L’Italia che dimentica: dal patto mafia-politica alle riforme repressive del governo Meloni

Inchiesta in tre atti sulla metamorfosi autoritaria del potere

Atto I

Il volto sporco della memoria: la narrazione tossica di Forza Italia

C’è una linea sottile tra commemorazione e appropriazione indebita. Tra il dovere della memoria e l’abuso strumentale della storia. Forza Italia, il partito nato nel cuore delle stragi del ’92-’93, ha deciso di varcare quella linea con arroganza, utilizzando il volto e le parole di Giovanni Falcone per promuovere la propria riforma della giustizia. Non è solo propaganda: è una vera e propria riscrittura identitaria, un tentativo di restyling morale di una forza politica che ha avuto tra le sue fondamenta uomini condannati per concorso esterno in associazione mafiosa.

Durante un recente convegno a Palermo, i dirigenti del partito fondato da Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri hanno proiettato un video di Falcone come endorsement simbolico per la separazione delle carriere tra PM e giudici. Ma chi ha conosciuto Falcone sa bene che il magistrato mai avrebbe prestato il suo nome a chi con la mafia aveva rapporti consolidati.

Lo dimostrano documenti, come l’annotazione fatta da Falcone nel 1986 dopo l’audizione del pentito Francesco Marino Mannoia:

“Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni ai Grado e anche a Vittorio Mangano”.

E lo confermano le parole di Paolo Borsellino, in un’intervista video del 1992, mai trasmessa fino al 2000, in cui raccontava senza ambiguità i legami tra Dell’Utri, Mangano, Cinà e il nascente impero berlusconiano.

L’uso odierno dell’immagine di Falcone è dunque non solo inopportuno: è una violenza simbolica contro la memoria della Repubblica, contro chi ha sacrificato la propria vita per difenderla. È come se l’assassino tornasse sulla tomba della sua vittima per raccontare al mondo che in fondo erano amici.

Atto II

L’impresa del crimine: la nascita di Forza Italia tra affari, patti e stragi

Il biennio 1992-1994 è il più oscuro della storia repubblicana. Mentre saltano in aria Falcone e Borsellino, e la Prima Repubblica crolla sotto il peso di Tangentopoli, si muove nell’ombra una strategia di rifondazione del potere. È il tempo della trattativa Stato-mafia, oggi riconosciuta da molte sentenze come fatto storico, seppur con profili giudiziari ancora controversi.

Nel vuoto istituzionale che segue all’arresto di Riina e all’escalation stragista, Silvio Berlusconi, imprenditore televisivo vicino a logge come la P2 di Licio Gelli, annuncia la sua “discesa in campo”. Dietro di lui, Marcello Dell’Utri, già uomo di raccordo con gli ambienti palermitani. E sotto di loro, una rete di interessi e protezioni mafiose, confermata da atti processuali.

La sentenza definitiva del 2014 che condanna Dell’Utri a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa è inequivocabile. Si legge:

“Dell’Utri ha garantito la prosecuzione del patto di protezione tra Cosa Nostra e Berlusconi attraverso la riscossione e la trasmissione di denaro”.

Il volto pubblico del nuovo partito era rassicurante. Ma nel retroscena, i garanti del consenso erano altri. È così che Forza Italia diventa nel 1994 il nuovo contenitore del potere: plastico, televisivo, piramidale. Un partito-azienda in cui la selezione avviene per fedeltà, non per merito.

Accanto a Dell’Utri, una costellazione di politici poi condannati per legami con mafia, camorra e ’ndrangheta:
• Antonio D’Alì, condannato nel 2022 a sei anni per aver favorito Cosa Nostra trapanese.
• Nicola Cosentino, referente politico dei Casalesi, condannato a dieci anni in via definitiva.
• Antonio Matacena, legato alla ’ndrangheta reggina, rifugiatosi a Dubai.
• Cesare Previti, condannato per corruzione in atti giudiziari.
• Denis Verdini, figura chiave dei ponti tra affari e politica, finito in più procedimenti per bancarotta.

Forza Italia nasce così: non come alternativa alla crisi della Prima Repubblica, ma come espressione mutata del suo lato più oscuro.

Atto III

Dalla trattativa alla repressione: l’eredità inquietante nel governo Meloni

Il governo Meloni non è la negazione del berlusconismo. È la sua continuità in forma più ideologica, autoritaria e repressiva. I metodi si affinano, ma l’obiettivo resta identico: centralizzare il potere, ridurre al silenzio le voci critiche, demolire le garanzie costituzionali.

La prova più evidente? Il progetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che propone sanzioni disciplinari per i magistrati che criticano le riforme del governo.

Nordio vuole reintrodurre un decreto legislativo del 2006 (ministro Castelli, governo Berlusconi) che fu abrogato nel 2007 dal governo Prodi perché lesivo della libertà di espressione garantita dall’art. 21 della Costituzione. La norma prevedeva sanzioni per chi “compromette il prestigio dell’istituzione giudiziaria”, anche con comportamenti formalmente legittimi. Una clausola talmente vaga da diventare strumento di intimidazione politica.

Non è un caso isolato. Il disegno repressivo del governo Meloni è sistemico:
• Premierato forte, che concentra il potere esecutivo, limitando il ruolo di garanzia del Presidente della Repubblica (violazione potenziale dell’art. 87 Cost.).
• Autonomia differenziata, che frammenta l’unità della Repubblica (art. 5 e 120 Cost.).
• Riforma della giustizia penale, con abolizione dell’abuso d’ufficio, depotenziamento dell’azione inquirente, ostacoli all’uso delle intercettazioni.
• Pacchetti sicurezza, che criminalizzano migranti, attivisti, studenti, poveri.
• Leggi sull’ordine pubblico, che restringono il diritto di manifestare (art. 17 Cost.).
• Riduzione del ruolo del Parlamento, con decreti legge seriali e fiducie forzate (art. 70 e 77 Cost.).

Questa non è riforma. È restaurazione. È un ritorno all’autoritarismo in doppio petto, che oggi si presenta con il volto rassicurante del legalitarismo, ma sotto indossa le stesse vesti di chi, trent’anni fa, si inginocchiava davanti al potere mafioso.

Oggi si tenta di silenziare i magistrati come un tempo si cercò di delegittimarli. Oggi si manipola la memoria di Falcone, mentre si smonta pezzo per pezzo lo Stato di diritto che lui difese con la vita.

Conclusione: La Costituzione è l’ultima trincea

Nel 1992 Falcone e Borsellino furono lasciati soli. Oggi la solitudine è delle istituzioni repubblicane, accerchiate da un potere che non tollera freni.
Questa trilogia è una mappa del tradimento. Dalla trattativa alla manipolazione della memoria. Dalla fondazione opaca di Forza Italia al presente autoritario del melonismo.
Eppure, la Costituzione è ancora lì. Non come carta da riscrivere, ma come bussola da difendere.

Perché quando i poteri non si bilanciano, la giustizia tace. E quando la giustizia tace, la democrazia muore.

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