L’Europa della Von der Leyen: meno welfare, più guerra, autodistruzione garantita

L’Unione Europea si prepara a un salto nel baratro. La proposta di Ursula von der Leyen di destinare 800 miliardi di euro al riarmo, sottraendoli al Next Generation EU, rappresenta un colpo durissimo per i cittadini europei. Questi fondi, inizialmente destinati alla ripresa economica post-pandemia, sarebbero dovuti servire per rafforzare sanità, istruzione, lavoro e transizione ecologica. Invece, Bruxelles ha deciso di deviarli verso l’industria bellica, accelerando la militarizzazione del continente. Il risultato? Meno welfare, più guerra, più instabilità.

Ma c’è una contraddizione enorme dietro questa scelta: mentre l’Europa si lancia in una corsa agli armamenti senza precedenti, gli Stati Uniti si stanno progressivamente ritirando dal teatro europeo. Washington, che fino a ieri non solo ha sostenuto l’Ucraina ma è stata artefice sin dall’inizio di questo disastro,, ora presenta il conto a Kiev e riduce il proprio coinvolgimento diretto nel conflitto, come ha sempre fatto. La priorità per gli USA non è più la Russia, ma la Cina, e l’Europa si ritrova da sola in una guerra che non può vincere, schiacciata dai costi economici e sociali di una strategia autodistruttiva.

L’Europa a guida NATO: senza una politica estera, senza un destino

L’Unione Europea è nata con l’idea di garantire pace e cooperazione tra i popoli. Oggi, invece, si sta trasformando in una macchina da guerra priva di una strategia autonoma, totalmente subordinata agli interessi atlantici. Ma c’è un punto fondamentale che l’UE sembra ignorare: la Russia è Europa.

Non possiamo parlare di un progetto europeo senza considerare la Russia come parte integrante del nostro stesso continente, pur condannandola “nell’operazione militare speciale”. La storia, la cultura, l’economia e l’energia che arrivano dalla Russia sono legate a doppio filo all’Europa occidentale. Alimentare il conflitto con Mosca significa combattere contro una parte di noi stessi, spaccare il continente e renderlo ancora più vulnerabile alle mire di potenze esterne.

Chi oggi spinge per una guerra con la Russia sta scegliendo la strada dell’autodistruzione, trasformando l’Europa in un campo di battaglia al servizio di interessi che non sono i nostri. Non esiste alcuna logica politica dietro questa escalation, solo la miopia di un’élite europea incapace di costruire una visione strategica autonoma.

Il tradimento del Next Generation EU: l’Europa contro i suoi cittadini

Quando venne lanciato il Next Generation EU, ci dissero che avrebbe permesso la ripresa dell’economia europea, la creazione di posti di lavoro e il rafforzamento del welfare. Oggi, scopriamo che era solo un’illusione: gli stessi fondi che dovevano costruire il futuro dei cittadini europei verranno usati per finanziare l’industria bellica.

Questa scelta è una condanna per milioni di europei. Vuol dire:
• Meno investimenti nella sanità pubblica, che già oggi è in crisi dopo anni di tagli e privatizzazioni.
• Meno risorse per il lavoro e i giovani, che in molti paesi europei sono ancora schiacciati dalla precarietà.
• Meno fondi per la transizione ecologica, che resta una promessa vuota mentre l’Europa si prepara alla guerra.

L’Europa sta abbandonando la sua gente per diventare un’enorme macchina da guerra, ma senza politiche sociali, senza coesione interna, senza una vera identità politica comune, questa UE non ha futuro.

Chi applaude la guerra e chi si oppone

Di fronte a questa deriva bellicista, c’è chi non solo la sostiene, ma la esalta come l’unica strada possibile. Tra questi, personaggi come Michele Serra, impegnato a promuovere una manifestazione a favore di questa Europa militarizzata e prona ai diktat di Washington.

Si tratta di un’operazione propagandistica che cerca di convincere l’opinione pubblica che la corsa agli armamenti e lo scontro con la Russia siano inevitabili, quando in realtà sono il risultato di precise scelte politiche delle élite europee.

Ma l’Europa non è solo quella delle banche, delle industrie belliche e dei burocrati senza volto. Esiste un’altra Europa, fatta di cittadini, lavoratori, studenti, forze sociali e politiche che rifiutano questa deriva. È necessario costruire un fronte di resistenza a questa follia, un’alternativa concreta a un’Unione Europea che sta tradendo la sua stessa promessa di pace e cooperazione.

Se vogliamo fermare questa corsa verso l’abisso, il 15 marzo dobbiamo organizzare una risposta politica e sociale forte, una vera contro-mobilitazione avverso chi ci vuole trascinare in una guerra senza senso. Il tempo di rimanere in silenzio è finito. L’Europa può avere un futuro solo se sceglie la pace, non se si consegna ai signori della guerra.

La rapina del secolo: l’aumento delle spese militari mentre il mondo muore di fame

Ogni tre secondi, un essere umano muore di fame. Ogni tre secondi, un bambino, una donna o un uomo perde la vita perché non ha accesso al cibo. Eppure, i governi delle potenze mondiali continuano ad aumentare i bilanci militari, investendo cifre astronomiche in armamenti che, invece di garantire sicurezza, alimentano instabilità e sofferenza.

Un prezzo insostenibile

Le spese militari globali hanno raggiunto livelli record. Solo i paesi del G7 – le sette economie più ricche del pianeta – spendono oltre 1.200 miliardi di dollari all’anno in spese militari. Un’enormità di risorse che, in un mondo sempre più segnato da crisi climatiche e povertà estrema, rappresenta una vera e propria rapina ai danni dell’umanità.

Eppure, basterebbe appena l’1% di queste speseper eradicare la fame estrema, quella che provoca la morte di milioni di persone e costringe intere popolazioni a migrare in cerca di sopravvivenza. Questa fame estrema è in drammatico aumento. L’ONU stima che con circa 40 miliardi di dollari all’anno si potrebbe garantire cibo e nutrizione adeguata a chi oggi non ne ha accesso. Molto meno di quello che si sta spendendo nella guerra in Ucraina. 

Un’illusione di sicurezza

Ci dicono che l’aumento delle spese militari è necessario per la sicurezza globale. Ma la vera minaccia alla sicurezza non è forse la povertà estrema, il collasso climatico, le disuguaglianze sempre più marcate?

Alimentare il mercato delle armi non ferma i conflitti: li moltiplica, li prolunga, li rende più devastanti. Come è accaduto in Ucraina. 

Eppure, anche riducendo le spese militari del 99%, i paesi del G7 continuerebbero a spendere in difesa oltre dieci volte più della Russia. Il che dimostra come la corsa agli armamenti sia più una questione di interessi economici che di reale necessità strategica.

La scelta è politica, non inevitabile

L’idea che il mondo abbia bisogno di più armi per essere sicuro è una narrazione costruita da chi trae profitto dall’aumento delle spese militari. L’industria bellica è un colosso che influenza governi e istituzioni, promuovendo un ciclo infinito di guerra e riarmo.

Ma ogni euro aggiunto alle spese militari è un euro sottratto all’istruzione, alla sanità, alla lotta contro la crisi climatica, alla giustizia sociale, alla cooperazione internazionale e alla non prorogabile eradicazione della fame nel mondo.

Un’altra strada è possibile

Di fronte a questa “rapina del secolo”, di fronte a questo aumento  delle spese militari, i cittadini del mondo hanno il diritto e il dovere di alzare la voce. Occorre esigere che i governi invertano la rotta, che l’1% delle spese militari sia immediatamente destinato alla lotta contro la fame estrema, e che la logica della guerra lasci spazio alla diplomazia e alla solidarietà internazionale con le aree del mondo schiacciate da una spaventosa povertà.

Perché nessun esercito servirà mai a proteggere un mondo in cui milioni di persone muoiono di fame. 

La più grande rapina del secolo a danno dei più poveri va fermata. Come se mondo bastasse l’iniqua distribuzione delle ricchezze nel Pianeta, adesso è entrata in campo – con effetti devastanti – la lobby politica che va a braccetto con il complesso industriale-militare. Ha coinvolto i media media e ogni giorno si parla di una sola cosa in televisione: comprare nuovi armamenti, aumentare le spese militari.

È in atto una campagna martellante a cui dobbiamo opporci con tutte le nostre forze prima che sia troppo tardi.

Stop all’aumento delle spese militari!

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Londra, il vertice dell’ipocrisia: l’Europa si arma, l’Italia tace e aspetta istruzioni

Ieri A Londra, i leader europei si sono riuniti per discutere dell’Ucraina. Il copione è sempre lo stesso: armi, miliardi, missili, mentre il fantomatico “piano di pace” di Gran Bretagna e Francia resta un’ombra evanescente dietro le dichiarazioni bellicose. La Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, spalleggiata da Meloni e dal centrosinistra europeo, continua a spingere l’Unione verso un’economia di guerra, con investimenti miliardari in industria bellica. L’Europa sembra ormai essersi rassegnata a un destino di militarizzazione permanente, mentre i suoi cittadini pagano il prezzo con il costo della vita in vertiginoso aumento.

Meloni: assente, balbettante, subalterna

E l’Italia? Semplicemente non pervenuta. Giorgia Meloni si muove come un’ombra nel dibattito europeo, senza una linea chiara, senza una strategia, senza nemmeno il coraggio di avanzare una posizione autonoma. Prima del vertice ha cercato di contattare Donald Trump per ricevere indicazioni, ma evidentemente le istruzioni dalla nuova destra americana non sono ancora arrivate. Nel frattempo, per riempire il vuoto, lancia proposte sconclusionate come l’applicazione dell’Articolo 5 della NATO all’Ucraina senza che questa entri nell’Alleanza. In pratica, un capolavoro di assurdità: dare a Kiev il diritto di trascinare l’Europa in guerra senza alcun vincolo reciproco. Un’idea così surreale da far dubitare che sia stata davvero ponderata.

Un Parlamento umiliato e un’Italia trascinata nell’abisso

In tutto questo, Meloni continua a ignorare il Parlamento italiano. Non ha sentito il bisogno di presentarsi in Aula per chiarire quale posizione intenda portare al Consiglio europeo del 6 marzo. Finora si è limitata a sostenere l’aumento incontrollato delle spese militari, come se l’Italia potesse permettersi di buttare miliardi in armamenti mentre famiglie e imprese sprofondano nella crisi.

Eppure abbiamo il diritto di sapere. Non possiamo più accettare decisioni prese sopra le nostre teste, con giochi di prestigio e narrazioni costruite per giustificare l’ingiustificabile. Perché oggi è chiaro che questa strategia è fallita: chi parlava di una Russia “impantanata” deve oggi fare i conti con una realtà ben diversa. L’Ucraina è esausta, la controffensiva è fallita, e i generali di Kiev ammettono che non hanno più uomini né munizioni sufficienti. L’Occidente ha scommesso su una vittoria militare che non è arrivata.

Una guerra persa sulla pelle dei cittadini

Meloni, come molti altri leader europei, ha ripetuto come un mantra che inviare armi su armi fosse la soluzione. Chi chiedeva negoziati veniva tacciato di tradimento. Oggi, però, i nodi vengono al pettine: il conflitto ha solo prodotto distruzione, instabilità, danni economici incalcolabili e un’Europa sempre più subordinata agli interessi altrui.

Se l’Europa, con l’Italia in testa, avesse puntato da subito sulla diplomazia, oggi avremmo probabilmente un accordo più vantaggioso per Kiev, meno devastazione, meno morti, meno costi da scaricare sulle bollette dei cittadini. Ma il tempo degli “e se” è finito: ora è il momento di chiedere conto a chi ci ha trascinati in questo disastro.

Meloni venga in Parlamento, spieghi come intende rimediare a questi fallimenti, dica se esiste una posizione chiara nel suo governo – visto il caos che regna nella sua maggioranza – e soprattutto la smetta di aspettare istruzioni da Washington. L’Italia merita una politica estera autonoma, non un governo che esegue ordini.

Il nuovo sceriffo e l’illusione di Kiev: il tramonto dell’Occidente bellicista

L’incontro alla Casa Bianca tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky è stato molto più di un semplice scontro verbale tra due uomini di potere. È stato il simbolo di un cambiamento epocale nei rapporti di forza globali, la certificazione definitiva che l’Occidente non è più quello di tre anni fa. Il “nuovo sceriffo in città” non è solo Trump, ma un’intera visione del mondo che si sta affermando con brutalità e cinismo, ma anche con una logica fredda e inesorabile: chi ha perso, deve prenderne atto.

La scazzottata politica tra il tycoon e l’ex comico divenuto presidente non è stata un semplice incidente diplomatico, ma il segnale che l’America ha chiuso il rubinetto e sta ridefinendo le sue priorità. Zelensky è stato convocato a Washington con un messaggio chiaro: “Vieni solo per firmare”. Firmare cosa? Un accordo sulle terre rare, il futuro asset strategico dell’economia globale. Ma quando si è trovato davanti al nuovo padrone della Casa Bianca, Zelensky ha provato a giocare d’azzardo, a trattare, a sfidare Trump davanti alle telecamere per mostrare all’Occidente di non essere un semplice burattino. Il risultato? Un’umiliazione pubblica e la conferma che l’Ucraina, nel grande gioco geopolitico, è una pedina sacrificabile.

Zelensky e l’illusione della guerra a oltranza

L’Occidente aveva garantito a Zelensky un sostegno incondizionato, lo aveva trasformato nel “paladino della libertà”, ma ora lo sta lasciando al suo destino. I leader europei, da Macron a Starmer, continuano a ripetere il mantra della “solidarietà incrollabile”, ma sanno bene che senza gli Stati Uniti la guerra è già persa. Le casse europee sono vuote, gli arsenali militari anche, e la popolazione inizia a ribellarsi all’idea di mandare risorse e giovani a morire per Kiev.

Eppure Zelensky continua a non voler accettare la realtà. Ha rifiutato qualsiasi possibilità di negoziato con la Russia, imponendosi come il solo arbitro della pace. La NATO e l’UE gli hanno cucito addosso un ruolo che ora non può più sostenere: quello dell’eroe che decide i tempi e i modi della fine del conflitto. Ma la guerra non si decide nei talk show, né nei summit diplomatici: si decide sul campo di battaglia. E lì l’Ucraina sta perdendo.

Trump lo ha detto senza mezzi termini: “Così sarà difficile fare affari con te”. Perché alla fine, nella visione trumpiana del mondo, tutto si riduce a una questione di business. E la guerra in Ucraina non è più un buon affare per gli Stati Uniti. Non perché Trump sia un pacifista, ma perché il suo pragmatismo gli impone di chiudere i fronti inutili per concentrarsi su quelli davvero strategici. L’Ucraina, semplicemente, non lo è più.

“Morire per Kiev”? No, serve il cessate il fuoco

Mentre Zelensky si ostina a chiedere più armi e persino una no-fly zone – richiesta che neppure Biden ha mai osato concedere – in Europa qualcuno inizia a porsi la domanda scomoda: vale la pena morire per Kiev? È la versione aggiornata dell’interrogativo che Marcel Déat si pose nel 1939 di fronte alla prospettiva di una guerra per Danzica. Solo che stavolta la situazione è ancora più chiara: la Russia non è il Terzo Reich, e la guerra non porterà la salvezza a nessuno.

L’Ucraina è stata trascinata in un conflitto assurdo, che si sarebbe potuto evitare se l’Occidente non avesse trasformato il Paese in una lancia della NATO contro la Russia. La strategia di recuperare manu militari i territori perduti dopo il 2014 è stata una follia, e il risultato è stato solo quello di prolungare un conflitto che si poteva chiudere in poche settimane. Il logoramento è evidente: le risorse scarseggiano, la popolazione è esausta, e i giovani ucraini non vogliono più essere mandati al massacro.

Zelensky lo sa, e per questo ha cercato fin dall’inizio di coinvolgere direttamente la NATO nel conflitto. Ma il suo sogno di una guerra totale tra l’Occidente e la Russia non si è avverato. Ora la sua unica possibilità è trattare, ma lo deve fare alle condizioni di Trump e Putin, non alle sue.

L’Europa tra ipocrisia e suicidio strategico

La reazione europea alla debacle di Washington è stata la solita: ipocrisia e retorica. I leader UE si affannano a dichiarare sostegno a Zelensky, ma sanno che senza gli USA il loro peso è nullo. Parlano di rafforzare la difesa europea, di inviare nuove armi, persino di mettere “stivali sul terreno” in Ucraina. Ma questa non è una strategia, è solo il riflesso di una classe dirigente che non sa come uscire dall’angolo in cui si è cacciata.

A cosa porterà tutto questo? Al nulla. L’unica via d’uscita per l’Europa è imporsi come mediatore per un cessate il fuoco e un accordo di pace. Continuare a seguire Zelensky nella sua politica suicida significa solo prolungare l’agonia dell’Ucraina e avvicinare il rischio di un’escalation incontrollabile.

Ma per farlo, l’Europa dovrebbe avere una leadership autonoma e capace di pensare in modo strategico. Invece si limita a seguire il copione scritto da Washington, anche quando è chiaro che quel copione porta al disastro.

Henry Kissinger, con il suo cinismo spietato, l’aveva detto chiaramente: “Essere nemici dell’America può essere pericoloso, ma esserle amici è fatale”. Oggi Zelensky lo sta scoprendo sulla propria pelle. E domani potrebbe toccare all’Europa.

Tagliare il Welfare per le Armi: La Follia di uno Stato che Gioca con le Vite dei Più Deboli

La decisione di portare la spesa militare italiana al 2,5% del PIL rappresenta un’operazione sconsiderata, priva di una logica strategica e profondamente ingiusta. Si parla di un incremento di 25 miliardi di euro all’anno, che si aggiungeranno ai 32 miliardi di euro portando la spesa totale a 57 miliardi di euro, ,  una cifra mostruosa che non verrà trovata con una patrimoniale, ovvero facendo contribuire chi ha di più, ma tagliando il welfare, ossia colpendo chi ha di meno. È una scelta che non solo dimostra la totale insensibilità sociale del governo Meloni, ma anche la sua totale assenza di visione per il futuro del Paese.

Dalla guerra ai poveri alle armi per la guerra

Non è un caso che il governo abbia smantellato il Reddito di Cittadinanza, condannando centinaia di migliaia di persone alla miseria. Non si è dichiarata guerra alla povertà, ma ai poveri. Ora, per trovare i fondi necessari a riempire gli arsenali, si colpiranno ancora di più i cittadini più fragili, riducendo le risorse per disabili, disoccupati e famiglie in difficoltà. Siamo davanti a una follia pura, un vero e proprio scempio sociale che inverte completamente le priorità di uno Stato: invece di proteggere chi è in difficoltà, lo si abbandona per finanziare un riarmo insensato.

Basti pensare che 25 miliardi all’anno equivalgono quasi all’intero budget destinato al welfare familiare (27 miliardi nel 2023), una volta e mezza i fondi per la disoccupazione (19 miliardi) e poco meno della spesa per l’inclusione sociale (29 miliardi). Senza dimenticare che i soldi stanziati per i disabili nel 2023 ammontavano a 35 miliardi: ora, invece di aumentare questo budget per garantire maggiore dignità a chi ne ha bisogno, si decide di sottrarre fondi per acquistare armi.

Tagliare i servizi essenziali per comprare armi inutili

Le motivazioni di questa corsa al riarmo sono deboli e pretestuose. Si giustifica l’aumento delle spese militari con la necessità di “contenere la minaccia russa”, ma le cifre diffuse per supportare questa tesi sono false, come dimostrato da Carlo Cottarelli. La verità è che questi miliardi non serviranno a difendere il Paese, ma solo a ingrassare le multinazionali delle armi, in gran parte americane.

A peggiorare la situazione è il fatto che l’aumento della spesa militare non produrrà alcun beneficio economico per l’Italia. L’agenzia di rating Standard & Poor’s ha chiarito che per ogni euro investito nell’industria degli armamenti, il Fisco ne recupererà solo 40-50 centesimi. Significa che questa scelta non avrà nemmeno un ritorno economico significativo per il Paese. Anzi, peggiorerà la situazione finanziaria generale, aumentando il deficit pubblico dal 3,6% al 4,8% del PIL.

Una patrimoniale? Neanche a parlarne

Se davvero il governo ritenesse indispensabile aumentare la spesa militare, esisterebbero modi più equi per reperire i fondi. Una patrimoniale, ad esempio, sarebbe la soluzione più logica: chi possiede di più dovrebbe contribuire di più. Ma questo governo non osa nemmeno nominare l’idea, perché significherebbe toccare gli interessi dei più ricchi. Meglio tagliare i servizi essenziali per i cittadini, meglio sacrificare i più fragili piuttosto che chiedere un contributo a chi può permetterselo.

Riempire gli arsenali per svuotarli in guerra?

Il generale Carmine Masiello, capo di Stato maggiore dell’Esercito, ha dichiarato che serve una “decisa svolta nel procurement militare”, ovvero una corsa agli armamenti senza precedenti. Il piano prevede anche un aumento degli effettivi dell’Esercito di oltre 40.000 unità, portandolo a una dimensione senza precedenti. Ma per farne cosa? Nessuno lo dice chiaramente.

E qui sorge un altro interrogativo inquietante: una volta acquistate tutte queste armi, che ne sarà? La storia ci insegna che gli arsenali pieni prima o poi si svuotano. E come si svuotano? Con la guerra.

Conclusione: Un Paese in cui le persone contano meno dei fucili

In una nazione in cui milioni di persone faticano ad arrivare alla fine del mese, dove il welfare è già ridotto all’osso e i servizi essenziali arrancano, la decisione di investire miliardi in armamenti è un atto irresponsabile e criminale. Si sta scegliendo di affamare i cittadini per ingrassare le industrie belliche.

Il governo Meloni ha mostrato con chiarezza dove stanno le sue priorità: non nelle persone, non nella giustizia sociale, non in un futuro sostenibile, ma nella guerra e negli interessi di pochi. Un Paese che rinuncia a proteggere i suoi cittadini per finanziare la guerra è un Paese destinato a un futuro buio.

Trump, Vance e il ceffone diplomatico a Zelensky: la crisi ucraina ai piedi del nuovo ordine americano

L’incontro nello Studio Ovale tra Donald Trump, il suo vice JD Vance e Volodymyr Zelensky, più che una discussione tra leader, è sembrato il processo a un imputato già condannato in contumacia. Il presidente ucraino, reo di non voler cedere incondizionatamente lo sfruttamento delle terre rare del suo paese senza garanzie di sicurezza, è stato messo sotto torchio in un acceso scambio di battute che ha rivelato non solo la durezza della nuova amministrazione americana, ma anche la fragilità della posizione ucraina nello scacchiere internazionale.

L’interrogatorio nello Studio Ovale

Il confronto si è trasformato ben presto in una sequenza di accuse, reprimende e moniti che hanno visto Zelensky in difficoltà di fronte a un Trump sempre più padrone della scena. L’ex, e ora nuovamente, presidente degli Stati Uniti ha ridotto il tema della guerra in Ucraina a una partita di carte, sottolineando come Kiev, senza il sostegno americano, non avrebbe alcuna mano da giocare.

Vance, dal canto suo, ha incarnato il ruolo del braccio armato della nuova dottrina trumpiana: “Hai mai detto grazie?” ha incalzato Zelensky, come a rimarcare che gli aiuti americani non sono mai stati un atto di solidarietà, ma un investimento con aspettative di ritorno. E se l’Ucraina non è in grado di restituire, allora è fuori dai giochi.

Zelensky, nel tentativo di difendere la sua posizione, ha cercato di ricordare le vittime ucraine, il prezzo umano del conflitto, la necessità di un sostegno reale e non condizionato. Ma le sue parole si sono infrante contro il muro di una nuova visione strategica americana, che non vede più Kiev come una causa da sostenere, ma come una pedina sacrificabile nel più ampio gioco della geopolitica.

L’America che cambia volto

Trump e Vance hanno lanciato un messaggio chiaro: la guerra in Ucraina non sarà più un problema degli Stati Uniti, se non alle condizioni dettate dalla Casa Bianca. La strategia trumpiana punta a un accordo con la Russia, dove l’Ucraina rischia di diventare una merce di scambio. La logica è brutale: il sostegno militare e finanziario non è un diritto acquisito, ma un privilegio che va meritato con obbedienza e gratitudine.

Zelensky, in questo scenario, è apparso come un leader lasciato senza alternative, pressato affinché accetti un cessate il fuoco che potrebbe tradursi in una resa mascherata. E se non lo farà, la minaccia implicita è chiara: l’America potrebbe semplicemente abbandonare Kiev al suo destino.

L’Europa in ordine sparso

Mentre Washington ridisegna le priorità globali, l’Europa si muove in ordine sparso. Giorgia Meloni, nel tentativo di ritagliarsi un ruolo di mediatrice, ha invocato un vertice urgente tra USA, UE e alleati, ribadendo che ogni divisione indebolisce l’Occidente. Tajani ha preferito la prudenza, sottolineando che la situazione è delicata e va gestita con calma. Salvini, come prevedibile, si è schierato senza esitazioni dalla parte di Trump, mentre Elly Schlein ha accusato il presidente americano di bullismo istituzionale e di aver scelto apertamente Putin.

In questo scenario, l’Unione Europea appare un convitato di pietra, incapace di assumere una posizione autonoma e concreta. Mentre a Washington Zelensky veniva umiliato in diretta, a Bruxelles si discuteva di “unità europea”, un mantra che ormai sembra svuotato di significato.

Il tramonto di Kiev?

L’incontro nella Casa Bianca è stato più di un semplice scambio diplomatico: è stato il segnale che l’Ucraina è a un bivio. Zelensky ha resistito, ha rifiutato di firmare senza garanzie, ma il prezzo di questa resistenza potrebbe essere altissimo.

Se l’America di Trump deciderà di voltare le spalle a Kiev, l’Ucraina si troverà sola a fronteggiare una Russia che non ha mai smesso di puntare alla sua annessione de facto. E l’Europa? Riuscirà a prendere in mano la situazione o continuerà a rincorrere gli eventi, aspettando che qualcun altro scriva il prossimo capitolo di questa storia?

L’Europa alla prova della realtà: tra crisi identitaria e riscoperta delle sue radici

L’Unione Europea è di fronte a un bivio. La guerra in Ucraina ha accelerato una crisi che era latente da anni, rivelando non solo la debolezza militare del continente, ma anche la fragilità della sua identità politica. L’errore strategico dell’UE non è stato solo quello di sottovalutare la Russia, come sottolinea Orsini, ma soprattutto quello di sopravvalutare sé stessa, credendo di poter agire come un attore geopolitico senza avere la forza per farlo.

Con l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca il 20 gennaio di quest’anno, gli equilibri globali stanno subendo un’ulteriore trasformazione. Il presidente americano ha già avviato un processo di riavvicinamento con Mosca, una mossa che era ampiamente prevedibile alla luce del suo atteggiamento nei confronti di Putin. In questa direzione vanno i negoziati di pace in corso in Arabia Saudita, che potrebbero segnare un nuovo capitolo per la guerra in Ucraina, ma anche per il ruolo dell’Europa nel sistema internazionale.

L’illusione strategica dell’Europa e il risveglio forzato

Per trent’anni, l’Unione Europea ha costruito la sua sicurezza sul pilastro americano, senza mai dotarsi di una reale autonomia strategica. Si è cullata nell’idea che il soft power economico e diplomatico fosse sufficiente per garantirle un ruolo centrale, ignorando la realtà delle relazioni internazionali, che si basano ancora sul concetto di deterrenza e forza militare.

L’errore più grave è stato quello di immaginare la Russia come una potenza in declino, incapace di reggere un conflitto prolungato. Le sanzioni avrebbero dovuto strangolare l’economia russa, la guerra avrebbe dovuto minare la stabilità del regime di Putin, e invece è successo il contrario: la Russia ha dimostrato una resilienza inaspettata, mentre l’Europa si è trovata sempre più dipendente dagli Stati Uniti, senza una chiara strategia alternativa, impantanata in una recessione economica autoinflitta .

Ora, con Trump nuovamente al potere e un processo di pace in corso, l’Europa si trova in una posizione ancora più difficile. Se il conflitto dovesse concludersi con una trattativa tra Washington e Mosca, senza un ruolo attivo dell’UE, ciò sancirebbe definitivamente la marginalizzazione politica del continente.

L’Europa paralizzata di fronte a Trump

I leader europei appaiono smarriti, incapaci di reagire alle nuove dinamiche internazionali. Macron, Meloni, von der Leyen e il nuovo cancelliere tedesco (dopo la sconfitta elettorale di Scholz) balbettano perché sanno che le scelte di Trump potrebbero cambiare radicalmente la postura occidentale sulla guerra in Ucraina, ma non hanno alcun potere di influenza su di lui.

Il paradosso è che, pur essendo più consapevole della minaccia russa, l’Europa è completamente dipendente dagli Stati Uniti, un alleato sempre più imprevedibile. Trump ha già dichiarato chiaramente che gli Stati europei dovranno aumentare drasticamente le loro spese militari se vogliono continuare a godere della protezione della NATO. Ma il problema non è solo economico: il vero nodo è che l’Europa non ha una leadership capace di pensare in termini di autonomia strategica.

L’opportunità di una nuova Europa: ritornare alle radici di Ventotene

Se questa crisi può avere un risvolto positivo, è quello di costringere l’Europa a ripensarsi. Il rischio più grande è quello di un’Europa che si riduca a spettatrice impotente delle decisioni altrui. Ma esiste un’altra possibilità: trasformare questo disorientamento in un’occasione per costruire un’Europa dei popoli, un’Europa che torni alle sue radici originarie, abbandonando il modello tecnocratico e burocratico che l’ha allontanata dai cittadini.

Il Manifesto di Ventotene, redatto da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi durante la Seconda Guerra Mondiale, rappresenta ancora oggi una bussola per chi vuole immaginare un’Europa diversa. Il sogno di Ventotene non era un’Europa asservita agli interessi economici delle élite, ma un’Europa fondata sulla solidarietà tra i popoli, sulla democrazia partecipativa, sulla giustizia sociale.

Oggi quel progetto è stato tradito da decenni di politiche che hanno messo al centro l’austerità, la finanza, gli interessi delle multinazionali, sacrificando il principio di coesione sociale. Ma proprio ora, nel momento in cui l’Europa appare smarrita e senza direzione, può riscoprire quella visione originaria.

La strada non è semplice, ma è l’unica percorribile se l’UE vuole sopravvivere come attore politico. Non basta aumentare le spese militari o affidarsi ancora una volta agli Stati Uniti: serve un progetto politico nuovo, capace di dare un senso all’Unione oltre la mera convenienza economica.

Se questa crisi costringerà l’Europa a riscoprire il suo spirito fondativo, allora potrebbe trasformarsi in un’opportunità storica. Altrimenti, il rischio è quello di un’Europa sempre più irrilevante, incapace di determinare il proprio destino e condannata a subire le decisioni altrui.

L’altra ipotesi, quella più drammatica, è la disgregazione completa dell’Unione Europea. Se il processo di smarrimento dovesse proseguire senza una direzione chiara, se gli Stati membri dovessero continuare a perseguire solo interessi nazionali, senza una visione comune, allora l’Europa potrebbe implodere, diventando un mosaico di Paesi privi di peso strategico. A quel punto, non ci sarebbe più nessun sogno europeo da recuperare, ma solo il rimpianto di un’idea mai realizzata fino in fondo.

fonte: il Fatto Quotidiano rubrica Nuovo Atlante di alessandro Orsini del 25 febbraio 2025.

Germania e l’onda nera: il passato che non passa e il presente che avanza

Le elezioni tedesche hanno emesso un verdetto chiaro: la destra cresce, la sinistra si disgrega, il centro affonda. L’Unione Cristiano-Democratica (CDU-CSU) segna un deciso +4,4% e si attesta al 28,5%, mentre Alternative für Deutschland (AfD) raddoppia i voti e raggiunge il 20,8%. Insieme, queste due forze totalizzano il 49,3% dei consensi, una percentuale che ricorda da vicino il 49,8% ottenuto da Trump lo scorso novembre. La Germania, culla della memoria antifascista europea, sembra aver dato un segnale inquietante: il passato non è solo una lezione da ricordare, ma anche una tentazione sempre più forte.

Eppure, nonostante questa avanzata numerica, l’estrema destra non governerà. Friedrich Merz, futuro cancelliere, ha tentato di strizzare l’occhio ai voti di AfD con una legge anti-immigrazione, ma la risposta popolare è stata immediata e dura: proteste di massa, una rivolta civile che ha costretto Merz a una marcia indietro precipitosa. L’ombra del Terzo Reich è ancora un limite invalicabile per la maggioranza dei tedeschi. E qui emerge una contraddizione potente: mentre la paura dell’altro, del diverso, dell’immigrato cresce nelle urne, la coscienza storica della Germania impone ancora un argine, almeno per ora.

La disfatta della coalizione di governo

Chi ha perso? La risposta è netta: la coalizione di centrosinistra che governava. L’SPD di Olaf Scholz crolla al 16,4% (-9,3%), i Verdi si fermano all’11,6% (-3,2%) e i liberali del FDP scivolano sotto il 5%, sparendo dal Bundestag. La loro è una sconfitta meritata, figlia di una gestione politica priva di visione e coraggio. La Germania, che per decenni è stata il motore economico d’Europa, è oggi in recessione. Ha perso l’energia a basso costo proveniente dalla Russia e ha accettato senza battere ciglio il sabotaggio del Nord Stream, un atto di guerra su cui Scholz ha preferito chiudere gli occhi.

E quando il governo ha provato a recuperare terreno con una politica di destra sui migranti, il risultato è stato disastroso: nessuna nuova fiducia dagli elettori conservatori e una perdita irreparabile di credibilità tra i progressisti. La sinistra che copia la destra finisce per essere percepita come una versione sbiadita e poco convincente dell’originale. Il prezzo? Un tracollo elettorale senza appello.

La sinistra tra illusioni e realismo

Se il centro affonda e la destra avanza, la sinistra si divide. La Linke, forza storica della sinistra radicale, raddoppia i voti e arriva all’8,8%. Ma la scissione rosso-bruna di Sahra Wagenknecht non riesce a superare lo sbarramento del 5% e resta fuori dal Parlamento. Il suo tentativo di intercettare il malcontento popolare con una miscela di nazionalismo economico e retorica anti-immigrazione non ha convinto. L’elettorato progressista non si è lasciato sedurre dall’illusione di una sinistra che flirta con il sovranismo.

Questa è una lezione importante: la sinistra può essere forte solo se resta fedele ai suoi principi e non cede alla tentazione di inseguire le paure della destra. La questione migratoria non si risolve con i muri, ma con una politica sociale capace di garantire dignità e sicurezza a tutti. La crisi dell’Europa non è l’immigrazione, ma l’incapacità dei governi di affrontare le disuguaglianze che alimentano il rancore sociale.

Il vento della destra e la lezione italiana

Questo voto tedesco conferma un trend globale: la destra avanza perché cavalca paure profonde. Paura della globalizzazione, del cambiamento sociale, della crisi dell’ordine internazionale. Ma in Europa, a differenza degli Stati Uniti, il peso della storia frena gli entusiasmi per i nuovi nazionalismi.

Il rischio è che questa onda nera non trovi sbocco immediato, ma resti latente, pronta a emergere con ancora più forza. I 10 milioni di voti di AfD potrebbero congelarsi, come i 10,6 milioni raccolti da Bardella (Le Pen) in Francia. Ma il ghiaccio, lo sappiamo, non è eterno.

L’eccezione europea resta l’Italia. Qui la destra estrema governa, e governa senza vergogna. Non è stato Giorgia Meloni a rendere possibile tutto questo, ma Silvio Berlusconi, che ha normalizzato l’estrema destra trasformandola in una forza accettabile per il sistema. Il suo modello? Meno diritti, meno sindacati, meno tasse per i ricchi e una magistratura addomesticata.

Meloni oggi vuole ereditare quel sistema, ma con ambizioni globali: in inglese fluente si presenta come la perfetta alleata di Biden e di Trump, di Netanyahu e di Ursula von der Leyen, dei dittatori arabi e dei conservatori americani. Il suo obiettivo è il Premierato, un sistema che le permetterebbe di rafforzare il suo potere, eliminare i concorrenti interni e costringere l’opposizione a una battaglia tutta in salita.

Conclusione: un bivio per l’Europa

La Germania ci mostra un bivio chiaro per l’Europa: da un lato, il rischio di una svolta reazionaria che potrebbe prendere piede se le forze progressiste continueranno a mostrarsi deboli e incoerenti. Dall’altro, la possibilità di una risposta politica nuova, capace di affrontare le paure senza cedere al populismo.

Il vento soffia forte, e la direzione dipenderà dalla capacità di chi si oppone a questa deriva di costruire un’alternativa credibile. Perché il problema non è solo la destra che avanza, ma la sinistra che non riesce a essere all’altezza della sfida.

Trump e l’Ucraina: La riscrittura della storia e la realtà degli interessi americani

Le dichiarazioni di Donald Trump sul conflitto in Ucraina rappresentano un’operazione narrativa che ha poco a che vedere con la realtà storica e molto con la strategia politica degli Stati Uniti. Il presidente, ora al suo secondo mandato, sta ridisegnando la percezione pubblica della guerra, facendo apparire gli USA come vittime di un’ingenua generosità e Zelensky come il responsabile di uno spreco insensato di risorse.

La realtà dietro la guerra: gli interessi americani

Trump sostiene che “un comico di modesto successo” abbia convinto gli Stati Uniti a spendere 350 miliardi di dollari per una guerra “che non poteva essere vinta”. Questa affermazione non solo banalizza il ruolo di Zelensky, ma omette completamente il contesto storico e politico che ha portato al conflitto.

L’influenza americana in Ucraina non inizia certo con Zelensky, ma ha radici ben più profonde. L’intervento di Victoria Nuland nel 2014 e il ruolo attivo degli Stati Uniti nel cambio di regime in Ucraina sono documentati. L’amministrazione americana ha investito risorse non per generosità, ma per consolidare il proprio dominio strategico in un’area di interesse geopolitico fondamentale.

Inoltre, Trump omette un dettaglio chiave: non sono forse gli Stati Uniti ad aver venduto armi all’Ucraina, armi pagate dai contribuenti americani ed europei? L’industria bellica americana è tra le principali beneficiarie di questo conflitto, con profitti stellari per aziende come Lockheed Martin e Raytheon.

E che dire del gas naturale liquefatto? Gli USA hanno imposto all’Europa di interrompere le forniture russe, sostituendole con il proprio gas a prezzi cinque volte superiori, rendendo l’industria europea meno competitiva rispetto a quella americana, di fatto mandando l’Europa in recessione economica,. E il sabotaggio del gasdotto Nord Stream? Anche qui, gli indizi puntano verso un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti per garantire la dipendenza energetica europea da Washington.

Il vero prezzo della pace: le terre rare ucraine

Trump afferma che Zelensky ha fatto un “pessimo lavoro” e che metà dei fondi americani “sono mancanti”. La narrativa dello spreco e della corruzione serve solo a costruire un alibi perfetto per gli Stati Uniti: scaricare il fallimento dell’operazione su un leader ormai non più utile.
La realtà dice che la guerra è stata voluta da Washington e Londra, combattuta dall’esercito ucraino, con centinaia di migliaia di morti, la distruzione di una nazione, conseguentemente l’indebolimento strategico dell’Europa.

Ma c’è di più. Nelle trattative per la pace con la Russia, emerge una richiesta chiave degli Stati Uniti: lo sfruttamento delle riserve ucraine di terre rare. L’Ucraina possiede alcune delle più ricche riserve di minerali strategici necessari per le tecnologie avanzate, dalle batterie ai semiconduttori. La prospettiva americana non è mai stata quella di “salvare” l’Ucraina è la libertà di una nazione, tutto questo per la difesa di una democrazia esportata con devastazioni con un prezzo altissimo pagato con il sangue del popolo ucraino,  nella realtà solo per beceri interessi, ma di ottenere un controllo sulle sue risorse, garantendo così il predominio industriale e tecnologico degli Stati Uniti nei prossimi decenni.

Demolire l’Europa come entità politica unitaria

Tutto questo non è avvenuto per caso. Il vero obiettivo strategico degli Stati Uniti è sempre stato quello di mantenere l’Europa in una condizione di subordinazione. Il conflitto in Ucraina ha permesso agli USA di rafforzare il loro dominio militare ed economico sul continente, spingendo molti Stati europei a incrementare le spese militari e a dipendere sempre più dalla NATO, un’alleanza che, nata per contrastare l’URSS, oggi sembra servire più agli interessi americani che a quelli europei.

L’Europa avrebbe potuto giocare un ruolo autonomo nella gestione della crisi ucraina, ma è stata sistematicamente divisa e frammentata. L’asse Washington-Londra ha lavorato per impedire un’intesa tra UE e Russia, promuovendo invece una politica di scontro che ha portato l’Europa a indebolirsi economicamente e politicamente. Il risultato? Un’Europa sempre più dipendente dagli Stati Uniti per energia, sicurezza e decisioni strategiche.

La pace in Ucraina è auspicabile, ma non deve avvenire alle condizioni imposte da chi ha prima sfruttato il conflitto e ora vuole abbandonarlo per calcolo politico. Se davvero si vuole parlare di responsabilità, allora bisogna guardare all’intera strategia americana in Europa, che ha usato il conflitto per consolidare il proprio dominio e ora, come sempre, sta cercando di riscrivere la storia a proprio vantaggio.

I volti predatori del capitalismo neoliberale: tra cinismo e strategia di potere

Il capitalismo neoliberale ha assunto nel tempo molteplici volti, alcuni più spietatamente cinici, altri abilmente mascherati da progressismo sociale. Quello che rimane invariato è il suo obiettivo fondamentale: la preservazione e l’espansione del potere economico e politico delle élite finanziarie. Un potere che, lungi dall’essere messo in discussione dai movimenti emancipatori o dalle istanze di giustizia sociale, viene spesso abilmente cooptato e trasformato in una strategia di mercato.

La riflessione di Carl Rhodes nel saggio Capitalismo Woke. Come la moralità aziendale minaccia la democrazia è un punto di partenza prezioso per comprendere questa dinamica. L’autore individua con lucidità il modo in cui il capitalismo contemporaneo ha adottato e strumentalizzato cause sociali come la lotta per i diritti civili, il femminismo, l’ambientalismo e le battaglie LGBTQ+ per trasformarle in strumenti di marketing e di consolidamento del proprio dominio.

Dal capitalismo conservatore al capitalismo woke: due facce della stessa medaglia

Il dibattito sul capitalismo neoliberale si sviluppa lungo due assi principali. Da un lato, il capitalismo di stampo conservatore, che si richiama all’ortodossia di Milton Friedman e della Scuola di Chicago. Qui, l’unico interesse legittimo è quello degli azionisti e dei detentori del capitale, con l’impresa come motore della creazione di ricchezza e lo Stato relegato a un ruolo marginale, se non osteggiato apertamente.

Dall’altro lato, troviamo il cosiddetto capitalismo woke, che si veste di valori progressisti e si presenta come attento ai temi dell’inclusione e della sostenibilità. Ma questa attenzione è reale o si tratta di una mossa strategica per blindare la propria egemonia?

L’analisi di Rhodes svela il meccanismo dietro questa apparente svolta etica del grande capitale: le multinazionali non hanno abbracciato i temi sociali per convinzione, ma perché hanno compreso che il mercato li richiede. Numerosi studi di marketing hanno dimostrato che i consumatori tendono a preferire prodotti e brand associati a messaggi di giustizia sociale. Di conseguenza, le aziende hanno iniziato a promuovere campagne pubblicitarie in cui si dichiarano paladine della diversità, dell’empowerment femminile o della lotta contro il razzismo, non per un’autentica adesione a questi valori, ma perché ciò le rende più competitive e inaccessibili alle critiche.

La differenza tra capitalismo woke e capitalismo conservatore non sta quindi nella sostanza, ma nella strategia. Mentre il primo si mimetizza dietro una retorica inclusiva, il secondo continua a difendere apertamente il dogma del mercato libero da ogni interferenza pubblica. In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: il potere economico rimane saldamente nelle mani di un’élite sempre più ristretta.

La neutralizzazione dei movimenti sociali

Uno degli aspetti più subdoli del capitalismo woke è la sua capacità di neutralizzare il potenziale rivoluzionario delle lotte sociali. Un tempo, le grandi battaglie per i diritti civili e per la giustizia sociale erano condotte contro il sistema capitalista, percepito come un ostacolo alla realizzazione di una società più equa. Oggi, invece, quelle stesse battaglie vengono trasformate in strumenti di marketing, svuotandole del loro significato originario.

Si pensi, per esempio, alle campagne pubblicitarie di colossi come Nike o Coca-Cola, che associano i loro prodotti a messaggi di inclusione e diversità, mentre nel frattempo continuano a sfruttare il lavoro minorile o a devastare l’ambiente. Oppure al caso di aziende tecnologiche come Google, Facebook e Microsoft, che si presentano come progressiste e impegnate per il bene sociale, mentre accumulano enormi ricchezze attraverso pratiche monopolistiche e il controllo dei dati personali.

L’operazione di rebranding del capitalismo, quindi, ha un duplice effetto: da un lato, impedisce che si sviluppi un’opposizione radicale al sistema economico, dall’altro, priva i movimenti sociali della loro spinta rivoluzionaria, trasformandoli in semplici nicchie di mercato.

La filantropia come strumento di dominio

Un altro volto predatorio del capitalismo neoliberale è quello della filantropia. La donazione di ingenti somme di denaro da parte di miliardari come Bill Gates, Jeff Bezos o Elon Musk viene spesso presentata come un gesto di altruismo e responsabilità sociale. In realtà, si tratta di un ulteriore meccanismo di consolidamento del potere.

Attraverso le loro fondazioni, i grandi capitalisti non solo godono di vantaggi fiscali enormi, ma influenzano direttamente le politiche pubbliche, bypassando i processi democratici. Quando la sanità, l’istruzione o la ricerca scientifica dipendono dai finanziamenti privati di pochi individui, significa che sono questi ultimi, e non la collettività, a decidere le priorità sociali.

Non è un caso che le politiche sanitarie globali siano fortemente influenzate da enti privati come la Bill & Melinda Gates Foundation, e che persino l’ONU e l’OMS dipendano sempre più da finanziamenti di multinazionali e filantropi miliardari. Ciò dimostra come il capitalismo neoliberale non abbia abbandonato il suo obiettivo primario: sostituire lo Stato e le istituzioni democratiche con il potere diretto del mercato e della finanza.

Verso una risposta politica e sociale

Se il capitalismo woke è una strategia di conservazione del potere, allora la risposta non può limitarsi a una denuncia teorica, ma deve tradursi in un’azione politica concreta. L’analisi di Rhodes ci suggerisce una via: recuperare il significato originario del termine woke, che in gergo afroamericano significa “stare attenti, vigilare”.

Essere realmente woke, quindi, significa smascherare l’ipocrisia del capitalismo che si traveste da paladino della giustizia sociale. Significa capire che l’inclusione e la sostenibilità non possono essere affidate alle logiche di mercato, ma devono essere il frutto di un processo politico e democratico.

Serve una nuova stagione di lotte sociali che non si lascino cooptare dal marketing aziendale. Serve un recupero del ruolo dello Stato come garante del benessere collettivo, sottraendo servizi essenziali alla logica del profitto. E serve, soprattutto, una riorganizzazione politica che rimetta al centro l’interesse della collettività, contrastando la concentrazione della ricchezza e la privatizzazione della democrazia.

Il capitalismo neoliberale ha dimostrato di sapersi adattare a ogni sfida, trasformandola in un’opportunità di profitto. Se vogliamo evitare che anche le nostre battaglie vengano ridotte a slogan pubblicitari, dobbiamo costruire un’alternativa che non si lasci sedurre dalle lusinghe del mercato. Solo così potremo riappropriarci del nostro futuro.
Fonte: articolo di Stefano Zamagni pubblicato su Avvenire il 7 febbraio 2025