Morire di lavoro: una strage silenziosa e una vergogna di Stato

Ogni giorno, all’alba, milioni di lavoratori si svegliano, si preparano, e con la dignità silenziosa di chi conosce il valore del sacrificio, si avviano verso i luoghi di lavoro. Lo fanno per vivere, per mantenere le proprie famiglie, per tornare la sera a casa, tra gli affetti, nel tepore di un pasto caldo, in una normalità che dovrebbe essere garantita. Ma troppo spesso, per alcuni, quel ritorno non avviene. Perché si può ancora morire di lavoro in Italia. E non per fatalità, ma per precise responsabilità. Per negligenze, per leggi deboli, per controlli assenti, per una politica che ha deciso, consapevolmente, che il profitto vale più della vita.

Nelle ultime 24 ore, tre operai hanno perso la vita. Tre famiglie spezzate. Tre storie interrotte. E nel silenzio assordante delle istituzioni, la strage continua, giorno dopo giorno, senza che si muova foglia nei palazzi del potere. È il volto più sporco dell’Italia reale, quello che non trova spazio nei salotti televisivi o nei comizi trionfali, ma che grida dalle pagine di cronaca nera, ogni volta che un uomo o una donna muore perché “non c’era sicurezza”.

E mentre si continua a morire tra impalcature precarie, macchinari malfunzionanti, ritmi insostenibili e cantieri senza controlli, il governo si dedica ad altro. Reprime con leggi feroci le feste studentesche e i rave, introduce norme repressive con pene esemplari per ogni forma di dissenso, ma si guarda bene dall’intervenire dove servirebbe davvero: nei luoghi di lavoro. Dove ogni morte dovrebbe pesare come piombo sulla coscienza collettiva.

Serve un cambio di rotta radicale, non l’ennesimo cordoglio istituzionale, non i soliti tweet di circostanza. Serve introdurre subito il reato di omicidio sul lavoro, perché è inaccettabile che anche di fronte a responsabilità chiare, le condanne siano irrisorie, che la vita venga liquidata con qualche mese di reclusione, spesso sospesa. Serve una rete capillare di controlli sul territorio, fatta da ispettori veri, assunti e formati, non da slogan elettorali o finte task force. Serve repressione delle irregolarità, certo, ma anche prevenzione, perché la sicurezza si costruisce prima, non dopo il disastro.

Ma il governo Meloni non vuole vedere, non vuole sapere. E lo dimostra ogni giorno destinando miliardi alle armi, ai carri armati, agli interessi dell’industria bellica, mentre i lavoratori continuano a morire tra l’indifferenza generale. Perché in questa visione del mondo, chi produce ricchezza con le proprie mani vale meno di chi la moltiplica con il capitale.

Chi lavora ha diritto alla vita. Alla tutela piena e concreta. Non può esistere civiltà laddove si muore perché si è costretti ad accettare un subappalto in catena, un contratto capestro, un cantiere senza norme. Ecco perché è sacrosanto sostenere il referendum promosso dalla CGIL, che tra i quesiti propone di cancellare l’attuale norma sui subappalti, uno dei principali canali attraverso cui la sicurezza viene aggirata.

Non dobbiamo rassegnarci alla strage. Ogni morte sul lavoro è una sconfitta dello Stato, della politica, della società. E non possiamo più permettere che tutto questo passi sotto silenzio. Servono leggi giuste, pene certe, investimenti seri. Ma soprattutto, serve un risveglio collettivo. Perché nessuno, mai, dovrebbe uscire di casa per lavorare e non farvi più ritorno.

Italia, salari in caduta libera: tra inflazione, lavoro povero e scelte di governo offensive

Il Paese maglia nera del G20 sui salari reali. Mentre milioni di lavoratori non arrivano alla fine del mese, il governo propone soluzioni che aggravano la precarietà. Servono redistribuzione, orario ridotto, pensioni anticipate, salari dignitosi e sicurezza nei luoghi di lavoro.

Negli ultimi 17 anni, l’Italia ha registrato una drastica contrazione dei salari reali, con una perdita complessiva dell’8,7% rispetto al 2008. A certificarlo è il Rapporto mondiale sui salari dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), che assegna al nostro Paese la maglia nera tra le economie avanzate del G20. Neppure il lieve recupero del 2024, frutto del rinnovo di alcuni contratti collettivi nazionali, è riuscito a compensare il crollo del potere d’acquisto verificatosi nel biennio 2022-2023.

Inflazione e salari: i più poveri pagano il conto

L’inflazione, che ha raggiunto picchi storici negli ultimi due anni, ha falcidiato soprattutto i redditi più bassi. A essere colpiti sono stati in particolare i lavoratori a basso reddito, gli immigrati e le famiglie monoreddito, che destinano la maggior parte dei propri guadagni a beni essenziali come alimentari, affitti e bollette. Per loro, il semplice adeguamento all’indice dei prezzi al consumo (Ipc) non basta: la perdita di potere d’acquisto è molto più grave di quanto indichino le medie statistiche.

Il paradosso italiano: lavorare e restare poveri

Accanto ai disoccupati e agli esclusi dal mercato del lavoro, si sta consolidando una figura sempre più centrale nella crisi sociale italiana: il lavoratore povero. Si tratta di uomini e donne che, pur lavorando a tempo pieno, non riescono a garantire a sé e alla propria famiglia un’esistenza dignitosa. Una condizione che dovrebbe essere l’eccezione e che invece è diventata la regola in settori interi: logistica, ristorazione, commercio, servizi alla persona.

Governo sordo ai dati e ostile alla dignità del lavoro

A fronte di questa crisi strutturale, il governo sembra muoversi in direzione opposta al buon senso. Invece di intervenire per sostenere i salari e introdurre strumenti di protezione per i lavoratori poveri, ha approvato una norma che promuove le pensioni integrative private, da finanziare – udite udite – con il già misero reddito percepito oggi dai lavoratori.

Una scelta che ha il sapore dell’oltraggio: chiedere a chi fatica ad arrivare alla quarta settimana di pensare a versamenti pensionistici aggiuntivi è semplicemente irragionevole. È la conferma di un modello che vuole trasferire il rischio previdenziale dai datori di lavoro ai dipendenti, erodendo il concetto stesso di welfare pubblico.

Proposte concrete: meno ore, più posti, pensioni prima

In un Paese dove la produttività è stagnante da oltre due decenni, dove i salari reali sono calati e il benessere sociale si è ridotto, la sola parola d’ordine possibile è redistribuzione. E questa redistribuzione deve passare per tre grandi scelte politiche:
1. Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario – Lavorare meno per lavorare tutti: è tempo di rompere il tabù delle 40 ore settimanali. Ridurre l’orario di lavoro, senza intaccare la retribuzione, significherebbe non solo creare nuova occupazione, ma anche migliorare la qualità della vita, ridurre lo stress e aumentare la produttività.
2. Abbassare l’età pensionabile – L’età per la pensione in Italia è tra le più alte d’Europa: 67,70 anni. È inaccettabile. Chi ha lavorato una vita ha diritto al riposo e a un reddito decoroso. Ridurre l’età pensionabile a 62 anni – o anche meno per i lavori gravosi – significa liberare posti per i giovani e riconoscere il valore umano del tempo e della salute.
3. Aumento generalizzato dei salari – Il lavoro deve tornare a garantire dignità e sicurezza economica. Serve un aumento strutturale dei salari, sostenuto anche da una detassazione selettiva delle retribuzioni medio-basse, e dall’introduzione di un salario minimo legale legato ai costi reali della vita.

Sindacati: è tempo di tornare a essere conflittuali

Di fronte a queste emergenze, i sindacati devono tornare a fare il loro mestiere: difendere i lavoratori e non accettare compromessi al ribasso. La CGIL ha denunciato con forza la volontà del governo di rinnovare i contratti pubblici stanziando risorse largamente insufficienti, equivalenti a solo un terzo dell’inflazione accumulata. Troppo spesso, però, in passato anche il sindacato ha dovuto fare i conti con pressioni politiche e logiche concertative che hanno svuotato la contrattazione di reale forza contrattuale.

I superprofitti delle aziende e i dividendi milionari distribuiti anche in piena crisi inflazionistica, sono la prova lampante che la ricchezza in Italia esiste: semplicemente non viene redistribuita. È stata sottratta ai lavoratori, ai pensionati, ai precari. È tempo che chi ha accumulato paghi il conto della crisi che gli altri stanno subendo.

Contrattazione e produttività: un’occasione sprecata

Secondo l’ILO, la produttività del lavoro in Italia, dopo essere cresciuta leggermente più dei salari nel biennio 2022-2023, rimane tra le più basse delle economie sviluppate. Dal 1999 al 2024, nei Paesi ad alto reddito la produttività è aumentata in media del 30%, mentre in Italia è diminuita del 3%. Una stagnazione che riflette scarsi investimenti in innovazione, formazione e tecnologia.

Conclusioni: la dignità del lavoro non è negoziabile

Il problema salariale in Italia non è una questione tecnica ma politica. È la fotografia di un Paese che ha smesso di investire nella dignità del lavoro, che penalizza i suoi cittadini più vulnerabili e premia la speculazione. Proporre pensioni integrative private in questo contesto non è solo inadeguato: è offensivo.

Serve una svolta, radicale e urgente. Serve una nuova visione del lavoro fondata sulla dignità, la giustizia e la redistribuzione. E serve, soprattutto, una mobilitazione collettiva che rompa il silenzio e restituisca voce a chi ogni giorno lavora, resiste e pretende di vivere con dignità.

E infine, non può esistere dignità del lavoro senza sicurezza nei luoghi di lavoro. Ogni anno, migliaia di persone muoiono o subiscono gravi lesioni a causa di inadempienze e tagli su prevenzione e formazione. Le morti sul lavoro non sono “incidenti”: sono il prodotto di un sistema che antepone il profitto alla vita. È tempo che la sicurezza diventi una priorità assoluta e non un semplice paragrafo nei contratti.

L’Italia che premia l’ignoranza e punisce il merito: dal fallimento del diritto allo studio allo scandalo della “laurea della domenica”.

In un Paese dove l’istruzione dovrebbe essere la chiave per costruire un futuro dignitoso, il diritto allo studio è diventato una chimera, una promessa tradita. Mentre migliaia di giovani si vedono costretti a rinunciare all’università per mancanza di risorse, lo Stato continua a finanziare enti privati e a nominare figure istituzionali con percorsi universitari opachi, se non del tutto discutibili. La recente vicenda che coinvolge la ministra del Lavoro Marina Calderone, finita al centro dello scandalo per una laurea triennale ottenuta tra esami lampo, sessioni domenicali e conflitti d’interesse familiari, è lo specchio più fedele del sistema malato che regola oggi l’accesso al sapere in Italia.

Il grande bluff del Pnrr: il diritto allo studio solo per chi può pagare

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza aveva promesso 60mila nuovi posti letto per studenti universitari entro il 2026. A oggi, meno di un quinto di questi è stato effettivamente approvato, e solo 2.959 alloggi sono stati costruiti da zero. Gli altri sono il risultato di ristrutturazioni parziali, affidati per lo più a soggetti privati che rispondono a logiche di profitto, non certo a quelle dell’interesse pubblico.

Il dato più scandaloso? A fronte di un costo medio di 90mila euro per posto letto, il Pnrr ne finanzia appena 20mila, costringendo le istituzioni pubbliche a rinunciare per carenza di fondi. E così, il 95% degli alloggi finanziati è nelle mani dei privati, con il rischio concreto che, passati dodici anni, questi posti finiscano nel mercato immobiliare a prezzi di lusso. Un’operazione che non garantisce affatto il diritto allo studio, ma alimenta piuttosto un nuovo business dell’housing studentesco, con lo Stato che gioca il ruolo di bancomat per investitori privati.

Calderone e l’università privata: la laurea della domenica tra favoritismi e conflitti

In questo contesto grottesco, fa ancora più rumore lo scandalo che ha coinvolto la ministra Marina Calderone. Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, la ministra avrebbe conseguito la laurea triennale e quella magistrale presso l’Università privata Link, un ateneo dove suo marito sedeva nel consiglio di amministrazione. Tra le incongruenze evidenziate: esami sostenuti tutti nello stesso giorno, molti dei quali addirittura di domenica, e assenza della certificazione ufficiale del diploma triennale. In un Paese normale, basterebbe questo a imporre un passo indietro.

E invece, la ministra risponde sui social, minimizza, si rifugia dietro il fatto di essere stata “una studentessa lavoratrice fuori corso” e rivendica orgogliosamente la legittimità del suo percorso. Ma le opposizioni non ci stanno: “Mentire sulla propria laurea è un insulto a chi ha studiato una vita intera”, tuona il deputato M5S Agostino Santillo. Ed è difficile dargli torto. Mentre lo Stato abbandona gli studenti fuori sede, taglia borse di studio e riduce i posti letto, finanzia con generosità istituti privati – come quello frequentato dalla ministra – i cui meccanismi di trasparenza sembrano tutto fuorché esemplari.

Meritocrazia a rovescio: chi studia fatica, chi bara governa

L’Italia è diventata il Paese dove chi lavora onestamente per anni, affrontando sacrifici e ostacoli per ottenere un titolo di studio, viene sistematicamente penalizzato. E chi invece ottiene titoli in modo opaco o agevolato, magari grazie a relazioni e ruoli istituzionali, finisce ai vertici del potere. È una meritocrazia rovesciata, dove non conta la preparazione ma l’appartenenza, dove non si premiano la dedizione e la competenza, ma la fedeltà a un sistema corrotto e autoreferenziale.

Il fatto che il ministero del Lavoro – che dovrebbe difendere i diritti dei cittadini più fragili – sia oggi guidato da una figura la cui credibilità accademica è oggetto di fortissimi dubbi, è un’offesa al principio costituzionale di uguaglianza. Soprattutto per i giovani che, senza appoggi né scorciatoie, cercano di costruirsi un futuro con le proprie forze.

Il disegno dietro il disinteresse: ignoranza per governare meglio

Di fronte a tutto questo, non possiamo più parlare solo di inefficienza o cattiva gestione. Siamo di fronte a un progetto culturale lucido e perverso: rendere l’istruzione un bene di lusso, riservato a pochi. Lasciare gli altri – la maggioranza – in una condizione di ignoranza e precarietà, perfetta per una società in cui il consenso si costruisce con la paura, la disinformazione e la dipendenza dai poteri forti.

Un popolo istruito è un popolo libero. E chi governa non vuole cittadini liberi: vuole sudditi obbedienti, formati da un sistema educativo che seleziona per censo, non per merito. Il fallimento del Pnrr, l’abbandono dell’università pubblica, la protezione degli atenei privati e l’ascesa di figure come Calderone sono pezzi dello stesso puzzle. Un puzzle che disegna un’Italia in cui il sapere è per pochi e l’ignoranza per tutti gli altri.

Conclusione: ripartire dalla conoscenza come atto politico

Serve una reazione forte, collettiva, radicale. Bisogna riprendersi l’istruzione, rifinanziare il pubblico, garantire alloggi, borse, accesso libero e di qualità alla cultura. Non è solo una questione di giustizia sociale: è una battaglia per la democrazia. Chi studia, ragiona. Chi ragiona, sceglie. E chi sceglie, non si fa manipolare.

L’Italia non può permettersi un futuro costruito sulla mediocrità e sull’inganno. La vera ripartenza passa da qui: restituire al sapere il posto che merita, e ai giovani il futuro che è stato loro negato.

Dalla trattativa alla repressione: l’eredità inquietante del berlusconismo nel governo Meloni

C’è una continuità silenziosa, ma spietata, tra il passato e il presente. Un filo nero che lega la stagione delle stragi mafiose e la fondazione di Forza Italia con le attuali riforme del governo Meloni. Non è solo un’allusione retorica: è la trasformazione concreta di un’idea di potere che, nel corso degli anni, ha imparato a parlare un linguaggio più raffinato, ma non meno pericoloso. Oggi quel potere non punta più solo a coabitare con l’illegalità. Mira a riscrivere le regole stesse della legalità.

Lo chiamano “riformismo”, ma è revisionismo costituzionale. Lo definiscono “modernizzazione”, ma è repressione.
L’ultimo atto è firmato da Carlo Nordio, ministro della Giustizia, che ha annunciato la volontà del governo di sanzionare disciplinarmente i magistrati che esprimono opinioni critiche verso le riforme dell’esecutivo. Un provvedimento che riprende pari pari una norma voluta dal governo Berlusconi nel 2006 – ministro Castelli – e poi cancellata per incostituzionalità dal governo Prodi. Una norma talmente generica da consentire punizioni a discrezione, colpendo non l’illecito, ma il dissenso.

In altre parole: chi critica, rischia. Chi pensa, paga. Chi parla, tace.

L’obiettivo è evidente: intimidire, controllare, disinnescare qualsiasi voce autonoma all’interno della magistratura. Perché una magistratura autonoma, indipendente, libera di esprimersi, rappresenta un ostacolo per un governo che vuole trasformare la Costituzione in uno strumento di ratifica del potere esecutivo. La stessa Costituzione che il berlusconismo non è mai riuscito ad abbattere del tutto, ma che oggi la destra meloniana sta smantellando pezzo per pezzo.

Dalla separazione delle carriere – mascherata da riforma ma pensata per ridurre il potere inquirente – al premierato forte, fino al progetto di autonomia differenziata, la logica è sempre la stessa: centralizzare il potere, marginalizzare i controlli, personalizzare l’autorità. In questa architettura politica, la magistratura rappresenta un corpo estraneo, perché non è elettiva, non è ricattabile, non è allineata. E per questo dev’essere silenziata, intimidita, isolata.

L’ipocrisia è totale. Carlo Nordio, in passato, ha scritto libri, articoli, partecipato a talk show, preso posizioni pubbliche su ogni tema – da magistrato. Oggi, da ministro, pretende il silenzio. Il mutismo coatto delle toghe. L’autocensura come condizione di decoro. La stessa logica che anni fa portava Berlusconi ad accusare i giudici di “attentato alla democrazia” solo perché osavano indagare su di lui.

Ecco il punto: l’attuale governo non è la negazione del berlusconismo, ma la sua evoluzione autoritaria. La sua versione post-ideologica. Dove le leggi non servono a migliorare la giustizia, ma a punire i giudici. Dove la sicurezza è solo una scusa per colpire i migranti, i poveri, i dissidenti. Dove la libertà d’espressione viene garantita solo a chi applaude.

Pensiamo alle leggi sulla sicurezza: il decreto Cutro, l’accordo con l’Albania, i CPR trasformati in zone franche dei diritti umani. Pensiamo alla riforma del codice penale: pene aumentate per chi occupa una casa, ridotte per chi evade. Pensiamo alla cancellazione del reato di abuso d’ufficio, funzionale a disarmare i magistrati nei confronti della corruzione. E ora pensiamo al prossimo passo: punire chi denuncia, premiare chi obbedisce.

Non è solo giustizia piegata. È costituzione svuotata. È un nuovo patto tra potere e impunità.

Il berlusconismo aveva aperto la porta a questo modello. La Meloni l’ha spalancata. Ma la vernice del legalitarismo si scrosta velocemente, e sotto resta l’involucro marcio del controllo. Di una politica che non tollera opposizione, che criminalizza la critica, che stravolge i princìpi fondativi della nostra Repubblica.

Per questo oggi, più che mai, è necessario alzare la voce. Difendere il diritto di dissentire. Proteggere l’autonomia dei poteri, l’indipendenza della magistratura, la libertà di parola.

Perché se i magistrati non potranno più parlare, se i giornalisti verranno minacciati, se i cittadini verranno schedati o zittiti, non sarà solo la giustizia a tremare.

A tremare sarà la democrazia.

Il volto sporco della memoria: la narrazione tossica di Forza Italia

C’è una linea sottile tra commemorazione e appropriazione indebita. Tra il dovere della memoria e l’abuso strumentale della storia. Forza Italia, il partito nato nel cuore delle stragi del ’92-’93, ha deciso di varcare quella linea con arroganza, utilizzando il volto e le parole di Giovanni Falcone per promuovere la sua riforma della giustizia. Non è solo propaganda: è un tentativo di riscrittura, un’operazione di restyling morale di un’identità politica che ha costruito se stessa anche grazie alla contiguità con ambienti mafiosi.

Mentre a Palermo, durante un convegno sulla giustizia, i dirigenti di Forza Italia proiettano video di Falcone e citano le sue parole sulla separazione delle carriere, nella stessa città ancora si piange il sangue versato da quegli stessi magistrati che tentarono – fino alla fine – di arginare un potere infetto. Il potere che, poco dopo, si sarebbe incarnato in un partito plastico, creato in laboratorio, venduto come novità ma impastato con il peggio del passato.

Falcone, evocato oggi come un padre nobile dai nipoti del garantismo selettivo, aveva ben chiaro cosa fosse la mafia e dove si annidasse il potere mafioso: dentro i salotti, nelle redazioni, nei consigli di amministrazione, nelle segreterie politiche. Non nei tribunali. E se in vita fu osteggiato, isolato, perfino ridicolizzato da una parte della stessa magistratura e da molti politici, dopo la morte è diventato un santino buono per tutte le stagioni. Ma ci sono corpi che non si possono riesumare senza oltraggiarne la dignità.

Per questo suona sinistro che il partito di Silvio Berlusconi, che ha avuto tra le sue fondamenta uomini condannati per concorso esterno in associazione mafiosa, rivendichi oggi il pensiero di Falcone come fosse suo patrimonio ideale. È come se il boia rivendicasse l’umanità del condannato.

Non è solo un’operazione ipocrita. È una strategia comunicativa, un progetto di rebranding politico. Serve a ripulire la storia del partito, a costruire un nuovo mito fondativo dopo la scomparsa del leader. Ma la storia, se la conosci, pesa. E se la racconti tutta, brucia.

Marcello Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia, è stato condannato in via definitiva a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Nelle motivazioni si parla esplicitamente di “mediazione tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi”, in un patto che garantiva protezione in cambio di denaro. Un patto che precede la nascita del partito. Una genealogia, non un incidente.

Vittorio Mangano, assunto ad Arcore come “stalliere”, era in realtà un uomo d’onore del clan palermitano. Berlusconi e Dell’Utri lo hanno difeso fino all’ultimo, definendolo “eroe” per non aver parlato. Altro che “separazione delle carriere”: questo è l’incrocio tra carriera politica e carriera mafiosa.

E allora la domanda è semplice: chi ha il diritto di parlare in nome di Falcone? Chi ne ha condiviso il rischio? Chi ha pagato con l’isolamento, con la vita, con la coerenza? O chi ha usato quel nome per costruire potere, legittimazione e impunità?

La giustizia non è un’arma, e nemmeno una bandiera da sventolare a comando. È un bene comune. Chi ha contribuito, direttamente o indirettamente, a ostacolarla, a deviarla, a svilirla, non può oggi rivestirsi dei suoi martiri per legittimare riforme che sembrano scritte per indebolire ancora di più il controllo democratico sul potere.

Il volto di Giovanni Falcone non può diventare un logo di partito.
La sua voce non può essere usata come jingle elettorale.
La sua storia non può essere riscritta da chi ha scelto di stare dall’altra parte.

Chi non ha avuto vergogna in vita, oggi cerca legittimità nella morte.
Ma la verità, anche quando si tenta di seppellirla, ha il vizio di tornare a galla.

L’impresa del crimine: la nascita di Forza Italia tra affari, patti e stragi

C’è un pezzo di storia italiana che non si può raccontare senza pronunciare la parola “trattativa”. Non quella fra Stato e cittadini, ma tra pezzi deviati dello Stato e vertici di Cosa Nostra, nel biennio più oscuro della nostra Repubblica: 1992-1994. Sono gli anni delle bombe, delle stragi, delle lettere anonime, dei papelli e delle agende sparite. Ma sono anche gli anni in cui nasce Forza Italia. E se oggi il partito azzurro osa impugnare il volto e la voce di Giovanni Falcone come un vessillo di giustizia, occorre ricordare da dove tutto ebbe inizio: dentro un patto scellerato tra il crimine organizzato e il potere economico-finanziario.

Il contesto è noto, ma mai abbastanza ricordato. Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, dopo l’arresto di Totò Riina, i vertici di Cosa Nostra mutano strategia. La stagione della guerra si chiude, si apre quella della rinegoziazione con lo Stato. La “trattativa” tra carabinieri del ROS e mafiosi è oggi un fatto giudiziario assodato, anche se controverso. È in quel vuoto politico – con la Prima Repubblica distrutta da Tangentopoli – che un imprenditore milanese, già vicino a Licio Gelli, decide di “scendere in campo” per salvare se stesso e i suoi affari. Ma anche per offrire alla mafia un nuovo referente.

Non è solo un’ipotesi o una suggestione giornalistica. Le sentenze parlano. I giudici della Corte d’Appello di Palermo nel 2013 scrivono nero su bianco che Marcello Dell’Utri fu il garante dell’accordo tra Cosa Nostra e Berlusconi. Un patto di protezione in cambio di denaro, iniziato negli anni Settanta e proseguito fino agli anni Novanta. Una relazione cementata dalla presenza a Milano di Vittorio Mangano, stalliere assunto ad Arcore come “garanzia” mafiosa, nonostante i suoi precedenti per associazione a delinquere, estorsione e traffico di droga.

Dell’Utri non è un comprimario. È il cofondatore di Forza Italia, l’architetto culturale del partito, l’uomo che importò dalla Sicilia voti, affari e rapporti. È anche l’uomo che Berlusconi ha difeso fino alla fine, anche quando fu condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. Un reato che, ricordiamolo, fotografa la posizione di chi – pur non affiliato – offre un contributo concreto, consapevole e volontario alla mafia. Dell’Utri ha scontato la sua pena, ma il giudizio storico e politico non può limitarsi alla dimensione penale.

Forza Italia nasce dunque nel ventre molle di quella stagione. È il prodotto di un intreccio tra la dissoluzione del vecchio sistema politico, le paure del ceto imprenditoriale, la necessità di riciclare capitali e potere. Il partito, fin dalla sua origine, è uno strumento di controllo, non di partecipazione. È una creatura mediatica e affaristica, non democratica. Un contenitore di fedeltà, non di idee. Il suo successo immediato, nel 1994, si spiega anche con i voti controllati direttamente o indirettamente da strutture mafiose in Sicilia, in Calabria e in Campania.

A questa genealogia si aggiunge una costellazione di nomi e sentenze. Oltre a Dell’Utri, c’è Antonio D’Alì, condannato in via definitiva per i suoi rapporti con Cosa Nostra trapanese. C’è Nicola Cosentino, riconosciuto come referente politico dei Casalesi. C’è Antonio Matacena, legato alla ’ndrangheta, rifugiatosi a Dubai. C’è Denis Verdini, ex alleato strategico di Berlusconi, coinvolto in numerosi processi per bancarotta e corruzione. C’è Cesare Previti, avvocato personale di Berlusconi, condannato per corruzione in atti giudiziari. Tutti nomi che hanno costruito la tela di relazioni di un partito che ha governato l’Italia per oltre vent’anni.

Oggi, nel 2025, dopo la morte di Berlusconi, gli eredi politici tentano una rimozione collettiva. Ma la storia non si cancella con un video o una celebrazione. L’uso del volto di Falcone da parte di chi ha coabitato con gli eredi politici della mafia non è solo un abuso della memoria: è una forma di violenza simbolica. È come se l’assassino tornasse sulla tomba della sua vittima per raccontare al mondo che in fondo erano amici.

Giovanni Falcone non fu mai un giustizialista. Ma fu uomo di Stato. Di uno Stato che la mafia voleva colpire, indebolire, penetrare. Oggi, davanti a questi tentativi di riscrittura della memoria, il minimo che possiamo fare è dire la verità. E ricordare le parole di Paolo Borsellino, quando parlò dei rapporti tra Berlusconi, Dell’Utri e Cosa Nostra: “Non c’è nulla da aggiungere, se non il coraggio di guardare negli occhi la realtà”.

Perché senza memoria, la democrazia si spegne. Ma senza vergogna, diventa farsa.

Benvenuti torturatori! L’Italia dei porti chiusi per i migranti e spalancati per i carnefici libici

C’è un filo nero, nero pece, che lega il caso Almasri a quello di Abdul Ghani al-Kikli, e attraversa Roma come una passerella rossa per chi ha le mani sporche di sangue, ma amici nei palazzi del potere. Un tempo l’Italia era la terra di accoglienza per chi fuggiva da guerre e persecuzioni. Oggi, a quanto pare, accoglie a braccia aperte chi quelle guerre e quelle persecuzioni le produce in serie, con la benedizione silenziosa del governo Meloni.

La storia si ripete, in peggio. Non si è ancora spenta l’eco dello scandalo Almasri – il generale libico, ricercato dalla Corte Penale Internazionale per omicidi e torture, fermato in Italia e poi rispedito in Libia con volo di Stato come fosse un diplomatico in missione umanitaria – che un altro protagonista delle tenebre fa capolino nella Capitale: Abdul Ghani al-Kikli, capo della milizia libica Stability Support Apparatus, sospettato di crimini contro l’umanità e oggetto di denunce da parte del Dipartimento di Stato USA, dell’ONU e dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani.

Non è ricercato, ci dicono. Ha un visto Schengen valido, emesso da Malta – benedetta Malta! – e può girare liberamente in Europa. Un piccolo dettaglio che sarebbe grottesco se non fosse tragico: nessun provvedimento internazionale in corso, ma tonnellate di dossier che lo segnalano come torturatore, aguzzino, gestore di violenze sistematiche. Eppure, eccolo qua, a Roma, a visitare il ministro libico ferito in un attentato e ricoverato allo European Hospital, tra una foto social e un saluto istituzionale.

E lo Stato italiano? Zitto. Muto. Assente.

La Meloni predica “porti chiusi” e pratica “porte aperte”… ai boia

Siamo al capolavoro dell’ipocrisia istituzionale. Giorgia Meloni, paladina della “lotta agli scafisti” e delle “frontiere sigillate” contro l’immigrazione illegale, consente l’ingresso nel nostro territorio a esponenti armati fino ai denti di un potere parallelo e criminale. Non è questione di “realpolitik”: è complicità morale e politica, se non giudiziaria.

Il governo italiano sa benissimo chi è al-Kikli. Sanno tutto delle sue attività, dei suoi uomini, delle carceri libiche gestite come mattatoi. Sanno delle violenze, dei desaparecidos, dei migranti venduti come schiavi, dei ragazzi torturati perché “colpevoli” di aver cercato una vita migliore. Eppure, lo lasciano entrare. Perché? Perché serve. Perché è utile. Perché gli accordi con le “autorità” libiche – che autorità non sono – fanno comodo per bloccare i migranti prima che tocchino le nostre coste.

È il solito patto con il diavolo, ma stavolta firmato con il sangue dei più deboli.

Un Paese rifugio per i carnefici, e galera per i soccorritori

La cosa che brucia di più è la totale assenza di vergogna. Le stesse autorità che ostacolano le ONG, che criminalizzano chi salva vite in mare, che spiano le organizzazioni umanitarie con software militari come Paragon, sono le stesse che si girano dall’altra parte quando nel cuore di Roma sbarcano individui accusati dai rapporti ONU di crimini efferati.

Non si tratta di “errori burocratici” o “mancata cooperazione giudiziaria”: si tratta di una scelta politica precisa, che trasforma l’Italia in una retrovia logistica per aguzzini con passaporto libico e amicizie istituzionali.

Le opposizioni protestano, il governo tace. Come sempre.

Elly Schlein, Angelo Bonelli, Riccardo Magi… tutti a chiedere chiarimenti, interrogazioni parlamentari, commissioni d’inchiesta sugli accordi Italia-Libia. Giusto. Necessario. Ma nel frattempo la premier Meloni non spiccica una parola. Silenzio tombale anche dal ministro Piantedosi e dal Guardasigilli Nordio, che ancora non hanno chiarito nemmeno il caso Almasri.

Due pesi, due misure. Due Mediterranei. Uno, blindato per chi fugge. L’altro, spalancato per chi comanda le celle dove quelle fughe finiscono spezzate da torture e violenze inenarrabili.

Mentre il popolo italiano – assuefatto, ipnotizzato, lobotomizzato da slogan e propaganda – continua a gridare “prima gli italiani!”, i veri padroni del nostro presente entrano ed escono indisturbati, accolti come partner. Nonostante i morti, le fosse comuni, le famiglie scomparse nel nulla.

Non è solo vergognoso. È criminale. E il giorno in cui questa pagina sarà letta nei tribunali della Storia – o, speriamo, in quelli veri – nessuno potrà dire di non aver saputo.

Il futuro non si scava nella terra: verità e illusioni del ritorno al nucleare

Mentre il mondo brucia e il tempo stringe, si riaccende in Italia il dibattito sul ritorno all’energia nucleare. Un ritorno travestito da modernità, mascherato da progresso, che cerca di scrollarsi di dosso l’ingombrante eredità lasciata da due referendum popolari — quello del 1987 e quello del 2011 — che hanno bocciato senza appello il ricorso all’atomo per produrre energia. Ma dietro questa narrazione di rinascita tecnologica si cela una realtà ben diversa: una scelta dispendiosa, lenta, rischiosa e — soprattutto — inutile.

Chi oggi spinge per la “rinuclearizzazione” dell’Italia lo fa inseguendo una chimera alimentata più dagli interessi economici che dalla razionalità energetica. È una corsa senza meta verso una tecnologia che, nei fatti, si dimostra inadeguata a fronteggiare la crisi climatica, inadatta a rispondere ai bisogni energetici del presente e profondamente gravata da interrogativi irrisolti: dove collocare le scorie? Chi pagherà il conto salatissimo della costruzione e dello smantellamento? Quanto tempo occorre per far partire realmente un reattore? Chi davvero ne trarrà beneficio?

La lentezza atomica contro l’urgenza climatica

Siamo nel pieno di una crisi climatica senza precedenti. Ogni frazione di grado in più significa distruzione, povertà, migrazione, guerre. Eppure, chi promuove il ritorno al nucleare sembra dimenticare che i tempi tecnici per costruire una centrale superano abbondantemente i 15-20 anni.

Olkiluoto 3, in Finlandia, è stato completato dopo 18 anni.

Flamanville, in Francia, ha richiesto 17 anni e costi decuplicati.

Hinkley Point C, nel Regno Unito, sarà pronta (forse) nel 2031, 21 anni dopo la decisione iniziale.

Nel frattempo, tra il 2004 e il 2023, la capacità solare mondiale è passata da 7 GW a 1650 GW. Le rinnovabili non solo crescono a ritmi esponenziali, ma producono energia con tempi e costi che il nucleare non riesce nemmeno a sognare.

Una tecnologia vecchia per un mondo che cambia

Si parla con enfasi di “piccoli reattori modulari” (SMR) e di “nucleare sostenibile”, ma la realtà è che nessuno di questi impianti è ancora operativo su larga scala. Il costo stimato per un solo SMR BWRX-300 di GE-Hitachi è di oltre 5,4 miliardi di dollari, con data di completamento ipotetica nel 2033. E questi sono solo prototipi.

Nel frattempo, il costo dell’elettricità da nuove centrali nucleari è salito del 46% in 14 anni, passando da 123 a 180 $/MWh. Le rinnovabili, al contrario, hanno raggiunto una media mondiale (LCOE) di 53 $/MWh per l’eolico e 68 $/MWh per il fotovoltaico.

Perché insistere con una tecnologia più costosa, più lenta e più pericolosa?

Il buco nero delle scorie

È il nodo che nessuno vuole affrontare: dove mettiamo le scorie radioattive?

Per rendere il nucleare “sostenibile” secondo la tassonomia UE, un Paese dovrebbe:

• Avere già operativo un deposito per i rifiuti a bassa e media intensità;

• Avere un sito funzionante entro il 2050 per i rifiuti ad alta attività e per il combustibile esausto;

• Istiuire un fondo per smantellamento e gestione post-operativa.

In Italia tutto questo è inesistente.

Il progetto per un Deposito Nazionale è fermo da anni tra opposizioni locali e scarsa volontà politica. Intanto, le scorie restano stipate in 24 siti provvisori sparsi sul territorio, un’eredità scomoda che nessuno vuole accogliere, ma che tutti devono temere.

Un affare d’oro (per chi costruisce)

Dietro il ritorno al nucleare si intravede un’enorme operazione industriale, una manna per le multinazionali del settore. Gli Stati Uniti hanno già fatto capolino come “partner tecnologici”, pronti a vendere know-how, materiali, software, componenti. Un déjà-vu: come per gli armamenti, anche per l’atomo saremmo acquirenti passivi. E non è un caso se il ddl del governo prevede aiuti pubblici e silenzi sulle ricadute in bolletta.

A pagare saranno i cittadini, a guadagnare saranno le solite grandi imprese. Ancora una volta, la politica si mostra più attenta ai dividendi dei costruttori che al destino delle future generazioni.

Il legame occulto con l’industria bellica

C’è poi un altro aspetto spesso taciuto, ma che è impossibile ignorare: il legame tra energia nucleare e armamenti nucleari.

I residui della produzione nelle centrali — in particolare il plutonio — possono essere riconvertiti, con procedimenti specifici, in materiale fissile per testate nucleari tattiche e strategiche.

La storia ci insegna che dove c’è una filiera energetica nucleare, c’è anche una potenziale filiera bellica. Alcuni Stati non nascondono neppure più questa connessione, e l’interesse geopolitico per dotarsi di una “copertura civile” per poi evolvere in armamento nucleare è ben documentato.

Accettare oggi il ritorno al nucleare in Italia, senza garanzie assolute sulla non proliferazione, significa spalancare una porta anche a derive militari. Una tentazione inquietante, in un mondo già sull’orlo di troppi conflitti.

L’alternativa concreta c’è: le rinnovabili e… la fusione

La vera rivoluzione non è nel ritorno all’atomo del Novecento, ma nella ricerca e nell’innovazione verso una nuova frontiera dell’energia pulita e abbondante: la fusione nucleare, cioè l’unione di isotopi dell’idrogeno che riproduce il processo energetico del Sole.

Nessuna scoria a lunga durata, nessun rischio di meltdown, nessun bisogno di uranio, nessuna dipendenza geopolitica.

Il progetto ITER (Francia) e gli esperimenti privati come Commonwealth Fusion Systems (USA) e Tokamak Energy (UK) stanno accelerando. Si tratta di una sfida scientifica ancora aperta, certo, ma il potenziale è gigantesco. E va sostenuto.

Scommettere sulla fusione ha senso. Tornare alla fissione è come investire sul telegrafo mentre il mondo costruisce reti 5G.

La memoria dei referendum: un mandato ancora vivo

Due volte gli italiani hanno detto no. Non a caso. Hanno scelto la precauzione, la sostenibilità, la democrazia energetica. Ignorare quella volontà, o peggio cercare scorciatoie per aggirarla, è un tradimento politico e morale.

Nel 1987 fu Chernobyl a svegliare le coscienze. Nel 2011 fu Fukushima a confermare i timori. Ora si tenta di tornare indietro, approfittando della crisi climatica per rianimare un cadavere.

Ma il futuro non si scava nella terra. Non si costruisce sulle scorie del passato.

Il futuro è solare, eolico, intelligente, condiviso. È un’energia che non ha bisogno di blindature e barriere, ma di reti e comunità.

Non abbiamo bisogno di più centrali. Abbiamo bisogno di più coscienza.

E, finalmente, di scelte all’altezza della sfida che ci sta davanti.

La Carta di Ventotene dileggiata: una ferita alla memoria antifascista, un attacco all’Europa dei popoli⸻

Nel cuore del Mediterraneo, in un’isola che fu prigione e divenne culla di speranza, nacque nel 1941 il Manifesto di Ventotene. Scritto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, confinati politici del fascismo, il manifesto delineava una visione rivoluzionaria per un’Europa libera, solidale e federale, che sapesse mettere fine ai nazionalismi assassini e alle guerre fratricide. Fu il seme di quell’Unione Europea che, pur tra limiti e contraddizioni, ha rappresentato il tentativo più ambizioso di trasformare il continente da campo di battaglia a spazio di pace.

Ma oggi, a distanza di più di ottant’anni, quel documento viene sbeffeggiato e distorto proprio all’interno delle istituzioni democratiche italiane. Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, ha attaccato pubblicamente il Manifesto di Ventotene in aula, con parole che suonano come un dileggio non solo a un testo fondante dell’ideale europeo, ma anche alla memoria della lotta antifascista. Non è un atto casuale né una semplice provocazione ideologica: è un segnale politico ben preciso, inquietante e pericoloso.

Il disprezzo ideologico: la Carta scritta dai “nemici” del fascismo

Il primo elemento da considerare è la radice antifascista del Manifesto. Spinelli, Colorni e Rossi erano oppositori irriducibili del regime. Furono arrestati, confinati, perseguitati per le loro idee, Eugenio Color fu trucidato il 28 maggio 1944 a Roma dai fascisti della banda Kock. È proprio per questo che l’attacco della Meloni non può essere letto separatamente dal suo ambiguo e mai chiaramente risolto rapporto con il fascismo storico. Non ha mai pronunciato una netta condanna dei crimini del ventennio. Non ha mai preso le distanze da quell’ideologia che ha causato guerre, leggi razziali, repressioni violente. Il disprezzo mostrato verso la Carta di Ventotene è il riflesso di un odio latente verso tutto ciò che si oppone al mito fascista.

L’attacco della Meloni e dei suoi seguaci sembra animato da una volontà di rivalsa, come se il tempo presente fosse il momento di “riprendersi” ciò che l’antifascismo aveva sottratto. È il fantasma del risentimento che attraversa le nuove destre: “ci avete messi all’angolo per ottant’anni, ora tocca a noi”. In questo senso, il rifiuto del Manifesto non è solo teorico, è simbolico. È una volontà di riscrivere la storia, di ribaltare la narrazione della Resistenza, di delegittimare le fondamenta democratiche e costituzionali su cui si regge la Repubblica.

Un’Europa dei popoli tradita e svuotata

C’è però un’altra verità, più scomoda e dolorosa: anche chi difende la Carta di Ventotene dovrebbe avere il coraggio di ammettere che i suoi principi più profondi sono stati traditi. L’Europa nata dalle ceneri della guerra si è costruita, sì, ma ha finito per privilegiare le logiche del mercato, della tecnocrazia, delle diseguaglianze tra Stati. La solidarietà tra popoli è stata sacrificata sull’altare del rigore economico. La sovranità è stata smembrata in mille rivoli burocratici, senza che ciò significasse davvero più potere ai cittadini.

Il Manifesto auspicava una federazione europea dei popoli, non una fortezza di bilanci e interessi nazionali mascherati da ideali comuni. Oggi l’Europa è un progetto incompiuto, a volte addirittura deformato. Ma questa critica non giustifica affatto l’attacco della destra: anzi, dovrebbe essere il punto di partenza per rivendicare con ancora più forza l’attuazione vera e piena dei valori di Ventotene. Un’Europa che protegge, accoglie, distribuisce equamente risorse e opportunità. Un’Europa che si fa custode della pace, non complice del riarmo.

La retorica dell’educazione e la mistificazione populista

La Meloni ha cercato di gettare discredito sulla Carta, leggendo fuori contesto alcuni passaggi sul bisogno di “educare” i popoli. È una strategia tipica della propaganda populista: decontestualizzare per colpire emotivamente, sfruttare l’ignoranza diffusa, ribaltare i significati. Quei passaggi, in realtà, non erano affatto una negazione della democrazia, bensì un invito alla costruzione di una cittadinanza consapevole, capace di scegliere al di là della propaganda, del nazionalismo, della violenza. Ma questo è ciò che più spaventa il potere reazionario: cittadini che pensano con la propria testa.

Meloni, con questa operazione, tenta di sviare l’opinione pubblica dai clamorosi fallimenti del suo governo: dalle leggi sulla giustizia che indeboliscono le tutele, ai decreti sicurezza disumani, al silenzio colpevole di fronte al massacro quotidiano nella Striscia di Gaza, dove un governo criminale come quello di Netanyahu continua a mietere vittime civili sotto gli occhi chiusi dell’Occidente. Dov’è la voce dell’Italia? Dov’è il coraggio morale di denunciare l’apartheid e la pulizia etnica? Troppo impegnata, forse, a difendere gli interessi delle élite, dei grandi capitali, delle industrie belliche.

Una società che cova l’odio, un rischio reale per la democrazia

Ma il rischio più grande non è solo nelle parole di una premier. È nel ventre molle di una società in cui l’odio cresce indisturbato. In cui troppi cittadini – non la maggioranza, ma un numero drammaticamente rilevante – sognano di affondare i barconi con i migranti, di sterminare i palestinesi, di rinchiudere gli oppositori in campi. È un’Italia che ha perso empatia, che si nutre di rancore, che ha smarrito i principi fondamentali di umanità, giustizia, solidarietà.

Non possiamo permettere che il revisionismo storico, la nostalgia autoritaria e il populismo cinico disintegrino ciò che resta della nostra fragile democrazia. Non possiamo più tacere, né delegare. È il momento di svegliarsi. Di costruire un fronte popolare nuovo, plurale, coraggioso. Un fronte che unisca chi crede ancora nella pace, nella giustizia, nella libertà. Un fronte che difenda con ogni mezzo la nostra Costituzione nata dalla Resistenza. Un fronte che rinasca proprio da Ventotene, da quel sogno tradito, per farlo tornare realtà.

Appello: Prima che sia troppo tardi

Non è tempo di attendere, né di cedere al disincanto. È tempo di lottare, con dignità e determinazione. L’odio si diffonde come una nebbia velenosa, ma noi possiamo ancora accendere luci. Possiamo ancora unirci per costruire un’Europa dei popoli, non dei mercanti d’armi. Una Repubblica fondata sulla giustizia, non sull’arroganza. Una società che riconosca ogni essere umano come fratello, non come nemico.

Che ognuno scelga da che parte stare. Davvero. O si è con chi tende la mano, o con chi costruisce gabbie. O si è con chi salva vite, o con chi semina morte. O si è con chi difende la Costituzione, o con chi la calpesta. Ma sappiate questo: chi oggi tace, domani potrebbe non avere più voce.

Ventotene ci chiama. Rispondiamo. Adesso. Prima che sia troppo tardi.

L’attacco di Meloni al Manifesto di Ventotene: il sintomo di un’Europa alla deriva

L’attacco di Giorgia Meloni al Manifesto di Ventotene in Parlamento non è stato un semplice scivolone retorico o una polemica di giornata. È stato un atto politico e ideologico di grande rilevanza, che svela non solo le profonde contraddizioni della premier, ma anche le difficoltà di un’Europa sempre più distante dai suoi principi fondativi.

Nel suo intervento alla Camera, Meloni ha decontestualizzato e ridicolizzato alcuni passaggi del Manifesto, fino a concludere con la frase: «Non so se questa è la vostra Europa, ma certamente non è la mia». Una dichiarazione che ha infuocato l’aula, portando alla sospensione della seduta tra urla di protesta e richiami istituzionali. Ma perché attaccare Ventotene? E perché proprio ora?

Il Manifesto di Ventotene e il suo significato politico

Il Manifesto di Ventotene, scritto tra il 1941 e il 1944 da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni mentre erano al confino fascista, è un documento cardine per la nascita dell’idea di un’Europa unita. Ma non un’Europa qualunque: non quella tecnocratica e neoliberista di oggi, e nemmeno un’Europa militarizzata e bellicista.

I principi fondamentali del Manifesto erano chiari:
• Un’Europa federale che superasse il nazionalismo e garantisse la pace.
• Un’economia sociale, capace di garantire equità e diritti ai lavoratori.
• Una politica estera comune, orientata alla diplomazia e non alla guerra.
• Un governo democratico, lontano dagli interessi delle lobby economiche e finanziarie.

Un’idea di Europa che, nei decenni successivi, è stata progressivamente stravolta. Oggi l’UE non è quella sognata a Ventotene: è un’Europa della finanza, della tecnocrazia e del riarmo. Tuttavia, anche questa UE lontana dagli ideali originari è vista come un problema da una destra sovranista che preferirebbe tornare a un’Europa divisa e nazionalista.

Perché Meloni attacca il Manifesto di Ventotene?

L’attacco di Meloni a Ventotene si può leggere sotto tre chiavi fondamentali:

  1. Una continuità con il passato fascista

Il Manifesto di Ventotene è stato scritto da antifascisti confinati dal regime. Meloni, che non ha mai voluto dichiararsi antifascista, ha compiuto una scelta logica secondo la sua impostazione ideologica: distruggere simbolicamente il Manifesto significa attaccare uno dei pilastri dell’antifascismo europeo.

Non è un caso che nel suo discorso abbia puntato su frasi decontestualizzate, citando in modo strumentale concetti come la “proprietà privata da abolire”. Il suo obiettivo non era un’analisi storica, ma una pura operazione di discredito.

  1. Il tentativo di distogliere l’attenzione dai suoi problemi interni

Meloni in questo momento è in grande difficoltà sul piano europeo e verso Trump. La sua posizione è contraddittoria e incoerente:
• Si dichiara “atlantista”, ma strizza l’occhio ai sovranisti e ai conservatori che vogliono smantellare l’UE.
• Sostiene la necessità di un rafforzamento della difesa europea, ma il suo alleato Salvini le ha tolto il mandato per approvare il piano di riarmo europeo (Rearm EU).
• A Bruxelles viene ignorata dai grandi leader, mentre in patria le sue alleanze scricchiolano.

In questo scenario, attaccare il Manifesto di Ventotene è stato un diversivo, un modo per spostare il dibattito su un tema ideologico e non sulle reali difficoltà del governo.

  1. Una strategia propagandistica per il suo elettorato

Meloni ha costruito il suo consenso su una retorica aggressiva, semplificata e populista. Attaccare Ventotene significa parlare direttamente alla sua base elettorale, composta da una parte della destra più estrema, nostalgica e contraria all’integrazione europea.

Con questa mossa ha lanciato un messaggio chiaro: la mia Europa non è quella della cooperazione, della pace e della giustizia sociale, ma quella delle nazioni sovrane, delle identità nazionali e del militarismo.

Le conseguenze di questo attacco: quali rischi corriamo?

L’atteggiamento di Meloni non è solo una provocazione politica: è un segnale d’allarme. I rischi sono evidenti:
• Un’Europa sempre più divisa, dove la spinta nazionalista prende il sopravvento sulla necessità di unità e cooperazione.
• Un ritorno a politiche autoritarie, come già accaduto in Ungheria con Orban o in Polonia, dove governi illiberali hanno ridotto le libertà democratiche.
• Un coinvolgimento in una guerra senza una strategia chiara, seguendo ciecamente logiche di escalation senza una politica estera autonoma.

Oggi, questi modelli vengono definiti con termini come democrazie illiberali o democrature, ma la sostanza non cambia: sono nuove forme di autoritarismo e neofascismo , mascherate dietro il voto popolare.

Cosa fare? Un fronte per la pace e la giustizia sociale

Di fronte a questo scenario, è necessario costruire un fronte di resistenza.

Mi rivolgo a tutti coloro che ancora pensano e comprendono la gravità della situazione: è il momento di agire, di creare un fronte per la pace e la giustizia sociale.

Non possiamo accettare un’Europa:
• che investe miliardi in armi mentre smantella il welfare, la sanità e l’istruzione.
• che si piega ai mercati e alle lobby dei fabbricanti di armi , ignorando i diritti dei cittadini.
• che segue una strategia bellicista senza una politica estera comune.

L’alternativa è tornare all’Europa di Ventotene, non come mito, ma come progetto concreto di federazione democratica e sociale.

In conclusione: Meloni e la memoria tradita

Il paradosso più grande è che se oggi Giorgia Meloni può sedere in un Parlamento democratico è anche grazie a chi ha scritto il Manifesto di Ventotene. Se oggi può esprimere liberamente le sue opinioni, anche quelle più aberranti, è perché donne e uomini hanno combattuto e perso la vita per la libertà contro il regime fascista che lei si rifiuta di condannare apertamente.

Meloni dice che «quella non è la sua Europa». Ma allora, viene da chiedersi: qual è la sua Europa? Quella del fascismo? Quella della guerra? Quella della repressione delle libertà?

A tutti coloro che credono ancora nei valori della pace, della giustizia sociale e della democrazia, il messaggio è chiaro: non possiamo restare in silenzio. È il momento di difendere il futuro prima che sia troppo tardi. Fermiamoli!!!