Il Panico Morale e il Genocidio in diretta: la disfatta dell’Occidente e il coraggio della verità

C’è un silenzio che urla. È quello dell’Occidente davanti al genocidio in diretta del popolo palestinese. Un silenzio ipocrita, intriso di panico morale e codardia politica, che avvolge come una cappa tossica le redazioni giornalistiche, i parlamenti europei, le università, i talk show e perfino quei movimenti che un tempo si definivano “progressisti”. Un silenzio così denso da sembrare complice. Anzi, lo è. Perché oggi tacere su Gaza, sulla pulizia etnica in Cisgiordania, sul sistematico annientamento di una popolazione, non è più una svista né una distrazione: è una scelta politica.

Lo ha scritto con lucidità Ilan Pappé, storico israeliano e voce coraggiosa in un deserto di conformismo: la complicità occidentale non è nuova, ma oggi è più grave che mai. Perché non ci sono più scuse. Non viviamo nell’epoca della censura totale o dell’informazione scarsa. Viviamo nel tempo dell’accesso istantaneo, delle immagini satellitari, dei corpi smembrati sotto le macerie condivisi in tempo reale. Sappiamo tutto, vediamo tutto. E scegliamo di voltare la testa.

L’Occidente che ha paura di se stesso

Per comprendere la natura di questo silenzio dobbiamo scavare sotto la superficie. Non si tratta solo di propaganda sionista o di pressione lobbistica, sebbene entrambe abbiano un ruolo strutturale. Il problema è più profondo, culturale e persino psichico: l’Occidente non riesce a guardare Gaza perché Gaza è lo specchio delle sue ipocrisie più intollerabili.

Il panico morale – concetto ripreso da Pappé – è la paura di confrontarsi con la verità quando questa mette in discussione l’identità costruita su un mito: quello dell’Occidente come paladino dei diritti umani, della democrazia, della civiltà. Ma se riconosci che Israele sta compiendo un genocidio, devi riconoscere anche che tu – come Stato, come partito, come giornalista, come cittadino – ne sei complice. Devi fare i conti con i miliardi in armi, con le coperture diplomatiche, con il lessico disumanizzante che riduce un popolo a “terroristi”, “scudi umani” o semplicemente “danni collaterali”.

Questo è il terrore che paralizza le classi dirigenti occidentali. Non la paura dell’antisemitismo – comoda foglia di fico agitata da chi non tollera critiche a Israele – ma il timore di dover riscrivere la narrazione fondativa dell’Occidente contemporaneo. E così, da New York a Berlino, da Parigi a Bruxelles, le parole si fanno ambigue, le condanne a senso unico, e il diritto internazionale diventa un’arma a geometria variabile.

Il Partito Democratico e l’arroganza imperiale

Negli Stati Uniti, la situazione è ancor più esplicita. Il Partito Democratico, che si riempie la bocca di giustizia sociale e diritti civili, ha abbandonato Gaza sotto le bombe. La sua amministrazione ha armato Israele, coperto le sue atrocità, boicottato le risoluzioni ONU e represso duramente le proteste studentesche filo-palestinesi. Non stupisce che molti giovani progressisti, arabo-americani e attivisti abbiano voltato le spalle a Biden: non si perdona la complicità con il genocidio. E forse proprio questa cecità morale, più del carisma fanatico di Trump, è stata la vera condanna dei democratici alle urne.

Giornalismo inginocchiato e intellettuali anestetizzati

Se c’è un luogo dove il panico morale si manifesta in tutta la sua bassezza, è nel giornalismo mainstream. Quando Ramzy Baroud ha perso 56 membri della sua famiglia a Gaza, nessun grande quotidiano occidentale ha pensato di intervistarlo. Nessuna prima pagina, nessun editoriale. Al contrario, una fake news su presunti legami del suo giornale con Hamas ha fatto il giro del mondo. Questo squilibrio di empatia, questa gerarchia dell’umano, non è solo una distorsione informativa: è una forma di disumanizzazione strutturata.

L’intellettuale che scrive di libertà ma tace su Rafah è un ipocrita. Il professore che analizza Foucault ma evita di parlare di apartheid in Cisgiordania è un codardo. Il direttore che pubblica editoriali contro la Russia ma ignora l’uso del fosforo bianco su ospedali palestinesi è un complice.

La repressione come sintomo

E poi c’è la repressione. Il caso Ali Abunimah, arrestato in Svizzera per la sua attività giornalistica. Gli studenti universitari sospesi, minacciati, aggrediti per aver osato sostenere la Palestina. La giornalista Mary Kostakidis processata in Australia per aver detto la verità. Tutto ciò non è altro che il riflesso di un sistema che, nel panico, risponde con l’uso della forza. Non potendo più negare, cerca di zittire.

Ma ogni manganello, ogni censura, ogni licenziamento alimenta la contro-narrazione. Ogni corpo umiliato nei campus americani, ogni bocca tappata nei telegiornali europei, rende più forte quella comunità globale che rifiuta di cedere al panico morale.

Il coraggio della verità

Non tutti si sono piegati. In ogni angolo del mondo, c’è una nuova resistenza morale che cresce. Non sempre parla dai salotti televisivi o dalle aule universitarie, ma urla nelle piazze, nei collettivi, nei podcast indipendenti, nei post censurati sui social. È composta da donne e uomini che hanno scelto la verità, nonostante il prezzo da pagare.

Questa è oggi la sfida: rompere il panico, spezzare il ricatto del silenzio, mettere il nome giusto alle cose. Quello che accade a Gaza è genocidio. Quello che Israele compie è una pulizia etnica sistematica. Quello che l’Occidente fa – tacere, armare, coprire – è complicità attiva.

Verso una Palestina libera

La lotta per la libertà del popolo palestinese non può più attendere i tempi lenti della diplomazia o la timidezza delle opinioni pubbliche anestetizzate. Serve una rete globale di coscienze, una nuova internazionalizzazione della lotta anticoloniale. Una lotta che parte dal coraggio di dire ciò che è giusto, anche se impopolare. Anche se scomodo. Anche se ti costa.

Chi tace oggi, domani sarà giudicato. E non ci sarà alibi. Né la paura, né la carriera, né le accuse di antisemitismo costruite ad arte salveranno chi ha scelto di girarsi dall’altra parte.

Perché nel tempo dell’evidenza assoluta, chi tace è complice.

Mario Sommella è attivista, scrittore e coordinatore responsabile delle politiche sociali e disabilità di Azione Civile. Da anni si occupa di giustizia sociale, diritti civili, comunicazione politica e Palestina.

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