Premierato: la maschera democratica della restaurazione autoritaria

Nel cuore delle tensioni geopolitiche, tra escalation belliche e nuove guerre commerciali, il governo Meloni riporta sul tavolo la riforma del premierato, come se nulla fosse. Un ritorno degno del titolo di un horror d’autore: A volte ritornano. Ma qui non si tratta di spettri letterari, bensì di un passato politico che tenta di rifarsi vivo con un vestito nuovo. Quello della “stabilità”, della “governabilità”, della “centralità popolare”. Parole nobili, usate per un’operazione che ha poco a che vedere con il rafforzamento della democrazia e molto con la concentrazione del potere.

La riforma sul premierato – così come formulata – rappresenta la vera uscita di Giorgia Meloni dal recinto costituzionale antifascista. Non è solo una svolta tecnica. È il compimento simbolico e politico di un progetto che si pone in radicale discontinuità con il compromesso fondativo del 1948. Un progetto di chi, fino ad ora, in quella storia repubblicana, non aveva mai toccato palla. E che ora, sfruttando le crepe del presente, pretende di riscrivere le regole del futuro. Non solo quelle elettorali. Ma quelle stesse che hanno retto, tra mille contraddizioni, l’equilibrio democratico italiano dopo la caduta del fascismo.

Il volto della riforma: plebiscito mascherato da partecipazione

La narrazione proposta dal governo è semplice: oggi l’Italia è instabile, governata da maggioranze fragili e parlamenti ballerini; domani, grazie al premierato, il cittadino potrà scegliere direttamente il suo leader, che potrà così governare in pace per cinque anni. Peccato che questa narrazione ignori il principio cardine di una democrazia parlamentare: l’equilibrio tra rappresentanza e responsabilità. La possibilità, cioè, di rimuovere un governo che ha perso il consenso, senza dover ribaltare l’intera architettura istituzionale.

Nel modello meloniano, invece, si va verso un sistema ibrido che unisce il peggio di due mondi: da un lato la rigidità dei regimi presidenziali, dove chi vince comanda fino alla fine; dall’altro l’assenza dei contrappesi che in quei regimi limitano l’esecutivo. Il tutto con un Parlamento svuotato, ridotto a megafono del leader e con un presidente della Repubblica retrocesso a semplice notaio, espropriato della sua funzione di garante.

Non è un caso che il premier possa decidere lo scioglimento delle Camere anche in assenza di sfiducia parlamentare. Un potere che nemmeno il presidente degli Stati Uniti possiede. Ma che in Italia verrebbe affidato a un capo del governo eletto con una legge che – per “garantire la stabilità” – attribuisce automaticamente una maggioranza assoluta alla sua coalizione. Un bonus di potere che cancella la distinzione tra governo e parlamento, tra esecutivo e legislativo. E che consegna nelle mani di un solo soggetto la chiave di volta dell’intero edificio democratico.

Chi comanda davvero? Un quarto del Paese

Il dato più inquietante, tuttavia, non è solo nella natura della riforma, ma nella sua legittimità politica. Perché chi oggi propone un cambiamento così radicale della forma di governo, rappresenta di fatto meno del 25% del corpo elettorale. Questo è il vero paradosso: un quarto degli italiani, grazie a un sistema elettorale distorto e all’astensionismo dilagante, si arroga il diritto di stravolgere una Costituzione nata dal compromesso, dalla partecipazione, dalla lotta antifascista. È il tentativo di chi è rimasto ai margini della Repubblica per decenni – i nostalgici del Msi, gli orfani del Ventennio – di apporre finalmente il proprio sigillo sulla nuova Italia.

Non è solo riscrivere la storia: è rifare la storia, secondo una narrazione unilaterale, escludente, plebiscitaria. Ecco perché questa riforma non può essere trattata come una delle tante modifiche istituzionali. È il cuore di un progetto identitario e autoritario, che intende rilegittimare culturalmente una destra post-fascista, dando ad essa non solo il potere di governare, ma anche quello di riscrivere le regole della democrazia.

La necessità di un fronte democratico unito

Di fronte a questa minaccia, le forze democratiche non possono limitarsi alla testimonianza. È tempo di unire le forze, superando steccati ideologici e personalismi, per costruire un fronte comune. Non solo in Parlamento, ma soprattutto nel Paese. Una mobilitazione capillare, popolare, consapevole. Che sappia parlare a chi non vota più, a chi si sente tradito, a chi si è rassegnato. Perché la posta in gioco non è una riforma. È l’identità della nostra Repubblica.

Serve una nuova Resistenza civile, culturale e politica. Una spinta dal basso che riaffermi i valori della partecipazione, del pluralismo, della rappresentanza. Che ricordi a chi oggi governa che la Costituzione non è un ostacolo, ma una garanzia. E che non esiste alcuna stabilità che valga quanto la libertà.

Conclusione: la memoria come baluardo

Se oggi possiamo ancora discutere di Costituzione, lo dobbiamo a chi, nel 1948, costruì un argine all’autoritarismo. A chi comprese che la democrazia non è il potere di uno solo, ma la responsabilità condivisa di tanti. La riforma del premierato tenta di spezzare questo patto. Sta a noi, oggi, dimostrare che quel patto è ancora vivo. E che l’Italia, quella vera, non ha intenzione di tornare indietro.

Verso uno Stato di Polizia: il Decreto Sicurezza e l’Affossamento delle Libertà Democratiche

Il 4 aprile 2025 segna una data nefasta per la democrazia italiana. Il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto legge che, sotto la maschera della “sicurezza”, rappresenta un attacco frontale ai diritti fondamentali dei cittadini. Questo provvedimento, privo di reali necessità ed urgenze, evidenzia non soltanto la volontà del governo di reprimere il dissenso, ma anche e soprattutto la sua incapacità di governare democraticamente.

Non siamo di fronte a un’emergenza, ma a una manovra difensiva contro una società civile che – pur con mille fatiche – non ha ancora smesso di pensare, organizzarsi, manifestare. È la paura del dissenso democratico, non del crimine, a muovere la mano del legislatore. E quando un governo teme la voce dei cittadini più della criminalità reale, ha già tradito il mandato popolare.

Un Decreto Senza Giustificazioni

La Costituzione Italiana, all’articolo 77, stabilisce che i decreti legge devono essere emanati solo in casi straordinari di necessità ed urgenza. Ma oggi non c’è alcuna rivolta nelle strade, nessun picco di criminalità, nessuna crisi sociale che giustifichi un simile colpo d’autorità. I dati lo confermano, la realtà lo smentisce. Il decreto, dunque, non risponde a una necessità oggettiva, ma a una strategia politica. Si tratta di un atto che svuota il ruolo del Parlamento e insulta il principio del confronto democratico.

Criminalizzazione della Povertà e del Dissenso

Il provvedimento introduce oltre 20 nuovi reati e aggrava quelli già esistenti. Tra i più gravi c’è il reato di “occupazione arbitraria di immobile altrui”, che punisce con 2-7 anni di carcere chi occupa, spesso per disperazione, un’abitazione vuota. In un paese in cui decine di migliaia di famiglie vivono sotto sfratto o in emergenza abitativa, questa norma colpisce la povertà come se fosse una minaccia all’ordine pubblico. È un atto crudele e miope, che preferisce il carcere alla giustizia sociale.

Anche il diritto a manifestare subisce un attacco feroce: il blocco stradale, anche se pacifico, anche se simbolico, diventa reato penale. Non è più la violenza a essere perseguita, ma la disobbedienza civile. La sola interposizione del corpo – come atto di protesta – viene trattata come un crimine. Si punisce il dissenso perché si teme la voce del popolo.

Repressione delle Manifestazioni e Aggravanti Punitivi

Il decreto trasforma le piazze in potenziali scene del crimine. Chi manifesta rischia pene aggravate per reati anche minori, se commessi durante una protesta. È il passaggio definitivo dalle leggi ad personam alle leggi ad movimentum: la legge colpisce chi si organizza, chi lotta, chi occupa uno spazio, chi rivendica un diritto. Non importa il contenuto della lotta, ma la sua esistenza.

Tutto ciò non è casuale, ma organico a una visione del potere: una società immobile, disgregata, sorvegliata. Una società dove la partecipazione fa paura, perché può mettere in crisi l’egemonia di un governo debole nei numeri e nelle idee.

Militarizzazione del Controllo Sociale

Il decreto potenzia le forze dell’ordine come mai prima d’ora. Gli agenti godranno di tutele economiche straordinarie in caso di procedimenti penali, potranno portare armi extra anche fuori servizio, e potranno infiltrarsi nei movimenti sociali come “agenti provocatori”. Le piazze saranno sorvegliate con nuove telecamere mobili. Il messaggio è chiaro: lo Stato non dialoga, lo Stato ti guarda. Lo Stato ti punisce.

Ma questa militarizzazione non nasce dalla forza: nasce dalla paura. È il riflesso di un potere che non sa ascoltare, non sa governare, non sa costruire. L’unico strumento che gli resta è il controllo.

Il Fascismo È un Crimine, Non un’Opinione

La nostra Costituzione, figlia della Resistenza, non è neutra. È antifascista. Lo dice l’articolo 1: la sovranità appartiene al popolo, non a chi pretende di governare senza rispondere alle sue domande. E lo ribadisce la XII disposizione finale, che vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.

Eppure, il decreto sicurezza sembra voler riportare l’Italia a prima del 1945: repressione del dissenso, criminalizzazione della povertà, poteri speciali alle forze dell’ordine, abolizione nei fatti del diritto di manifestare. Questo non è solo autoritarismo: è una nostalgia ideologica. Una pericolosa pulsione reazionaria che puzza di ventennio.

Chi governa oggi – sostenuto da appena il 24% degli aventi diritto, tra l’altro manipolati da una propaganda becera e semplificatrice – non ha alcuna legittimità morale per calpestare i principi della Costituzione. Governa senza rappresentare. Reprime perché non sa ascoltare. Punisce perché non sa costruire.

Il Dilemma Democratico

Cosa accadrà quando le opposizioni andranno al governo? Se oggi vengono introdotte leggi liberticide, cosa impedirà domani di usarle contro chi oggi ne abusa? Se la destra usa lo Stato per reprimere il dissenso democratico, cosa accadrà quando si tratterà di reprimere il fascismo? Ma reprimere l’autoritarismo con gli stessi strumenti dell’autoritarismo è una trappola. Non si può difendere la democrazia replicando la logica dell’oppressore.

Per questo il vero punto d’equilibrio non è nella vendetta, ma nell’applicazione rigorosa della Costituzione. È il fascismo a dover essere bandito, non la protesta. È la disuguaglianza a dover essere combattuta, non chi la denuncia. È il dialogo a dover prevalere, non il manganello.

Conclusione: O Costituzione, o Regime

Il Decreto Sicurezza del 2025 non ci rende più sicuri: ci rende più poveri di diritti, più soli nella fragilità, più esposti alla repressione. È l’ennesimo segnale di un governo che non sa governare, e perciò reprime. Ma la libertà non si spegne con una legge. La giustizia non si chiude in un carcere. La resistenza – quella morale, quella politica, quella sociale – è ancora viva.

E allora diciamolo forte: non ci faremo intimidire. Non ci faremo disumanizzare. Non ci faremo governare da chi ha nostalgia del passato più buio della nostra storia. La Costituzione è la nostra barricata. E ogni cittadino consapevole è chiamato oggi a difenderla. Prima che sia troppo tardi.

La pentola sta bollendo: quando la sicurezza diventa controllo e la democrazia viene commissariata

C’è un punto in cui la temperatura diventa insostenibile, ma la rana nella pentola non se ne accorge, assuefatta dal tepore crescente, intorpidita dalla progressiva sottrazione d’ossigeno e libertà. È l’immagine perfetta per raccontare ciò che sta accadendo in Italia: una deriva autoritaria che non avanza con i carri armati, ma con decreti legge, riforme istituzionali e provvedimenti di sicurezza che smantellano, pezzo dopo pezzo, lo Stato di diritto. La rana siamo noi. L’acqua è la legalità che evapora. Il fuoco è acceso da chi governa.

Il quadro che emerge oggi è chiarissimo: l’Italia non è solo in caduta libera sul fronte democratico, ma sta strutturando legalmente la propria regressione, attraverso una sequenza inquietante di riforme che trasformano la sicurezza pubblica in un gigantesco meccanismo di controllo sociale e repressione del dissenso. Un fango nero che è tornato a galla, come documentato dal Liberties Rule of Law Report 2025, che ha inserito l’Italia tra i cinque Paesi europei “demolitori” dello Stato di diritto.

Il Ddl Sicurezza: la sicurezza di chi?

L’ultimo tassello di questa costruzione autoritaria si chiama Disegno di Legge Sicurezza n.1660. Un provvedimento che, sotto l’etichetta rassicurante della “sicurezza nazionale”, introduce norme che rappresentano un autentico stravolgimento dei principi democratici e costituzionali. In particolare, l’articolo 31, già approvato nelle commissioni parlamentari, autorizza i servizi segreti italiani a stipulare convenzioni con pubbliche amministrazioni, società pubbliche, università, ospedali ed enti di ricerca, obbligando tali soggetti a fornire informazioni personali su cittadini, studenti, professori, giornalisti e pazienti.

Non si tratta più di raccogliere dati nell’ambito di indagini su specifici reati: il provvedimento legittima la creazione di un sistema di sorveglianza preventiva e diffusa, senza alcun controllo giurisdizionale effettivo. In nome di un’idea tossica di sicurezza, si consente di violare la privacy, la riservatezza, la libertà di pensiero e la libertà di associazione. Un salto di qualità inquietante verso uno Stato di sorveglianza permanente.

Licenza di delinquere e immunità per i Servizi

Non basta. Lo stesso provvedimento introduce norme che prevedono la possibilità per i membri dei servizi segreti di commettere reati in determinate circostanze senza che possano essere perseguiti. Una vera e propria licenza di delinquere, fondata su criteri vaghi e discrezionali come la tutela della “sicurezza nazionale” o la prevenzione di minacce al Paese, criteri che saranno decisi non dalla magistratura indipendente, ma dall’esecutivo stesso.

In un Paese dove la storia dei servizi segreti è costellata di deviazioni e collusioni criminali — dalla strategia della tensione alla P2, dai depistaggi sulle stragi di Capaci e via D’Amelio fino ai più recenti scandali legati allo spyware Paragon — consegnare a questi apparati un potere senza controllo giurisdizionale significa giocare con la dinamite sul tavolo della democrazia.

Dal Premierato alle intercettazioni: la costruzione dell’autoritarismo legale

L’articolo 31 non è un atto isolato. Si inserisce in un progetto organico di progressiva demolizione delle garanzie democratiche.
Il governo ha già approvato una riforma sul Premierato che concentra un potere sproporzionato nelle mani del Presidente del Consiglio, svuotando il Parlamento del suo ruolo centrale.
Ha abusato sistematicamente dello strumento dei decreti legge (79 decreti in due anni), riducendo il dibattito parlamentare a mera ratifica.
Ha varato una riforma della magistratura che separa le carriere tra giudici e pubblici ministeri, spezzando l’unitarietà del potere giudiziario e mettendo a rischio l’imparzialità della giustizia.
Ha ridotto il periodo massimo delle intercettazioni a soli 45 giorni, con la falsa giustificazione dei costi, quando in realtà il vero obiettivo è limitare la capacità della magistratura di indagare sulla criminalità organizzata, sulla corruzione politica e persino sugli stalker che, dopo quel periodo, potranno tornare a perseguitare le loro vittime senza più essere ascoltati.

E mentre tutto questo accade, il sistema carcerario implode, con un sovraffollamento senza precedenti e la criminalizzazione crescente di attivisti, migranti, ONG e minoranze. Il cosiddetto Decreto Sicurezza introduce 11 nuovi reati e 18 aggravanti, non contro il crimine reale, ma contro chi dissente.

Quando la sicurezza diventa pretesto per il controllo

Dietro il mantra della sicurezza si cela una verità scomoda: la sicurezza che si vuole garantire non è quella dei cittadini, ma quella del potere. Lo Stato non sta difendendo la società civile, la sta sorvegliando, schedando, comprimendo.

Chi decide oggi quale sia il pericolo per l’interesse nazionale? Un governo che ospita nostalgie post-fasciste, che criminalizza studenti, pacifisti, sindacalisti, ambientalisti. Un governo che considera terroristi coloro che si oppongono al genocidio in Palestina o che difendono l’ambiente contro opere inutili e distruttive.
In questo quadro, togliere alla magistratura il controllo sulla legalità dell’operato dei servizi segreti significa costruire un potere senza contrappesi, senza limiti, senza più garanzie.

La rana siamo noi

Non servono manganelli o carri armati per soffocare una democrazia. Basta aumentare lentamente la temperatura.
Oggi, l’Italia è immersa in una pentola d’acqua tiepida. L’acqua si sta scaldando, un decreto dopo l’altro, una norma liberticida dopo l’altra. Quando ci accorgeremo che l’acqua bolle, quando proveremo a saltare fuori, potrebbe già essere troppo tardi.

La domanda che ci resta è semplice e urgente: quanto manca all’ebollizione?
E soprattutto: abbiamo ancora la forza di saltare fuori?

L’Italia che dimentica: dal patto mafia-politica alle riforme repressive del governo Meloni

Inchiesta in tre atti sulla metamorfosi autoritaria del potere

Atto I

Il volto sporco della memoria: la narrazione tossica di Forza Italia

C’è una linea sottile tra commemorazione e appropriazione indebita. Tra il dovere della memoria e l’abuso strumentale della storia. Forza Italia, il partito nato nel cuore delle stragi del ’92-’93, ha deciso di varcare quella linea con arroganza, utilizzando il volto e le parole di Giovanni Falcone per promuovere la propria riforma della giustizia. Non è solo propaganda: è una vera e propria riscrittura identitaria, un tentativo di restyling morale di una forza politica che ha avuto tra le sue fondamenta uomini condannati per concorso esterno in associazione mafiosa.

Durante un recente convegno a Palermo, i dirigenti del partito fondato da Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri hanno proiettato un video di Falcone come endorsement simbolico per la separazione delle carriere tra PM e giudici. Ma chi ha conosciuto Falcone sa bene che il magistrato mai avrebbe prestato il suo nome a chi con la mafia aveva rapporti consolidati.

Lo dimostrano documenti, come l’annotazione fatta da Falcone nel 1986 dopo l’audizione del pentito Francesco Marino Mannoia:

“Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni ai Grado e anche a Vittorio Mangano”.

E lo confermano le parole di Paolo Borsellino, in un’intervista video del 1992, mai trasmessa fino al 2000, in cui raccontava senza ambiguità i legami tra Dell’Utri, Mangano, Cinà e il nascente impero berlusconiano.

L’uso odierno dell’immagine di Falcone è dunque non solo inopportuno: è una violenza simbolica contro la memoria della Repubblica, contro chi ha sacrificato la propria vita per difenderla. È come se l’assassino tornasse sulla tomba della sua vittima per raccontare al mondo che in fondo erano amici.

Atto II

L’impresa del crimine: la nascita di Forza Italia tra affari, patti e stragi

Il biennio 1992-1994 è il più oscuro della storia repubblicana. Mentre saltano in aria Falcone e Borsellino, e la Prima Repubblica crolla sotto il peso di Tangentopoli, si muove nell’ombra una strategia di rifondazione del potere. È il tempo della trattativa Stato-mafia, oggi riconosciuta da molte sentenze come fatto storico, seppur con profili giudiziari ancora controversi.

Nel vuoto istituzionale che segue all’arresto di Riina e all’escalation stragista, Silvio Berlusconi, imprenditore televisivo vicino a logge come la P2 di Licio Gelli, annuncia la sua “discesa in campo”. Dietro di lui, Marcello Dell’Utri, già uomo di raccordo con gli ambienti palermitani. E sotto di loro, una rete di interessi e protezioni mafiose, confermata da atti processuali.

La sentenza definitiva del 2014 che condanna Dell’Utri a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa è inequivocabile. Si legge:

“Dell’Utri ha garantito la prosecuzione del patto di protezione tra Cosa Nostra e Berlusconi attraverso la riscossione e la trasmissione di denaro”.

Il volto pubblico del nuovo partito era rassicurante. Ma nel retroscena, i garanti del consenso erano altri. È così che Forza Italia diventa nel 1994 il nuovo contenitore del potere: plastico, televisivo, piramidale. Un partito-azienda in cui la selezione avviene per fedeltà, non per merito.

Accanto a Dell’Utri, una costellazione di politici poi condannati per legami con mafia, camorra e ’ndrangheta:
• Antonio D’Alì, condannato nel 2022 a sei anni per aver favorito Cosa Nostra trapanese.
• Nicola Cosentino, referente politico dei Casalesi, condannato a dieci anni in via definitiva.
• Antonio Matacena, legato alla ’ndrangheta reggina, rifugiatosi a Dubai.
• Cesare Previti, condannato per corruzione in atti giudiziari.
• Denis Verdini, figura chiave dei ponti tra affari e politica, finito in più procedimenti per bancarotta.

Forza Italia nasce così: non come alternativa alla crisi della Prima Repubblica, ma come espressione mutata del suo lato più oscuro.

Atto III

Dalla trattativa alla repressione: l’eredità inquietante nel governo Meloni

Il governo Meloni non è la negazione del berlusconismo. È la sua continuità in forma più ideologica, autoritaria e repressiva. I metodi si affinano, ma l’obiettivo resta identico: centralizzare il potere, ridurre al silenzio le voci critiche, demolire le garanzie costituzionali.

La prova più evidente? Il progetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che propone sanzioni disciplinari per i magistrati che criticano le riforme del governo.

Nordio vuole reintrodurre un decreto legislativo del 2006 (ministro Castelli, governo Berlusconi) che fu abrogato nel 2007 dal governo Prodi perché lesivo della libertà di espressione garantita dall’art. 21 della Costituzione. La norma prevedeva sanzioni per chi “compromette il prestigio dell’istituzione giudiziaria”, anche con comportamenti formalmente legittimi. Una clausola talmente vaga da diventare strumento di intimidazione politica.

Non è un caso isolato. Il disegno repressivo del governo Meloni è sistemico:
• Premierato forte, che concentra il potere esecutivo, limitando il ruolo di garanzia del Presidente della Repubblica (violazione potenziale dell’art. 87 Cost.).
• Autonomia differenziata, che frammenta l’unità della Repubblica (art. 5 e 120 Cost.).
• Riforma della giustizia penale, con abolizione dell’abuso d’ufficio, depotenziamento dell’azione inquirente, ostacoli all’uso delle intercettazioni.
• Pacchetti sicurezza, che criminalizzano migranti, attivisti, studenti, poveri.
• Leggi sull’ordine pubblico, che restringono il diritto di manifestare (art. 17 Cost.).
• Riduzione del ruolo del Parlamento, con decreti legge seriali e fiducie forzate (art. 70 e 77 Cost.).

Questa non è riforma. È restaurazione. È un ritorno all’autoritarismo in doppio petto, che oggi si presenta con il volto rassicurante del legalitarismo, ma sotto indossa le stesse vesti di chi, trent’anni fa, si inginocchiava davanti al potere mafioso.

Oggi si tenta di silenziare i magistrati come un tempo si cercò di delegittimarli. Oggi si manipola la memoria di Falcone, mentre si smonta pezzo per pezzo lo Stato di diritto che lui difese con la vita.

Conclusione: La Costituzione è l’ultima trincea

Nel 1992 Falcone e Borsellino furono lasciati soli. Oggi la solitudine è delle istituzioni repubblicane, accerchiate da un potere che non tollera freni.
Questa trilogia è una mappa del tradimento. Dalla trattativa alla manipolazione della memoria. Dalla fondazione opaca di Forza Italia al presente autoritario del melonismo.
Eppure, la Costituzione è ancora lì. Non come carta da riscrivere, ma come bussola da difendere.

Perché quando i poteri non si bilanciano, la giustizia tace. E quando la giustizia tace, la democrazia muore.

Lo Stato della Mafia

Nel trentennale dell’associazione Libera, fondata da don Luigi Ciotti per coordinare la lotta alle mafie, arriva un bilancio amaro ma lucido, offerto da una delle voci più autorevoli e scomode della magistratura italiana: Nino Di Matteo. Un bilancio che ci costringe a porre una domanda scomoda quanto necessaria: a che punto siamo oggi con la mafia?

Secondo Di Matteo, il sogno di Giovanni Falcone – quello di una vittoria definitiva sulla mafia – potrà realizzarsi solo quando l’Italia smetterà di trattare la mafia come semplice criminalità ordinaria. Le organizzazioni mafiose, dice, condizionano profondamente la vita del Paese da oltre 150 anni, ma la politica, le istituzioni e spesso anche l’informazione hanno preferito fare finta di non capirlo.

Negli ultimi vent’anni, la mafia ha cambiato pelle. Ha abbandonato la violenza e l’attacco frontale allo Stato, scegliendo una strategia molto più efficace e invisibile: la penetrazione sistematica del potere economico e politico. Le mafie non infiltrano più il mercato legale, lo finanziano, lo controllano. Le imprese mafiose oggi operano nei settori più rispettabili, muovendo capitali, acquisendo aziende, gestendo appalti pubblici. Sono diventate, a tutti gli effetti, multinazionali del crimine.

Questo cambiamento è avvenuto in parallelo a un progressivo smantellamento degli strumenti di contrasto. Le riforme approvate e in cantiere – dall’abrogazione dell’abuso d’ufficio allo svuotamento del traffico d’influenze, dalla limitazione delle intercettazioni al divieto di pubblicare le ordinanze cautelari – hanno ridotto la capacità investigativa della magistratura. Sono, per Di Matteo, uno scudo legislativo per i potenti e per le mafie. Le indagini più importanti sulla corruzione e sugli interessi mafiosi sono spesso nate da reati minori, come turbative d’asta, bancarotte o falsi in bilancio. Eliminare questi reati significa tagliare le radici alle indagini prima ancora che possano svilupparsi.

Il limite di 45 giorni alle intercettazioni è un altro esempio drammatico: nella realtà investigativa, i primi giorni servono solo a orientare l’indagine. Imporre questo limite è come imporre al chirurgo di operare a occhi bendati.

E se questo non bastasse, Di Matteo denuncia un ulteriore pericolo: lo squilibrio dei poteri dello Stato. La separazione delle carriere, la riduzione dell’obbligatorietà dell’azione penale, le sanzioni disciplinari per i magistrati che si esprimono pubblicamente sono parte di una strategia per indebolire il potere giudiziario a favore dell’esecutivo. Un attacco alla Costituzione e ai principi fondamentali della democrazia.

Nel silenzio assordante delle istituzioni, mentre si costruisce una giustizia “a due velocità” – severa con i deboli, indulgente con i potenti – le mafie avanzano senza ostacoli, protette da leggi su misura e da un sistema che le legittima.

Lo Stato della mafia, allora, non è più solo una riflessione su “a che punto siamo con la criminalità organizzata”. È il ritratto amaro di un Paese in cui la mafia non ha solo trovato spazio. Lo ha conquistato. Lo ha arredato. E oggi ci abita dentro.

E allora, nel rovesciare il senso di quel titolo, la domanda diventa inquietante ma inevitabile:
la mafia è nello Stato, o è lo Stato che si è fatto mafia?
Fonte: intervista a Nino di Matteo su Il Fatto Quotidiano del 27 marzo 2025

“Questo referendum non s’ha da fare” — Elogio del voto online contro la crisi della democrazia partecipativa

Nel grande teatro della democrazia italiana, dove i cittadini dovrebbero essere protagonisti e non semplici comparse, si è consumata l’ennesima rappresentazione dell’impotenza partecipativa. Sabato 22 marzo, il Comitato promotore del referendum contro l’autonomia differenziata ha chiuso i battenti, dopo che la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile il quesito con la sentenza n. 10 del 2025. Un colpo pesante, che arriva a smorzare un’iniziativa popolare straordinaria: 1.291.488 firme raccolte in piena estate, in un’Italia attraversata dall’afa e dall’indifferenza, avevano riacceso la speranza di una cittadinanza vigile e attiva.

Ma proprio come nel celebre capitolo de I Promessi Sposi, in cui Don Abbondio viene fermato da due bravi con un perentorio “questo matrimonio non s’ha da fare”, anche qui un potere superiore ha deciso di fermare le nozze tra popolo e sovranità democratica. La Consulta, più che giudicare nel merito, ha scelto la via del rinvio, del cavillo, del non disturbare il manovratore. L’impressione è che non si sia voluto urtare la sensibilità della maggioranza di governo, preferendo una forma di “prudenza istituzionale” che in realtà puzza di subalternità politica.

Il Comitato, pur colpito da una decisione ingiusta e sproporzionata, non ha alzato la voce. Ma non per viltà o per resa: piuttosto per senso di responsabilità, per rispetto del quadro costituzionale, per volontà di non cedere alla rabbia. Tuttavia, quella chiusura “sanza ’nfamia e sanza lodo”, come avrebbe detto Dante, lascia una ferita aperta. La storia non può finire qui. Il campo progressista, anziché rintanarsi nella frustrazione, deve raccogliere il testimone e rilanciare. Il referendum non s’è fatto, ma può tornare. E può tornare più forte, se accompagnato da strumenti nuovi e realmente accessibili: a cominciare dal voto online.

Il referendum come ostacolo: quando la democrazia diventa scomoda

La verità è cruda: il referendum sull’autonomia differenziata faceva paura. Era divisivo, certo, ma non perché pregiudizialmente conflittuale: lo era perché imponeva una chiarezza che molti non volevano assumersi. Chiamava a una scelta netta, a una conta, a un’espressione popolare che avrebbe rotto i fragili equilibri costruiti sull’ambiguità. In troppi — anche tra i sedicenti sostenitori — hanno visto in quel quesito non uno strumento di democrazia, ma un rischio per le proprie alleanze, per le trattative sotterranee con una destra aggressiva e vorace di potere.

Il messaggio implicito che si sta consolidando è devastante: la partecipazione è accettabile solo se innocua. Appena diventa incisiva, viene neutralizzata. Il voto referendario viene derubricato a fastidio. Ma la democrazia non può essere un atto liturgico celebrato solo in apposite “sedi competenti”; essa vive o muore nelle piazze, nei clic, nella mobilitazione dei cittadini.

Oltre le ceneri: una proposta per uscire dall’impasse

In questo scenario asfittico, un’idea si fa strada come brezza di ossigeno: introdurre il voto online per i referendum. Non si tratta di un vezzo tecnologico o di un gioco da smanettoni. È una necessità democratica, una risposta concreta a un sistema istituzionale che si dimostra sempre più impermeabile al popolo.

La proposta — lucida e dettagliata — prende forma attorno a sei punti essenziali:
1. La Costituzione lo consente. L’art. 75 sancisce il diritto a firmare e votare i referendum. Nulla impedisce che ciò avvenga anche online, a patto di garantire segretezza, libertà e uguaglianza.
2. Serve solo una legge ordinaria. Non occorrono revisioni costituzionali. Una semplice legge, integrativa della legge 352/1970, può introdurre la modalità online.
3. La fase sperimentale è già partita. Due decreti ministeriali del 2021 hanno avviato un percorso tecnico-giuridico per testare il voto digitale. Il quadro normativo esiste: manca solo la volontà politica.
4. La piattaforma per la raccolta firme è già funzionante. Basterebbe ampliarla, introducendo un sistema di votazione binario (Sì/No), per avere uno strumento completo.
5. Il voto online aiuta a raggiungere il quorum. Facilitando la partecipazione, si contrasta il principale nemico dei referendum: l’astensione.
6. È un trampolino per il futuro. Il voto digitale nei referendum può aprire la strada al suo utilizzo nelle elezioni politiche, frenando un’astensione dilagante che ormai svuota le urne.

La paura della destra e l’indifferenza della sinistra

La destra teme il voto online perché scardina la sua egemonia sulla partecipazione passiva: non si può più vincere per abbandono dell’avversario. Ma l’inerzia più pericolosa viene dal campo progressista, che sembra incapace di rompere i riti stanchi della mediazione e del compromesso.

Nel frattempo, il disegno Calderoli va avanti, rafforzando l’autonomia regionale con una leggerezza incostituzionale che calpesta il principio di eguaglianza. Il Parlamento viene bypassato, i costi ignorati, la coesione nazionale frantumata in nome di un federalismo fittizio. Eppure, il campo progressista si rifugia nella moderazione, come se il tempo delle battaglie fosse finito.

Conclusione: scegliere se arrendersi o rilanciare

Chi ha paura del voto online? Chi teme che il popolo possa contare davvero. Chi preferisce governare un Paese addormentato, piuttosto che sfidare una democrazia sveglia. Ma il voto digitale non è il nemico: è la risposta. È la chiave per riportare milioni di cittadine e cittadini a esprimersi, a partecipare, a decidere. È l’unico modo, oggi, per far vivere il referendum in una società che cambia più in fretta delle sue istituzioni.

Questo referendum, dunque, non s’è fatto. Ma il prossimo deve farsi, e deve passare anche dal web. Se vogliamo che la democrazia non diventi un’eco del passato, è tempo di innovare, di osare, di “pensare fuori dagli schemi”. Come farebbe chi ancora crede che il popolo non sia solo una platea, ma il vero protagonista della Repubblica.

La storia ci insegna che ogni volta che il potere cerca di soffocare la voce del popolo, quella voce trova nuove strade per farsi sentire. Le firme raccolte, il dibattito acceso, l’energia civica che ha attraversato l’Italia in questi mesi non sono andate perdute. Sono semi che chiedono solo una nuova stagione per germogliare.

Il tempo del silenzio è finito. Se la Corte ha detto che “questo referendum non s’ha da fare”, tocca a noi dimostrare che questa democrazia sì che si deve fare. Più partecipata, più accessibile, più viva. E il voto online, oggi, è lo strumento più potente che abbiamo per trasformare l’indignazione in azione, la delusione in progetto, la rabbia in costruzione collettiva.

Non basta più difendere la Costituzione: bisogna riattivarla ogni giorno, con strumenti all’altezza del presente. E con il coraggio di credere che una Repubblica fondata sulla partecipazione è ancora possibile.
Fonte: articolo su Il Fatto Quotidiano del 26 marzo 2025 di Massimo Villone

L’Italia che premia l’ignoranza e punisce il merito: dal fallimento del diritto allo studio allo scandalo della “laurea della domenica”.

In un Paese dove l’istruzione dovrebbe essere la chiave per costruire un futuro dignitoso, il diritto allo studio è diventato una chimera, una promessa tradita. Mentre migliaia di giovani si vedono costretti a rinunciare all’università per mancanza di risorse, lo Stato continua a finanziare enti privati e a nominare figure istituzionali con percorsi universitari opachi, se non del tutto discutibili. La recente vicenda che coinvolge la ministra del Lavoro Marina Calderone, finita al centro dello scandalo per una laurea triennale ottenuta tra esami lampo, sessioni domenicali e conflitti d’interesse familiari, è lo specchio più fedele del sistema malato che regola oggi l’accesso al sapere in Italia.

Il grande bluff del Pnrr: il diritto allo studio solo per chi può pagare

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza aveva promesso 60mila nuovi posti letto per studenti universitari entro il 2026. A oggi, meno di un quinto di questi è stato effettivamente approvato, e solo 2.959 alloggi sono stati costruiti da zero. Gli altri sono il risultato di ristrutturazioni parziali, affidati per lo più a soggetti privati che rispondono a logiche di profitto, non certo a quelle dell’interesse pubblico.

Il dato più scandaloso? A fronte di un costo medio di 90mila euro per posto letto, il Pnrr ne finanzia appena 20mila, costringendo le istituzioni pubbliche a rinunciare per carenza di fondi. E così, il 95% degli alloggi finanziati è nelle mani dei privati, con il rischio concreto che, passati dodici anni, questi posti finiscano nel mercato immobiliare a prezzi di lusso. Un’operazione che non garantisce affatto il diritto allo studio, ma alimenta piuttosto un nuovo business dell’housing studentesco, con lo Stato che gioca il ruolo di bancomat per investitori privati.

Calderone e l’università privata: la laurea della domenica tra favoritismi e conflitti

In questo contesto grottesco, fa ancora più rumore lo scandalo che ha coinvolto la ministra Marina Calderone. Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, la ministra avrebbe conseguito la laurea triennale e quella magistrale presso l’Università privata Link, un ateneo dove suo marito sedeva nel consiglio di amministrazione. Tra le incongruenze evidenziate: esami sostenuti tutti nello stesso giorno, molti dei quali addirittura di domenica, e assenza della certificazione ufficiale del diploma triennale. In un Paese normale, basterebbe questo a imporre un passo indietro.

E invece, la ministra risponde sui social, minimizza, si rifugia dietro il fatto di essere stata “una studentessa lavoratrice fuori corso” e rivendica orgogliosamente la legittimità del suo percorso. Ma le opposizioni non ci stanno: “Mentire sulla propria laurea è un insulto a chi ha studiato una vita intera”, tuona il deputato M5S Agostino Santillo. Ed è difficile dargli torto. Mentre lo Stato abbandona gli studenti fuori sede, taglia borse di studio e riduce i posti letto, finanzia con generosità istituti privati – come quello frequentato dalla ministra – i cui meccanismi di trasparenza sembrano tutto fuorché esemplari.

Meritocrazia a rovescio: chi studia fatica, chi bara governa

L’Italia è diventata il Paese dove chi lavora onestamente per anni, affrontando sacrifici e ostacoli per ottenere un titolo di studio, viene sistematicamente penalizzato. E chi invece ottiene titoli in modo opaco o agevolato, magari grazie a relazioni e ruoli istituzionali, finisce ai vertici del potere. È una meritocrazia rovesciata, dove non conta la preparazione ma l’appartenenza, dove non si premiano la dedizione e la competenza, ma la fedeltà a un sistema corrotto e autoreferenziale.

Il fatto che il ministero del Lavoro – che dovrebbe difendere i diritti dei cittadini più fragili – sia oggi guidato da una figura la cui credibilità accademica è oggetto di fortissimi dubbi, è un’offesa al principio costituzionale di uguaglianza. Soprattutto per i giovani che, senza appoggi né scorciatoie, cercano di costruirsi un futuro con le proprie forze.

Il disegno dietro il disinteresse: ignoranza per governare meglio

Di fronte a tutto questo, non possiamo più parlare solo di inefficienza o cattiva gestione. Siamo di fronte a un progetto culturale lucido e perverso: rendere l’istruzione un bene di lusso, riservato a pochi. Lasciare gli altri – la maggioranza – in una condizione di ignoranza e precarietà, perfetta per una società in cui il consenso si costruisce con la paura, la disinformazione e la dipendenza dai poteri forti.

Un popolo istruito è un popolo libero. E chi governa non vuole cittadini liberi: vuole sudditi obbedienti, formati da un sistema educativo che seleziona per censo, non per merito. Il fallimento del Pnrr, l’abbandono dell’università pubblica, la protezione degli atenei privati e l’ascesa di figure come Calderone sono pezzi dello stesso puzzle. Un puzzle che disegna un’Italia in cui il sapere è per pochi e l’ignoranza per tutti gli altri.

Conclusione: ripartire dalla conoscenza come atto politico

Serve una reazione forte, collettiva, radicale. Bisogna riprendersi l’istruzione, rifinanziare il pubblico, garantire alloggi, borse, accesso libero e di qualità alla cultura. Non è solo una questione di giustizia sociale: è una battaglia per la democrazia. Chi studia, ragiona. Chi ragiona, sceglie. E chi sceglie, non si fa manipolare.

L’Italia non può permettersi un futuro costruito sulla mediocrità e sull’inganno. La vera ripartenza passa da qui: restituire al sapere il posto che merita, e ai giovani il futuro che è stato loro negato.

Dalla trattativa alla repressione: l’eredità inquietante del berlusconismo nel governo Meloni

C’è una continuità silenziosa, ma spietata, tra il passato e il presente. Un filo nero che lega la stagione delle stragi mafiose e la fondazione di Forza Italia con le attuali riforme del governo Meloni. Non è solo un’allusione retorica: è la trasformazione concreta di un’idea di potere che, nel corso degli anni, ha imparato a parlare un linguaggio più raffinato, ma non meno pericoloso. Oggi quel potere non punta più solo a coabitare con l’illegalità. Mira a riscrivere le regole stesse della legalità.

Lo chiamano “riformismo”, ma è revisionismo costituzionale. Lo definiscono “modernizzazione”, ma è repressione.
L’ultimo atto è firmato da Carlo Nordio, ministro della Giustizia, che ha annunciato la volontà del governo di sanzionare disciplinarmente i magistrati che esprimono opinioni critiche verso le riforme dell’esecutivo. Un provvedimento che riprende pari pari una norma voluta dal governo Berlusconi nel 2006 – ministro Castelli – e poi cancellata per incostituzionalità dal governo Prodi. Una norma talmente generica da consentire punizioni a discrezione, colpendo non l’illecito, ma il dissenso.

In altre parole: chi critica, rischia. Chi pensa, paga. Chi parla, tace.

L’obiettivo è evidente: intimidire, controllare, disinnescare qualsiasi voce autonoma all’interno della magistratura. Perché una magistratura autonoma, indipendente, libera di esprimersi, rappresenta un ostacolo per un governo che vuole trasformare la Costituzione in uno strumento di ratifica del potere esecutivo. La stessa Costituzione che il berlusconismo non è mai riuscito ad abbattere del tutto, ma che oggi la destra meloniana sta smantellando pezzo per pezzo.

Dalla separazione delle carriere – mascherata da riforma ma pensata per ridurre il potere inquirente – al premierato forte, fino al progetto di autonomia differenziata, la logica è sempre la stessa: centralizzare il potere, marginalizzare i controlli, personalizzare l’autorità. In questa architettura politica, la magistratura rappresenta un corpo estraneo, perché non è elettiva, non è ricattabile, non è allineata. E per questo dev’essere silenziata, intimidita, isolata.

L’ipocrisia è totale. Carlo Nordio, in passato, ha scritto libri, articoli, partecipato a talk show, preso posizioni pubbliche su ogni tema – da magistrato. Oggi, da ministro, pretende il silenzio. Il mutismo coatto delle toghe. L’autocensura come condizione di decoro. La stessa logica che anni fa portava Berlusconi ad accusare i giudici di “attentato alla democrazia” solo perché osavano indagare su di lui.

Ecco il punto: l’attuale governo non è la negazione del berlusconismo, ma la sua evoluzione autoritaria. La sua versione post-ideologica. Dove le leggi non servono a migliorare la giustizia, ma a punire i giudici. Dove la sicurezza è solo una scusa per colpire i migranti, i poveri, i dissidenti. Dove la libertà d’espressione viene garantita solo a chi applaude.

Pensiamo alle leggi sulla sicurezza: il decreto Cutro, l’accordo con l’Albania, i CPR trasformati in zone franche dei diritti umani. Pensiamo alla riforma del codice penale: pene aumentate per chi occupa una casa, ridotte per chi evade. Pensiamo alla cancellazione del reato di abuso d’ufficio, funzionale a disarmare i magistrati nei confronti della corruzione. E ora pensiamo al prossimo passo: punire chi denuncia, premiare chi obbedisce.

Non è solo giustizia piegata. È costituzione svuotata. È un nuovo patto tra potere e impunità.

Il berlusconismo aveva aperto la porta a questo modello. La Meloni l’ha spalancata. Ma la vernice del legalitarismo si scrosta velocemente, e sotto resta l’involucro marcio del controllo. Di una politica che non tollera opposizione, che criminalizza la critica, che stravolge i princìpi fondativi della nostra Repubblica.

Per questo oggi, più che mai, è necessario alzare la voce. Difendere il diritto di dissentire. Proteggere l’autonomia dei poteri, l’indipendenza della magistratura, la libertà di parola.

Perché se i magistrati non potranno più parlare, se i giornalisti verranno minacciati, se i cittadini verranno schedati o zittiti, non sarà solo la giustizia a tremare.

A tremare sarà la democrazia.

Il volto sporco della memoria: la narrazione tossica di Forza Italia

C’è una linea sottile tra commemorazione e appropriazione indebita. Tra il dovere della memoria e l’abuso strumentale della storia. Forza Italia, il partito nato nel cuore delle stragi del ’92-’93, ha deciso di varcare quella linea con arroganza, utilizzando il volto e le parole di Giovanni Falcone per promuovere la sua riforma della giustizia. Non è solo propaganda: è un tentativo di riscrittura, un’operazione di restyling morale di un’identità politica che ha costruito se stessa anche grazie alla contiguità con ambienti mafiosi.

Mentre a Palermo, durante un convegno sulla giustizia, i dirigenti di Forza Italia proiettano video di Falcone e citano le sue parole sulla separazione delle carriere, nella stessa città ancora si piange il sangue versato da quegli stessi magistrati che tentarono – fino alla fine – di arginare un potere infetto. Il potere che, poco dopo, si sarebbe incarnato in un partito plastico, creato in laboratorio, venduto come novità ma impastato con il peggio del passato.

Falcone, evocato oggi come un padre nobile dai nipoti del garantismo selettivo, aveva ben chiaro cosa fosse la mafia e dove si annidasse il potere mafioso: dentro i salotti, nelle redazioni, nei consigli di amministrazione, nelle segreterie politiche. Non nei tribunali. E se in vita fu osteggiato, isolato, perfino ridicolizzato da una parte della stessa magistratura e da molti politici, dopo la morte è diventato un santino buono per tutte le stagioni. Ma ci sono corpi che non si possono riesumare senza oltraggiarne la dignità.

Per questo suona sinistro che il partito di Silvio Berlusconi, che ha avuto tra le sue fondamenta uomini condannati per concorso esterno in associazione mafiosa, rivendichi oggi il pensiero di Falcone come fosse suo patrimonio ideale. È come se il boia rivendicasse l’umanità del condannato.

Non è solo un’operazione ipocrita. È una strategia comunicativa, un progetto di rebranding politico. Serve a ripulire la storia del partito, a costruire un nuovo mito fondativo dopo la scomparsa del leader. Ma la storia, se la conosci, pesa. E se la racconti tutta, brucia.

Marcello Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia, è stato condannato in via definitiva a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Nelle motivazioni si parla esplicitamente di “mediazione tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi”, in un patto che garantiva protezione in cambio di denaro. Un patto che precede la nascita del partito. Una genealogia, non un incidente.

Vittorio Mangano, assunto ad Arcore come “stalliere”, era in realtà un uomo d’onore del clan palermitano. Berlusconi e Dell’Utri lo hanno difeso fino all’ultimo, definendolo “eroe” per non aver parlato. Altro che “separazione delle carriere”: questo è l’incrocio tra carriera politica e carriera mafiosa.

E allora la domanda è semplice: chi ha il diritto di parlare in nome di Falcone? Chi ne ha condiviso il rischio? Chi ha pagato con l’isolamento, con la vita, con la coerenza? O chi ha usato quel nome per costruire potere, legittimazione e impunità?

La giustizia non è un’arma, e nemmeno una bandiera da sventolare a comando. È un bene comune. Chi ha contribuito, direttamente o indirettamente, a ostacolarla, a deviarla, a svilirla, non può oggi rivestirsi dei suoi martiri per legittimare riforme che sembrano scritte per indebolire ancora di più il controllo democratico sul potere.

Il volto di Giovanni Falcone non può diventare un logo di partito.
La sua voce non può essere usata come jingle elettorale.
La sua storia non può essere riscritta da chi ha scelto di stare dall’altra parte.

Chi non ha avuto vergogna in vita, oggi cerca legittimità nella morte.
Ma la verità, anche quando si tenta di seppellirla, ha il vizio di tornare a galla.

L’impresa del crimine: la nascita di Forza Italia tra affari, patti e stragi

C’è un pezzo di storia italiana che non si può raccontare senza pronunciare la parola “trattativa”. Non quella fra Stato e cittadini, ma tra pezzi deviati dello Stato e vertici di Cosa Nostra, nel biennio più oscuro della nostra Repubblica: 1992-1994. Sono gli anni delle bombe, delle stragi, delle lettere anonime, dei papelli e delle agende sparite. Ma sono anche gli anni in cui nasce Forza Italia. E se oggi il partito azzurro osa impugnare il volto e la voce di Giovanni Falcone come un vessillo di giustizia, occorre ricordare da dove tutto ebbe inizio: dentro un patto scellerato tra il crimine organizzato e il potere economico-finanziario.

Il contesto è noto, ma mai abbastanza ricordato. Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, dopo l’arresto di Totò Riina, i vertici di Cosa Nostra mutano strategia. La stagione della guerra si chiude, si apre quella della rinegoziazione con lo Stato. La “trattativa” tra carabinieri del ROS e mafiosi è oggi un fatto giudiziario assodato, anche se controverso. È in quel vuoto politico – con la Prima Repubblica distrutta da Tangentopoli – che un imprenditore milanese, già vicino a Licio Gelli, decide di “scendere in campo” per salvare se stesso e i suoi affari. Ma anche per offrire alla mafia un nuovo referente.

Non è solo un’ipotesi o una suggestione giornalistica. Le sentenze parlano. I giudici della Corte d’Appello di Palermo nel 2013 scrivono nero su bianco che Marcello Dell’Utri fu il garante dell’accordo tra Cosa Nostra e Berlusconi. Un patto di protezione in cambio di denaro, iniziato negli anni Settanta e proseguito fino agli anni Novanta. Una relazione cementata dalla presenza a Milano di Vittorio Mangano, stalliere assunto ad Arcore come “garanzia” mafiosa, nonostante i suoi precedenti per associazione a delinquere, estorsione e traffico di droga.

Dell’Utri non è un comprimario. È il cofondatore di Forza Italia, l’architetto culturale del partito, l’uomo che importò dalla Sicilia voti, affari e rapporti. È anche l’uomo che Berlusconi ha difeso fino alla fine, anche quando fu condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. Un reato che, ricordiamolo, fotografa la posizione di chi – pur non affiliato – offre un contributo concreto, consapevole e volontario alla mafia. Dell’Utri ha scontato la sua pena, ma il giudizio storico e politico non può limitarsi alla dimensione penale.

Forza Italia nasce dunque nel ventre molle di quella stagione. È il prodotto di un intreccio tra la dissoluzione del vecchio sistema politico, le paure del ceto imprenditoriale, la necessità di riciclare capitali e potere. Il partito, fin dalla sua origine, è uno strumento di controllo, non di partecipazione. È una creatura mediatica e affaristica, non democratica. Un contenitore di fedeltà, non di idee. Il suo successo immediato, nel 1994, si spiega anche con i voti controllati direttamente o indirettamente da strutture mafiose in Sicilia, in Calabria e in Campania.

A questa genealogia si aggiunge una costellazione di nomi e sentenze. Oltre a Dell’Utri, c’è Antonio D’Alì, condannato in via definitiva per i suoi rapporti con Cosa Nostra trapanese. C’è Nicola Cosentino, riconosciuto come referente politico dei Casalesi. C’è Antonio Matacena, legato alla ’ndrangheta, rifugiatosi a Dubai. C’è Denis Verdini, ex alleato strategico di Berlusconi, coinvolto in numerosi processi per bancarotta e corruzione. C’è Cesare Previti, avvocato personale di Berlusconi, condannato per corruzione in atti giudiziari. Tutti nomi che hanno costruito la tela di relazioni di un partito che ha governato l’Italia per oltre vent’anni.

Oggi, nel 2025, dopo la morte di Berlusconi, gli eredi politici tentano una rimozione collettiva. Ma la storia non si cancella con un video o una celebrazione. L’uso del volto di Falcone da parte di chi ha coabitato con gli eredi politici della mafia non è solo un abuso della memoria: è una forma di violenza simbolica. È come se l’assassino tornasse sulla tomba della sua vittima per raccontare al mondo che in fondo erano amici.

Giovanni Falcone non fu mai un giustizialista. Ma fu uomo di Stato. Di uno Stato che la mafia voleva colpire, indebolire, penetrare. Oggi, davanti a questi tentativi di riscrittura della memoria, il minimo che possiamo fare è dire la verità. E ricordare le parole di Paolo Borsellino, quando parlò dei rapporti tra Berlusconi, Dell’Utri e Cosa Nostra: “Non c’è nulla da aggiungere, se non il coraggio di guardare negli occhi la realtà”.

Perché senza memoria, la democrazia si spegne. Ma senza vergogna, diventa farsa.