comprensibile, ma rischiosa.

Quello che possiamo dire, senza forzature, è che questa vittoria dimostra tre cose:

La destra non è invincibile, soprattutto quando le sue scelte strutturali – autonomia differenziata, politiche fiscali, smantellamento del welfare – colpiscono direttamente le classi popolari e i territori più fragili. Un’alleanza progressista larga, costruita su contenuti chiari e non su accordi di palazzo, può essere maggioritaria, soprattutto dove la questione sociale e territoriale è più acuta. Senza una risposta seria all’astensionismo, qualunque vittoria rischia di restare sospesa, poggiata su basi troppo strette.

Da qui al 2027 la strada è stretta ma esiste. Passa per alcune scelte nette:

difesa radicale dei diritti sociali, a partire da sanità, scuola, casa, lavoro stabile e non precario; no allo smantellamento della sanità pubblica e stop alla colonizzazione dei servizi essenziali da parte del privato convenzionato, che oggi lucra su liste d’attesa costruite dall’inefficienza programmata; stop ai condoni che premiano l’illegalità edilizia e a ogni forma di voto di scambio mascherato da “pace fiscale” o “sanatoria salvacase”; riconversione ecologica che non sia solo retorica, ma piani industriali, trasporti pubblici e riqualificazione energetica che creano lavoro buono e riducono disuguaglianze; riforma fiscale che redistribuisca ricchezza invece di proteggere rendite e superprofitti.

E, dentro questo programma, un punto dirimente per il Sud e per l’intero Paese: riportare l’acqua e i beni comuni fuori dalla logica del profitto e della finanziarizzazione.

Acqua bene comune, davvero: oltre il referendum tradito

Nel 2011 oltre 26 milioni di cittadine e cittadini hanno partecipato a uno dei pochi momenti di democrazia diretta riusciti nella storia repubblicana recente: i referendum sull’acqua e sui servizi pubblici locali. Su tutti i quesiti venne raggiunto il quorum, con una partecipazione superiore al 54 per cento, e i “Sì” per mantenere il servizio idrico fuori dalle logiche di mercato superarono il 95 per cento.

Quel voto diceva una cosa semplicissima: l’acqua non è una merce, è un diritto fondamentale. Non può essere trattata come un prodotto su cui garantire una remunerazione certa al capitale investito, non può essere schiacciata dentro le stesse regole con cui si gestisce una multiutility quotata in Borsa.

Eppure, negli anni successivi, quel mandato popolare è stato in larga parte tradito. Una fitta produzione normativa, interpretazioni “creative” delle autorità di regolazione e scelte locali hanno mantenuto, e in alcuni casi rafforzato, modelli fondati su società per azioni – spesso a maggioranza pubblica, ma strutturate comunque secondo la logica dell’impresa privata, con tariffe costruite per garantire dividendi e non solo il reinvestimento del surplus.

In parallelo, a livello europeo, la nuova direttiva 2020/2184 sull’acqua potabile e il decreto legislativo italiano che la attua nel 2023 affermano con chiarezza l’obiettivo dell’“accesso universale ed equo all’acqua potabile sicura ed economicamente accessibile per tutti”, richiamando esplicitamente l’iniziativa dei cittadini europei “Right2Water”, che definisce l’acqua “un bene comune, non una merce”.

C’è dunque una contraddizione tra il quadro valoriale che si afferma a parole e la realtà di fatto: l’acqua continua a essere trattata, in molti territori, come un segmento appetibile del business dei servizi locali, in un intreccio spesso opaco tra finanza, grandi multiutility e politica.

La Campania, e Napoli in particolare, hanno rappresentato per anni un laboratorio opposto: durante l’esperienza del sindaco Luigi de Magistris, con la trasformazione dell’ARIN in ABC Napoli – Azienda Speciale Acqua Bene Comune – la città ha sperimentato uno dei pochi tentativi concreti di dare attuazione allo spirito referendario, sottraendo il servizio alla forma societaria per azioni e restituendolo a un ente di diritto pubblico controllato direttamente dalla comunità locale.

Proprio per questo le spinte, negli anni successivi, a trasformare esperienze come ABC in società per azioni, aprendo la strada a logiche di mercato e a possibili ingressi di capitali privati, hanno suscitato allarme e mobilitazioni diffuse: non si tratta di un dettaglio tecnico, ma del rovesciamento di un simbolo politico costruito nel tempo, in coerenza con il mandato del referendum del 2011.

Se la vittoria del campo progressista in Campania vuole essere qualcosa di più di una parentesi felice, deve mettere nero su bianco una scelta di fondo: il servizio idrico integrato deve tornare pienamente nell’ambito di soggetti di diritto pubblico, non in società per azioni travestite da “pubbliche” perché formalmente controllate dagli enti locali. È una differenza enorme.

Le società per azioni, anche a capitale interamente pubblico, nascono dentro il codice civile e dentro le logiche della concorrenza: devono “stare sul mercato”, garantire equilibrio economico-finanziario, spesso distribuire utili. L’azienda speciale o l’ente di diritto pubblico, invece, sono costruiti giuridicamente intorno a un’altra logica: quella del servizio universale, della copertura dei costi e del reinvestimento del surplus nel miglioramento della rete, nella riduzione delle perdite, nella tutela della risorsa e nella lotta alla povertà idrica.

Un programma di governo regionale serio, oggi, deve dire chiaramente:

fuori l’acqua dai giochi di Borsa, dai pacchetti azionari delle multiutility e dalle cartolarizzazioni del debito locale; piani industriali pluriennali per rifare le reti, ridurre le perdite – che in molte aree del Mezzogiorno superano il 40 per cento – e garantire qualità del servizio e tariffe socialmente sostenibili; strutture di gestione di diritto pubblico, con consigli di amministrazione scelti per competenza e non per appartenenza di corrente, e con forme di controllo dal basso che coinvolgano utenti, comitati, lavoratori.

Non è un sogno velleitario: è la traduzione istituzionale di ciò che milioni di persone hanno chiesto nel 2011 e che la stessa normativa europea oggi rende non solo possibile, ma coerente con l’idea dell’acqua come diritto umano fondamentale.

Democrazia, beni comuni e dignità

Soprattutto, passa per un’idea di democrazia che non si limiti a cambiare i volti al vertice, ma metta al centro le persone che oggi non votano, non perché sono pigre, ma perché da anni vedono promesse tradite.

Difendere l’acqua come bene comune, sottrarla alla finanziarizzazione, scegliere aziende di diritto pubblico per gestirla, non è una bandierina identitaria: è un pezzo di questa ricostruzione di fiducia. Significa dire a chi vive in un quartiere popolare, a chi aspetta da mesi una visita specialistica, a chi paga bollette pesantissime per servizi spesso scadenti, che almeno su ciò che è vitale – acqua, salute, ambiente – non si scherza, non si specula, non si fa profitto.

È da qui che passa la possibilità di un nuovo patto tra istituzioni e cittadini, tra Sud e Nord, tra generazioni. Un patto in cui i beni comuni non sono slogan da corteo, ma architravi materiali di una società che ha deciso di rimettere al centro la dignità, e non il margine di profitto.

Da campano, questa vittoria non la leggo come il riscatto di un Sud che chiede elemosina o assistenza. La leggo come un messaggio chiaro: non accettiamo di essere la riserva di manodopera a basso costo di un Paese diviso in regioni forti e regioni di scarto. Non accettiamo la retorica moralista che ci descrive come “palla al piede” mentre le politiche nazionali continuano a drenare risorse, giovani, intelligenze verso Nord o all’estero.

Il Sud non è solo disagio: è anche un’enorme energia sociale, culturale, economica. Napoli e la Campania lo dimostrano ogni giorno, nonostante tutto. Se questa energia trova finalmente un governo regionale capace di ascoltarla e di metterla a sistema, allora sì, questa non sarà stata solo una sconfitta del governo in carica, ma l’inizio di qualcosa di più profondo.

Una stagione in cui, come diceva Pino Daniele, “l’aria s’adda cagna’”. Non per sostituire un padrone con un altro, ma per restituire a milioni di persone la sensazione di avere di nuovo voce, diritti, futuro.

Il voto campano ci dà una possibilità. Sta a noi, tutti, non sprecarla.

In Campania si sta giocando qualcosa che va molto oltre una semplice elezione regionale.

Oggi è domani si vota per scegliere il nuovo presidente e rinnovare il Consiglio regionale, dopo due mandati di Vincenzo De Luca. Il campo progressista ha indicato Roberto Fico come candidato presidente, contro la destra guidata da Edmondo Cirielli.
E io non ho dubbi: questa candidatura merita un appoggio diretto, leale, senza giri di parole. Ma proprio perché la sostengo con convinzione, voglio spiegare fino in fondo perché questa partita è decisiva e perché oggi la Campania rischia di essere trascinata dentro un ricatto elettorale vecchio come il peggiore dei vizi italiani.

Appoggio Fico perché la sua storia e il suo profilo parlano chiaro. Viene da Napoli, cresce politicamente nei meetup, nelle battaglie civiche per i beni comuni, per l’acqua pubblica,  e non ha mai smesso di portarsi addosso quell’impronta da attivista che non confonde il potere con il privilegio. È stato presidente della Commissione di Vigilanza Rai e poi presidente della Camera, e in quei ruoli ha mostrato una cosa rara: il rispetto per le istituzioni senza inchinarsi ai riti del palazzo.
Dentro al Movimento 5 Stelle, Fico è sempre stato riconosciuto come una delle figure più chiaramente orientate a sinistra, legato ai temi sociali, alla difesa dell’acqua pubblica, ai diritti degli ultimi, alla critica delle privatizzazioni selvagge.

Ma non è solo questione di biografia. È questione di direzione politica. La Campania ha bisogno di un cambio di rotta netto: non di una vernice nuova sopra il vecchio motore, ma di un motore diverso. Quando Fico dice che il suo obiettivo è combattere le disuguaglianze e dare voce a chi non ne ha, io lo prendo sul serio perché è coerente con ciò che lui e il M5S hanno rappresentato quando sono stati forza di governo.
Parliamo di politiche concrete che hanno lasciato un segno sociale: il Reddito di cittadinanza come argine alla povertà e riconoscimento di un diritto minimo alla dignità; il decreto Dignità come tentativo di contrastare precarietà e sfruttamento; le norme anticorruzione come freno alla vecchia impunità dei salotti buoni.
Si può discutere i dettagli, gli errori, le correzioni necessarie. Ma una cosa non si può negare: quella stagione ha spostato risorse e attenzione verso chi stava sotto, non verso chi stava sopra. E in una regione dove la povertà si intreccia con marginalità e sfiducia, questa non è retorica: è una bussola indispensabile.

La prima voce di questa bussola, per la Campania, è la sanità pubblica. Qui non serve un maquillage: serve ricostruire il diritto alla cura come spina dorsale sociale. Fico mette al centro la sanità territoriale e di prossimità, la presa in carico dei disabili, la salute mentale.
Io ci leggo una scelta politica precisa: riportare lo Stato vicino alle persone, e non costringerle a peregrinare tra liste d’attesa interminabili o soluzioni private per chi se le può permettere. In Campania la sanità non può essere il terreno di caccia di clientele e baronie locali: deve tornare a essere un servizio universale, trasparente, controllabile dai cittadini.

Seconda voce: lotta ai privilegi dei cacicchi e dei capibastone. La Campania conosce fin troppo bene il prezzo di un potere che si alimenta di fedeltà personali invece che di programmi. Qui la politica è stata spesso una rete di intermediazioni, un feudo travestito da amministrazione. Io vedo nella candidatura di Fico un possibile taglio di quel nodo: non perché basti un uomo solo, ma perché può guidare una stagione diversa, dove la selezione della classe dirigente non dipende dal numero di pacchetti di voti portati a tavola, ma dalla credibilità di un progetto.

E però, proprio perché voglio bene a questo progetto, dico anche una cosa scomoda: la coalizione che sostiene Fico deve stare attenta a non portarsi dietro le vecchie ombre. Gli accordi servono, sì, ma non devono diventare una resa culturale. Quando dentro un’alleanza rientrano pezzi di potere che per anni hanno confuso governo e dominio, il rischio è che la spinta al cambiamento venga annacquata prima ancora di cominciare.
Io non chiedo purezza astratta. Chiedo coerenza pratica: sanità pubblica e non privatizzata, redistribuzione e non favoritismi, trasparenza amministrativa e non stanze chiuse. La Campania non ha bisogno di un altro equilibrio tra notabili. Ha bisogno di un governo virtuoso che rimetta al centro i cittadini normali, quelli che non hanno santi in paradiso.

Ed è qui che entra la questione che oggi rende questa campagna elettorale ancora più rivelatrice: la gigantesca ipocrisia della destra sul condono edilizio. A pochi giorni dal voto, Fratelli d’Italia ha presentato un emendamento alla legge di Bilancio per riaprire i termini del condono del 2003. Formalmente nazionale, ma nei fatti costruito su misura della Campania, rimasta in quel caos normativo di vent’anni fa.
Le opposizioni hanno denunciato la tempistica come una mossa “acchiappa voti”, e Fico l’ha definita per quello che è: un tentativo di trasformare l’urbanistica in moneta elettorale.

Qui la discrasia morale è così evidente che fa quasi male. Per anni la destra ha ripetuto che il Reddito di cittadinanza era “voto di scambio”, “paghetta”, “parassitismo”, come se il vero scandalo fosse sostenere chi non ce la fa. Ma le valutazioni ufficiali hanno mostrato altro: il Reddito ha ridotto il rischio di povertà e di disuguaglianza e ha evitato a circa un milione di persone l’anno di scivolare nella povertà assoluta.
Insomma: quando lo Stato aiuta i poveri, per loro è clientelismo. Quando lo Stato perdona l’illegalità edilizia, per loro è “giustizia”.

Questo è il punto politico e culturale. La povertà, quando viene aiutata, diventa sospetta. Il cemento fuorilegge, quando viene sanato, diventa meritevole. È una legalità selettiva che punisce gli ultimi e coccola la rendita.

E non stiamo parlando di qualche pratica marginale. In Campania l’abusivismo è un sistema pluridecennale: i dati più recenti indicano che nella città metropolitana di Napoli circa il 34 per cento delle nuove costruzioni risulta abusivo, e che la Campania è tra le regioni con la più alta incidenza di edilizia illegale, con percentuali che arrivano intorno alla metà delle nuove costruzioni rispetto a quelle autorizzate.
Dentro questo quadro, riaprire un condono alla vigilia delle urne non è una misura neutra. È un segnale politico che parla a un bacino elettorale enorme. In una regione dove decine di migliaia di pratiche restano pendenti e dove l’aspettativa del “prima o poi arriva un’altra sanatoria” è diventata quasi norma sociale, la promessa del condono può spostare davvero l’ago della bilancia.

Qui non si tratta di “perdonare chi è stato dimenticato dalla burocrazia”. Si tratta di legittimare retroattivamente un modello di sviluppo predatorio. Il condono non è un atto amministrativo qualunque: è un messaggio collettivo. Dice alla società che violare le regole conviene. Dice ai territori fragili che possono essere sacrificati sull’altare del consenso. Dice ai prossimi abusivi: fatelo, che poi vi sistemiamo.

E i territori fragili, in Campania, sono vita quotidiana. Basta ricordare Ischia, Casamicciola, i Campi Flegrei, la Costiera, le aree a rischio idrogeologico dove l’abusivismo non è solo estetica brutta ma moltiplicatore di catastrofi. Ogni nuova casa fuori norma, ogni colata di cemento, ogni sanatoria che cancella il reato, rende più probabili frane, alluvioni, dissesti. Paghiamo tutti: con soldi pubblici, con vite spezzate, con territori che perdono futuro.

E mentre si coccola l’abusivismo, si demonizzano le politiche virtuose. È la stessa destra che ha attaccato il Reddito di cittadinanza, che ha ridicolizzato il decreto Dignità, che ha trattato come spreco il Superbonus 110. Ma il Superbonus non era un regalo al furbo: era una leva di riqualificazione energetica, una spinta a ridurre consumi e bollette, a migliorare sicurezza e qualità delle case, a tagliare emissioni. Le analisi tecniche mostrano risparmi energetici rilevanti e benefici diffusi per famiglie e sistema-paese.
Il paradosso allora è totale: chi rifà cappotto e impianti per consumare meno viene dipinto da approfittatore; chi costruisce dove non si può viene premiato come “dimenticato”.

Messa così, la scelta non è solo tra due candidati. È tra due idee di società.
Da un lato un’idea che prova, con strumenti perfettibili ma necessari, a redistribuire ricchezza e diritti verso il basso, a ridurre la ricattabilità sociale, a investire sulla transizione energetica. Dall’altro un’idea che stabilizza privilegi e rendite, normalizza l’illegalità come costume politico, vende territorio e legalità in cambio di consenso.

Per questo io sostengo Fico e le liste a lui collegate in coalizione, in questa sfida: perché intravedo la possibilità di una Campania più giusta, più sobria, più solidale. Una Campania che non vive di propaganda ma di diritti reali. E perché questa vittoria può essere un segnale nazionale anche per le prossime parlamentari del 2027: dimostrare che battere le destre si può, ma solo se si parla di cose concrete e se si sceglie da che parte stare.

Qui mi permetto una nota personale, perché per me la Campania non è un titolo di giornale. Io in Campania ho vissuto più di cinquant’anni, dal 1968 al 2018. L’ho respirata, amata, sofferta, conosciuta da dentro. Ho anche votato il primo De Luca sindaco a Salerno, quando era un sindaco che aveva davvero cambiato la città in meglio. Poi però l’ho visto trasformarsi: da amministratore virtuoso a gestore del potere, con una cultura di comando sempre più verticale e con alleanze spesso discutibili.
Lo dico senza rancore, ma con lucidità politica: quella parabola è una lezione. La Campania non può permettersi di restare prigioniera del potere per il potere. Deve tornare a essere governata con un’idea di giustizia sociale e di dignità pubblica.

Ecco perché, anche se oggi non voto in Campania perché risiedo in un’altra regione, quella partita mi riguarda lo stesso. È un pezzo della mia storia e un pezzo del futuro che io vorrei per il Sud e per l’Italia.

So bene che fare politica significa parlare con tutti, costruire alleanze, misurarsi con la realtà. Fico lo dice chiaramente e ha ragione. Ma parlare con tutti non significa perdere la bussola. La bussola deve restare quella della redistribuzione, della sanità pubblica, del lavoro dignitoso, della difesa del territorio contro la rendita del cemento.

A chi vota in Campania io dico questo: non fatevi comprare da un condono che è un ricatto travestito da regalo. Non accettate che la povertà venga criminalizzata mentre l’illegalità edilizia viene premiata. Fate pesare questa occasione. Scegliete la strada più difficile ma più giusta: quella che rimette al centro gli ultimi e non gli abusivi premiati a urne aperte.

La separazione delle carriere come grimaldello del potere: le tre “confessioni” che svelano il rischio per la democrazia

Non riesco a guardare al referendum sulla separazione delle carriere come a un semplice dibattito tecnico tra giuristi o come a una disputa corporativa interna alla magistratura. Per me è un test di tenuta democratica. Perché attorno a questa riforma non si sta discutendo solo di organigrammi, ma della forma concreta dell’equilibrio tra poteri nello Stato. E paradossalmente proprio chi la promuove sta offrendo le prove più chiare di quanto sia pericolosa.

La riforma costituzionale approvata dal Parlamento nel 2025 introduce tre cambiamenti strutturali: carriere separate e non comunicanti tra giudici e pubblici ministeri; due CSM distinti, uno per i giudici e uno per i PM, con membri in parte estratti a sorte; una nuova Alta Corte disciplinare esterna ai CSM. Non essendo passata con i due terzi, andrà a referendum confermativo senza quorum, con voto previsto entro metà marzo 2026. Non è un dettaglio procedurale: quando un governo decide di riscrivere pezzi della Costituzione e chiede ai cittadini di confermarli, ogni parola detta in campagna pesa come piombo.

Dentro questo scenario, vedo tre fatti emblematici. Tre segnali che sembrano crepe in un argine: rivelano l’obiettivo reale della riforma e, insieme, la sua fragilità politica.

Primo fatto: la promessa di togliere il “fiato sul collo” ai governi
Il ministro Nordio ha detto, in sostanza, che la principale opposizione dovrebbe sostenere la separazione delle carriere perché, quando tornerà a governare, potrà beneficiarne: non avrà più i pubblici ministeri a controllare, a indagare, a disturbare l’azione dell’esecutivo. Io qui non vedo una gaffe. Vedo una dichiarazione d’intenti. Se una riforma viene difesa dicendo che serve a rendere i PM meno capaci di mettere sotto pressione il potere politico, allora non è una riforma per la giustizia: è una riforma per il governo di turno.

Nella Costituzione italiana il pubblico ministero è parte dell’ordine giudiziario proprio per garantire che l’azione penale resti autonoma dalla politica. Separare rigidamente le carriere può anche essere discusso in astratto, ma nel momento in cui la sua giustificazione diventa “così chi governa respira”, il velo di neutralità cade. Non si sta rafforzando il processo accusatorio: si sta indebolendo un contrappeso democratico.

Secondo fatto: la normalizzazione di Gelli e della P2
La seconda esternazione è ancora più grave: Nordio ha dichiarato che anche Licio Gelli diceva cose giuste, e quindi sulla separazione delle carriere si potrebbe perfino seguirne l’impostazione. Qualcuno ha provato a liquidarla come battuta da salotto, il classico “anche un orologio rotto…”. Ma a me interessa il punto politico e storico. La separazione delle carriere era un pilastro del Piano di Rinascita Democratica della P2, un progetto giudicato eversivo, costruito per piegare magistratura e informazione al controllo dell’esecutivo.

E qui va detto con chiarezza ciò che la storia giudiziaria e le sentenze ci hanno consegnato: la P2 non fu solo una loggia “occulta” con un progetto di Stato parallelo. Fu un nodo operativo delle trame che attraversarono la stagione delle stragi. Le indagini e i processi sulla strage del 2 agosto 1980 hanno accertato il ruolo di Gelli e di apparati deviati nel depistaggio e nelle coperture, e nelle motivazioni giudiziarie emerge anche il quadro di relazioni e sostegni finanziari che legavano quel mondo ai circuiti neofascisti responsabili dell’attentato alla stazione di Bologna. Non è un dettaglio di colore: è l’ombra lunga di una rete che ha alimentato, protetto e finanziato quella strategia di morte.

Quando il ministro della Giustizia, nel pieno di un referendum costituzionale, cita con benevolenza quel retroterra, sta compiendo un gesto di legittimazione. E in un Paese che ha conosciuto trame, stragi, apparati infedeli e connivenze, quel gesto non è folklore. È un segnale di direzione. È come se si volesse dire: non vi preoccupate se questa riforma ha una genealogia inquietante, prendiamone il “buono” e andiamo avanti. Ma io non ci sto. Perché quel “buono”, in quel contesto, era parte di un disegno di dominio, non di giustizia.

Terzo fatto: la strumentalizzazione di Falcone e Borsellino da parte della destra
Il terzo elemento non riguarda una frase di Nordio, ma un comportamento politico diffuso nei partiti di destra che sostengono il sì: Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia continuano a evocare Falcone e Borsellino come se fossero testimonial postumi della riforma. È una pratica che trovo sgradevole e pericolosa. Prendere frammenti di pensiero, estrapolarli, piegarli a uno slogan referendario significa usare la memoria come clava.

Falcone e Borsellino non sono bandierine da piantare sulla riforma. Sono un metro severo con cui misurare il rapporto tra giustizia e potere. E quel rapporto oggi torna al centro proprio perché la riforma ridisegna l’architettura della magistratura: due corpi separati, due CSM meno rappresentativi per via del sorteggio, e un’Alta Corte disciplinare esterna che rischia di diventare un giudice speciale mascherato. Se si vuole discutere di questa roba, lo si faccia nel merito. Senza tirare per la giacca i morti.

Il problema reale è minuscolo, l’effetto è gigantesco
C’è poi un dato che rende tutto ancora più chiaro: il passaggio di magistrati da PM a giudice, o viceversa, è numericamente ridotto. Parliamo di poche decine di casi l’anno. Allora perché una riscrittura costituzionale così profonda? Perché rifare le fondamenta della casa se la finestra cigola? A me pare evidente che il punto non sia correggere un difetto marginale, ma cambiare l’equilibrio generale: isolare il PM, renderlo più vulnerabile a un controllo politico diretto o indiretto, spostare l’asse del potere verso l’esecutivo.

Le ragioni del sì e la loro debolezza politica
So bene cosa dicono i sostenitori della separazione. Parlano di terzietà del giudice, di parità delle armi nel processo accusatorio, di fine del correntismo grazie al sorteggio nei CSM. Argomenti che, sulla carta, hanno una loro dignità e andrebbero affrontati seriamente.

Ma oggi il sì campa su una contraddizione fatale. Per vincere deve presentarsi come riforma “liberale”, garanzia per l’imputato, modernizzazione del processo. Però le parole e i riferimenti simbolici del campo governativo la svelano come riforma “di controllo”, utile a chi governa per avere meno inchieste, meno disturbo, meno vigilanza. Questa doppia anima rischia di esplodere nelle urne, perché spaventa non solo l’opposizione, ma anche settori garantisti che non vogliono consegnare ai partiti un pubblico ministero indebolito.

Un referendum sul presente, non sul codice
Ecco perché, a mio avviso, questo referendum non parla di tecnica giudiziaria. Parla di presente. Parla di quanto potere vogliamo lasciare a chi governa senza controlli effettivi. Parla della qualità della nostra democrazia. Se il PM viene separato culturalmente e istituzionalmente dal giudice, e se la narrazione politica che accompagna la riforma è “così i governi non avranno più il fiato sul collo”, allora non siamo davanti a un aggiustamento del sistema. Siamo davanti a un cambio di passo costituzionale che spinge nella direzione di uno Stato più verticale, meno controllabile, più impermeabile alle indagini sui piani alti.

Per questo dico con chiarezza che questa riforma è un grimaldello del potere. E le stesse parole di chi la guida lo dimostrano. Non perché abbiano sbagliato una battuta, ma perché hanno lasciato intravedere il cuore dell’operazione: meno controllo sul potere, più potere sul controllo. In un’Italia che ha già pagato carissimo le sue stagioni di opacità e di Stato parallelo, questo è un rischio che non possiamo permetterci di sottovalutare.

Quando la povertà è un reato e il cemento un merito: il nuovo voto di scambio al tempo dei condoni

In questi giorni, mentre a Belém, in Brasile, alla COP30 si discute di come evitare il collasso climatico, in Italia si torna a parlare di condono edilizio. Da una parte il mondo prova – almeno a parole – a limitare i danni del modello fossile e del consumo di suolo. Dall’altra, un governo che si definisce patriota mette sul piatto l’ennesimo premio all’abusivismo, travestito da “sanatoria”, e lo fa alla vigilia delle elezioni regionali in Campania.

Lo stesso governo che per anni ha insultato il Reddito di cittadinanza definendolo “voto di scambio” e “paghetta per i fannulloni”, oggi usa davvero l’urbanistica come moneta elettorale, ammiccando a chi ha costruito fuori dalle regole. La povertà è stata trattata come un sospetto penale; il cemento fuorilegge, come un bacino elettorale da coccolare.

Dal Reddito “di scambio” al condono di scambio

Sul Reddito di cittadinanza la propaganda è stata implacabile: si è parlato ossessivamente di truffe, di gente sul divano, di “voto di scambio grillino”, come se il vero scandalo fosse aiutare chi non ce la fa. Eppure, le relazioni ufficiali hanno mostrato che il Reddito ha sottratto circa un milione di persone l’anno dalla povertà assoluta, in un paese in cui salari bassi e precarietà non sono un incidente ma un modello sociale.

Nel mirino non è mai stato l’abuso del Reddito – statisticamente minoritario rispetto alla massa dei beneficiari – ma l’idea stessa che chi è povero abbia diritto a una protezione economica, senza doversi vergognare, senza doversi vendere al miglior offerente. Il messaggio politico è stato chiaro: l’aiuto pubblico ai poveri sarebbe “parassitismo”, “clientelismo”, “voto di scambio”.

Oggi lo stesso blocco politico che ha costruito la propria ascesa su questo racconto si presenta con un’altra “offerta”: la riapertura dei termini del condono edilizio del 2003, con un emendamento alla legge di bilancio che, formalmente, vale per tutta Italia ma nasce su misura della Campania, regione che va al voto il 23-24 novembre.

Qui il “voto di scambio” non è una metafora: è un meccanismo politico quasi esplicito. Alla vigilia delle urne, si promette a decine di migliaia di proprietari di immobili abusivi la chance di “mettersi in regola”, dopo vent’anni di inadempienze, pasticci burocratici e convenienza pura. Non si tratta di sostegno a chi non ha nulla, ma di un maxi-sconto a chi ha realizzato un bene patrimoniale violando le regole urbanistiche, paesaggistiche, idrogeologiche.

La povertà, quando viene aiutata, sarebbe “voto di scambio”. Il privilegio, quando viene sanato a posteriori, sarebbe “giustizia sociale”. Una torsione morale perfetta.

Superbonus 110: quando la spesa pubblica è virtuosa (e allora va demonizzata)

Dentro questo quadro stona, come una nota fuori posto, il trattamento riservato al Superbonus 110. Non a un condono, ma a un gigantesco programma di riqualificazione energetica degli edifici: soldi pubblici usati per ridurre consumi, emissioni, bollette, dipendenza dal gas, rilanciare l’edilizia in chiave ecologica.

Per centinaia di migliaia di famiglie il Superbonus ha significato migliaia di euro di risparmio ogni anno in bolletta, case più sicure e meglio isolate, meno dispersioni, meno gas bruciato, meno CO₂ immessa in atmosfera. Non una regalia sulla pietra, ma un’operazione di interesse generale: migliorare il patrimonio edilizio esistente e ridurre la vulnerabilità energetica del paese.

Eppure, il Superbonus è stato agitato quasi esclusivamente come una minaccia ai conti pubblici, una bomba sui bilanci futuri, ridotto alla sola dimensione contabile del “costo” senza considerare le ricadute in termini di occupazione, gettito fiscale, salute e riduzione delle emissioni.

Qui la contraddizione esplode: le misure che redistribuiscono ricchezza verso il basso e abbassano i consumi energetici vengono demonizzate come sprechi; quelle che condonano l’illegalità edilizia vengono rivestite di una retorica pseudo-sociale. Chi ha rifatto cappotto e impianti per consumare meno viene trattato da “approfittatore”; chi ha costruito dove non si poteva viene premiato come “dimenticato dalla burocrazia”.

Campania laboratorio del ricatto elettorale

L’emendamento che riapre il condono del 2003 viene venduto come “riparazione”: migliaia di persone “ingiustamente escluse” dal terzo condono, soprattutto in Campania, per colpa della mancata piena attuazione da parte della Regione di allora. L’idea ufficiale è ridare una chance a chi, pur avendo pagato, è rimasto impigliato nel contenzioso.

Ma la geografia dell’abusivismo racconta un’altra storia. In Italia si contano in media oltre 15 abitazioni abusive ogni 100 regolarmente autorizzate; nel Mezzogiorno la proporzione esplode. In Campania quasi una casa su due è fuori norma, in Calabria, Basilicata e Sicilia le percentuali di edilizia illegale raggiungono livelli da emergenza democratica e ambientale.

Non siamo di fronte a un abusivismo “di necessità” confinato nelle periferie popolari, ma a un sistema pluridecennale che ha coinvolto anche ceti medi e borghesia “perbene”, spesso in zone pregiate: Ischia, la Costiera Amalfitana, i Campi Flegrei, dove ville, case vacanza e strutture turistiche sono spuntate a ridosso di pendii instabili e versanti a rischio.

Le frane e le colate di fango a Casamicciola nel 2022, con morti e sfollati, non sono state una fatalità, ma il conto presentato da decenni di condoni, abusi tollerati, controlli elusi. In Campania, per anni, a fronte di decine di migliaia di ordinanze di demolizione, solo una minima parte è stata eseguita. La certezza implicita era sempre la stessa: prima o poi arriverà un nuovo condono.

Oggi, nella stessa regione, un condono “riaperto” alla vigilia del voto appare non come un atto di giustizia, ma come l’ennesimo segnale di resa dello Stato di fronte alla rendita immobiliare, travestito da attenzione sociale.

Condoni contro il territorio: la guerra al suolo che chiama catastrofi

L’abusivismo edilizio e i condoni non sono un dettaglio tecnico: sono un pezzo centrale della crisi ambientale italiana. Negli ultimi anni l’Italia ha continuato a divorare suolo a ritmi elevatissimi, trasformando campi, argini, aree agricole e spazi naturali in colate di cemento e asfalto.

La fotografia è sempre la stessa: la quasi totalità dei comuni è esposta a frane, alluvioni, erosione, esondazioni. Ogni nuova impermeabilizzazione del suolo aggrava il rischio, ogni condono rafforza l’idea che si possa costruire ovunque e comunque, tanto alla fine qualcuno chiuderà un occhio.

L’elenco degli eventi estremi è ormai un rosario noto: l’alluvione nelle Marche del 2022, la colata di fango a Ischia, l’alluvione in Emilia-Romagna del 2023 con danni miliardari. Ogni volta si parla di “bombe d’acqua”, “eventi eccezionali”, “fatalità”. Molto più raramente si parla di pianificazione tradita, di vallate cementificate, di letti dei fiumi ristretti, di colline sbancate.

Ogni condono, ogni sanatoria allargata, non è solo un gesto amministrativo: è un messaggio politico che legittima il cemento illegale e spinge nuovi abusi. È un “via libera” retroattivo che si imprime nella memoria collettiva: se costruisci fuori norma, prima o poi ti verrà perdonato.

La retorica della “casa per tutti” contro il diritto alla casa

I condoni vengono regolarmente giustificati con l’argomento più delicato: “dare una casa a chi non ce l’ha”. È la formula perfetta per mescolare nella stessa categoria la famiglia che ha chiuso un balcone senza permesso e la speculazione che ha costruito villette, bed and breakfast e palazzi interi in aree a vincolo o in zone a rischio idrogeologico.

La verità è che il diritto alla casa non passa per il perdono generalizzato dell’abusivismo. Passerebbe, semmai, da un grande piano nazionale per l’edilizia pubblica e sociale, che manca da decenni: gli ultimi piani organici risalgono alle stagioni INA-Casa e Gescal, nel dopoguerra e fino ai primi anni Novanta.

Da allora, i governi che oggi promettono condoni hanno lasciato marcire l’edilizia sovvenzionata, preferendo ristrutturazioni “di pregio”, studentati per chi se li può permettere, housing “sociale” a prezzi di mercato e regali patrimoniali a chi una casa (o più di una) già ce l’ha.

Mentre il Reddito di cittadinanza è stato presentato come un “disincentivo al lavoro”, nessuno parla del gigantesco disincentivo alla legalità che rappresenta un condono ciclico. Il primo premia la sopravvivenza dei più fragili; il secondo incoraggia la rendita di chi ha scommesso sull’illegalità. E mentre il Superbonus viene dipinto come spreco, si dimentica che ha permesso a moltissime famiglie di ridurre le spese energetiche e di vivere in case più efficienti e sicure.

Due modelli di società: diritti, clima e lavoro contro rendita e cemento

Messa così, la differenza è netta.

Da una parte c’è una misura – il Reddito di cittadinanza – che, con tutti i suoi limiti, ha ridotto la povertà assoluta, ha dato un minimo di respiro a chi non aveva altro reddito, ha reso meno ricattabile una parte del lavoro povero. Accanto a questa, un intervento come il Superbonus 110 ha provato, seppure in modo imperfetto, a usare la spesa pubblica per ridurre consumi e bollette, spingendo la riqualificazione energetica delle abitazioni.

I problemi, in entrambi i casi, stavano nella gestione, nella mancanza di una regia industriale e sociale, nella scelta di spegnere bruscamente gli strumenti invece di correggerli. Non nel fatto che lo Stato abbia garantito un pavimento di dignità materiale e investito sulla qualità energetica del patrimonio edilizio.

Dall’altra parte c’è un condono che parla a chi possiede, non a chi è escluso. Non redistribuisce ricchezza: stabilizza diseguaglianze. Trasforma un abuso in valore patrimoniale riconosciuto, aumenta i prezzi delle case in aree già congestionate, scarica sul territorio e sulla collettività i costi di frane, alluvioni, manutenzione straordinaria.

Nel primo caso lo Stato dice ai cittadini più fragili: “non sei solo, non sei un peso, hai diritto a esistere” e riconosce che il risparmio energetico non è un vezzo ma una necessità collettiva. Nel secondo, dice ai cementificatori: “se hai osato abbastanza, alla fine ti va bene”.

Per questo attaccare, delegittimare, ostracizzare provvedimenti che vanno nella direzione della redistribuzione della ricchezza e del risparmio energetico – dal Reddito di cittadinanza agli ecobonus – non può in alcun modo essere messo sullo stesso piano dei condoni. Da un lato ci sono misure, perfettibili, che cercano di allargare diritti, ridurre consumi, rendere più equo e sostenibile il paese. Dall’altro ci sono provvedimenti che ripuliscono l’illegalità edilizia, trasformando una violazione di legge in patrimonio privato, cioè in una truffa collettiva a danno di tutti noi, del territorio, delle casse pubbliche e delle generazioni future.

Legalità selettiva e democrazia fragile

La forza simbolica di questo passaggio non va sottovalutata. Un governo che ha costruito la propria legittimazione sulla “tolleranza zero” verso i poveri e i migranti, sulla retorica della legalità punitiva, oggi pratica una legalità selettiva: inflessibile con chi chiede un sussidio, comprensiva e creativa con chi ha costruito in nero.

È una giustizia rovesciata: il debole è trattato come potenziale criminale, il forte come partner da “regolarizzare”. Il voto dei poveri fa paura; il voto dei proprietari abusivi viene corteggiato.

In un paese in cui quasi tutti i comuni sono esposti a rischio idrogeologico, in cui frane e alluvioni tornano ciclicamente a distruggere interi territori, il condono non è solo una scelta sbagliata: è un segnale politico di irresponsabilità strutturale. E in un’epoca in cui si accusano di “spreco” gli investimenti per l’efficienza energetica e la redistribuzione, mentre si normalizzano i costi enormi dei disastri prodotti da decenni di abusivismo, la contraddizione diventa insopportabile.

Un’altra agenda: piano casa, giustizia sociale, difesa del territorio

Il punto non è negare che esistano situazioni da sanare, errori amministrativi da correggere, famiglie incastrate da procedure complesse. Il punto è che trasformare questo problema reale in leva elettorale, senza un piano casa pubblico, senza una legge nazionale sul consumo di suolo, senza una strategia di prevenzione del dissesto, significa scegliere la strada più facile e più devastante.

Un’agenda alternativa esiste ed è l’esatto contrario del condono:

• blocco del consumo di suolo e legge nazionale che lo limiti davvero

• grande piano per l’edilizia pubblica e sociale, non housing di lusso travestito da “sociale”

• lotta all’abusivismo con demolizioni mirate, cominciando dalle aree a rischio e dagli immobili di rendita, non dalle baracche dei più poveri

• politiche di sostegno al reddito e al lavoro dignitoso, riconoscendo che la povertà non è un reato ma il fallimento di un sistema economico

• investimento stabile in efficienza energetica ed ecobonus mirati, per fare del risparmio in bolletta e della riduzione delle emissioni un diritto universale, non un privilegio

• tassazione della rendita immobiliare e fondi strutturali per la manutenzione del territorio

In questa prospettiva, il confronto tra Reddito di cittadinanza, Superbonus 110 e condono edilizio non è una disputa tecnica tra addetti ai lavori: è lo specchio di due idee di società.

Da un lato, un paese che prova – faticosamente, con mille limiti – a non lasciare indietro chi è più fragile e a utilizzare la spesa pubblica per ridurre disuguaglianze e impatto climatico.

Dall’altro, un paese che continua a premiare chi ha fatto dell’illegalità edilizia una pratica sistematica, trasformando l’abuso in rendita, scaricando su tutti noi i costi in termini di ambiente, sicurezza e finanza pubblica.

Chiamare “voto di scambio” l’aiuto ai poveri e “sanatoria” il premio agli abusivi è il trucco linguistico che tiene insieme questa ipocrisia. Ma dietro le parole restano i fatti: case abusive salvate, territori feriti, miliardi spesi per riparare disastri annunciati, disuguaglianze consolidate. E, ancora una volta, un pezzo di democrazia barattato in campagna elettorale.