Ci sono espressioni che dovrebbero farci sobbalzare: “non ci sono soldi”, “la coperta è corta”, “prima i militari, poi gli altri”. Sono bugie che diventano alibi, pilastri su cui si erige un’ingiustizia strutturale ai danni delle persone più fragili: chi convive con una disabilità, chi ha bisogno di assistenza continua, chi non può permettersi nemmeno il lusso di aspettare.
Il Disability Pride Italia, giunto alla sua decima edizione, denuncia proprio questo: da un lato, fiumi di denaro scorrono verso la macchina militare, verso le armi, verso guerre sempre più pericolose; dall’altro, le risorse destinate al sociale – sanità, servizi per le disabilità, assistenza agli anziani, supporto alla vita autonoma – restano esigue, insufficienti, residuali. È una deriva non solo morale, ma anche politica ed economica. Ecco alcuni dati che raccontano la sproporzione.
I numeri che parlano chiaro
Ambito Dati rilevanti Significato
Spesa militare vs sociale Tra il 2013 e il 2023 la spesa militare italiana è cresciuta del 30%. Nello stesso periodo la sanità ha registrato un aumento dell’11%, l’istruzione appena del 3%. È un’indicazione netta su quali siano le priorità reali dello Stato. La scarsità di fondi per il sociale è una scelta politica, non una necessità.
Spesa militare per il personale Circa 19 miliardi su un totale di 32 miliardi destinati alla difesa vanno al personale: quasi il 60%, il dato più alto tra i Paesi NATO. Significa che gran parte del budget non va in difesa strategica ma in stipendi e logistica militare, mentre l’assistenza sociale resta al palo.
Spesa sociale dei Comuni per disabilità Tra il 2019 e il 2020 si è registrato un calo del 5,9% nella spesa per i servizi alle persone disabili. In un periodo di crisi sanitaria ed economica, invece di aumentare il sostegno si è scelto di tagliare.
Spesa pubblica per disabilità: Italia vs OCSE L’Italia è sotto la media OCSE nella spesa per le politiche rivolte alla disabilità. Gran parte delle risorse è assorbita da pensioni e assegni, mentre è quasi assente l’investimento in servizi personalizzati e assistenza reale. Il modello italiano tende ad “assicurare la sopravvivenza”, non a garantire dignità, autonomia e partecipazione sociale.
Costi a carico delle famiglie Nel 2024 le famiglie italiane hanno sostenuto 138 miliardi di euro per coprire bisogni di salute, cura e assistenza. È circa il 20% del totale della spesa per il welfare. È una delega implicita dello Stato ai privati: chi può paga, chi non può resta indietro. È ingiusto, diseguale e inaccettabile.
Contraddizioni e arretratezze sistemiche
• La menzogna della scarsità: mentre lo Stato spende miliardi in armamenti e missioni militari all’estero, continua a ripetere che “non ci sono risorse” per i servizi essenziali. È una narrazione ipocrita che maschera una precisa gerarchia di priorità: la guerra vale più della cura.
• La guerra moltiplica la disabilità: i conflitti contemporanei – da Gaza all’Ucraina – generano migliaia di nuove disabilità fisiche e psicologiche, distruggono infrastrutture sanitarie, interrompono le cure. Ogni bomba sganciata toglie ossigeno ai sistemi sanitari, ai servizi sociali, alle cure per le malattie rare.
• Le famiglie abbandonate: il welfare è spezzettato, disomogeneo, spesso inefficace. Le differenze regionali acuiscono la disuguaglianza. La burocrazia ostacola l’accesso ai diritti e molte persone restano prigioniere dell’isolamento.
• Esclusione dal lavoro: solo il 32,5% delle persone con disabilità in età lavorativa (15–64 anni) ha un impiego. Non è un problema individuale, ma strutturale. Manca una strategia seria per l’inclusione lavorativa, la formazione, la valorizzazione delle competenze.
Chi ha responsabilità?
• I governi centrali, che si rifugiano dietro l’alibi della scarsità di risorse, ma continuano a finanziare l’industria bellica e a tagliare sulla sanità, sull’assistenza, sull’inclusione.
• Gli enti locali, che non garantiscono uniformità nei servizi: il luogo in cui si nasce o si vive determina spesso la qualità (o l’assenza) dell’assistenza ricevuta.
• La società civile e i media, troppo spesso silenti, cauti, poco coraggiosi nel denunciare la falsità della narrazione dominante. Dire che “non ci sono soldi” è una scelta, non una condanna.
Non è più il tempo di chiedere, è il tempo di pretendere
1. Una redistribuzione immediata delle risorse: basta tagli al sociale in nome della spesa militare. È tempo di invertire le priorità e destinare fondi alla cura, all’inclusione, all’assistenza reale.
2. Piani personalizzati veri, non dichiarazioni di principio: serve garantire assistenza domiciliare continuativa, figure professionali dedicate, percorsi di autonomia reale.
3. Adeguamento concreto dei LEA e del Nomenclatore degli ausili: carrozzine elettriche, scarpe ortopediche, tecnologie assistive devono essere considerate diritti essenziali, non lussi da centellinare.
4. Trasparenza e controllo dal basso: ogni impegno preso deve essere verificabile. Le persone disabili devono avere voce, controllo e potere decisionale sui servizi che li riguardano.
5. Una visione di lungo periodo: l’Italia invecchia, la disabilità aumenta, la crisi climatica e sanitaria ci pone nuove sfide. Servono politiche strutturali, non toppe improvvisate.
Giustizia, non compassione
Chi sostiene che “non ci sono soldi” sta mentendo. Chi continua a investire miliardi in armi e conflitti mentre taglia sulla disabilità, sulla sanità, sull’istruzione, sta compiendo una scelta politica precisa. È una scelta criminale nei confronti di chi è più fragile, e un suicidio collettivo per l’intera società.
Il Disability Pride Italia non è solo una manifestazione, è una presa di parola potente e collettiva. È la voce di chi non vuole più sopravvivere, ma vivere con dignità. È il grido di chi è stato dimenticato e oggi torna a reclamare il posto che gli spetta.
Il tempo delle scuse è finito. Ora si tratta di scegliere: da che parte stare? Dalla parte della guerra o della cura? Dalla parte dell’indifferenza o della giustizia?