“Non nel mio nome”: armi italiane per il genocidio. Il governo confessa, l’etica affonda

C’è una linea che divide la complicità dalla criminalità morale. E l’Italia, con la risposta del sottosegretario Giorgio Silli in Commissione Esteri, l’ha appena attraversata.

Con parole fredde, burocratiche, quasi rassicuranti nel loro tono anestetizzante, il governo Meloni ha ammesso quello che da mesi denunciamo: l’Italia continua a esportare armi verso Israele anche dopo il 7 ottobre 2023. Non nuove licenze, è vero. Ma quelle precedenti sì. Come se il tempo rendesse etico ciò che oggi è inaccettabile. Come se la data potesse cancellare la responsabilità politica e morale di rifornire un esercito che sta compiendo un genocidio sotto gli occhi del mondo.

Le armi “intelligenti” del sottosegretario

Ma l’aspetto più sconcertante non è solo la confessione in sé. È la giustificazione. Silli ha dichiarato che le forniture autorizzate sono state valutate “caso per caso”, e che si è proceduto solo con armamenti che “non potessero essere utilizzati contro la popolazione civile”.

Ora, facciamo un esercizio di immaginazione. Immaginiamo un’arma italiana dotata di un selettore magico: se davanti ha un bambino, un disabile, una donna o un anziano, si disattiva. Se invece rileva un militante di Hamas, si attiva. Un’arma selettiva, etica, obbediente ai valori costituzionali. È chiaro: siamo nel campo della fantascienza. Anzi, del grottesco.

Perché non esistono armi “buone” in mano a eserciti che bombardano ospedali, scuole, campi profughi. Non esistono munizioni etiche quando servono a tenere in funzione l’ingranaggio di una macchina militare che ha già ucciso oltre 55.000 persone, in gran parte civili. Non esistono componenti “innocui” se finiscono negli elicotteri, nei droni o nei carri armati di chi ha trasformato Gaza in un cimitero a cielo aperto.

E non esiste nessuna scusa tecnocratica che possa giustificare una tale complicità. Dire che “quelle armi non colpiscono civili” è una menzogna oscena, paragonabile a chi, davanti ad Auschwitz, si preoccupava della qualità del carbone usato nei forni.

Il silenzio della Meloni? Tutto tiene

Il silenzio di Giorgia Meloni, come ho già scritto nel mio precedente articolo “Il panico morale e il genocidio in diretta”, non è solo vile. È strategico. Non è semplice ossequio verso Donald Trump. È allineamento strutturale a un’ideologia di guerra permanente, dove il diritto internazionale vale solo per gli sconfitti e le vittime sono divise in “degne” e “non degne” di lutto.

Oggi sappiamo anche perché tace: non solo per non disturbare il suo nuovo “alleato” d’oltreoceano, ma perché in ballo c’è un flusso di affari bilaterale vergognoso. L’Italia non solo esporta, ma importa armi da Israele. E lo fa in misura crescente: nel 2024 le autorizzazioni sono più che raddoppiate rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 154 milioni di euro. Siamo passati dal settimo al secondo posto tra i clienti di Tel Aviv. Tutto questo mentre Israele pratica l’apartheid, la pulizia etnica e la fame come arma.

Dunque, mentre Gaza brucia, l’Italia compra e vende morte. E lo fa invocando “l’aderenza alla normativa europea e internazionale”. Ma che senso ha una norma che permette lo sterminio? Che valore ha una legge se non si accompagna alla giustizia? È l’ennesima forma di ipocrisia occidentale: ci si nasconde dietro i codici per coprire l’assenza totale di coscienza.

La responsabilità è politica, non tecnica

Non possiamo permettere che la questione venga relegata a un livello tecnico, da archivio ministeriale. Qui non stiamo parlando di cavilli burocratici, ma di etica pubblica, di valori costituzionali, di umanità. Se una fornitura militare, anche vecchia, contribuisce al genocidio di un popolo, va interrotta. Punto.

Il sottosegretario ha detto che “l’approccio italiano è particolarmente restrittivo”. È falso. È l’esatto contrario. Restrittivo sarebbe stato bloccare ogni tipo di transazione militare, sia in uscita che in entrata. Restrittivo sarebbe stato chiudere le collaborazioni accademiche con le università israeliane coinvolte nella ricerca bellica. Restrittivo sarebbe stato schierarsi apertamente per l’embargo militare internazionale nei confronti di Israele, come richiesto da centinaia di organizzazioni per i diritti umani.

Non nel mio nome
Chi finanzia la morte non è neutrale. Chi tace davanti a un crimine, lo favorisce. Chi fa affari con un governo etno-teocratico che predica la “depopolazione” di Gaza è un complice. Non servono giri di parole.

A nome di tanti cittadini italiani che non si riconoscono in questa vergogna, lo dico chiaramente: non nel mio nome.

Non voglio che le mie tasse servano a finanziare il genocidio. Non voglio che il mio Paese sia complice dell’apartheid. Non voglio che l’Italia sia corresponsabile dello sterminio di un popolo.

Se la democrazia ha ancora un senso, deve cominciare da qui: dal rifiuto radicale di ogni complicità, dalla costruzione di una coscienza pubblica che dica basta alla menzogna, alla violenza e alla diplomazia dei cadaveri.

È il momento di scegliere da che parte stare. Davvero.

Mario Sommella è attivista, scrittore e coordinatore responsabile delle politiche sociali e disabilità di Azione Civile. Da anni si occupa di giustizia sociale, diritti civili, comunicazione politica e Palestina.

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