Cani, gatti e bombe intelligenti: la degenerazione morale dell’Europa militarizzata

Mentre il Parlamento europeo si appresta a votare con solerzia un regolamento sul benessere di cani e gatti — microchip obbligatori, riproduzione controllata, tracciabilità, pause tra una gravidanza e l’altra — l’odore di carne bruciata e cemento sbriciolato continua a salire da Gaza e da Teheran. Non un voto su Israele, neanche una parola spesa con la dignità di una presa di posizione. Solo dibattiti simbolici, calendarizzati per tacitare qualche voce scomoda a sinistra, senza alcuna conseguenza politica. Gaza? L’Iran? Non fanno audience. Non portano voti. Non si possono coccolare come un cucciolo di bulldog francese.

Dal 7 ottobre 2023, la Striscia di Gaza è diventata un cimitero a cielo aperto. Non c’è più niente da distruggere, ma Israele continua imperterrito a bombardare i sopravvissuti. Non è più notizia. E quando non è notizia, smette di essere scandalo. Il genocidio dei palestinesi, di cui oggi si parla solo per sottrazione, non è cessato: semplicemente è stato silenziato. I bambini non vengono più salvati, ma archiviati. Il loro dolore non compare più nei titoli, non entra nei talk-show, non turba le coscienze impagliate dell’Occidente.

Nel frattempo, Netanyahu ha aperto un nuovo fronte: tre giorni di bombardamenti sull’Iran, oltre duecento morti, più di mille feriti. Nessuna dichiarazione di guerra, nessuna risoluzione dell’ONU. Ma l’ONU, per Israele, è solo una “palude antisemita”, e le sue risoluzioni carta igienica. Israele non aderisce al Trattato di Non Proliferazione Nucleare, possiede decine di testate atomiche, non accetta ispezioni dell’AIEA, ma accusa l’Iran — che al trattato aderisce — di volerne costruire una. E l’Europa? L’Europa invia armi all’aggressore. L’Europa vota norme sugli animali domestici. L’Europa, ancora una volta, tradisce la sua promessa storica e diventa ancella di un colonialismo armato, criminale e impunito.

La guerra in Ucraina? Sparita. E non perché sia finita, ma perché non conviene più raccontarla. L’industria bellica ha venduto abbastanza. Gli editoriali hanno esaurito il lessico dell’indignazione. I talk show hanno spostato i riflettori su altri orrori più redditizi. Ma la guerra in Ucraina continua, così come continua la negazione della verità: quella che incolpa un solo aggressore e assolve gli altri, in nome di una “moralità selettiva” che diventa farsa.

Ed è in questa farsa che il Parlamento europeo discute oggi del possibile utilizzo dei fondi del Recovery Fund — il cosiddetto Next Generation EU, nato per ricostruire socialmente ed economicamente l’Europa post-Covid — per finanziare la Difesa. In altre parole: trasformare la speranza in cannone. I fondi per la ripresa sociale che dovevano andare a ospedali, scuole, welfare, vengono dirottati per potenziare le catene di produzione bellica e le scorte militari. Non è solo una deviazione tecnica, è un’abiura morale. Lo denuncia con chiarezza Pasquale Tridico, lo ribadisce Valentina Palmisano: questo è il passaggio dalla solidarietà al militarismo sistemico.

La Commissione non arretra, i socialisti tentennano, la destra spinge, il PD si barcamena. I Cinque Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, unici a resistere con coerenza, hanno annunciato la loro adesione alla manifestazione di sabato 21 giugno a Roma, convocata dalla Rete Stop al Riarmo per Gaza. Giuseppe Conte ci sarà. Elly Schlein sarà in Olanda, ma alcuni esponenti del PD parteciperanno. Eppure, anche qui, c’è ambiguità. Perché nel frattempo i riformisti attaccano. Ogni passo contro la guerra diventa motivo di divisione, mentre la macchina bellica procede compatta, sostenuta trasversalmente.

Serve allora alzare la voce. Serve gridare che non possiamo accettare una normalità fatta di missili, silenzi e bambini polverizzati. Non si può più restare inerti mentre l’Europa si trasforma in un arsenale a cielo aperto, mentre le guerre per procura diventano sistema, mentre i governi democratici perdono ogni legittimità morale spalleggiando regimi assassini come quello di Netanyahu.

La manifestazione del 21 giugno non è solo un appuntamento. È un obbligo. Un dovere civile, politico, umano. Per Gaza, per l’Iran, per l’Ucraina, per tutte le vittime dimenticate. Per dire che non in nostro nome si finanziano stermini. Non in nostro nome si convertono i fondi della speranza in macchine di morte. Non in nostro nome si decide di proteggere i cuccioli e dimenticare i bambini sotto le bombe.

In un mondo dove l’aggressore diventa “buono” e l’aggredito “terrorista”, dove l’Occidente seleziona le guerre come fossero sfilate di moda, tocca a noi restare umani. Per davvero.

Israele, la lunga marcia del sionismo: tra terrorismo, suprematismo e dominio globale

Chi oggi osserva con orrore il genocidio in corso a Gaza e la brutalità dell’esercito israeliano verso il popolo palestinese, spesso ignora – o preferisce ignorare – che quanto accade non è una deviazione recente, né il frutto estemporaneo della politica di Netanyahu. È piuttosto la maturazione coerente di un’ideologia – il sionismo politico, nelle sue componenti più radicali – nata alla fine del XIX secolo e sviluppatasi, nel sangue e nel ferro, fino a farsi Stato, esercito e macchina globale di controllo.

Le origini: da Herzl a Ben Gurion

Il sionismo nacque come ideologia politica nell’Europa orientale a cavallo tra Otto e Novecento. Theodor Herzl, ebreo laico di Vienna, immaginò uno Stato ebraico moderno come soluzione alla “questione ebraica” in Europa. David Ben Gurion, di origini polacche, ne fu il più pragmatico interprete, guidando militarmente e politicamente la comunità ebraica in Palestina fino alla proclamazione dello Stato di Israele nel 1948. Ma già allora la purezza dell’ideale originario era contaminata da una deriva etnocentrica, suprematista, violenta.

Irgun, Lehi e Banda Stern: le radici nere dello Stato

Negli anni della lotta contro il Mandato britannico, si formarono organizzazioni armate che praticavano il terrorismo sistematico:
• Irgun, guidato da Menachem Begin, praticò attacchi indiscriminati contro arabi e britannici (come il celebre attentato al King David Hotel nel 1946).
• Lehi (conosciuto come Banda Stern), nato da una scissione dell’Irgun, fu una formazione apertamente neofascista che teorizzava un’autorità ebraica totalitaria, fondata sulla superiorità razziale e sulla repressione dei non ebrei.

Fu proprio il Lehi, nel 1941, a proporre un’alleanza militare al Terzo Reich. In una lettera indirizzata al governo nazista, i leader della Banda Stern proposero una collaborazione militare contro l’Inghilterra, in cambio del riconoscimento di uno Stato ebraico autoritario in Palestina. Il paradosso è solo apparente: l’antisemitismo hitleriano era secondario, per loro, rispetto alla necessità di combattere l’Impero britannico.

Questa pagina rimossa dai manuali scolastici dimostra che una parte del sionismo revisionista, razzista e autoritario, è nato guardando al fascismo europeo non come nemico, ma come modello.

Da terroristi a primi ministri

Questi gruppi non furono mai realmente sconfitti: furono assorbiti nel nuovo Stato di Israele. Menachem Begin divenne Primo Ministro. Yitzhak Shamir, altro ex della Banda Stern, divenne Ambasciatore all’ONU e poi a sua volta Primo Ministro.

È sotto Shamir che un giovane Benjamin Netanyahu – oggi alla guida del governo israeliano – muoveva i primi passi. Nell’intervista del 1985 recuperata da Mixer (oggi disponibile su RaiPlay), Netanyahu parla da ambasciatore e vice ambasciatore di Israele in America con una coerenza impressionante: l’idea di uno Stato ebraico egemone, armato fino ai denti, capace di intervenire ovunque nel mondo, viene espressa con freddezza da un uomo che, a differenza della diplomazia occidentale, sa perfettamente dove vuole arrivare.

La sua visione è lucida, cinica e coerente: difendere la superiorità militare israeliana, infiltrare l’opinione pubblica occidentale, isolare i nemici attraverso la propaganda e colpire con ogni mezzo chiunque si opponga al progetto di dominio.

Mossad: lo Stato nello Stato

In questa strategia, il Mossad – il servizio segreto esterno israeliano – svolge un ruolo cruciale. Poco raccontato dai media mainstream, il Mossad non è solo un’agenzia di intelligence, ma un’arma geopolitica autonoma, ramificata ovunque. Con una rete di infiltrati, agenti, fondazioni, contractor, lobbisti e giornalisti, il Mossad è in grado di destabilizzare governi, creare scandali, infiltrare movimenti e orientare le opinioni pubbliche.

Israele, grazie a questa rete, esercita un potere asimmetrico che va ben oltre la sua dimensione geografica: influenzando le agende politiche, economiche e militari di Stati “amici” e nemici, fino a mettere in scacco interi apparati.

La CIA, i servizi britannici, la NATO stessa hanno spesso agito in sinergia con il Mossad, ma è bene dirlo chiaramente: Israele gioca la propria partita, con cinismo assoluto, usando ogni alleato come un utile idiota temporaneo. I dossier, i ricatti, i pedinamenti, le intercettazioni: sono armi con cui il Mossad tiene “le palle” di chiunque possa ostacolare il disegno di potenza.

Operazione “Racing Lion”: la nuova fase del terrore

L’ultimo attacco israeliano all’Iran, con l’operazione segreta denominata “Racing Lion”, è solo l’ultimo capitolo di questa strategia offensiva globale. Mentre la stampa occidentale si concentra sulle centrali nucleari iraniane colpite da droni e aerei, passano sotto silenzio le esplosioni che hanno devastato interi quartieri della capitale Teheran: si parla di almeno venti autobombe fatte esplodere in punti strategici, contemporaneamente, in quella che appare come una vera e propria “campagna di caos coordinato”.

Questo non è un attacco improvvisato: è un piano minuziosamente pianificato, probabilmente da anni, con infiltrazioni profonde nei ranghi del potere iraniano. Gli agenti del Mossad in Iran non operano da settimane: sono lì da decenni, reclutando, sabotando, corrompendo, aspettando l’ora X.

L’obiettivo non è solo colpire i siti nucleari: è destabilizzare il regime teocratico dall’interno, generare panico e divisione, preparare il terreno per un cambio di regime o per un’escalation militare. Non è nemmeno escluso, in uno scenario ormai fuori controllo, che si possa arrivare all’uso dell’arma nucleare contro l’Iran. E se ciò accadesse, l’Occidente – complice e assuefatto – coprirebbe l’ennesimo crimine con la solita narrazione dell’“autodifesa”.

L’Occidente in ostaggio

Israele non è più (ammesso che lo sia mai stato) una piccola democrazia accerchiata da nemici. È oggi uno dei principali nodi dell’impero occidentale, una centrale di intelligence, propaganda, armamenti e sperimentazione tecnologica (spesso testata sulla popolazione palestinese).

Il genocidio in corso non è l’eccezione. È l’implementazione di un piano: espulsione forzata, annientamento culturale, occupazione definitiva. E chi si oppone, dentro o fuori Israele, viene annientato: fisicamente, politicamente, simbolicamente.

In tutto ciò, l’Europa tace. Anzi, applaude. L’Italia, Francia, Germania seguono docilmente la linea atlantista. I pochi che resistono – intellettuali, movimenti, alcuni giornalisti – vengono marchiati come antisemiti, anche se sono ebrei. La propaganda ha già colonizzato la lingua: non esiste più genocidio, esiste “autodifesa”. Non esistono più crimini, esiste “legittima sicurezza”.

Conclusione: la coerenza della barbarie

Netanyahu è coerente. Il sionismo radicale è coerente. Chi pensa di spiegare l’attuale comportamento del governo israeliano con l’“odio arabo” o con “il trauma dell’Olocausto” non ha capito niente. Questa è politica, non vendetta. È progetto, non paranoia. È dominio, non difesa.

Dalla Banda Stern ai bombardamenti su Gaza e Teheran, dalla lettera a Hitler al muro di separazione in Cisgiordania, dal Mossad ai deepfake diffusi per screditare le vittime: la linea è retta, inesorabile, perfettamente razionale.

Ma razionale, oggi, è anche sapere da che parte stare. E non è più tempo di silenzi.

La guerra c’è già: il nuovo ordine armato dell’Occidente

Viviamo immersi in una finzione collettiva, una narrazione anestetizzante che ci ripete ossessivamente: “Non è ancora la Terza guerra mondiale”. Eppure, mentre i cieli del Medio Oriente si illuminano di fuoco e l’Europa si arma come non accadeva dai tempi della Guerra Fredda, ciò che ci viene negato con le parole ci viene urlato con i fatti. La guerra non è alle porte. È già qui. E ha un solo mandante: l’Occidente collettivo.

Non è questione di fatalismo, ma di lucidità. L’aggressione israeliana all’Iran, l’invasione dell’Ucraina trasformata in trincea globale, l’espansione militare della NATO fino alle soglie della Russia, la demonizzazione dell’Iran, della Cina, della Corea del Nord, della Bielorussia, sono solo capitoli diversi di un medesimo libro: quello dell’egemonia armata di un ordine in crisi, incapace di accettare la fine della propria centralità.

La guerra come scelta strategica

Ci troviamo dinanzi a una scelta deliberata, non a un incidente della storia. Di fronte al declino sistemico del dominio americano e del suo blocco atlantico, l’Occidente ha rinunciato alla diplomazia multilaterale e ha scelto la forza. Ha preferito il ferro alla parola, il riarmo alla cooperazione, l’inganno alla verità. Invece di aprirsi al multipolarismo, ha cercato di rigettarlo come un corpo estraneo da espellere con la violenza.

È questo il vero volto della “guerra totale”: un conflitto che non ha confini né limiti, che si estende dal cyberspazio alla propaganda, dalle sanzioni economiche alle incursioni militari, e che si alimenta di menzogne sistematiche. Non ci troviamo di fronte a singole guerre locali, ma a un’unica guerra globale, combattuta a pezzi, per procura, ma con una regia comune. Quella della NATO, del Pentagono, delle lobby del riarmo, del capitalismo che si nutre di distruzione per sopravvivere.

Israele, Palestina e il genocidio silenzioso

Non possiamo più ignorare la realtà più crudele e disumana del nostro tempo: il genocidio in atto contro il popolo palestinese. Gaza è diventata il laboratorio dell’orrore, una prigione a cielo aperto ridotta a cumulo di macerie, dove civili, bambini, anziani e disabili vengono sterminati con l’avallo tacito o entusiasta delle potenze occidentali. L’occupazione militare, la pulizia etnica, i bombardamenti sistematici su ospedali, scuole, campi profughi, sono atti di genocidio deliberati, mascherati da operazioni di sicurezza.

Non si tratta più di conflitto tra due parti. È un massacro a senso unico, giustificato dall’ideologia suprematista che governa oggi Israele, saldamente alleato con l’Impero del Caos. E l’Occidente, invece di intervenire per fermare questa tragedia, si fa scudo e complice, armando, proteggendo, giustificando. L’orrore di Gaza è il cuore pulsante della guerra globale che l’Occidente sta conducendo non solo contro i governi, ma contro i popoli, contro la dignità umana.

Medio Oriente, Ucraina e altri focolai: un unico fronte

Israele, spalleggiata senza remore da Washington e dalle cancellerie europee, ha trasformato Gaza in una distesa di rovine, ha ora puntato i suoi missili contro l’Iran e minaccia di espandere il conflitto al Libano. In parallelo, l’Ucraina continua a essere sacrificata sull’altare della strategia atlantica. Gli accordi di Minsk sono stati, come ormai ammesso dagli stessi protagonisti, solo una cortina di fumo per guadagnare tempo. Tempo per armare, addestrare, e infine scatenare la guerra contro Mosca.

Ma non finisce qui. I focolai si moltiplicano in silenzio. Dallo Yemen martoriato dai bombardamenti sauditi con armi occidentali, alla Somalia dimenticata, dalla Siria ancora sotto attacco, al Sahel destabilizzato da anni di operazioni francesi fallimentari e neocoloniali, fino all’Asia sudorientale, dove cresce la pressione militare su Taiwan e il Mar Cinese Meridionale. Siamo di fronte a un’escalation globale, a una proliferazione di guerre dirette o per procura, alimentate da interessi geoeconomici e dalla paranoia securitaria dell’Occidente.

Tutto è guerra, e tutto è funzionale a un unico obiettivo: impedire la nascita di un ordine mondiale multipolare che possa sottrarsi al giogo dell’impero.

Israele e il culto della morte

L’ultima fase di questa guerra sistemica ha assunto i tratti di un delirio teologico-ideologico. Il devastante attacco all’Iran da parte del governo sionista, psicopatologico nella sua concezione etno-suprematista della storia, non è solo un’operazione militare. È la dichiarazione esplicita di un culto della morte. Un’offensiva genocida che ha come obiettivo l’annientamento dell’altro, non la sua sconfitta. Un attacco chirurgico alla leadership politica e militare iraniana, mirato a decapitare lo Stato e a provocarne il collasso.

Tutto questo è avvenuto con il pieno coordinamento del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che non solo ha dato il via libera all’operazione, ma l’ha anche rivendicata pubblicamente con il suo stile sgrammaticato e infantile. Dietro i suoi post sconclusionati, si cela una strategia glaciale: non trattate, non negoziate, non opponetevi. Accettate il mio accordo o morite.

È lo stesso schema che portò all’assassinio di Qassem Soleimani nel 2020, mentre era in missione diplomatica. È la stessa logica dietro l’eliminazione sistematica dei vertici dell’IRGC e della leadership iraniana, inclusa la misteriosa morte del presidente Raisi e del ministro degli Esteri Abdollahian. È il medesimo copione: colpire, umiliare, sradicare, piegare. Costruire un cambio di regime con il sangue e le macerie.

Un attacco a Teheran significa minacciare direttamente la sopravvivenza dell’intero asse eurasiatico. È una guerra preventiva contro i BRICS, una mossa disperata per impedire l’integrazione economica tra Russia, Cina, Iran, India e America Latina. Il vero obiettivo è spezzare il cuore energetico e geopolitico del Sud globale.

Una guerra preventiva contro i BRICS

L’attacco all’Iran non è soltanto un’aggressione regionale. È parte di una guerra preventiva globale contro il nucleo energetico e strategico dei BRICS. Teheran, infatti, è al centro di corridoi logistici, infrastrutturali ed economici fondamentali per la nuova architettura multipolare eurasiatica, come il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC) che connette Iran, Russia e India. Distruggere l’Iran significa minare alla base la connessione tra i tre poli orientali che sfidano la centralità atlantica.

Chiudere lo Stretto di Hormuz, minaccia sempre più concreta, equivarrebbe a un colpo devastante per l’economia globale e segnerebbe la fine della pax petrolifera occidentale. Per questo l’Iran è stato addormentato con false trattative, sedato da promesse diplomatiche, poi colpito quando era più vulnerabile.

Washington, ancora una volta, ha scelto il caos come strategia. E ora siamo sull’orlo del baratro.

Il mito di Trump “pacificatore”

A chi si illudeva che la rielezione di Donald Trump potesse rappresentare una frenata al conflitto globale, i fatti stanno dando una risposta brutale. L’ex tycoon non ha alcuna intenzione di disinnescare l’ordigno planetario innescato dal complesso militare-industriale. Anzi, la sua retorica aggressiva e il suo sostegno incondizionato a Netanyahu stanno contribuendo ad accelerare il collasso del sistema internazionale.

Trump rappresenta, in realtà, la maschera populista dello stesso potere guerrafondaio che oggi domina l’Occidente. Un potere che non conosce dissenso interno, che ha annientato ogni residuo di autonomia politica nelle capitali europee, ridotte a eco sbiadite della Casa Bianca. Anche laddove emergono tensioni tattiche tra Washington, Berlino, Varsavia o Bruxelles, il fine strategico resta lo stesso: mantenere l’egemonia con ogni mezzo, anche quello del terrore.

Il riarmo europeo e la logica dell’apocalisse

Nel marzo scorso, il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che dovrebbe far tremare ogni sincero pacifista: un piano di riarmo colossale, che prepara il continente a un conflitto su larga scala non solo con la Russia, ma anche con chiunque sfidi l’unilateralismo occidentale. L’Iran, la Cina, la Corea del Nord, la Bielorussia: tutti “nemici ufficiali” di un’Unione che ha ormai abbandonato ogni pretesa di autonomia diplomatica, trasformandosi in una succursale bellica della NATO.

Il riarmo non è un’opzione, ma una scelta ideologica. Significa sottrarre risorse alla sanità, all’istruzione, alla riconversione ecologica, per investirle nei missili, nei tank, nei droni armati. È la costruzione metodica di una guerra totale che, se non fermata, ci condurrà dritti verso l’autodistruzione.

Contro il blocco della menzogna

Non si può invocare la pace senza schierarsi. Chi oggi si limita a generiche dichiarazioni pacifiste senza denunciare il ruolo della NATO, dell’Unione Europea, degli Stati Uniti, e del sionismo aggressivo di Israele, mente o si autoinganna. Il vero fronte della pace è quello che dice no all’Occidente guerrafondaio, che si oppone al blocco della menzogna e dell’inganno, che smaschera la propaganda di guerra mascherata da informazione.

Questo fronte deve essere ampio, popolare, determinato. Deve includere lavoratori, giovani, intellettuali non allineati, migranti, donne, popoli oppressi. È il tempo di costruire una nuova resistenza planetaria che metta al centro la giustizia e la sopravvivenza, non il dominio e l’annientamento.

Ultima chiamata per l’umanità

L’intero pianeta oggi è ostaggio di un culto della morte. Un culto che si manifesta con un disprezzo assoluto per la vita umana, per il diritto internazionale, per la verità storica. Un culto armato fino ai denti, con accesso illimitato alla potenza nucleare, guidato da fanatici messianici che si autoproclamano “scelti” e considerano chiunque altro un “amalek”, un nemico da annientare.

La guerra non è più una possibilità. È una realtà. La domanda non è se arriverà, ma come e quando finirà. E la risposta, oggi più che mai, dipende da noi.

O reagiamo, o scompariamo.

L’ombra lunga del secolo breve: il progetto imperiale dietro la Terza Guerra Mondiale

C’è un filo rosso — insanguinato — che lega Hiroshima a Gaza, Baghdad a Teheran, Belgrado a Kiev. Un filo che attraversa il secolo breve, lo supera, e giunge fino a noi, in questo presente dove l’odore di carne bruciata si mescola con l’odore di propaganda. È il filo della guerra permanente, del dominio imperiale, della strategia dello shock elevata a sistema globale.

Quello che oggi viviamo non è un conflitto improvviso, ma l’ultimo atto di una guerra iniziata da tempo. La chiamano Terza Guerra Mondiale, ma in realtà è la prosecuzione della Seconda con altri mezzi e nuovi algoritmi. È la guerra del capitale contro ogni resistenza, la guerra dell’Occidente declinante contro chiunque osi alzare la testa. Un progetto che ha radici antiche, ma che ha trovato nel 1989 — anno simbolo della “fine della storia” — il suo trampolino finale.

Dalla Guerra Fredda al dominio unipolare

Dopo la caduta del Muro di Berlino, il mondo avrebbe potuto imboccare la via della cooperazione multipolare. E invece è stata scelta la strada del dominio unipolare: gli Stati Uniti, autoproclamatisi “poliziotti del mondo”, hanno deciso che ogni ostacolo alla loro egemonia doveva essere rimosso, con le buone o — quasi sempre — con le cattive.

La dottrina Wolfowitz, scritta nei primi anni ’90, fu chiara: impedire l’ascesa di qualsiasi potenza rivale, a qualunque costo. E così cominciò l’assalto. Prima la Jugoslavia, bombardata nel 1999 in nome dell’“intervento umanitario”. Poi l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, la Siria. Ogni Paese che tentava di mantenere una sovranità autonoma, veniva etichettato come “dittatura” e aggredito in nome della libertà. Gli eserciti della NATO diventavano crociati laici del nuovo ordine globale.

Nel frattempo, Israele — partner strategico mai discusso — la più grande base militare americana del mondo abitata anche da civili- portava avanti il suo progetto coloniale in Palestina, sotto la copertura permanente degli Stati Uniti e del silenzio europeo. Una lunga operazione di pulizia etnica e annientamento dell’identità palestinese, ora accelerata verso l’obiettivo finale: la totale cancellazione della possibilità di uno Stato palestinese.

Il documento “Clean Break” e la strategia sionista

Nel 1996, un gruppo di neoconservatori statunitensi guidati da Richard Perle consegnò a Netanyahu un piano dettagliato: A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm. Un documento programmatico che prevedeva il rovesciamento dei regimi ostili in Medio Oriente (Iraq, Siria, Iran), la rottura con i processi di pace di Oslo, la supremazia assoluta di Israele nella regione. Quel documento non è rimasto lettera morta: è diventato la stella polare della politica israeliana degli ultimi trent’anni.

Quello che oggi vediamo accadere in Iran — l’operazione “Leone Nascente” — è la prosecuzione di quel disegno. Non c’entra la minaccia nucleare, come ipocritamente sostengono i governi occidentali: c’entra il controllo del Medio Oriente, lo smantellamento di ogni opposizione, la ridefinizione geopolitica della regione sotto il tallone di ferro israelo-statunitense.

L’Europa ridotta a colonia

E l’Europa? Ridotta a colonia intellettuale e militare degli Stati Uniti. Un continente che ha svenduto la propria autonomia strategica in cambio di sicurezza immaginaria. Dal silenzio complice sul genocidio a Gaza all’invio continuo di armi in Ucraina, passando per l’appoggio incondizionato a ogni provocazione israeliana: la UE è ormai un vassallo senza orgoglio. E l’Italia, nel suo piccolo, è la caricatura di questa sottomissione: Tajani, Meloni, Crosetto si muovono come comparse, recitando battute scritte altrove.

Il ministro degli Esteri parla di “diritto alla difesa preventiva”, la premier si allinea a Trump offrendo Roma come teatro di finte trattative, mentre le navi italiane pattugliano i mari come guardie private dell’impero. Nessuno osa dire la verità: che siamo complici di un crimine internazionale, che stiamo alimentando una guerra globale dalle conseguenze potenzialmente apocalittiche.

La dottrina dell’annientamento: Hiroshima 2.0

Siamo entrati in una fase nuova e tragica. Quella in cui non si cerca più la pace, ma la vittoria finale. E per ottenerla, i nostri “alleati” sono pronti a tutto, persino all’uso dell’arma atomica. Lo ha detto chiaramente Netanyahu: l’Iran non deve esistere come potenza nucleare. Ma chi ha nominato Israele giudice supremo del mondo? Chi ha stabilito che possa uccidere generali, scienziati, politici, a migliaia di chilometri da casa, con bombe guidate da intelligenza artificiale? Chi ha dato il via libera a questo omicidio di massa?

La verità è che ci stiamo avvicinando a una nuova Hiroshima. Una Hiroshima digitale, chirurgica, normalizzata. Dove le testate sono lanciate da droni invisibili, dove le vittime non sono mai contate, e dove l’opinione pubblica è narcotizzata da media che parlano solo di “attacchi mirati”, “operazioni preventive”, “minacce alla sicurezza”. Linguaggio da film distopico che è diventato realtà quotidiana.

L’ora più buia dell’umanità

Non siamo più in tempo per scongiurare la guerra. Ci siamo già dentro. Ma possiamo ancora scegliere da che parte stare. Possiamo ancora alzare la voce, gridare che questo sistema è marcio, assassino, terminale. Possiamo ancora rifiutare la logica perversa del dominio, dello sterminio programmato, della civiltà costruita sulle macerie altrui.

Oppure possiamo accettare tutto. Rassegnarci. Fingere che non ci riguarda. Lasciar fare ai “grandi”, come se la loro follia non portasse anche noi al macello.

Ma allora non meriteremo neanche di essere ricordati. Saremo i testimoni muti della fine, gli ultimi cittadini dell’Impero, gli idioti digitali del collasso.

E invece, io continuo a credere che ci sia un’altra strada. Una strada di resistenza, di verità, di insubordinazione morale e culturale. Perché se è vero che stiamo vivendo l’ora più buia, è proprio ora che dobbiamo accendere la nostra luce.

Il fuoco globale acceso dai pazzi: la Terza Guerra Mondiale è già cominciata

Ci avevano detto che sarebbe bastato votare, parlare, pregare. Ci avevano illuso che la diplomazia, anche zoppa, sarebbe bastata per scongiurare l’abisso. Invece siamo già dentro. In un conflitto mondiale a pezzi, disseminato come una bomba a grappolo sull’intero pianeta. Un conflitto che ha smesso da tempo di essere un rischio e si è trasformato in certezza. È la Terza Guerra Mondiale, e non è più alle porte: ci dorme accanto.

Le prime avvisaglie erano state ignorate, minimizzate, addomesticate. La retorica della de-escalation, sbandierata a ogni summit, era soltanto un paravento, un velo ipocrita dietro cui si preparavano le mappe dei bombardamenti, le liste di obiettivi umani, le rotte dei droni assassini.

Israele ha colpito. Ancora. Ma questa volta non si è limitato alla Palestina, martoriata e ridotta in polvere da mesi. Ha attaccato direttamente l’Iran, scatenando un’operazione che non è altro che un atto di guerra su scala totale. Duecento obiettivi militari colpiti, vertici militari decapitati, laboratori nucleari distrutti, centinaia di morti. Un’escalation che ha innescato la risposta iraniana, con piogge di missili su Gerusalemme e Tel Aviv. Non servono esperti militari per capire dove stiamo andando: verso il baratro, senza freni, senza morale, senza futuro.

E non c’è innocenza nei governi occidentali. Non c’è ingenuità, ma solo complicità. Gli Stati Uniti sapevano, hanno collaborato, hanno benedetto l’operazione come parte di un disegno più ampio, antico, studiato. Trump gioca al negoziatore di pace mentre stringe la mano insanguinata di Netanyahu. L’Italia, da parte sua, si è schierata senza ambiguità: sostiene Tel Aviv, giustifica l’aggressione definendola “preventiva”, difende “l’esistenza di Israele” come se questo bastasse a legittimare ogni massacro, ogni sterminio, ogni crimine di guerra.

Giorgia Meloni, senza vergogna, offre Roma come tavolo di trattativa tra chi bombarda e chi è bombardato. Non una parola sull’illegalità dell’attacco, non una condanna, non un gesto di indipendenza. Solo la coda tra le gambe e il cappello in mano. La diplomazia italiana è una farsa, un ingranaggio nella macchina di morte a stelle e strisce. E l’Unione Europea? Un guscio vuoto, balbettante, privo di visione, servo delle strategie atlantiche.

È finita. O meglio: è iniziata. L’era della guerra perenne, come l’avevano teorizzata i think tank neocon, ha messo radici nella realtà. Come dice Jeffrey Sachs, non stiamo più giocando con la politica: stiamo giocando con i fiammiferi. I nostri governi — italiani, europei, americani — sembrano bambini incoscienti che bruciano mappe e diplomazie sul tavolo della Storia, incuranti del fatto che il mondo sta per prendere fuoco del tutto.

La cosiddetta “guerra contro il terrorismo” si è trasformata nella guerra contro l’umanità. E non c’è luogo in salvo. La Palestina è già rasa al suolo. L’Iran è colpito al cuore. Il Libano attende il suo turno. L’Ucraina è diventata il laboratorio bellico permanente della NATO. La Russia è incastrata nel pantano. La Cina è sotto tiro con l’embargo tecnologico e l’accerchiamento militare. E nel frattempo, milioni di esseri umani vengono sacrificati come comparse silenziose in questo teatro di morte.

Non c’è più tempo per le analisi tiepide. Non c’è spazio per i “ma anche”, per le sfumature complici, per la viltà intellettuale. O si è dalla parte della vita o si è dalla parte dell’estinzione.

Oggi il mondo è ostaggio di una manciata di criminali che, in nome di un disegno imperiale vecchio di decenni, stanno portando l’umanità verso l’irrimediabile. E il popolo? Ipnotizzato, addomesticato, bombardato da una stampa che ripete le bugie del potere con zelo religioso. Non alza lo sguardo. Non protesta. Non si ribella. Come nel film Don’t Look Up, ma con una differenza tragica: l’asteroide non è metafora, è reale. E sono missili, testate, armi atomiche, soldati, bombe all’uranio impoverito. E noi, noi tutti, chiusi nei rifugi del nostro silenzio, stiamo già morendo. Prima ancora del colpo finale.

Per questo oggi bisogna gridarlo con forza, con coraggio, con disperata lucidità: siamo in pericolo. Tutti. Umani, animali, piante, mari, montagne, civiltà. Il pianeta è sull’orlo dell’autodistruzione e i governi non vogliono fermarsi. Anzi, accelerano. Per avidità, per potere, per delirio.

Noi che vediamo, che sentiamo, che pensiamo, dobbiamo scegliere. Non c’è più tempo per le mezze misure. O si sta con l’umanità o con il disumano. O si accende la coscienza oppure si finisce tra le macerie.

È il tempo dell’insubordinazione morale. È il tempo della verità. È il tempo della resistenza.

La guerra che non esiste: annientamento delle coscienze e manipolazione del reale

Viviamo immersi in una menzogna dolce, somministrata in microdosi giornaliere, come un anestetico che non addormenta ma desensibilizza. Un mondo ribolle sotto le bombe, sotto i bulldozer, sotto i razzi che stanotte hanno colpito i siti nucleari iraniani. Ma noi, qui, in Occidente, andiamo al mare. Scrolliamo notizie con la stessa disinvoltura con cui scegliamo una playlist. Il genocidio è diventato sfondo, il massacro rumore bianco. Nulla ci sveglia. Nulla ci tocca. Nulla sembra esistere davvero.

Eppure siamo già in guerra.

Ma è una guerra che non ha nome. Una guerra che non si dichiara, che non interrompe i palinsesti, che non sospende i talk show. È una guerra della quale si nega l’esistenza, perché troppo ingombrante, troppo divisiva, troppo reale. È la guerra dell’egemonia semantica, quella che Noam Chomsky ci aveva già raccontato nella metafora della rana bollita: non ci accorgiamo che la temperatura sale, che i diritti evaporano, che le parole mutano senso — finché non è troppo tardi.

Quello che sta accadendo oggi in Medio Oriente, in Ucraina, e nei centri di potere occidentali non è solo un’escalation bellica. È un’opera di mielizzazione della ragione, come la definisce Lavinia Marchetti. Una dolcificazione del terrore, un impacchettamento semantico della violenza. Una lingua che non descrive la realtà, ma la costruisce. Una lingua che trasforma la carne bruciata in “effetti collaterali”, i bambini massacrati in “tragici bilanci”, le stragi di civili in “azioni chirurgiche”.

Questa non è più solo propaganda: è annientamento delle coscienze.

Il giornalismo come apparato bellico

Ogni genocidio ha bisogno della sua grammatica. Lo sapevano i regimi totalitari, lo sa oggi il sistema neoliberale travestito da democrazia. Non c’è bisogno di censure dirette se si controllano le narrazioni. Basta raccontare le cose in un certo modo. O non raccontarle affatto.

Maurizio Molinari, caposervizio esteri di Repubblica, diventa così il terapeuta del massacro: Israele “non ha scelta”, Israele “agisce con precisione”, Israele “risponde al massacro”. In questa narrazione, non esistono colonizzati, non esistono occupanti: esistono solo traumi da elaborare con strumenti militari. Il linguaggio diventa scudo, giustificazione, complice.

Paolo Mieli non urla, ma plasma il passato per giustificare il presente. Come se l’espulsione di 750.000 palestinesi fosse una “conseguenza accidentale” e non una strategia di pulizia etnica. Il suo ruolo è quello del custode storico del revisionismo funzionale.

Capezzone, Ferrara, Cerasa, Giordano e Severgnini sono solo maschere diverse della stessa tragedia. Alcuni estremizzano, altri intellettualizzano. Ma il risultato non cambia: il genocidio diventa compatibile. Accettabile. Digestibile.

L’Ucraina: l’altra faccia della stessa moneta

Lo stesso meccanismo si replica nella narrazione sulla guerra in Ucraina. L’invasione russa — indubbiamente reale e tragica — è diventata il cavallo di Troia per un racconto univoco e binario, dove tutto ciò che non si allinea al verbo NATO è putinismo.

Non una parola sul colpo di Stato del 2014, non una riga sul massacro di Odessa, sul battaglione Azov, sull’allargamento della NATO a Est nonostante le promesse fatte a Gorbaciov. Ogni tentativo di inserire complessità viene scartato, schernito, ridotto a “propaganda russa”. Il giornalismo ha abdicato al suo compito di vigilanza per diventare ufficio stampa dei governi atlantici.

L’attacco all’Iran e la finta amnesia occidentale

E intanto, mentre ci parlano di sicurezza, Israele bombarda i siti nucleari iraniani con il supporto logistico e tecnologico degli Stati Uniti. E Trump, oggi di nuovo presidente, alza le mani: “Non ne sapevo nulla”. Una menzogna talmente grottesca da non meritare confutazione. Perché in Medioriente, come ben sanno persino i pastori del Golan, nulla si muove senza il benestare degli Stati Uniti.

Eppure anche questa operazione — gravissima, potenzialmente catastrofica — viene relegata ai margini del discorso pubblico. Non ci sono speciali in prima serata, non ci sono appelli alla pace. C’è solo un’altra finestra oscurata. Un’altra rana che si abitua all’acqua bollente.

La guerra invisibile dentro di noi

La vera guerra non si combatte solo a Gaza o a Kiev. Si combatte dentro di noi. È la guerra alle parole. È la guerra alle coscienze. È la guerra che ci vuole spettatori, anestetizzati, indifferenti. È la guerra che fa della neutralità un alibi, della moderazione una forma di viltà.

L’Europa, che doveva essere il continente della memoria, ha imparato a dimenticare. L’Italia, che si dice democratica, è muta davanti al genocidio. E chi parla — chi nomina la realtà per quella che è — viene bollato come estremista, antisemita, o complottista.

La censura oggi non ha bisogno di divieti: basta rendere invisibile ciò che è intollerabile. Basta mescolare i nomi, confondere i numeri, occultare i soggetti. Così il massacro diventa “escalation”, il genocidio diventa “guerra simmetrica”, i bambini diventano “scudi umani”.

Conclusione: Don’t Look Up – l’asteroide siamo noi

In un mondo dove il linguaggio è diventato arma e il silenzio forma di complicità, il paragone con il film Don’t Look Up diventa inevitabile. Nel film, un asteroide sta per distruggere la Terra, ma la maggioranza delle persone, anestetizzate dalla superficialità mediatica, dall’intrattenimento di massa e dalla fiducia cieca nell’autorità, si rifiuta letteralmente di guardare in alto.

Oggi, quell’asteroide non è una roccia dallo spazio. Sono i missili che cadono sulle case a Rafah, sono i bambini palestinesi avvolti nel cemento, è il piano di riarmo europeo, che con parole soporifere, ci sta preparando ad un conflitto contro la Russia, sono le colonne di carri armati al confine russo, sono le basi NATO che spuntano come metastasi, è l’oblio mediatico delle stragi in corso, sono gli attacchi preventivi contro l’Iran mentre si nega l’evidenza, è la censura preventiva dell’indignazione.

E noi? Non guardiamo in alto. Non guardiamo neanche in faccia la realtà. Siamo diventati i protagonisti reali di quel film distopico. Solo che questa volta il finale è nostro. E non è scritto.

È tempo di strappare il velo. Di guardare davvero. Di smettere di dire “non lo sapevamo”. Perché lo sappiamo benissimo. Lo abbiamo sempre saputo. Ma il vero crimine non è ignorare: è sapere e restare in silenzio.

Italia malata di priorità: mentre si taglia la sanità, cresce la spesa per le armi

Nel cuore di un’Italia sempre più divisa tra bisogni primari disattesi e scelte politiche miopi, il nuovo allarme arriva dalla sanità pubblica. Secondo un’analisi indipendente della Fondazione Gimbe, nel 2024 ben 4 milioni di italiani hanno rinunciato a prestazioni sanitarie a causa dei tempi d’attesa troppo lunghi. Un dato sconcertante che fotografa, in maniera cruda, lo stato di abbandono del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), ormai incapace di rispondere ai bisogni reali di salute della popolazione.

La percentuale della popolazione che ha rinunciato a curarsi per le liste d’attesa è passata in soli due anni dal 4,2% del 2022 al 6,8% del 2024, con un aumento di oltre 1,5 milioni di persone. In parallelo, anche le difficoltà economiche giocano un ruolo determinante: 3,1 milioni di italiani hanno rinunciato alle cure nel 2024 perché non potevano permettersele. La sanità universale, gratuita e accessibile per tutti, sancita dalla Costituzione, si sta sgretolando sotto i colpi del neoliberismo mascherato da “razionalizzazione della spesa”.

Propaganda e realtà: due Italie che non si parlano

Il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, ha tracciato un confine netto tra la propaganda governativa e la realtà quotidiana dei cittadini: una realtà fatta di attese interminabili, sofferenze silenziose e scelte impossibili tra pagare una visita privata o fare la spesa.

Nel biennio 2023-2024, l’aumento della rinuncia alle cure è stato trainato principalmente dalle lunghe liste d’attesa, con un’impennata del 51%. Un dato che dovrebbe far tremare i polsi a qualsiasi governo realmente interessato alla salute pubblica. Eppure, la risposta istituzionale è stata il silenzio. O, peggio, la distrazione pianificata.

Il paradosso di un Paese che spende per la guerra ma non per la vita

Mentre milioni di italiani sono costretti a rinunciare a esami diagnostici, visite specialistiche o interventi chirurgici, il governo Meloni si impegna pubblicamente ad aumentare la spesa militare fino al 5% del PIL nei prossimi anni. Una scelta non solo economicamente irresponsabile, ma eticamente inaccettabile.

A cosa serve blindare i confini, acquistare caccia bombardieri e finanziare missioni all’estero, se dentro casa nostra i cittadini muoiono in lista d’attesa? Quale idea di “sicurezza” può giustificare l’abbandono della cura e della prevenzione, i pilastri della vera civiltà democratica?

È questa la contraddizione esplosiva del nostro tempo: la guerra viene finanziata con regolarità, la pace sociale, invece, viene elemosinata. La salute è trattata come un costo da contenere, l’apparato militare come un investimento strategico.

Un Paese che si ammala due volte: nel corpo e nell’anima

La rinuncia alle cure non è solo un indicatore sanitario. È una ferita profonda nella tenuta morale e sociale del Paese. Quando milioni di persone sono costrette a scegliere se curarsi o no, non siamo più solo in presenza di una crisi sanitaria, ma di una vera e propria emergenza democratica. Una democrazia che non cura i suoi cittadini è una democrazia che abdica al suo compito fondamentale.

Eppure, la narrazione dominante continua a presentare le difficoltà della sanità pubblica come inevitabili, tecniche, gestionali. Come se non fosse il frutto di scelte politiche consapevoli, che da anni dirottano risorse verso privatizzazioni, esternalizzazioni, tagli lineari e, oggi più che mai, verso il riarmo.

Ribaltare la rotta: dalla retorica dell’emergenza alla giustizia sanitaria

Serve un’inversione radicale di rotta. Non bastano più le promesse e i proclami, né i bonus una tantum o le riforme spot. Serve un piano straordinario di assunzione di personale sanitario, investimenti strutturali negli ospedali pubblici, riduzione effettiva delle liste d’attesa, lotta all’intramoenia selvaggia e fine dei ticket sulle prestazioni essenziali.

Ma soprattutto, serve una riflessione collettiva su quali siano le vere priorità del Paese: la guerra o la salute? La spesa militare o il diritto alla vita? Il controllo sociale o la cura delle persone?

Il tempo delle scuse è finito. Il tempo del silenzio è complice. Chi oggi sceglie di non finanziare la sanità pubblica, sceglie deliberatamente di condannare milioni di italiani alla malattia e alla solitudine.

Oltre il confine: la deportazione come sintomo terminale del capitalismo globale

«Chi saranno i prossimi deportati?»
Non è una domanda retorica. È una profezia che si scrive ogni giorno, nei campi di detenzione, nei barconi respinti, nei vagoni blindati dell’indifferenza. La deportazione, quella parola che un tempo evocava i forni crematori, le divise a righe e l’orrore organizzato della modernità nazista, è tornata a far parte del lessico quotidiano della governance globale. Ma oggi non fa più scandalo. Non urla. Non interrompe i talk show. È diventata amministrazione ordinaria. Procedura. Misura precauzionale. Dispositivo di sicurezza.

Eppure, proprio questa “normalità” è il segnale più allarmante. È l’indizio che il capitalismo tardo-imperiale ha raggiunto un punto di non ritorno: incapace di riformarsi, privo di un’alternativa interna, cieco alle sue stesse contraddizioni, si avvita su se stesso e genera mostri.

La deportazione è un metodo, è l’effetto

La deportazione è un metodo tra i tanti generati dal capitalismo, oramai alla fine della sua fase storica: è solo l’effetto brutale di un capitalismo giunto al suo stadio terminale, un sistema neoliberista degenerato che ha smesso da tempo di rappresentare il benessere collettivo e non ha più alcuna possibilità — né volontà — di democratizzarsi.
È l’esito diretto di una governance fondata sull’esclusione sistematica, sull’espulsione degli indesiderabili, sulla disumanizzazione dell’altro. La deportazione, quindi, non spiega nulla: è ciò che va spiegato. Ed è spiegabile solo guardando al cuore stesso del sistema che la produce e la normalizza.

Non si tratta più solo di politiche migratorie. La deportazione è ormai un paradigma di governo, un modello ideologico che risponde a una precisa esigenza di sistema: espellere gli scarti. Gli indesiderabili. I superflui. Non più soltanto “clandestini”, ma disoccupati cronici, poveri strutturali, dissidenti, minoranze etniche, e perfino cittadini europei che per un motivo o per l’altro non si incastrano più nel mosaico tossico della produttività, dell’ordine, della conformità algoritmica.

Il capitalismo, giunto al suo stadio di degenerazione autoritaria, non contempla più né l’inclusione né la redistribuzione. Non può. Le sue contraddizioni sono troppo profonde: i profitti dipendono dall’espulsione, la crescita dalla guerra, la sicurezza dall’esclusione. In questo scenario, la deportazione diventa il linguaggio stesso del potere.

Italia: dal CPR all’Albania, la frontiera esternalizzata

In Italia, il governo Meloni ha fatto dell’esternalizzazione della detenzione il proprio vanto internazionale. I CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio) sono già lager amministrativi — lo sappiamo, li denunciamo da anni — ma non bastano più. Serve qualcosa di più estremo, di più mediaticamente efficace. E allora si stipula un patto con l’Albania per costruire strutture extraterritoriali dove rinchiudere i migranti, neutralizzando diritti, avvocati, giurisdizioni.

Chiusi lì, fuori dallo sguardo dell’opinione pubblica e delle norme europee, i migranti diventano merce residuale, numeri da spostare, corpi da disciplinare. Sono persone deportate non perché abbiano commesso un crimine, ma perché la loro sola esistenza è diventata un problema da risolvere.

Gaza: lo spostamento come pretesto per lo sterminio

A Gaza, la deportazione si consuma in una forma ancora più brutale e disumana. Non è un trasferimento coatto, ma una strategia di svuotamento etnico. Si bombardano ospedali, scuole, quartieri, e poi si ordina agli abitanti superstiti di spostarsi. Verso sud. Sempre più giù. Come in un videogioco apocalittico, il nemico da eliminare è l’intero popolo palestinese.

Oggi si stimano oltre 55.000 morti, ma mancano all’appello quasi 200.000 persone, scomparse nei meandri di un conflitto che è in realtà una guerra di annientamento, un genocidio fondato anche sulla deportazione progressiva. Netanyahu parla di sicurezza, ma applica la logica dell’esproprio coloniale e del reinsediamento forzato. È lo stesso schema con cui nel XX secolo venivano “bonificate” le terre per il profitto agricolo o industriale. Solo che oggi il suolo non serve per piantare alberi, ma per costruire muri.

USA: deportazioni di massa e la vendetta del suprematismo

Negli Stati Uniti, Trump ha già riaperto la stagione delle deportazioni di massa, e sebbene la narrativa ufficiale le presenti come misure “contro i criminali stranieri”, i numeri parlano chiaro: migliaia di famiglie, anche con minori, vengono rastrellate e smembrate. Molti non hanno precedenti penali. Molti sono regolari. Alcuni persino cittadini.

L’aspetto inquietante è che tra i detenuti nei centri ICE e nei circuiti segreti della detenzione extralegale (Guantanamo compresa), emergono anche cittadini europei, perfino italiani. Non sono migranti economici. Sono “indesiderati politici”, “disturbatori”, “fuori linea”. La logica è sempre la stessa: chi non serve al sistema, chi non è conforme, viene espulso, ridotto al silenzio, deportato.

Dopo gli indesiderati, chi sarà il prossimo?

Questa è la domanda che ci perseguita. Dopo i migranti, i profughi, i poveri, chi saranno i prossimi? I disabili? I senzatetto?

Gli oppositori politici?  Gli attivisti climatici? I sindacalisti? Gli intellettuali fuori coro?
L’esperienza del Novecento ci insegna che i regimi non si fermano ai confini tracciati all’inizio. L’eccezione diventa regola. Il lager diventa legge. Il campo si allarga. Il silenzio, se complice, diventa partecipazione.

Non si tratta di un’esagerazione. Si tratta di una diagnosi storica. E chi oggi minimizza o razionalizza le deportazioni è lo stesso che un domani giustificherà le camere di sicurezza permanenti, i confini elettronici, i domicili digitali, i licenziamenti politici. Perché la logica dell’esclusione è come un virus: muta, si adatta, sopravvive.

Conclusione: la fine della civiltà o l’inizio della resistenza

La deportazione non è solo un fatto amministrativo. È una dichiarazione di guerra contro l’umano. È il sintomo di un sistema che ha smesso di funzionare per il benessere collettivo e che ora si difende escludendo, isolando, sterminando. Con ordine. Con disciplina. Con efficienza.

Ma proprio da questa disumanizzazione può sorgere una nuova coscienza di resistenza. Non quella che si limita a denunciare l’orrore, ma che lo combatte, lo ostacola, lo nomina. Che chiama le cose col loro nome. E che si prepara, lucidamente, a difendere l’umano in ogni sua forma, perché sa che la domanda non è più “quando arriveranno i deportati?”, ma “cosa faremo quando toccherà a noi?”

Oltre il Referendum: Costruire la Resistenza Popolare per la Pace e la Giustizia Sociale.

Oggi torniamo a resistere. Non da sconfitti, ma da sopravvissuti. Da esseri umani che hanno scelto di non inginocchiarsi davanti alla macchina perfetta dell’oppressione. Da cittadini che non accettano l’indifferenza come destino, né la resa come alternativa. La lotta non è mai stata una moda o una nostalgica celebrazione del passato. È un respiro lungo, spesso silenzioso, ma sempre vivo. È ciò che ci tiene in piedi in tempi come questi, dove il diritto diventa privilegio e la dignità merce.

Il referendum non ha raggiunto il quorum, è vero. Ma chi si ferma alle cifre ignora la profondità di un moto che ha attraversato il Paese. Ha coinvolto milioni di coscienze. Ha aperto un varco nel silenzio mediatico, nel conformismo culturale, nella paura sistemica. Ci hanno detto che eravamo pochi. Ma siamo stati milioni. Milioni di persone che hanno deciso di non girarsi dall’altra parte, che hanno parlato di lavoro, di sicurezza, di cittadinanza, di giustizia.

Questo non è un fallimento. È l’inizio di una nuova fase.
È un’esortazione a trasformare quella spinta in organizzazione, quella rabbia in proposta, quella frustrazione in forza collettiva.

Viviamo in un’epoca in cui il neoliberismo, sotto mentite spoglie di competenza e progresso, ha smantellato i diritti conquistati in oltre un secolo di lotte.
Un’epoca in cui la guerra viene normalizzata, il dissenso represso, la povertà criminalizzata. In cui il padronato esulta, la stampa si fa megafono del potere e i governi approvano decreti che soffocano il dissenso e blindano le città con il manganello.

Tutto questo accade mentre, nel silenzio complice dell’Occidente, a Gaza e in Cisgiordania viene perpetrato un genocidio. Un massacro sistematico e documentato, frutto della convergenza tra potere sionista, suprematismo bianco, interessi militari e colonialismo economico.
Bambini, donne, anziani vengono annientati con la complicità tacita delle democrazie capitaliste. E chi osa parlare, viene accusato, censurato, isolato.

È questo il mondo che vogliamo lasciare ai nostri figli?
Un mondo dove si può morire sotto le bombe mentre l’Europa firma nuovi accordi commerciali con chi le sgancia?
Un mondo dove il profitto viene prima della vita e dove la democrazia è un fastidio da eliminare?

Dobbiamo avere il coraggio di rispondere: No.
Dobbiamo dire con forza che un altro mondo è necessario.
Un mondo che metta al centro le persone, non il capitale. La pace, non le armi. La giustizia sociale, non il privilegio di pochi.

E allora la battaglia non finisce qui.
Anzi, comincia adesso.

Dobbiamo darci uno strumento politico nuovo, ampio, democratico, radicale. Un fronte popolare per la giustizia e la pace, che raccolga l’eredità dei movimenti sociali, la dignità del lavoro, la rabbia dei giovani precari, la lucidità degli anziani resistenti.
Un fronte che non si limiti alla testimonianza, ma costruisca potere dal basso. Che dia voce ai senza voce. Che protegga la Costituzione dai suoi nemici, oggi seduti nei palazzi del potere.

I cinque quesiti referendari devono diventare parte viva di questa piattaforma. Ma non basta.
Dobbiamo affrontare la precarietà esistenziale, i salari da fame, la devastazione ambientale, il razzismo istituzionale, l’apartheid sociale che ci circonda.
Dobbiamo pretendere il diritto al voto per tutti, non il suo restringimento.
Perché stanno già preparando la prossima offensiva: impedire ai poveri di votare, rendere il suffragio un privilegio di classe, una funzione del censo.

I segnali sono chiari:
• attacchi continui al diritto di sciopero;
• censura nei media e nelle università;
• criminalizzazione delle ONG e delle reti solidali;
• trasformazione dei CPR in campi di detenzione etnica;
• campagne per il voto “intelligente”, cioè riservato a chi può dimostrare “merito” o “utilità economica”.

Tutto questo è già iniziato.
È il progetto della nuova reazione internazionale: un mondo blindato, selettivo, autoritario, dove la democrazia è solo di facciata.

Ma noi siamo ancora qui.
E non ci arrendiamo.

Siamo milioni.
Siamo consapevoli.
Siamo pronti a costruire.

Costruire una comunità politica che sappia sognare e agire. Che dica no alla guerra, no al neoliberismo, no al genocidio, e sì alla libertà, alla giustizia, alla solidarietà.

La storia non è finita.
Siamo noi a scriverla.
Con pazienza, con rabbia, con amore.
Per chi è caduto. Per chi lotta.
Per chi verrà dopo di noi.

Noi siamo la Resistenza.
E qui non si arrende nessuno.

L’Italia ha scelto l’astensione: quando la rinuncia diventa complicità

Il dato è ufficiale: il quorum del referendum abrogativo dell’8 e 9 giugno 2025 non è stato raggiunto. L’affluenza si è fermata tra il 22,7% e il 30%, a seconda dei quesiti. Una débâcle annunciata, certo, ma non per questo meno dolorosa. Il popolo italiano ha deciso di voltarsi dall’altra parte, rinunciando a esercitare uno degli ultimi strumenti rimasti di democrazia diretta.

Cinque quesiti. Cinque possibilità concrete di porre rimedio a leggi inique, che hanno minato i diritti dei lavoratori, reso più fragile il tessuto sociale, escluso migliaia di giovani nati e cresciuti in Italia da ogni percorso di cittadinanza. Non era in gioco un tecnicismo giuridico, ma un principio costituzionale: la sovranità popolare.

Eppure, la risposta è stata l’indifferenza.

Il Paese che non si difende

Non si dica che mancava l’informazione: comitati civici, attivisti, associazioni, giuristi e persino alcuni esponenti del mondo culturale si sono spesi per settimane in campagne di sensibilizzazione, assemblee, presìdi, dibattiti pubblici. La risposta istituzionale? Un silenzio assordante. I media mainstream hanno relegato i quesiti in fondo ai notiziari, i partiti hanno fatto a gara a chi si disimpegnava prima. E la destra – coerente con la sua linea – ha apertamente invitato all’astensione, ben sapendo che l’arma del non voto è oggi il miglior alleato dello status quo.

Ma oltre alle responsabilità delle élite, occorre dirlo chiaramente: anche una parte consistente del popolo ha fallito. Non ha voluto vedere, non ha voluto ascoltare, non ha voluto capire. Perché era più comodo restare a casa. Perché “tanto non cambia nulla”. E così facendo, ha consegnato la propria sovranità a chi già la sta tradendo da tempo.

Una sconfitta che pesa

Chi oggi gioisce per il fallimento del referendum dovrebbe riflettere sul messaggio che ha contribuito a rafforzare: che i diritti sociali sono negoziabili, che il lavoro può essere precarizzato senza limiti, che l’appartenenza a questa Repubblica è un privilegio, non un diritto. Nessuno potrà più dire: “non lo sapevamo”. Oggi l’occasione per cambiare le cose era reale, concreta, accessibile. Bastava votare.

E invece no. Abbiamo preferito l’astensione. Abbiamo lasciato che la disillusione prevalesse sulla partecipazione, che il cinismo avesse la meglio sull’impegno. Così facendo, abbiamo spalancato la porta a un futuro ancora più cupo. Non è allarmismo, è un dato storico: quando la democrazia diretta fallisce, cresce la tentazione del potere forte, dell’uomo solo al comando, dell’autoritarismo strisciante.

Chi può, se ne va. E ha ragione.

Sarà forse una reazione a caldo, figlia della frustrazione. Ma guardando ai dati, alla disaffezione crescente, al disprezzo diffuso verso ogni forma di partecipazione civica, diventa difficile condannare i giovani che decidono di lasciare questo Paese. Perché restare, se la propria voce non conta? Perché combattere, se gli stessi compagni di viaggio si voltano dall’altra parte?

L’Italia sta scivolando verso una deriva autoritaria, lenta ma inesorabile. E ora non potremo dire di non aver avuto la possibilità di fermarla.

Un fallimento che grida vendetta

C’è chi dirà che i promotori erano sbagliati. Che mancava una campagna unitaria. Che la sinistra è divisa. Ma nulla giustifica la rinuncia collettiva a un diritto sacrosanto: votare. Non lo avrebbero fatto i partiti, lo avremmo potuto fare noi cittadini. E invece ci siamo tirati indietro. Un popolo che non sa difendere i propri diritti è un popolo che, presto o tardi, li perderà tutti.

E allora, complimenti a tutte e tutti: questo fallimento ve lo dedico tutto.

Non ci resta che fare silenzio. O ricominciare da capo. Chi resta, ha il dovere morale di organizzarsi, di resistere, di risvegliare coscienze sopite. Ma il prezzo da pagare sarà alto. Perché chi non partecipa, non solo perde. Si arrende.