Il teorema della connivenza

Dopo l’assalto ai cantieri della Torino-Lione sessanta agenti feriti diventano un atto d’accusa contro l’intera opposizione. Ma dietro la retorica del nemico interno restano intatti i quattordici miliardi di un’opera senza fine, i diciotto anni di ritardo e il fallimento di un decreto sicurezza pensato per impedire esattamente ciò che è accaduto.

Ci sono giornate che la politica non si limita a commentare: le adopera. Il pomeriggio di sabato 25 luglio 2026, in Val Clarea, alcune centinaia di persone con il volto coperto si sono staccate dalla marcia No Tav e hanno attaccato i cantieri della nuova linea ferroviaria Torino-Lione. Pietre, bulloni, bombe carta, bottiglie incendiarie, razzi sparati con mortai artigianali da una parte; idranti e lacrimogeni dall’altra. Alla fine, secondo il bilancio provvisorio diffuso dai sindacati di polizia, una sessantina di operatori delle forze dell’ordine hanno avuto bisogno di cure mediche e quattro mezzi di servizio sono andati distrutti dalle fiamme.

Fin qui la cronaca, con tutte le cautele che i bilanci delle prime ore impongono. Ma nel giro di poche decine di minuti quei fatti hanno smesso di essere un problema di ordine pubblico e sono diventati altro: la prova d’accusa in un processo politico. Non contro chi ha lanciato le bombe carta, già identificabile come autore di reati gravi e perseguibile come tale, bensì contro un’intera area politica, accusata di silenzio complice mentre le sue condanne erano già sulle agenzie di stampa. È questo scarto — tra ciò che è accaduto e ciò che si è deciso di farne — il vero oggetto di questa analisi.

1. Che cosa è successo il 25 luglio

La marcia, organizzata in occasione della decima edizione del festival Alta Felicità, era partita nel primo pomeriggio da Venaus e da Susa con la formula ormai consueta del corteo verso i cantieri. Gli organizzatori hanno parlato di ventimila partecipanti. Il corteo si è poi diviso in spezzoni: un gruppo di circa trecentocinquanta persone ha bloccato la circolazione ferroviaria a Bruzolo, mentre l’autostrada A32 Torino-Bardonecchia veniva chiusa tra gli svincoli di Oulx e Susa Est.

Il nucleo degli scontri è stato altrove. Oltre cinquecento persone appartenenti all’area antagonista, riunite al presidio dei Mulini, hanno raggiunto attraverso i sentieri boschivi il cantiere di Chiomonte, in Val Clarea, dopo che tensioni analoghe si erano già registrate a San Didero. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, gli assalitori hanno attaccato l’area da più fronti contemporaneamente e sono riusciti a penetrare nel piazzale antistante il tunnel. Lo scontro è durato oltre un’ora, secondo alcune cronache quasi tre; poi il gruppo si è ritirato nelle zone boschive.

Il bilancio più citato — una sessantina di feriti tra le forze dell’ordine e quattro mezzi incendiati, due dei carabinieri e due della Guardia di Finanza — proviene da una nota del segretario generale del Coisp, Domenico Pianese, che lo ha esplicitamente definito provvisorio. Altre ricostruzioni delle prime ore parlavano di cinquanta agenti feriti e di cinque blindati coinvolti. La discordanza non è marginale: dice che nel momento in cui il conflitto politico si accendeva, il quadro dei fatti era ancora incompleto. Nel tardo pomeriggio il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha telefonato al ministro dell’Interno per esprimere solidarietà agli operatori feriti.

Su un punto non esiste ambiguità possibile, e va detto senza attenuanti: chi si organizza per attaccare con ordigni artigianali uomini e donne schierati a presidio di un cantiere non manifesta un’idea, commette reati. Non esiste causa ambientale, sociale o territoriale che possa essere difesa mandando all’ospedale sessanta persone. E non esiste lettura politica che possa permettersi di sottovalutare questo dato, perché la prima vittima di quella violenza è proprio la ragione per cui una valle intera si oppone da trent’anni a un’opera che considera inutile e dannosa.

2. La condanna che il governo dice di non avere sentito

La reazione politica è stata immediata e, nella sostanza, unanime. La presidente del Consiglio ha scritto che chi incendia mezzi dello Stato e aggredisce le forze dell’ordine non difende un’idea ma attacca lo Stato, che non si piegherà. Il ministro delle Infrastrutture ha attribuito gli scontri a un clima di odio e delegittimazione delle divise che a suo giudizio sarebbe stato alimentato da una parte della sinistra. Il ministro dell’Interno ha parlato della conferma di una volontà di escalation. Esponenti di primo piano della maggioranza hanno definito i No Tav, indistintamente, dei criminali.

La formulazione più pesante è arrivata dal vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani, che alle 20.46 ha diffuso una nota in cui, dopo la solidarietà alle forze dell’ordine, denunciava l’«assordante silenzio di una sinistra sempre più tollerante, se non addirittura connivente», estendendo l’accusa da Bologna alla Val di Susa. Il leader di Azione ha rincarato, sostenendo che nessuna contiguità di amministratori e parlamentari con chi agisce a volto coperto può essere tollerata.

Il problema di questa costruzione è che risulta smentita dai fatti nel momento stesso in cui viene enunciata. Le condanne erano già arrivate, e in modo esplicito. Il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli aveva respinto con fermezza gli scontri, ricordando che la difesa del territorio si afferma con la mobilitazione democratica e non violenta. I parlamentari del Movimento 5 Stelle Chiara Appendino, Antonino Iaria ed Elisa Pirro avevano espresso vicinanza agli agenti feriti in una nota congiunta, aggiungendo che chi compie violenze non manifesta ma delinque. Il sindaco di Torino Stefano Lo Russo, del Partito Democratico, aveva parlato di condanna ferma e senza ambiguità, rivendicando allo stesso tempo la tutela del diritto di manifestare. Il responsabile nazionale sicurezza del Pd aveva espresso vicinanza agli agenti definendo la violenza preordinata.

Il «silenzio assordante», dunque, non esisteva. Esisteva una condanna larga, rapida e documentabile. Che un vicepresidente del Consiglio, nell’esercizio di una funzione istituzionale e non di partito, scelga di negarla per costruire un teorema sulla connivenza dell’avversario non è un incidente retorico: è una scelta politica precisa, e va valutata come tale.

3. Il filo che porta a Bologna

L’accusa di Tajani non nasce isolata. Il riferimento a Bologna rimanda a una vicenda ancora aperta e molto più grave nelle sue implicazioni. Il 19 luglio 2026, nel quartiere popolare del Pilastro, Abderrahim Fakir, quarantadue anni, di origini marocchine, è morto durante un prolungato intervento di polizia mentre si trovava ammanettato a terra. Gli agenti erano stati chiamati per quella che era stata segnalata come una crisi psichiatrica; sul posto era stato usato spray urticante. La procura di Bologna, guidata da Paolo Guido, ha aperto un procedimento per omicidio colposo.

Il punto giuridicamente decisivo è un altro. Per la prima volta in un caso di questa risonanza è stato applicato il cosiddetto scudo: l’articolo 12 del decreto sicurezza ha introdotto nel codice di procedura penale la possibilità che il nome di chi ha commesso un fatto in presenza di una evidente causa di giustificazione non venga iscritto nel registro degli indagati, ma soltanto annotato in un registro apposito, il modello 45 bis. Sei nomi — due poliziotti e quattro operatori sanitari — sono finiti in quel registro. Se entro trenta giorni non emergono elementi significativi, il pubblico ministero deve chiedere l’archiviazione; le perizie possono allungare i tempi fino a centoventi giorni.

Il ministro dell’Interno ha respinto la definizione di scudo penale, parlando della corretta collocazione di un caso in un registro voluto da una legge del governo. Resta il fatto che, come ha osservato lo stesso difensore dei due agenti, il nodo non è formale ma riguarda il diritto di difesa e la partecipazione agli accertamenti irripetibili. E resta l’impressione, difficile da rimuovere in un quartiere popolare, che esista una procedura più protetta per chi indossa una divisa. Il 25 luglio la diffusione di un nuovo video ha riacceso il caso: il legale della famiglia sostiene che la morte sia stata provocata da asfissia. È una tesi di parte, che soltanto l’autopsia e le indagini potranno confermare o smentire, e come tale va trattata.

Il 20 luglio il sindaco Matteo Lepore ha convocato in piazza Nettuno un momento di raccoglimento. La partecipazione è stata larghissima; un gruppo si è poi staccato dirigendosi verso la Prefettura, dove sono esplosi scontri con lancio di bombe carta, cariche, idranti e lacrimogeni. Secondo il primo bilancio della Questura sessantaquattro operatori delle forze dell’ordine hanno riportato ferite con prognosi comprese tra tre e trentacinque giorni. Il 24 luglio il ministro dell’Interno ha attaccato pubblicamente il sindaco, accusandolo di avere sottovalutato i rischi convocando quella piazza. Lepore ha replicato che attaccare i sindaci non risolve alcun problema di ordine pubblico e che le istituzioni che si delegittimano a vicenda rafforzano soltanto chi le contesta.

Ecco il filo. Un uomo muore durante un fermo; una norma voluta dalla maggioranza attenua l’iscrizione degli agenti coinvolti; una piazza convocata da un sindaco degenera; il ministro dell’Interno indica nel sindaco il responsabile politico; cinque giorni dopo un altro ministro salda i due episodi in un’unica accusa di connivenza rivolta all’opposizione. Non è una successione casuale di reazioni: è la costruzione progressiva di una equazione.

4. Le cifre che nessuno vuole discutere

Mentre si discute di connivenza, resta fuori dal campo visivo ciò di cui in Val di Susa si discute da trent’anni: se quell’opera abbia senso, quanto costa e chi la paga. Sono domande che non hanno bisogno di bombe carta per essere legittime, e che hanno risposte documentate.

Nel gennaio 2026 la Corte dei conti europea ha pubblicato l’aggiornamento di un audit del 2020 sulle grandi infrastrutture-faro della rete transeuropea dei trasporti. Il collegamento Torino-Lione risulta l’opera che ha contribuito maggiormente all’aumento complessivo dei costi. Rispetto alla stima iniziale, quando il progetto ottenne il via libera, l’incremento è del centoventisette per cento: da 5,2 miliardi di euro a oltre undici miliardi calcolati a valori 2012, pari a circa 14,7 miliardi a valori correnti. Nei soli ultimi sei anni lo scostamento è stato del ventitré per cento. L’apertura è ora indicata per il 2033: tre anni oltre le previsioni del 2020 e diciotto anni oltre la data originaria. Sul complesso degli otto megaprogetti esaminati, la Corte segnala un aumento reale dei costi passato dal quarantasette all’ottantadue per cento e conclude che il completamento della rete centrale entro il 2030 non è più improbabile, ma impossibile.

Se si considerano anche le tratte nazionali di accesso, il costo complessivo dell’opera viene stimato tra i venticinque e i ventisette miliardi di euro. E il quadro finanziario non è stabile: alla conferenza intergovernativa di Chambéry del 17 giugno 2026 sono emersi rischi di rallentamento legati a possibili carenze di finanziamento pubblico, tanto che sono state evocate soluzioni alternative come il ricorso a capitali privati o a garanzie sul debito dell’opera. È il passaggio politicamente più rivelatore: un’opera pubblica giustificata come interesse generale che, quando i conti non tornano, cerca la strada della finanza privata, cioè di una rendita garantita sul lungo periodo a spese della collettività.

A questo si aggiunge la questione del traffico. La direttrice è oggi servita dalla linea storica attraverso il traforo ferroviario del Fréjus, aperto nel 1871 e ammodernato nel 2010, rimasto chiuso dall’agosto 2023 all’aprile 2025 a causa di una frana. I flussi di merci sul valico sono in calo netto rispetto ai livelli degli anni Novanta, mentre le previsioni di crescita su cui il progetto fu costruito non si sono verificate. I parlamentari del Movimento 5 Stelle hanno inoltre osservato che sul versante italiano non è ancora stato scavato un metro di tunnel di base con la fresa: un’affermazione politica, che tuttavia si inserisce in un quadro documentato di ritardi.

Nulla di tutto questo giustifica un’azione violenta. Ma tutto questo spiega perché una valle continui a mobilitarsi, e perché sia comodo, per chi governa, che si parli soltanto di bombe carta. Una giornata di scontri cancella dal dibattito pubblico quattordici miliardi di euro e diciotto anni di ritardo.

5. Un decreto che non ha funzionato

C’è un ulteriore elemento che la retorica della connivenza serve a coprire. Il decreto legge 48 del 2025, convertito senza modifiche nella legge 80 del 2025, è stato presentato come lo strumento decisivo per riportare ordine nelle piazze. Trentanove articoli, nuovi reati, nuove aggravanti: dall’apologia del terrorismo alla rivolta negli istituti penitenziari e nei centri per il rimpatrio, fino al blocco stradale e ferroviario, che da illecito amministrativo è diventato delitto punito con la reclusione fino a due anni anche quando è realizzato in forma pacifica, sedendosi sull’asfalto.

A poco più di un anno di distanza, il bilancio è doppio e speculare. Da un lato quelle norme non hanno impedito né gli scontri di Bologna né l’assalto ai cantieri di Chiomonte: sono stati inutili i divieti, i fogli di via, i fermi preventivi. Dall’altro lato hanno prodotto effetti molto concreti proprio dove non c’era violenza: nei confronti di metalmeccanici in sciopero che bloccano una tangenziale, di studenti seduti in strada, di manifestazioni per la Palestina. Nel giugno 2026 una pubblica ministera della procura di Torino ha chiesto al giudice per le indagini preliminari di sollevare la questione di legittimità costituzionale proprio sul reato di blocco stradale realizzato mediante resistenza passiva, nell’ambito di un procedimento nato da un corteo che nel maggio 2025 aveva occupato un tratto di tangenziale.

Il risultato è una sproporzione che dovrebbe interrogare chiunque abbia a cuore lo stato di diritto: contro chi si organizza militarmente per aggredire un cantiere quelle norme si sono rivelate inefficaci, mentre contro chi esercita il diritto costituzionale di riunirsi pacificamente e senz’armi, tutelato dall’articolo 17 della Costituzione, si sono rivelate immediatamente operative. Una legislazione dell’emergenza che manca il bersaglio dichiarato e colpisce quello reale non è una legislazione inefficiente. È una legislazione che funziona esattamente come è stata concepita.

6. Una valle, trent’anni, due movimenti

Chi riduce il movimento No Tav a un’area antagonista compie un’operazione storicamente falsa. L’opposizione all’opera nasce nei primi anni Novanta dai comitati di valle, dai sindaci, dagli amministratori locali, da una popolazione che ha vissuto la decisione come calata dall’alto. Le marce verso i cantieri si ripetono da oltre vent’anni e hanno avuto per lo più carattere pacifico, con una partecipazione intergenerazionale che nessun centro sociale sarebbe in grado di mobilitare da solo.

Dentro quella storia lunga si è innestata, soprattutto dopo il 2011, una componente più ristretta e organizzata che ha scelto la pratica dello scontro fisico e che, il 25 luglio, ha agito in modo militarmente preparato: percorsi nei boschi, attacco simultaneo su più fronti, materiale incendiario, volti coperti, presenza segnalata anche di militanti stranieri. Sono due fenomeni distinti, con logiche e obiettivi diversi, che oggi convivono nello stesso spazio geografico e che il governo ha ogni interesse a confondere in un’unica immagine.

La confusione, del resto, produce effetti pratici. Ogni volta che l’assalto sostituisce la marcia, il movimento perde consenso, i sindaci perdono argomenti, la valle perde alleati e il governo guadagna una giustificazione. È una dinamica che nella storia italiana si è già vista troppe volte per poter essere considerata una sorpresa. Chi la alimenta dall’interno del movimento, quale che sia la sua convinzione soggettiva, lavora oggettivamente contro l’obiettivo che dichiara di perseguire.

7. La grammatica del nemico interno

Perché un ministro degli Esteri interviene con tanta durezza su un fatto di ordine pubblico interno, e perché lo fa negando ciò che le agenzie avevano già pubblicato? Qui l’analisi lascia il terreno dei fatti accertati ed entra in quello dell’interpretazione, che va dichiarata come tale.

Il contesto politico è quello di una legislatura in avvicinamento alla scadenza, con una maggioranza impegnata nella riscrittura della legge elettorale e attraversata da tensioni interne, mentre si discute apertamente di allargamenti della coalizione. In una fase simile, l’ordine pubblico diventa una risorsa. Non nel senso volgare del complotto — non esiste alcun elemento per sostenere che qualcuno abbia orchestrato gli scontri, e chi lo insinua fa un pessimo servizio alla verità — ma nel senso, molto più banale e verificabile, dell’uso politico di ciò che accade.

La costruzione del nemico interno funziona secondo una grammatica riconoscibile. Si isola un fatto violento realmente avvenuto. Si nega l’esistenza delle condanne pronunciate dall’avversario. Si sostituisce la responsabilità penale, individuale e accertabile, con una responsabilità morale collettiva e indimostrabile. Si estende infine il perimetro dell’accusa fino a comprendere chiunque contesti una scelta di governo: chi difende una valle, chi chiede verità su una morte in stato di custodia, chi scende in piazza per il salario o contro il riarmo. Alla fine del procedimento, dissenso e connivenza sono diventati sinonimi.

È esattamente qui che si misura la posta in gioco. Una democrazia costituzionale si distingue non da come tratta le opinioni che condivide, ma da come tratta quelle che la contestano. L’articolo 21 della Costituzione non tutela il consenso, tutela la manifestazione del pensiero. L’articolo 17 non tutela le riunioni gradite al governo, tutela le riunioni pacifiche. Quando il potere esecutivo comincia a dividere il paese tra chi sta con lo Stato e chi ne è complice degli avversari, il confine non lo stabilisce più la legge: lo stabilisce chi governa.

8. Chi paga davvero il conto

Vale la pena ricordare in quale settimana è accaduto tutto questo. Una settimana di caldo estremo e di incendi, con il prezzo della benzina che a Milano ha superato i due euro al litro e il governo costretto a valutare l’attivazione delle accise mobili. Una settimana in cui la segretaria del Partito Democratico ha accusato la presidente del Consiglio di tacere sul caro carburanti e in cui una ministra ha spiegato a un giovane in partenza dall’Italia che questo è il paese più bello del mondo, con garanzie senza eguali.

Su questo sfondo, il conto di una giornata come quella del 25 luglio lo pagano soggetti molto concreti. Lo pagano gli operatori delle forze dell’ordine mandati in prima linea, uomini e donne quasi sempre di estrazione popolare, sottopagati e sottoequipaggiati, che diventano materiale da comizio il giorno stesso in cui finiscono in ospedale e vengono dimenticati il giorno dopo, quando si tratta di rinnovare un contratto o di riformare l’addestramento alla gestione delle crisi. Lo pagano gli abitanti della valle, la cui contrarietà documentata a un’opera dai costi raddoppiati viene ridotta a fiancheggiamento. Lo pagano i cittadini che vedono destinare miliardi a un tunnel il cui completamento slitta di anno in anno, mentre le liste d’attesa nella sanità pubblica si allungano, i servizi per la non autosufficienza restano sottofinanziati e il costo della vita erode i salari reali.

Lo paga infine, e in modo particolarmente crudele, chi vive ai margini. La morte di Abderrahim Fakir riguarda un uomo in crisi psichiatrica, in un quartiere popolare, immobilizzato a terra. È il punto in cui la questione della sicurezza si rovescia nel suo contrario: la sicurezza di chi è fragile davanti allo Stato. Nessuna delle norme approvate negli ultimi due anni ha affrontato quel problema. Molte lo hanno aggravato.

9. I pozzi, la Costituzione e la responsabilità del dissenso

Chi ha organizzato l’assalto ai cantieri ha commesso reati e deve risponderne davanti alla magistratura, senza sconti e senza le indulgenze retoriche di chi confonde la ribellione con il tiro al bersaglio contro un cordone di ventenni in divisa. Non c’è alcuna necessità, per una sinistra che voglia essere credibile, di cercare attenuanti: la violenza politica è stata storicamente la porta d’ingresso della reazione, e chi ne è stato vittima negli anni più duri della Repubblica lo sa meglio di chiunque altro.

Ma esiste una seconda responsabilità, che non annulla la prima e non può essere assorbita da essa. È la responsabilità di chi governa e sceglie di avvelenare i pozzi: di chi, disponendo del massimo potere di rappresentazione pubblica, decide di fabbricare una connivenza inesistente invece di riconoscere una condanna esistente. È una scelta che indebolisce la fiducia reciproca tra istituzioni, che rende impossibile qualunque gestione condivisa dell’ordine pubblico e che consegna alle frange più estreme esattamente ciò che cercano: la conferma che il conflitto non ha altre strade.

La Costituzione italiana è nata dalla convinzione opposta. Ha previsto il conflitto sociale e lo ha incanalato: nel diritto di riunione, nel diritto di associazione, nel diritto di sciopero, nella partecipazione dei cittadini alla determinazione della politica nazionale. Ha immaginato una Repubblica in cui il dissenso non è un’anomalia da reprimere ma una funzione fisiologica della democrazia. Ogni norma che trasforma una protesta pacifica in delitto e ogni discorso che trasforma un avversario in complice si muovono nella direzione contraria, e lo fanno in modo cumulativo, un provvedimento alla volta, una dichiarazione alla volta.

La domanda che resta aperta non riguarda dunque soltanto la Val di Susa. Riguarda che cosa ne sarà, nei prossimi mesi di campagna elettorale permanente, dello spazio pubblico italiano: se resterà un luogo in cui si discute di quattordici miliardi, di ritardi ventennali, di morti in stato di custodia e di salari che non tengono il passo dei prezzi, oppure se diventerà un’arena in cui ogni fatto viene immediatamente riconvertito in un’accusa contro qualcuno. Nel primo caso la democrazia funziona anche quando è lacerata. Nel secondo caso continua a esistere formalmente, mentre la sua sostanza si consuma. La differenza tra i due scenari non la decideranno né gli incappucciati di Chiomonte né i comunicati del vicepremier: la deciderà la capacità di una parte del paese di tenere insieme, senza cedimenti su nessuno dei due fronti, il rifiuto della violenza e il rifiuto della criminalizzazione del dissenso.

Mario Sommella

Fonti

ANSA, «Tajani, guerriglia inaccettabile, sinistra connivente da Bologna ai no Tav», 25 luglio 2026.

Il Fatto Quotidiano, «Scontri No Tav in Val di Susa, Mattarella chiama Piantedosi: Solidarietà», 25 luglio 2026.

Il Fatto Quotidiano, «No Tav in Val di Susa: scontri al corteo e camionette dei carabinieri in fiamme», 25 luglio 2026.

Quotidiano Nazionale, «Guerriglia No Tav: 60 feriti tra le forze dell’ordine, 4 mezzi incendiati», 25 luglio 2026.

Quotidiano Nazionale, «Scontri contro l’Alta Velocità, Mattarella chiama Piantedosi», 25 luglio 2026.

Il Fatto Quotidiano, edizione cartacea, «Scontri e feriti in Val di Susa. E il decreto sicurezza fa flop», 26 luglio 2026.

ANSA, «In sei coinvolti nella morte di Fakir, il pm applica lo scudo», 20 luglio 2026.

Il Fatto Quotidiano, «Caso Fakir Bologna, la Procura apre un fascicolo: nessun indagato», 20 luglio 2026.

Annalisa Camilli, «Le domande che solleva la morte di Abderrahim Fakir», Internazionale, 20 luglio 2026.

Fanpage, «Bologna, scatta lo scudo penale per gli agenti coinvolti nel caso Fakir sul modello 45 bis», luglio 2026.

Il Fatto Quotidiano, «Scontri a Bologna, Piantedosi contro Lepore», 24 luglio 2026.

Il Sole 24 Ore, «Bologna clashes: protest march for Fakir», 21 luglio 2026, con il bilancio dei feriti diffuso dalla Questura.

Il Fatto Quotidiano, «Tav Torino-Lione: costi raddoppiati e ritardi fino al 2033, il report della Corte dei conti Ue», 19 gennaio 2026.

Eunews, «The EU Court of Auditors says no Tav», 19 gennaio 2026.

L’Indipendente, «La TAV Torino-Lione è in alto mare: in Francia lavori fermi e mancano pure i soldi», 23 giugno 2026.

Osservatorio Trasporti e Infrastrutture Piemonte, scheda «Asse ferroviario Torino-Lione: nuova linea», con dati su cantieri e riapertura del traforo del Fréjus.

Gazzetta del Sud, «Che cos’è la Tav Torino-Lione», 25 luglio 2026, sull’andamento del traffico merci al valico del Fréjus.

Decreto legge 11 aprile 2025, n. 48, convertito con legge 9 giugno 2025, n. 80, recante disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica. Analisi dei contenuti in Diritto.it, «Approvato il Decreto Sicurezza», giugno 2025.

Osservatorio Repressione, «Sotto accusa il cuore repressivo del decreto sicurezza», giugno 2026, sulla richiesta di questione di legittimità costituzionale relativa al reato di blocco stradale.

Il Fatto Quotidiano, «Caro benzina, a Milano vola oltre i 2 euro», 25 luglio 2026.

Il Fatto Quotidiano, «Legge elettorale, la rivolta dentro Forza Italia», 25 luglio 2026.

Costituzione della Repubblica Italiana, articoli 17, 21, 40 e 49.

Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.