C’è un paradosso che inquieta le democrazie occidentali: quello per cui, proprio grazie agli strumenti e alle libertà offerte dal sistema democratico, possono emergere e affermarsi forze politiche che ne negano i principi fondamentali. È il paradosso dell’uovo della serpe: la democrazia libera consente l’ascesa di chi della libertà vuole farne scempio.
Non è una questione astratta. È il cuore di ciò che oggi mina alla base l’architettura costituzionale di molti Stati europei. E non riguarda solo i fantasmi del passato, ma i volti noti del presente: Trump negli Stati Uniti, Orban in Ungheria, Le Pen in Francia, Afd in Germania, Meloni in Italia. Il punto critico non è che queste forze siano contro la democrazia in senso procedurale — spesso ne rispettano le regole formali — ma che mirino a svuotarla di senso, minandone le basi liberali: separazione dei poteri, rispetto delle minoranze, indipendenza della stampa, primato della Costituzione.
È in questo quadro che si inserisce la discussione accesa in Germania sulla messa al bando di Alternative für Deutschland (AfD). I servizi segreti tedeschi hanno identificato in quel partito un pericolo per l’ordine democratico, definendolo «incompatibile con l’idea di libertà, giustizia e democrazia» su cui si fonda la Repubblica federale. Una posizione forte, figlia dell’antifascismo costituzionale tedesco, ma che solleva interrogativi non banali: è legittimo escludere forze politiche dalla competizione elettorale per il loro orientamento ideologico? E se sì, dove fissare il confine tra protezione della democrazia e repressione del dissenso?
Il rischio, come ha osservato il politologo Marco Valbruzzi, è che questa conventio ad excludendum finisca per rafforzare proprio ciò che si intende contrastare, alimentando la retorica della vittimizzazione e il consenso tra gli elettori più arrabbiati. Il vero antidoto all’autoritarismo non può essere una scorciatoia giuridica, ma una risposta politica e culturale. Una democrazia forte si difende sul terreno della partecipazione, della giustizia sociale, della trasparenza. Non rimuovendo il problema, ma affrontandolo alla radice.
Del resto, la crisi attuale non nasce nel vuoto. È frutto di decenni di politiche che hanno spogliato la democrazia del suo contenuto popolare, trasformandola in un contenitore vuoto, governato da élite tecnocratiche, mercati impersonali e poteri senza volto. I partiti socialdemocratici, progressisti e liberali hanno abbandonato le classi lavoratrici, smantellato lo Stato sociale, promosso l’austerità e ridotto il ruolo dei Parlamenti. In questo vuoto si è inserita la destra radicale, presentandosi come l’unica voce del “popolo tradito”.
È successo in America con Trump, dove l’evocazione di Dio, patria e proprietà ha coperto i peggiori impulsi autoritari. È successo in Europa con Le Pen, Orban e ora anche con Meloni, che in Italia vuole riscrivere l’assetto costituzionale con la riforma del premierato, l’autonomia differenziata, e una giustizia assoggettata al potere esecutivo. E ciò che inquieta non è tanto il contenuto delle riforme — già grave — ma il metodo: l’idea che si possa alterare la Costituzione a proprio piacimento, una volta conquistato il potere.
Ma la democrazia non è solo maggioranza. È anche garanzia. È limite. È equilibrio. È proprio ciò che distingue una Repubblica costituzionale da una tirannide elettiva. Come ricordava Norberto Bobbio, non basta il voto per definirsi democratici: servono contrappesi, divisione dei poteri, informazione libera e rispetto delle minoranze.
La tentazione illiberale — alimentata da piattaforme digitali trasformate in armi ideologiche, da leader cinici e da un sistema mediatico sempre più fragile — è ormai globale. Elon Musk, con la sua X, si è eretto a megafono della destra internazionale, difendendo AfD e attaccando la stampa professionale. Javier Milei in Argentina twitta che «non odiamo abbastanza i giornalisti», evocando lo spettro della violenza simbolica e non solo. In Italia, il governo alimenta un clima anti-costituzionale, mentre parte della stampa si è piegata all’infotainment o all’autocensura.
In questo scenario, la domanda diventa cruciale: può una democrazia tollerare la propria negazione? E, viceversa, può salvarsi diventando essa stessa illiberale?
La risposta, per quanto difficile, sta in un equilibrio fragile ma necessario: difendere con fermezza i principi costituzionali, senza usarli come clava per escludere il dissenso legittimo. Le forze dichiaratamente nemiche della democrazia liberale vanno denunciate, isolate e combattute sul terreno politico, culturale e sociale. Ma il rispetto delle regole deve restare saldo. Perché, se si imbocca la via dell’esclusione forzata, si rischia di legittimare ciò che si vuole delegittimare. E se la democrazia si difende con strumenti autoritari, non fa che anticipare la dittatura che dice di temere.
La via è un’altra. È ricostruire un tessuto sociale, riconnettere rappresentanza e realtà, ridare senso alla politica come progetto collettivo. È riaffermare la centralità della Costituzione — quella vera, quella scritta col sangue della Resistenza — come stella polare di ogni governo, di destra o di sinistra. Perché, in fondo, la libertà non si difende negandola, ma rendendola più forte, più giusta, più uguale per tutti.