Droni sul mare della vergogna: Israele attacca la Freedom Flotilla in acque internazionali. Un altro crimine sotto gli occhi chiusi dell’Europa

Il cielo sopra il Mediterraneo ha rivelato, ancora una volta, il volto crudo dell’impunità internazionale. Nella notte tra il 1° e il 2 maggio 2025, una nave umanitaria della Freedom Flotilla Coalition, impegnata nel portare aiuti a Gaza, è stata colpita due volte da un drone mentre navigava in acque internazionali, a 14 miglia dalle coste maltesi. A bordo della “Conscience”, partita dalla Tunisia, si trovavano 12 membri dell’equipaggio e 4 volontari. Nessuna vittima, ma il messaggio è stato chiaro come una sentenza: chi prova a infrangere il blocco di Tel Aviv, anche solo per soccorrere i civili assediati, è nel mirino.

Il raid, che ha provocato un incendio ed  uno squarcio nello scafo e distrutto un generatore, è stato seguito dal soccorso della marina di Malta. L’equipaggio ha rifiutato l’evacuazione e ha scelto di rimanere a bordo, riaffermando la determinazione di portare il proprio messaggio a Gaza: rompere l’assedio, denunciare l’ingiustizia, affermare la legalità internazionale.

Israele non ha rivendicato l’attacco, ma nemmeno lo ha smentito. I media israeliani parlano di “mano probabile” di Tel Aviv, e un aereo C-130 militare è stato tracciato in missione tra Israele e Malta. Intanto, come da copione, una fonte occidentale anonima ha rilanciato la classica narrazione: “La Flotilla è organizzata da Hamas”. L’accusa, infondata e sistematicamente ripetuta per ogni forma di solidarietà umana verso i palestinesi, è servita su un vassoio mediatico per legittimare l’illegalità.

Ciò che è avvenuto non è solo un attacco armato. È un atto di pirateria di Stato. È la violazione del diritto internazionale del mare, dell’inviolabilità delle acque neutrali, del principio fondamentale dell’assistenza umanitaria. È l’ennesimo capitolo del suprematismo teologico che guida il governo israeliano, il quale – al riparo da ogni sanzione – agisce come potenza sovrana al di sopra di ogni legge. Non si tratta più di autodifesa. Si tratta di dominio, intimidazione, punizione preventiva verso chi osa sfidare il regime di apartheid istituzionalizzato.

E l’Europa? Ancora una volta in silenzio. Un silenzio complice, vigliacco, colpevole. Mentre la Freedom Flotilla bruciava, mentre Gaza continua a seppellire i suoi figli sotto le macerie, Bruxelles preferisce abbassare lo sguardo, rifugiandosi in una neutralità ipocrita che odora di vigliaccheria diplomatica e interessi economici. Le istituzioni europee non hanno solo mancato di condannare l’attacco: non hanno nemmeno convocato gli ambasciatori israeliani, non hanno avviato alcuna indagine, non hanno emesso sanzioni. La legalità internazionale, così tanto sbandierata in altri scenari geopolitici, qui scompare come nebbia al sole.

Greta Thunberg, che avrebbe dovuto essere a bordo della nave, ha definito il bombardamento un “crimine di guerra”. Le sue parole pesano come macigni in un deserto di voci. E ci riportano a un’altra tragica notte: quella del 31 maggio 2010, quando la marina israeliana attaccò la “Mavi Marmara”, uccidendo nove attivisti turchi. Da allora, nulla è cambiato. Solo il silenzio è diventato più denso.

Siamo al massimo grado dell’illegalità normalizzata. Israele bombarda navi umanitarie senza alcuna conseguenza. L’Europa assiste, ammutolita. Gli Stati Uniti coprono, come sempre. E i palestinesi continuano a morire in quel lager, a cielo aperto che è Gaza. Non è più tempo di ambiguità: chiamare apartheid l’apartheid, crimine di guerra il crimine di guerra, complicità la complicità.

Se la civiltà del diritto non riesce a tutelare neppure una nave umanitaria in acque internazionali, allora siamo già oltre la soglia del disonore. Siamo nel tempo della barbarie legalizzata. E il silenzio degli Stati europei sarà ricordato, un giorno, come la più vergognosa delle complicità.

“Lo sterminio in diretta: il volto genocida di Israele e il silenzio complice dell’Occidente”

In Palestina non si sta combattendo una guerra. In Palestina si sta compiendo, con sistematica brutalità, un genocidio trasmesso in mondovisione, supportato dalla retorica suprematista e teologica del governo israeliano e sostenuto da una rete internazionale di complicità politiche, mediatiche, economiche e militari. È un progetto di sterminio che trova la sua radice nel fanatismo identitario ebraico sionista, ormai mutato in un nazismo bianco con caratteristiche teocratiche, e che viene incoraggiato, legittimato, tollerato. Non da qualche gruppo marginale, ma dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e anche dall’Italia.

Lo ha detto senza vergogna il parlamentare del Likud, Moshe Saada: “Farò morire di fame gli abitanti di Gaza, è un nostro dovere”. Lo ha ribadito il cantante Kobi Peretz: “Non provo pietà per nessun civile a Gaza, è un comandamento sterminarli”. Ecco il cuore del nuovo ordine sionista: non più solo l’occupazione, non più la discriminazione, non più l’apartheid, ma l’annientamento etnico e culturale del popolo palestinese.

Queste parole non vengono dette nelle segrete stanze. Vengono proclamate sulle televisioni nazionali, stampate sulle prime pagine dei quotidiani, acclamate nei talk show, condivise nei canali ufficiali dell’esercito israeliano. Non sono frasi isolate. Sono la punta visibile di un iceberg fatto di leggi razziali, bombardamenti su ospedali e scuole, embargo umanitario, utilizzo di armi al fosforo bianco, deportazioni e fame. E tutto questo non suscita sanzioni. Non provoca embargo. Non determina neanche una vera indignazione nei palazzi del potere europeo.

L’Italia, in particolare, ha smarrito ogni dignità. Un governo che si proclama “patriota” tace di fronte a un genocidio documentato, mentre continua a vendere armi a Tel Aviv e ospita esercitazioni congiunte. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, da sempre “amico” di Israele, non ha speso una parola di condanna reale. E mentre la strage continua, i media mainstream italiani parlano ancora di “diritto alla difesa di Israele”, come se fosse lecito cancellare dai registri anagrafici un intero popolo, compresi neonati, anziani e disabili.

La verità è che ci troviamo davanti a una normalizzazione del crimine assoluto. Le parole “genocidio”, “pulizia etnica”, “suprematismo” sono ormai tecnicamente appropriate, ma vengono evitate da giornalisti e politici per non “urtare” gli alleati statunitensi o per non “offendere” la lobby sionista. E allora si resta complici. E si diventa parte attiva dell’orrore.

Ma cosa sarebbe successo se un parlamentare europeo avesse pronunciato le stesse frasi di Moshe Saada, ma rivolte contro un popolo occidentale? Cosa accadrebbe se un cantante francese affermasse che “nessun italiano merita pietà” e che “è un comandamento sterminarli”? Sarebbe immediatamente bandito, denunciato per istigazione all’odio razziale, messo al bando da ogni emittente. In Israele, invece, questa barbarie fa aumentare gli ascolti e vendere copie.

E allora bisogna avere il coraggio di dire quello che molti pensano ma non osano pronunciare: Israele oggi è uno Stato nazista nel cuore del XXI secolo, sostenuto da una rete di potenze ipocrite che predicano i diritti umani e praticano il massacro. Gli Stati Uniti sono i primi responsabili: finanziano con miliardi di dollari ogni missile, ogni bomba, ogni raid. La NATO è silente, l’Europa è prostrata, e l’Italia si distingue per codardia e servilismo.

Intanto, a Gaza, ogni giorno vengono uccisi bambini e civili, con un’efficienza industriale del terrore che ricorda i metodi dei lager. Gideon Levy, voce coraggiosa e lucida, lo ha denunciato con fermezza: “L’istigazione al genocidio è ormai parte del linguaggio quotidiano”. E ha ragione. Il problema non è più solo la violenza. Il problema è la banalità dell’annientamento, la sua diffusione virale, la sua trasformazione in linguaggio di massa.

Questa è l’era del genocidio normalizzato, dove l’uccisione di civili è legittimata dalla Bibbia, lo sterminio è mandato in diretta sui social, e l’opinione pubblica occidentale, stanca o disorientata, sceglie l’indifferenza. Ma l’indifferenza, in tempi come questi, è complicità piena. È collaborazionismo. È un nuovo silenzio di Ponzio Pilato.

Noi non ci stiamo. Non ci volteremo dall’altra parte. E continueremo a gridare, a denunciare, a rompere il velo di ipocrisia che avvolge i palazzi della politica e le redazioni dei giornali. Perché la storia giudicherà, come ha già giudicato, e chi oggi tace o giustifica, domani dovrà rispondere. Davanti al mondo. E davanti alla propria coscienza.

Un genocidio è in corso. Non serve più chiederlo: serve fermarlo. Ora.

“Il lavoro non è una messa: retorica, sfruttamento e resistenza nel 1° Maggio del capitale armato”

Nel tempo dell’oblio istituzionalizzato, anche le date che dovrebbero unire vengono usate come cesure. Il 25 aprile è stato silenziato da un lutto nazionale lungo cinque giorni per la morte di papa Francesco – una figura scomoda e anomala per le élite economiche e politiche, che ha avuto il coraggio di parlare di sfruttamento, precarietà e dignità del lavoro senza infingimenti clericali. Non sorprende che la stessa scelta non sia stata replicata per oscurare il Primo Maggio: undici giorni di lutto sarebbero stati difficili da giustificare persino per la più spregiudicata delle destre al potere. Meglio lasciare che la ricorrenza scorra via tra un concertone e una passerella, evitando di ricordare che questa festa nasce nel sangue degli operai di Chicago, non nei salotti dei talk show o nei palchi governativi.

L’anomalia Bergoglio e il fastidio del potere per la voce dei lavoratori

Non è un caso che proprio papa Francesco fosse diventato bersaglio implicito di silenzi e manipolazioni. Quando nel 2023 accolse in Vaticano migliaia di delegati della CGIL e disse loro “fate rumore”, fece ciò che il potere teme di più: legittimare il conflitto sociale in nome del Vangelo. Denunciava la “cultura dello scarto”, chiamava “sfruttamento” quello che i giornali definiscono “flessibilità”, e si scagliava contro “l’idolatria del denaro”, quella stessa idolatria che oggi giustifica la precarizzazione, la deindustrializzazione civile e la riconversione bellica dell’economia italiana.

L’Italia della guerra che uccide il lavoro

Iveco e Leonardo progettano blindati, Fincantieri costruisce motovedette e corvette, l’industria militare italiana cresce a dismisura. I contratti civili stagnano, i salari reali calano e il potere d’acquisto dei lavoratori si erode costantemente sotto l’effetto combinato dell’inflazione e della deregolamentazione del lavoro. Negli ultimi dieci anni, il salario medio italiano ha perso oltre il 12% del suo valore reale, mentre in altri paesi europei – Germania, Francia, Spagna – è cresciuto. Oggi in Italia si lavora di più per guadagnare meno, mentre il costo della vita continua a salire: affitti, mutui, bollette, beni di prima necessità.

Nel frattempo, i bilanci delle aziende belliche crescono a doppia cifra. È un’economia schizofrenica quella che ci circonda: si lamenta il calo della domanda per auto elettriche e beni di consumo, e si rilancia la produzione di armi come antidoto alla crisi. Ma quale modello sociale si costruisce con le bombe? Quale democrazia si tutela alimentando il mercato della morte?

La Germania, come nel secolo scorso, torna ad armarsi. E l’Italia, come nel secolo scorso, tenta di aggrapparsi al suo carro armato. Nessuna lezione appresa, nessuna riflessione. Solo l’antica illusione che la guerra sia il motore della ricchezza. È il capitalismo militarizzato, dove la pace è un lusso e la produzione si salva producendo morte.

Il ritorno dei minori in fabbrica: l’americanizzazione della miseria

Dall’altra parte dell’Atlantico, in Florida, si discute una legge per abbassare a 13 anni l’età minima lavorativa. Bambini trattati come riserve di forza-lavoro per colmare il vuoto lasciato dai migranti espulsi, spesso con manette e gabbie. In un’America che si finge cristiana ma adora Moloch, il lavoro minorile diventa la soluzione alla crisi demografica e all’ossessione per i confini. È il trionfo della distopia neoliberista: meno scuola, più sfruttamento. E in Italia? Siamo su quella stessa china. Il sistema scolastico è disinvestito, i giovani vengono avviati al lavoro sottopagato con la retorica del “fare esperienza”, e i migranti – braccia preziose per l’economia – vengono criminalizzati.

Precarietà, appalti e morte: il lavoro che uccide

Secondo l’Osservatorio di Bologna, nel 2024 sono morti 1.424 lavoratori – uomini, donne, migranti – e i dati del 2025 mostrano già un incremento del 16% nei primi due mesi. È un’ecatombe. Ma è anche la punta dell’iceberg. Il Jobs Act, le riforme della destra e il mercato degli appalti hanno costruito una filiera della morte, dove chi lavora è solo un pezzo intercambiabile, sacrificabile. Chi muore sul lavoro, spesso, non ha un datore di lavoro identificabile: i grandi committenti sono legalmente deresponsabilizzati, come i registi che non firmano mai la scena finale. È una forma raffinata di disumanizzazione: non solo sei precario, ma se muori nessuno è responsabile. È lo Stato stesso che lo ha deciso.

Cinque referendum per rompere le catene del Jobs Act

L’8 e 9 giugno si voterà su cinque referendum proposti dalla CGIL. Sono referendum per il lavoro, per la dignità, per la democrazia.
1. Ripristino della reintegrazione per licenziamenti illegittimi: perché chi viene espulso senza motivo ha diritto a tornare al lavoro.
2. Abolizione del tetto alle indennità per licenziamenti nelle piccole imprese: perché la giustizia non deve dipendere dal numero di dipendenti.
3. Limitazione dell’uso dei contratti a termine: per arginare l’abuso strutturale della precarietà.
4. Responsabilità delle aziende appaltatrici sugli infortuni: per colpire l’omertà legale lungo la filiera degli appalti.
5. Riforma della cittadinanza: perché chi vive, lavora e paga le tasse qui è già italiano nei fatti.

Ma siamo in un contesto postdemocratico, in cui la partecipazione popolare è svuotata, e la sfiducia dilaga. La politica è percepita come distante, compromessa, o del tutto assente. I media tacciono, Elly Schlein parla ma il suo partito è ancora quello che approvò il Jobs Act. Il M5S sostiene i referendum ma ha governato col Capitano dei porti chiusi. AVS è in prima linea, ma è marginalizzata. E la Cisl ha scelto da tempo un’altra strada, parallela a quella del governo Meloni, lasciando la “strada maestra” della Costituzione.

O si cambia o si cade: perché il 1° maggio non basta più

Questo 1° maggio non è solo difficile. È uno specchio rotto. Da una parte, la celebrazione della retorica unitaria, incarnata dal Concertone e dalle dichiarazioni istituzionali. Dall’altra, la frattura tra chi lavora davvero e chi governa, tra chi subisce e chi impone.

Non basta più “celebrare” il lavoro. Bisogna difenderlo. E per farlo, serve una mobilitazione che non sia episodica, una consapevolezza che diventi progetto, una ribellione che si faccia diritto. La risposta non può venire da chi ha svenduto il lavoro o da chi lo ha armato. Può venire solo dal basso, da chi vive il lavoro come carne, sudore, fatica. E da chi ricorda che la Festa del Lavoro non è una messa: è un grido collettivo, eversivo, rivoluzionario.

Perché il lavoro non è una concessione. È un diritto. E senza diritti, il lavoro è solo schiavitù col badge.