L’ultimatum dei padroni del mondo: quando la pace si misura al barile

C’è un’ora, fissata a Washington, oltre la quale un uomo ha deciso che un altro popolo potrà essere cancellato nel giro di una notte. Non è una frase di un romanzo distopico, non è il delirio di un tiranno confinato in una stanza buia. È la dichiarazione pubblica, ripetuta davanti alle telecamere e rilanciata da tutti i notiziari del pianeta, del presidente degli Stati Uniti d’America. Che un simile linguaggio venga accolto come materiale giornalistico di routine, registrato come cronaca e discusso in termini di tattica negoziale, è già di per sé la misura del punto a cui siamo arrivati. La minaccia di annientamento di una nazione di quasi novanta milioni di abitanti è diventata una leva contrattuale, uno strumento di pressione sui mercati, una battuta da conferenza stampa. E noi, cittadini europei, assistiamo in silenzio, mentre il prezzo della benzina sale e qualcuno, altrove, firma comunicati sulla nostra pelle.

La cronaca di un ricatto travestito da diplomazia
Viene chiamato pomposamente accordo di Islamabad, come se il nome di una capitale fosse sufficiente a conferire dignità a quello che è, nei fatti, un ultimatum mascherato da proposta. Quarantacinque giorni di tregua, presentati come gesto di buona volontà, in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz, dello smantellamento delle scorte di uranio e di una rinegoziazione complessiva che dovrebbe ridurre l’Iran al rango di protettorato energetico. A Teheran è stato chiesto di consegnare le chiavi di casa propria sotto la minaccia di essere polverizzata entro martedì notte. La risposta iraniana, un controproposta in dieci punti che rivendica la fine definitiva delle ostilità, il risarcimento dei danni subiti e la revoca delle sanzioni, è stata liquidata come insufficiente. In qualsiasi linguaggio umano decente, questa si chiama estorsione. Nel linguaggio delle cancellerie occidentali si chiama negoziato.

Il laboratorio israeliano e il veto alla pace
Mentre Washington recita la parte del poliziotto cattivo e del mediatore possibile, Tel Aviv ha già sciolto ogni ambiguità. Netanyahu bombarda i complessi petrolchimici, colpisce South Pars, rivendica l’uccisione di comandanti e vertici dell’intelligence iraniana come trofei da esporre sui social, e nel frattempo telefona a Trump pregandolo di non fermarsi. Il primo ministro di un governo politicamente moribondo, tenuto in piedi dall’estrema destra suprematista e dalla necessità personalissima di evitare il tribunale, ha bisogno della guerra come ossigeno. Ogni giorno di cessate il fuoco è un giorno in più che lo avvicina alla resa dei conti con il proprio elettorato e con la giustizia del suo Paese. È grottesco, ed è atroce, che la sopravvivenza politica di un uomo possa pesare sulle vite di milioni di civili. Ma è esattamente ciò a cui stiamo assistendo, mentre le istituzioni europee tacciono o, peggio, annuiscono con l’aria imbarazzata di chi teme di disturbare l’alleato.

Chi brinda quando il barile sale
Dietro la retorica della sicurezza collettiva e della difesa dell’ordine internazionale, si muovono interessi concretissimi che nessun telegiornale si prende la briga di nominare. Il prezzo del greggio oscilla sopra i centoquattordici dollari al barile, lo Stoxx 600 brucia oltre millecento miliardi di capitalizzazione, e intanto le grandi compagnie energetiche, i fondi speculativi esposti sulle materie prime, il complesso militare-industriale e le banche d’investimento che gestiscono i derivati sul petrolio registrano trimestrali da incorniciare. Quando l’amministratore delegato della più grande banca americana scrive ai propri azionisti per avvertirli di un imminente shock inflazionistico, non lo fa per allarmare l’opinione pubblica: lo fa perché quella stessa banca si sta già posizionando per trarne profitto. La guerra, nel capitalismo finanziario contemporaneo, non è una disfunzione del sistema. È una delle sue modalità operative più redditizie.

L’Europa come vaso di coccio, per scelta
Chi pagherà il conto di questa partita? Non i diplomatici che la giocano, non gli analisti che la commentano, non i generali che la pianificano. Lo pagheranno le famiglie italiane che già oggi faticano ad arrivare a fine mese, gli operai degli stabilimenti energivori che vedranno i loro contratti sospesi, i pensionati a reddito fisso travolti da una nuova ondata inflazionistica, i giovani precari per cui l’ennesima stretta monetaria significherà mutui impossibili e affitti fuori portata. Lo pagherà il Sud del mondo, dove ogni dollaro in più sul barile si traduce in fame aggiuntiva e in crisi del debito sovrano. Lo pagheremo tutti, tranne quelli che hanno scelto questa rotta. E la scelta europea, va detto con chiarezza, è stata quella della subalternità volontaria: nessuna politica energetica comune, nessuna iniziativa diplomatica autonoma, nessun tentativo serio di mediazione, solo comunicati di circostanza e allineamento automatico all’alleato d’oltreoceano. Chiamarla neutralità è una bestemmia. È complicità per omissione.

La fabbrica del consenso e il vocabolario della guerra
Si osservi il lessico con cui i grandi media raccontano queste ore. Teheran respinge, Washington propone. Trump avverte, l’Iran minaccia. L’Occidente negozia, la Repubblica islamica resiste. Ogni parola è un piccolo atto politico, ogni scelta lessicale orienta il giudizio prima ancora che il lettore ne sia consapevole. L’ultimatum di Trump diventa fermezza, i raid israeliani diventano operazioni mirate, i civili uccisi diventano danni collaterali, i dieci punti iraniani diventano rigidità ideologica. È la grammatica della guerra preventiva, già vista e già smascherata ai tempi delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, delle incubatrici del Kuwait, dei dossier fabbricati sul programma nucleare iracheno. Allora come oggi, la macchina della manipolazione lavora a pieno regime, e chiunque provi a ricordarlo viene etichettato come putiniano, come fiancheggiatore, come utile idiota. Il paradosso è che gli idioti utili, allora come oggi, sono proprio quelli che firmano editoriali a favore delle guerre degli altri senza mai pagarne il prezzo.

Le connessioni rimosse: Ucraina, Gaza, Taiwan
Nessuna di queste crisi è isolabile dalle altre. L’attacco all’Iran distoglie risorse dal fronte ucraino e offre a Mosca un respiro inatteso. La distruzione di Gaza, che continua a sfondare ogni soglia di decenza sotto gli occhi di un’Onu paralizzata, è il laboratorio morale in cui si è normalizzato l’indicibile, rendendo accettabile ciò che fino a pochi anni fa sarebbe stato condannato da qualsiasi governo democratico. La postura aggressiva verso la Cina nell’Indo-Pacifico, infine, chiude il cerchio di una strategia globale che non ha più niente di difensivo e tutto di imperiale. I nomi dei teatri cambiano, le bandiere dei nemici si alternano, ma la logica è una sola: il tentativo disperato di una superpotenza in declino relativo di conservare con la forza ciò che non riesce più a garantire con il consenso e con la competizione economica. È il crepuscolo di un impero che preferisce incendiare il mondo piuttosto che accettare di dividerlo con altri.

Le responsabilità italiane di cui nessuno parla
E il nostro governo? Il governo italiano, guidato da una destra che si riempie la bocca di sovranità e interesse nazionale, su questa crisi ha scelto la strada più vile: il silenzio operoso. Basi militari a disposizione, logistica garantita, allineamento automatico sulle posizioni atlantiche, nessuna voce che si levi a chiedere almeno una moratoria, una tregua, un corridoio umanitario. La stessa maggioranza che ha appena subito la bocciatura popolare del referendum costituzionale di marzo, la stessa classe dirigente che predica austerità ai poveri mentre finanzia il riarmo, oggi accompagna senza esitazioni il Paese in un conflitto che non ha deciso, non ha discusso in Parlamento, non ha sottoposto al giudizio dei cittadini. La Costituzione che ripudia la guerra, articolo undici, viene citata solo nelle celebrazioni di routine. Nella pratica quotidiana è carta straccia. E la sinistra istituzionale, quando non balbetta, si limita a distinguo tecnici, come se il problema fosse la procedura e non la sostanza.

Una presa di posizione che non può essere rimandata
Ci sono momenti nella storia in cui la neutralità non è possibile e l’equidistanza è una forma di viltà. Questo è uno di quei momenti. Non si tratta di difendere il regime di Teheran, che ha sulle spalle repressioni interne documentate e pagine oscure. Si tratta di rifiutare con fermezza la logica secondo cui un presidente straniero può minacciare l’annichilimento di un popolo come strumento di trattativa, e di pretendere che le istituzioni che ci rappresentano alzino la voce invece di chinare il capo. Si tratta di ricordare che la pace non è un lusso per anime belle: è la precondizione di qualsiasi giustizia sociale, di qualsiasi transizione ecologica, di qualsiasi futuro per i nostri figli. Ogni barile di petrolio in più che pagheremo nelle prossime settimane è la misura esatta del prezzo che il potere ha deciso di farci pagare per le sue scelte. Ed è arrivato il momento di dire, senza ambiguità, che quel prezzo non lo accettiamo. Che non lo paghiamo in nostro nome. Che la guerra non si combatte con gli ultimatum e non si ferma con il silenzio, ma con la mobilitazione di chi ancora crede che le parole pace, giustizia e dignità abbiano un significato concreto. Per noi, oggi, riappropriarcene è già un atto di resistenza.

Fonti
Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), Yearbook on Armaments, edizioni recenti.

International Energy Agency, Oil Market Report.

United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA), rapporti sulla situazione umanitaria in Medio Oriente.

Amnesty International e Human Rights Watch, rapporti annuali su Iran, Israele e Territori Palestinesi Occupati.

Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 11.

Transnational Institute, studi sul complesso militare-industriale e sulle economie di guerra.

Bloomberg Intelligence, European Equity Strategy Reports.

Centro studi Archivio Disarmo, analisi sulle spese militari italiane.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

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