ECONOMIA – La sfida dei BRICS a Trump e all’Occidente ipnotizzato
di Mario Sommella
C’è un altro mondo, là fuori. Un mondo che non si riconosce nei parametri della NATO, nel dollaro come valuta di scambio obbligata, nel primato morale e commerciale degli Stati Uniti d’America. Un mondo che si chiama BRICS, ma che oggi andrebbe scritto tutto in maiuscolo e con qualche punto interrogativo in più sul volto di chi crede che la globalizzazione sia ancora una faccenda euro-atlantica.
Nato come acronimo tecnico negli uffici di Goldman Sachs, diventato club diplomatico, il gruppo BRICS è ormai una struttura geopolitica alternativa. Con l’allargamento recente (tra i nuovi entrati: Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi, Argentina, Arabia Saudita), ha smesso i panni dell’esperimento e indossa l’armatura del competitor globale. Un competitor che si prepara a sfidare apertamente Donald Trump nella partita più decisiva del secolo: quella per la sovranità economica globale.
Addio G7, benvenuto G40
Oggi i BRICS rappresentano quasi il 40% del PIL mondiale, più del G7. E non è solo una questione di numeri. È una questione di visione del mondo. Mentre l’Occidente blatera di valori democratici e minaccia sanzioni come fossero salmi evangelici, il Sud globale si organizza: parla di pace in Ucraina senza criminalizzare la Russia, intrattiene relazioni con l’Iran, apre le porte al Venezuela, flirta con regimi ritenuti “non allineati”.
Questo non per spirito di contrapposizione ideologica, ma per interesse strategico, quella parola che l’Europa ha dimenticato in nome della sua funzione ancillare al progetto americano. I BRICS, invece, un progetto ce l’hanno. E, come ogni progetto credibile, ha una sua moneta.
La moneta anti-dollarocentrica
Che i BRICS stiano lavorando a una valuta comune non è più una suggestione. È un dato. Che se ne sappia poco è un altro dato, ben più inquietante, perché denota l’assenza completa della stampa occidentale all’ultimo vertice di Kazan. Ma Lula, che ospiterà il prossimo summit a luglio a Rio de Janeiro, promette che questa volta “il Sud globale parlerà al mondo”. E se parlerà, dirà cose semplici e dirompenti: basta con il dominio del dollaro.
La nuova moneta, ancora in gestazione, sarà pensata per bypassare le sanzioni, stabilizzare gli scambi tra economie complementari, e — fatto cruciale — sottrarsi all’instabilità endemica di una valuta Usa sempre più condizionata da guerre tariffarie, inflazione interna e scelte politiche arbitrarie.
Il nuovo “made in”: non Italy, ma Moscow
Altro che griffe italiane. In Cina oggi il nuovo status symbol è comprare russo. Le borse non portano più la firma di Milano, ma quella di Mosca (autentica o contraffatta). La banca Qichacha segnala quasi 1.000 aziende cinesi specializzate in prodotti “made in Russia”, e i supermercati a tema sovietico crescono come funghi. Secondo l’università di Tsinghua, due cinesi su tre hanno oggi una visione positiva della Russia. Un dato che sarebbe sembrato fantascientifico negli anni ’90.
Questa saldatura culturale accompagna quella commerciale e geopolitica. Pechino è andata allo scontro diretto con Washington sul piano dei dazi, bloccando le importazioni di film hollywoodiani e consolidando un surplus commerciale con gli USA da quasi 300 miliardi di dollari.
Brasile: tra uova, dazi e materie prime
Il vero ago della bilancia però è Lula. Il Brasile è primo fornitore di materie prime per Pechino e gioca su due tavoli: da un lato con Biden-Trump, dall’altro con Xi Jinping. Trump lo sa bene: ha evitato di colpire il Brasile con tariffe elevate (solo il 10%), per non spingere Lula definitivamente tra le braccia del Dragone. Ma il presidente brasiliano ha risposto con controdazi, approvati persino dalla destra bolsonarista.
Curiosità che dice tutto: da gennaio a marzo 2025, le esportazioni di uova brasiliane verso gli USA sono esplose del 346%. Mentre Washington si arrabatta con la sua crisi alimentare, il gigante latinoamericano incassa e rilancia.
Il Sud globale è un Nord politico
Altro che “Global South”, come lo definisce romanticamente Lula. Quella dei BRICS è una macchina da guerra economica e diplomatica, un’internazionale multipolare che ha smesso di aspettare l’elemosina dell’Occidente e ora scrive le sue regole.
A luglio, a Rio de Janeiro, si capirà se il nuovo ordine mondiale sarà ancora scritto a Washington… o se il vento è cambiato, e il Sud del mondo ha deciso che il suo Nord non è più Manhattan, ma qualcosa che assomiglia a Pechino, Mosca, Pretoria e Nuova Delhi, con una bandiera che si chiama indipendenza economica.
E Donald Trump — il re dell’unilateralismo muscolare — si troverà a fare i conti non più con un G7 impaurito, ma con un blocco che non teme più le sue minacce, perché ha imparato a fare da sé. E a pensare in grande.