“Certo che c’è una lotta di classe. Ma è la mia classe, quella dei ricchi, che la sta facendo. E stiamo vincendo.”
Così parlava Warren Buffett, il miliardario gentile. Non un rivoluzionario in incognito, ma uno dei simboli dell’1% globale. Una confessione che pesa più di mille analisi accademiche: la lotta di classe non è scomparsa, ha solo cambiato direzione. È diventata unilaterale, verticale, silenziosa ma spietata. Si combatte dall’alto verso il basso. E chi la subisce non ha più strumenti né rappresentanza per reagire.
La sinistra, un tempo baluardo dei diritti sociali, si è arresa senza combattere. Ha smesso di essere opposizione per diventare garanzia di sistema. Dal Partito Democratico americano ai suoi cloni europei, compreso l’evanescente PD italiano, la “sinistra di governo” ha adottato la grammatica del neoliberismo, accettando le sue regole e tradendo le sue origini. La finanziarizzazione dell’economia, la deregulation, la precarizzazione del lavoro, il culto del mercato: tutto ciò che un tempo veniva combattuto oggi è amministrato con zelo da coloro che si definiscono progressisti.
Il risultato? Milioni di persone tradite, impoverite, disilluse. Una massa disorganizzata, senza più voce né tutela, che ha smesso di credere nella democrazia rappresentativa. E come ogni vuoto politico e culturale, anche questo è stato colmato: non da movimenti radicali o alternativi, ma dalla destra più estrema, reazionaria e autoritaria.
Negli Stati Uniti il trumpismo non è solo sopravvissuto: è tornato al potere, con Donald Trump nuovamente alla Casa Bianca. Ma oggi è ancora più determinato, più radicale, più organizzato. Dietro la retorica populista si nasconde un progetto sistemico di smantellamento delle istituzioni democratiche, di repressione interna e di ritorno a un suprematismo bianco che divide la società, rafforza le élite economiche e alimenta il mito del nemico interno ed esterno.
In Europa, da Le Pen a Orbán, da Meloni a Vox, le destre marciano. E in Italia, per la prima volta dalla fine del fascismo, governa una destra-destra, xenofoba e autoritaria, che riscrive la storia, reprime la dissidenza e svende diritti in nome dell’ordine.
La deriva è globale. E il sintomo più feroce di questa barbarie sistemica è la Palestina. Lì, in quella terra martoriata, la violenza non è solo militare: è economica, coloniale, razziale. È la manifestazione più cruda di un potere che non conosce limiti, che distrugge per profitto e si legittima attraverso una propaganda ipnotica.
Il governo sionista israeliano agisce come un regime suprematista etnico, fondato su una visione teocratica del potere e sulla convinzione della superiorità del “popolo eletto”. Non solo commette un genocidio, ma mette in atto un apartheid sistemico, pianificato, volto a cancellare l’identità, la storia e l’esistenza stessa del popolo palestinese. E l’Occidente, che predica diritti e democrazia, guarda, tace o applaude. Complici le sinistre addomesticate, prigioniere del ricatto atlantista.
E allora sì, ha ragione Bernie Sanders: tutto ciò che ci dicevano fosse il comunismo — la perdita del potere politico, dei beni, della dignità — ce lo ha inflitto il capitalismo stesso. Il volto attuale del capitalismo non è quello delle fabbriche, ma dei fondi speculativi. Non crea ricchezza: la concentra. Non eleva: sotterra. Non libera: opprime. Accumula nelle mani di pochi e distrugge le vite dei molti. Svuota le parole, sbriciola le conquiste sociali, trasforma la guerra in business e la miseria in colpa individuale.
Lottare oggi significa disertare il linguaggio del potere, denunciare le sue menzogne, e unirsi a chi resiste — da Gaza a Napoli, da Chicago a Parigi. Serve una nuova internazionalità della rabbia, una nuova alleanza tra oppressi. Perché se la lotta di classe continua, è tempo di invertire la direzione del fuoco.