“La guerra ai civili: come il riarmo sta uccidendo il Servizio Sanitario Nazionale”

Articolo inedito di denuncia sociale e politica

C’è un nesso invisibile ma feroce tra la guerra che ci raccontano di dover preparare e la morte silenziosa che si consuma ogni giorno tra i corridoi sporchi e affollati dei nostri ospedali. È un nesso che ha il sapore dell’abbandono, dell’ingiustizia, della complicità. È il risultato di una scelta politica scellerata, portata avanti da decenni di governi che hanno smantellato pezzo dopo pezzo il nostro Servizio Sanitario Nazionale, sacrificato sull’altare del neoliberismo e del militarismo.

Il racconto di una morte annunciata

Una donna di valore, sessant’anni, entra in una clinica privata per un piccolo intervento in anestesia locale. Ne esce con un’infezione che le devasta i polmoni. Viene trasferita in un ospedale pubblico dove si apre un calvario degno di un racconto dantesco: sedici ore di attesa al pronto soccorso, pazienti in barella nei corridoi, un solo bagno, infermieri impotenti e medici smarriti. Poi la rianimazione, la terapia subintensiva, il ritorno in reparto. E ancora infezioni nosocomiali, disidratazione, piaghe da decubito, atrofia muscolare. Le ultime settimane di vita sono una sequenza di torture, dolore e abbandono. Fino alla morte. Non per la patologia iniziale, ma per il collasso del sistema sanitario.

La guerra non è solo sui fronti, ma nei bilanci pubblici

Chi cerca la guerra la trova nei bilanci. I numeri parlano chiaro: miliardi destinati al riarmo, al Ponte sullo Stretto, al Tav, mentre gli ospedali chiudono, il personale sanitario scappa, le liste d’attesa si allungano, le infezioni proliferano, la vita diventa scarto. L’Italia, Paese fondatore del welfare europeo, ha convertito la cura in un costo da tagliare. I soldi ci sono, ma sono altrove: nel fondo europeo per la difesa, nei contratti miliardari con le industrie belliche, nei progetti faraonici senza impatto sulla vita reale delle persone.

In nome della “sicurezza”, si smantella la sanità pubblica. In nome della “libertà”, si privatizzano i servizi essenziali. In nome della “difesa della pace”, si finanziano i preparativi di guerra. È una spirale ipocrita e criminale che scambia i diritti con gli affari e la salute con il profitto.

Un SSN al collasso, tra appalti, precarietà e carenza strutturale

Oggi negli ospedali italiani i servizi sono sempre più appaltati a cooperative al ribasso. Gli infermieri e gli operatori hanno una formazione frettolosa, stipendi da fame, turni massacranti. Mancano decine di migliaia di medici. I servizi di igiene sono carenti, le stanze condivise da pazienti con infezioni gravi, i virus viaggiano liberamente nei reparti. E mentre la politica si riempie la bocca con parole come “merito” e “efficienza”, chi ha bisogno di cure muore aspettando una Tac.

Siamo alla resa dei conti. La sanità italiana, una volta modello per l’Europa, oggi è al collasso. Non per fatalità, ma per scelta. La stessa scelta che consente alla ministra della Difesa di firmare contratti per nuove portaerei, mentre nei pronto soccorso si muore per una bombola di ossigeno senza ruote.

La pace non si costruisce con i carri armati, ma con le ambulanze

Se la guerra è preparata col riarmo, la pace lo è con la cura. La vera sicurezza non viene dalle bombe, ma dagli ospedali funzionanti, dalle scuole ben tenute, dai trasporti accessibili, da un territorio protetto dal dissesto. Invece, mentre ci raccontano la favola dell’“uomo nero” pronto ad invaderci, il nemico vero ci consuma dall’interno: è l’ideologia del profitto, la politica dell’abbandono, il cinismo del potere.


la guerra invisibile che uccide la speranza

Questa non è solo la storia di una donna morta per incuria. È la storia di un’Italia che ha smesso di credere nella cura, nella prevenzione, nell’umanità. È la testimonianza atroce di una “guerra ai civili” combattuta senza armi, ma con gli stessi effetti devastanti: dolore, morte, disperazione.

Quando smetteremo di piangere i nostri morti – morti di tagli, di attese, di infezioni evitabili – dobbiamo tornare a lottare. Non per un privilegio, ma per un diritto: quello alla salute, alla dignità, alla vita. E per gridare forte che la vera pace si costruisce disarmando la politica, non riempiendo gli arsenali.

Questa è la nostra guerra: una guerra per la vita.

“Non nel mio nome”: armi italiane per il genocidio. Il governo confessa, l’etica affonda

C’è una linea che divide la complicità dalla criminalità morale. E l’Italia, con la risposta del sottosegretario Giorgio Silli in Commissione Esteri, l’ha appena attraversata.

Con parole fredde, burocratiche, quasi rassicuranti nel loro tono anestetizzante, il governo Meloni ha ammesso quello che da mesi denunciamo: l’Italia continua a esportare armi verso Israele anche dopo il 7 ottobre 2023. Non nuove licenze, è vero. Ma quelle precedenti sì. Come se il tempo rendesse etico ciò che oggi è inaccettabile. Come se la data potesse cancellare la responsabilità politica e morale di rifornire un esercito che sta compiendo un genocidio sotto gli occhi del mondo.

Le armi “intelligenti” del sottosegretario

Ma l’aspetto più sconcertante non è solo la confessione in sé. È la giustificazione. Silli ha dichiarato che le forniture autorizzate sono state valutate “caso per caso”, e che si è proceduto solo con armamenti che “non potessero essere utilizzati contro la popolazione civile”.

Ora, facciamo un esercizio di immaginazione. Immaginiamo un’arma italiana dotata di un selettore magico: se davanti ha un bambino, un disabile, una donna o un anziano, si disattiva. Se invece rileva un militante di Hamas, si attiva. Un’arma selettiva, etica, obbediente ai valori costituzionali. È chiaro: siamo nel campo della fantascienza. Anzi, del grottesco.

Perché non esistono armi “buone” in mano a eserciti che bombardano ospedali, scuole, campi profughi. Non esistono munizioni etiche quando servono a tenere in funzione l’ingranaggio di una macchina militare che ha già ucciso oltre 55.000 persone, in gran parte civili. Non esistono componenti “innocui” se finiscono negli elicotteri, nei droni o nei carri armati di chi ha trasformato Gaza in un cimitero a cielo aperto.

E non esiste nessuna scusa tecnocratica che possa giustificare una tale complicità. Dire che “quelle armi non colpiscono civili” è una menzogna oscena, paragonabile a chi, davanti ad Auschwitz, si preoccupava della qualità del carbone usato nei forni.

Il silenzio della Meloni? Tutto tiene

Il silenzio di Giorgia Meloni, come ho già scritto nel mio precedente articolo “Il panico morale e il genocidio in diretta”, non è solo vile. È strategico. Non è semplice ossequio verso Donald Trump. È allineamento strutturale a un’ideologia di guerra permanente, dove il diritto internazionale vale solo per gli sconfitti e le vittime sono divise in “degne” e “non degne” di lutto.

Oggi sappiamo anche perché tace: non solo per non disturbare il suo nuovo “alleato” d’oltreoceano, ma perché in ballo c’è un flusso di affari bilaterale vergognoso. L’Italia non solo esporta, ma importa armi da Israele. E lo fa in misura crescente: nel 2024 le autorizzazioni sono più che raddoppiate rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 154 milioni di euro. Siamo passati dal settimo al secondo posto tra i clienti di Tel Aviv. Tutto questo mentre Israele pratica l’apartheid, la pulizia etnica e la fame come arma.

Dunque, mentre Gaza brucia, l’Italia compra e vende morte. E lo fa invocando “l’aderenza alla normativa europea e internazionale”. Ma che senso ha una norma che permette lo sterminio? Che valore ha una legge se non si accompagna alla giustizia? È l’ennesima forma di ipocrisia occidentale: ci si nasconde dietro i codici per coprire l’assenza totale di coscienza.

La responsabilità è politica, non tecnica

Non possiamo permettere che la questione venga relegata a un livello tecnico, da archivio ministeriale. Qui non stiamo parlando di cavilli burocratici, ma di etica pubblica, di valori costituzionali, di umanità. Se una fornitura militare, anche vecchia, contribuisce al genocidio di un popolo, va interrotta. Punto.

Il sottosegretario ha detto che “l’approccio italiano è particolarmente restrittivo”. È falso. È l’esatto contrario. Restrittivo sarebbe stato bloccare ogni tipo di transazione militare, sia in uscita che in entrata. Restrittivo sarebbe stato chiudere le collaborazioni accademiche con le università israeliane coinvolte nella ricerca bellica. Restrittivo sarebbe stato schierarsi apertamente per l’embargo militare internazionale nei confronti di Israele, come richiesto da centinaia di organizzazioni per i diritti umani.

Non nel mio nome
Chi finanzia la morte non è neutrale. Chi tace davanti a un crimine, lo favorisce. Chi fa affari con un governo etno-teocratico che predica la “depopolazione” di Gaza è un complice. Non servono giri di parole.

A nome di tanti cittadini italiani che non si riconoscono in questa vergogna, lo dico chiaramente: non nel mio nome.

Non voglio che le mie tasse servano a finanziare il genocidio. Non voglio che il mio Paese sia complice dell’apartheid. Non voglio che l’Italia sia corresponsabile dello sterminio di un popolo.

Se la democrazia ha ancora un senso, deve cominciare da qui: dal rifiuto radicale di ogni complicità, dalla costruzione di una coscienza pubblica che dica basta alla menzogna, alla violenza e alla diplomazia dei cadaveri.

È il momento di scegliere da che parte stare. Davvero.

Mario Sommella è attivista, scrittore e coordinatore responsabile delle politiche sociali e disabilità di Azione Civile. Da anni si occupa di giustizia sociale, diritti civili, comunicazione politica e Palestina.

“Sicurezza negata, profitto garantito: l’Italia e la strage silenziosa dei lavoratori”

C’è una guerra che non fa rumore, ma ogni giorno fa vittime. Non si combatte con carri armati o droni, non occupa le prime pagine dei giornali, non provoca indignazione internazionale. Eppure, ha già ucciso più di 15.000 persone negli ultimi dieci anni. È la guerra del profitto contro la vita. È la strage quotidiana dei lavoratori italiani.

La chiamano “morte bianca” come fosse un destino naturale, un incidente sfortunato, una tragica fatalità. Ma non c’è nulla di naturale nello schiacciamento di un operaio sotto un macchinario non a norma, nulla di sfortunato nel volo da un’impalcatura senza protezioni, nulla di accidentale nell’avvelenamento per esposizione a sostanze tossiche.
C’è invece una responsabilità sistemica, diffusa, precisa. E soprattutto impunita.

Uccidere un lavoratore, oggi in Italia, è il crimine più conveniente: non paga nessuno. Secondo l’INAIL, nel solo 2023 sono state denunciate 1.041 morti sul lavoro, quasi tre al giorno. Ma il dato più inquietante è che oltre il 90% dei casi giudiziari si conclude con archiviazioni, patteggiamenti simbolici o assoluzioni. In Toscana, i padroni dell’azienda dove morì Luana D’Orazio – ventidue anni, stritolata da un orditoio manomesso – hanno patteggiato pochi mesi, pena sospesa. In Veneto, pochi giorni fa, un altro operaio ha perso la vita in circostanze simili. Chi pagherà? Nessuno, di nuovo.

Questa impunità non è una stortura del sistema. È il sistema. Un sistema produttivo che trova più conveniente risparmiare sulla sicurezza che investire sulla vita. Un capitalismo senza freni che premia la violazione delle norme e penalizza chi le rispetta. Un apparato statale che dovrebbe vigilare, sanzionare, prevenire… ma che invece latita, o peggio: agevola.

Giorgia Meloni lo ha detto con chiarezza nel suo discorso di insediamento: “Non disturberemo il fare”. Un programma politico tradotto in atti concreti: repressione per i poveri, deregolamentazione per i padroni. Mentre si varano decreti sicurezza che colpiscono il dissenso e le libertà civili, si stanziano 600 milioni di euro per incentivare le imprese a fare quello che dovrebbero già fare per legge: proteggere i propri lavoratori.

E mentre si lesina su ispettori del lavoro, prevenzione e controlli, lo stesso governo trova senza esitazione oltre un miliardo di euro per finanziare un’operazione tanto cinica quanto inutile: la deportazione degli immigrati in Albania.
Un provvedimento dispendioso, inefficace e indegno, con cui si sottraggono risorse che avrebbero potuto essere destinate alla sicurezza nei cantieri, nelle fabbriche, nei magazzini. Invece di salvare vite, si finanziano campagne elettorali giocate sulla pelle degli ultimi.

Il governo ignora ostinatamente il progetto di legge presentato da diversi parlamentari per l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro, che punirebbe con pene adeguate le responsabilità gravi in caso di decessi causati da violazioni delle norme di sicurezza. Il ministro Nordio lo ha respinto con cieca ideologia liberista. Nessuna procura nazionale per la sicurezza sul lavoro, nessun rafforzamento degli organi ispettivi, nessuna volontà reale di colpire i responsabili.

Il sistema si regge su una verità brutale: la vita del lavoratore vale meno del profitto del datore. E a questo sistema partecipano tutti: i governi che smantellano il diritto del lavoro, i sindacati concertativi che rinunciano al conflitto, i media che normalizzano le morti come “cronaca”, invece di chiamarle con il loro nome: omicidi industriali.

La precarizzazione selvaggia del lavoro, la liberalizzazione degli appalti, le riforme che hanno smantellato l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, sono leggi criminali che alimentano la mattanza. È da lì che bisogna partire: invertendo il senso di marcia.

Servono:
• migliaia di ispettori del lavoro, dotati di poteri reali e indipendenza;
• controlli a sorpresa, frequenti e incisivi;
• pene severe, senza possibilità di patteggiamento per omicidi sul lavoro;
• un fondo nazionale per la sicurezza finanziato con i profitti delle imprese recidive;
• il ripristino delle tutele sostanziali per i lavoratori precari e a tempo determinato;
• una procura nazionale per la sicurezza sul lavoro, come quella antimafia.

Ma soprattutto serve un cambiamento culturale e politico. Un sindacalismo conflittuale, non concertativo, che fermi la produzione quando la salute è a rischio. Una sinistra che non parli solo di transizione ecologica, ma di giustizia sociale nei luoghi di lavoro. Un popolo che non si abitui alla strage.

Se non ora, quando?
Quanti altri morti servono prima che la politica smetta di fare da megafono ai padroni e si assuma le sue responsabilità? Quante vite sacrificate sull’altare del PIL, prima che qualcuno dica: basta?

Non bastano le lacrime né i minuti di silenzio. Serve lotta. Serve giustizia.
Serve soprattutto partecipazione attiva e consapevole.

L’8 e 9 giugno 2025, ogni cittadino italiano ha uno strumento potente nelle proprie mani: il voto referendario.
Non sprechiamolo. È fondamentale recarsi alle urne, partecipare in massa e raggiungere il quorum per invertire la rotta.

Votiamo SÌ ai quattro referendum sul lavoro, per:
• ripristinare l’articolo 18 e la tutela reale contro i licenziamenti illegittimi,
• cancellare i voucher che legalizzano il lavoro grigio,
• abolire l’abuso degli appalti a cascata,
• contrastare la precarizzazione strutturale dell’occupazione.

E votiamo SÌ anche al quinto quesito, per concedere la cittadinanza a chi nasce e cresce in Italia, rompendo il muro dell’esclusione e della discriminazione.

Solo così potremo iniziare a ricostruire una Repubblica fondata non solo sul lavoro, ma anche sulla dignità e sulla vita di chi lavora.

Non è una battaglia tecnica, è una battaglia morale.
È tempo di scegliere da che parte stare.

“La Vittoria Perduta: Ottant’anni dopo, il 9 Maggio ci parla ancora di guerra”

L’aria dovrebbe essere di celebrazione, le piazze unificate dal ricordo, le coscienze accomunate dal sacrificio. E invece, l’ottantesimo anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale in Europa, celebrato il 9 maggio 2025, si presenta come una ricorrenza spaccata, avvolta in una nebbia di memorie selettive, interpretazioni geopolitiche divergenti e tensioni che sembrano riproporsi sotto nuove forme.

Sir Alan Brooke, feldmaresciallo britannico, annotava nei suoi diari di quei giorni una stanchezza talmente profonda da svuotare persino la gioia per la pace raggiunta. Le sue parole non sono un dettaglio: sono il sintomo di un mondo che non riesce a chiudere davvero le proprie ferite. La guerra, infatti, non terminò con una firma. Terminò in modo incerto, con sospetti, disillusioni e nuove minacce. Come se la fine di un incubo aprisse soltanto la porta a un sonno ancora più inquieto.

Le dinamiche di quei giorni rivelano uno scollamento profondo tra la realtà militare e quella ideologica. I vertici tedeschi cercarono disperatamente di arrendersi alle forze occidentali, coltivando l’illusione che, una volta eliminato Hitler, sarebbe potuta nascere una nuova alleanza contro il nemico comune: l’Unione Sovietica. Un sogno folle e velenoso, alimentato da anni di propaganda nazista che, crollato il mito della razza superiore, si reinventava come difesa estrema di un’Europa “libera” dal bolscevismo.

Questa illusione, incredibilmente, trovò eco anche in alcune menti occidentali. Winston Churchill stesso, uomo di visioni lucide e contraddizioni brucianti, accarezzò fugacemente l’idea di uno scontro post-bellico con Mosca. Ma la realtà – fatta di generali stremati, opinioni pubbliche ostili a nuove guerre e il riconoscimento del ruolo cruciale dell’Armata Rossa nella sconfitta del nazifascismo – pose fine a quelle fantasie.

Tuttavia, il seme della sfiducia era già piantato. E da quel seme sarebbe cresciuta la Guerra Fredda. Le tensioni di maggio 1945 – la diffidenza tra alleati, la gestione disomogenea della resa tedesca, la lotta ancora viva sul fronte orientale e le violenze a Praga – furono il preludio all’installazione della “cortina di ferro”. L’illusione di una pace duratura fu, per molti, solo un velo sottile sopra un campo minato.

La firma della resa a Reims il 7 maggio e la successiva ratifica a Berlino il 9, voluta da Eisenhower per sancire l’universalità della capitolazione, doveva essere il sigillo della fine. In realtà divenne l’inizio di una disputa di memorie. L’8 maggio divenne la data simbolo per l’Occidente – ma è una data che oggi pochi ricordano, fatta eccezione per la Francia. Il 9 maggio, al contrario, è diventato in Russia la “Festa della Vittoria”, con parate monumentali e simbolismi sempre più intrecciati con il nazionalismo e la nostalgia imperiale.

Ci si interroga dunque: fino a che punto la celebrazione russa è memoria autentica e quanto invece è narrazione politica? Quanto è ancora viva la gratitudine per i 27 milioni di morti sovietici e quanto invece si tratta di un’autocelebrazione del potere?

Il tempo, si sa, trasforma tutto. Ma in questo caso, il tempo sembra avere frantumato anziché sedimentato. La commemorazione dell’ottantesimo anniversario della fine della guerra in Europa è oggi un mosaico di visioni inconciliabili, dove la pace non è più solo una conquista da onorare, ma un concetto da difendere ogni giorno contro le riscritture del passato e le tentazioni del presente.

Il sogno espresso da Alan Brooke – “imparare ad amare gli altri come noi stessi” – resta tragicamente lontano. Ma non è un sogno da archiviare. È un invito, oggi più che mai urgente, a guardare indietro non per nostalgia, ma per evitare che la Storia, ancora una volta, cambi maschera e ci sorprenda.

Il Panico Morale e il Genocidio in diretta: la disfatta dell’Occidente e il coraggio della verità

C’è un silenzio che urla. È quello dell’Occidente davanti al genocidio in diretta del popolo palestinese. Un silenzio ipocrita, intriso di panico morale e codardia politica, che avvolge come una cappa tossica le redazioni giornalistiche, i parlamenti europei, le università, i talk show e perfino quei movimenti che un tempo si definivano “progressisti”. Un silenzio così denso da sembrare complice. Anzi, lo è. Perché oggi tacere su Gaza, sulla pulizia etnica in Cisgiordania, sul sistematico annientamento di una popolazione, non è più una svista né una distrazione: è una scelta politica.

Lo ha scritto con lucidità Ilan Pappé, storico israeliano e voce coraggiosa in un deserto di conformismo: la complicità occidentale non è nuova, ma oggi è più grave che mai. Perché non ci sono più scuse. Non viviamo nell’epoca della censura totale o dell’informazione scarsa. Viviamo nel tempo dell’accesso istantaneo, delle immagini satellitari, dei corpi smembrati sotto le macerie condivisi in tempo reale. Sappiamo tutto, vediamo tutto. E scegliamo di voltare la testa.

L’Occidente che ha paura di se stesso

Per comprendere la natura di questo silenzio dobbiamo scavare sotto la superficie. Non si tratta solo di propaganda sionista o di pressione lobbistica, sebbene entrambe abbiano un ruolo strutturale. Il problema è più profondo, culturale e persino psichico: l’Occidente non riesce a guardare Gaza perché Gaza è lo specchio delle sue ipocrisie più intollerabili.

Il panico morale – concetto ripreso da Pappé – è la paura di confrontarsi con la verità quando questa mette in discussione l’identità costruita su un mito: quello dell’Occidente come paladino dei diritti umani, della democrazia, della civiltà. Ma se riconosci che Israele sta compiendo un genocidio, devi riconoscere anche che tu – come Stato, come partito, come giornalista, come cittadino – ne sei complice. Devi fare i conti con i miliardi in armi, con le coperture diplomatiche, con il lessico disumanizzante che riduce un popolo a “terroristi”, “scudi umani” o semplicemente “danni collaterali”.

Questo è il terrore che paralizza le classi dirigenti occidentali. Non la paura dell’antisemitismo – comoda foglia di fico agitata da chi non tollera critiche a Israele – ma il timore di dover riscrivere la narrazione fondativa dell’Occidente contemporaneo. E così, da New York a Berlino, da Parigi a Bruxelles, le parole si fanno ambigue, le condanne a senso unico, e il diritto internazionale diventa un’arma a geometria variabile.

Il Partito Democratico e l’arroganza imperiale

Negli Stati Uniti, la situazione è ancor più esplicita. Il Partito Democratico, che si riempie la bocca di giustizia sociale e diritti civili, ha abbandonato Gaza sotto le bombe. La sua amministrazione ha armato Israele, coperto le sue atrocità, boicottato le risoluzioni ONU e represso duramente le proteste studentesche filo-palestinesi. Non stupisce che molti giovani progressisti, arabo-americani e attivisti abbiano voltato le spalle a Biden: non si perdona la complicità con il genocidio. E forse proprio questa cecità morale, più del carisma fanatico di Trump, è stata la vera condanna dei democratici alle urne.

Giornalismo inginocchiato e intellettuali anestetizzati

Se c’è un luogo dove il panico morale si manifesta in tutta la sua bassezza, è nel giornalismo mainstream. Quando Ramzy Baroud ha perso 56 membri della sua famiglia a Gaza, nessun grande quotidiano occidentale ha pensato di intervistarlo. Nessuna prima pagina, nessun editoriale. Al contrario, una fake news su presunti legami del suo giornale con Hamas ha fatto il giro del mondo. Questo squilibrio di empatia, questa gerarchia dell’umano, non è solo una distorsione informativa: è una forma di disumanizzazione strutturata.

L’intellettuale che scrive di libertà ma tace su Rafah è un ipocrita. Il professore che analizza Foucault ma evita di parlare di apartheid in Cisgiordania è un codardo. Il direttore che pubblica editoriali contro la Russia ma ignora l’uso del fosforo bianco su ospedali palestinesi è un complice.

La repressione come sintomo

E poi c’è la repressione. Il caso Ali Abunimah, arrestato in Svizzera per la sua attività giornalistica. Gli studenti universitari sospesi, minacciati, aggrediti per aver osato sostenere la Palestina. La giornalista Mary Kostakidis processata in Australia per aver detto la verità. Tutto ciò non è altro che il riflesso di un sistema che, nel panico, risponde con l’uso della forza. Non potendo più negare, cerca di zittire.

Ma ogni manganello, ogni censura, ogni licenziamento alimenta la contro-narrazione. Ogni corpo umiliato nei campus americani, ogni bocca tappata nei telegiornali europei, rende più forte quella comunità globale che rifiuta di cedere al panico morale.

Il coraggio della verità

Non tutti si sono piegati. In ogni angolo del mondo, c’è una nuova resistenza morale che cresce. Non sempre parla dai salotti televisivi o dalle aule universitarie, ma urla nelle piazze, nei collettivi, nei podcast indipendenti, nei post censurati sui social. È composta da donne e uomini che hanno scelto la verità, nonostante il prezzo da pagare.

Questa è oggi la sfida: rompere il panico, spezzare il ricatto del silenzio, mettere il nome giusto alle cose. Quello che accade a Gaza è genocidio. Quello che Israele compie è una pulizia etnica sistematica. Quello che l’Occidente fa – tacere, armare, coprire – è complicità attiva.

Verso una Palestina libera

La lotta per la libertà del popolo palestinese non può più attendere i tempi lenti della diplomazia o la timidezza delle opinioni pubbliche anestetizzate. Serve una rete globale di coscienze, una nuova internazionalizzazione della lotta anticoloniale. Una lotta che parte dal coraggio di dire ciò che è giusto, anche se impopolare. Anche se scomodo. Anche se ti costa.

Chi tace oggi, domani sarà giudicato. E non ci sarà alibi. Né la paura, né la carriera, né le accuse di antisemitismo costruite ad arte salveranno chi ha scelto di girarsi dall’altra parte.

Perché nel tempo dell’evidenza assoluta, chi tace è complice.

Mario Sommella è attivista, scrittore e coordinatore responsabile delle politiche sociali e disabilità di Azione Civile. Da anni si occupa di giustizia sociale, diritti civili, comunicazione politica e Palestina.

“Lotta di classe dall’alto: la disfatta delle sinistre, l’avanzata delle destre, il sangue degli ultimi”

“Certo che c’è una lotta di classe. Ma è la mia classe, quella dei ricchi, che la sta facendo. E stiamo vincendo.”
Così parlava Warren Buffett, il miliardario gentile. Non un rivoluzionario in incognito, ma uno dei simboli dell’1% globale. Una confessione che pesa più di mille analisi accademiche: la lotta di classe non è scomparsa, ha solo cambiato direzione. È diventata unilaterale, verticale, silenziosa ma spietata. Si combatte dall’alto verso il basso. E chi la subisce non ha più strumenti né rappresentanza per reagire.

La sinistra, un tempo baluardo dei diritti sociali, si è arresa senza combattere. Ha smesso di essere opposizione per diventare garanzia di sistema. Dal Partito Democratico americano ai suoi cloni europei, compreso l’evanescente PD italiano, la “sinistra di governo” ha adottato la grammatica del neoliberismo, accettando le sue regole e tradendo le sue origini. La finanziarizzazione dell’economia, la deregulation, la precarizzazione del lavoro, il culto del mercato: tutto ciò che un tempo veniva combattuto oggi è amministrato con zelo da coloro che si definiscono progressisti.

Il risultato? Milioni di persone tradite, impoverite, disilluse. Una massa disorganizzata, senza più voce né tutela, che ha smesso di credere nella democrazia rappresentativa. E come ogni vuoto politico e culturale, anche questo è stato colmato: non da movimenti radicali o alternativi, ma dalla destra più estrema, reazionaria e autoritaria.
Negli Stati Uniti il trumpismo non è solo sopravvissuto: è tornato al potere, con Donald Trump nuovamente alla Casa Bianca. Ma oggi è ancora più determinato, più radicale, più organizzato. Dietro la retorica populista si nasconde un progetto sistemico di smantellamento delle istituzioni democratiche, di repressione interna e di ritorno a un suprematismo bianco che divide la società, rafforza le élite economiche e alimenta il mito del nemico interno ed esterno.
In Europa, da Le Pen a Orbán, da Meloni a Vox, le destre marciano. E in Italia, per la prima volta dalla fine del fascismo, governa una destra-destra, xenofoba e autoritaria, che riscrive la storia, reprime la dissidenza e svende diritti in nome dell’ordine.

La deriva è globale. E il sintomo più feroce di questa barbarie sistemica è la Palestina. Lì, in quella terra martoriata, la violenza non è solo militare: è economica, coloniale, razziale. È la manifestazione più cruda di un potere che non conosce limiti, che distrugge per profitto e si legittima attraverso una propaganda ipnotica.
Il governo sionista israeliano agisce come un regime suprematista etnico, fondato su una visione teocratica del potere e sulla convinzione della superiorità del “popolo eletto”. Non solo commette un genocidio, ma mette in atto un apartheid sistemico, pianificato, volto a cancellare l’identità, la storia e l’esistenza stessa del popolo palestinese. E l’Occidente, che predica diritti e democrazia, guarda, tace o applaude. Complici le sinistre addomesticate, prigioniere del ricatto atlantista.

E allora sì, ha ragione Bernie Sanders: tutto ciò che ci dicevano fosse il comunismo — la perdita del potere politico, dei beni, della dignità — ce lo ha inflitto il capitalismo stesso. Il volto attuale del capitalismo non è quello delle fabbriche, ma dei fondi speculativi. Non crea ricchezza: la concentra. Non eleva: sotterra. Non libera: opprime. Accumula nelle mani di pochi e distrugge le vite dei molti. Svuota le parole, sbriciola le conquiste sociali, trasforma la guerra in business e la miseria in colpa individuale.

Lottare oggi significa disertare il linguaggio del potere, denunciare le sue menzogne, e unirsi a chi resiste — da Gaza a Napoli, da Chicago a Parigi. Serve una nuova internazionalità della rabbia, una nuova alleanza tra oppressi. Perché se la lotta di classe continua, è tempo di invertire la direzione del fuoco.

Boicottare il voto è un atto antidemocratico: la sovranità popolare non si tocca, non si diserta

Che questo governo fosse antidemocratico e reazionario lo si sapeva sin dal suo insediamento. Ma ora, con l’invito ufficiale da parte dei principali partiti di maggioranza a disertare le urne in occasione dei referendum su lavoro e cittadinanza dell’8 e 9 giugno, si tocca una nuova soglia: quella dell’attacco diretto alla sovranità popolare.

Antonio Tajani, ministro degli Esteri e segretario di Forza Italia, ha dichiarato esplicitamente che la linea del partito è quella di non votare. Un messaggio subito raccolto anche da Fratelli d’Italia e Lega. E poco importa se questa posizione, sul piano strettamente costituzionale, è legittima: sul piano politico e morale è profondamente antidemocratica. Perché scoraggiare la partecipazione, nel tentativo di far fallire il raggiungimento del quorum, significa sabotare l’unico strumento diretto di democrazia popolare previsto dalla nostra Carta: il referendum abrogativo.

È una pratica antica e subdola, già utilizzata in passato contro consultazioni scomode. Una strategia che mira a impedire non solo la vittoria del “sì” o del “no”, ma il voto stesso. Si cancella il conflitto, si disinnesca la scelta, si svuota il diritto. Ed è questa la vera posta in gioco: non solo l’abrogazione del Jobs Act, non solo la riforma dei contratti a termine o la responsabilità negli appalti, ma la possibilità concreta per i cittadini di decidere, di contare, di esprimersi liberamente.

C’è, tuttavia, un’ipocrisia che non possiamo ignorare. Quando, nel settembre 2022, questo stesso governo si presentava agli elettori con un appello enfatico alla partecipazione, lo faceva in nome della libertà e della sovranità del popolo. Allora il voto era “sacro”, “fondamentale”, “strumento della democrazia”. Oggi, di fronte a una chiamata alle urne che riguarda temi cruciali per i lavoratori, i migranti, i giovani e i precari, il voto diventa un fastidio, un ostacolo, qualcosa da boicottare.

Questa doppia morale non è solo contraddittoria. È la prova evidente che il governo teme l’espressione del popolo.
Teme che milioni di cittadini possano esprimersi autonomamente, fuori dai suoi schemi di controllo e propaganda.
Teme un segnale politico chiaro, anche se il referendum formalmente non lo riguarda direttamente.
Teme, in sintesi, la democrazia attiva, quella vera, fatta di partecipazione e conflitto.

Il boicottaggio, dunque, non è solo un espediente tattico per impedire il quorum. È un’ammissione di debolezza politica, la paura malcelata di chi sa di aver perso consenso, di chi governa per inerzia, con incompetenza, di chi – in fondo – si comporta come uno “scappato di casa” che occupa il potere senza averne la legittimazione profonda. Ed è proprio per questo che oggi non possiamo restare fermi. Perché se accettiamo che il voto venga svuotato di significato, allora stiamo spogliando la nostra democrazia dell’unico strumento diretto che ancora ci appartiene.

Nel frattempo, i grandi media – gli stessi che ogni giorno dedicano intere trasmissioni alle beghe interne del potere – tacciono. A un mese dal voto, i cinque quesiti referendari sono completamente oscurati. Nessuna informazione, nessuna analisi, nessuna educazione civica. È un silenzio assordante, che ha un solo scopo: l’indifferenza. Perché senza informazione non c’è consapevolezza, e senza consapevolezza non c’è partecipazione.

E allora è qui che entra in gioco la nostra responsabilità. Occorre rilanciare la mobilitazione, fare appello alla dignità e al senso civico dei cittadini. Non importa se si è d’accordo o meno con i quesiti: votare è un diritto, ma soprattutto è un dovere democratico. È una presa di posizione contro chi vuole ridurre la democrazia a un rituale vuoto. È una risposta collettiva contro chi trasforma il Parlamento in un monologo e la Repubblica in una proprietà privata.

Se oggi restiamo a casa, domani potrebbero toglierci anche questa possibilità. E allora, quando lo strumento referendario sarà svuotato per sempre, dovremo fare i conti con la nostra complicità e la nostra inerzia.

Per questo, l’invito delle destre a non votare è molto più che una mossa tattica. È un’ulteriore conferma della deriva autoritaria in atto. Ed è per questo che, al di là delle bandiere, delle sigle, delle divisioni autoreferenziali e dei posizionamenti tattici, bisogna rilanciare un fronte comune di resistenza democratica. Un’alleanza sociale e politica, ampia e determinata, che unisca tutte le forze progressiste, laiche, cattoliche, civiche e sindacali. Non per un nostalgico ritorno al passato, ma per arginare un presente che somiglia sempre di più a un futuro distopico.

In molte nazioni europee la destra è già riuscita, una volta al potere, a restringere le libertà civili e costituzionali. Purtroppo questo sta avvenendo ora in Italia. Difendiamo il referendum. Difendiamo la democrazia.
un passa parola assordante,l’8 e il 9 giugno  Andiamo a votare!

Il veleno dell’odio e la dignità della verità: il caso di Taverna Santa Chiara e la repressione del dissenso filopalestinese

L’episodio accaduto il 3 maggio presso la Taverna Santa Chiara non è un semplice caso di tensione tra cliente e gestori. È, piuttosto, un termometro impietoso di un clima culturale avvelenato, nel quale il diritto alla parola, alla solidarietà e alla coscienza civile rischia di trasformarsi in un crimine. A essere colpita, in questo caso, è stata una realtà ristorativa e sociale che ha avuto l’unico “torto” di prendere pubblicamente posizione contro il genocidio in corso a Gaza, aderendo alla campagna internazionale per gli Spazi Liberi dall’apartheid israeliano. Il risultato? Una campagna d’odio organizzata, minacce di stupro e violenza fisica, diffamazioni pubbliche e intimidazioni che ricordano inquietantemente i metodi delle squadracce. Ma chi sono i veri violenti in questa vicenda?

Dal diritto all’indignazione alla criminalizzazione della solidarietà
Chi ha seguito la vicenda sa che tutto è iniziato quando una turista, dopo aver pranzato tranquillamente nel locale, ha iniziato a manifestare ad alta voce il proprio sostegno al governo israeliano e alle sue azioni contro il popolo palestinese. Una provocazione verbale che si è trasformata, nel momento in cui i gestori hanno ribadito — con lucidità e coscienza civile — la loro opposizione a un crimine contro l’umanità come il genocidio in atto. A quel punto, la turista ha accusato i presenti di antisemitismo, ha ripreso i lavoratori e i clienti senza alcun consenso — incluso un minore — e ha pubblicato i video sulla rete, accompagnandoli con accuse infamanti e bugie, scatenando un linciaggio mediatico.

La reazione, se non fosse tragica, sarebbe grottesca: minacce di spedizioni punitive, intimidazioni telefoniche, messaggi carichi di odio, auspici di stupro. Tutto questo per aver pronunciato una verità ormai conclamata da numerose organizzazioni internazionali, accademici, giuristi, testimoni: quello che Israele sta facendo a Gaza è un genocidio. E chi lo nega o lo giustifica è moralmente e storicamente complice.

Genocidio in diretta, ma censurato

Secondo i dati forniti dal Ministero della Sanità di Gaza, più di 54.000 palestinesi sono stati uccisi in pochi mesi, la metà dei quali bambini. Ogni 15 minuti un bambino muore. Le infrastrutture sanitarie sono state distrutte, l’accesso all’acqua e al cibo è stato deliberatamente ostacolato, centinaia di migliaia di sfollati vivono senza riparo né cure. Tutto questo è stato documentato da agenzie umanitarie, medici sul campo, giornalisti indipendenti. Ma a nulla valgono i numeri se la propaganda riesce a rovesciare la realtà: il popolo che resiste viene accusato di terrorismo, quello che bombarda ospedali viene definito “difensore della democrazia”.

In questo contesto, chi osa anche solo nominare la parola “Palestina” senza associarla alla parola “terrorismo” diventa un bersaglio. Come lo è diventato il personale della Taverna Santa Chiara. La loro unica colpa? Aver detto la verità. E, soprattutto, averlo fatto in un Paese dove la stampa e la politica — salvo rare eccezioni — hanno smesso da tempo di raccontare i fatti, preferendo ripetere acriticamente le veline dell’ambasciata israeliana.

Un clima da caccia alle streghe

La reazione scatenata contro il locale è un segnale preciso: il dissenso va messo a tacere. E se non bastano le campagne denigratorie online, allora si passa all’intimidazione fisica, alle minacce sessuali, alla distruzione morale. Non è solo una questione di solidarietà alla Palestina. È, più in generale, la dimostrazione che nel nostro tempo dire la verità è diventato un atto rivoluzionario, come ammoniva George Orwell. E chi si permette di farlo in un clima ideologico costruito sulla censura, sulla menzogna e sulla criminalizzazione della resistenza, viene trattato da criminale.

Ma c’è di più. Ciò che emerge è un razzismo nuovo e antico allo stesso tempo: un razzismo antipalestinese, che permette di disumanizzare un intero popolo, ridurlo a “terroristi”, e legittimare il loro sterminio. Un razzismo che si nasconde dietro accuse infondate di antisemitismo, svuotando di significato l’autentica lotta contro l’odio verso gli ebrei per trasformarla in uno scudo ideologico a difesa dell’apartheid e del colonialismo.

Una questione di civiltà, non di schieramenti

Chi oggi si schiera dalla parte della Palestina non difende un partito o un movimento. Difende un principio di civiltà: il diritto di un popolo a non essere sterminato, a non essere deportato  dalla propria terra, a non essere considerato una “razza inferiore”. Difende l’idea che nessun crimine possa essere giustificato, neanche quando a commetterlo è uno Stato “alleato” dell’Occidente. Difende la verità contro la menzogna, la dignità contro il cinismo.

Conclusione: restare umani, costi quel che costi

Il caso della Taverna Santa Chiara non deve rimanere un episodio isolato da relegare alle cronache locali. Deve diventare un simbolo di resistenza civile. Perché se oggi si colpisce un piccolo ristorante che ha avuto il coraggio di esprimere un pensiero libero, domani chi sarà il prossimo? I docenti che parlano di Palestina a scuola? I giornalisti indipendenti? I cittadini che manifestano?

In un’epoca in cui il genocidio viene trasmesso in diretta ma rimosso dalla coscienza collettiva, l’indifferenza è complicità. E il silenzio è un crimine.

A chi oggi minaccia e diffama, noi rispondiamo con una sola parola: non vi temiamo. E a chi ancora non ha preso posizione, ricordiamo le parole di Desmond Tutu: “Se sei neutrale in situazioni di ingiustizia, hai scelto la parte dell’oppressore.”

Quando la democrazia diventa il cavallo di Troia dell’autoritarismo: il rischio della deriva illiberale

C’è un paradosso che inquieta le democrazie occidentali: quello per cui, proprio grazie agli strumenti e alle libertà offerte dal sistema democratico, possono emergere e affermarsi forze politiche che ne negano i principi fondamentali. È il paradosso dell’uovo della serpe: la democrazia libera consente l’ascesa di chi della libertà vuole farne scempio.

Non è una questione astratta. È il cuore di ciò che oggi mina alla base l’architettura costituzionale di molti Stati europei. E non riguarda solo i fantasmi del passato, ma i volti noti del presente: Trump negli Stati Uniti, Orban in Ungheria, Le Pen in Francia, Afd in Germania, Meloni in Italia. Il punto critico non è che queste forze siano contro la democrazia in senso procedurale — spesso ne rispettano le regole formali — ma che mirino a svuotarla di senso, minandone le basi liberali: separazione dei poteri, rispetto delle minoranze, indipendenza della stampa, primato della Costituzione.

È in questo quadro che si inserisce la discussione accesa in Germania sulla messa al bando di Alternative für Deutschland (AfD). I servizi segreti tedeschi hanno identificato in quel partito un pericolo per l’ordine democratico, definendolo «incompatibile con l’idea di libertà, giustizia e democrazia» su cui si fonda la Repubblica federale. Una posizione forte, figlia dell’antifascismo costituzionale tedesco, ma che solleva interrogativi non banali: è legittimo escludere forze politiche dalla competizione elettorale per il loro orientamento ideologico? E se sì, dove fissare il confine tra protezione della democrazia e repressione del dissenso?

Il rischio, come ha osservato il politologo Marco Valbruzzi, è che questa conventio ad excludendum finisca per rafforzare proprio ciò che si intende contrastare, alimentando la retorica della vittimizzazione e il consenso tra gli elettori più arrabbiati. Il vero antidoto all’autoritarismo non può essere una scorciatoia giuridica, ma una risposta politica e culturale. Una democrazia forte si difende sul terreno della partecipazione, della giustizia sociale, della trasparenza. Non rimuovendo il problema, ma affrontandolo alla radice.

Del resto, la crisi attuale non nasce nel vuoto. È frutto di decenni di politiche che hanno spogliato la democrazia del suo contenuto popolare, trasformandola in un contenitore vuoto, governato da élite tecnocratiche, mercati impersonali e poteri senza volto. I partiti socialdemocratici, progressisti e liberali hanno abbandonato le classi lavoratrici, smantellato lo Stato sociale, promosso l’austerità e ridotto il ruolo dei Parlamenti. In questo vuoto si è inserita la destra radicale, presentandosi come l’unica voce del “popolo tradito”.

È successo in America con Trump, dove l’evocazione di Dio, patria e proprietà ha coperto i peggiori impulsi autoritari. È successo in Europa con Le Pen, Orban e ora anche con Meloni, che in Italia vuole riscrivere l’assetto costituzionale con la riforma del premierato, l’autonomia differenziata, e una giustizia assoggettata al potere esecutivo. E ciò che inquieta non è tanto il contenuto delle riforme — già grave — ma il metodo: l’idea che si possa alterare la Costituzione a proprio piacimento, una volta conquistato il potere.

Ma la democrazia non è solo maggioranza. È anche garanzia. È limite. È equilibrio. È proprio ciò che distingue una Repubblica costituzionale da una tirannide elettiva. Come ricordava Norberto Bobbio, non basta il voto per definirsi democratici: servono contrappesi, divisione dei poteri, informazione libera e rispetto delle minoranze.

La tentazione illiberale — alimentata da piattaforme digitali trasformate in armi ideologiche, da leader cinici e da un sistema mediatico sempre più fragile — è ormai globale. Elon Musk, con la sua X, si è eretto a megafono della destra internazionale, difendendo AfD e attaccando la stampa professionale. Javier Milei in Argentina twitta che «non odiamo abbastanza i giornalisti», evocando lo spettro della violenza simbolica e non solo. In Italia, il governo alimenta un clima anti-costituzionale, mentre parte della stampa si è piegata all’infotainment o all’autocensura.

In questo scenario, la domanda diventa cruciale: può una democrazia tollerare la propria negazione? E, viceversa, può salvarsi diventando essa stessa illiberale?

La risposta, per quanto difficile, sta in un equilibrio fragile ma necessario: difendere con fermezza i principi costituzionali, senza usarli come clava per escludere il dissenso legittimo. Le forze dichiaratamente nemiche della democrazia liberale vanno denunciate, isolate e combattute sul terreno politico, culturale e sociale. Ma il rispetto delle regole deve restare saldo. Perché, se si imbocca la via dell’esclusione forzata, si rischia di legittimare ciò che si vuole delegittimare. E se la democrazia si difende con strumenti autoritari, non fa che anticipare la dittatura che dice di temere.

La via è un’altra. È ricostruire un tessuto sociale, riconnettere rappresentanza e realtà, ridare senso alla politica come progetto collettivo. È riaffermare la centralità della Costituzione — quella vera, quella scritta col sangue della Resistenza — come stella polare di ogni governo, di destra o di sinistra. Perché, in fondo, la libertà non si difende negandola, ma rendendola più forte, più giusta, più uguale per tutti.

Israele, la menzogna come dottrina: un secolo di propaganda e colonialismo

C’è un libro che nessun grande quotidiano italiano ha recensito. Una raccolta di verità scomode e parole impronunciabili nell’epoca dell’informazione disciplinata: Israël. Les 100 pires citations, scritto da Jean-Pierre Bouche e Michel Collon. Pubblicato nel 2023 grazie al sito investigativo Investig’action — amministrato dallo stesso Collon — il testo squarcia il velo su uno degli apparati propagandistici più sofisticati e longevi del nostro tempo: quello sionista. Non è una lettura per animi tiepidi. È un martello che abbatte i miti fondativi, le menzogne reiterate e i postulati ideologici con cui Israele ha giustificato, per oltre un secolo, l’espulsione e la soppressione sistematica del popolo palestinese.

La funzione di questo libro non è solo quella di mostrare ciò che Israele fa — genocidio compreso — ma di risalire alla fonte: ciò che Israele pensa davvero. Non la facciata mediatica, ma il pensiero politico profondo dei suoi fondatori, ministri, generali e ideologi. Dai testi sionisti del XIX secolo alle dichiarazioni dei leader militari odierni, Collon e Bouche svelano un progetto coloniale strutturato, esplicito e coerente nella sua brutalità. Un progetto che nulla ha da invidiare alle passate imprese dell’imperialismo europeo.

Dal sionismo messianico al colonialismo armato

A chi sostiene ancora che criticare il sionismo equivalga ad antisemitismo, va ricordato che i palestinesi, come gli ebrei, sono semiti. La critica non è rivolta all’identità ebraica, ma a un disegno politico intriso di messianismo, suprematismo etnico e dottrina coloniale. Un progetto che si pone come prolungamento delle pulsioni imperiali dell’Occidente e che ha trovato alleati insospettabili: dal Regno Unito del Mandato alla Germania nazista.

Collon, da anni impegnato nello smascherare le manipolazioni ideologiche delle guerre umanitarie, evidenzia come la propaganda israeliana — così come quella delle potenze NATO — agisca sulle emozioni per anestetizzare la ragione. L’orrore, l’indignazione, il raccapriccio vengono utilizzati come leve per giustificare massacri preventivamente decisi, presentandoli come risposte difensive.

Il potere della parola: da Herzl a Netanyahu

È nel linguaggio che si costruisce l’impalcatura ideologica dell’oppressione. E il libro di Collon e Bouche è una miniera di citazioni che inchiodano Israele al suo stesso pensiero. Cosa pensava davvero Theodor Herzl, padre fondatore del sionismo? Nel 1896, scriveva:

“Dovremo espropriare con dolcezza la proprietà privata nelle terre che ci saranno assegnate […] Inciteremo la popolazione sprovvista di mezzi a varcare il confine […]. L’espropriazione e la cacciata dei poveri dovranno essere fatte con discrezione e circospezione”.

Un progetto coloniale lucido, pianificato, mascherato dietro la retorica del “diritto a una patria”. Ma che diritto può fondarsi sull’espulsione dell’altro?

La benedizione dell’Impero: Churchill, Hitler e il business della deportazione

A rafforzare il disegno sionista fu l’abbraccio del potere imperiale britannico, sintetizzato da Winston Churchill nel 1920:

“Se durante i nostri giorni sulle rive del Giordano venisse creato uno Stato ebraico sotto la protezione della Corona britannica […] sarebbe vantaggioso da ogni punto di vista”.

Persino la Germania nazista, come rivelato in una circolare del 1934, considerava il sionismo compatibile con i suoi obiettivi:

“L’emigrazione degli ebrei tedeschi sarà attivamente promossa d’ora in poi dal governo nazionalsocialista […]. Le autorità ufficiali tedesche collaborano pienamente […] nella promozione dell’emigrazione in Palestina”.

Questa convergenza si materializzò nell’Accordo Haavara, firmato nel 1933, che facilitava l’esodo ebraico in Palestina in cambio di esportazioni tedesche. Un esempio perfetto di come il sionismo, pur proclamandosi difensore degli ebrei, abbia negoziato anche con i loro carnefici per accelerare la colonizzazione della Palestina.

La Dottrina Annibale e la narrazione del 7 ottobre

L’analisi di Collon e Bouche tocca il punto più sensibile della propaganda israeliana: la gestione narrativa del 7 ottobre. I media occidentali hanno offerto una versione univoca dell’attacco: un massacro barbarico compiuto da Hamas contro civili innocenti. Ma la realtà, come sempre, è più complessa.

Non solo Hamas, ma anche altre formazioni della resistenza palestinese hanno preso parte all’offensiva, rivolta principalmente contro obiettivi militari. E, come ammesso dallo stesso generale Yoav Gallant, fu applicata la Dottrina Annibale: sparare anche su civili israeliani per evitare prigionieri nelle mani dei palestinesi. I danni rilevati — auto bruciate, strutture distrutte — non sembrano compatibili con le armi leggere della resistenza. E, come riportato da Haaretz, metà dei morti erano militari o agenti.

I bambini decapitati e le bugie mediatiche

Il caso delle presunte decapitazioni di 40 neonati è l’esempio più eclatante di manipolazione emotiva. Diffusa da media controllati dal miliardario franco-israeliano Patrick Drahi, la notizia — priva di prove, alimentata da testimonianze inaffidabili — è stata ripresa in prima pagina da quasi tutta la stampa italiana. Poi la smentita, sottovoce, da parte dell’esercito israeliano stesso: nessuna prova concreta. Ma il danno era già fatto.

Così si giustifica il genocidio: con il sangue finto dei “bambini nostri” per coprire quello reale dei “bambini loro”. Secondo il Ministero della Salute di Gaza, sono oltre 15.600 i bambini palestinesi uccisi dopo il 7 ottobre. Uno ogni 15 minuti. Una contabilità dell’orrore che trova giustificazione solo nell’ideologia della disumanizzazione.

L’anima orientale da estirpare: suprematismo e sionismo

L’ultima citazione, forse la più rivelatrice, viene da Zeev Jabotinsky, teorico sionista filofascista:

“Andiamo in Palestina […] per spazzare via completamente ogni traccia dell’anima orientale”.

Non è solo colonialismo: è razzismo culturale. È la negazione della possibilità che l’ebreo possa essere orientale, arabo, palestinese, simile al luogo in cui vive. È il rigetto dell’integrazione, dell’ibridazione, della convivenza.

Conclusione: la realtà dietro la maschera

Quello che emerge da queste “100 peggiori citazioni” è l’essenza stessa dello Stato israeliano: un progetto coloniale fondato sulla pulizia etnica, la menzogna sistemica, la propaganda emozionale. Un progetto sostenuto dalle potenze occidentali, che hanno trovato in Israele il perfetto bastione del proprio dominio geopolitico in Medio Oriente.

In un mondo dove la menzogna è diventata politica di Stato e la verità è relegata ai margini del dibattito pubblico, il lavoro di Collon e Bouche non è solo necessario: è urgente. Perché non può esserci pace senza verità, né giustizia senza memoria.