Oltre la trappola verde: ecologia, potere e l’inganno sistemico del Capitale

“L’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio” — Chico Mendes

I. L’oblio strategico: il clima come paravento del disastro ecologico globale

Nel cuore pulsante della crisi planetaria in cui siamo immersi, l’ecologia è divenuta un simulacro, un contenitore svuotato e manipolato a piacimento dal capitalismo globalizzato. L’attenzione mediatica e politica, apparentemente rivolta alla questione ambientale, si concentra in modo quasi esclusivo sul tema del cambiamento climatico, riducendo la complessità sistemica dell’emergenza ecologica a un solo parametro: la temperatura globale. Un simile riduzionismo non è innocuo. Esso permette l’occultamento di decine di crisi parallele e interconnesse: l’inquinamento dei mari, dei suoli e dell’aria, la distruzione della biodiversità, il collasso delle foreste, la contaminazione da microplastiche, l’erosione dei suoli fertili, la devastazione del permafrost.

Ci troviamo di fronte a un processo di rimozione sistematica, orchestrato non dall’ignoranza ma dalla convenienza. Ridurre l’ecologia a “clima” consente al Capitale di evitare ogni discussione sulla sua natura predatoria e di proporre soluzioni che, pur mantenendo inalterata la logica produttivistica, si presentano come “verdi”. Una Babele comunicativa deliberata, in cui si perde ogni possibilità di lettura strutturale dell’ecocidio in atto.

II. Il negazionismo funzionale e la propaganda fossile

In questo quadro di semplificazione strategica, il negazionismo climatico non nasce dalla stupidità o dalla disinformazione, ma da un preciso assetto di potere. Le lobby dei combustibili fossili — come la Koch Industries negli Stati Uniti — hanno investito miliardi in propaganda pseudoscientifica per negare l’impatto antropico sul clima. Sotto la maschera del “realismo” economico, si è alimentata per decenni l’idea che l’attività umana sia irrilevante, che tutto rientri nella normalità delle ere geologiche.

Ma la realtà dei dati parla chiaro: le attuali variazioni climatiche non sono cicliche, ma accelerate artificialmente da oltre un secolo e mezzo di produzione industriale iperintensiva. Le temperature, le concentrazioni di CO₂, la fusione dei ghiacciai e i modelli meteorologici estremi sono tutti segni inequivocabili di un nuovo paradigma ecologico: l’Antropocene — o meglio, il Capitalocene.

Il vero obiettivo del negazionismo non è quello di “scoprire la verità”, ma di paralizzare l’azione politica, congelare la coscienza critica e mantenere in vita il modello energetico estrattivista che alimenta le oligarchie globali.

III. Il controllo sociale travestito da etica verde

Paradossalmente, anche alcune frange del dissenso si sono lasciate intrappolare in letture superficiali del discorso ecologista. La sacrosanta critica al green pass e alla gestione autoritaria della pandemia ha generato in certi ambienti un’irrazionale diffidenza verso qualsiasi discorso ecologico, temendo che la “crisi climatica” fosse solo un nuovo pretesto per instaurare forme più pervasive di controllo sociale.

Questa paura, sebbene comprensibile in tempi di “governamentalità d’emergenza”, rischia però di confondere la causa con l’effetto: non è l’ecologia a generare l’autoritarismo, ma un sistema di potere che strumentalizza ogni crisi — sanitaria, ambientale, migratoria — per consolidare il proprio dominio.

Nel gioco delle emergenze infinite, l’ambiente diventa il nuovo terreno per giustificare politiche di disciplinamento digitale, restrizioni alla mobilità e nuove diseguaglianze, sempre in nome di una “salvezza” definita dall’alto. Eppure, questa finta eticità ecologista è funzionale a spegnere ogni opposizione sistemica: ti dicono come consumare, non ti permettono di chiedere perché si consuma così tanto.

IV. Fossile o verde, purché sia profitto: l’equivoco dell’ecologia capitalista

Siamo così giunti al cuore del problema: il conflitto non è tra energia pulita e sporca, tra benzina e fotovoltaico, tra auto a diesel e auto elettriche. Il vero conflitto è tra produzione capitalistica e sostenibilità planetaria. Sia il vecchio paradigma fossile che il nuovo “green” si fondano su un presupposto identico: l’infinita crescita materiale in un pianeta finito. Anche le rinnovabili, se inserite in un modello produttivo illimitato, non fanno che spostare la soglia dell’insostenibilità più in là, ma non la eliminano.

Le “energie pulite” richiedono terre rare, miniere devastanti, nuove rotte di sfruttamento nel Sud globale. Nulla cambia nel paradigma della rapina, se non i protagonisti industriali.

Come già scriveva Giorgio Nebbia, è fisicamente impossibile una società a emissioni zero in un contesto capitalista: si può solo aspirare a un modello “meno insostenibile”, ma solo uscendo dal dogma della proprietà privata delle risorse naturali e della mercificazione universale del vivente.

V. Il grande rimosso: la questione ecologica come questione di potere

La rimozione del discorso ecologico dal dibattito pubblico — se non come patina estetica da pubblicità aziendale — è uno degli atti più violenti del nostro tempo. In questa rimozione si cela una consapevolezza repressa: se davvero affrontassimo la questione ambientale alla radice, dovremmo riscrivere ogni aspetto del nostro vivere. Dalla produzione al consumo, dalla mobilità alla distribuzione della ricchezza, fino al modo in cui concepiamo il tempo, il lavoro e la felicità.

La crisi ambientale è una crisi di civiltà. E come tale, impone una domanda ineludibile: a chi appartiene il pianeta? A pochi padroni privati o all’intera umanità? Se il globo è proprietà di azionisti e fondi di investimento, ogni soluzione sarà parziale, strumentale, iniqua.

VI. L’utopia della sopravvivenza: socializzare la Terra per salvarla

Marx lo diceva con chiarezza: nessuna società possiede realmente la Terra, ne è solo custode per le generazioni future. Solo superando il paradigma della proprietà privata delle risorse naturali potremo costruire un modello sostenibile — ecologicamente, economicamente, spiritualmente.

Questo significa rovesciare la piramide dei bisogni: passare dal diritto di comprare al diritto di respirare; dal feticcio dell’oggetto all’armonia del vivente. Ma ciò implica una lotta titanica contro il sistema stesso: un capitalismo che si difende con apparati bellici, propaganda massiva, manipolazione digitale, anestesia sociale.

I movimenti ecologici, sociali, decoloniali, femministi, contadini, indigeni lo sanno. Lo hanno sempre saputo. Ed è forse nel punto più oscuro della crisi — nella convergenza tra devastazione ambientale e repressione sociale — che si aprono le crepe da cui può filtrare un altro futuro.

VII. Il nemico è sistemico. La risposta dev’essere globale, radicale, umana

Il Capitale è polimorfo, tentacolare, dissimulato. Identificarlo con precisione è oggi difficile, ma necessario. Non è solo la Exxon o la Volkswagen, non è solo Amazon o Nestlé. È una forma di razionalità mortifera che ha colonizzato la politica, la finanza, la scienza, persino l’immaginazione.

Ecco perché serve una nuova grammatica della lotta: un’alleanza planetaria tra le soggettività colpite, un fronte di liberazione del vivente che unisca il grido della Terra con quello degli ultimi. Non una transizione ecologica tecnocratica, ma una rivoluzione ecologica, sociale e culturale.

La sfida è immensa. Ma l’alternativa è il collasso. Come diceva Bookchin, non si può convincere un sistema che vive di crescita a smettere di crescere. Si può solo superarlo.

Conclusione: salvare la Terra è salvarci da noi stessi — o meglio, da ciò che siamo diventati sotto il dominio del Capitale

Non possiamo più permetterci di pensare la questione ecologica come qualcosa di separato dalla giustizia sociale, dalla democrazia reale, dalla lotta di classe. L’ecologia non è una nicchia per anime belle o un campo da coltivare in pace: è il campo di battaglia del nostro tempo.

E allora, l’unica vera transizione è quella che va dal capitalismo alla cooperazione planetaria, dalla proprietà privata alla cura condivisa, dal dominio all’equilibrio. Perché, come disse un contadino dell’Amazzonia prima di essere ucciso: “Ambiente non è solo foresta. Ambiente è anche il posto dove si mangia, si cresce, si ama. Ambiente è vita.”

E la vita — tutta la vita — non può più attendere.

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