Vent’anni all’indietro: come l’Italia è diventata l’eccezione povera nell’Europa che cresce

In vent’anni, l’Unione europea ha visto crescere il reddito reale delle famiglie di oltre un quinto. Secondo i dati appena pubblicati da Eurostat, tra il 2004 e il 2024 il reddito reale pro capite dei nuclei familiari nell’Ue è aumentato in media del 22%. Nel frattempo, in Italia è sceso del 4% e in Grecia del 5%. Sono gli unici due Paesi dell’Unione in cui le famiglie, a parità di potere d’acquisto, sono più povere oggi di quanto non fossero vent’anni fa.

Questa non è solo una statistica: è la radiografia di un modello economico che ha scelto consapevolmente chi doveva pagare il prezzo delle crisi, dell’austerità e delle “riforme strutturali”.

  1. La mappa Eurostat: un continente che sale e due Paesi che scendono

Eurostat misura il “household real income per capita”, cioè il reddito reale pro capite delle famiglie, corretto per l’inflazione. È l’indicatore che dice, in concreto, quanta capacità di spesa resta in tasca alle persone dopo vent’anni di crisi, rimbalzi e riprese.

La dinamica europea è chiara:
• crescita continua tra 2004 e 2008;
• stagnazione tra 2008 e 2011, per gli effetti della crisi finanziaria globale;
• calo nel biennio 2012–2013, nel cuore dell’austerità;
• ripresa graduale fino al 2020;
• nuovo scivolone con la pandemia;
• rimbalzo nel 2021 e crescita lenta ma positiva nel 2022–2024, con una nuova accelerazione nei dati preliminari del 2024.

Quando si passa dalla media ai singoli Paesi, la mappa si colora quasi tutta di verde, con intensità diverse. Le maggiori crescite si registrano in:
• Romania: +134%
• Lituania: +95%
• Polonia: +91%
• Malta: +90%

Sono Paesi entrati nell’Ue negli ultimi due decenni, che hanno sfruttato il mix di salari inizialmente bassi, investimenti esteri, mercato interno in espansione e fondi di coesione europei destinati a infrastrutture, digitalizzazione, reti energetiche, formazione e istruzione.

Le grandi economie storiche avanzano a passo più corto ma comunque in terreno positivo:
• Germania: +24%
• Francia: +21%
• Spagna: +11%
• Austria: +14%
• Belgio: +15%
• Lussemburgo: +17%

Poi ci sono i due puntini rossi in fondo alla legenda: Grecia e Italia.

La Grecia paga il prezzo di una crisi esplosa nel 2010, con debito pubblico fuori controllo, bilanci truccati per entrare nell’euro, perdita di competitività e una terapia d’urto imposta dalla Troika fatta di tagli lineari, crollo del Pil, esplosione della disoccupazione, povertà di massa. Oggi Atene galleggia su un’apparente “normalizzazione” finanziaria, con i titoli di Stato che performano bene, ma i redditi reali delle famiglie restano ancora sotto i livelli del 2004 e anche del 2010.

L’Italia, invece, non ha avuto un default, non è stata commissariata, non ha subito memorandum firmati a Bruxelles o a Washington. Eppure è lì, accanto alla Grecia, con un reddito reale familiare più basso di vent’anni fa. Il paradosso si spiega guardando dentro il motore: salari, produttività, mercato del lavoro, modello fiscale.

  1. L’illusione dell’“occupazione record”

Nelle stesse ore in cui Eurostat certifica il declino del reddito reale italiano, un altro dato fa il giro dei media: l’Istat segnala che il tasso di occupazione ha raggiunto il 62,7%, un livello mai toccato prima.

Due fotografie sembrano in contraddizione: più persone lavorano, ma le famiglie sono più povere. In realtà, combaciano perfettamente.

La “buona notizia” occupazionale è infatti accompagnata da almeno tre elementi strutturali:
• precarietà diffusa: una quota consistente dei nuovi posti è a termine, part-time spesso involontario, con giornate spezzate, turni intermittenti e poca capacità di programmare il futuro;
• giovani esclusi o marginali: la stessa nota sui dati occupazionali sottolinea che i progressi riguardano soprattutto over 50 e alcune categorie specifiche, mentre la fascia 25–34 anni resta la più penalizzata, con tassi di disoccupazione e inattività ancora molto alti;
• working poor: cresce l’area di chi lavora ma è povero, perché la combinazione di salari bassi e inflazione elevata ha eroso il potere d’acquisto più di quanto non abbiano compensato i contratti.

L’Ocse sintetizza la situazione in modo brutale: all’inizio del 2025, i salari reali in Italia erano ancora il 7,5% sotto i livelli di inizio 2021, il peggior risultato tra le grandi economie avanzate.

Nel frattempo, l’aumento dei prezzi ha gonfiato il gettito fiscale: l’Italia ha registrato un vero e proprio “tesoretto” di entrate trainate dall’inflazione e da una base imponibile spinta verso scaglioni più alti, senza che i redditi reali delle famiglie migliorassero davvero.

In pratica, si lavora di più, ma ogni euro vale meno.

  1. Vent’anni di stagnazione salariale e produttività zoppa

La radice del problema italiano non è solo nella congiuntura recente, ma in una traiettoria di lungo periodo. Studi recenti sull’andamento della disuguaglianza e dei salari in Italia mostrano un tratto costante: crescita economica debole, produttività stagnante e salari reali che non seguono nemmeno quel poco di crescita disponibile.

I punti chiave sono almeno quattro.
1. Produttività ferma
Dal 2000 in poi, la produttività del lavoro in Italia è cresciuta molto meno rispetto alla media Ocse, e in alcuni periodi praticamente si è fermata. Le imprese hanno risposto comprimendo il costo del lavoro – salari e diritti – più che investendo in innovazione, ricerca, formazione.
2. Salari bloccati e contratti lenti
La dinamica salariale è stata spesso inferiore non solo alla produttività (quando c’era), ma anche all’inflazione. I rinnovi contrattuali sono arrivati con anni di ritardo, erodendo progressivamente il potere d’acquisto. I dati Ocse parlano di una riduzione complessiva dei salari reali tra 1990 e 2020, caso pressoché unico tra le grandi economie.
3. Debolezza sindacale e conflitto addomesticato
Un’inchiesta internazionale recente descrive i sindacati italiani come “grandi ma sdentati”: molta burocrazia, molti servizi, pochi scioperi incisivi e lunghi su salari e condizioni di lavoro. Le vertenze sono spesso simboliche, di un giorno, senza quella pressione che altrove ha permesso di strappare aumenti maggiori.
4. Dualismo generazionale e territoriale
La stagnazione colpisce soprattutto giovani, donne e Mezzogiorno. Il mercato del lavoro è spaccato: una parte di lavoratori “protetti” o relativamente stabili, e una massa di precari, part-time, autonomi di fatto ricattabili, concentrati nei servizi a bassa produttività e nei settori a basso valore aggiunto.

Se negli anni Novanta e Duemila il ceto medio riusciva a reggere grazie ai salari stabili e a un welfare ancora relativamente robusto, oggi l’equilibrio si regge sempre più sui patrimoni ereditati e sulle pensioni degli anziani. È la fotografia, impietosa, di un Paese che vive di rendita più che di lavoro.

  1. Cosa hanno fatto gli altri che l’Italia non ha fatto

Confrontare l’Italia con altri Paesi non serve per nostalgia, ma per capire che le scelte non erano “obbligate”.
• Nel Nord Europa e in parte in Francia e Germania, le crisi sono state affrontate con robusti strumenti di sostegno ai redditi (Kurzarbeit, sussidi straordinari, politiche attive del lavoro), investimenti pubblici mirati e una contrattazione collettiva che, pur con contraddizioni, ha difeso meglio i salari reali.
• Nei Paesi dell’Est, i fondi di coesione Ue sono stati utilizzati in modo più coerente per modernizzare infrastrutture, reti energetiche, sistemi produttivi, formazione digitale: non solo bonus, ma trasformazioni strutturali.

In Italia, invece, il “modello” degli ultimi vent’anni è stato un altro:
• liberalizzazione e precarizzazione del lavoro come leva di competitività;
• uso disorganico delle risorse europee, spesso disperse in mille rivoli o catturate da filiere clientelari;
• compressione della spesa sociale e tagli lineari ai servizi pubblici;
• politiche fiscali a colpi di condoni, che premiano l’evasione più che il lavoro regolare.

Il risultato si vede nella mappa Eurostat: mentre quasi tutti salgono, l’Italia arretra.

  1. L’ipocrisia del “ce lo chiede l’Europa”

Per anni, ogni scelta impopolare è stata giustificata con la formula: “ce lo chiede l’Europa”. Ma se davvero le politiche seguite fossero state un destino comune, dettato da Bruxelles, dovremmo ritrovarci in una condizione simile agli altri grandi Paesi dell’eurozona.

Invece, con regole europee identiche per tutti, l’Italia è l’unica grande economia in cui il reddito reale delle famiglie è più basso di vent’anni fa, e una delle poche dove i salari reali non hanno recuperato nemmeno i livelli pre-pandemia.

Questo significa che il problema non è “l’Europa in astratto”, ma il modo in cui l’Italia ha scelto di stare dentro quella cornice:
• accettando l’austerità come dogma, senza mai costruire un serio piano industriale;
• usando la leva del debito e dei vincoli di bilancio per giustificare tagli e privatizzazioni;
• scaricando i costi delle crisi su salari, diritti, welfare, anziché toccare rendite, grandi patrimoni, profitti di settori iper-tutelati.

Oggi, paradossalmente, il Paese viene elogiato per aver riportato il deficit verso il 3% e aver incassato upgrade dalle agenzie di rating, ma questa “virtuosità” si regge su basi fragili: spinta inflazionistica, tasse crescenti sul lavoro e tagli alle protezioni sociali, mentre la produttività resta stagnante e le disuguaglianze si allargano.

  1. Che cosa servirebbe per invertire la rotta

Se l’obiettivo non è solo piacere ai mercati, ma evitare di essere il fanalino di coda dell’Europa anche tra vent’anni, servirebbe un cambio di paradigma.

Alcune linee di fondo:
• Ricostruire il potere d’acquisto
• salario minimo legale ancorato ai contratti dignitosi;
• indicizzazione parziale dei salari all’inflazione, almeno per i redditi medio-bassi;
• rinnovo rapido dei contratti collettivi, con clausole che impediscano il congelamento dei salari per anni.
• Ridurre la precarietà strutturale
• limitare per legge il ricorso ai contratti a termine e alle forme “spurie” di lavoro autonomo;
• vincolare sconti contributivi e incentivi pubblici alla trasformazione dei contratti in rapporti stabili;
• ripristinare tutele effettive in caso di licenziamenti illegittimi, ridando forza anche alla contrattazione.
• Usare davvero le risorse europee per lo sviluppo
• concentrare gli investimenti su scuola, università, ricerca, sanità pubblica, transizione ecologica;
• colmare i divari territoriali con infrastrutture reali nel Mezzogiorno, non solo con grandi opere spot, per fermare l’emorragia di giovani.
• Redistribuire la ricchezza, non solo il reddito
• una riforma fiscale progressiva che allenti il carico sul lavoro dipendente e colpisca di più le rendite immobiliari e finanziarie elevate;
• una lotta strutturale all’evasione, senza sanatorie cicliche che rendono l’illegalità una strategia premiante.

Conclusione: l’eccezione italiana non è un destino, è una scelta

L’immagine che arriva da Eurostat è semplice e brutale: in un’Europa che, pur tra mille contraddizioni, ha visto crescere il reddito reale delle famiglie, l’Italia e la Grecia sono rimaste indietro. La prima dopo un default de facto, memorandum, commissariamento. La seconda senza nulla di tutto questo, ma con decenni di politiche che hanno sistematicamente sacrificato il lavoro, i diritti e il welfare.

Non è una maledizione geografica, né un tratto “culturale”. È il frutto di scelte politiche, di rapporti di forza, di priorità messe nero su bianco in ogni legge di bilancio, in ogni riforma del lavoro, in ogni taglio alla sanità e alla scuola.

La domanda, ora, non è se i numeri di Eurostat ci piacciano o meno. È un’altra, più secca: vogliamo un Paese che, tra vent’anni, sarà ancora l’eccezione povera in un continente che cresce?

Perché se non cambiano le regole del gioco – salari, diritti, redistribuzione, investimenti – la mappa della decrescita non è un incidente statistico. È un programma politico già scritto. E, come i dati dimostrano, funziona benissimo: basta guardare chi si è arricchito mentre le famiglie italiane diventavano più povere di vent’anni fa.

Fonti e riferimenti

I dati comparativi sul reddito reale familiare pro capite nei Paesi dell’Unione europea nel periodo 2004–2024 si basano sulle elaborazioni ufficiali di Eurostat, in particolare sul comunicato “EU household real income per capita up 22% since 2004” (sito: https://ec.europa.eu/eurostat, pagina news: https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/w/ddn-20251125-2), sul dataset “Household real income per capita (nasa_10_ki)” accessibile dal data browser dei Conti nazionali e settoriali (https://ec.europa.eu/eurostat/data/database, sezione “Sector accounts”) e sulla scheda di approfondimento “Households – statistics on income, saving and investment” nella collana Statistics Explained (https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/Households_-_statistics_on_income,_saving_and_investment). A partire da queste fonti sono state inoltre utilizzate le ricostruzioni giornalistiche e i commenti pubblicati da Corriere della Sera/Withub (“Reddito reale, Italia e Grecia sono gli unici due paesi Ue dove le famiglie sono più povere di vent’anni fa: la mappa della decrescita”, https://www.corriere.it), in particolare nella versione online all’indirizzo: https://www.corriere.it/economia/lavoro/25_dicembre_02/reddito-reale-italia-e-grecia-sono-gli-unici-due-paesi-ue-dove-le-famiglie-sono-piu-povere-di-vent-anni-fa-la-mappa-della.shtml; da Assinews (“Eurostat: Italia e Grecia unici paesi Ue in cui il reddito delle famiglie è diminuito negli ultimi 20 anni”, https://www.assinews.it/11/2025/eurostat-italia-e-grecia-unici-paesi-ue-in-cui-il-reddito-delle-famiglie-e-diminuito-negli-ultimi-20-anni/660120194/); da Greenreport (“In Europa il reddito reale delle famiglie segna in 20 anni un aumento del 22%. In Italia invece siamo a -4,4%”, https://www.greenreport.it/news/approfondimenti/58921-in-europa-il-reddito-reale-delle-famiglie-segna-in-20-anni-un-aumento-del-22-in-italia-invece-siamo-a-4-4); da Il Fatto Quotidiano (“Il reddito reale delle famiglie italiane tra 2004 e 2024 è sceso del 4%: il dato peggiore nell’Ue con la Grecia. La media è +22%”, https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/11/25/reddito-famiglie-italiane-calo-eurostat-notizie/8206976/); oltre che dalle sintesi pubblicate da altre testate europee come Euronews (https://it.euronews.com) che riprendono lo stesso quadro Eurostat su Italia e Grecia come uniche eccezioni negative nel contesto europeo.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro italiano, le informazioni sull’“occupazione record” e sulla distribuzione per classi di età derivano dalle note mensili dell’Istat “Occupati e disoccupati (dati provvisori)” pubblicate sul portale ufficiale (sito: https://www.istat.it, sezione Lavoro, pagina di sintesi: https://www.istat.it/it/archivio/occupati+e+disoccupati) e dalle tavole statistiche collegate. Il quadro comparato internazionale è stato integrato con l’“OECD Employment Outlook 2025 – Country Note: Italy”, disponibile sul sito dell’OCSE (https://www.oecd.org, sezione Employment Outlook: https://www.oecd.org/employment-outlook), che mette in luce il nesso tra aumento dei posti di lavoro, diffusione dei contratti atipici e crescita dei lavoratori poveri. Il quadro di lungo periodo su salari reali, produttività e disuguaglianze fa riferimento a studi accademici come Salvati e Tridico, “Real wages and productivity: a lesson from Italy, 1980–2023”, pubblicato su Structural Change and Economic Dynamics e consultabile tramite il portale ScienceDirect (https://www.sciencedirect.com, ricerca per titolo dell’articolo); Checchi et al., “Inequality trends in a slow-growing economy: Italy, 1990–2020”, pubblicato su Fiscal Studies e disponibile sul sito Wiley Online Library (https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/1475-5890.12385) e nella versione working paper sul sito del CSEF/Università di Napoli (https://www.csef.it); il lavoro di Depalo e Lattanzio “The increase in earnings inequality and volatility in Italy: the role and persistence of atypical contracts”, Occasional Paper n. 801 della Banca d’Italia accessibile all’indirizzo: https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2023-0801/index.html; e il paper di Bavaro e Raitano “Is working enough to escape poverty? Evidence on low-paid workers in Italy”, pubblicato su Structural Change and Economic Dynamics e presentato anche tramite l’Institute for New Economic Thinking di Oxford (scheda di sintesi: https://www.inet.ox.ac.uk/publications/is-working-enough-to-escape-poverty-evidence-on-low-paid-workers-in-italy).

Per il contesto politico, fiscale e sindacale, l’analisi è stata arricchita dalle inchieste e dagli articoli internazionali firmati da Reuters, in particolare “Big but toothless – Italy’s unions blamed for wage stagnation” e “Italy reaps tax windfall thanks to inflation, job growth”, entrambi consultabili sul sito dell’agenzia (https://www.reuters.com, sezione World/Europe, ricerca per titolo degli articoli); dal commento di Le Monde “Meloni’s deficit reduction masks Italy’s struggling economy”, pubblicato nell’edizione inglese del quotidiano e accessibile all’indirizzo: https://www.lemonde.fr/en/economy/article/2025/09/30/meloni-s-deficit-reduction-masks-italy-s-struggling-economy_6745957_19.html; e da ulteriori approfondimenti sul ruolo dei sindacati, sulle politiche di bilancio e sul legame tra inflazione, gettito fiscale e vincoli di rating, veicolati da agenzie e osservatori internazionali, tra cui Anadolu Agency (portale: https://www.aa.com.tr/en/) e rassegne economiche specializzate che collegano la stagnazione salariale italiana alle scelte di politica economica dell’ultimo ventennio.

Operaicidio di Stato

perché chi muore in cantiere è già una “vittima del dovere”

In Italia, nel 2024 sono morte sul lavoro 1.090 persone, quasi il 5% in più rispetto all’anno precedente. Significa fra tre e quattro lavoratori al giorno, ogni giorno dell’anno, che escono di casa per guadagnarsi da vivere e trovano la morte. 

Nel primo semestre del 2025 le denunce con esito mortale si assestano comunque intorno a quota cinquecento: una media di circa un morto ogni otto ore, mentre i comunicati ufficiali provano a rassicurare parlando di lievi cali percentuali. 

Dentro questo numero enorme, c’è un altro dato che dovrebbe togliere il sonno a chiunque: nei soli cantieri edili, nei primi sei mesi del 2025, i morti sono stati 53. Un lavoratore ogni tre giorni. 

È in questo contesto che la Fillea Cgil ha lanciato la sua iniziativa “La Repubblica delle vittime del dovere”, chiedendo una cosa che a molti sembrerà persino ovvia: chi muore lavorando dev’essere riconosciuto, anche giuridicamente, come vittima del dovere. Non solo il poliziotto, il militare, il magistrato – giustamente tutelati – ma anche l’operaio che precipita da un ponteggio, l’autista che muore sull’autostrada, il bracciante schiacciato da un trattore.

Dietro questa richiesta non c’è solo un’esigenza simbolica: c’è l’idea, radicale e semplice, che il lavoro non sia una faccenda privata fra datore e dipendente, ma un pezzo di sovranità repubblicana. Se è così, allora chi perde la vita “nell’adempimento dei propri doveri di lavoratore” l’ha persa anche per lo Stato. E lo Stato non può continuare a comportarsi come se fosse un incidente qualunque.

Un Paese che si abitua al sangue

Se guardiamo la curva lunga, ci raccontano che “le morti sono in leggera diminuzione” o “stabili”. Poi però scopriamo che il tributo complessivo resta pesantissimo: oltre 1.200 decessi all’anno secondo la relazione Inail 2024, con l’istituto stesso che ammette un bilancio di 3–4 morti al giorno. 

E c’è un altro dato che urla vendetta: nel 2024 l’Italia ha registrato circa 34 morti sul lavoro per milione di lavoratori, contro i 13 della Germania e i 20 della Francia. Siamo stabilmente in cima alla classifica europea, a fianco della Spagna che si ferma comunque sotto i nostri livelli. 

Non è una fatalità mediterranea. È un modello produttivo.

Il settore delle costruzioni ne è la cartina di tornasole. Nel 2024, con 176–182 morti in occasione di lavoro (a seconda delle elaborazioni), l’edilizia è il comparto con più decessi in Italia, e in Europa raggiunge quasi un quarto di tutte le morti sul lavoro. 

Tradotto: mentre celebriamo il “rilancio delle opere pubbliche”, “l’effetto PNRR”, “la ripresa dell’edilizia”, sappiamo benissimo che ogni crescita di questo settore porta con sé una quota prevedibile di morti. E continuiamo lo stesso.

L’“operaicidio” dei subappalti a cascata

La Fillea Cgil ha il coraggio di chiamare questo fenomeno con un nome crudo: “operaicidio”. Non è solo un modo forte di parlare di “morti bianche”. È il rovesciamento di un lessico ipocrita che per anni ha provato a far passare il lavoro come un terreno neutro, dove al massimo avvengono “incidenti”.

Se andiamo a vedere dove e come avvengono questi “incidenti”, il quadro è chiarissimo: catene di subappalti, ribassi al massimo, turni spezzati, contratti pirata, formazione ridotta a firma su un foglio.

Il meccanismo del subappalto a cascata è presto detto:

un’impresa vince una gara; scarica parte dei lavori a una seconda impresa; che a sua volta subappalta a una terza; e così via, in una giungla di rapporti formali e informali che rende quasi impossibile individuare il vero “padrone del rischio”.

In fondo a questa catena c’è spesso la microimpresa a tre o quattro addetti, magari mono-committente, che regge tutto il peso della produzione e tutti i rischi. Non a caso, gli studi Inail mostrano che oltre il 40% degli infortuni mortali riguarda proprio le microimprese sotto i 10 dipendenti, e un altro 15% le piccole aziende sotto i 50: quasi il 60% dei morti è concentrato nelle realtà più deboli del sistema. 

È qui che l’“operaicidio” prende forma: non nei grandi proclami, ma nella quotidiana compressione dei costi. Il ribasso vince, il subappalto scarica la responsabilità, il lavoratore è il punto in cui tutta la tensione della catena si spezza.

“Patente a crediti”: la grande illusione burocratica

Dal 1° ottobre 2024 è obbligatoria nei cantieri la famosa patente a crediti. Sulla carta, doveva essere la svolta: più sicurezza, più controlli, più responsabilità. Ogni impresa parte con un punteggio, che può essere decurtato in caso di violazioni e incidenti gravi, fino alla sospensione dall’attività. 

Ma nella realtà, come denuncia la Fillea, il sistema è costruito per non fare male a nessuno (se non ai più piccoli). La norma prevede infatti che la decurtazione dei punti scatti solo dopo un provvedimento definitivo: cioè dopo che tutto il percorso giudiziario – indagini, primo grado, appello, Cassazione – si è chiuso. 

In un Paese dove un processo per omicidio colposo sul lavoro può durare sette-otto anni, questa scelta significa una cosa sola: un’impresa può provocare oggi la morte di un operaio e continuare tranquillamente a lavorare per quasi un decennio prima che la patente subisca una decurtazione. Sempre che il reato non cada in prescrizione, o che il fatto non venga derubricato.

In compenso, la patente grava di adempimenti e costi le imprese più piccole che lavorano in regola, mentre lascia sostanzialmente intatto il modello di business di chi campa sul ribasso e sul sommerso. È un perfetto strumento di “scarico in giù”: ai piani alti del sistema tutto resta com’è, ai piani bassi si aggiunge un po’ di burocrazia.

Non è un caso se, nonostante la patente e le promesse di più ispezioni, i morti nel 2024 sono aumentati e il 2025 si apre con numeri che restano drammaticamente alti. 

Una Procura del lavoro: mettere l’operaio sullo stesso piano delle vittime di mafia

Fra le proposte più forti avanzate dalla Fillea c’è l’istituzione di una Procura nazionale e di procure distrettuali del lavoro, sul modello di quelle antimafia. Non una trovata simbolica, ma una risposta alla realtà: oggi le indagini sugli infortuni mortali sono frammentate in decine di procure, spesso piccole, spesso prive di competenze tecnico-specialistiche adeguate sui temi della sicurezza, della catena degli appalti, della responsabilità d’impresa.

Il risultato lo conosciamo: fascicoli che si arenano, consulenze raffazzonate, perizie che non ricostruiscono la filiera delle responsabilità ma si fermano al capocantiere di turno. Troppo spesso la morte di un lavoratore viene trattata come un “fatto locale”, un incidente fra tanti, invece che come un fenomeno sistemico che coinvolge appalti pubblici, grandi imprese, catene logistiche, governance del PNRR.

Una Procura del lavoro significherebbe:

indagini coordinate a livello nazionale; banche dati comuni su imprese recidive, modelli di infortunio, catene di subappalto; nuclei stabili di periti e consulenti in grado di leggere i cantieri, i bilanci, i capitolati.

In altre parole: prendere sul serio le morti sul lavoro come prendiamo sul serio mafia e terrorismo. Perché oggi le statistiche ci dicono che in termini di vittime, il “terrorismo del profitto” uccide molto di più.

Vittime del dovere: una questione di giustizia, non di retorica

Riconoscere tutte le vittime del lavoro come “vittime del dovere” non è solo un gesto simbolico. È una riforma che chiama in causa diritti concreti: pensioni di reversibilità, tutele per coniugi e figli, indennizzi, accesso facilitato ai concorsi pubblici, percorsi di sostegno psicologico ed economico.

È il modo per dire che lo Stato riconosce una verità elementare: chi muore in un cantiere pubblico o in una fabbrica che produce per il mercato interno non stava “facendo un affare personale”, stava contribuendo – nel suo piccolo – alla ricchezza collettiva. Tanto quanto chi indossa una divisa.

Oggi, invece, le famiglie delle vittime si trovano spesso in una doppia condanna: quella della perdita affettiva ed economica, e quella di dover pagare di tasca propria avvocati, periti, spese di causa, mentre dall’altra parte siedono assicurazioni, grandi gruppi, strutture tecniche. La richiesta di patrocinio legale gratuito per i familiari delle vittime del lavoro – sul modello di quanto già previsto per le vittime di violenza sessuale – è il minimo che lo Stato possa fare dopo non essere riuscito a proteggere i suoi cittadini. 

Se chi muore lavorando diventa a pieno titolo “vittima del dovere”, allora lo Stato è costretto a guardare in faccia le proprie omissioni e a farsi carico non solo dell’indennizzo Inail, ma di un percorso di giustizia.

La radice del problema: quando il costo della vita pesa meno del costo del lavoro

Le statistiche Inail raccontano anche un’altra verità scomoda. L’incidenza maggiore degli infortuni mortali cade:

nei settori a più alta intensità di sfruttamento fisico: costruzioni, agricoltura, trasporti e logistica;  nelle regioni dove il tessuto produttivo è più fragile, il lavoro più precario, i controlli più rari; nelle micro e piccole imprese che spesso vivono perennemente sul filo del ribasso, schiacciate dalla concorrenza di grandi gruppi e appalti al massimo ribasso.

In questo quadro, parlare solo di “educazione alla sicurezza” o di “comportamenti imprudenti dei lavoratori” è una colossale ipocrisia. La verità è che in troppe filiere il costo della vita pesa ancora meno del costo del lavoro: un parapetto in meno, un ponteggio montato in fretta, una formazione saltata “perché non c’è tempo”, un DPI non acquistato “perché costa”.

Se guardiamo i numeri freddi, li chiamiamo “infortuni mortali”. Se ascoltiamo i racconti dei compagni di cantiere e dei familiari, vediamo spesso una sequenza ripetuta di allarmi inascoltati, segnalazioni ignorate, “così si è sempre fatto”, “così lavorano tutti”. È questo che rende il termine “operaicidio” così aderente alla realtà: non è l’incidente imprevedibile, è la cronaca di una morte annunciata.

Da emergenza a scelta politica

Riconoscere le vittime del lavoro come vittime del dovere, creare una Procura del lavoro, limitare i subappalti a un solo livello con responsabilità solide del committente, superare la patente a crediti per costruire un vero sistema di sanzioni rapide ed efficaci: tutto questo non è un “pacchetto tecnico”.

È una scelta politica di campo.

O continuiamo a ripetere, ogni volta che un decesso apre un buco nella cronaca, le solite frasi di circostanza – “mai più”, “serve più sicurezza”, “stiamo studiando nuove norme” – mentre le statistiche restano inchiodate su tre o quattro morti al giorno. Oppure decidiamo che la vita di chi lavora non è una variabile indipendente del Pil, ma il parametro fondamentale con cui giudicare la salute di una democrazia.

Chiamare “vittime del dovere” gli operai che muoiono in cantiere significa, in fondo, una cosa molto semplice: dire che la Repubblica si regge sul loro lavoro almeno quanto sulle uniformi che aprono le parate del 2 giugno. E che ogni volta che uno di loro cade da un ponteggio, non è solo un caso di cronaca: è una sconfitta dello Stato.

Fino a quando non avremo il coraggio di dirlo apertamente, continueremo a contare i morti, a discutere di percentuali e a consolarci con i decimali. Ma un Paese che accetta un “operaicidio” permanente non è un Paese normale: è una democrazia che ha deciso, giorno dopo giorno, che la vita di chi lavora vale meno del profitto di chi appalta.

Quando la povertà è un reato e il cemento un merito: il nuovo voto di scambio al tempo dei condoni

In questi giorni, mentre a Belém, in Brasile, alla COP30 si discute di come evitare il collasso climatico, in Italia si torna a parlare di condono edilizio. Da una parte il mondo prova – almeno a parole – a limitare i danni del modello fossile e del consumo di suolo. Dall’altra, un governo che si definisce patriota mette sul piatto l’ennesimo premio all’abusivismo, travestito da “sanatoria”, e lo fa alla vigilia delle elezioni regionali in Campania.

Lo stesso governo che per anni ha insultato il Reddito di cittadinanza definendolo “voto di scambio” e “paghetta per i fannulloni”, oggi usa davvero l’urbanistica come moneta elettorale, ammiccando a chi ha costruito fuori dalle regole. La povertà è stata trattata come un sospetto penale; il cemento fuorilegge, come un bacino elettorale da coccolare.

Dal Reddito “di scambio” al condono di scambio

Sul Reddito di cittadinanza la propaganda è stata implacabile: si è parlato ossessivamente di truffe, di gente sul divano, di “voto di scambio grillino”, come se il vero scandalo fosse aiutare chi non ce la fa. Eppure, le relazioni ufficiali hanno mostrato che il Reddito ha sottratto circa un milione di persone l’anno dalla povertà assoluta, in un paese in cui salari bassi e precarietà non sono un incidente ma un modello sociale.

Nel mirino non è mai stato l’abuso del Reddito – statisticamente minoritario rispetto alla massa dei beneficiari – ma l’idea stessa che chi è povero abbia diritto a una protezione economica, senza doversi vergognare, senza doversi vendere al miglior offerente. Il messaggio politico è stato chiaro: l’aiuto pubblico ai poveri sarebbe “parassitismo”, “clientelismo”, “voto di scambio”.

Oggi lo stesso blocco politico che ha costruito la propria ascesa su questo racconto si presenta con un’altra “offerta”: la riapertura dei termini del condono edilizio del 2003, con un emendamento alla legge di bilancio che, formalmente, vale per tutta Italia ma nasce su misura della Campania, regione che va al voto il 23-24 novembre.

Qui il “voto di scambio” non è una metafora: è un meccanismo politico quasi esplicito. Alla vigilia delle urne, si promette a decine di migliaia di proprietari di immobili abusivi la chance di “mettersi in regola”, dopo vent’anni di inadempienze, pasticci burocratici e convenienza pura. Non si tratta di sostegno a chi non ha nulla, ma di un maxi-sconto a chi ha realizzato un bene patrimoniale violando le regole urbanistiche, paesaggistiche, idrogeologiche.

La povertà, quando viene aiutata, sarebbe “voto di scambio”. Il privilegio, quando viene sanato a posteriori, sarebbe “giustizia sociale”. Una torsione morale perfetta.

Superbonus 110: quando la spesa pubblica è virtuosa (e allora va demonizzata)

Dentro questo quadro stona, come una nota fuori posto, il trattamento riservato al Superbonus 110. Non a un condono, ma a un gigantesco programma di riqualificazione energetica degli edifici: soldi pubblici usati per ridurre consumi, emissioni, bollette, dipendenza dal gas, rilanciare l’edilizia in chiave ecologica.

Per centinaia di migliaia di famiglie il Superbonus ha significato migliaia di euro di risparmio ogni anno in bolletta, case più sicure e meglio isolate, meno dispersioni, meno gas bruciato, meno CO₂ immessa in atmosfera. Non una regalia sulla pietra, ma un’operazione di interesse generale: migliorare il patrimonio edilizio esistente e ridurre la vulnerabilità energetica del paese.

Eppure, il Superbonus è stato agitato quasi esclusivamente come una minaccia ai conti pubblici, una bomba sui bilanci futuri, ridotto alla sola dimensione contabile del “costo” senza considerare le ricadute in termini di occupazione, gettito fiscale, salute e riduzione delle emissioni.

Qui la contraddizione esplode: le misure che redistribuiscono ricchezza verso il basso e abbassano i consumi energetici vengono demonizzate come sprechi; quelle che condonano l’illegalità edilizia vengono rivestite di una retorica pseudo-sociale. Chi ha rifatto cappotto e impianti per consumare meno viene trattato da “approfittatore”; chi ha costruito dove non si poteva viene premiato come “dimenticato dalla burocrazia”.

Campania laboratorio del ricatto elettorale

L’emendamento che riapre il condono del 2003 viene venduto come “riparazione”: migliaia di persone “ingiustamente escluse” dal terzo condono, soprattutto in Campania, per colpa della mancata piena attuazione da parte della Regione di allora. L’idea ufficiale è ridare una chance a chi, pur avendo pagato, è rimasto impigliato nel contenzioso.

Ma la geografia dell’abusivismo racconta un’altra storia. In Italia si contano in media oltre 15 abitazioni abusive ogni 100 regolarmente autorizzate; nel Mezzogiorno la proporzione esplode. In Campania quasi una casa su due è fuori norma, in Calabria, Basilicata e Sicilia le percentuali di edilizia illegale raggiungono livelli da emergenza democratica e ambientale.

Non siamo di fronte a un abusivismo “di necessità” confinato nelle periferie popolari, ma a un sistema pluridecennale che ha coinvolto anche ceti medi e borghesia “perbene”, spesso in zone pregiate: Ischia, la Costiera Amalfitana, i Campi Flegrei, dove ville, case vacanza e strutture turistiche sono spuntate a ridosso di pendii instabili e versanti a rischio.

Le frane e le colate di fango a Casamicciola nel 2022, con morti e sfollati, non sono state una fatalità, ma il conto presentato da decenni di condoni, abusi tollerati, controlli elusi. In Campania, per anni, a fronte di decine di migliaia di ordinanze di demolizione, solo una minima parte è stata eseguita. La certezza implicita era sempre la stessa: prima o poi arriverà un nuovo condono.

Oggi, nella stessa regione, un condono “riaperto” alla vigilia del voto appare non come un atto di giustizia, ma come l’ennesimo segnale di resa dello Stato di fronte alla rendita immobiliare, travestito da attenzione sociale.

Condoni contro il territorio: la guerra al suolo che chiama catastrofi

L’abusivismo edilizio e i condoni non sono un dettaglio tecnico: sono un pezzo centrale della crisi ambientale italiana. Negli ultimi anni l’Italia ha continuato a divorare suolo a ritmi elevatissimi, trasformando campi, argini, aree agricole e spazi naturali in colate di cemento e asfalto.

La fotografia è sempre la stessa: la quasi totalità dei comuni è esposta a frane, alluvioni, erosione, esondazioni. Ogni nuova impermeabilizzazione del suolo aggrava il rischio, ogni condono rafforza l’idea che si possa costruire ovunque e comunque, tanto alla fine qualcuno chiuderà un occhio.

L’elenco degli eventi estremi è ormai un rosario noto: l’alluvione nelle Marche del 2022, la colata di fango a Ischia, l’alluvione in Emilia-Romagna del 2023 con danni miliardari. Ogni volta si parla di “bombe d’acqua”, “eventi eccezionali”, “fatalità”. Molto più raramente si parla di pianificazione tradita, di vallate cementificate, di letti dei fiumi ristretti, di colline sbancate.

Ogni condono, ogni sanatoria allargata, non è solo un gesto amministrativo: è un messaggio politico che legittima il cemento illegale e spinge nuovi abusi. È un “via libera” retroattivo che si imprime nella memoria collettiva: se costruisci fuori norma, prima o poi ti verrà perdonato.

La retorica della “casa per tutti” contro il diritto alla casa

I condoni vengono regolarmente giustificati con l’argomento più delicato: “dare una casa a chi non ce l’ha”. È la formula perfetta per mescolare nella stessa categoria la famiglia che ha chiuso un balcone senza permesso e la speculazione che ha costruito villette, bed and breakfast e palazzi interi in aree a vincolo o in zone a rischio idrogeologico.

La verità è che il diritto alla casa non passa per il perdono generalizzato dell’abusivismo. Passerebbe, semmai, da un grande piano nazionale per l’edilizia pubblica e sociale, che manca da decenni: gli ultimi piani organici risalgono alle stagioni INA-Casa e Gescal, nel dopoguerra e fino ai primi anni Novanta.

Da allora, i governi che oggi promettono condoni hanno lasciato marcire l’edilizia sovvenzionata, preferendo ristrutturazioni “di pregio”, studentati per chi se li può permettere, housing “sociale” a prezzi di mercato e regali patrimoniali a chi una casa (o più di una) già ce l’ha.

Mentre il Reddito di cittadinanza è stato presentato come un “disincentivo al lavoro”, nessuno parla del gigantesco disincentivo alla legalità che rappresenta un condono ciclico. Il primo premia la sopravvivenza dei più fragili; il secondo incoraggia la rendita di chi ha scommesso sull’illegalità. E mentre il Superbonus viene dipinto come spreco, si dimentica che ha permesso a moltissime famiglie di ridurre le spese energetiche e di vivere in case più efficienti e sicure.

Due modelli di società: diritti, clima e lavoro contro rendita e cemento

Messa così, la differenza è netta.

Da una parte c’è una misura – il Reddito di cittadinanza – che, con tutti i suoi limiti, ha ridotto la povertà assoluta, ha dato un minimo di respiro a chi non aveva altro reddito, ha reso meno ricattabile una parte del lavoro povero. Accanto a questa, un intervento come il Superbonus 110 ha provato, seppure in modo imperfetto, a usare la spesa pubblica per ridurre consumi e bollette, spingendo la riqualificazione energetica delle abitazioni.

I problemi, in entrambi i casi, stavano nella gestione, nella mancanza di una regia industriale e sociale, nella scelta di spegnere bruscamente gli strumenti invece di correggerli. Non nel fatto che lo Stato abbia garantito un pavimento di dignità materiale e investito sulla qualità energetica del patrimonio edilizio.

Dall’altra parte c’è un condono che parla a chi possiede, non a chi è escluso. Non redistribuisce ricchezza: stabilizza diseguaglianze. Trasforma un abuso in valore patrimoniale riconosciuto, aumenta i prezzi delle case in aree già congestionate, scarica sul territorio e sulla collettività i costi di frane, alluvioni, manutenzione straordinaria.

Nel primo caso lo Stato dice ai cittadini più fragili: “non sei solo, non sei un peso, hai diritto a esistere” e riconosce che il risparmio energetico non è un vezzo ma una necessità collettiva. Nel secondo, dice ai cementificatori: “se hai osato abbastanza, alla fine ti va bene”.

Per questo attaccare, delegittimare, ostracizzare provvedimenti che vanno nella direzione della redistribuzione della ricchezza e del risparmio energetico – dal Reddito di cittadinanza agli ecobonus – non può in alcun modo essere messo sullo stesso piano dei condoni. Da un lato ci sono misure, perfettibili, che cercano di allargare diritti, ridurre consumi, rendere più equo e sostenibile il paese. Dall’altro ci sono provvedimenti che ripuliscono l’illegalità edilizia, trasformando una violazione di legge in patrimonio privato, cioè in una truffa collettiva a danno di tutti noi, del territorio, delle casse pubbliche e delle generazioni future.

Legalità selettiva e democrazia fragile

La forza simbolica di questo passaggio non va sottovalutata. Un governo che ha costruito la propria legittimazione sulla “tolleranza zero” verso i poveri e i migranti, sulla retorica della legalità punitiva, oggi pratica una legalità selettiva: inflessibile con chi chiede un sussidio, comprensiva e creativa con chi ha costruito in nero.

È una giustizia rovesciata: il debole è trattato come potenziale criminale, il forte come partner da “regolarizzare”. Il voto dei poveri fa paura; il voto dei proprietari abusivi viene corteggiato.

In un paese in cui quasi tutti i comuni sono esposti a rischio idrogeologico, in cui frane e alluvioni tornano ciclicamente a distruggere interi territori, il condono non è solo una scelta sbagliata: è un segnale politico di irresponsabilità strutturale. E in un’epoca in cui si accusano di “spreco” gli investimenti per l’efficienza energetica e la redistribuzione, mentre si normalizzano i costi enormi dei disastri prodotti da decenni di abusivismo, la contraddizione diventa insopportabile.

Un’altra agenda: piano casa, giustizia sociale, difesa del territorio

Il punto non è negare che esistano situazioni da sanare, errori amministrativi da correggere, famiglie incastrate da procedure complesse. Il punto è che trasformare questo problema reale in leva elettorale, senza un piano casa pubblico, senza una legge nazionale sul consumo di suolo, senza una strategia di prevenzione del dissesto, significa scegliere la strada più facile e più devastante.

Un’agenda alternativa esiste ed è l’esatto contrario del condono:

• blocco del consumo di suolo e legge nazionale che lo limiti davvero

• grande piano per l’edilizia pubblica e sociale, non housing di lusso travestito da “sociale”

• lotta all’abusivismo con demolizioni mirate, cominciando dalle aree a rischio e dagli immobili di rendita, non dalle baracche dei più poveri

• politiche di sostegno al reddito e al lavoro dignitoso, riconoscendo che la povertà non è un reato ma il fallimento di un sistema economico

• investimento stabile in efficienza energetica ed ecobonus mirati, per fare del risparmio in bolletta e della riduzione delle emissioni un diritto universale, non un privilegio

• tassazione della rendita immobiliare e fondi strutturali per la manutenzione del territorio

In questa prospettiva, il confronto tra Reddito di cittadinanza, Superbonus 110 e condono edilizio non è una disputa tecnica tra addetti ai lavori: è lo specchio di due idee di società.

Da un lato, un paese che prova – faticosamente, con mille limiti – a non lasciare indietro chi è più fragile e a utilizzare la spesa pubblica per ridurre disuguaglianze e impatto climatico.

Dall’altro, un paese che continua a premiare chi ha fatto dell’illegalità edilizia una pratica sistematica, trasformando l’abuso in rendita, scaricando su tutti noi i costi in termini di ambiente, sicurezza e finanza pubblica.

Chiamare “voto di scambio” l’aiuto ai poveri e “sanatoria” il premio agli abusivi è il trucco linguistico che tiene insieme questa ipocrisia. Ma dietro le parole restano i fatti: case abusive salvate, territori feriti, miliardi spesi per riparare disastri annunciati, disuguaglianze consolidate. E, ancora una volta, un pezzo di democrazia barattato in campagna elettorale.

La tassa che non c’è e i privilegi che restano. Come la destra ha trasformato la patrimoniale in un fantasma utile

“Patrimoniale. Mai”. Il titolo l’ha fatto la premier sui social e la stampa l’ha rilanciato quasi all’unisono: giornali di destra che applaudono, testate mainstream che mettono in scena lo scontro “Meloni (responsabile) vs Schlein (tassatrice)”, spazio minimo per spiegare da dove arrivino i 26 miliardi evocati dalla Cgil e zero analisi su chi paga davvero le tasse in Italia. Il risultato è un frame perfetto: la patrimoniale non c’è, non è all’ordine del giorno, ma va comunque esorcizzata. È la solita operazione di distrazione: si prende una proposta limitata ai grandi patrimoni e la si fa passare per un attacco al “risparmio degli italiani”, cioè alla casa di abitazione e al conto da poche decine di migliaia di euro. 

Che cos’è, invece, la proposta effettiva? Non riguarda tutti, non riguarda i ceti medi fragili, non riguarda chi ha solo la prima casa. Riguarda l’1% al vertice: circa 500 mila persone che possiedono più di 2 milioni di euro di patrimonio. A questo segmento, la Cgil propone di applicare un contributo di solidarietà dell’1% (in alcune versioni 1,3%) e calcola un gettito potenziale di circa 26 miliardi. Il numero non è magico: si ricava dal fatto che l’1% più ricco, in un paese dove le famiglie hanno 11.286 miliardi di ricchezza netta, controlla una massa stimata attorno ai 2.600 miliardi. L’1% di 2.600 miliardi fa appunto 26 miliardi. Quindi: 26 miliardi non li prendi dai 60-70 miliardari in stile Forbes, che tutti insieme hanno “solo” poco più di 300 miliardi e darebbero al massimo 3 miliardi con un prelievo dell’1%; li prendi dal blocco più ampio dei grandi patrimonializzati, quello sopra i 2 milioni. È questo che la propaganda salta, perché dire “lo pagano i ricchi veri” non spaventa nessuno. 

C’è poi il secondo numero, quello che i giornali hanno messo in fondo o non hanno messo affatto. La Relazione annuale del Mef sull’economia non osservata mostra che l’evasione e l’elusione fiscali sono tornate sopra i 100 miliardi; incrociando queste stime con altre componenti del sommerso e con le mancate entrate contributive, la forchetta reale si avvicina molto ai 110-120 miliardi annui. Vale a dire: ogni anno in Italia sparisce una cifra pari a quattro o cinque volte la famosa patrimoniale “dei comunisti”. Eppure il fuoco non è lì. Il racconto pubblico non è “facciamo pagare chi evade”, ma “difendiamo i patrimoni da una sinistra tassatrice”. È un rovesciamento molto conveniente. 

È su questo terreno che si vede il ribaltamento politico del melonismo. In campagna elettorale Fratelli d’Italia si è presentato come il partito che avrebbe difeso “gli ultimi”, il ceto medio impoverito, i lavoratori a reddito fisso, i pensionati che non arrivano a fine mese. Una volta al governo, però, la scelta è stata un’altra: blindare i grandi patrimoni, rassicurare la fascia alta, non toccare le rendite e spostare il peso su chi è già tracciato. È esattamente ciò che una parte dell’opposizione aveva previsto: un governo di destra reazionario e liberista nei fatti, sostenuto dai grandi capitali e dagli interessi organizzati, ma costruito con un linguaggio sociale rivolto ai fragili. Il copione non è nuovo: anche il fascismo storico crebbe grazie al sostegno di industriali e latifondisti del Nord che in cambio ebbero ordine, manodopera disciplinata e repressione verso chi rivendicava salari e terra. Oggi cambia la forma, non la sostanza. 

Per capire perché questo racconto attecchisce, bisogna guardare alla struttura economica lasciata dalla Seconda Repubblica. Dagli anni ’90 in poi l’Italia è stata spinta verso un modello in cui “ognuno è imprenditore di se stesso”: smantellamento della grande impresa pubblica, culto del “piccolo è bello”, condoni periodici, abolizione o riduzione delle imposte su prima casa e successioni, tolleranza ampia verso il nero. Il risultato è un paese con 19 milioni di dipendenti ma oltre 5 milioni di imprese e quasi altrettanti autonomi: un imprenditore ogni tre lavoratori stabili, mentre in Francia il rapporto è uno a sette. Un paese in cui milioni di persone vivono in equilibrio tra sussidi, bonus e piccole elusioni, e in cui l’idea di “tassare il patrimonio” suona minacciosa perché la propaganda la fa coincidere con “tassare la casa”. Ma la casa di residenza, lo dice la stessa normativa, non è un reddito. La patrimoniale di cui si discute oggi non è questo. È un’altra cosa. 

Dentro questo quadro esiste un’altra stortura: chi paga tutto, paga più del dovuto; chi evade, spesso viene anche premiato. Con le riduzioni delle detrazioni in vari settori e con i nuovi condoni mascherati, chi emette fatture e versa l’Iva viene messo in concorrenza sleale con chi lavora in nero. E non esiste un vero premio all’onestà fiscale. Basterebbe potenziare le detrazioni su una gamma molto più ampia di spese, agganciarle ai pagamenti tracciati e far sì che per le famiglie e le piccole imprese sia più conveniente “stare dentro” che “stare fuori”. Invece il messaggio che passa è il contrario: chi è onesto viene controllato, chi è borderline ottiene rottamazioni e sanatorie. È una scelta politica, non una necessità tecnica.

Se poi si allarga ancora lo sguardo, si vede la catena delle dipendenze. Il debito pubblico italiano cresce di circa 100 miliardi l’anno, non di 3.000, ma è comunque una cifra enorme che obbliga a stare sotto la tutela dell’Unione europea e dei mercati. Il governo non può permettersi manovre espansive senza coperture e allora due sono le strade: o si va a prendere i soldi dove sono (grandi patrimoni, extraprofitti, lotta dura all’evasione), o si mantiene lo status quo e si sposta il peso su lavoratori e pensionati. La scelta fatta è la seconda. E per renderla digeribile si mette in scena lo scontro ideologico sulla patrimoniale, presentata come una follia della sinistra, mentre in realtà è una misura che molti economisti considerano persino moderata in un Paese così diseguale. 

Il sistema mediatico, in questo, gioca un ruolo decisivo. I titoli di questi giorni mettono in cartellone Meloni e Schlein, con Conte che si sfila e i giornali che parlano di “odio di classe”. Così la questione viene depotenziata: non è più “chi deve finanziare sanità e scuola?”, ma “la premier o l’opposizione ha ragione?”. Nel frattempo passa sotto silenzio il fatto fondamentale: con l’attuale livello di evasione e con l’attuale concentrazione di ricchezza nelle fasce alte, l’Italia potrebbe finanziare buona parte del suo welfare senza toccare un euro ai redditi medio-bassi. Semplicemente non lo fa. Per prudenza politica, per la forza delle lobby fiscali, per la paura di perdere consensi nei ceti produttivi del Nord, per la continuità storica con quel blocco sociale che da un secolo sostiene le destre italiane. 

Sul piano costituzionale la questione è persino più semplice. L’articolo 53 dice che tutti devono concorrere alle spese pubbliche in ragione della capacità contributiva e che il sistema tributario è informato a criteri di progressività. È un articolo chiarissimo: chi ha di più deve contribuire di più. Oggi accade l’opposto: la parte tracciata (dipendenti e pensionati) paga in modo quasi perfetto; una parte del mondo produttivo paga in modo incompleto; il vertice della piramide patrimoniale viene esonerato dal solo fatto di essere vertice. Una patrimoniale mirata sui patrimoni netti molto alti, con franchigie ampie per prime case e piccoli risparmi, sarebbe la semplice traduzione di quell’articolo in un momento storico in cui lo Stato deve finanziare sanità, non autosufficienza, scuola, ricerca e transizione ecologica. Rinunciarvi non è neutralità, è schierarsi. 

In controluce si vede anche un’altra cosa che i commenti sui social hanno colto bene: non esiste oggi in Italia un vero “premio” al risparmio onesto e alla proprietà frutto di lavoro; esiste invece una protezione testarda delle grandi eredità e delle rendite immobiliari e finanziarie alte. Una riforma fiscale che volesse davvero essere giusta dovrebbe fare tre cose insieme: colpire i patrimoni molto alti e le eredità molto ricche; allargare le detrazioni per chi spende in modo tracciato; rafforzare i controlli sul tenore di vita (villa, suv, barca vs reddito dichiarato) e sulle false prestazioni assistenziali. Sono tutte misure già discusse in passato e mai portate fino in fondo perché toccano interessi reali, molto più organizzati dei lavoratori dipendenti. 

Resta il punto politico di fondo. Il governo che dice “mai la patrimoniale” è lo stesso che, di fronte a sanità sottofinanziata, scuola in affanno, regioni che chiedono più risorse e una demografia in declino, non propone una via d’uscita diversa dal continuare a far pagare chi è già in chiaro. È un governo che parla in nome del popolo ma protegge il capitale, esattamente come una parte dell’opinione pubblica aveva segnalato all’inizio della legislatura. Può farlo perché alle spalle ha un sistema mediatico che amplifica le paure del ceto medio e mette il silenziatore sulle cifre dell’evasione e sulla concentrazione della ricchezza. Ma i numeri, se messi in fila, non lasciano scampo: 11.286 miliardi di ricchezza delle famiglie; 2.600 miliardi detenuti dall’1% più ricco; 26 miliardi ottenibili con un contributo dell’1% su questi patrimoni; oltre 100 miliardi di evasione strutturale ogni anno. È lì che stanno i soldi. Il resto è rumore. 

Meloni, Landini e il bersaglio sindacale. Dal sarcasmo di governo alla “resistenza” evocata da Montanari

Lo sciopero Cgil del 12 dicembre nasce dalla manovra, ma la risposta di Palazzo Chigi è tutta ideologica: delegittimare il conflitto sociale. Montanari: la premier usa lo stesso lessico antisindacale del fascismo. È un progetto, non uno sfogo.

Lo scontro tra Giorgia Meloni e la Cgil di Maurizio Landini sullo sciopero generale del 12 dicembre ha preso rapidamente una piega rivelatrice. Alla proclamazione della mobilitazione da parte del sindacato contro una manovra giudicata iniqua, la premier ha replicato con sarcasmo: “In quale giorno cadrà il 12 dicembre?”, alludendo alla retorica del “venerdì ponte”. Una risposta che evita accuratamente il merito della questione, ma rivela molto sul disegno politico in corso: delegittimare il sindacato riducendolo a caricatura.

Il contesto è chiaro. La legge di bilancio 2026 è stata criticata da più parti per la sua debolezza strutturale: non contrasta la perdita di potere d’acquisto dei salari, non rafforza i servizi pubblici già in crisi e affida la tenuta dei conti a tagli lineari che colpiscono in particolare territori, enti locali e comparto sanitario. Anche istituzioni come Bankitalia e Istat hanno espresso riserve. Lo sciopero, quindi, non è un atto simbolico o rituale: è la manifestazione concreta di un dissenso sociale radicato.

La reazione di Giorgia Meloni, però, non è nuova. Già ad ottobre, parlando dello sciopero pro-Gaza, la premier lo aveva definito “pretestuoso”, liquidandolo come “rivoluzione del weekend”. Identico schema: chi protesta viene ridicolizzato, i contenuti spariscono sotto una patina di dileggio.

In questo quadro si inserisce l’intervento del professor Tomaso Montanari, che ha parlato a Firenze durante l’assemblea dei delegati Cgil. Lo storico ha tracciato un parallelo netto tra il linguaggio di Meloni e quello di Benito Mussolini in materia di sindacati e conflitto sociale. La premier – ha sottolineato Montanari – parla del mondo del lavoro come “troppo sindacalizzato”, afferma che la “dialettica marxista” è un ostacolo e che capitale e lavoro devono essere “sullo stesso piano”. Anche Mussolini parlava di coordinazione e non di conflitto, di collaborazione e non di lotta di classe. Il lessico, per Montanari, è lo stesso, e non per caso.

L’aspetto più rilevante del suo discorso è la messa a fuoco di un piano politico: “Il continuo attacco al sindacato e al diritto di sciopero va preso non come uno sfogo, ma come un progetto lucido”. In altre parole, non si tratta di una reazione emotiva o di propaganda elettorale, ma di un’azione sistematica che punta a marginalizzare l’unico soggetto sociale ancora in grado di rappresentare in forma collettiva il lavoro organizzato.

Montanari ha ricordato anche l’assalto alla sede nazionale della Cgil del 9 ottobre 2021 da parte di gruppi neofascisti, come tappa iniziale di questo disegno. Un episodio troppo in fretta archiviato, ma che diventa eloquente se lo si collega alle parole della premier, alle narrazioni mediatiche ricorrenti e all’attuale retorica sull’“inutile sindacato della casta”. Un filo rosso che attraversa più stagioni, ma che oggi si manifesta con particolare forza nel tentativo di ridefinire i confini della democrazia repubblicana.

La battuta sullo sciopero del 12 dicembre, dunque, non è solo sarcasmo: è un segnale politico. Serve a consolidare un’idea: che chi sciopera è un ostacolo, un residuo del passato, un privilegiato. In questa visione, il conflitto sociale non è un diritto, ma un fastidio. Un’anomalia da ridicolizzare. Ma in realtà, chi rinuncia a una giornata di paga per manifestare contro una manovra penalizzante non è un parassita: è un cittadino che esercita un diritto costituzionale. Non va in vacanza: va in piazza per difendere il proprio futuro.

Meloni riesce a imporre questo frame narrativo anche grazie alle debolezze del fronte opposto: una Cgil che sciopera in solitaria, una Uil che fatica a costruire unità, una Cisl che si smarca appoggiando il governo, un’opposizione politica che appare più concentrata sulle elezioni del 2027 che sul sostegno alle lotte sociali. In questa disarticolazione, l’esecutivo può permettersi il lusso di colpire i sindacati con leggerezza, sapendo che il prezzo politico sarà minimo.

Ma è proprio questa la posta in gioco, come ha spiegato Montanari: il tentativo di sovvertire il paradigma della Repubblica fondata sul lavoro, in favore di un nuovo ordine privo di conflitto, dove il sindacato sopravvive solo se silenzioso. Parlare oggi di “resistenza” non è un vezzo accademico: è chiamare le cose con il loro nome. Perché se un governo arriva a banalizzare il diritto di sciopero, allora quel diritto va difeso. Non con nostalgia, ma con lucidità politica. Perché è lì, tra salario, dignità e conflitto, che si decide quale democrazia ci aspetta domani.

Paradisi fiscali, capitalismo estrattivo e democrazia derubata

In sei anni l’Italia si è vista sfilare 22,3 miliardi di dollari che dovevano finire in scuole, ospedali, trasporti, sostegno alla non autosufficienza. Non sono spariti per magia. Hanno semplicemente preso la strada che la finanza globale e le grandi corporation hanno apparecchiato da anni: registrare i profitti dove si pagano meno tasse, anche se quei profitti sono stati generati qui. È la fotografia che emerge dal rapporto di Tax Justice Network che hai riportato, e che combacia con l’andamento globale del fenomeno: le multinazionali spostano centinaia di miliardi di utili ogni anno in giurisdizioni amichevoli, lasciando i conti pubblici dei Paesi reali a fare i salti mortali. Su scala mondiale parliamo di oltre mille miliardi di profitti spostati e di centinaia di miliardi di gettito bruciati ogni anno.

Questo non è un incidente tecnico della fiscalità internazionale. È l’effetto logico di un capitalismo che si è fatto politica, che ha trasformato gli Stati in contenitori da cui estrarre rendita fiscale, e che usa la concorrenza tra Paesi come arma per pagare sempre meno. È la famosa corsa al ribasso. E quando le imprese pagano meno del dovuto, non è che il costo scompare: viene scaricato sulla collettività, cioè sui cittadini che pagano l’Irpef, sull’Iva, sui piccoli imprenditori che non possono aprire una controllata in Delaware.

Il ruolo degli Stati Uniti dopo il taglio Trump

La parte più interessante e più scandalosa del quadro è il comportamento degli Stati Uniti dopo il Tax Cuts and Jobs Act del 2017. Quella riforma, presentata come leva per riportare investimenti in patria, ha in realtà trasformato Washington in un rifugio fiscale per le proprie multinazionali e per molte straniere: imposta federale sulle società più bassa, regole più morbide, e soprattutto la possibilità di far atterrare negli USA profitti prodotti altrove pagando aliquote effettive molto più basse. Risultato: tra il 2016 e il 2024 gli utili dichiarati in patria sono saliti, ma le tasse effettivamente pagate sono scese. Non è un paradosso, è un disegno. 

Così gli USA sono diventati un nuovo polo di attrazione per i profitti sottratti ai Paesi dove sono stati davvero generati, scalzando perfino paradisi fiscali europei più tradizionali. E nello stesso momento Washington ha sabotato o rallentato tutti i tentativi internazionali di far pagare una quota equa alle big tech e alle altre multinazionali, dal fragile accordo OCSE sulla minimum tax fino ai tentativi di tassare i servizi digitali. Perché? Perché quando hai reso il tuo Paese un magnete del profitto altrui non hai alcun interesse a far tornare quei soldi a casa d’altri. 

Europa e Italia: le casse bucano, i servizi arretrano

Dentro questo quadro l’Italia sta nel gruppo dei Paesi che perdono senza avere strumenti adeguati per reagire. La cifra che hai riportato, 22,3 miliardi di dollari tra 2016 e 2021, va letta così: è come se avessimo lasciato aperto un rubinetto fiscale verso l’estero proprio negli anni in cui si diceva che “non ci sono risorse” per scuola, sanità, disabilità, politiche abitative. È una sottrazione silenziosa, perché non passa dal Parlamento, non richiede un decreto, non ha opposizione: avviene nelle note integrative dei bilanci delle multinazionali.

I dati europei confermano che non è un problema solo nostro: Francia e Germania perdono ancora di più in valore assoluto, la Spagna vede evaporare una quota di gettito pari a più del 5 per cento della spesa sanitaria di quegli anni. Vuol dire che i sistemi pubblici stanno pagando la concorrenza fiscale decisa altrove. E vuol dire che quando ci dicono che bisogna “aziendalizzare” la sanità, o aumentare i ticket, o privatizzare pezzi di welfare perché “mancano i soldi”, stanno in realtà scaricando sui cittadini il conto di un trasferimento di ricchezza verso i board delle corporation. 

Le multinazionali si sono fatte politica

Qui sta il punto politico che va detto con chiarezza. Il problema non è solo il Lussemburgo che fa il furbo o l’Irlanda che offre aliquote basse. Il problema è che le grandi imprese hanno conquistato negli anni un potere di interlocuzione diretto con i governi, tale da far scrivere le regole fiscali in modo compatibile con le loro strutture societarie. Non si limitano a usufruire delle norme: le orientano. E siccome sono transnazionali e gli Stati no, la trattativa è sempre sbilanciata.

Questa è la forma aggiornata della subalternità politica al capitale: non più solo lobbying, ma vera e propria co-scrittura delle regole contabili, fiscali e di trasparenza. A livello OCSE si è deciso che i dati che mostrano dove le multinazionali fanno profitti e dove pagano le imposte restano in gran parte riservati, quindi i cittadini non possono vedere chi paga e chi no. Gli USA, già nel decennio scorso, hanno voluto che la rendicontazione paese per paese non fosse pubblica. Senza trasparenza non c’è neppure conflitto democratico. 

La partita ONU e l’astuzia del Nord globale

Per questo è importante che all’ONU sia partita la trattativa per una Convenzione fiscale internazionale, cioè per spostare dal club dei Paesi ricchi al sistema multilaterale la regia sulla tassazione delle multinazionali. È una richiesta che arriva da anni dal Sud globale, perché sono proprio i Paesi a medio e basso reddito quelli che, in proporzione, perdono di più rispetto alle loro entrate complessive. Ma i Paesi guida del capitalismo occidentale hanno già fatto muro e continueranno a farlo, perché un vero registro pubblico e una vera tassazione dove si genera il valore taglierebbero le gambe alle loro stesse imprese e alle loro piazze finanziarie. 

Se la Convenzione ONU riuscisse a introdurre la rendicontazione pubblica paese per paese e il principio che il profitto si tassa dove si produce, secondo le stime di Tax Justice si potrebbero recuperare ogni anno centinaia di miliardi. È esattamente ciò che oggi manca ai bilanci pubblici per finanziare i diritti sociali senza doverli trasformare in servizi a pagamento.

Un problema di modello, non di furbetti

Qui è utile togliere di mezzo la retorica dei singoli evasori. Non stiamo parlando del professionista che non emette una fattura. Stiamo parlando di un’architettura pensata per permettere a gruppi con fatturati da Stato medio di sottrarsi alla progressività fiscale. È un problema sistemico, prodotto dall’aziendalizzazione della politica: gli Stati hanno interiorizzato l’idea che per essere “attrattivi” bisogna costare poco alle imprese. Il risultato è che si compete al ribasso, e chi vince sono i soggetti globali che possono muovere una riga di bilancio da un continente all’altro con un clic.

Ed è un problema che rompe la democrazia fiscale. Perché se i grandi non pagano, i piccoli pagano di più. Se i grandi portano fuori 22 miliardi in sei anni, lo Stato deve recuperarli altrove: tagliando spesa sociale, vendendo patrimonio, aumentando la pressione su chi non può spostarsi in Irlanda. È la socializzazione delle perdite e la privatizzazione degli utili, la cifra di questo capitalismo.

Cosa dire, allora

Primo, che i paradisi fiscali non sono un’anomalia distante, sono incorporati nel funzionamento del capitalismo occidentale. Secondo, che l’Italia non può continuare a presentare come inevitabili i tagli a sanità, scuola e disabilità finché non mette al centro la lotta al drenaggio di base imponibile. Terzo, che la battaglia per la trasparenza fiscale internazionale è oggi una battaglia democratica: sapere chi paga le tasse è un diritto politico, non un vezzo di tecnici.

E soprattutto va detto che questo drenaggio non è neutro. Ogni miliardo che esce per compiacere una multinazionale è un miliardo sottratto alla vita quotidiana delle persone, ai territori, ai servizi. È un trasferimento dal basso verso l’alto reso possibile da regole scritte dall’alto. Finché non spezziamo questo circuito, continueremo a discutere di micro-bonus, di privatizzazioni necessarie e di austerità “inevitabile”, mentre i veri soldi, quelli che potrebbero cambiare la vita delle persone, seguiranno la rotta invisibile dei paradisi fiscali.

Un milione che suona come un insulto: così la manovra dimentica i caregiver e sposta i miliardi altrove

Un milione nel 2026 per i caregiver: una cifra simbolica che fotografa le priorità della manovra. Mentre le famiglie reggono il sistema di cura, lo Stato guarda altrove.

I numeri (e il messaggio politico) dell’articolo 53

Nel testo della Legge di Bilancio 2026, l’articolo 53 istituisce un fondo “a sostegno del ruolo di cura e di assistenza del caregiver familiare” con 1,15 milioni per il 2026 e 207 milioni annui a decorrere dal 2027. Le associazioni parlano di risorse irrisorie e di riforma senza una cornice di diritti esigibili. Non è un cavillo: è una scelta politica netta.

La memoria corta del Governo

Il precedente “fondo caregiver” da 30 milioni era stato soppresso; solo il 7 maggio 2025, la Gazzetta Ufficiale ha pubblicato i criteri di riparto dei fondi (relativi al 2024) nell’ambito del Fondo unico per la disabilità. Un ripristino tardivo, con procedure complesse, che dimostra ancora una volta come la cura venga trattata come straordinaria, mai strutturale.

Quante persone stiamo lasciando sole

In Italia i caregiver familiari sono oltre 7 milioni, in larga maggioranza donne. Le persone con disabilità sono circa 2,9 milioni (dato ISTAT, 2023). Parliamo di famiglie intere che reggono il carico dell’assistenza quotidiana, spesso senza alcun riconoscimento formale. Pensare di rispondere a questo bisogno con 1,15 milioni nel 2026 è più che illusorio: è offensivo.

La scala delle priorità: miliardi alla Difesa, centesimi alla cura

Nel 2025 il Governo ha rivendicato con orgoglio il raggiungimento del 2% del PIL destinato alla Difesa. La NATO, nel frattempo, ha alzato ulteriormente l’asticella: l’obiettivo complessivo è ora il 5% del PIL entro il 2035 (3,5% per la difesa militare, 1,5% per la “sicurezza” in senso lato). Anche gli analisti più prudenti confermano che si tratta di un’accelerazione storica della spesa militare. Di fronte a questi numeri, la cifra destinata alla cura appare ancora più indecente.

Cosa servirebbe subito (non “dal 2027”)

  1. Una legge-quadro chiara
    Definizione giuridica unica della figura del caregiver familiare, indennità mensile strutturale, diritti esigibili e riconoscimento sociale.
  2. Tutele previdenziali e lavorative
    Contributi figurativi pieni, congedi retribuiti e flessibili, diritto al sollievo, senza penalizzazioni per chi rinuncia a un lavoro per assistere un familiare.
  3. Sportello unico nazionale
    Un sistema centralizzato con domanda digitale, tempi certi, erogazioni trasparenti e un monitoraggio pubblico accessibile.
  4. Integrazione socio-sanitaria reale
    Piani personalizzati di cura con “budget di presa in carico”, coordinati tra servizi sociali e sanitari a livello locale e vincolati a standard minimi.
  5. Coperture trasparenti e continuative
    Stop a fondi spot e riclassificazioni contabili. Serve una dotazione pluriennale certa, svincolata da logiche emergenziali.

Come rendere strutturale il Fondo (coperture vere, non promesse)

  1. Agganciare il Fondo ai “flussi bancari” della manovra
    Il cosiddetto pacchetto banche non è una vera imposta straordinaria: si tratta di una combinazione tra aumento dell’IRAP per il 2026–2027, limiti temporanei alle deduzioni fiscali (ACE, perdite pregresse) e slittamento delle DTA. È più un’anticipazione di gettito che un contributo reale: lo Stato incassa ora, ma le banche pagheranno meno domani. Almeno il 20% di queste risorse dovrebbe essere vincolato per legge al Fondo Caregiver, sin dal 2026, per renderlo pluriennale e strutturale.
  2. Dal 2026, non dal 2027
    L’avvio “ritardato” al 2027 dei 207 milioni non è credibile né accettabile. È necessario attivare immediatamente la dotazione annuale minima e indicizzarla a inflazione sanitaria e demografica.
  3. Un Fondo unico, nazionale, e semplice da usare
    Basta con la frammentazione regionale: serve un Fondo nazionale con piattaforma digitale unica, procedure snelle e tempi certi. Ogni ulteriore frammentazione favorisce ritardi e diseguaglianze territoriali.
  4. LEPS e budget di cura da garantire in ogni ASL
    I livelli essenziali per il sollievo familiare e l’assistenza domiciliare devono essere vincolanti per le Regioni, con fondi dedicati proprio attraverso la quota stabilita nel pacchetto banche.
  5. Clausola di salvaguardia sociale
    Qualora lo stanziamento annuale per i caregiver scenda sotto una soglia minima pro-capite, si attiva automaticamente un travaso di risorse dal pacchetto banche o da capitoli discrezionali verso il Fondo Caregiver. È il minimo per garantire stabilità e continuità.

Mettere 1,15 milioni per i caregiver nella manovra economica non è un errore tecnico: è una precisa scelta politica. È lo specchio di un sistema che premia la spesa per armamenti ma abbandona chi ogni giorno cura, assiste, sostiene. È la negazione di una visione sociale del Paese. La cura non è un favore. È un diritto. Ed è tempo che venga finanziata come tale: ora, non in un futuro indefinito.

Fonti principali:
Il Fatto Quotidiano; Gazzetta Ufficiale (07/05/2025); Ministero per le Disabilità; ISTAT (Rapporto disabilità 2023); Reuters (obiettivi NATO 2025–2035); “Fisco e Tasse” – analisi manovra 2026, pacchetto banche.

Regalare il futuro: la svendita sistematica del patrimonio pubblico italiano

È un processo che non nasce oggi, ma che nel corso di tre decenni ha assunto dimensioni strutturali: lo Stato italiano, con le proprie imprese strategiche, viene progressivamente smontato, ceduto, mercificato. Ciò che fino a poco tempo fa era centrale per la sovranità industriale nazionale è oggi un pacchetto da “monetizzare”. E il governo Meloni, lungi dall’interrompere il corso, lo sta portando fino alle sue ultime conseguenze.

In questo articolo ricostruiamo la traiettoria recente, aggiorniamo i casi più emblematici con dati 2024/2025 e ragioniamo sulle implicazioni politiche, economiche e sociali.

  1. Un’eredità quarantennale: la privatizzazione come paradigma permanente

Il “modello privatizzazioni” affonda le sue radici nei primissimi anni Novanta, quando l’IRI — storica anima industriale dello Stato — comincia il suo smembramento. Da allora, decine di aziende pubbliche, infrastrutture e servizi strategici sono stati trasformati in merci, ceduti al miglior offerente. Nel tempo si è consolidato un dogma: “pubblico = inefficiente, privato = virtuoso”. Ma le grandi privatizzazioni italiane (telecomunicazioni, energia, banche, autostrade) non sono state solo operazioni economiche: hanno segnato un cambio di paradigma, un trasferimento simbolico e reale di sovranità al mercato finanziario.

Negli ultimi anni il dibattito internazionale ha iniziato a rimettere in discussione quel dogma (reinternalizzazioni, modelli ibridi pubblico-privato). In Italia, qualche segnale timido esiste, ma la sostanza resta: valorizzare sul mercato ciò che ancora rimane “vendibile” del patrimonio pubblico.

  1. Il piano delle dismissioni 2025–2026: quanto resta sul tavolo?

Nel 2025 il governo ha indicato un obiettivo di incassi da privatizzazioni nell’ordine di circa 17,5 miliardi di euro sui prossimi anni, ridimensionando però tempi e ambizioni rispetto ai proclami iniziali. L’operazione resta centrale per far quadrare i conti della finanza pubblica, con un DEF che aumenta i margini di disavanzo (circa +0,4 punti di PIL nel 2025, +0,7 nel 2026, +1,1 nel 2027). In agenda figurano quote di Poste, MPS, partecipazioni residue in società energetiche e altri asset infrastrutturali; ma diversi osservatori notano che “il sacco è quasi vuoto”: ciò che poteva essere venduto è già stato ceduto, o è difficile da valorizzare ulteriormente.

  1. I casi simbolo aggiornati (2024–2025)

TIM / Rete fissa (NetCo/FiberCop/KKR)
• 1 luglio 2024: perfezionata la cessione della rete fissa di TIM al fondo statunitense KKR (tramite FiberCop/Optics BidCo), con valutazione fino a 22 miliardi. L’organico complessivo scende da 37.065 a 17.281 addetti. Contratto pluriennale per l’affitto della rete, golden power esercitato con prescrizioni. È il passaggio di un’infrastruttura vitale alla finanza internazionale, con governance pubblica residuale.

Ex Ilva / Acciaierie d’Italia
• Dossier ancora fragilissimo: tra commissariamenti, subentri e piani di “rilancio”, prevalgono ipotesi di nuova cessione e tagli occupazionali, con oneri pubblici per decarbonizzazione. Tutto questo mentre la domanda globale di acciaio è sostenuta anche dalle politiche di riarmo europee. (Fonti multiple di settore; scenario coerente con l’evoluzione 2024/25)

ITA / Lufthansa
• Gennaio 2025: Lufthansa finalizza l’acquisto del 41% di ITA (saldo 59% al MEF), con prospettiva di progressiva integrazione operativa. Nel frattempo, la CIG per circa 2.000 ex lavoratori Alitalia è prossima alla scadenza: manca un piano robusto di ricollocazione.

MPS (Monte dei Paschi di Siena)
• Dopo la nazionalizzazione per salvataggio, lo Stato ha ridotto la propria quota a meno dell’11–12%; la traiettoria è di privatizzazione, mentre operazioni straordinarie (fusioni/alleanze) hanno generato plusvalenze importanti per grandi investitori (famiglia Del Vecchio tramite Delfin, gruppo Caltagirone, fondi come BlackRock). Un’occasione mancata per costruire un polo bancario pubblico con Cassa Depositi e Prestiti.

Stellantis / Automotive
• Tra delocalizzazioni, compressione salariale e rendite finanziarie, il rischio è che l’Italia scivoli a sito di assemblaggio marginale, mentre il valore aggiunto si cattura altrove. La riconversione verso produzioni dual-use e militari, finanziata con risorse pubbliche, non garantisce presidio strategico, dato che la governance e la base fiscale del gruppo non sono italiane.

Partecipazioni in Eni, Enel e imprese energetiche
• Ulteriori cessioni/ritocchi di quote riducono il perimetro del controllo pubblico su settori chiave. Sul fronte downstream, il dossier IP/API e l’interesse Socar riaccendono il tema della sovranità energetica (trattative e scenari 2024/25).

  1. Il caso Autostrade/Benetton e il Ponte Morandi: quando il profitto scavalca la sicurezza

La vicenda Autostrade per l’Italia (Aspi) è il paradigma di cosa accade quando un’infrastruttura essenziale viene gestita con priorità di massimizzazione del rendimento anziché di tutela dell’interesse pubblico.
• 14 agosto 2018: crolla il Ponte Morandi a Genova, una delle più gravi tragedie infrastrutturali della storia recente italiana. Il maxi-processo, con 57 imputati, è tuttora in corso e la sentenza è attesa nel 2026 (alcuni reati minori già prescritti). Lentezze giudiziarie a parte, la sostanza politica è chiara: la manutenzione e il controllo di sicurezza di un asset vitale non possono dipendere dalla logica del dividendo.
• Maggio 2022: dopo un lungo braccio di ferro, Atlantia (galassia Benetton) perfeziona il closing vendendo l’88,06% di Aspi al Consorzio formato da CDP Equity (51%), Blackstone (24,5%) e Macquarie (24,5%). Controvalore: ~8,2 miliardi di euro (inclusa ticking fee e al netto di aggiustamenti).
• Agosto 2025: a sette anni dal crollo, il Comitato Ricordo delle Vittime e altre associazioni depositano un esposto per chiarire le cifre della transazione e la gestione post-tragedia, denunciando una “Aspi spolpata” prima del passaggio di mano. È un atto simbolico, ma indica una percezione pubblica diffusa: la privatizzazione di un servizio essenziale ha generato profitto privato e rischio pubblico.

Questo caso spiega, meglio di qualsiasi teoria, perché le dismissioni di asset strategici non possono essere la scorciatoia per fare cassa: quando la manutenzione è un costo e il dividendo un obiettivo, la sicurezza arretra. Il pubblico finisce per pagare due volte: prima con tariffe e dividendi, poi con ricostruzioni, cause, risarcimenti e dolore sociale.

  1. Una mappa dei guadagni e delle perdite: cifre, attori, controparti

Incassi e obiettivi
• 2025: piano di privatizzazioni con incassi attesi fino a 17,5 miliardi (poi “rimodulati”). Ma molti dossier slittano e la “capacità residua di vendita” si assottiglia.

Chi guadagna
• Fondi internazionali (KKR, BlackRock, ecc.) entrano nei nodi strategici.
• Gruppi nazionali già avvantaggiati consolidano rendimenti (Delfin, Caltagirone).
• Governi di ogni colore orchestrano con atti formali (golden power, decreti, patti parasociali) una cessione “controllata”, ma pur sempre cessione.

Chi perde
• Lavoro (esuberi, esternalizzazioni: il caso TIM è plastico).
• Capacità di pianificazione: l’indirizzo industriale scivola verso obiettivi estranei al bene collettivo.
• Sovranità tecnologica/energetica: cresce la dipendenza da capitali, tecnologie e forniture estere.

  1. Il silenzio dell’opposizione e la resa dei corpi intermedi

Qui sta il punto politico. L’operazione di dismissione è diventata bipartisan: governi di destra, sinistra e tecnici hanno partecipato allo stesso disegno, spesso giustificandolo con vincoli europei o urgenze di finanza pubblica. La CGIL e, più in generale, il sindacato confederale hanno spesso risposto con mobilitazioni parziali, senza un progetto industriale alternativo all’altezza del passaggio storico. Il risultato è un depotenziamento dello Stato che procede quasi senza resistenza, trasformandosi in normalità.

  1. Le radici del dominio neoliberista europeo

La cornice è europea: concorrenza, aiuti di Stato, regole fiscali hanno spinto gli Stati a “non fare impresa”, limitandosi a incentivare i privati. Anche il Next Generation EU e i pacchetti per la transizione green/digitale tendono a scorrere lungo canali finanziari transnazionali, lasciando alla capacità progettuale pubblica un ruolo spesso ancillare. Finché l’Italia non riapre il dossier della sovranità industriale in sede UE, ogni tentativo di re-industrializzare resterà parziale.

  1. Strategie per invertire la rotta (con i piedi per terra)
    1. Patrimonio pubblico come leva strategica
      Non zavorra da liquidare, ma volano di sviluppo: energia, reti, manutenzione straordinaria del territorio, sanità digitale, manifattura avanzata.
    2. Clausole dure nelle privatizzazioni
      Diritto di reversione, vincoli occupazionali, tetti alla distribuzione di utili, poteri speciali effettivi e verificabili.
    3. Piani industriali pubblici veri
      Non “aiuti” a pioggia a grandi gruppi, ma campioni pubblici capaci di guidare filiere (energia, semiconduttori, batterie, mobilità, agro-tech).
    4. Ricostruzione dei corpi sociali
      Dalle vertenze singole a un fronte civico-produttivo che faccia dei beni comuni la propria piattaforma politica.
    5. Contrattazione in Europa
      Portare il tema della sovranità industriale al centro dei tavoli: senza spazi per imprese pubbliche e consorzi misti mission-oriented, l’Italia resterà subfornitore.
    6. Trasparenza radicale
      Ogni dismissione deve essere accompagnata da bilanci pubblici leggibili, consultazioni territoriali, indicatori di sicurezza/qualità (il caso Autostrade insegna), e monitoraggi indipendenti ex-post.

Conclusione

L’Italia vive un dramma silenzioso: la dissoluzione del proprio apparato industriale e l’alienazione del capitale pubblico. Non è fatalità, è scelta. Il governo Meloni non ha inventato nulla: ha ereditato una linea e l’ha accelerata. Se l’opposizione non rompe la gabbia ideologica, ci consegnerà un Paese più povero, meno libero, più dipendente.

Il tempo per invertire la rotta non è infinito. Servono schiena dritta e visione: uno Stato non “minimo”, ma protagonista. E soprattutto, un principio: ciò che è strategico — reti, energia, infrastrutture, dati, sicurezza — non si mette all’asta. Il Ponte Morandi ce lo ricorda ogni giorno.

Fonti essenziali per i dati aggiornati (2024–2025)
• Piano privatizzazioni e cifre 2025: la Repubblica (15 aprile 2025).
• TIM/KKR (valutazione fino a 22 mld; organico a 17.281): ANSA, Il Fatto Quotidiano, Gruppo TIM (1 luglio 2024).
• ITA/Lufthansa (41%): Lufthansa Group newsroom (17 gennaio 2025), MEF (3 luglio 2024).
• Autostrade/Aspi (closing e controvalore ~8,2 mld): Sky TG24 (6 maggio 2022), Mundys/Atlantia (5 maggio 2022), ANSA (6 maggio 2022).
• Ponte Morandi (stato del maxi-processo; sentenza attesa 2026): la Repubblica Genova (12 agosto 2025).
• Esposto delle vittime su Aspi “spolpata”: Avvenire (14 agosto 2025).

Poveri per scelta politica: il fallimento dell’ADI e la resa dello Stato di fronte alla miseria

Se guardiamo i numeri senza ideologia, l’Italia di oggi ha deciso chi aiutare e chi no. E la scelta ricade sempre meno sui poveri. Il Rapporto 2025 di Caritas Italiana è chiarissimo: la riforma Meloni–Calderone ha sostituito un’impostazione universalistica (aiutare chi è povero in quanto tale) con una logica categoriale che premia solo alcuni nuclei (quelli con minori, anziani o disabili) e lascia fuori gli altri. È un unicum in Europa e, soprattutto, è un arretramento culturale: “assicurare a tutti i poveri una vita decente” smette di essere compito dello Stato. Non è un giudizio politico: è ciò che mostrano i dati e che la stessa Caritas definisce come “limitato interesse del governo per la lotta alla povertà”.

Il cuore della riforma: meno platea, meno efficacia
La differenza tra Reddito di cittadinanza (RdC) e Assegno di inclusione (ADI) non è solo nominale. Stando alle stime della Banca d’Italia riportate da Caritas, il RdC riduceva l’incidenza della povertà assoluta dall’8,9% al 7,5%. L’ADI, con la platea più stretta, arriva appena all’8,3%. Tradotto: con l’ADI più persone restano sotto la soglia di povertà. E non per caso, ma per design istituzionale.

Nord povero invisibile, Sud iper-rappresentato
La riforma riproduce e aggrava il disallineamento territoriale già noto con il RdC. Dati alla mano: al Sud risiede il 45% dei nuclei in povertà assoluta ma arriva il 68% dei benefici dell’ADI; nel Nord, dove si concentra il 41% delle famiglie povere, il sostegno si ferma al 15%. Il risultato è doppiamente distorsivo: crea “falsi negativi” (poveri esclusi) nelle aree a costo della vita più alto e “falsi positivi” altrove. Questo non è un inciampo tecnico: è il prodotto di soglie uniformi che ignorano differenze reali di prezzi e bisogni.

Gli stranieri pagano il conto più alto
Nel 2023 l’incidenza di povertà assoluta tra le famiglie con almeno uno straniero è stata del 30,4%, quasi cinque volte quella delle famiglie composte solo da italiani. Eppure l’accesso all’ADI continua a essere ostacolato da requisiti anagrafici e patrimoniali severi, con un effetto di esclusione strutturale che il passaggio da 10 a 5 anni di residenza non ha risolto. È un cortocircuito: più povertà, meno accesso allo strumento.

SFL, la “politica attiva” che non attiva
Il Supporto per la formazione e il lavoro (SFL) doveva essere la grande novità. In pratica, gli operatori lo definiscono “una scatola vuota”: pochi presi in carico, percorsi formativi scollegati dal mercato, inserimenti occupazionali quasi nulli. I numeri confermano la modestia della scala: al 30 giugno 2025 risultano circa 182 mila persone che hanno ricevuto almeno una mensilità SFL, a fronte di un fabbisogno ben più ampio e senza evidenze robuste di impatto occupazionale.

La coperta troppo corta (per scelta)
Nel 2025 le soglie dell’ADI sono state rialzate solo dell’8,3%, un adeguamento che non ha recuperato l’inflazione accumulata dal 2019. Significa che, in termini reali, il beneficio “compra” meno beni essenziali oggi rispetto a ieri. Quando si stringe la spesa sociale in questo modo, non si risparmia: si scarica il costo della povertà sulle famiglie, sui comuni e sul volontariato, come testimonia l’aumento di richieste alle Caritas diocesane.

Il confronto europeo: perché noi andiamo contromano
Nel 2023 l’UE ha raccomandato agli Stati membri di garantire redditi minimi adeguati e davvero accessibili, con standard comuni e strumenti integrati (dal sostegno al reddito ai servizi per casa, salute, lavoro). Italia ha scelto la strada opposta, restringendo l’accesso. Intanto la Spagna ha rivalutato l’Ingreso Mínimo Vital fino al 2025 con incrementi cumulati nell’ordine del 40% e oltre, e la Germania ha introdotto il Bürgergeld nel 2023 rendendo più generose e meno stigmatizzanti le regole di base, con meccanismi di aggiornamento che tengono conto dell’inflazione. Non stiamo parlando di regali: stiamo parlando di assicurare lo standard minimo di vita in un continente che si dice civile.

Il punto politico: la povertà non è un vizio privato
Dietro questa riforma c’è una narrazione: i poveri “giusti” sono quelli con figli, gli altri devono arrangiarsi. Chi lavora ma prende salari da fame viene rimandato a corsi e “politiche attive” che non portano lavoro. E intanto la forbice si apre: prezzi alti, affitti ingestibili, bollette che tornano a correre. Se lo Stato restringe le tutele proprio quando servono, la povertà diventa una condanna, non una condizione da cui uscire.

Cosa fare, subito
Primo: ripristinare l’universalismo selettivo, cioè una misura di reddito minimo accessibile a tutte le persone in povertà economica, con soglie e importi adeguati al costo della vita per area, come chiede la Caritas. Secondo: rivedere radicalmente l’SFL, legando i percorsi a domanda reale e filiere locali, e premiando non le ore di aula ma gli esiti occupazionali. Terzo: consentire la cumulabilità intelligente tra lavoro e beneficio per accompagnare l’uscita graduale dalla povertà senza “trappole della povertà”. Quarto: allineare l’Italia alla Raccomandazione UE con standard vincolanti su adeguatezza e accesso, e istituire équipe multidisciplinari che tengano insieme reddito, casa, salute e servizi sociali. Non è beneficenza: è politica economica di base, è coesione sociale, è Costituzione.

Non c’è nulla di inevitabile nell’aumento della povertà. È il risultato di scelte. Oggi l’Italia ha scelto di restringere. Domani può scegliere di allargare lo spazio dei diritti, restituendo ai poveri il minimo che spetta in un Paese che vuole chiamarsi civile.

Fonti essenziali e dati citati
– Caritas Italiana, Rapporto 2025 “Assegno di Inclusione: un primo bilancio” (analisi su riduzione platea, minore efficacia ADI, squilibri territoriali e criticità SFL).
– Banca d’Italia (stime riportate da Caritas): RdC 8,9→7,5% vs ADI 8,3% sull’incidenza di povertà assoluta.
– INPS, Osservatorio ADI/SFL (giugno–luglio 2025): 868 mila nuclei con almeno una mensilità ADI; 68% dei nuclei al Sud; 181.942 beneficiari SFL.
– ISTAT, povertà 2023: 8,4% famiglie e 9,7% individui in povertà assoluta; incidenza 30,4% tra le famiglie con almeno uno straniero.
– Consiglio dell’UE, Raccomandazione 2023 su reddito minimo adeguato.
– Confronto europeo: Spagna (IMV rivalutato), Germania (Bürgergeld 2023 con regole più generose e aggiornamento ai prezzi).

Diritti sulla carta, tagli nella realtà: il paradosso del sostegno alle persone con disabilità in Italia

Ogni volta che si avvicinano le elezioni, fioriscono promesse strabilianti per le persone con disabilità. Ma troppo spesso quelle promesse restano nei proclami: nella realtà, il quadro che emerge è fatto di tagli, “razionalizzazioni”, vincoli di bilancio che schiacciano diritti fondamentali.

Prendiamo il caso del Piemonte e del cosiddetto “Buono Vesta”: una misura pensata per dare ossigeno alle famiglie con figli piccoli che, nella pratica, si è trasformata in una ruota della fortuna. In mezz’ora scarsa il click day è andato esaurito, con migliaia di famiglie tagliate fuori per limiti tecnici e di budget. Altro che diritto: un’asta digitale dove vince chi clicca prima.

E poi i nodi più strutturali: l’assistenza scolastica, gli ausili, la continuità degli interventi — temi che si intrecciano, si scaricano sulle spalle delle famiglie più fragili e spesso sfociano in contenziosi.

1) Tagli all’assistenza scolastica: quando l’inclusione cede il passo ai bilanci

1.1 Esempi che parlano da sé

– Marsala (Sicilia): sospeso il servizio ASACOM per circa 40 alunni con disabilità; il Tribunale ha condannato il Comune, chiarendo che i problemi di bilancio non possono negare un supporto essenziale.
– Casi analoghi: in vari territori le ore di assistenza sono state ridotte rispetto a quelle previste nel PEI, con motivazioni economiche che hanno costretto le famiglie a ricorrere. In Campania il TAR ha ribadito che va garantito il sostegno per l’intero orario scolastico.

1.2 Il quadro giuridico: diritti che si scontrano con i conti

Costituzione, Legge 104/1992 e Convenzione ONU fissano principi chiari. Ma nel concreto, una decisione del Consiglio di Stato (n. 1798/2024) ha ammesso che i Comuni possano ridurre le ore di assistenza previste dal PEI, se motivano con i limiti di spesa. È un precedente che svuota il PEI della sua forza prescrittiva e apre la strada a tagli “legittimati” dal bilancio.

1.3 L’effetto sulle famiglie

Quando le ore previste vengono ridotte, tutto ricade sulle famiglie: spese proprie, ore di accompagnamento extra, stress e ricorsi. Dove la giurisprudenza interviene, si ottengono ripristini o risarcimenti; altrove si perde, e resta la frustrazione di un diritto “negoziabile”.

2) Il “Buono Vesta”: buona idea, cattiva esecuzione

Sulla carta doveva sostenere servizi 0–6 anni (pre/post scuola, babysitting, attività motorie, ecc.). Nella pratica è diventato un click day da 10 milioni di euro volatilizzati in pochi minuti. Il messaggio implicito: non “hai diritto se rientri nei requisiti”, ma “hai diritto se arrivi primo”. Uno schema da evitare ovunque: i diritti sociali non possono dipendere dalla banda larga o dalla fortuna.

3) Ausili, assistenza personale e la discontinuità come regola

Carrozzine, tutori, calzature ortopediche: per un bambino in crescita servono anche due forniture l’anno. Se le procedure sono lente o parziali, la spesa scivola sulle famiglie. Senza tempi certi e percorsi chiari, l’orizzonte è sempre “provvisorio”: si attende l’ennesima “razionalizzazione”.

4) Geografia delle disuguaglianze: Nord, Centro e Sud a confronto (senza sconti)

– Sud (Sicilia in primo piano)
Oltre a Marsala, altre realtà siciliane hanno segnalato tagli e ritardi sull’ASACOM. Anche quando la Regione sblocca misure in bilancio, le famiglie vivono mesi di incertezza. Il dato politico è chiaro: non si può iniziare l’anno scolastico senza coperture stabili e tempestive.

– Centro (Lazio)
Sul versante della disabilità sensoriale (vista/udito), il Lazio pubblica bandi e linee di indirizzo periodiche per garantire trascrizioni, adattamenti e servizi dedicati. Bene la cornice, ma i tempi di erogazione e la continuità restano la vera prova: un servizio è inclusivo quando è puntuale, non solo quando esiste sulla carta.

– Nord (Lombardia, ma non solo)
In Lombardia si muovono iniziative sui Centri per la Vita Indipendente e bandi per l’inclusione degli studenti con disabilità sensoriale 0–36 mesi. È un segnale interessante sul fronte dell’autonomia, ma anche qui la sfida è di scala e continuità: passare dai progetti pilota a una copertura strutturale e omogenea tra ambiti territoriali.

Morale: la mappa italiana è a macchie di leopardo. L’accesso effettivo ai diritti cambia da Comune a Comune. E questo, per definizione, non è uno Stato sociale: è una lotteria territoriale.

5) I numeri che non possiamo ignorare

Nell’anno scolastico 2024/2025 gli alunni con disabilità sono quasi 359mila (il 4,5% degli iscritti), +6% in un anno, +75mila in cinque anni. Una crescita strutturale che richiede organici, fondi e governance all’altezza. Continuare a trattare il tema come “eccezione” significa condannare scuole e famiglie all’emergenza permanente.

6) Autonomia differenziata: LEP, LEA e LEPS non sono tecnicismi. Decidono chi avrà davvero i diritti (e chi no)

La legge Calderoli sull’autonomia differenziata, pur frenata in parte dalla Corte costituzionale, resta in vigore e attende di essere attuata. Il nodo centrale è la definizione dei LEP (Livelli Essenziali delle Prestazioni), insieme ai LEA (Livelli Essenziali di Assistenza sanitaria) e ai LEPS (Livelli Essenziali delle Prestazioni sociali). Senza la loro definizione puntuale e senza finanziamenti adeguati e uniformi, il rischio è che i diritti delle persone con disabilità diventino variabili regionali: più garantiti dove ci sono risorse, più fragili dove i bilanci sono in sofferenza.

Questo è un punto cruciale: se i LEP e i LEA non saranno definiti e finanziati dallo Stato in modo vincolante e solidale, l’autonomia differenziata rischia di amplificare le disparità territoriali già oggi esistenti.

6) Perché ci ritroviamo a questo punto (e come se ne esce)

Le cause principali
1. Risorse instabili e priorità politiche deboli: i diritti delle persone con disabilità restano in coda ai bilanci.
2. Frammentazione istituzionale: tra Stato, Regioni, Comuni e Ambiti la filiera si spezza; il cittadino si perde nei rimpalli.
3. Scarico di responsabilità: tavoli tecnici, commissioni, decreti attuativi… mentre i mesi passano.
4. Logica elettorale: misure spot prima del voto; poi, “si vedrà”.

Sette mosse concrete
1. PEI realmente vincolante: ore e interventi devono valere come impegni esecutivi, con monitoraggio e sanzioni per chi non adempie.
2. Stop ai click day: graduatorie trasparenti, criteri equi, tempi certi.
3. Fondi strutturali e pluriennali: la domanda cresce ogni anno; anche gli stanziamenti devono crescere ogni anno.
4. Progetto di vita integrato: scuola, sanità, sociale e lavoro nella stessa cornice — non sportelli separati che non si parlano.
5. Controllo civico: ruolo rafforzato di associazioni e famiglie nei piani regionali e d’ambito, con dati pubblici e confrontabili.
6. Un principio-guida: i diritti delle persone con disabilità non sono comprimibili “per cassa”. Il bilancio si adegua ai diritti, non viceversa.
7. LEP, LEA e LEPS garantiti in modo equo su tutto il territorio nazionale: prima di qualunque trasferimento di competenze previsto dall’autonomia differenziata, devono essere definiti in modo puntuale e finanziati in maniera uniforme, con un meccanismo di perequazione automatico che eviti l’Italia a due, o tre, velocità.

Conclusione

Quella che vediamo è l’Italia dei diritti dichiarati e delle prestazioni dimezzate. L’inclusione non è un favore né un bonus: è organizzazione pubblica, tempi certi, risorse adeguate. Se vogliamo chiamarci Paese civile, smettiamo di trasformare i diritti in click, protocolli e burocrazie senza esito. Cominciamo dal misurabile: ore garantite come da PEI, ausili in tempi congrui, bandi senza lotterie, e soprattutto LEP e LEA fissati e finanziati per tutti, ovunque. Solo così si può evitare che l’autonomia differenziata diventi la tomba dell’uguaglianza.

Fonti principali e di approfondimento
• ISTAT – L’inclusione scolastica degli alunni con disabilità – a.s. 2023/2024 (dati ufficiali su alunni con disabilità e risorse di sostegno).
• Consiglio di Stato, sent. n. 1798/2024 – legittimità della riduzione ore di assistenza specialistica in base ai limiti di bilancio.
• TAR Campania – sentenza che ribadisce il diritto all’assistenza per l’intero orario scolastico.
• Tribunale di Marsala – decisione su sospensione ASACOM e illegittimità dei tagli per motivi economici.
• Regione Piemonte – “Buono Vesta”: documentazione ufficiale e cronache sul click day (settembre 2025).
• Regione Lazio – bandi e linee di indirizzo per la disabilità sensoriale.
• Regione Lombardia – iniziative sui Centri per la Vita Indipendente e bandi per inclusione 0–36 mesi.
• Regione Sicilia – delibere e aggiornamenti su ASACOM e criticità nei Comuni.
• Legge 26 giugno 2024, n. 86 (cosiddetta legge Calderoli) – disciplina dell’autonomia differenziata (art. 116, c. 3 Cost.).
• Corte costituzionale, sent. n. 192/2024 – limiti e condizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata senza LEP definiti.
• Ministero della Salute – documentazione sui LEA e aggiornamento del nomenclatore protesico.
• Dossier Camera dei Deputati (luglio 2025) – analisi sui LEP/LEPS e sui meccanismi di perequazione.