Con un monito dalla storia: Joseph Goebbels, Aktion T4 e il potere della menzogna
In un’epoca in cui l’informazione dovrebbe essere un faro di verità, assistiamo quotidianamente a episodi che sollevano interrogativi profondi sulla deontologia giornalistica e sull’uso distorto delle notizie. Tre fatti recenti raccontano molto più di quanto sembri: la gestione manipolatoria della notizia sulla dottoressa palestinese Alaa Al-Najjar, lo scontro televisivo tra Italo Bocchino e Rula Jebreal, e le sconcertanti ammissioni del direttore Sallusti. A queste vicende va affiancata una riflessione più ampia, inquietante ma necessaria, sul ruolo della propaganda ieri e oggi. Perché quando la parola mente, il sangue scorre. E la storia lo ha già dimostrato.
- La tragedia della pediatra e la “verità” piegata ai pixel
Il sito Open, diretto da Enrico Mentana e presentato come avamposto del fact-checking, ha pubblicato un articolo che avrebbe dovuto raccontare la devastante storia della pediatra palestinese Alaa Al-Najjar, cui l’esercito israeliano ha sterminato il marito e nove dei dieci figli. Eppure, quasi nulla nell’articolo parla del dolore, della violenza, del crimine. Il focus si sposta invece su una fotografia non autentica. La notizia? Relegata nelle ultime righe, in fondo, dove pochi leggono.
Il titolo e il sottotitolo lasciano intendere che l’intero fatto sia una fake news, quando è invece ampiamente documentato. È un trucco noto: spostare l’attenzione dal fatto alla cornice, dal contenuto alla forma, per annientare l’effetto emotivo e alterare il giudizio. È manipolazione editoriale allo stato puro, consapevole e velenosa.
Non è solo una scelta discutibile: è un crimine contro la verità. Perché in un mondo dove milioni di persone si fermano al titolo, chi scrive sa perfettamente che la manipolazione più efficace è quella che non sembra tale. E quando il giornalismo smette di informare per depistare, non è più giornalismo. È propaganda.
- Bocchino contro Jebreal: quando la menzogna diventa arma d’accusa
Durante la trasmissione Accordi e Disaccordi, Italo Bocchino ha accusato la giornalista Rula Jebreal di essere “profondamente antisemita”. Un’accusa infame e strumentale, rivolta a una donna che ha parte della propria famiglia sterminata ad Auschwitz, cresciuta in Israele, da sempre impegnata nella lotta contro ogni forma di odio.
La risposta di Jebreal è stata veemente, come meritava: ha definito Bocchino “pazzo, ubriaco, una vergogna umana, l’hobbista di m…”. Ma il problema non è solo lui: è l’intero sistema che consente che si possa delegittimare chi denuncia un genocidio, accusandolo di antisemitismo.
Questa è una strategia studiata: usare l’Olocausto come scudo per impedire qualsiasi critica al governo di Israele, anche quando commette crimini contro l’umanità. È un oltraggio alle vittime della Shoah. È un insulto alla memoria. È un altro modo per riscrivere la realtà con parole tossiche.
- Sallusti e la carriera regalata: l’estetica dell’ignoranza
Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale, ha dichiarato in televisione, con candida arroganza, di non aver mai conseguito la maturità, di non essere stato ammesso nemmeno all’esame, e di aver fatto carriera solo grazie a raccomandazioni.
In un Paese normale, un’affermazione del genere basterebbe per far dimettere chiunque da ogni incarico pubblico. Ma in Italia, invece, si viene premiati. Perché i servi del potere non devono essere competenti: devono essere obbedienti. Non devono dire la verità: devono saperla nascondere. E Sallusti è l’incarnazione perfetta di questo modello.
Questi tre casi non sono episodi isolati, ma frammenti di un unico sistema che ha trasformato l’informazione in un’arma, la menzogna in una virtù e l’ignoranza in curriculum.
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Goebbels, Aktion T4 e il paradosso del bugiardo storpio
A questo punto, il richiamo alla figura storica di Joseph Goebbels non è una forzatura retorica, ma un monito necessario. Goebbels, ministro della propaganda nazista, è stato il più raffinato manipolatore del XX secolo. Disse:
“Una menzogna ripetuta mille volte diventa verità.”
Goebbels era affetto da una malformazione al piede destro causata dalla poliomielite, che gli provocava una zoppia vistosa. Ma anziché convivere dignitosamente con la sua disabilità, mentì persino sulla sua condizione fisica, spacciandola per una ferita di guerra, nonostante non avesse mai partecipato alla Prima Guerra Mondiale. La menzogna era il suo corpo, il suo linguaggio, il suo mestiere.
Ed è qui che il paradosso si fa tragico: Goebbels, uomo disabile, fu tra i principali artefici dell’Aktion T4, il programma di sterminio sistematico dei disabili, il primo genocidio perpetrato dal regime nazista. Bambini, malati, persone con disturbi psichici, ciechi, sordi: furono i primi a essere uccisi. Non negli anni della guerra totale, ma prima.
Il nazismo testò le sue camere a gas sui corpi dei più fragili.
E Goebbels, disabile, firmava. Acconsentiva. Organizzava. Non provò alcuna pietà, né senso di appartenenza. Anzi, tradì sé stesso e tutti coloro che condividevano con lui l’esperienza dell’esclusione. Fu il disabile al servizio della distruzione dei disabili. Una delle forme più basse di abiezione umana.
È importante sottolineare questo punto: la condanna a Goebbels non è sulla sua disabilità, ma sull’uso che fece del proprio corpo e della propria menzogna per servire un’ideologia di sterminio. Le persone disabili sono ogni giorno in prima linea per affermare diritti, empatia, umanità. Goebbels è stato il traditore della sua stessa condizione.
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Contro la propaganda, in nome della verità
Oggi, come allora, la menzogna si maschera da informazione.
Oggi, come allora, ci sono Goebbels che camminano tra noi: sorridono nei talk-show, firmano editoriali, rilanciano accuse senza prove, distorcono immagini, ridicolizzano la sofferenza altrui.
La nostra voce deve opporsi. Con forza. Con orgoglio. Con coscienza.
Perché ogni volta che una verità viene uccisa, un innocente muore una seconda volta.
E allora, se un Dio c’è — come ho scritto in un mio post —
li incenerisca.
E se non c’è, che almeno la Storia si incarichi di ricordare i nomi dei complici, dei servi sciocchi, degli impiegati della menzogna.
Noi non dimentichiamo.
Noi non arretriamo.
Noi non ci inchiniamo.