Nel cuore delle tensioni geopolitiche, tra escalation belliche e nuove guerre commerciali, il governo Meloni riporta sul tavolo la riforma del premierato, come se nulla fosse. Un ritorno degno del titolo di un horror d’autore: A volte ritornano. Ma qui non si tratta di spettri letterari, bensì di un passato politico che tenta di rifarsi vivo con un vestito nuovo. Quello della “stabilità”, della “governabilità”, della “centralità popolare”. Parole nobili, usate per un’operazione che ha poco a che vedere con il rafforzamento della democrazia e molto con la concentrazione del potere.
La riforma sul premierato – così come formulata – rappresenta la vera uscita di Giorgia Meloni dal recinto costituzionale antifascista. Non è solo una svolta tecnica. È il compimento simbolico e politico di un progetto che si pone in radicale discontinuità con il compromesso fondativo del 1948. Un progetto di chi, fino ad ora, in quella storia repubblicana, non aveva mai toccato palla. E che ora, sfruttando le crepe del presente, pretende di riscrivere le regole del futuro. Non solo quelle elettorali. Ma quelle stesse che hanno retto, tra mille contraddizioni, l’equilibrio democratico italiano dopo la caduta del fascismo.
Il volto della riforma: plebiscito mascherato da partecipazione
La narrazione proposta dal governo è semplice: oggi l’Italia è instabile, governata da maggioranze fragili e parlamenti ballerini; domani, grazie al premierato, il cittadino potrà scegliere direttamente il suo leader, che potrà così governare in pace per cinque anni. Peccato che questa narrazione ignori il principio cardine di una democrazia parlamentare: l’equilibrio tra rappresentanza e responsabilità. La possibilità, cioè, di rimuovere un governo che ha perso il consenso, senza dover ribaltare l’intera architettura istituzionale.
Nel modello meloniano, invece, si va verso un sistema ibrido che unisce il peggio di due mondi: da un lato la rigidità dei regimi presidenziali, dove chi vince comanda fino alla fine; dall’altro l’assenza dei contrappesi che in quei regimi limitano l’esecutivo. Il tutto con un Parlamento svuotato, ridotto a megafono del leader e con un presidente della Repubblica retrocesso a semplice notaio, espropriato della sua funzione di garante.
Non è un caso che il premier possa decidere lo scioglimento delle Camere anche in assenza di sfiducia parlamentare. Un potere che nemmeno il presidente degli Stati Uniti possiede. Ma che in Italia verrebbe affidato a un capo del governo eletto con una legge che – per “garantire la stabilità” – attribuisce automaticamente una maggioranza assoluta alla sua coalizione. Un bonus di potere che cancella la distinzione tra governo e parlamento, tra esecutivo e legislativo. E che consegna nelle mani di un solo soggetto la chiave di volta dell’intero edificio democratico.
Chi comanda davvero? Un quarto del Paese
Il dato più inquietante, tuttavia, non è solo nella natura della riforma, ma nella sua legittimità politica. Perché chi oggi propone un cambiamento così radicale della forma di governo, rappresenta di fatto meno del 25% del corpo elettorale. Questo è il vero paradosso: un quarto degli italiani, grazie a un sistema elettorale distorto e all’astensionismo dilagante, si arroga il diritto di stravolgere una Costituzione nata dal compromesso, dalla partecipazione, dalla lotta antifascista. È il tentativo di chi è rimasto ai margini della Repubblica per decenni – i nostalgici del Msi, gli orfani del Ventennio – di apporre finalmente il proprio sigillo sulla nuova Italia.
Non è solo riscrivere la storia: è rifare la storia, secondo una narrazione unilaterale, escludente, plebiscitaria. Ecco perché questa riforma non può essere trattata come una delle tante modifiche istituzionali. È il cuore di un progetto identitario e autoritario, che intende rilegittimare culturalmente una destra post-fascista, dando ad essa non solo il potere di governare, ma anche quello di riscrivere le regole della democrazia.
La necessità di un fronte democratico unito
Di fronte a questa minaccia, le forze democratiche non possono limitarsi alla testimonianza. È tempo di unire le forze, superando steccati ideologici e personalismi, per costruire un fronte comune. Non solo in Parlamento, ma soprattutto nel Paese. Una mobilitazione capillare, popolare, consapevole. Che sappia parlare a chi non vota più, a chi si sente tradito, a chi si è rassegnato. Perché la posta in gioco non è una riforma. È l’identità della nostra Repubblica.
Serve una nuova Resistenza civile, culturale e politica. Una spinta dal basso che riaffermi i valori della partecipazione, del pluralismo, della rappresentanza. Che ricordi a chi oggi governa che la Costituzione non è un ostacolo, ma una garanzia. E che non esiste alcuna stabilità che valga quanto la libertà.
Conclusione: la memoria come baluardo
Se oggi possiamo ancora discutere di Costituzione, lo dobbiamo a chi, nel 1948, costruì un argine all’autoritarismo. A chi comprese che la democrazia non è il potere di uno solo, ma la responsabilità condivisa di tanti. La riforma del premierato tenta di spezzare questo patto. Sta a noi, oggi, dimostrare che quel patto è ancora vivo. E che l’Italia, quella vera, non ha intenzione di tornare indietro.