C’è un libro che nessun grande quotidiano italiano ha recensito. Una raccolta di verità scomode e parole impronunciabili nell’epoca dell’informazione disciplinata: Israël. Les 100 pires citations, scritto da Jean-Pierre Bouche e Michel Collon. Pubblicato nel 2023 grazie al sito investigativo Investig’action — amministrato dallo stesso Collon — il testo squarcia il velo su uno degli apparati propagandistici più sofisticati e longevi del nostro tempo: quello sionista. Non è una lettura per animi tiepidi. È un martello che abbatte i miti fondativi, le menzogne reiterate e i postulati ideologici con cui Israele ha giustificato, per oltre un secolo, l’espulsione e la soppressione sistematica del popolo palestinese.
La funzione di questo libro non è solo quella di mostrare ciò che Israele fa — genocidio compreso — ma di risalire alla fonte: ciò che Israele pensa davvero. Non la facciata mediatica, ma il pensiero politico profondo dei suoi fondatori, ministri, generali e ideologi. Dai testi sionisti del XIX secolo alle dichiarazioni dei leader militari odierni, Collon e Bouche svelano un progetto coloniale strutturato, esplicito e coerente nella sua brutalità. Un progetto che nulla ha da invidiare alle passate imprese dell’imperialismo europeo.
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Dal sionismo messianico al colonialismo armato
A chi sostiene ancora che criticare il sionismo equivalga ad antisemitismo, va ricordato che i palestinesi, come gli ebrei, sono semiti. La critica non è rivolta all’identità ebraica, ma a un disegno politico intriso di messianismo, suprematismo etnico e dottrina coloniale. Un progetto che si pone come prolungamento delle pulsioni imperiali dell’Occidente e che ha trovato alleati insospettabili: dal Regno Unito del Mandato alla Germania nazista.
Collon, da anni impegnato nello smascherare le manipolazioni ideologiche delle guerre umanitarie, evidenzia come la propaganda israeliana — così come quella delle potenze NATO — agisca sulle emozioni per anestetizzare la ragione. L’orrore, l’indignazione, il raccapriccio vengono utilizzati come leve per giustificare massacri preventivamente decisi, presentandoli come risposte difensive.
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Il potere della parola: da Herzl a Netanyahu
È nel linguaggio che si costruisce l’impalcatura ideologica dell’oppressione. E il libro di Collon e Bouche è una miniera di citazioni che inchiodano Israele al suo stesso pensiero. Cosa pensava davvero Theodor Herzl, padre fondatore del sionismo? Nel 1896, scriveva:
“Dovremo espropriare con dolcezza la proprietà privata nelle terre che ci saranno assegnate […] Inciteremo la popolazione sprovvista di mezzi a varcare il confine […]. L’espropriazione e la cacciata dei poveri dovranno essere fatte con discrezione e circospezione”.
Un progetto coloniale lucido, pianificato, mascherato dietro la retorica del “diritto a una patria”. Ma che diritto può fondarsi sull’espulsione dell’altro?
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La benedizione dell’Impero: Churchill, Hitler e il business della deportazione
A rafforzare il disegno sionista fu l’abbraccio del potere imperiale britannico, sintetizzato da Winston Churchill nel 1920:
“Se durante i nostri giorni sulle rive del Giordano venisse creato uno Stato ebraico sotto la protezione della Corona britannica […] sarebbe vantaggioso da ogni punto di vista”.
Persino la Germania nazista, come rivelato in una circolare del 1934, considerava il sionismo compatibile con i suoi obiettivi:
“L’emigrazione degli ebrei tedeschi sarà attivamente promossa d’ora in poi dal governo nazionalsocialista […]. Le autorità ufficiali tedesche collaborano pienamente […] nella promozione dell’emigrazione in Palestina”.
Questa convergenza si materializzò nell’Accordo Haavara, firmato nel 1933, che facilitava l’esodo ebraico in Palestina in cambio di esportazioni tedesche. Un esempio perfetto di come il sionismo, pur proclamandosi difensore degli ebrei, abbia negoziato anche con i loro carnefici per accelerare la colonizzazione della Palestina.
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La Dottrina Annibale e la narrazione del 7 ottobre
L’analisi di Collon e Bouche tocca il punto più sensibile della propaganda israeliana: la gestione narrativa del 7 ottobre. I media occidentali hanno offerto una versione univoca dell’attacco: un massacro barbarico compiuto da Hamas contro civili innocenti. Ma la realtà, come sempre, è più complessa.
Non solo Hamas, ma anche altre formazioni della resistenza palestinese hanno preso parte all’offensiva, rivolta principalmente contro obiettivi militari. E, come ammesso dallo stesso generale Yoav Gallant, fu applicata la Dottrina Annibale: sparare anche su civili israeliani per evitare prigionieri nelle mani dei palestinesi. I danni rilevati — auto bruciate, strutture distrutte — non sembrano compatibili con le armi leggere della resistenza. E, come riportato da Haaretz, metà dei morti erano militari o agenti.
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I bambini decapitati e le bugie mediatiche
Il caso delle presunte decapitazioni di 40 neonati è l’esempio più eclatante di manipolazione emotiva. Diffusa da media controllati dal miliardario franco-israeliano Patrick Drahi, la notizia — priva di prove, alimentata da testimonianze inaffidabili — è stata ripresa in prima pagina da quasi tutta la stampa italiana. Poi la smentita, sottovoce, da parte dell’esercito israeliano stesso: nessuna prova concreta. Ma il danno era già fatto.
Così si giustifica il genocidio: con il sangue finto dei “bambini nostri” per coprire quello reale dei “bambini loro”. Secondo il Ministero della Salute di Gaza, sono oltre 15.600 i bambini palestinesi uccisi dopo il 7 ottobre. Uno ogni 15 minuti. Una contabilità dell’orrore che trova giustificazione solo nell’ideologia della disumanizzazione.
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L’anima orientale da estirpare: suprematismo e sionismo
L’ultima citazione, forse la più rivelatrice, viene da Zeev Jabotinsky, teorico sionista filofascista:
“Andiamo in Palestina […] per spazzare via completamente ogni traccia dell’anima orientale”.
Non è solo colonialismo: è razzismo culturale. È la negazione della possibilità che l’ebreo possa essere orientale, arabo, palestinese, simile al luogo in cui vive. È il rigetto dell’integrazione, dell’ibridazione, della convivenza.
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Conclusione: la realtà dietro la maschera
Quello che emerge da queste “100 peggiori citazioni” è l’essenza stessa dello Stato israeliano: un progetto coloniale fondato sulla pulizia etnica, la menzogna sistemica, la propaganda emozionale. Un progetto sostenuto dalle potenze occidentali, che hanno trovato in Israele il perfetto bastione del proprio dominio geopolitico in Medio Oriente.
In un mondo dove la menzogna è diventata politica di Stato e la verità è relegata ai margini del dibattito pubblico, il lavoro di Collon e Bouche non è solo necessario: è urgente. Perché non può esserci pace senza verità, né giustizia senza memoria.