Benvenuti torturatori! L’Italia dei porti chiusi per i migranti e spalancati per i carnefici libici

C’è un filo nero, nero pece, che lega il caso Almasri a quello di Abdul Ghani al-Kikli, e attraversa Roma come una passerella rossa per chi ha le mani sporche di sangue, ma amici nei palazzi del potere. Un tempo l’Italia era la terra di accoglienza per chi fuggiva da guerre e persecuzioni. Oggi, a quanto pare, accoglie a braccia aperte chi quelle guerre e quelle persecuzioni le produce in serie, con la benedizione silenziosa del governo Meloni.

La storia si ripete, in peggio. Non si è ancora spenta l’eco dello scandalo Almasri – il generale libico, ricercato dalla Corte Penale Internazionale per omicidi e torture, fermato in Italia e poi rispedito in Libia con volo di Stato come fosse un diplomatico in missione umanitaria – che un altro protagonista delle tenebre fa capolino nella Capitale: Abdul Ghani al-Kikli, capo della milizia libica Stability Support Apparatus, sospettato di crimini contro l’umanità e oggetto di denunce da parte del Dipartimento di Stato USA, dell’ONU e dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani.

Non è ricercato, ci dicono. Ha un visto Schengen valido, emesso da Malta – benedetta Malta! – e può girare liberamente in Europa. Un piccolo dettaglio che sarebbe grottesco se non fosse tragico: nessun provvedimento internazionale in corso, ma tonnellate di dossier che lo segnalano come torturatore, aguzzino, gestore di violenze sistematiche. Eppure, eccolo qua, a Roma, a visitare il ministro libico ferito in un attentato e ricoverato allo European Hospital, tra una foto social e un saluto istituzionale.

E lo Stato italiano? Zitto. Muto. Assente.

La Meloni predica “porti chiusi” e pratica “porte aperte”… ai boia

Siamo al capolavoro dell’ipocrisia istituzionale. Giorgia Meloni, paladina della “lotta agli scafisti” e delle “frontiere sigillate” contro l’immigrazione illegale, consente l’ingresso nel nostro territorio a esponenti armati fino ai denti di un potere parallelo e criminale. Non è questione di “realpolitik”: è complicità morale e politica, se non giudiziaria.

Il governo italiano sa benissimo chi è al-Kikli. Sanno tutto delle sue attività, dei suoi uomini, delle carceri libiche gestite come mattatoi. Sanno delle violenze, dei desaparecidos, dei migranti venduti come schiavi, dei ragazzi torturati perché “colpevoli” di aver cercato una vita migliore. Eppure, lo lasciano entrare. Perché? Perché serve. Perché è utile. Perché gli accordi con le “autorità” libiche – che autorità non sono – fanno comodo per bloccare i migranti prima che tocchino le nostre coste.

È il solito patto con il diavolo, ma stavolta firmato con il sangue dei più deboli.

Un Paese rifugio per i carnefici, e galera per i soccorritori

La cosa che brucia di più è la totale assenza di vergogna. Le stesse autorità che ostacolano le ONG, che criminalizzano chi salva vite in mare, che spiano le organizzazioni umanitarie con software militari come Paragon, sono le stesse che si girano dall’altra parte quando nel cuore di Roma sbarcano individui accusati dai rapporti ONU di crimini efferati.

Non si tratta di “errori burocratici” o “mancata cooperazione giudiziaria”: si tratta di una scelta politica precisa, che trasforma l’Italia in una retrovia logistica per aguzzini con passaporto libico e amicizie istituzionali.

Le opposizioni protestano, il governo tace. Come sempre.

Elly Schlein, Angelo Bonelli, Riccardo Magi… tutti a chiedere chiarimenti, interrogazioni parlamentari, commissioni d’inchiesta sugli accordi Italia-Libia. Giusto. Necessario. Ma nel frattempo la premier Meloni non spiccica una parola. Silenzio tombale anche dal ministro Piantedosi e dal Guardasigilli Nordio, che ancora non hanno chiarito nemmeno il caso Almasri.

Due pesi, due misure. Due Mediterranei. Uno, blindato per chi fugge. L’altro, spalancato per chi comanda le celle dove quelle fughe finiscono spezzate da torture e violenze inenarrabili.

Mentre il popolo italiano – assuefatto, ipnotizzato, lobotomizzato da slogan e propaganda – continua a gridare “prima gli italiani!”, i veri padroni del nostro presente entrano ed escono indisturbati, accolti come partner. Nonostante i morti, le fosse comuni, le famiglie scomparse nel nulla.

Non è solo vergognoso. È criminale. E il giorno in cui questa pagina sarà letta nei tribunali della Storia – o, speriamo, in quelli veri – nessuno potrà dire di non aver saputo.

L’Italia Sprofonda nel Fango Nero dell’Autoritarismo

Un governo che smantella lo Stato di diritto: il report che inchioda l’Italia tra i “demolitori” della democrazia in Europa

Mentre il governo in carica continua a sbandierare la retorica della stabilità e della crescita, la realtà raccontata dal Liberties Rule of Law Report 2025 è di ben altro tenore. L’Italia viene impietosamente collocata tra i cinque paesi dell’Unione Europea che stanno sistematicamente e intenzionalmente smantellando lo Stato di diritto. Un’accusa gravissima, che ci accomuna a Bulgaria, Croazia, Romania e Slovacchia, nazioni in cui l’indipendenza della magistratura, la libertà di stampa e lo spazio civico sono minacciati da riforme che erodono i principi democratici.

Il rapporto, redatto da organizzazioni indipendenti come la Civil Liberties Union for Europe e la Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili (CILD), non lascia spazio a interpretazioni benevole: l’Italia è diventata un laboratorio di politiche repressive, dove il governo, con un’aggressività senza precedenti, ha avviato una demolizione sistematica delle garanzie democratiche.

L’attacco alla separazione dei poteri: il Parlamento esautorato, la magistratura sotto attacco

Una delle derive più preoccupanti evidenziate dal rapporto riguarda il tentativo di ridurre il potere del Parlamento a mero organo ratificatore della volontà dell’esecutivo. Il governo ha abusato dello strumento del decreto legge, con 79 decreti varati nella legislatura in corso, di cui 67 trasformati in legge. A ciò si aggiunge il disegno di legge di Forza Italia per estendere il periodo di conversione da 60 a 90 giorni, un’ulteriore mossa per consolidare il dominio del governo sul processo legislativo.

Ma il colpo più duro alla democrazia è rappresentato dalla riforma del “Premierato”, già approvata in prima lettura al Senato. Un intervento che, se confermato, ridefinirebbe l’assetto istituzionale del Paese a vantaggio dell’esecutivo, stravolgendo il principio dell’equilibrio dei poteri su cui si regge una democrazia parlamentare.

Sul fronte della giustizia, l’indipendenza della magistratura è sotto minaccia diretta. La riforma della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, secondo l’Associazione Nazionale Magistrati, metterebbe a rischio il sistema giudiziario stesso. Ancora più inquietante è la proposta di introdurre sanzioni disciplinari e finanziarie per i magistrati ritenuti “colpevoli” di errori in casi di detenzione ingiusta. Un chiaro tentativo di intimidazione nei confronti della magistratura, per piegarla alla volontà politica del governo.

E se i giudici non si allineano, si passa all’attacco diretto: lo testimoniano gli episodi di delegittimazione pubblica e le ritorsioni contro magistrati le cui sentenze risultano sgradite all’esecutivo. Le dimissioni della giudice Iolanda Apostolico, finita nel mirino del governo dopo le sue decisioni sui migranti, sono solo la punta dell’iceberg di una campagna di intimidazione che mina la terzietà della giustizia.

Intercettazioni: un bavaglio alla giustizia che favorisce il crimine organizzato e gli abusi

Tra i provvedimenti più insidiosi varati dall’attuale governo c’è la drastica limitazione delle intercettazioni, ridotte a un massimo di 45 giorni. La giustificazione ufficiale? I presunti costi eccessivi delle operazioni di ascolto. Ma questa tesi, smentita più volte da magistrati e operatori del settore, si rivela un pretesto per un obiettivo ben preciso: limitare il raggio d’azione della magistratura nei confronti dei centri di potere collusi con il malaffare.

Il taglio delle intercettazioni, infatti, non solo ostacola il contrasto alle mafie e alla corruzione politica, ma si traduce anche in un assist per la criminalità comune. Prendiamo il caso degli stalker: con il nuovo limite, un persecutore potrebbe essere monitorato per 45 giorni, ma una volta scaduto il termine e cessata la sorveglianza, avrebbe campo libero per riprendere le sue condotte vessatorie, sapendo di non essere più intercettato. Uno scenario che espone le vittime, già vulnerabili, a un rischio ancora maggiore.

Questo provvedimento è un segnale chiaro: si sta smantellando la capacità investigativa dello Stato in nome di una presunta efficienza economica che non regge alla prova dei fatti. Le intercettazioni non rappresentano un costo insostenibile per le casse pubbliche, come dimostrano le analisi di numerosi magistrati. Al contrario, il vero costo è quello sociale e di sicurezza: con questa limitazione, si depotenzia uno degli strumenti più efficaci nella lotta alla criminalità, lasciando ai malintenzionati il tempo e lo spazio per agire indisturbati.

Il carcere come strumento di controllo sociale

La deriva autoritaria del governo è evidente anche nelle politiche penali e penitenziarie. Il sistema carcerario è al collasso, con un sovraffollamento che ha raggiunto livelli record, compresi gli istituti per minori, dove la capienza è stata superata del 107%.

Ma invece di affrontare il problema con misure di umanizzazione della pena, il governo punta sulla repressione: il Decreto Sicurezza introduce 11 nuovi reati e 18 aggravanti, mentre cresce il ricorso a strumenti coercitivi nei confronti di attivisti, migranti e minoranze. Il rapporto evidenzia l’intensificazione della criminalizzazione delle ONG che operano nel Mediterraneo, il pugno di ferro contro gli eco-attivisti e persino il rischio di punire la resistenza passiva nelle carceri e nei CPR (Centri di Permanenza per i Rimpatri).

Corruzione e lobbying opachi: il trionfo dell’illegalità istituzionalizzata

Sul fronte della trasparenza e della lotta alla corruzione, il quadro è altrettanto desolante. Il rapporto denuncia l’assenza di progressi significativi nella regolamentazione del lobbying e nella trasparenza delle attività governative. Transparency International colloca l’Italia tra i paesi più corrotti dell’Europa occidentale, mentre il Consiglio d’Europa ha emesso raccomandazioni per rafforzare il controllo sugli appalti pubblici, settore particolarmente esposto al rischio di infiltrazioni illecite.

Un punto critico è il nuovo codice degli appalti, che consente il subappalto senza limiti percentuali, aprendo la strada a una gestione ancora più opaca e pericolosa delle risorse pubbliche.

Giornalisti sotto attacco: la libertà di stampa è ormai un ricordo?

La libertà di stampa, pilastro di ogni democrazia, è un’altra vittima della stretta autoritaria. Il report documenta 130 attacchi contro giornalisti solo tra gennaio e novembre 2024, tra cui minacce fisiche, intimidazioni legali e censure editoriali.

L’Italia si è posizionata al primo posto in Europa per numero di cause strategiche (SLAPP), intentate per scoraggiare il giornalismo investigativo.

Un futuro sempre più buio: l’ombra dell’autoritarismo avanza

L’Italia sta scivolando nel fango nero della regressione democratica. Se non si arresta questa deriva ora, il rischio è che, quando ci renderemo conto di aver perso la nostra democrazia, sarà già troppo tardi.

Europa Fortezza: Miliardi in Armi, Deportazioni per i Migranti

L’Unione Europea ha gettato la maschera. Mentre si accinge a spendere centinaia di miliardi in armi e difesa, stringe ulteriormente il cappio intorno al collo di chi fugge dalla guerra, dalla fame, dalla miseria. La Commissione di Ursula von der Leyen propone un regolamento che introduce un ordine di rimpatrio valido per tutto il territorio europeo e la creazione di hub nei Paesi terzi per le persone già destinate all’espulsione. Una svolta che segna l’ennesima resa della politica comunitaria ai nazionalisti e ai fautori dell’Europa fortezza.

La destra italiana, e con essa le destre di tutta Europa, festeggia: il Partito Popolare Europeo si è accodato all’onda sovranista, mentre socialisti, verdi e sinistra provano a resistere. Ma la verità è che la cosiddetta “maggioranza Ursula” è già morta. L’Europa che sognava di essere un faro di civiltà si è trasformata in una macchina blindata, ossessionata dall’idea di contenere, respingere, deportare.

La retorica della sicurezza, la realtà della disumanità

Il piano dell’UE prevede una semplificazione brutale: se un Paese rifiuta l’80% delle richieste d’asilo provenienti da una certa nazione, allora le espulsioni saranno accelerate. Nessuna valutazione individuale, nessun rispetto per le storie, per le sofferenze, per i percorsi di vita. L’obiettivo è solo uno: fare numeri, mostrare pugno duro, dimostrare che l’Europa è capace di “difendersi” dai migranti, come se fossero un’invasione e non esseri umani.

Eppure, mentre si costruiscono muri e si affilano le procedure di rimpatrio, la questione più elementare rimane senza risposta: dove li mandiamo? L’Italia aveva puntato sulla Tunisia, ma il Paese nordafricano non ha firmato le convenzioni internazionali sui diritti umani, e l’UE non può – almeno ufficialmente – siglare accordi con Stati che non rispettano il principio di non respingimento.

Così il governo italiano ha deciso di giocare la carta dell’Albania, avviando un’operazione dai costi faraonici e dagli effetti pressoché nulli. L’accordo con Tirana prevede la creazione di centri di detenzione per i migranti, ma finora la magistratura italiana ha bloccato qualsiasi tentativo di procedura accelerata, in quanto in contrasto con la direttiva UE 2013/32. Questo ha reso il progetto un’enorme voragine di spreco. Parliamo di un investimento che sfiora gli 850 milioni di euro, quasi un miliardo di euro bruciati in una soluzione che, nei fatti, non sta funzionando. Nulla di fatto, anzi: se questi fondi fossero stanziati per progetti di sviluppo nei Paesi da cui partono i migranti, probabilmente si otterrebbero risultati ben diversi.

Perché il punto è proprio questo: la politica migratoria dell’Europa continua a essere miope, concentrata solo sulla repressione e mai sulle cause del fenomeno. Un miliardo di euro potrebbe finanziare scuole, ospedali, infrastrutture, programmi di sviluppo agricolo e industriale nei Paesi di origine. Potrebbe sostenere percorsi di autonomia per intere comunità, garantendo opportunità che ridurrebbero alla radice la necessità di emigrare. Investire nello sviluppo significherebbe prevenire le migrazioni forzate, offrendo una scelta reale a chi oggi è costretto a partire.

Ma questa visione non interessa ai governi europei, ossessionati dal consenso immediato e da una narrazione securitaria che trasforma il migrante in un nemico, anziché in una vittima di un sistema economico globale che l’Occidente stesso ha contribuito a creare.

Un’Europa che si arma e dimentica i principi

L’Europa sta compiendo una scelta chiara: investire in armi, smantellare i diritti. I fondi per la difesa vengono moltiplicati, i bilanci militari gonfiati come mai prima d’ora, mentre l’accoglienza viene ridotta a una questione di ordine pubblico. In questo scenario distorto, chi cerca rifugio viene trattato come un problema da risolvere con la forza, e non come una vita da salvare.

Miliardi per i caccia, per i carri armati, per le alleanze strategiche. Spiccioli, invece, per chi fugge da quelle stesse guerre che spesso le potenze occidentali hanno contribuito a scatenare o alimentare. L’ipocrisia è totale: si finanziano conflitti dall’altra parte del mondo e poi si chiudono le porte in faccia alle vittime di quei conflitti.

La fortezza Europa è una prigione per la democrazia

Il nuovo regolamento UE punta a rendere più difficile la mobilità di chi è già stato espulso: chi viene rimpatriato da un Paese non potrà più entrare in nessun altro Stato membro. In pratica, una condanna senza appello, un marchio che segna per sempre il destino di chi, nella maggior parte dei casi, è colpevole solo di essere nato nel posto sbagliato.

Ci troviamo di fronte a una delle svolte più cupe nella storia recente dell’Unione. La narrazione della sicurezza e della protezione è solo una maschera per nascondere una profonda crisi morale e politica. L’Europa non sta difendendo i suoi cittadini, sta sacrificando i suoi stessi principi sull’altare della paura e della propaganda.

Ma un’Europa che rinnega la sua umanità non è più l’Europa per cui vale la pena lottare. E il prezzo da pagare per questa regressione potrebbe essere molto più alto di quello che oggi immaginiamo.

La Giustizia sotto Attacco: Il Grande Inganno della Riforma Nordio

L’Italia ha assistito a un evento storico: uno sciopero della magistratura con un’adesione senza precedenti, oltre l’80%, e punte del 90% nelle grandi città. Un segnale chiaro, inequivocabile, di una magistratura che non intende piegarsi a una riforma che mina l’indipendenza della giustizia e stravolge i principi fondamentali della Costituzione. Il governo Meloni, invece di ascoltare, si trincera dietro una narrazione pericolosa e strumentale, tentando di dipingere i magistrati come una casta arroccata nei propri privilegi. Ma la verità è ben diversa: in gioco non ci sono interessi corporativi, ma l’equilibrio democratico del Paese.

Una protesta che scuote il Paese

Le immagini dei magistrati con la Costituzione in mano sulle scale dei tribunali sono il simbolo di una battaglia che va ben oltre la categoria togata. Questo sciopero non è stato solo un atto di dissenso tecnico, ma una vera e propria difesa della democrazia. La riforma Nordio, con la separazione delle carriere, la creazione di due CSM distinti e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, è il cavallo di Troia con cui la politica tenta di mettere il guinzaglio alla magistratura.

Non è un caso che alla protesta abbiano aderito intellettuali, scrittori, artisti. Gianrico Carofiglio ha ammonito i magistrati a comunicare in modo chiaro alla cittadinanza, Antonio Albanese si è schierato apertamente a Genova, mentre Viola Ardone e Maurizio de Giovanni hanno parlato di un rischio concreto per la forma stessa dello Stato. Anche Dacia Maraini e Nicola Piovani hanno espresso il loro sostegno, ribadendo la necessità di difendere la Costituzione da chi vuole piegarla ai propri interessi di potere.

Il governo tra finta apertura e repressione

Di fronte a questa mobilitazione, la risposta della destra è stata la solita: tentativi di delegittimazione e repressione del dissenso. La deputata leghista Simonetta Matone ha definito lo sciopero “un’offesa all’Italia”, accusando i magistrati di usare la Costituzione come arma politica. Un’accusa ridicola, se non fosse pericolosa. Anche Sergio Rastrelli di Fratelli d’Italia ha parlato di “arroccamento corporativo”, dimostrando come il governo abbia deciso di non affrontare il merito della questione, ma di limitarsi a lanciare slogan propagandistici.

Nel frattempo, Giorgia Meloni ha convocato un vertice con i suoi alleati per decidere il da farsi. E qui il teatrino è diventato ancora più chiaro: si parla di “apertura al dialogo”, ma solo su aspetti marginali come le “quote rosa” o il metodo di selezione del CSM. Nulla che possa minimamente alterare la struttura di una riforma che punta a ridurre la magistratura a un’emanazione del potere esecutivo. Forza Italia e Lega, inizialmente più rigide, hanno poi ammorbidito le proprie posizioni per evitare tensioni con il Colle. Ma la verità è che il governo non ha alcuna intenzione di cambiare la sostanza della riforma.

Una deriva autoritaria che non possiamo accettare

Il vero obiettivo di questa riforma non è migliorare la giustizia, ma addomesticarla. Il governo Meloni sa bene che un potere giudiziario indipendente è un ostacolo per chi vuole concentrare il potere nelle proprie mani. La separazione delle carriere non ha nulla a che fare con una maggiore efficienza del sistema, ma è il primo passo per trasformare il pubblico ministero in un burocrate agli ordini della politica.

Il presidente dell’ANM Cesare Parodi è stato chiarissimo: questa riforma danneggia i cittadini, non i magistrati. Perché un pubblico ministero sotto il controllo del governo significa meno indagini sui potenti, meno giustizia per i più deboli, meno garanzie per tutti. Significa un Paese in cui l’uguaglianza davanti alla legge diventa un concetto vuoto.

Il 5 marzo: una battaglia decisiva

L’appuntamento tra governo e magistratura del 5 marzo sarà cruciale. Ma non bisogna farsi illusioni: questo governo non arretrerà di un millimetro se non sarà costretto a farlo. La mobilitazione deve continuare, deve allargarsi, deve coinvolgere ogni cittadino che crede nella giustizia e nella democrazia. Perché il disegno della destra è chiaro: svuotare la magistratura della sua indipendenza, ridurre gli spazi di democrazia, accrescere il controllo politico su ogni aspetto della vita pubblica.

Non possiamo permetterlo. Non dobbiamo permetterlo. La giustizia indipendente non è un privilegio di pochi, ma una garanzia per tutti. E la lotta per difenderla non è solo una questione di magistrati: è una battaglia di civiltà che riguarda ognuno di noi.

Meloni e la caccia agli scafisti… tranne quelli amici

Avete presente quando un prestigiatore vi distrae con una mano mentre con l’altra vi fa sparire il portafoglio? Ecco, Giorgia Meloni ha fatto lo stesso davanti ai prefetti e ai questori italiani, annunciando con solennità che il suo governo è impegnato a ridurre i morti in mare e a combattere gli scafisti.

Ora, per chi ancora crede alle favole, questa dichiarazione potrebbe sembrare persino nobile. Peccato che il caso di Mohamed Almasri, il generale libico recentemente ospitato con tutti gli onori in Italia, dimostri l’esatto contrario.

Parliamo di un signore che non è un semplice “scafista”, ma uno dei boss indiscussi del traffico di esseri umani, su cui pende un ordine di arresto della Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità. Un criminale che dovrebbe essere arrestato alla prima occasione, e invece è stato accolto con tappeti rossi e strette di mano da un governo che, a parole, giura di voler stroncare il traffico di migranti. Risultato? Dopo la sua gita in Italia, Almasri è tornato tranquillamente in Libia a dirigere i suoi lager e i suoi affari sporchi.

La coerenza, questa sconosciuta

Ma torniamo alla nostra premier, che con una faccia tosta degna di un Oscar, davanti alle più alte cariche della sicurezza del Paese, dichiara guerra agli scafisti. Ma non a tutti gli scafisti, sia chiaro. Se sei un disperato che guida un gommone per quattro soldi, finisci in galera senza passare dal via. Se invece sei un trafficante con ruoli di comando, collegamenti politici e un esercito privato, allora puoi fare affari con Palazzo Chigi senza problemi.

Perché, diciamolo chiaramente: l’Italia ha accordi con Libia e Tunisia per fermare i migranti a qualsiasi costo. Anche se significa chiuderli nei lager libici, come quelli gestiti proprio da Almasri, dove torture, stupri e uccisioni sono all’ordine del giorno. Anche se significa lasciarli morire nel deserto tra Tunisia e Algeria, come accade per ordine del presidente tunisino Saied, con cui Meloni si fa fotografare sorridente mentre firma patti di collaborazione.

I morti in mare sono diminuiti? Forse, ma in cambio abbiamo migliaia di persone assassinate in quelle fosse comuni di uomini, donne e bambini che vengono scoperte ogni settimana in Libia. Questo non viene detto nei discorsi ufficiali, perché disturberebbe la narrazione eroica del governo.

Il popolo dalla memoria corta

Eppure, Meloni può permettersi di dire qualunque cosa senza che nessuno si scandalizzi troppo. Perché? Perché viviamo in un Paese di pecore assuefatte, con la memoria più corta di un pesce rosso e la capacità di comprensione di un comodino. Si possono raccontare le peggiori contraddizioni senza che nessuno si fermi a dire: “Aspetta un attimo, ma non era lei che ha trattato con i trafficanti di esseri umani solo qualche settimana fa?”.

No, troppo difficile. Meglio indignarsi per una nave ONG che salva vite in mare, piuttosto che per le fosse comuni piene di donne, uomini e bambini scoperte ogni settimana in Libia. Meglio applaudire alla “lotta agli scafisti” senza chiedersi chi siano davvero i trafficanti e chi, invece, sta provando a salvare vite.

Spiati perché raccontiamo la verità

E chi queste cose le denuncia, come Mediterranea Saving Humans, viene persino spiato con software militari, perché evidentemente la verità è scomoda. Ma tranquilli, non c’è nulla da vedere: Meloni ha detto che vuole combattere gli scafisti e il popolo bue ci crede. Fino alla prossima presa in giro.

Il Caso Mimmo Lucano: Giustizia e Attacco al Modello Riace

Un Processo Lungo e Controverso

La Corte di Cassazione ha messo la parola fine al processo “Xenia” nei confronti di Mimmo Lucano, sindaco di Riace ed europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra. La sentenza definitiva ha confermato la sostanziale assoluzione di Lucano da quasi tutte le accuse che gli erano state mosse inizialmente, lasciando in piedi solo una condanna per falso ideologico, relativa a una delle 57 determine contestate, con una pena di 18 mesi di reclusione sospesa. Un verdetto che, rispetto alla condanna in primo grado di 13 anni e 2 mesi, segna il crollo del castello accusatorio costruito dalla Procura di Locri.

Il processo, iniziato con l’arresto di Lucano nell’ottobre 2018, si è svolto tra pesanti accuse di associazione a delinquere, truffa e peculato. Accuse che, nel corso degli anni, si sono rivelate infondate e prive di prove concrete, come già stabilito dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria nell’ottobre 2023. La Cassazione ha ora rigettato il ricorso della Procura Generale, sancendo l’inconsistenza delle accuse più gravi.

La Costruzione di un “Teorema” Giudiziario

Uno degli aspetti più significativi di questa vicenda è la costruzione di un vero e proprio “teorema giudiziario” volto a smantellare un modello di accoglienza unico al mondo. Mimmo Lucano, con il progetto Riace, aveva dato vita a una realtà di integrazione e sviluppo sociale che, secondo quanto emerge dalla sentenza d’appello, non aveva alcun fine di lucro ma unicamente un intento solidaristico.

Le accuse mosse a Lucano, tra cui la presunta appropriazione indebita di 2,3 milioni di euro, si sono rivelate infondate. Gli stessi giudici della Corte d’Appello hanno sottolineato l’inesistenza di qualsiasi arricchimento personale e la totale mancanza di elementi per configurare un’associazione a delinquere. Il tribunale di primo grado, invece, aveva usato intercettazioni il cui utilizzo è stato poi dichiarato inammissibile.

Intercettazioni e Dubbi sulla Legittimità del Processo

Un altro punto controverso riguarda il ruolo delle intercettazioni. La Corte d’Appello ha evidenziato come il Tribunale di Locri abbia utilizzato conversazioni captate in maniera discutibile, modificando in corsa la qualificazione giuridica dei reati per poterle includere. Questo modus operandi ha sollevato dubbi sulla correttezza dell’intero impianto accusatorio, tanto che la Cassazione ha confermato la loro inutilizzabilità, rafforzando ulteriormente l’assoluzione di Lucano dai reati più gravi.

Il Modello Riace: Un’Economia della Speranza

I giudici d’appello hanno elogiato la figura di Lucano, riconoscendo che il suo operato era animato dalla volontà di costruire un modello di accoglienza basato sull’integrazione e non sulla mera assistenza emergenziale. Il progetto Riace, infatti, ha dimostrato come l’accoglienza possa diventare un’opportunità di sviluppo per i piccoli centri, contrastando lo spopolamento e creando una nuova economia locale.

Le Dichiarazioni di Lucano: “Un Teorema Contro l’Accoglienza”

Dopo la sentenza, Mimmo Lucano ha commentato con parole cariche di significato:“Io non avevo fatto nulla dei reati che mi contestavano. È stato un teorema studiato ed elaborato proprio per ostacolare una storia di accoglienza che è stata unica nel mondo.”

Lucano ha sottolineato come l’azione giudiziaria contro di lui non fosse casuale, ma parte di una strategia più ampia per ostacolare il modello di integrazione che aveva costruito. Ha poi fatto riferimento agli accordi tra Italia e Libia sul controllo dei flussi migratori, suggerendo un collegamento tra la sua vicenda giudiziaria e le politiche restrittive sull’accoglienza adottate negli ultimi anni.“Era evidente che era una macchinazione, perché avevamo fatto delle cose che interferivano con questioni che erano al di là di Riace.”

Conclusioni: Un Processo Politico?

Il caso di Mimmo Lucano è emblematico di una battaglia più ampia tra due visioni opposte dell’accoglienza e dell’integrazione. Da una parte, un modello di solidarietà e sviluppo, che ha dato speranza a un territorio e a migliaia di persone; dall’altra, un’azione repressiva che ha cercato di criminalizzare un’esperienza virtuosa.

La sentenza della Cassazione conferma che la costruzione dell’accusa era priva di fondamento e che il modello Riace non era una truffa, bensì un esempio concreto di accoglienza sostenibile. Tuttavia, il prezzo pagato da Lucano è stato altissimo: anni di battaglie legali, l’arresto, l’esilio forzato e una campagna di delegittimazione che ha colpito non solo lui, ma l’intero movimento per i diritti dei migranti.

Resta ora da chiedersi: chi pagherà per questa ingiustizia?

L’inadeguatezza di un governo improvvisato: il caso Almasri e l’assenza di Meloni 

Dopo due settimane di silenzio, il governo ha finalmente riferito sulla vicenda di Almasri. Ma invece di una versione chiara e univoca, ne sono emerse due, contrastanti tra loro. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi hanno parlato separatamente, senza mai nominare Palazzo Chigi, senza coordinarsi e senza chiarire se, nei giorni cruciali dell’arresto, del rilascio e del rimpatrio di Almasri, si siano mai confrontati. A giudicare dalle loro dichiarazioni in Aula, la risposta sembra essere negativa.

Nordio ha insistito sull’invalidità del mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale, sostenendo che conteneva errori tali da renderlo “radicalmente nullo” e che la Corte d’appello non avrebbe potuto convalidarlo. Dall’altra parte, Piantedosi ha giustificato l’espulsione immediata di Almasri con un presunto rischio per la sicurezza nazionale, affermando che era l’unica misura possibile per tutelare lo Stato. Due narrazioni parallele e inconciliabili, che sollevano più dubbi di quanti ne risolvano.

Ma il punto centrale della vicenda non è solo la confusione generata dai due ministri. È l’assenza della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha preferito non presentarsi in Parlamento, delegando ai suoi uomini la gestione di una crisi istituzionale da lei stessa alimentata con un video ridicolo e propagandistico. Una scelta che dimostra l’insofferenza verso le istituzioni e il disprezzo per il confronto democratico, evidenziando l’inadeguatezza e il pressappochismo con cui questo governo affronta le situazioni più delicate.

Non è solo una questione di errori tecnici o di mancanza di coordinamento. È l’ennesima dimostrazione di una gestione basata su reazioni istintive, mosse da ripicca e improvvisazione più che da una reale conoscenza delle leggi e del rispetto della Costituzione. Il governo Meloni, con la sua retorica di scontro permanente, dimostra non solo di essere impreparato sotto il profilo giuridico e amministrativo, ma anche di nutrire un atteggiamento ostile verso i principi fondamentali dello Stato di diritto.

In questo scenario, la destra al potere continua a mostrarsi come un’ombra del suo passato più oscuro, con atteggiamenti che ricordano più la mentalità autoritaria del secolo scorso che una visione moderna della democrazia. Non si tratta di difendere gli interessi dell’Italia, ma di portare avanti una rivalsa contro il sistema democratico nato dalla Resistenza al nazifascismo, un’insofferenza verso le regole e i limiti imposti dalla Costituzione.

L’assenza di Meloni in Parlamento non è solo una mancanza di rispetto per le istituzioni, ma il segno evidente di una leadership fragile, incapace di affrontare il dibattito democratico e di assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Un governo che si rifugia nella propaganda e nell’arroganza, ma che, alla prova dei fatti, dimostra solo incompetenza e confusione.

Deportazione: il ritorno di un incubo che credevamo sconfitto. 

La storia insegna, ma troppo spesso dimentichiamo le sue lezioni. Oggi assistiamo, apparentemente impotenti, a un processo di disumanizzazione che si ripete sotto nuove forme, ma con la stessa sostanza: la creazione di luoghi di detenzione extragiudiziali, di zone grigie dove i diritti umani vengono sospesi nel nome della “sicurezza”, della “necessità di identificazione” o della “gestione dei flussi migratori”. In queste strutture, persone che non hanno commesso alcun reato vengono private della libertà solo perché considerate indesiderabili dal potere di turno.

Questa non è una semplice questione di politiche migratorie, né un dibattito tecnico sulle procedure di frontiera. È qualcosa di più profondo e inquietante: la lenta, metodica costruzione di un sistema che giustifica la sospensione dei diritti fondamentali sulla base di categorie arbitrarie. Oggi si parte dai migranti, dai poveri, dagli ultimi. Ma in futuro?

Il pericolo della selezione umana

L’uso della detenzione amministrativa, la creazione di “paesi sicuri” arbitrariamente designati, le deportazioni in stati terzi con il pretesto di accelerare le procedure: tutto questo segna un pericoloso precedente. Una volta accettato il principio che si può privare qualcuno della libertà senza un processo, senza accuse, senza colpe accertate, si apre una porta che sarà difficile richiudere.

Se oggi è il migrante, domani potrebbe essere chiunque il potere ritenga scomodo. Gli oppositori politici, i dissidenti, gli attivisti, i giornalisti indipendenti. O, ancora peggio, coloro che non sono più considerati “utili” alla società: i malati, gli anziani, i disabili, chi non produce, chi non rientra nei parametri dell’efficienza economica.

Questa è una storia che abbiamo già visto.

Un passato che non vuole restare tale

Nel secolo scorso, sistemi totalitari hanno costruito intere ideologie sulla selezione di chi aveva diritto a esistere e chi no. Hanno iniziato con leggi discriminatorie, con la propaganda sulla “pericolosità” di certe categorie, con l’esclusione progressiva dei non desiderati dalla società. Poi sono arrivati i campi.

Oggi, pur in un contesto diverso, vediamo meccanismi simili all’opera. L’idea che si possano trattenere persone senza un’accusa formale, che si possano deportare esseri umani verso destinazioni scelte da altri, che si possa decidere chi ha diritto ai diritti e chi no: tutto questo è già stato visto.

Eppure, la società civile sembra assuefatta, anestetizzata. La retorica della paura, il bombardamento costante di messaggi su un presunto “caos migratorio” giustifica qualsiasi misura, per quanto disumana. Gli stessi principi che hanno portato alla creazione delle costituzioni democratiche del dopoguerra vengono ora erosi dall’interno, con la giustificazione di “situazioni eccezionali” che diventano presto la normalità.

Un futuro inquietante, ma non inevitabile

Se oggi accettiamo la deportazione dei migranti, domani accetteremo la deportazione degli oppositori, dei dissidenti, di chi non si conforma. Le prassi di oggi diventano le leggi di domani. Il potere si sta attrezzando per riscrivere le regole, per normalizzare l’eccezione, per trasformare il diritto in privilegio, e il privilegio in selezione.

Ma la storia non è ancora scritta. Esiste un’alternativa: resistere a questa deriva prima che sia troppo tardi. Far sentire la voce di chi non accetta che il diritto sia negoziabile, che la dignità umana sia subordinata agli interessi di chi comanda.

Non si tratta solo di difendere i diritti di alcuni. Si tratta di difendere i diritti di tutti. Perché quando si inizia a fare distinzioni su chi merita libertà e chi no, il passo successivo è sempre lo stesso: qualcuno deciderà che tu sei il prossimo.

Sicurezza informatica: il problema degli spyware e come difendersi. 

L’ultima rivelazione sull’attacco dello spyware Graphite ha riportato al centro del dibattito la sicurezza informatica e la vulnerabilità dei dispositivi mobili, anche quelli che utilizzano app crittografate come WhatsApp e Signal. Questo attacco, che ha colpito giornalisti, attivisti ed esponenti della società civile, dimostra come strumenti di sorveglianza avanzati siano capaci di aggirare anche le più sofisticate protezioni.

Graphite: il nuovo spyware che preoccupa il mondo

Secondo quanto riportato dal Guardian, Graphite è stato sviluppato dalla società israeliana Paragon Solutions, fondata dall’ex primo ministro Ehud Barak e ora di proprietà di un fondo statunitense. Questo spyware, al pari del famigerato Pegasus di NSO Group, è in grado di infettare uno smartphone senza che l’utente compia alcuna azione, come cliccare su un link sospetto. Basta la ricezione di un semplice file PDF tramite WhatsApp per compromettere completamente il dispositivo e permettere agli hacker di accedere a messaggi, foto, chiamate e altre informazioni sensibili.

L’attacco è stato segnalato direttamente da WhatsApp alle vittime, tra cui Francesco Cancellato, direttore di Fanpage.it, che ha avviato un’indagine tecnica per comprendere l’estensione della violazione.

Spyware e sorveglianza globale: chi è in pericolo?

Negli ultimi anni, spyware come Pegasus e Graphite sono stati utilizzati da governi e organizzazioni per spiare giornalisti, attivisti e oppositori politici. Secondo le indagini precedenti, Pegasus è stato impiegato per monitorare leader politici e dissidenti in diversi Paesi, suscitando gravi preoccupazioni per la libertà di stampa e i diritti umani.

Il fatto che Graphite sia stato venduto a 35 governi “democratici”, senza che vi siano prove di abuso, non rassicura del tutto: in passato, strumenti di sorveglianza simili sono stati impiegati per scopi illeciti, minacciando la privacy e la sicurezza di molti individui.

Come proteggersi dagli spyware avanzati?

Se strumenti di sorveglianza così sofisticati sono in grado di bypassare le protezioni tradizionali, come possiamo proteggerci? Ecco alcune misure essenziali:

  1. Aggiornare costantemente il sistema operativo e le app

Gli sviluppatori rilasciano aggiornamenti di sicurezza per correggere le vulnerabilità che potrebbero essere sfruttate dagli spyware. È fondamentale mantenere sempre aggiornato il proprio sistema operativo e le applicazioni di messaggistica.

  1. Evitare di aprire file sospetti

Anche se ricevuti da contatti fidati, i file PDF o i link inaspettati potrebbero contenere exploit dannosi. In particolare, i file inviati su gruppi WhatsApp devono essere trattati con estrema cautela.

  1. Utilizzare sistemi operativi più sicuri

Alcuni sistemi operativi, come GrapheneOS e CalyxOS, offrono livelli di sicurezza superiori rispetto ai normali Android o iOS. Questi sistemi riducono le possibilità di infezione da spyware grazie a una gestione più restrittiva delle app e dei permessi.

  1. Disattivare le anteprime dei link e la ricezione automatica dei file

In alcune app di messaggistica, le anteprime dei link o il download automatico dei file possono essere veicoli di attacchi. Disattivare queste funzioni riduce il rischio di infezione involontaria.

  1. Preferire app di messaggistica più sicure

Non tutte le app di messaggistica offrono lo stesso livello di protezione. Anche se WhatsApp e Signal sono considerate sicure, attacchi come quello di Graphite dimostrano che possono essere violate. Alternative come Session e Briar, che funzionano senza server centralizzati, riducono ulteriormente il rischio di intercettazione.

  1. Utilizzare dispositivi separati per attività sensibili

Chi gestisce informazioni particolarmente delicate dovrebbe considerare l’uso di un telefono dedicato esclusivamente alla comunicazione sensibile, evitando di installare app superflue e limitando l’uso di internet.

  1. Monitorare il traffico di rete

L’utilizzo di firewall e VPN avanzate può aiutare a rilevare attività sospette sul proprio dispositivo. Strumenti come Little Snitch (per Mac) o NetGuard (per Android) permettono di controllare il traffico in uscita e individuare eventuali connessioni non autorizzate.

Il ruolo delle Big Tech e delle istituzioni

Mentre gli utenti devono adottare misure di protezione individuali, la responsabilità maggiore ricade sulle grandi aziende tecnologiche e sui governi. È necessario che:
• Big Tech come Meta e Apple rafforzino le protezioni contro gli spyware, rendendo più difficili le intrusioni.
• Le istituzioni internazionali regolamentino l’uso degli spyware, evitando che vengano utilizzati contro giornalisti e attivisti.
• Vengano creati strumenti di monitoraggio indipendenti, capaci di individuare rapidamente nuove minacce.

Conclusione: la sicurezza informatica è un diritto

L’attacco tramite Graphite dimostra ancora una volta che la privacy online è costantemente minacciata da tecnologie sempre più avanzate. La difesa non può essere lasciata solo ai singoli utenti: servono leggi più rigorose, maggiore trasparenza da parte delle aziende e un impegno collettivo per garantire un futuro digitale più sicuro.

Nel frattempo, adottare pratiche di sicurezza consapevoli è l’unico modo per ridurre il rischio di essere spiati. La tecnologia non è né buona né cattiva: dipende da come viene utilizzata e da chi la controlla.
Fonte: Il Fatto Quotidiano dell’1 febbraio 2025

Caso Almasri: un Governo che mistifica la verità ed attacca la Magistratura. 

La vicenda della denuncia contro Giorgia Meloni e alcuni membri del suo governo per il caso Almasri sta assumendo i contorni di una vera e propria crisi istituzionale. La trasmissione degli atti al Collegio dei reati ministeriali da parte del procuratore Francesco Lo Voi non è un attacco politico, come il governo vorrebbe far credere, ma un atto dovuto secondo la legge.

Eppure, la reazione della premier e della sua squadra ha seguito un copione ormai noto: la distorsione della realtà, l’attacco alla magistratura e la creazione di una narrazione vittimistica che ribalta i fatti. Ma vediamo nel dettaglio cosa è realmente accaduto.

L’Iter Giudiziario: Un Passaggio Obbligato

L’avvocato Luigi Li Gotti, in qualità di cittadino, ha presentato una denuncia alla Procura di Roma nei confronti di Giorgia Meloni, Carlo Nordio, Matteo Piantedosi e Alfredo Mantovano, accusandoli di peculato e favoreggiamento.

Le accuse si basano sul fatto che il governo avrebbe utilizzato un aereo di Stato per riportare in Libia Osama Almasri, il capo della polizia libica arrestato a Torino su mandato della Corte Penale Internazionale (CPI) e poi rilasciato senza rispettare le procedure di estradizione.

Il procuratore Francesco Lo Voi, ricevuta la denuncia il 23 gennaio, non aveva scelta: la legge costituzionale n.1/1989, articolo 6, comma 2, gli imponeva di trasmettere il fascicolo al Collegio dei reati ministeriali senza effettuare alcuna indagine preliminare. Questa è la procedura prevista per i reati ministeriali: la Procura deve solo registrare i nomi degli indagati e inoltrare gli atti, lasciando al Collegio il compito di valutare se vi siano gli estremi per un processo.

Dunque, l’iscrizione di Meloni e degli altri nel registro degli indagati non è un’iniziativa discrezionale della magistratura, ma un passaggio obbligato per legge.

L’Attacco alla Magistratura e la Propaganda del Governo

Di fronte a questo atto dovuto, Giorgia Meloni ha reagito in modo del tutto improprio e fuorviante.

Ha pubblicato un video sui social in cui ha mostrato l’atto di iscrizione nel registro degli indagati, presentandolo come un’ingiustizia e suggerendo che il provvedimento fosse una ritorsione della magistratura nei suoi confronti. Ha poi evocato lo spettro del processo “fallimentare” contro Matteo Salvini, cercando di dipingere un quadro in cui i magistrati sarebbero faziosi e intenti a colpire il suo governo.

Frasi come “Io non mi faccio ricattare e non mi faccio intimidire” insinuano che dietro questa vicenda ci sia un tentativo di condizionare la politica, quando in realtà si tratta di un procedimento automatico, previsto dalla legge per garantire che le accuse contro i ministri vengano valutate in modo indipendente.

Questo comportamento della premier è gravissimo per almeno tre motivi:

1. Distorce la realtà, facendo credere ai cittadini che l’indagine sia un atto politico, quando è semplicemente un obbligo procedurale.

2. Alimenta la sfiducia nella magistratura, insinuando che i giudici agiscano per motivi ideologici.

3. Sfrutta l’asimmetria di conoscenze tra cittadini e istituzioni, inducendo l’opinione pubblica a credere che il governo sia vittima di una persecuzione.

Un leader responsabile avrebbe spiegato la realtà dei fatti, anziché manipolarli per creare una campagna di propaganda.

Il Ruolo dell’Avvocato Li Gotti e la Falsa Accusa di Vicinanza a Prodi

Per cercare di screditare la denuncia, alcuni esponenti del governo hanno diffuso la falsa informazione secondo cui l’avvocato Luigi Li Gotti sarebbe vicino a Romano Prodi.

In realtà, Li Gotti ha avuto un passato politico nella destra, ma dal 2008 è stato un esponente di Italia dei Valori, il partito di Antonio Di Pietro, e ha avuto contatti con la sinistra di governo. Tuttavia, ciò non ha alcuna rilevanza nel merito della denuncia.

L’associazione con Prodi è solo l’ennesima manipolazione della realtà da parte della destra governativa, che ormai sembra vivere in una fibrillazione continua, vedendo complotti ovunque per giustificare le proprie incapacità.

Il vero punto della questione non è chi abbia presentato la denuncia, ma se il governo abbia o meno commesso un abuso nel rimpatrio di Almasri.

Quali Sono i Prossimi Passi?

Ora che il Collegio dei reati ministeriali ha ricevuto la denuncia, dovrà decidere se:

• Archiviare il caso, se riterrà infondate le accuse.

• Procedere con ulteriori indagini.

• Chiedere al Parlamento l’autorizzazione a procedere, nel caso ritenga che vi siano elementi per un processo.

Se il Parlamento concedesse l’autorizzazione, il procedimento passerebbe alla giustizia ordinaria.

Quindi, nessuno ha ancora deciso nulla, e il tentativo del governo di dipingere questa vicenda come un attacco politico è un’operazione di pura mistificazione.

Un Governo che Non Rispetta le Regole Democratiche

Questa vicenda è solo l’ultimo esempio di un governo che, di fronte a qualsiasi critica o indagine, non risponde nel merito, ma cerca di:

• Delegittimare la magistratura, accusandola di complotti.

• Attaccare la stampa, sostenendo che diffonda notizie false.

• Vittimizzarsi, per ottenere il sostegno dell’opinione pubblica.

Ma la realtà è sotto gli occhi di tutti: il governo ha gestito in modo discutibile e opaco il caso Almasri, e ora cerca di deviare l’attenzione dalle proprie responsabilità.

Di fronte a questa deriva, le dimissioni del governo sarebbero la scelta più dignitosa. Non solo per manifesta incapacità nella gestione delle istituzioni, ma soprattutto per il mancato rispetto delle garanzie costituzionali che ogni organo esecutivo dovrebbe tutelare.

L’Italia è una democrazia fondata sul rispetto della legge, e non sulle mistificazioni di chi governa.