Il ritorno dei dazi di Donald Trump si sta rivelando come un gigantesco boomerang, lanciato con arroganza verso il mondo e tornato indietro a colpire per primi proprio gli Stati Uniti. In un solo giorno, Wall Street ha perso 2.000 miliardi di dollari in capitalizzazione, un collasso che non si vedeva dai tempi della crisi finanziaria globale. Apple ha lasciato sul terreno l’8%, Amazon il 7%, Nike ha addirittura perso il 12%. E non è finita. Il dollaro ha cominciato a traballare, il prezzo di petrolio e gas è crollato e le principali borse europee hanno perso complessivamente 422 miliardi. A crollare, però, è stata soprattutto la credibilità economica di chi, come Trump, gioca con la geopolitica come fosse un videogioco e governa un impero economico come se fosse un reality show.
Trump non ha idee, ha solo istinti. Un uomo che agisce di pancia, secondo l’umore che legge sulla sua piattaforma social, dove confonde i sondaggi con la strategia. Un arrogante senza visione, che spera di riconquistare l’America con le stesse armi che l’hanno condotta sull’orlo della crisi. L’ordine esecutivo che consente di alzare o abbassare i dazi in base all’obbedienza dei partner commerciali è degno di un autocrate d’altri tempi. Una specie di moneta di scambio che somiglia pericolosamente al ricatto economico.
E mentre Trump bombarda la globalizzazione col bazooka, la risposta europea appare divisa, timida, esitante. L’Unione è messa spalle al muro: da un lato la Germania e la Francia che invocano dure contromisure contro i colossi digitali americani, dall’altro Tajani che predica moderazione, come se l’applauso a Washington valesse più della salvaguardia del nostro tessuto industriale. Ma almeno qualcosa si muove.
La Spagna, per esempio, ha già fatto la cosa più semplice e giusta: ha stanziato immediatamente 14 miliardi di euro a sostegno di famiglie e imprese colpite dai dazi. Una risposta rapida, concreta, incisiva. Un esempio di politica economica responsabile, che riconosce l’impatto devastante di una guerra commerciale e si schiera dalla parte dei cittadini e dei lavoratori. Un provvedimento che ricorda ai governi cosa significhi davvero governare.
E l’Italia? L’Italia è rimasta come sempre in panchina. La premier Meloni, convinta di poter ottenere un trattamento di favore negli Stati Uniti, si è illusa di essere protagonista in un gioco di potere che non controlla. Credeva di essere ricevuta come un’alleata privilegiata. Si è ritrovata ignorata come una comparsa senza copione. La verità è che Trump se ne infischia dell’Italia, e Meloni non ha né il peso politico né la visione strategica per reagire. Ancora una volta, la sua azione di governo si riduce a pura propaganda: molti annunci, pochi fatti, zero soluzioni.
A rendere la situazione ancora più drammatica, c’è un errore strategico che oggi presenta il conto. Il governo Meloni ha volontariamente chiuso quelle linee di commercio alternative che ora sarebbero essenziali per affrontare la tempesta. Ha abbandonato la Via della Seta, allineandosi senza condizioni agli interessi statunitensi, e ha trascurato i rapporti commerciali con i paesi del Sud globale, preferendo un’unica direzione: Washington. Ora che quella strada si è trasformata in un vicolo cieco disseminato di dazi, a pagare saranno, come sempre, i cittadini, i lavoratori, le imprese grandi e piccole che non hanno più alternative. È il fallimento di una visione miope, tutta giocata sull’obbedienza atlantica e sull’illusione di un favore che non arriverà mai.
La crisi dei dazi, in fondo, non è solo una questione commerciale. È il segnale che la fase attuale del capitalismo globale è entrata in una pericolosa spirale di implosione. Un ritorno al XIX secolo, quando le economie si blindavano dietro muri doganali, portando alla fame i popoli e alla guerra le nazioni. La storia ci aveva insegnato qualcosa. Ma il trumpismo – come tutte le forme degenerative di populismo autoritario – non studia, non ascolta, non impara.
Così, mentre il mondo precipita verso una recessione globale – come prevede persino JP Morgan – i governi sono chiamati a una scelta: proteggere il proprio sistema produttivo o restare ostaggi dell’ideologia e dell’inazione. La Spagna ha scelto. La Francia anche. La Germania si prepara. L’Italia, invece, galleggia nel limbo, tra le indecisioni della sua classe dirigente e le fantasie di grandezza della sua premier.
Il tempo stringe. La guerra commerciale non è uno spettacolo da osservare, è una bomba a orologeria. E se non si è capaci di disinnescarla, si ha il dovere di proteggere almeno chi rischia di esserne colpito. Famiglie, imprese, lavoratori. L’Italia non può più permettersi il lusso dell’inerzia. Perché questa volta non è solo il mercato a tremare, ma l’intera impalcatura della nostra sovranità economica.