C’è un punto in cui la temperatura diventa insostenibile, ma la rana nella pentola non se ne accorge, assuefatta dal tepore crescente, intorpidita dalla progressiva sottrazione d’ossigeno e libertà. È l’immagine perfetta per raccontare ciò che sta accadendo in Italia: una deriva autoritaria che non avanza con i carri armati, ma con decreti legge, riforme istituzionali e provvedimenti di sicurezza che smantellano, pezzo dopo pezzo, lo Stato di diritto. La rana siamo noi. L’acqua è la legalità che evapora. Il fuoco è acceso da chi governa.
Il quadro che emerge oggi è chiarissimo: l’Italia non è solo in caduta libera sul fronte democratico, ma sta strutturando legalmente la propria regressione, attraverso una sequenza inquietante di riforme che trasformano la sicurezza pubblica in un gigantesco meccanismo di controllo sociale e repressione del dissenso. Un fango nero che è tornato a galla, come documentato dal Liberties Rule of Law Report 2025, che ha inserito l’Italia tra i cinque Paesi europei “demolitori” dello Stato di diritto.
Il Ddl Sicurezza: la sicurezza di chi?
L’ultimo tassello di questa costruzione autoritaria si chiama Disegno di Legge Sicurezza n.1660. Un provvedimento che, sotto l’etichetta rassicurante della “sicurezza nazionale”, introduce norme che rappresentano un autentico stravolgimento dei principi democratici e costituzionali. In particolare, l’articolo 31, già approvato nelle commissioni parlamentari, autorizza i servizi segreti italiani a stipulare convenzioni con pubbliche amministrazioni, società pubbliche, università, ospedali ed enti di ricerca, obbligando tali soggetti a fornire informazioni personali su cittadini, studenti, professori, giornalisti e pazienti.
Non si tratta più di raccogliere dati nell’ambito di indagini su specifici reati: il provvedimento legittima la creazione di un sistema di sorveglianza preventiva e diffusa, senza alcun controllo giurisdizionale effettivo. In nome di un’idea tossica di sicurezza, si consente di violare la privacy, la riservatezza, la libertà di pensiero e la libertà di associazione. Un salto di qualità inquietante verso uno Stato di sorveglianza permanente.
Licenza di delinquere e immunità per i Servizi
Non basta. Lo stesso provvedimento introduce norme che prevedono la possibilità per i membri dei servizi segreti di commettere reati in determinate circostanze senza che possano essere perseguiti. Una vera e propria licenza di delinquere, fondata su criteri vaghi e discrezionali come la tutela della “sicurezza nazionale” o la prevenzione di minacce al Paese, criteri che saranno decisi non dalla magistratura indipendente, ma dall’esecutivo stesso.
In un Paese dove la storia dei servizi segreti è costellata di deviazioni e collusioni criminali — dalla strategia della tensione alla P2, dai depistaggi sulle stragi di Capaci e via D’Amelio fino ai più recenti scandali legati allo spyware Paragon — consegnare a questi apparati un potere senza controllo giurisdizionale significa giocare con la dinamite sul tavolo della democrazia.
Dal Premierato alle intercettazioni: la costruzione dell’autoritarismo legale
L’articolo 31 non è un atto isolato. Si inserisce in un progetto organico di progressiva demolizione delle garanzie democratiche.
Il governo ha già approvato una riforma sul Premierato che concentra un potere sproporzionato nelle mani del Presidente del Consiglio, svuotando il Parlamento del suo ruolo centrale.
Ha abusato sistematicamente dello strumento dei decreti legge (79 decreti in due anni), riducendo il dibattito parlamentare a mera ratifica.
Ha varato una riforma della magistratura che separa le carriere tra giudici e pubblici ministeri, spezzando l’unitarietà del potere giudiziario e mettendo a rischio l’imparzialità della giustizia.
Ha ridotto il periodo massimo delle intercettazioni a soli 45 giorni, con la falsa giustificazione dei costi, quando in realtà il vero obiettivo è limitare la capacità della magistratura di indagare sulla criminalità organizzata, sulla corruzione politica e persino sugli stalker che, dopo quel periodo, potranno tornare a perseguitare le loro vittime senza più essere ascoltati.
E mentre tutto questo accade, il sistema carcerario implode, con un sovraffollamento senza precedenti e la criminalizzazione crescente di attivisti, migranti, ONG e minoranze. Il cosiddetto Decreto Sicurezza introduce 11 nuovi reati e 18 aggravanti, non contro il crimine reale, ma contro chi dissente.
Quando la sicurezza diventa pretesto per il controllo
Dietro il mantra della sicurezza si cela una verità scomoda: la sicurezza che si vuole garantire non è quella dei cittadini, ma quella del potere. Lo Stato non sta difendendo la società civile, la sta sorvegliando, schedando, comprimendo.
Chi decide oggi quale sia il pericolo per l’interesse nazionale? Un governo che ospita nostalgie post-fasciste, che criminalizza studenti, pacifisti, sindacalisti, ambientalisti. Un governo che considera terroristi coloro che si oppongono al genocidio in Palestina o che difendono l’ambiente contro opere inutili e distruttive.
In questo quadro, togliere alla magistratura il controllo sulla legalità dell’operato dei servizi segreti significa costruire un potere senza contrappesi, senza limiti, senza più garanzie.
La rana siamo noi
Non servono manganelli o carri armati per soffocare una democrazia. Basta aumentare lentamente la temperatura.
Oggi, l’Italia è immersa in una pentola d’acqua tiepida. L’acqua si sta scaldando, un decreto dopo l’altro, una norma liberticida dopo l’altra. Quando ci accorgeremo che l’acqua bolle, quando proveremo a saltare fuori, potrebbe già essere troppo tardi.
La domanda che ci resta è semplice e urgente: quanto manca all’ebollizione?
E soprattutto: abbiamo ancora la forza di saltare fuori?