La macchina spenta

Da Cybersyn al sequestro statale dell’intelligenza artificiale.

Cinquant’anni separano la sala operativa di Salvador Allende dal modello di frontiera disattivato in poche ore per ordine del governo. In mezzo, una sola domanda: a chi appartiene l’infrastruttura che pensa il mondo.

La sera del 12 giugno 2026, alle diciassette e ventuno minuti ora della costa orientale degli Stati Uniti, una delle aziende tecnologiche più ricche del pianeta ha ricevuto una lettera e ha obbedito. Nel giro di poche ore Anthropic ha spento i suoi due sistemi di intelligenza artificiale più avanzati, disattivandoli per ogni utente del mondo. Non per un guasto tecnico, non per una scelta industriale, ma per un ordine dell’esecutivo statunitense, emanato in nome della sicurezza nazionale, che vietava l’accesso a quei modelli a qualunque cittadino straniero, dentro e fuori i confini americani. Un’infrastruttura presentata appena tre giorni prima come una conquista per l’umanità intera è stata cancellata dalla disponibilità pubblica con la stessa rapidità con cui si chiude una saracinesca.

L’episodio, in apparenza tecnico, racchiude in sé una delle verità più scomode del nostro tempo. La cosiddetta rivoluzione digitale non è un patrimonio condiviso dell’umanità. È una proprietà, contesa tra il capitale privato che la produce e l’apparato statale che, quando lo ritiene opportuno, se ne appropria. L’utente — il cittadino, il lavoratore, il ricercatore — è l’ultimo anello di una catena su cui non ha alcun potere decisionale. Per comprendere fino in fondo la portata di questo passaggio, occorre tornare indietro di mezzo secolo, in un Paese dell’America Latina che osò immaginare un uso radicalmente diverso della stessa tecnologia.

Un ordine alle 17:21

La dinamica dei fatti è istruttiva proprio nella sua brutalità. La direttiva governativa è arrivata nel tardo pomeriggio di un venerdì, senza preavviso, accompagnata da una motivazione tanto vaga quanto perentoria: ragioni di sicurezza nazionale. L’ordine imponeva di interdire l’accesso ai modelli a ogni persona di nazionalità non statunitense, una platea così ampia e indeterminata che l’azienda, incapace di distinguere in tempo reale la cittadinanza dei propri utenti, ha preferito spegnere tutto. La giustificazione tecnica riguarderebbe un metodo per aggirare le protezioni del sistema e impiegarlo nell’analisi di codice alla ricerca di vulnerabilità informatiche. Un timore, cioè, di natura militare e di intelligence.

La stessa Anthropic ha dichiarato di non condividere la decisione, sostenendo che il riscontro di una singola tecnica di aggiramento non possa giustificare il ritiro di uno strumento già distribuito a centinaia di milioni di persone, e avvertendo che, se un simile criterio venisse esteso all’intero settore, bloccherebbe di fatto ogni nuovo rilascio. La protesta dell’impresa, per quanto fondata, non deve trarre in inganno. Essa non rivendica il diritto della collettività a disporre di quella tecnologia, ma il proprio diritto a commercializzarla. Lo scontro non avviene tra il potere e i cittadini, bensì tra due poteri: quello dello Stato di sicurezza e quello dell’oligopolio tecnologico. In mezzo, come sempre, non c’è nessuno che parli in nome del bene comune.

Il prezzo di un rifiuto

Per cogliere il senso reale di quell’ordine, però, occorre guardare dietro la formula della sicurezza nazionale. Anthropic non è un’azienda qualunque, e soprattutto non è un’azienda docile. Da mesi era impegnata in un braccio di ferro con l’apparato militare statunitense proprio sull’uso bellico dei suoi modelli. La società aveva fissato due linee rosse invalicabili: non avrebbe consentito che la propria intelligenza artificiale alimentasse armi pienamente autonome, capaci di selezionare e colpire bersagli senza un controllo umano sulle decisioni di fuoco, né che venisse impiegata per la sorveglianza di massa della popolazione. Quei divieti figuravano nella sua politica d’uso fin dal 2024 ed erano stati esplicitamente recepiti nel contratto da duecento milioni di dollari siglato con il Pentagono nel luglio del 2025.

Quando, all’inizio del 2026, il Dipartimento della Difesa — guidato da un Pete Hegseth che ha persino ripristinato per sé il titolo di «segretario alla Guerra» — pretese la rimozione di quelle clausole per poter impiegare la tecnologia «per qualunque scopo lecito», l’azienda rifiutò. La reazione del potere fu fulminea e spropositata. Il 27 febbraio 2026 il presidente Donald Trump ordinò a tutte le agenzie federali di cessare immediatamente l’uso dei prodotti Anthropic, mentre Hegseth bollava la società come «rischio per la catena di approvvigionamento», un marchio riservato fino ad allora agli Stati nemici e mai applicato pubblicamente a un’impresa americana. A fine marzo una giudice federale, Rita Lin, ha sospeso quella misura con parole durissime, definendo «orwelliana» l’idea che un’azienda americana possa essere additata come nemica e sabotatrice per il solo fatto di dissentire dal governo, e osservando che quei provvedimenti avevano tutta l’aria di una ritorsione travestita da esigenza di sicurezza.

È su questo sfondo che la direttiva del 12 giugno assume un significato diverso da quello dichiarato. Si può legittimamente avanzare un’ipotesi: che lo spegnimento dei due modelli, abbattutosi proprio sull’azienda che aveva osato porre un limite etico all’uso militare dell’intelligenza artificiale, non sia una semplice precauzione tecnica, ma l’ultimo atto di una rappresaglia. La sicurezza nazionale, in questa lettura, diventa la maschera giuridica di una pressione politica contro un fornitore riottoso. Anche a voler restare prudenti, resta il dato di fondo, perfettamente coerente con quanto detto finora: persino quando un’impresa prova a resistere, il conflitto si svolge interamente tra poteri — lo Stato di sicurezza da un lato, il capitale privato dall’altro — sopra un’infrastruttura che non appartiene né ai cittadini né alla collettività. Le linee rosse di un’azienda, per quanto encomiabili, restano la decisione unilaterale e revocabile di un consiglio di amministrazione, non una garanzia democratica.

Cile, 1971: la macchina che doveva servire i molti

Cinquant’anni prima dell’esplosione dell’intelligenza artificiale, mentre l’informatica era ancora confinata nei laboratori militari e nei grandi calcolatori delle multinazionali, un governo socialista democraticamente eletto tentò l’impresa opposta: mettere la tecnologia al servizio della partecipazione popolare e della pianificazione economica condivisa. Era il Cile di Salvador Allende, salito alla presidenza nel 1970 con la promessa di una via cilena al socialismo, costruita nel rispetto delle istituzioni e del voto.

Per coordinare un’economia in via di nazionalizzazione senza ricadere nella burocrazia opprimente del modello sovietico, il governo chiamò il cibernetico britannico Stafford Beer e avviò un progetto che sarebbe rimasto leggendario: una rete informatica nazionale destinata a collegare in tempo reale le fabbriche del Paese al centro decisionale di Santiago. In un magazzino dimenticato furono recuperate cinquecento telescriventi, acquistate da un governo precedente e mai utilizzate, e in soli quattro mesi vennero distribuite agli stabilimenti, intrecciate a un unico calcolatore centrale. Il cuore del sistema era una sala esagonale, dalle pareti di legno e dalle poltrone bianche disposte in cerchio, dove i dati provenienti dal lavoro vivo del Paese sarebbero stati elaborati e restituiti a chi doveva decidere. L’obiettivo dichiarato non era sostituire l’uomo con la macchina, ma il contrario: fornire ai lavoratori e alle istituzioni gli strumenti per intervenire prima che i problemi diventassero crisi, devolvendo alle maestranze il controllo sulla propria produzione.

In un certo senso, con le telescriventi e i calcolatori degli anni Settanta, quel progetto cercava di realizzare ciò che oggi consentirebbero la rete, il cloud e l’intelligenza artificiale. La storia, però, prese un’altra direzione. L’undici settembre del 1973 il golpe militare guidato da Augusto Pinochet, sostenuto e finanziato dagli Stati Uniti, pose fine nel sangue sia all’esperimento politico di Allende sia a quello tecnologico che lo accompagnava. La giunta, appena insediata, scoprì quella strana sala e la fece distruggere. Non si trattava soltanto di smantellare un’infrastruttura: si trattava di cancellare l’idea stessa che la tecnologia potesse essere governata dal basso. Il modello che si imponeva, al suo posto, era quello del controllo centralizzato e brutale, perfettamente coerente con la macelleria sociale del laboratorio neoliberista che il Cile stava per diventare.

La grande inversione

Da allora il mondo digitale si è sviluppato lungo la traiettoria opposta a quella immaginata a Santiago. Le tecnologie dell’informazione, che avrebbero potuto favorire la cooperazione sociale, sono state assorbite dentro un modello economico fondato sulla concentrazione del capitale. Le grandi piattaforme raccolgono oggi una quantità di dati incommensurabilmente superiore a quella che quel progetto pionieristico avrebbe potuto sognare. Ma questi dati non appartengono alla collettività che li produce semplicemente vivendo, lavorando, comunicando. Sono proprietà di pochi colossi privati che ne stabiliscono l’uso secondo l’unica logica che riconoscono, quella del profitto e del posizionamento strategico.

Qui si annida la contraddizione decisiva della nostra epoca. La capacità tecnica di organizzare razionalmente, e in modo trasparente, larga parte dell’economia esiste già. Le catene logistiche globali sono coordinate istante per istante, i flussi energetici monitorati in continuo, i comportamenti di consumo previsti con una precisione che cinquant’anni fa sarebbe parsa fantascienza. La domanda non è più se sia possibile pianificare sistemi complessi: lo si fa ogni giorno, per vendere merci e profilare desideri. La domanda è chi controlli gli strumenti che lo rendono possibile, e a vantaggio di chi. La pianificazione, espulsa dalla porta come fantasma del socialismo novecentesco, è rientrata dalla finestra come algoritmo privato al servizio dell’accumulazione.

Chi possiede l’infrastruttura che pensa

I numeri raccontano la dimensione del sequestro meglio di qualsiasi proclama. Nel 2026 oltre il novanta per cento dei modelli di intelligenza artificiale più avanzati nasce dentro il settore privato, mentre la ricerca universitaria, schiacciata da costi computazionali proibitivi, è ormai relegata a margini di ottimizzazione. La potenza di calcolo necessaria a questi sistemi cresce di circa tre volte e mezzo l’anno dal 2022: un ritmo che esclude qualunque attore privo di capitali colossali. La conoscenza, un tempo aspirazione a un patrimonio comune dell’umanità, è diventata funzione del denaro disponibile per acquistare silicio ed energia.

La geografia di questo potere è tutt’altro che neutrale. Gli Stati Uniti ospitano da soli circa il quarantaquattro per cento della capacità computazionale mondiale, seguiti dalla Cina con un quarto e da un’Europa subalterna ferma attorno al sedici per cento. L’intera filiera dei semiconduttori più avanzati resta inoltre appesa a un solo produttore, la taiwanese TSMC, le cui fabbriche concentrano una dipendenza strutturale che nessun piano di rilocalizzazione ha finora intaccato in modo significativo. Chi controlla i centri di calcolo controlla dove i dati vengono elaborati, sotto quale giurisdizione, secondo quali regole. La sovranità computazionale, ossia la capacità di accedere ai modelli di frontiera e di possedere l’intera catena che li genera, è diventata la nuova forma del potere imperiale. Non più soltanto petrolio, basi militari e portaerei, ma chip, server e infrastruttura cognitiva. La vicenda del modello spento per decreto governativo dimostra che questa sovranità non è un’astrazione: è una leva concretissima, capace di accendere e spegnere il pensiero artificiale del pianeta dalla scrivania di un dipartimento di Stato.

La doppia mano sul pulsante

La vicenda dimostra che il pensiero artificiale del pianeta può essere disattivato dalla scrivania di un dipartimento di Stato. Ma quella governativa non è l’unica mano posata sul pulsante. Anche senza alcun ordine dell’esecutivo, il medesimo gesto può essere compiuto dai vertici privati di queste multinazionali. L’infrastruttura che elabora e fa circolare la conoscenza del mondo risponde infatti a due sovranità, entrambe sottratte al voto: da un lato l’apparato di sicurezza dello Stato in cui le aziende hanno sede, e sotto la cui giurisdizione operano; dall’altro la governance privata dei consigli di amministrazione che possiedono le macchine e ne stabiliscono l’accensione e lo spegnimento.

Il caso di Elon Musk è, da questo punto di vista, emblematico. Nel settembre del 2022, durante la guerra in Ucraina, il proprietario di SpaceX e della rete satellitare Starlink negò l’attivazione della copertura nel momento decisivo di un’operazione navale ucraina contro la flotta russa ancorata a Sebastopoli: i droni di superficie, persa la guida, si arenarono sulla costa e l’attacco fallì. Secondo successive ricostruzioni dell’agenzia Reuters, un analogo spegnimento fu ordinato sopra la regione di Kherson durante la controffensiva dell’autunno 2022, lasciando interi reparti in un vuoto di comunicazioni, con i droni di ricognizione resi ciechi e l’artiglieria priva di coordinate. Le versioni divergono sui dettagli — se si trattasse di una disattivazione o del rifiuto di attivare un servizio mai abilitato in quell’area — ma il nocciolo è incontestabile: un singolo individuo privato, che non risponde ad alcun parlamento né ad alcun elettorato, ha potuto determinare l’esito di un episodio bellico con una decisione presa nella sfera privata.

Che la mano sul pulsante sia quella dello Stato o quella di un consiglio di amministrazione, il risultato per il cittadino non cambia: ne è comunque escluso. Questa duplicità non dimezza il problema posto da Allende, lo raddoppia. L’infrastruttura che pensa il mondo è una proprietà privata collocata sotto una giurisdizione di sicurezza, e il potere di spegnere il pensiero o la comunicazione può calare con la stessa facilità da un ufficio governativo o da una sala riunioni aziendale. In entrambi i casi, la promessa di una tecnologia al servizio dei molti resta sospesa al beneplacito di pochi, revocabile in qualsiasi istante.

Cybercomunismo e cyberfascismo: due usi della stessa acqua

È a partire da questa contraddizione che oggi torna a essere pronunciata, fuori dai musei della nostalgia, la parola cybercomunismo. Non si tratta di un ritorno ai modelli sconfitti del Novecento, né della sostituzione della politica con il calcolatore. Si tratta dell’ipotesi che le tecnologie digitali, l’automazione e l’intelligenza artificiale possano essere orientate al soddisfacimento dei bisogni collettivi anziché alla massimizzazione del profitto privato. Alcuni studiosi della pianificazione democratica hanno sostenuto da tempo che la potenza di calcolo oggi disponibile permetterebbe di superare molti dei limiti tecnici che un tempo rendevano impraticabile una pianificazione economica su larga scala, e lo hanno fatto richiamandosi esplicitamente all’eredità di quel progetto cileno interrotto dai carri armati.

La medesima infrastruttura, però, può produrre l’esito opposto. La rete che potrebbe sostenere una pianificazione partecipata può trasformarsi nell’apparato di sorveglianza più capillare mai concepito. È il versante oscuro che possiamo chiamare cyberfascismo: la concentrazione del potere tecnologico nelle mani di élite politiche, economiche e tecnocratiche, e la riduzione dei cittadini a oggetti di monitoraggio, profilazione e manipolazione. I due scenari condividono gli stessi strumenti — i dati, le reti, gli algoritmi — e differiscono soltanto per il soggetto che esercita il controllo e per il fine a cui lo piega. È la differenza che corre tra una diga e un acquedotto: la stessa acqua, sbarrata per dominare o incanalata per servire la comunità. La tecnologia, di per sé, non decide nulla. È l’organizzazione sociale a stabilire se gli strumenti digitali diventino mezzi di emancipazione o di dominio. E nel modo in cui un modello viene acceso, venduto e poi spento per ordine superiore, possiamo già leggere quale dei due esiti il sistema attuale stia preparando.

Il pulsante e la democrazia

Il lascito più prezioso di quel tentativo cileno non riguarda l’informatica, ma l’immaginazione politica. Allende e i suoi ebbero il coraggio di porre una domanda che oggi ritorna intatta: è possibile usare le tecnologie più avanzate non per rafforzare il potere di pochi, ma per estendere la democrazia fin dentro l’economia? Per oltre mezzo secolo quella domanda è stata trattata come un’utopia sconfitta. Eppure, nell’epoca dell’intelligenza artificiale e dell’automazione, essa appare assai meno irrealistica di quanto sembrasse nel 1973. Ciò che allora mancava — la potenza di calcolo — oggi sovrabbonda. Manca soltanto la proprietà collettiva degli strumenti.

Il modello spento alle diciassette e ventuno di un venerdì di giugno è la prova, plastica e definitiva, che il futuro digitale non è affatto neutrale e non appartiene a chi lo usa. È la prima volta che una direttiva di controllo sulle esportazioni colpisce non un chip o un dataset, ma un’intelligenza artificiale già in funzione, già nelle mani di milioni di persone. Un terreno giuridico nuovo, in cui l’accesso al pensiero artificiale diventa materia di sicurezza nazionale e di rapporti di forza tra Stati e capitali. Finché l’infrastruttura che elabora la conoscenza del mondo resterà proprietà di pochi soggetti privati e ostaggio degli apparati di sicurezza, ogni promessa di democratizzazione sarà revocabile in qualunque momento, con una semplice lettera spedita nel tardo pomeriggio.

La sala esagonale disegnata da Beer fu distrutta dai militari perché incarnava un’idea pericolosa: che la macchina potesse servire i molti e non i pochi. Quel pericolo, oggi, non è stato neutralizzato. È stato soltanto rimosso dalla coscienza collettiva, sepolto sotto la retorica dell’innovazione e l’illusione di un progresso senza padroni. Riportarlo alla luce, rivendicare che i dati siano un bene comune e che le infrastrutture digitali siano governate democraticamente, non è un esercizio nostalgico. È la posta in gioco più alta del nostro tempo. Perché chi possiede la macchina che pensa il mondo, alla fine, possiede anche il potere di decidere quale mondo ci sia permesso pensare.

Fonti

Anthropic, Statement on the US government directive to suspend access to Fable 5 and Mythos 5, 12 giugno 2026.

CNBC, Anthropic disables access to Fable 5 and Mythos 5 to comply with government directive, 12 giugno 2026.

9to5Mac, Anthropic pulls Claude Mythos 5 and Claude Fable 5 following US government directive, 12 giugno 2026.

Anthropic, Statement on the comments from Secretary of War Pete Hegseth, 27 febbraio 2026, sulle due eccezioni rivendicate dall’azienda: nessun impiego in armi pienamente autonome e nessuna sorveglianza di massa della popolazione.

The New York Times e TechCrunch, sulla designazione di Anthropic come «rischio per la catena di approvvigionamento» da parte del Pentagono, 5 marzo 2026.

CNN Business, sulla decisione della giudice federale Rita Lin che ha bloccato la misura giudicandola ritorsiva e «orwelliana», 26 marzo 2026.

heise online, US government forces shutdown of Anthropic’s Fable 5 and Mythos 5, 13 giugno 2026, sul nesso tra la direttiva di giugno e il contenzioso pregresso tra l’azienda e la burocrazia della sicurezza.

Eden Medina, Cybernetic Revolutionaries: Technology and Politics in Allende’s Chile, MIT Press, 2011.

Voce Project Cybersyn, con riferimenti al mainframe IBM 360/50, alla rete di telescriventi Cybernet e alla sala operativa distrutta dopo il golpe dell’undici settembre 1973.

Walter Isaacson, Elon Musk, Simon & Schuster, 2023, e successive inchieste di Reuters e Ukrainska Pravda sulla mancata attivazione o disattivazione della copertura Starlink durante l’attacco navale ucraino a Sebastopoli del settembre 2022 e durante la controffensiva di Kherson.

Paul Cockshott e Allin Cottrell, Towards a New Socialism, 1993, sull’attualità della pianificazione democratica nell’era del calcolo digitale.

Stanford AI Index Report 2026, sui modelli di frontiera a matrice privata (oltre il 90 per cento) e sulla crescita della potenza di calcolo (circa 3,3 volte l’anno dal 2022).

Dati sulla distribuzione globale della capacità computazionale (Stati Uniti 44 per cento, Cina 25 per cento, Europa 16 per cento) e sulla dipendenza strutturale dalla filiera dei semiconduttori avanzati.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

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