Narco-Venezuela? La grande bufala del secolo (che puzza di petrolio e di golpe)

Ci sono menzogne che nascono per diventare alibi. Alibi per guerre, embarghi, destabilizzazioni, omicidi politici. La favola del Narco-Stato venezuelano è una di queste. Una delle più tossiche, persistenti e pericolose. Perché non solo distorce la realtà dei fatti, ma costruisce attorno a sé una retorica di legittimazione per una possibile aggressione armata da parte degli Stati Uniti. Una retorica che oggi, sotto il nuovo mandato di Donald Trump, rischia di trasformarsi in realtà.

E non è più solo questione di parole. Sette navi da guerra statunitensi, tra cui tre cacciatorpediniere lanciamissili e un sottomarino d’attacco, sono state schierate al largo delle coste venezuelane. A bordo ci sono 4.500 uomini, tra cui 2.200 marines. La versione ufficiale è quella della “lotta al narcotraffico”. Ma chi può credere, onestamente, che serva una tale flotta per combattere qualche rotta marginale di coca?

La verità è molto più torbida. E molto più antica: si chiama petrolio. E si chiama ideologia.

Il Venezuela: un pozzo che non si vuole pagare

Trump non ne ha mai fatto mistero. Lo confessò in modo brutale a James Comey, ex direttore dell’FBI: “Il Venezuela è un governo seduto su una montagna di petrolio che noi dobbiamo comprare”. Traduzione: meglio se lo prendiamo. Il problema non è la droga, ma l’oro nero. Il problema non è Maduro, ma la sovranità energetica. E allora ecco la messinscena: un presidente con una taglia da 50 milioni di dollari sulla testa, una DEA che “scopre” un cartello fantasma chiamato Cartel de los Soles, e una stampa mainstream che recita il copione del thriller latinoamericano, stile Netflix.

Ma i dati ufficiali dell’ONU, aggiornati al 2025, dicono altro. Il Venezuela è estraneo alla produzione e alla grande distribuzione internazionale di droghe. Solo il 5% della coca colombiana transita per il suo territorio, mentre il Guatemala, l’Ecuador, il Messico sono veri hub del traffico, ignorati dai media perché troppo amici, troppo “filo-americani”, o troppo poveri di risorse strategiche.

Una flotta contro la verità

Il sito Axios, uno dei più seguiti in ambito politico negli USA, è stato chiarissimo: “Gli Stati Uniti non sono mai stati così vicini a un conflitto armato con il Venezuela”. La cosiddetta “Super-Flotilla” ordinata da Trump ha tutte le caratteristiche non di un’operazione antidroga, ma di un’operazione militare di regime change. E infatti uno dei consiglieri della Casa Bianca ha parlato esplicitamente di un possibile “Noriega 2”, riferendosi all’invasione di Panama del 1989, quando gli USA catturarono Manuel Noriega con l’accusa — anche allora — di narcotraffico. Uno schema che si ripete.

Perché mai inviare i marines se davvero si volesse semplicemente intercettare qualche peschereccio sospetto? Perché mobilitare armi pesanti se non si prepara un’escalation?

La risposta è semplice e drammatica: si tratta di un colpo di Stato travestito da crociata morale.

L’altra verità: il Venezuela come nemico ideologico

Ma la verità, come sempre, ha più strati. E sotto la superficie petrolifera, ce n’è uno ancora più profondo: il Venezuela bolivariano è l’antitesi politica del suprematismo bianco che oggi guida l’internazionale sovranista di destra, capitanata proprio da Donald Trump.

Il governo venezuelano non è solo “non allineato” con gli interessi statunitensi: è antifascista, socialista, multiculturale e anti-imperialista. È l’esatto contrario del modello di mondo che i nuovi crociati della destra globale vogliono imporre. Ecco allora che il Venezuela diventa un bersaglio doppio: per ciò che possiede, e per ciò che rappresenta.

Non è solo un pozzo da conquistare, ma un simbolo da abbattere. Una narrazione alternativa che disturba l’egemonia culturale dell’Occidente atlantico. In un’epoca in cui si vuole ridurre il mondo a un duopolio tra dominio finanziario e autoritarismo digitale, il Venezuela prova a difendere un altro modello: inclusivo, egualitario, multipolare. Imperdonabile.

La costruzione del nemico perfetto

Il Cartel de los Soles, tradotto ironicamente come “Il cartello delle sòle”, non compare in nessun report ONU, né in quelli dell’Unione Europea, né in quelli delle principali agenzie anticrimine mondiali. Solo la DEA americana lo cita, basandosi su presunte “prove segrete”. Nessuna condivisione, nessuna evidenza, nessun riscontro indipendente. Eppure, su questa montatura, si costruisce un caso internazionale. Perché?

Perché serve un nemico. Serve un “cattivo” da abbattere per mostrare i muscoli, per controllare le risorse, per far dimenticare i fallimenti interni. Così come è stato per l’Iraq con le “armi di distruzione di massa”, per la Libia con la “protezione dei civili”, per la Siria con i “barili esplosivi”. Oggi è il Venezuela il bersaglio, con il suo petrolio, il suo disallineamento geopolitico e la sua ostinazione a non inginocchiarsi.

Chi traffica davvero?

Mentre i cannoni puntano su Caracas, la cocaina continua a viaggiare indisturbata da porti amici, come Guayaquil in Ecuador, dove 13 tonnellate sono state sequestrate in una sola nave. I container di banane diretti ad Anversa erano gestiti da aziende della famiglia del presidente ecuadoriano Daniel Noboa. Eppure, dell’Ecuador nessuno parla. Troppo amico. Troppo neutro. Troppo irrilevante sul piano petrolifero.

Lo dice anche il Rapporto europeo sulle droghe 2025: le principali rotte della cocaina passano dalla Colombia, attraverso America Centrale, Africa occidentale, e poi verso l’Europa. Il Venezuela non c’è. Non esiste nei flussi, non esiste nelle coltivazioni, non esiste nei cartelli. Eppure esiste, eccome, nel mirino geopolitico di Washington.

Una cooperazione reale (che infastidisce)

Il Venezuela, come Cuba, ha da sempre adottato politiche rigorose di contrasto al narcotraffico, proprio perché il chavismo ha ereditato — e difeso — un modello di controllo sociale e territoriale molto simile a quello cubano. Lo hanno riconosciuto, in privato, persino agenti DEA e FBI. Ma è un modello “scomodo”, perché dimostra che si può essere efficaci anche senza piegarsi all’impero.

Ed è per questo che viene sistematicamente demonizzato. Il Venezuela non viene attaccato perché fallisce, ma perché non fallisce abbastanza da implodere. Perché resiste. Perché ostacola l’accaparramento delle sue risorse naturali. Perché rappresenta un baluardo politico e culturale alternativo all’ordine autoritario e razzista che Trump e i suoi alleati vogliono diffondere nel mondo.

Conclusione: il vero crimine è la sovranità (e la dignità)

Quando gli Stati Uniti accusano un paese di essere un narco-Stato, bisognerebbe sempre chiedersi: a chi serve questa accusa? Chi ci guadagna? Quali interessi si muovono dietro la narrativa? Nel caso del Venezuela la risposta è lampante: l’oro nero, la disobbedienza e l’antifascismo. Le sanzioni, la propaganda, le taglie, le flotte navali: tutto ruota attorno a una risorsa strategica e a una linea politica “intollerabile” per il nuovo ordine globale suprematista.

Il vero reato di Nicolás Maduro non è il narcotraffico, ma l’esercizio della sovranità su un territorio ricco e strategico, e la difesa di un progetto socialista, antimperialista e multipolare. In un mondo dove il diritto internazionale è ormai carta straccia e l’ideologia suprematista domina i centri di potere occidentali, questo basta per essere condannati.

E allora, rompiamo la narrazione tossica. E diciamo, senza timore:
il Venezuela non è un narco-Stato. È uno Stato antifascista sotto attacco.
E se la geografia non mente, nemmeno la storia dimentica.

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