La Carta più bella e la più inattuata del mondo: perché l’Italia teme la sua Costituzione

C’è una frase che torna in testa ogni volta che guardiamo il dibattito pubblico italiano: abbiamo una Costituzione splendida e, insieme, una Costituzione spesso disattesa. Non nel senso romantico del “non siamo all’altezza dei nostri ideali”, ma in quello più concreto e politico: le promesse sociali e democratiche della Carta vengono trattate come un repertorio di buone intenzioni, utile da celebrare nelle ricorrenze e da aggirare quando intralcia interessi, rendite, rapporti di forza.

Eppure la Costituzione non nasce per arredare le pareti. Nasce, per usare un’immagine efficace, “in polemica con il presente”: non fotografa ciò che c’è, ma indica ciò che deve essere conquistato, soprattutto per chi sta sotto. Non è neutra, non è un manuale di galateo istituzionale. È un patto che limita i poteri e apre spazi di emancipazione. È qui che sta il punto: se la prendi sul serio, disturba.

Il pensiero critico e le sue tre grandi scuole italiane

Per capire come siamo arrivati a questo paradosso, conviene guardare a un pezzo di storia culturale e politica. In Italia, nel secondo Novecento, ci sono state almeno tre tradizioni di pensiero radicale capaci di incidere davvero.

L’operaismo ha rappresentato una critica frontale alla sinistra tradizionale e al movimento operaio istituzionalizzato, mettendo al centro conflitto, soggettività, rapporti di produzione. Ha avuto la forza di nominare ciò che molti preferivano non vedere: il lavoro non come categoria morale, ma come terreno di potere, disciplina e resistenza.

Il femminismo, soprattutto nelle sue correnti della differenza, ha scardinato categorie che sembravano intoccabili: famiglia, corpo, identità, ruoli sociali, linguaggio. Ha inciso profondamente sui costumi e sul modo stesso di concepire la libertà, mostrando che l’oppressione non vive solo nelle fabbriche o nei parlamenti, ma anche nella quotidianità.

Poi c’è l’uso alternativo del diritto: una rivoluzione meno raccontata ma decisiva. Qui la Costituzione viene letta non come una cornice neutra, bensì come strumento per dare gambe ai diritti dei subalterni. In questa prospettiva, il diritto non è soltanto tecnica, è campo di conflitto. Non è solo “ordine”, è anche possibilità di riequilibrio.

La domanda che ci inchioda, mezzo secolo dopo, è semplice e dolorosa: perché tante conquiste sono rimaste parziali, o si sono fermate alla soglia delle istituzioni? Perché molto cambiamento è rimasto confinato nelle relazioni sociali e individuali, senza diventare “struttura”, senza trasformarsi in potere democratico organizzato?

Dentro le istituzioni senza farsi addomesticare

Qui sta il nodo, che spesso la sinistra ha vissuto come un dilemma irrisolvibile: o si resta “puri” fuori dal sistema, oppure si entra e ci si sporca fino a diventare parte dell’arredo.

Ma la questione vera è un’altra: come si sta dentro le istituzioni portandoci il conflitto, senza esserne neutralizzati.

Perché la democrazia non è solo voto ogni cinque anni. È conflitto socialmente organizzato che trova canali, contropoteri, strumenti. Se il conflitto viene espulso, la democrazia si svuota e resta una scenografia: procedure senza popolo, governo senza società, decisioni senza partecipazione.

E qui arriviamo a una parola che ha fatto danni enormi: il “meno peggio”. Il meno peggio è una tecnica di governo delle aspettative: ti convincono che chiedere l’attuazione piena della Costituzione è “massimalismo”, che rivendicare diritti è “irresponsabilità”, che l’unica politica possibile è gestire la ritirata. Solo che la ritirata, a furia di farla, diventa capitolazione.

Gli anni Settanta: quando la Carta ha iniziato a camminare

C’è stato un periodo in cui, almeno in parte, la Costituzione ha smesso di essere promessa e ha cominciato a diventare realtà. Gli anni Settanta, con tutte le contraddizioni del caso, sono stati una stagione di attuazione reale di pezzi fondamentali della Carta: lo Statuto dei Lavoratori, la riforma del diritto di famiglia, il divorzio, la legge 194, la riforma Basaglia, l’istituzione del Servizio sanitario nazionale.

Non era un miracolo, né una concessione gentile. Era il prodotto di conflitti, movimenti, partiti di massa, sindacati forti, cultura diffusa. La Carta si muoveva perché qualcuno ci metteva energia, organizzazione, pressione. È esattamente ciò che oggi manca o viene demonizzato.

Da allora è iniziato un regresso lungo e paziente, spesso presentato come “modernizzazione”: precarizzazione del lavoro, privatizzazioni, tagli strutturali, riduzione degli spazi pubblici, trasformazione della politica in marketing. E intanto la Costituzione veniva ridotta a retorica.

Il premierato: l’idea di stabilità che somiglia a una scorciatoia

In questo quadro arrivano le riforme “madre di tutte le riforme”. Il premierato, nella versione in discussione in Parlamento, punta sull’elezione diretta del Presidente del Consiglio e su un assetto pensato per blindare la durata dell’esecutivo.

La stabilità è un valore, certo. Ma la domanda è: stabilità per chi e per che cosa.

Se la stabilità è costruita comprimendo contrappesi, riducendo il ruolo del Parlamento, trasformando il rapporto di fiducia in un meccanismo “a prova di incidente”, allora il rischio è chiaro: non si rafforza la democrazia, si rafforza chi governa. Non è un dettaglio tecnico. È un cambio di filosofia: dal governo come funzione controllata, al governo come perno dominante.

Diversi costituzionalisti hanno evidenziato che l’elezione diretta del capo del governo, così configurata, sarebbe un unicum e produce tensioni con l’architettura delle garanzie, inclusi i poteri del Presidente della Repubblica e l’equilibrio tra poteri.

Il punto politico, però, è ancora più brutale: quando la politica sociale arretra e la disuguaglianza cresce, le classi dirigenti tendono a cercare “governabilità” non tramite consenso e diritti, ma tramite comando. È una vecchia storia.

La riforma della magistratura: l’indipendenza come bersaglio laterale

Accanto al premierato, il cantiere sulla giustizia ha già prodotto una legge costituzionale pubblicata in Gazzetta Ufficiale, con separazione delle carriere, due CSM e istituzione di una Corte disciplinare.

Qui il dibattito è complesso e va trattato senza slogan: ci sono argomenti a favore e contro. Ma la domanda politica resta la stessa: questa riforma aumenta davvero le garanzie dei cittadini e l’efficienza del sistema, oppure ridefinisce i rapporti di forza tra poteri dello Stato in un contesto già segnato da personalizzazione del comando e riduzione dello spazio pubblico?

Il fatto che si vada verso un referendum confermativo è un dato che dovrebbe spingere tutti, qualunque posizione abbiano, a studiare e discutere sul merito, non a tifare.

L’autonomia differenziata: l’imbroglio gentile che spacca i diritti

E poi c’è l’autonomia differenziata. Qui l’imbroglio, per i cittadini, è spesso mascherato da buonsenso: “più autonomia”, “più efficienza”, “più responsabilità”. In realtà, se la metti in fila con il resto, somiglia a un pezzo dello stesso disegno: frammentare il Paese proprio mentre si concentra il potere politico al centro.

La legge 26 giugno 2024, n. 86, è in vigore dal 13 luglio 2024 e definisce il percorso per attribuire ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia alle Regioni ordinarie, ai sensi dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione.

Il cuore vero del problema sta nei LEP, i livelli essenziali delle prestazioni. Finché i LEP non sono definiti e finanziati seriamente, parlare di autonomia differenziata è come promettere “più libertà” togliendo le fondamenta della casa. I diritti sociali, scuola, sanità, assistenza, trasporti, diventano dipendenti dalla ricchezza territoriale e dalla capacità amministrativa locale, cioè dalla geografia del reddito.

E non è un rischio teorico: la Corte costituzionale è già intervenuta, e comunque il percorso è stato oggetto di contenzioso e di correzioni, segno che i nodi costituzionali non sono fantasia da “guastafeste”.

Sul piano politico, la promessa nascosta è questa: invece di pretendere che lo Stato garantisca uguali diritti ovunque, si sposta il baricentro su intese e negoziati, e i cittadini diventano utenti di sistemi territoriali sempre più diseguali. È un modo elegante per dire “arrangiatevi”, con un lessico istituzionale pulito.

Infine, un fatto cruciale: la richiesta di referendum abrogativo totale sulla legge 86/2024 è stata dichiarata inammissibile dalla Corte costituzionale (sentenza n. 10 del 2025). Anche qui, al netto delle valutazioni giuridiche, la conseguenza politica è chiara: se non puoi correggere la rotta con lo strumento referendario, la battaglia torna dove dovrebbe stare da sempre, nella società organizzata e nelle istituzioni presidiate.

La Costituzione come “utopia concreta” e come pratica quotidiana

A questo punto conviene tornare a un’immagine celebre: la Costituzione come “pezzo di carta” che non si muove da sola. Non perché sia fragile, ma perché pretende una cosa che fa paura: responsabilità quotidiana, conflitto democratico, partecipazione reale.

La Costituzione, se la prendi sul serio, non ti lascia comodo. Ti chiede di guardare in faccia il potere e di chiamarlo per nome. Ti impone di parlare di lavoro, uguaglianza sostanziale, dignità, diritti sociali come pilastri, non come “spesa”.

Ecco perché oggi, mentre si discute di premierato, di riforme della giustizia e di autonomia differenziata, la parola decisiva non è “difendere” la Carta come un reperto da museo. È attuarla. Rilanciarla. Portarla fuori dalla liturgia e dentro la vita pubblica.

La domanda vera, alla fine, non è se la Costituzione sia bella. Lo è. La domanda è se siamo disposti a usarla come leva contro i poteri costituiti, invece che come poster rassicurante. Perché la Carta, quando la fai camminare, non ti promette tranquillità. Ti promette emancipazione. Ed è per questo che la temono.

Fonti e sitografia
Il Fatto Quotidiano, 20 dicembre 2025, intervista a Gaetano Azzariti: https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2025/12/20/premierato-alle-soglie-dellautocrazia-resistere-con-la-carta-ai-poteri-costituiti/8234055/

Premierato (testi e dossier):
https://www.senato.it/leggi-e-documenti/disegni-di-legge/scheda-ddl?did=57694
https://www.senato.it/export/ddl/full/57694?leg=19
https://www.camera.it/leg19/126?idDocumento=1921&leg=19
https://temi.camera.it/leg19/dossier/OCD18-20136/disposizioni-l-introduzione-elezione-diretta-del-presidente-del-consiglio-ministri-costituzione.html
https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01421063.pdf
https://www.associazionedeicostituzionalisti.it/it/la-lettera/07-2024-la-riforma-costituzionale-della-forma-di-governo/i-rischi-del-premierato
https://www.astrid-online.it/static/upload/de-m/de-marco_fed_10_25.pdf

Autonomia differenziata:
https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2024/06/28/24G00104/SG
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2024;86=
https://temi.camera.it/leg19/post/OCD15_15089/legge-l-attuazione-autonomia-differenziata-regioni-pubblicata-legge-che-contiene-delega-determinazione-del-livelli-essenziali.html
https://www.cortecostituzionale.it/scheda-pronuncia/2024/192
https://www.cortecostituzionale.it/scheda-pronuncia/2025/10
https://www.cortecostituzionale.it/documenti/comunicatistampa/CC_CS_20250207102936.pdf
https://temi.camera.it/leg19/temi/19_tl18_regioni_e_finanza_regionale.html
https://www.autonomia.gov.it/it/la-legge/

Riforma della magistratura e referendum confermativo:
https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2025/10/30/25A05968/sg
https://temi.camera.it/leg19/provvedimento/norme-in-materia-di-ordinamento-giurisdizionale-e-di-istituzione-della-corte-disciplinare.html
https://www.programmagoverno.gov.it/it/approfondimenti/riforme-di-rilievo-del-governo/riforma-dellordinamento-giudiziario/riforma-della-magistratura/
https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/11/19/referendum-separazione-carriere-cassazione-voto-marzo-notizie/8200974/
https://www.questionegiustizia.it/articolo/data-referendum

Testi normativi citati sugli anni Settanta (Normattiva):
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1970;300
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1970;898
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1975;151
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1978;833
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1978;180
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1978;194

Calamandrei (testi e contesto):
https://archivio.quirinale.it/aspr/la-costituzione/AV-005-000140/piero-calamandrei-l-umanitaria-e-discorso-sulla-costituzione
https://formazione.indire.it/paths/piero-calamandrei-discorso-sulla-costituzione-26-gennaio-1955-progresso-ii
https://www.anpi.it/patria-indipendente/media/uploads/patria/2010/3-4/16-17_CALAMANDREI.pdf

Riconciliare la sinistraDalla malinconia all’utilità sociale, senza feticci identitari

Di Matteo Minetti e Mario Sommella.

Il punto di partenza è semplice: troppo spesso parliamo di unità della sinistra come se fosse una faccenda interna, quasi una terapia di coppia tra correnti. Ma la frattura vera non è solo tra gruppi dirigenti o tra “governisti” e “puri”. È più profonda: somiglia a quella divisione complementare con cui, da decenni, “sinistra” e “destra” si rincorrono scambiandosi pezzi di linguaggio e di agenda, mentre i rapporti materiali restano spesso intatti.

Se una forza che si definisce di sinistra finisce per garantire la conservazione del potere e del privilegio economico, in che senso è ancora sinistra? E se una forza di destra, per convenienza o per conflitto interno ai blocchi dominanti, colpisce un frammento di rendita o un pezzo di potere digitale, è automaticamente “meno destra”? La domanda non è accademica: serve a spostare l’attenzione dai simboli ai risultati, dagli emblemi ai bisogni concreti delle persone che lavorano.

Dentro questa cornice, “riconciliazione” smette di essere una parola sentimentale e diventa una scelta strategica: ricostruire un fronte popolare attorno a rivendicazioni materiali, capaci di parlare anche a chi non condivide il codice culturale della sinistra contemporanea, ma vive le stesse ferite sociali.
1. Le due sinistre e la trappola dell’identità morale

La contrapposizione tra sinistra “della responsabilità” e sinistra “della purezza” descrive un fenomeno reale: una parte cerca legittimazione nel governo e nelle compatibilità, l’altra nella coerenza testimoniale e nella denuncia. Ma raccontarla così può trasformare la politica in un tribunale morale: chi è più pulito, chi è più adulto, chi tradisce, chi resiste.

Il problema è che questa polarità, a volte, replica la stessa dinamica “sinistra/destra” quando diventa complementare: serve a far girare la ruota senza cambiare la strada. È una divisione alimentata da linguaggi e posture più che da contenuti materiali. E qui sta lo scandalo: si può presidiare un vocabolario “progressista” sui diritti o sulle buone maniere pubbliche e, nello stesso tempo, accettare come inevitabile un modello economico che produce precarietà, salari bassi, privatizzazioni, disuguaglianze territoriali, impoverimento del welfare. In quel momento la sinistra rischia di diventare un’identità morale, non una rappresentanza sociale.
2. La melanconia di sinistra come rifugio, e la “superiorità morale” come scorciatoia

Qui torna Rodrigo Nunes: la “melanconia di sinistra” non è solo tristezza. È un modo di stare nella sconfitta fino a farne un habitat. Da una parte produce cinismo (“tanto non si può cambiare nulla”), dall’altra narcisismo della sconfitta (“noi almeno abbiamo capito tutto”). In entrambi i casi, l’effetto pratico è identico: rinuncia a costruire rapporti di forza.

Ma c’è un passaggio ulteriore, più difficile da ammettere: quando la politica non riesce a incidere materialmente, tende a spostarsi sull’etica come terreno di compensazione. Se non posso cambiare i salari, dimostro di essere “migliore”. Se non riesco a costruire maggioranze popolari, certifico la mia appartenenza tramite il lessico giusto, le cause giuste, le indignazioni giuste.

Esempi concreti di questa dinamica si vedono quando la battaglia politica viene ridotta a una gara di purezza: chi sbaglia una parola viene trattato come un nemico; chi pone un problema di lavoro, casa o sicurezza sociale viene liquidato come “arretrato”; chi chiede una piattaforma materiale viene sospettato di tradimento. È una scorciatoia: invece di argomentare e organizzare, si seleziona, si espelle, si autoproclama la propria superiorità.

Il caso Palestina, in questo senso, è rivelatore. La spinta etica e la solidarietà hanno prodotto mobilitazione reale, ma spesso non hanno scalfito la linea istituzionale in modo proporzionato alla forza delle piazze. In compenso, hanno offerto alla destra un terreno comodo: presentarsi come baluardo dell’ordine pubblico e dell’“Occidente”, non tanto contro i palestinesi in astratto, quanto contro i filo-palestinesi come soggetto politico interno da delegittimare e contenere. Non a caso, nell’autunno 2025 in Italia si sono registrate forti tensioni e interventi restrittivi attorno alle manifestazioni pro-Palestina, fino al divieto di un corteo a Bologna motivato con ragioni di ordine pubblico.
Nello stesso periodo, il governo ha gestito l’esposizione pubblica sul tema in modo ambivalente: da un lato condanne e parole diplomatiche, dall’altro attacchi politici alla mobilitazione, definita “irresponsabile” quando assumeva forme di pressione diretta.

Questo non significa che la mobilitazione etica sia inutile. Significa che, da sola, non basta. Se resta senza organizzazione, senza obiettivi negoziabili e senza strumenti di forza, può trasformarsi in testimonianza. E la testimonianza, spesso, viene battuta dalla macchina del potere.
3. L’unità non “contro” qualcuno, ma “per” qualcuno

Se l’unità serve soltanto a “battere la destra”, rischia di essere un’alleanza elettorale senza popolo. Se invece serve a rappresentare i bisogni materiali di chi lavora, cambia tutto: perché la classe lavoratrice reale non è un blocco ideologico uniforme. Dentro ci sono persone di sinistra e di destra nei valori, nella cultura, nella tradizione familiare, nella religione, nel modo di leggere la nazione, l’autorità, l’ordine.

Ma su alcune cose elementari la frattura è netta: salari, orari, casa, sanità, scuola, sicurezza sul lavoro, trasporti, bollette, pensioni, diritto a curarsi senza indebitarsi, diritto a non essere ricattati.

Un fronte popolare nasce quando la domanda sociale precede l’etichetta. Non chiede a chi sta in basso di cambiare identità per meritare diritti: chiede di riconoscere un interesse comune contro la rendita e contro l’arbitrio del potere economico.
4. Il paradosso delle misure “anti-rendita” e la questione affitti brevi nella Manovra 2026

Chi governa può, per ragioni di cassa o di consenso, toccare singoli tasselli che sembrano colpire la rendita o regolano un settore controverso. Il punto politico non è discutere se quel gesto “sia di destra o di sinistra” in astratto, ma vedere se è strutturale o episodico, se sposta davvero i rapporti sociali o se si limita a una correzione cosmetica.

Sul tema affitti brevi, per esempio, oggi esiste già un impianto che distingue tra aliquota più bassa per una sola unità scelta dal contribuente e aliquota più alta per le ulteriori unità, e questa cornice è stata fissata da tempo.
La questione, però, è tornata centrale proprio perché nella Manovra 2026 sono circolate ipotesi di nuove strette e riscritture, con discussioni su soglie, numero di immobili e possibili irrigidimenti del regime, alimentando incertezza e conflitto tra interessi contrapposti.

Che cosa dimostra questa dinamica? Che le etichette ideologiche, da sole, spiegano poco: una forza può “toccare” un pezzo di rendita e nello stesso tempo difendere un impianto economico che spreme lavoro e servizi pubblici. Oppure può aprire un cantiere normativo senza toccare i pilastri del privilegio, lasciando intatti i nodi decisivi: salari, potere contrattuale, welfare, fiscalità complessiva.

Per chi sta a sinistra, questo dovrebbe essere uno stimolo, non un alibi: se chi governa può occupare pezzi episodici di agenda “anti-rendita”, allora una sinistra che voglia tornare credibile deve essere più netta, strutturale, coerente e riconoscibile sul terreno materiale.
5. Mujica: l’unità non è un valore, è un attrezzo

Pepe Mujica è l’antidoto al moralismo: non chiede unità per amor di bandiera. Chiede unità perché senza unità i subalterni non contano nulla. E perché la gente accompagna chi percepisce come forte: chi non si presenta spezzettato, litigioso, minoritario per vocazione.

Ma c’è una conseguenza pratica: l’unità non può essere la somma di identità “progressiste” che si riconoscono a vicenda. Deve essere un’alleanza sociale attorno a poche rivendicazioni materiali chiare, comprensibili, verificabili. Prima si impara a camminare insieme su un programma minimo, poi diventa tradizione.
6. Unità di classe, non unità di tribù

Una proposta politica sensata sposta l’asse: dalle tribù ideologiche alla rappresentanza di classe.

La classe dei possidenti non è omogenea culturalmente: può votare destra o sinistra, parlare liberal o conservatore, sfilare per cause civili e al tempo stesso difendere un sistema fiscale e del lavoro che scarica il peso su dipendenti e pensionati. La classe lavoratrice, invece, può essere culturalmente divisa, ma ha bisogni comuni.

Se la sinistra non costruisce un discorso che unisce quei bisogni, lascia campo a chi li intercetta con altre chiavi: sicurezza, identità, risentimento, promessa di protezione, capri espiatori. E intanto i rapporti materiali restano quelli di sempre.

L’unità, allora, non è un cartello elettorale contro qualcuno. È un patto sociale per qualcuno.
7. Le rivendicazioni materiali che possono fare da collante

Qui bisogna essere concreti. Una piattaforma materiale deve essere accettabile anche per chi ha una cultura tradizionale, cattolica o nazionale. Non significa annacquare i diritti: significa partire dalle urgenze che attraversano tutto il popolo del lavoro.

Un’unità possibile oggi può reggersi su pilastri riconoscibili: salario e contratti; lotta alla precarietà e ai subappalti; sicurezza sul lavoro con controlli reali e sanzioni; sanità pubblica con riduzione delle liste d’attesa e stop alla privatizzazione strisciante; casa e affitti con politiche abitative e contrasto alla rendita speculativa; fisco più equo con alleggerimento su lavoro e pensioni e maggiore progressività su grandi patrimoni e rendite; scuola e formazione come ascensore sociale reale; trasporti e servizi territoriali per non trasformare le periferie in colonie interne.

Queste cose parlano a chiunque viva di stipendio, indipendentemente da come vota “di pancia” sui temi identitari. E soprattutto ridanno alla parola “sinistra” un significato verificabile: stai dalla parte di chi lavora contro la rendita e contro il privilegio, oppure no.
8. La riconciliazione come igiene politica

A questo punto “riconciliare” non significa volerci bene. Significa smettere di usare la purezza come arma fratricida e smettere di usare la governabilità come giustificazione per qualsiasi resa.

Vuol dire anche una cosa molto concreta: non chiedere alle classi popolari di diventare culturalmente uguali a noi per meritare tutela. È una strada perdente, perché lascia intatto il dolore materiale e pretende che la gente voti per riconoscenza simbolica. La politica dovrebbe fare l’opposto: costruire una comunità d’interessi e, solo dopo, una comunità di senso.

Conclusione: meno bandiere, più ossa e carne

La domanda finale resta brutale, ma è la sola utile: l’unità serve a vincere una partita tra identità o a rappresentare chi lavora contro chi possiede?

Se accettiamo la lezione di Nunes sulla melanconia e quella di Mujica sulla concretezza, la risposta è chiara: l’unità non nasce dal culto della sinistra, nasce dalla sua funzione. Quando la sinistra torna a essere utile ai bisogni materiali del popolo del lavoro, allora smette di essere una definizione e torna a essere un fatto.

E forse è proprio lì che la riconciliazione diventa possibile: non perché ci siamo perdonati, ma perché abbiamo smesso di confondere la politica con lo specchio e abbiamo ricominciato a guardare, insieme, la vita reale.

Il confine che non esplode piùAldo Moro, l’Alto Adige e la lezione politica che l’Europa si ostina a dimenticare

Ho fatto questa ricerca per un motivo preciso, e non è nostalgia storiografica. È perché mentre l’Europa ripete che “non c’è alternativa” alla guerra lunga, nel Donbass e nei territori contesi tra Russia e Ucraina la parola confine è tornata a essere ciò che in Europa è sempre stata nei suoi momenti peggiori: una ferita aperta, una riga armata, una identità trasformata in trincea. E allora mi sono chiesto: esiste, nella storia europea, un caso in cui una contesa identitaria e territoriale, con morti, bombe, propaganda e odio, sia stata riportata dentro la politica fino a spegnersi davvero, senza cancellare le differenze ma rendendole governabili? La risposta è sì. Si chiama Alto Adige, Sudtirolo. E al centro di quella soluzione c’è un metodo politico, non un miracolo.

Oggi, mentre a Berlino si riaprono colloqui e proposte di compromesso che ruotano attorno a cessate il fuoco sulle linee attuali e a garanzie di sicurezza, e mentre l’opinione pubblica ucraina mostra insieme disponibilità a un congelamento del fronte e rifiuto netto di concessioni “a perdere”, l’idea che “non si può negoziare” sembra più una postura che un’analisi.
Questo testo non assolve nessuno e non banalizza il presente. Prova a fare una cosa più difficile: recuperare una grammatica europea della soluzione politica, e usarla per immaginare un’uscita che non sia resa, né escalation, ma costruzione di sicurezza comune.

C’è una parola che in Europa torna sempre, quando la storia si arrabbia: confine. A volte è una riga su una mappa. Più spesso è una ferita. E quasi sempre, quando la ferita non viene medicata con diritti, istituzioni e pazienza, qualcuno prova a chiuderla con la forza. La vicenda del Sudtirolo Alto Adige non è una cartolina alpina, né una nota a piè di pagina della politica italiana: è un laboratorio europeo di gestione del conflitto etnolinguistico, passato attraverso l’annessione, l’assimilazione, la radicalizzazione, le bombe, la diplomazia, e infine una soluzione che regge da mezzo secolo perché si è fatta carne in norme, soldi, scuola, lingua, poteri reali.

E proprio per questo, quando qualcuno la richiama per parlare dell’Europa di oggi e delle sue guerre, non sta giocando con i paragoni. Sta dicendo una cosa più scomoda: che la politica, quando vuole, può disinnescare perfino i conflitti identitari più duri. Il punto è che deve volerlo.

Dalla fine dell’Impero alla riga del Brennero

Il Sudtirolo, chiamato in Italia Alto Adige, passa all’Italia nel riassetto post Prima guerra mondiale, dentro la logica dei trattati che smontano l’Impero austro ungarico e ridisegnano l’Europa centrale. La sostanza, per chi ci viveva, è semplice: un cambiamento di sovranità sopra teste che non avevano chiesto quel cambio.

Nel 1921, nella provincia di Bolzano la popolazione germanofona è maggioritaria; le percentuali che circolano spesso (circa tre quarti di lingua tedesca, intorno a un decimo italiana, e una quota ladina) trovano riscontro nelle pubblicazioni storiche, con le cautele del caso su serie e criteri di rilevazione.

Poi arriva il fascismo, e la questione non è più solo di confini: diventa un progetto di ingegneria culturale. Italianizzazione, pressione sulla lingua, trasformazione amministrativa. Nelle società miste, quando lo Stato decide che una lingua deve diventare “di troppo”, la politica smette di essere mediazione e diventa imposizione. E l’imposizione, prima o poi, presenta il conto.

Le opzioni del 1939: scegliere tra casa e identità

Il 1939 è una data che pesa come piombo: l’accordo tra regime fascista e regime nazista porta alle opzioni, cioè alla richiesta rivolta alle comunità germanofone (e ladine) di scegliere tra l’emigrazione nel Reich o la permanenza in Italia dentro un percorso di assimilazione. È una scelta costruita per lacerare: non ti chiede di decidere un futuro, ti costringe a amputare una parte di te.

Qui serve precisione: optare e partire non coincidono automaticamente. La storiografia mostra che i numeri dell’opzione e quelli delle partenze effettive vanno maneggiati con cautela e dentro la cronologia bellica. È uno di quei casi in cui la propaganda ama le cifre nette, mentre la storia reale è fatta di rinvii, ripensamenti, costrizioni, famiglie divise.

Il dopoguerra e l’Accordo De Gasperi Gruber: un diritto internazionalizzato

Dopo la Seconda guerra mondiale, la disputa torna sul tavolo internazionale: l’Austria chiede garanzie, l’Italia difende il confine, e si arriva all’Accordo De Gasperi Gruber del 5 settembre 1946, noto anche come Accordo di Parigi. È un testo decisivo perché riconosce tutela e parità di diritti per la minoranza di lingua tedesca, include la scuola nella lingua madre, e apre la strada a una forma di autonomia. In pratica, trasforma una questione nazionale in un impegno con rilevanza internazionale.

Nel 1948 arriva il primo Statuto speciale, però impostato soprattutto sul livello regionale e non sulla provincia di Bolzano come cuore del problema. Questo punto è centrale per capire perché la tensione non si spegne: quando l’architettura istituzionale non corrisponde alla geografia del conflitto, l’autonomia rischia di apparire come una promessa scritta bene e vissuta male.

ONU, attentati e Commissione dei 19: quando la politica riprende in mano il filo

A inizio anni Sessanta la frattura esplode. La Notte dei fuochi del 1961 è lo spartiacque simbolico e operativo: una stagione di violenza che costringe lo Stato a scegliere tra sola repressione e ricerca di una soluzione.

In quel passaggio entra anche l’ONU: l’Assemblea Generale adotta la Risoluzione 1497 (1960) e poi la 1661 (1961), sollecitando Italia e Austria a riprendere negoziati per una soluzione conforme agli impegni del 1946. Non impone un modello, ma inchioda le parti a un fatto: il problema non è interno quanto basta per essere ignorato.

La Commissione dei 19 nasce in quel clima come tentativo di tradurre la vertenza in un percorso istituzionale: una camera di decompressione che prepara il terreno al compromesso. È un passaggio cruciale, perché segna il momento in cui la politica smette di inseguire l’emergenza e torna a costruire una struttura.

E va detto anche questo, con prudenza e senza propaganda: gli anni della tensione non furono solo bombe e ordine pubblico. Nelle ricostruzioni istituzionali e negli studi successivi restano anche ombre su pratiche repressive e violazioni dei diritti. Se si vuole un articolo serio, questo lato non si brandisce come slogan: si documenta, caso per caso, con gli atti e con la memoria civile.

Il Pacchetto e il secondo Statuto: autonomia come potere vero, non come gentile concessione

Il punto di svolta arriva con il Pacchetto (1969), cioè l’insieme di misure che costruisce l’autonomia provinciale e ridisegna l’assetto a favore delle Province, riducendo il ruolo della Regione. È l’idea che cambia: non più un’autonomia di cornice, ma un’autonomia che sposta davvero competenze e responsabilità.

La traduzione giuridica stabile di quel percorso è lo Statuto del 1972, con l’impianto provinciale che ancora oggi regge.

Un meccanismo cruciale, poco raccontato ma decisivo, sono le norme di attuazione e le commissioni paritetiche: strumenti con cui l’autonomia viene resa concreta nel tempo, attraverso decreti attuativi e un metodo di co decisione tra livello statale e autonomie. È una macchina paziente, tecnica, a volte lenta. Ma è proprio quella macchina che evita che ogni conflitto torni a essere identità contro identità senza mediazioni.

La chiusura del 1992: quando una disputa smette di essere internazionale

C’è un’altra data chiave: 1992. Dopo decenni di attuazione delle misure, la controversia viene formalmente chiusa con un atto che certifica, sul piano internazionale, la sostanziale composizione della vertenza. Non è un gesto simbolico: è la conferma che l’autonomia non era un anestetico momentaneo, ma un impianto capace di reggere nel lungo periodo.

Il cuore materiale della soluzione: lingua, scuola, soldi, e la dignità di non essere ospiti

Se si vuole capire perché questo caso ha funzionato, bisogna dirlo senza giri di parole: perché ha dato potere reale e riconoscimento reale.

La lingua non è stata trattata come folklore. È diventata diritto, amministrazione, scuola, bilinguismo istituzionale. Questo, in regioni miste, significa una cosa enorme: lo Stato smette di chiederti di tradurti per essere cittadino.

La finanza è stata costruita come autonomia sostanziale. Le fonti specialistiche sul modello altoatesino descrivono un principio chiaro: una quota molto alta delle entrate fiscali raccolte sul territorio resta sul territorio (spesso sintetizzata nel 90%). È qui che la politica diventa architettura: senza risorse, l’autonomia resta carta; con le risorse, diventa capacità di governo.

Ecco perché, nel tempo, la provincia di Bolzano è diventata uno dei territori più prosperi del Paese: non per miracolo alpino, ma per una combinazione di stabilità, competenze, responsabilità e capacità di pianificazione. Il benessere non cancella i conflitti identitari, ma li rende meno infiammabili, perché abbassa la percezione di essere colonizzati o marginalizzati.

La lezione politica, e il punto che mi interessa per il Donbass

Fin qui la storia. Adesso il motivo della ricerca.

Nel Donbass non siamo in una disputa “fredda”, ma dentro una guerra aperta e una contesa di sovranità che Mosca rivendica anche sul piano costituzionale, includendo formalmente territori che non controlla integralmente e che Kyiv considera parte inalienabile dello Stato ucraino.
È esattamente questo nodo che rende ogni discorso “facile” impraticabile: non basta dire cessate il fuoco, non basta dire confini intoccabili, non basta dire referendum. Se la politica vuole essere soluzione, deve disegnare una struttura che consenta due cose insieme: sicurezza e dignità. E deve farlo sapendo che oggi la società ucraina rifiuta in larga maggioranza concessioni percepite come punitive, pur mostrando aperture a formule di cessate il fuoco sulle linee attuali solo se accompagnate da garanzie credibili.

Qui è dove l’Alto Adige smette di essere un “paragone” e diventa una cassetta degli attrezzi. Non perché l’Ucraina possa copiare l’Italia del 1972. Ma perché il metodo altoatesino insegna cinque regole politiche che l’Europa oggi tende a rimuovere.

Primo: internazionalizzare le garanzie, non l’umiliazione
Nel Sudtirolo, l’Accordo del 1946 non fu un annuncio morale: fu un vincolo internazionale che obbligava lo Stato a riconoscere diritti e a costruire autonomia. Nel Donbass, qualsiasi soluzione che non sia solo una pausa armata deve poggiare su garanzie multilaterali scritte, verificabili, con meccanismi di controllo e sanzioni per la violazione. Se la cornice resta solo “fiducia”, il ritorno delle armi è una previsione, non un rischio.

Secondo: spostare il conflitto dal piano etnico a quello istituzionale
Il Pacchetto non spense la differenza linguistica: la rese governabile. La trasformò da motivo di dominio in materia di diritto. Nel Donbass, questo significa una cosa concreta e controversa: prevedere un regime speciale di tutela linguistica e culturale, non come concessione “pro Russia”, ma come standard europeo di diritti delle minoranze. Il punto non è legittimare l’aggressione. È togliere terreno, per il futuro, alla propaganda che si nutre di discriminazioni reali o presunte.

Terzo: autonomia vera implica responsabilità vera
L’autonomia funziona quando non è decorativa. Nel modello altoatesino, competenze e finanza sono sostanza, non ornamento. Nel Donbass, se mai si arrivasse a una formula di autonomia interna dentro l’Ucraina, dovrebbe essere concreta: poteri amministrativi chiari, budget definito, partecipazione reale alle decisioni locali, e al tempo stesso una architettura che impedisca la trasformazione dell’autonomia in secessione strisciante o in enclave militarizzata. Questa è la difficoltà: autonomia sì, ma dentro uno Stato che deve tornare a sentirsi integro.

Quarto: tempi lunghi, attuazione tecnica, verifiche continue
Il Sudtirolo non è “risolto” in un giorno: è una soluzione che dura perché ha norme di attuazione, commissioni paritetiche, manutenzione costante. È l’opposto del tweet geopolitico. Nel Donbass, anche il miglior accordo senza una fase lunga di implementazione, con verifiche terze e strumenti tecnici, sarebbe solo carta. Qui entrano in gioco missioni di monitoraggio, garanzie di sicurezza, e un lavoro paziente di reintegrazione di servizi, scuole, anagrafi, giustizia, economia.

Quinto: sicurezza comune, non vittoria totale
Questo è il nodo che oggi manca all’Europa: l’idea che la sicurezza non è mai solo tua. Nel 2025, mentre si discute di piani di pace e di cessate il fuoco, la retorica dominante resta spesso quella della vittoria finale o della sconfitta totale, come se la storia fosse un videogioco. E invece l’esperienza europea migliore dice altro: una pace sostenibile nasce quando anche l’avversario, pur avendo torti e responsabilità, non ha più incentivi né paura tali da tornare alle armi. Questo non significa equiparare aggressore e aggredito. Significa costruire un’uscita dal ciclo della paura.

È qui che la lezione di Moro diventa attuale. Non perché Moro “assomigli” a qualcuno di oggi, ma perché il suo metodo trattava il conflitto identitario come questione politica risolvibile, non come destino tragico: tradurre convivenza in istituzioni e risorse; tenere insieme dignità e ordine, diritti e stabilità, senza umiliare nessuno. E soprattutto, creare un percorso che renda la pace più conveniente della guerra.

Il confine, quando smette di essere una trincea, può diventare una cerniera. Ma una cerniera non nasce da sola: la costruisci, vita dopo vita, legge dopo legge, compromesso dopo compromesso. Ed è proprio questo che oggi l’Europa sembra non voler più fare: la fatica della politica.

Fonti essenziali
Eurac Research, A Primer on the Autonomy of South Tyrol (2022).
Oxford Public International Law, voce South Tyrol e richiamo alle risoluzioni ONU.
Studio comparativo su modelli di risoluzione dei conflitti (Aland e South Tyrol).
Reuters su colloqui e cornici di compromesso e su opinione pubblica ucraina rispetto a concessioni e garanzie.
ISW su rivendicazioni russe e quadro operativo; Bloomberg sul peso territoriale del Donbas in ogni negoziato.

Bombe, libri e verità scomode: perché l’Italia continua a voltarsi dall’altra parte

Parto da qui: Antonio Ingroia. Il suo nome è il filo rosso che tiene insieme due libri e due notizie speculari sullo stato della nostra democrazia informativa.

Primo: Io so (Chiarelettere), scritto da Ingroia con Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza. Per quel libro Fininvest — l’impero privato di famiglia nel campo della televisione, dell’editoria e dei media — ha fatto causa: i telegiornali aprivano, le prime pagine urlavano. Oggi la Corte di Cassazione ha chiuso la partita: “è diritto di critica”, ricorso rigettato e spese a carico di chi aveva citato. Eppure la notizia scivola in fondo ai siti. Questo è il manuale di istruzioni del potere mediatico: il clamore quando si minaccia, il sussurro quando la realtà rimette i fatti in riga. Lo ha ricordato pubblicamente anche la FNSI, riportata da diverse testate.

Secondo: Traditi (Piemme), Ingroia con Massimo Giletti. Qui non c’è nostalgia giudiziaria: c’è l’ostinazione di rimettere al centro gli atti, a partire dalla vecchia, decisiva sentenza palermitana sul covo di Riina e dalla lunga trafila del processo “trattativa”. Per aver ricordato quelle pagine, il “capitano Ultimo” ha preannunciato una citazione per danni. Il messaggio è chiaro: quando tocchi nervi scoperti, la reazione è sempre la stessa — prima il tribunale mediatico, poi (forse) quello vero.

Io so: cosa ha detto davvero la Cassazione

La Suprema Corte ha confermato l’ovvio, che ovvio non è più: se una critica si appoggia su un nucleo fattuale vero e rilevante, è legittima. Nel caso di Io so, quel nucleo è la condanna definitiva di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa e l’ampia documentazione sul sistema di relazioni tra business e Cosa Nostra prima del ’94. Non stiamo parlando di slogan: stiamo parlando di diritto e di sentenze.

Dell’Utri: i fatti essenziali, senza nebbia

Nel 2014 la Cassazione ha reso definitiva la condanna a sette anni per concorso esterno. Nel cuore delle motivazioni c’è l’idea-chiave: un “accordo mafia–imprenditore” che, nel tempo, ha garantito protezione in cambio di utilità. Dell’Utri è la cerniera tra i capi mafiosi e il mondo economico legato a Silvio Berlusconi. Questo prima che Berlusconi scendesse in politica. È la fotografia giudiziaria di una contiguità stabile, non un incidente di percorso.

Dentro quel quadro c’è Vittorio Mangano, uomo d’onore di Porta Nuova “trasferito” ad Arcore negli anni Settanta. Paolo Borsellino lo indicò come “testa di ponte” dei rapporti al Nord; anni dopo Silvio Berlusconi lo chiamò in pubblico “un eroe” perché non “cedette al ricatto dei giudici”. A rafforzare il quadro c’è l’intervista di Borsellino alla televisione francese (Canal+, 21 maggio 1992), registrata due mesi prima della strage di via D’Amelio e mandata in onda postuma: lì il magistrato ricostruisce il ruolo di Mangano come cerniera tra l’imprenditoria milanese e Cosa Nostra. È tutto documentato, e non è una parentesi di costume: è il rovesciamento morale che ci ha educati a scambiare l’omertà per virtù.

Traditi: cosa c’è negli atti (e perché brucia ancora)

Nel 2006 il Tribunale di Palermo assolse Mori, De Donno e De Caprio sul “covo di Riina” ma scrisse che la cessazione della vigilanza, senza avvisare la Procura, era condotta “certamente idonea all’insorgere di una responsabilità disciplinare”, sebbene “equivoca” ai fini di una condanna penale. In Traditi quella pagina viene ricordata, insieme alla lettura, poi ripresa in primo grado nel processo “trattativa”, della mancata perquisizione come “segnale” per tenere aperto un canale con la componente “moderata” di Cosa Nostra.

Il processo “trattativa Stato–mafia” si è chiuso nel 2023 con assoluzioni per gli imputati istituzionali: il reato non regge “oltre ogni ragionevole dubbio”. Ma nelle motivazioni di primo e secondo grado resta il mosaico di contatti e di sconcertanti omissioni. La Cassazione ha spento il reato, non ha cancellato la storia. E questa storia, con i suoi lampi e le sue ombre, va raccontata per intero.

Le bombe che ci hanno cambiati: i nomi, uno per uno

Non c’è pagina sui rapporti tra Stato, mafia e poteri che possa prescindere dai caduti.

23 maggio 1992, Capaci: Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Ventitré feriti. È la strage che squarcia il Paese.

19 luglio 1992, via D’Amelio: Paolo Borsellino e gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna della Polizia caduta in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. L’unico superstite è Antonino Vullo.

3 settembre 1982: Carlo Alberto Dalla Chiesa, Emanuela Setti Carraro, Domenico Russo.

29 luglio 1983: Rocco Chinnici, i carabinieri Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta, il portiere Stefano Li Sacchi.

30 aprile 1982: Pio La Torre e Rosario Di Salvo. La Torre, autore e simbolo della legge Rognoni–La Torre (art. 416-bis e confisca dei beni), ucciso per aver alzato il livello della sfida istituzionale alla mafia.

6 gennaio 1980: Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana, assassinato sotto casa mentre provava a “rimettere le carte in regola” nella pubblica amministrazione.

Poi il 1993: Firenze, via dei Georgofili (Angela e Fabrizio Nencioni, le figlie Nadia e Caterina, lo studente Dario Capolicchio), Milano, via Palestro (cinque vittime, tra cui tre vigili del fuoco e un agente della Polizia locale), Roma, San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano (decine di feriti). È il terrorismo mafioso che devasta persone, città e patrimonio.

14 maggio 1993, Roma, via Fauro: l’autobomba contro Maurizio Costanzo, che si salva insieme a Maria De Filippi; ventiquattro feriti e danni ingenti. È uno dei bersagli simbolici dell’offensiva, colpire un volto tv che aveva dato spazio pubblico all’antimafia.

23 gennaio 1994, Stadio Olimpico: l’autobomba pronta per falciare i carabinieri non esplode per un malfunzionamento. La strage che non fu, e che avrebbe potuto cambiare tutto.

Perché la notizia “scompare” quando vince la verità

Torniamo al punto di partenza: Ingroia e Io so. Quando la querela parte da un grande gruppo, i titoli aprono; quando la Cassazione ristabilisce che quella critica è lecita perché fondata su atti e sentenze, la notizia si spegne. Non è una distrazione: è la fisiologia di un sistema informativo concentrato, dove chi controlla i megafoni decide anche la gerarchia delle correzioni. La FNSI lo ha ricordato con nettezza; diverse testate lo hanno riportato, ma in sordina rispetto al fragore dell’atto iniziale.

Questa asimmetria uccide la memoria. Perché nel frattempo, mentre discutiamo di “toni”, restano gli atti: la Cassazione 2014 su Dell’Utri; le motivazioni 2006 sul covo di Riina; le sentenze 2018/2021 e la Cassazione 2023 sulla trattativa. E restano i nomi dei caduti, che andrebbero ripetuti più spesso dei nomi degli imputati.

Cosa c’è da capire, adesso

1. La verità giudiziaria non è un’opinione. Io so non “offendeva”: esercitava un diritto fondato su fatti. Lo dice la Cassazione, non un blog.

2. La storia della trattativa esiste, anche quando il reato non regge. Le assoluzioni non cancellano i contatti e le omissioni che le corti di merito hanno descritto. La Cassazione ha spento il profilo penale; la responsabilità politica e morale resta a verbale.

3. Il rovesciamento etico è un fatto, non una sensazione. Dire “Mangano eroe” in pubblico ha normalizzato l’omertà. Quel rovesciamento continua a produrre smemoratezza collettiva.

Che cosa dobbiamo pretendere, da cittadini

– Parità di spazio: se apri i telegiornali quando parte una querela, apri quando cade in Cassazione. Altrimenti non è informazione: è propaganda.

– Rispetto per i libri scomodi: Io so e Traditi non sono invettive, sono opere di interesse pubblico che rimettono gli atti al centro. Minacciarle di continuo con azioni civili è manganello simbolico.

– Memoria con nome e cognome: i magistrati e le scorte; le vittime civili e i soccorritori; e, accanto a loro, le figure istituzionali come Pio La Torre e Piersanti Mattarella, caduti perché hanno osato sfidare la mafia sul terreno delle leggi e del governo della cosa pubblica. Senza questa lingua franca, ogni discussione sullo Stato di diritto è chiacchiera.

Non abbiamo bisogno di eroi di cartone: abbiamo bisogno di nomi, date, responsabilità. Ingroia — con Lo Bianco e Rizza in Io so, e con Giletti in Traditi — ha riportato sul tavolo ciò che gli atti dicono. La Cassazione, adesso, ha rimesso a posto anche il diritto di dirlo. Sta a noi fare il resto: leggere, ricordare, pretendere che le verità scomode abbiano lo stesso volume delle menzogne comode. Solo così le bombe di ieri smetteranno di esplodere, in silenzio, anche oggi.

Fonti essenziali

– FNSI, “È diritto di critica: la Cassazione dà ragione ai giornalisti Lo Bianco e Rizza (caso Io so)”.

– Il Fatto Quotidiano, “Fininvest sconfitta, Cassazione dà ragione ai cronisti” (sintesi).

– Corte di Cassazione, condanna Dell’Utri (notizia e testo, n. 28225/2014).

– Tribunale di Palermo, sentenza “covo di Riina”, 20 febbraio 2006 (estratti).

– Trattativa Stato–mafia: motivazioni 2018 e conferma Cassazione 2023 (assoluzioni imputati istituzionali).

– Borsellino, intervista Canal+ del 21 maggio 1992 (RaiNews e Archivio Antimafia).

– Stragi 1993: via dei Georgofili e via Palestro (portali istituzionali MiC e Regione Toscana).

– Fallito attentato a Maurizio Costanzo, via Fauro (DIA; RaiNews; Sky TG24; dossier sentenze Firenze).

– Fallito attentato Stadio Olimpico (schede e rassegne).

La libertà in saldoRepubblica e Stampa all’asta: quando i padroni vendono anche l’Agorà

C’è un modo molto semplice per capire cosa sta succedendo: quando per settimane ti raccontano che “la libertà di stampa” è minacciata dai ragazzi che protestano, liquidati con l’etichetta sprezzante di “poveri comunisti”, e poi nel giro di pochi giorni la proprietà mette in vendita due giornali storici come fossero un ramo secco da potare, capisci che il racconto era rovesciato. La vera minaccia non è la contestazione, è la proprietà. Non è il corteo, è il consiglio d’amministrazione. E quella frase, oggi in Italia, non è un insulto: è una radiografia morale di chi sta dalla parte del potere proprietario, non dalla parte del lavoro e del diritto a essere informati.

È in questo cortocircuito che si incastrano due testi che mi sono passati sotto gli occhi in questi giorni e che mi hanno lasciato addosso la stessa sensazione: che il punto non sia mai stato la “libertà di stampa”, ma la libertà del padrone di fare ciò che vuole. Da un lato la denuncia frontale: l’applauso al padrone in redazione, la retorica della “solidarietà” trasformata in scudo mediatico, e poi la notizia che taglia la scena: GEDI (controllata da Exor della famiglia Elkann-Agnelli) tratta la vendita delle attività editoriali italiane con il gruppo greco Antenna, guidato da Theodoros/Thodoris Kyriakou, includendo La Repubblica, La Stampa e radio come Deejay e Capital.

Dall’altro lato un ragionamento più lungo e più amaro: la storia industriale e politica che sta dietro a questi giornali, il “peccato originale” di un Paese che ha fatto coincidere per decenni il destino nazionale con quello di una dinastia e delle sue aziende, fino a scoprire che, quando cambia il vento, la dinastia cambia porto. E non lascia dietro di sé una strategia: lascia macerie, precarietà, e un bene comune ridotto a merce.

Il punto politico, oggi, è questo: l’informazione non viene colpita soltanto quando viene intimidita. Viene colpita anche quando viene svuotata, normalizzata, spezzettata e venduta. Perché la libertà di stampa non è solo un diritto astratto: è anche una filiera concreta fatta di redazioni, contratti, autonomia, cultura professionale, memoria storica, e perfino di conflitto interno. Se quella filiera la governa chi la considera una linea di costo o una pedina di influenza, la libertà diventa una parola da convegno, buona per i discorsi e inutile per chi lavora.

Non a caso i giornalisti hanno scioperato e protestato: La Stampa ha fermato le pubblicazioni, Repubblica è entrata in agitazione, con una domanda che suona banalissima e per questo è micidiale: quali garanzie? su lavoro, identità, indipendenza, trasparenza dell’operazione. E lo stesso governo, pur con tutti i suoi doppi standard, ha dovuto convocare e mettere sul tavolo almeno la questione dell’indipendenza editoriale e della trasparenza, richiamando perfino le regole del “golden power” per gli asset ritenuti strategici.

Ma qui arriva la parte che brucia davvero, e che va detta senza anestesia: i padroni restano padroni. E non perché “sono cattivi”, ma perché sono coerenti con la logica del potere economico. La loro libertà è la libertà degli affari. Se un asset non serve più, si vende. Se serve in altro modo, si usa. Se diventa ingombrante, si scarica. Se bisogna fare una bella foto con il lessico della “responsabilità” e della “libertà”, si fa. Poi, finito lo scatto, si passa alla cassa.

Ed è qui che bisogna essere più caustici, perché la scena non è solo grottesca: è istruttiva. Pochi giorni prima gli applausi al padrone, come se fosse un benefattore venuto a distribuire democrazia a mano. Un applauso che non è ingenuità: è servilismo, è l’abitudine a confondere l’editore con il diritto, la proprietà con la libertà, il possesso con la legittimità morale. Poi, dopo qualche giorno, gli stessi che applaudivano scoprono di essere merce di scambio in una trattativa: svenduti non solo nei bilanci, ma nell’immaginario. Perché il padrone, quando vende, non vende un’idea: vende un pacchetto. E dentro al pacchetto ci finiscono i marchi, le redazioni, le carriere, la dignità di un mestiere.

A quel punto viene voglia di dirlo con brutalità: il padrone non tradisce. Fa il padrone. È chi lo applaude che si mette nella posizione sbagliata. Perché applaudire chi ti possiede è come ringraziare il guinzaglio per la passeggiata. Finché il guinzaglio non viene ceduto a qualcun altro, insieme al cane.

Ed è qui che il ragionamento storico diventa la lente che ingrandisce il paradosso. Perché La Stampa non è solo un giornale: è un simbolo torinese, legato alla lunga stagione Fiat, alla città-fabbrica, alla disciplina sociale costruita attorno a Mirafiori. E quando si rievoca la grande rottura dell’autunno 1980, la marcia dei “quarantamila”, la frattura delle relazioni industriali e il capovolgimento dei rapporti tra impresa, politica e sindacato, si sta dicendo una cosa precisa: in Italia si è normalizzata l’idea che la modernizzazione passi sempre da una resa del lavoro. Prima gli operai, poi gli impiegati, poi i quadri, poi i giornalisti. Cambiano i reparti, non cambia lo schema. E spesso, dopo gli operai, arriva anche la beffa: chi ieri si sentiva “dalla parte dell’impresa” oggi scopre che l’impresa non ha parti, ha interessi.

La domanda che resta appesa è quella più scomoda: quanti di quei linciaggi morali contro chi contestava, contro i ragazzi scesi in piazza, contro chi denunciava omissioni e conformismi, erano difesa della libertà e quanti erano difesa dell’ordine? Un ordine in cui il proprietario è intoccabile e il dissenso deve essere disinnescato, ridotto a “violenza”, così non si parla più del punto vero: chi decide la linea, chi decide i tagli, chi decide la vendita.

Poi c’è Repubblica. Qui si riapre una storia che molti fingono di non vedere: Repubblica come “Agorà” sostitutiva della crisi della politica, e poi Repubblica come bussola, vincolo e perfino dipendenza del campo progressista post-PCI. È una storia che spiega tante cose: la forza culturale di un giornale che per anni ha dettato agenda e lessico, ma anche la fragilità di una sinistra che, invece di costruire organizzazione e radicamento, ha spesso cercato legittimazione nello specchio mediatico. Il risultato è che oggi quella “Agorà” può essere impacchettata e spostata. E con lei si sposta un pezzo di ecosistema democratico. Il paradosso è feroce: per decenni si è creduto di poter fare politica anche attraverso l’aria condizionata delle redazioni, e ora quell’aria viene semplicemente rivenduta, come un impianto in dismissione.

Attenzione: questo non significa assoluzione. Né per Repubblica, né per La Stampa, né per la filiera dei talk show “di opposizione” che in tanti casi ha trasformato la critica in routine, l’indignazione in format, e la guerra in sfondo permanente. Significa però riconoscere una cosa: anche quando un giornale ti fa arrabbiare, il fatto che esista una redazione, una responsabilità legale, una cultura di verifica (imperfetta, contraddittoria, ma reale) è diverso dall’oceano digitale dove ognuno si nutre solo di ciò che lo conferma. L’autarchia informativa ci divide e ci rende deboli. E infatti il potere contemporaneo adora due cose insieme: la concentrazione proprietaria e la frammentazione sociale. Un editore forte sopra, un pubblico atomizzato sotto. Un padrone che compra e vende, e un Paese che si sfoga a pezzi, ognuno nella sua bolla, mentre la proprietà resta intera, compatta, lucida.

E allora questa riflessione non può limitarsi al lamento. Deve arrivare alla domanda pratica: che si fa?

Una risposta sta già, in controluce, dentro questo ragionamento: se l’Agorà non può più essere “servizio pubblico” soltanto perché lo dichiara un marchio, allora bisogna inventare forme nuove di proprietà e di garanzia. Non slogan. Strumenti. Perché la democrazia, se non ha strumenti, diventa un sentimento. E i sentimenti, come sappiamo, non valgono niente in un bilancio.

Alcuni punti, secchi:
1. Statuti di indipendenza editoriali blindati, con potere reale delle redazioni sulla nomina dei direttori e sulle carte etiche.
2. Trasparenza totale su struttura societaria e “catena del controllo”, soprattutto quando entrano gruppi esteri o veicoli con partecipazioni extra-europee, tema già richiamato nel dibattito politico e istituzionale.
3. Modelli di azionariato diffuso e cooperative di giornalisti e lettori, non come favola romantica ma come architettura concreta: meno costi fissi inutili, più inchieste, più verifica, meno opinionismo industriale e meno servitù volontaria.
4. Politiche pubbliche non “a pioggia” ma condizionate: se lo Stato considera l’informazione un asset strategico, allora la tutela del pluralismo non può ridursi a un comunicato. Serve una cornice di garanzie, altrimenti “strategico” diventa solo un’etichetta buona quando conviene.
5. E, soprattutto, una resa dei conti culturale: smettere di chiamare “libertà di stampa” la libertà del proprietario di ristrutturare, tagliare, vendere. Quella è libertà d’impresa. La libertà di stampa è un’altra cosa: è il diritto dei cittadini a non essere governati dall’ignoranza, dalla propaganda e dalla paura di disturbare il padrone.

Perché qui sta l’evocazione più cupa: non è solo una vendita. È un segnale. Un altro. L’ennesimo. Di un pezzo di classe dirigente che, dopo aver legato per decenni il proprio nome a un Paese, ora tratta quel Paese come un mercato qualsiasi: si investe dove rende, si disinveste dove pesa, si lascia la retorica ai comunicati. E se serve, si usa perfino la parola “libertà” come una carta di credito morale: una passata veloce sul lettore, e via.

E in mezzo restano i lavoratori. Operai ieri, giornalisti oggi, precari sempre. E resta un’opinione pubblica che viene invitata a commuoversi a comando: solidarietà quando “serve”, indignazione quando “conviene”, silenzio quando bisogna guardare in faccia il fatto che il problema è strutturale.

Se la democrazia è anche una conversazione collettiva, oggi quella conversazione è in mano a chi la può mettere all’asta. E questo, scusatemi la brutalità, non è un incidente: è un modello. Sta a noi decidere se accettarlo come metodo, o trattarlo per quello che è: un conflitto politico. Non ci interessa essere compatibili con chi compra e vende tutto. Ci interessa essere utili a chi non vuole essere comprato e venduto.

Fonti essenziali
Reuters (11–12 dicembre 2025) sulla trattativa GEDI-Exor con Antenna Group e sulle richieste del governo italiano.
RaiNews sulla trattativa esclusiva e sull’agitazione delle redazioni.
Il Post sulla conferma interna e sulle proteste dei giornalisti.
Corriere della Sera sui dettagli dell’offerta e sulle tensioni.

Questi “facinorosi” siamo noiDisabili alla sbarra per aver chiesto diritti, non privilegi

Ci sono immagini che basterebbero da sole a raccontare lo stato di una democrazia. Una di queste è Mariangela Lamanna, presidente del Comitato 16 Novembre malati SLA, donna che, dopo anni di lotte pacifiche per i malati gravissimi e non autosufficienti, si ritrova seduta al banco degli imputati per “interruzione di pubblico servizio” perché ha guidato un presidio di protesta davanti alla Regione Puglia. Trenta minuti di udienza, tre anni di attesa, una vita intera di cura e fatica alle spalle.

Noi che viviamo la disabilità sulla nostra pelle – e chi scrive se ne annovera – di fronte a questa scena non possiamo limitarci alla solidarietà. Siamo di fronte a una ingiustizia grave, a un tentativo di intimidire chi osa alzare la testa per rivendicare diritti garantiti dalla Costituzione. Non è un eccesso burocratico: è un messaggio politico. Ed è un messaggio che respingiamo con forza.

Cosa è successo davvero davanti alla Regione Puglia

Il 13 luglio 2021, a Bari, davanti alla sede della Presidenza della Regione Puglia, non c’era un manipolo di violenti. C’era un presidio di persone con disabilità e famiglie, molte in carrozzina, organizzato da associazioni come “Stop alle barriere”, Comitato 16 Novembre e altre realtà pugliesi, dopo l’ennesimo mancato rispetto di impegni scritti da parte della Regione sugli interventi per la disabilità gravissima e i fondi per la non autosufficienza.

Il presidio era stato preannunciato, richiesta e ottenuta l’occupazione di suolo pubblico tramite la Digos. I gazebo erano collocati davanti alla Presidenza, le carrozzine – anche elettriche – disposte a ridosso, in parte sul manto stradale per tenere il gruppo unito, in modo che, nel momento dell’incontro con le istituzioni, tutti potessero ascoltare e partecipare. Il traffico non fu bloccato: le ambulanze continuavano a transitare, segno che la circolazione era al massimo rallentata e deviata, non interrotta.

Le forze dell’ordine erano presenti, disposte ai lati, e nessuno intimò di sgomberare la strada. Nonostante il caldo torrido e le lunghe ore di attesa, alle persone con disabilità fu spesso negato persino l’accesso ai bagni interni, costringendole a recarsi più volte in un bar nelle vicinanze per usare i servizi igienici. Una scena che, da sola, dice molto sulla gerarchia reale delle priorità istituzionali.

Dopo ore, arrivarono gli assessori competenti e, successivamente, il presidente Michele Emiliano. Il confronto avvenne a lungo anche in strada, tra le carrozzine, poi dentro una sala conferenze, con l’identificazione dei presenti. In quella sede il presidente riconobbe la legittimità delle ragioni del presidio e la necessità di dare seguito agli impegni presi. Secondo quanto lo stesso Emiliano ha dichiarato in sede processuale, quell’iniziativa non determinò alcuna interruzione dei lavori della Presidenza, che resta “la casa dei cittadini”, e la preoccupazione fu semmai quella di rendere il soggiorno più sopportabile possibile.

Eppure, a distanza di tempo, gli attivisti – sette persone con disabilità – si sono visti recapitare un decreto penale di condanna per “interruzione di pubblico servizio” e “invasione di edificio”, con una multa spropositata (oltre 9.000 euro a testa), poi impugnata con opposizione e ricorso, fino al processo in corso davanti al Tribunale di Bari.

È in questo contesto che Mariangela Lamanna, presidente del Comitato 16 Novembre, si ritrova a dover “difendere” in aula un presidio che ha portato risultati concreti per i malati gravissimi pugliesi. Il paradosso è evidente: ciò che la politica ha riconosciuto come giusto e necessario sul piano sociale, la macchina penale lo trasforma in reato.

Quando il diritto penale diventa un intimidatore sociale

L’accusa principale si fonda sull’articolo 340 del codice penale, “interruzione di un ufficio o servizio pubblico o di pubblica necessità”. La norma punisce chi cagiona un’interruzione o un turbamento di un servizio pubblico, ma la giurisprudenza più attenta ricorda che non ogni rallentamento, non ogni protesta, non ogni deviazione del traffico integra automaticamente questo reato. Serve una compromissione effettiva e significativa del servizio, non una generica situazione di disagio.

Nel caso specifico:
• il presidio era autorizzato su suolo pubblico;
• le forze dell’ordine erano presenti, non è stato intimato alcun immediato sgombero;
• le ambulanze hanno continuato a passare;
• l’ingresso nel palazzo regionale è avvenuto su autorizzazione di un dirigente;
• la stessa “parte offesa” – il presidente della Regione – ha dichiarato che i lavori non sono stati materialmente interrotti.

Non è difficile vedere in questo procedimento una funzione diversa da quella di tutelare un servizio pubblico: la funzione di lanciare un segnale. Un segnale a chi, domani, vorrà tornare in presidio per reclamare assistenza domiciliare, fondi, progetti di vita individuale: attenti, potreste finire alla sbarra, con accuse pesanti e spese legali insostenibili per chi già fatica ad arrivare a fine mese.

È il classico meccanismo “debole coi forti, feroce coi fragili”: si tollerano senza colpo ferire disastri organizzativi, ritardi nei servizi, promesse non mantenute verso i disabili gravissimi; ma si attiva la macchina repressiva con solerzia quando quei cittadini osano usare lo strumento più mite che la democrazia prevede: una manifestazione pacifica.

Noi, persone con disabilità, sappiamo bene che effetto produce tutto questo: un “freddo” che scende sulla voglia di esporsi. Se per difendere un fondo per la non autosufficienza devi mettere in conto un processo penale, quanti saranno disposti a farlo? Chi ha una SLA, chi è ventilato, chi vive ventiquattro ore su ventiquattro accanto a un congiunto totalmente dipendente, può davvero permettersi anche la minaccia di una condanna?

La Costituzione non è un optional: articolo 3, articolo 17, articolo 21

In questa vicenda non è in discussione solo l’applicazione, discutibile, di un articolo del codice penale. È in discussione il rapporto tra Stato e cittadini più vulnerabili.

L’articolo 3 della Costituzione dice che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza e impediscono il pieno sviluppo della persona. Nel caso dei disabili gravissimi e delle loro famiglie quegli ostacoli hanno nomi e cognomi: turni impossibili di cura, mancanza di assistenza domiciliare adeguata, continui rinvii nell’erogazione di sostegni, burocrazia opaca, fondi insufficienti o disomogenei su base regionale.

Quando chi quegli ostacoli li subisce prova a rimuoverli con lo strumento della protesta pacifica, non sta violando lo spirito della Costituzione. Lo sta incarnando. Sta facendo esattamente ciò che una democrazia matura dovrebbe considerare prezioso: portare le contraddizioni alla luce del sole, costringere le istituzioni a misurarsi con le proprie inadempienze.

A questo si aggiungono:
• l’articolo 17, che riconosce il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi, anche in luogo aperto al pubblico;
• l’articolo 21, che tutela la libertà di manifestazione del pensiero, anche collettiva, anche scomoda.

Processare persone in carrozzina per un presidio autorizzato, dopo che lo stesso presidente della Regione ha riconosciuto la legittimità delle loro richieste, è un cortocircuito che non può lasciarci indifferenti. È come se lo Stato dicesse: “Puoi essere disabile, puoi anche soffrire, ma per favore soffri in silenzio. Se vieni sotto le finestre del potere e resti troppo a lungo, diventi un problema di ordine pubblico”.

Il Comitato 16 Novembre lo sa bene: da anni denuncia la condizione dei malati di SLA e delle persone non autosufficienti gravissime, chiedendo fondi adeguati, assistenza indiretta, libertà di scelta sulla gestione della cura. È una realtà nata dal basso, da famiglie che hanno trasformato il dolore in impegno e che sono state già costrette, in passato, a presidiare ministeri e regioni per strappare risultati minimi di civiltà.

Oggi, vedere quella stessa esperienza seduta al banco degli imputati, accusata di essere “facinorosa” per aver osato occupare simbolicamente una strada e una sala consiliare, è uno schiaffo a tutte le persone con disabilità in questo Paese.

La società che celebra la “giornata della disabilità” e processa chi non sta zitto

C’è un’ultima ipocrisia che questo processo mette a nudo. Ogni anno, nelle giornate dedicate ai diritti delle persone con disabilità, istituzioni e media si riempiono di parole: inclusione, centralità della persona, nessuno resti indietro. Si organizzano convegni, si firmano protocolli, si scattano foto accanto alle carrozzine.

Poi, quando quelle stesse persone chiedono conto delle promesse mancate – non sui social, ma fisicamente, con il loro corpo fragile davanti ai palazzi del potere – ecco che vengono trattate come un problema da disciplinare: interdizione del traffico, interruzione di pubblico servizio, invasione di edificio.

È questa la contraddizione che noi, persone con disabilità, respingiamo con fermezza:
non siamo un’icona da esibire in una giornata all’anno. Siamo cittadini a pieno titolo, con il diritto di protestare, di sbagliare un modulo, di alzare la voce, di occupare pacificamente uno spazio quando tutto il resto è stato ignorato.

Per questo, da questa storia non basta aspettarsi un’assoluzione tecnica o una riduzione della pena. Serve una presa di coscienza più profonda: il riconoscimento pubblico che usare il codice penale per colpire chi rivendica diritti fondamentali è un abuso, un atto di violenza istituzionale che produce paura, isolamento, auto-censura.

Noi non ci stiamo. Non accettiamo che chi difende la vita e la dignità dei malati gravissimi venga equiparato a un delinquente. Non accettiamo che la libertà di manifestare venga trasformata in un privilegio di chi può permettersi avvocati e ricorsi infiniti.

Se c’è qualcosa che “turba” il servizio pubblico, in questa vicenda, non è il gazebo sul lungomare. È un sistema che, di fronte ai più fragili, preferisce il manganello giudiziario all’ascolto, il decreto penale alla responsabilità politica.

E allora sì, continueremo a “parlare troppo”. Perché troppi, tra noi, non possono più parlare. E perché il silenzio, oggi, sarebbe la complicità più grande.

Fonti essenziali
Articoli di cronaca su presidio del 13–16 luglio 2021 e processo per interruzione di pubblico servizio e invasione di edificio contro sette disabili a Bari.
Documentazione e presentazione pubblica del Comitato 16 Novembre, associazione di malati di SLA e patologie altamente invalidanti.
Riferimenti agli articoli 3, 17 e 21 della Costituzione italiana e alla disciplina dell’art. 340 c.p. (interruzione di pubblico servizio).

Oltre la melanconia di sinistra

Come Rodrigo Nunes prova a sciogliere il lutto infinito della sinistra

Nota introduttiva. In Italia e in Europa la sinistra vive da anni dentro un paradosso: mentre le disuguaglianze esplodono, i diritti sociali vengono erosi e il continente si riallinea senza pudore alla logica di guerra e di austerità permanente, le forze che dovrebbero rappresentare il lavoro e i ceti popolari arrancano, si dividono, si ricollocano ai margini o diventano semplici gestori “responsabili” dell’esistente. Dai partiti socialdemocratici convertiti al neoliberismo alle sinistre radicali bruciate dall’esperienza di governo (Syriza) o dalla parabola discendente dei movimenti elettorali (Podemos), fino al caso italiano di un campo progressista incapace di nominare davvero il conflitto sociale, il paesaggio è segnato da sconfitte, ripiegamenti, nostalgie. È dentro questo sfondo che il capitolo di Rodrigo Nunes sulla “melanconia di sinistra” diventa particolarmente utile anche per noi: non come l’ennesima diagnosi moralistica, ma come una lente per leggere il modo in cui la sconfitta è entrata nel nostro modo di pensare l’organizzazione e l’azione politica, in Italia come nel resto d’Europa.

La parola “melanconia” non è un vezzo psicologico, quando si parla di sinistra. È il nome di un clima affettivo diffuso: una miscela di lutto non elaborato, nostalgia, senso di sconfitta permanente e, a volte, compiacimento nella propria impotenza. Nel suo libro sull’organizzazione politica, Rodrigo Nunes dedica un capitolo proprio a questa “melanconia di sinistra” e la tratta non come un problema di carattere, ma come un nodo teorico e organizzativo decisivo.

Quello che segue è un tentativo di ricostruire e discutere i passaggi principali di quel capitolo, mettendoli in relazione con il dibattito internazionale sulla “left melancholy” (Brown, Dean, Benjamin) e con la tradizione, a noi più vicina, della “melanconia di sinistra” ricostruita da Enzo Traverso.

1. Che cos’è la melanconia di sinistra per Nunes

Nunes parte da una constatazione semplice e scomoda: una parte consistente della sinistra vive come se la sconfitta fosse diventata una seconda natura. Non si tratta solo di aver perso battaglie politiche: è l’idea che la sconfitta sia ormai la forma normale dell’esperienza politica.

Per nominare questo stato, Nunes riprende il lessico della “left melancholy”, una categoria che viene da Walter Benjamin (la melanconia come affezione del militante che si attacca alla propria sconfitta) e che, nel dibattito contemporaneo, è stata ripensata soprattutto da Wendy Brown e Jodi Dean.

Nel capitolo, la melanconia di sinistra non è:

• semplicemente tristezza per ciò che è andato perduto

• né un generico pessimismo storico

È piuttosto una struttura di desiderio: la tendenza a identificarsi con la perdita, a trasformare le sconfitte in oggetto di attaccamento, fino al punto da difenderle quasi gelosamente. È il momento in cui l’idea di rivoluzione, comunismo, emancipazione, lotta di classe smette di essere un orizzonte praticabile e diventa un feticcio da esibire, un segno di purezza morale, un “noi” identitario contrapposto a un mondo irrimediabilmente corrotto.

Nunes insiste su un punto decisivo: questa melanconia non è solo culturale o emotiva, ma profondamente organizzativa. Si traduce in scelte concrete: rifiuto di costruire organizzazioni durevoli, sospetto permanente verso le forme esistenti, oscillazione sterile tra nostalgia del partito e feticismo del movimento puro.

2. La “doppia melanconia”: 1917 e 1968 come epoche perdute

Uno dei contributi più originali di Nunes è l’idea di una “doppia melanconia”: la melanconia di ciò che è finito con il 1917 e quella di ciò che è finito con il 1968.

• 1917 diventa il simbolo del ciclo dei partiti comunisti, dell’organizzazione verticale, della centralità della fabbrica e del proletariato industriale. La melanconia qui assume la forma della nostalgia per il partito forte, la disciplina, l’identità di classe compatta.

• 1968 (e il lungo ’68) rappresenta invece il ciclo dei movimenti, dell’orizzontalità, dell’autonomia, delle soggettività plurali, dei nuovi diritti e della democrazia diretta. La melanconia prende la forma della nostalgia per il momento insurrezionale, per le assemblee permanenti, per la spontaneità.

Secondo Nunes, oggi buona parte della sinistra si muove in un corridoio stretto tra queste due melanconie: chi rimpiange il “partito di una volta”, chi rimpiange le piazze e le occupazioni del ciclo altermondialista e di Occupy, chi si limita a opporre una all’altra come se fossero le uniche due opzioni possibili.

Il risultato è paralizzante: se il modello del partito novecentesco appare irripetibile e quello del movimento puro si è rivelato insufficiente a cambiare i rapporti di forza, la sinistra rischia di restare intrappolata in un lutto doppio, incapace di immaginare forme nuove di organizzazione all’altezza del presente.

3. Wendy Brown, Jodi Dean, Benjamin: il dialogo sotterraneo

Il capitolo di Nunes è costruito, come lui stesso dichiara altrove, su una rilettura critica di due testi chiave: “Resisting Left Melancholy” di Wendy Brown e il lavoro di Jodi Dean sul “desiderio comunista” e sull’“orizzonte comunista”, entrambi in dialogo con l’intuizione originaria di Benjamin sulla melanconia di sinistra.

• In Benjamin, la melanconia di sinistra è quella dell’intellettuale che vende al mercato la propria radicalità come posa estetica, trasformando la politica in un repertorio di immagini della sconfitta.

• Wendy Brown, alla fine degli anni Novanta, radicalizza questo spunto: per lei una parte della sinistra resta aggrappata a oggetti politici perduti (il movimento operaio, il socialismo reale, certe forme di partito) al punto da trasformare la sconfitta in identità. L’“eroismo del fallimento” diventa una forma di conservatorismo mascherato.

• Jodi Dean, al contrario, prova a salvare qualcosa da questa ostinazione, leggendo la persistenza del desiderio comunista non come patologia, ma come desiderio collettivo che sopravvive alle sconfitte e che chiede nuove forme organizzative (il partito come forma che tiene aperta la possibilità comunista, invece di chiuderla nel lutto).

Nunes mette queste letture in tensione. Da un lato riconosce il rischio, denunciato da Brown, di una sinistra che si compiace del proprio fallimento, trasformando la memoria in culto sterile. Dall’altro lato, rifiuta l’idea che l’unica soluzione sia “guarire” dalla melanconia liquidando il passato: ciò che serve non è l’amnesia, ma una lavorazione politica della ferita, come suggeriscono Dean e, a modo suo, anche Traverso.

4. Traverso e la “tradizione nascosta”: quando la melanconia diventa risorsa

Qui la riflessione di Nunes incrocia direttamente quella di Enzo Traverso. Traverso parla di melanconia di sinistra come di una “tradizione nascosta”: non nostalgia per il socialismo reale, ma memoria delle sconfitte e dei vinti che continua a trasmettere, nelle macerie, una promessa emancipativa.

La melanconia, in questa chiave, non è soltanto peso che trascina verso il basso, ma anche:

• memoria critica dei disastri prodotti in nome del socialismo

• consapevolezza che la storia non è una marcia trionfale, ma un susseguirsi di rotture, regressioni, ritorni del peggio

• rifiuto di trasformare le vittorie del capitale in “fine della storia”

Nunes, pur non scrivendo un libro di storia delle idee come Traverso, si muove in un territorio simile: la melanconia non va semplicemente curata come se fosse una malattia, perché in quella memoria dolorosa ci sono lezioni politiche preziose. È il modo in cui la si maneggia che fa la differenza: o diventa culto della sconfitta, oppure si trasforma in capacità di guardare in faccia i fallimenti senza rinunciare ad agire.

5. “Chiarificare l’esistente”: la proposta di Nunes per uscire dallo stallo

Il punto forse più forte del capitolo è il legame che Nunes stabilisce tra melanconia e immaginario organizzativo. Una sinistra melanconica, dice in sostanza, è una sinistra che proietta le sue energie su forme politiche impossibili: il partito perfetto che non esiste, il movimento assolutamente puro che non si compromette mai, la rivoluzione improvvisa che cade dal cielo.

Per questo Nunes, nel libro, rovescia il canone: invece di proporre l’ennesimo “modello di organizzazione” da calare dall’alto, inizia da un’opera di chiarificazione dell’esistente. Prima di sognare il partito ideale o il movimento ideale, bisogna mappare la reale ecologia di organizzazioni, collettivi, sindacati, campagne, reti in cui la sinistra già si muove.

La melanconia, in questa prospettiva, è anche il prodotto di un errore di sguardo:

• ci si concentra su ciò che non c’è più (il PCI, il grande sindacato di massa, il ciclo di Genova o Occupy)

• si ignorano le forme nuove, ibride, contraddittorie, già in atto (reti mutualistiche, comitati territoriali, collettivi femministi, movimenti climatici, campagne digitali, ecc.)

“Chiarificare l’esistente” significa allora rendersi conto che non partiamo da zero, che non siamo in un deserto totale, ma in un paesaggio affollato e caotico che ha bisogno di essere connesso, coordinato, messo in relazione. L’antidoto alla melanconia non è l’ennesima tabula rasa, ma una cartografia lucida del presente.

6. Dalla melanconia alla strategia: cosa vuol dire, concretamente, “superarla”

Nunes non invita a “smettere di essere tristi” in nome di un ottimismo ingenuo. Il suo è un invito a politizzare la melanconia, trasformandola da affetto paralizzante in motore strategico.

Superare la melanconia di sinistra, nel capitolo, significa almeno tre cose:

1. Riconoscere che nessuna forma organizzativa è innocente

Il partito ha prodotto gerarchie, burocratizzazione, compromessi; il movimento ha prodotto verticalità occulte, deleghe non riconosciute, impotenza decisionale. Ma se ogni fallimento diventa motivo per rifiutare in blocco una forma, finiamo per non avere più strumenti con cui agire.

2. Accettare che la politica del futuro non potrà essere né solo verticale né solo orizzontale

Il titolo stesso del libro è un manifesto: l’organizzazione deve essere pensata come ecologia di livelli, funzioni, nodi diversi, non come una forma unica da opporre al nemico. La melanconia che rimpiange solo il passato impedisce di vedere questa pluralità come possibilità, e la vive invece come frammentazione senza rimedio.

3. Trasformare il lutto in criterio di scelta, non in habitat permanente

Le sconfitte del Novecento, il crollo delle utopie, le restaurazioni neoliberali, i tradimenti dei partiti socialdemocratici non devono essere rimossi. Devono diventare parametri con cui giudicare le nostre scelte presenti: come evitare di ripetere quelle forme di verticalismo cieco? Come evitare di riprodurre la dispersione impotente dei movimenti senza strategia? La melanconia diventa allora memoria critica, non gabbia.

4. Uno sguardo dalla nostra parte del mondo

Se spostiamo lo sguardo verso l’Italia e l’Europa, la diagnosi di Nunes suona terribilmente familiare, anche se il libro non parla direttamente del nostro contesto.

Da un lato c’è una melanconia “1917”: il rimpianto per un ciclo del movimento operaio che non tornerà identico a se stesso, per partiti che non ci sono più, per un radicamento sociale che la precarizzazione e la deindustrializzazione hanno frantumato.

Dall’altro lato c’è una melanconia “1968–2011”: il rimpianto per i grandi cicli di movimento – dal lungo ’68 al G8 di Genova, fino alle primavere arabe e a Occupy – che hanno aperto immaginari radicali senza riuscire a consolidare istituzioni alternative durature.

In mezzo, una sinistra istituzionale che ha interiorizzato la sconfitta al punto da farsi gestore obbediente del neoliberismo, e una galassia di sinistre sociali, mutualistiche, ambientaliste, femministe e internazionaliste che faticano a riconoscersi in un progetto comune. Qui la melanconia non è solo affettiva: è anche organizzativa, frammentazione cronica, incapacità di articolare livelli diversi di lotta (locale, nazionale, transnazionale).

Leggere Nunes da questa prospettiva significa usare il suo capitolo come specchio: non per cercare l’ennesimo “manuale del buon militante”, ma per domandarci quanto della nostra pratica quotidiana sia ancora governato dal lutto, dalla nostalgia, dal rifiuto delle forme realmente disponibili.

Conclusione: una melanconia che pensa, non una melanconia che si compiace

Il merito del capitolo di Nunes sulla melanconia di sinistra sta nel rifiuto di due risposte facili:

• da un lato, il moralismo che colpevolizza i militanti: “siete depressi, dovete solo smettere di esserlo”

• dall’altro, l’estetizzazione che trasforma la sconfitta in stile di vita, in posa identitaria

Al loro posto, Nunes propone una prospettiva più esigente: prendere sul serio la melanconia come sintomo storico e organizzativo, leggerla alla luce delle grandi sconfitte del secolo scorso, delle illusioni e dei limiti dei movimenti più recenti, e usarla come leva per ripensare l’organizzazione politica in chiave ecologica, complessa, non dicotomica.

In questo senso, la melanconia non viene cancellata, ma attraversata. Diventa memoria vigilante, anticorpo contro le scorciatoie, rifiuto di raccontarsi la storia come se la vittoria fosse garantita. Però smette di essere il nostro unico orizzonte emotivo.

Per una sinistra che vuole ancora dirsi tale, forse la sfida è proprio questa: imparare a guardare le rovine senza trasformarle in casa, a portare con sé i morti senza vivere nel cimitero, a fare della melanconia una lente critica e non un rifugio. È qui che il capitolo di Nunes parla anche a noi, ai nostri movimenti, alle nostre sconfitte: non ci promette consolazione, ma ci chiede di ricominciare a organizzare, malgrado tutto, con la lucidità di chi sa che il lutto, da solo, non farà mai politica.

Fonti e sitografia essenziale

Rodrigo Nunes, Neither Vertical nor Horizontal: A Theory of Political Organization, Verso Books, London–New York, 2021.

Wendy Brown, “Resisting Left Melancholy”, in boundary 2, vol. 26, n. 3, 1999, pp. 19–27.

http://www.jstor.org/stable/303736

Jodi Dean, The Communist Horizon, Verso Books, London New York, 2012.

Jodi Dean, “The Communist Horizon” (estratti e capitoli in PDF):

Enzo Traverso, Melancholy of the Left (edizioni inglesi e traduzioni, spesso pubblicato come Left-Wing Melancholia), varie edizioni. Presentazione e discussione del concetto di “melancholy of the left”:

“From Left-Wing to Communist Melancholy: Traverso’s Wager”, su Academia.edu: https://www.academia.edu/38532081/From_Left_Wing_to_Communist_Melancholy_Traversos_Wager

Intervista e sintesi del libro su Europe Solidaire: https://www.europe-solidaire.org/spip.php?article47330

Il welfare a pezzi: ausili negati, caregiver trattati da variabile e riforme senza carburante

C’è una parola che torna, come un ronzio di fondo, in troppe storie di disabilità oggi in Italia: scaricabarile. È il suono del diritto che si sbriciola quando passa dal testo di una norma alla vita concreta delle persone. È il rumore di un sistema che, invece di proteggere chi è più esposto, finisce per chiedere a chi ha meno di anticipare soldi, energia, tempo e pazienza.

Il caso degli ausili e dei ricambi per carrozzine elettriche è emblematico. Un anno dopo l’entrata in vigore del nuovo Tariffario dal 1° gennaio 2025, molte famiglie risultano ancora costrette a pagare totalmente o parzialmente ciò che dovrebbe essere garantito nei Livelli Essenziali di Assistenza, con un quadro regionale disomogeneo e un aumento delle disuguaglianze territoriali. 

Eppure la cornice normativa, per come è stata ribadita pubblicamente dal Ministro della Salute, è teoricamente chiara. Nel question time di fine giugno 2025, Schillaci ha ricordato che le Regioni e le ASL devono includere nei capitolati di gara per gli ausili di serie la personalizzazione, la manutenzione ordinaria e la riparazione o sostituzione dei componenti, obblighi già previsti dai LEA del 2017. L’arrivo del decreto Tariffe 2025, che ha sostituito il precedente impianto tariffario, non avrebbe ridotto i diritti dell’assistito ma solo cambiato le modalità di approvvigionamento. 

Il problema, dunque, non è l’assenza di una regola, ma la frattura tra regola e applicazione. E quando quella frattura riguarda dispositivi che determinano autonomia, salute e vita sociale, non è un difetto amministrativo: è una lesione dei diritti.

La FISH, audita al Ministero della Salute nel 2025, ha messo numeri e proposte su questa distanza: tempi d’attesa lunghi e una persistente tendenza a scaricare spese accessorie sugli assistiti, con la richiesta di armonizzare procedure e contenere le difformità territoriali. 

Qui entra in gioco la domanda che questo dibattito ha posto con crudele semplicità: chi può permettersi questi costi? La pensione di inabilità civile per il 2025 è pari a 336 euro mensili per 13 mensilità e l’indennità di accompagnamento è di 542,02 euro mensili.  Parliamo di importi che, anche sommati, non trasformano certo un diritto in un acquisto sostenibile sul mercato privato.

Il punto politico è evidente: se lo Stato riconosce il bisogno ma consente che la risposta dipenda dal cap di residenza, crea una cittadinanza sanitaria a scacchiera. È un modello che somiglia più a una lotteria territoriale che a un sistema universalistico.

La stessa logica di fondo affiora nel dibattito sui caregiver familiari. Il disegno di legge promosso dalla ministra Locatelli viene raccontato come un passo avanti culturale, ma scatena reazioni durissime perché, nei fatti, ridurrebbe la platea effettiva e fisserebbe contributi giudicati insufficienti rispetto all’intensità di cura richiesta. Si parla di un sostegno massimo di 1.200 euro trimestrali per il caregiver convivente “prevalente”, legato a requisiti stringenti e a un impegno di assistenza molto elevato. 

Il messaggio implicito, che molte associazioni leggono tra le righe, è pericoloso: la cura familiare diventa ammortizzatore strutturale di un welfare che non vuole investire a sufficienza su servizi, sollievo, tutela previdenziale e riconoscimento giuridico pieno.

E intanto la grande riforma della disabilità procede tra dichiarazioni ottimistiche e allarmi dal territorio. La sperimentazione della nuova procedura è partita nel 2025 e dovrebbe estendersi ulteriormente nel 2026, con l’obiettivo dichiarato di arrivare all’attuazione nazionale nel 2027. Ma sul campo restano ritardi e disomogeneità, con il rischio che una riforma ambiziosa venga frenata da carenze organizzative e di risorse. 

A questo quadro va aggiunta una quarta faccia della stessa crisi, spesso invisibile perché confinata nelle case e nei letti: la condizione dei malati gravissimi, allettati, totalmente dipendenti. Qui la retorica dell’autonomia si scontra con la realtà dell’assistenza continua, dei costi sommersi e della solitudine istituzionale.

La sclerosi laterale amiotrofica è uno dei simboli più duri di questa zona cieca. Nelle fasi avanzate può comportare compromissione respiratoria e necessità di assistenza altamente intensiva, spesso gestita al domicilio da famiglie che diventano, di fatto, il primo presidio sanitario e sociale. 

In questo terreno ha inciso storicamente e continua a incidere il Comitato 16 Novembre, nato dall’esperienza diretta dei malati di SLA e di altre disabilità gravissime e reso visibile da anni di mobilitazioni per il Fondo per la non autosufficienza e per un modello di assistenza domiciliare realmente esigibile in tutta Italia. La sua richiesta di fondo è semplice: un diritto non può dipendere dalla fortuna geografica. E proprio nelle settimane più recenti il Comitato ha ribadito la necessità di estendere a livello nazionale modelli di assistenza domiciliare indiretta già adottati in alcuni territori, sottolineando anche lo squilibrio tra spesa per residenzialità e investimento sull’autonomia possibile al domicilio. 

Letta insieme, questa triade di vicende racconta un’unica storia.

Gli ausili dovrebbero essere il ponte tra corpo e mondo, tra fragilità e libertà di movimento. Se diventano una spesa da anticipare, quel ponte si trasforma in pedaggio.

Il caregiver dovrebbe essere riconosciuto come soggetto con diritti propri, non come sostituto silenzioso dello Stato. Se la legge nasce con fondi percepiti come esigui e criteri troppo selettivi, rischia di istituzionalizzare l’insufficienza.

La riforma dovrebbe unificare, semplificare e rendere più giuste le valutazioni. Se parte senza risorse e senza una infrastruttura territoriale adeguata, rischia di somigliare a una grande promessa appoggiata su fondamenta ancora umide.

Per questo la proposta che emerge da queste denunce ha un valore politico semplice e potente: un atto di indirizzo nazionale, chiaro e vincolante, che inviti tutte le Regioni a non applicare alcuna forma di compartecipazione economica quando un ausilio è prescritto e ricade nei LEA, e che rafforzi il monitoraggio delle inadempienze. In sostanza: se è essenziale, non è negoziabile.

Perché il vero scandalo non è solo che alcune famiglie paghino le batterie di una carrozzina. Il vero scandalo è l’idea sottesa: che l’autonomia delle persone con disabilità e la sopravvivenza dignitosa dei malati gravissimi possano essere trattate come una voce di spesa opzionale, un extra da contrattare tra bilanci regionali, capitolati e interpretazioni elastiche.

E qui l’articolo 3 della Costituzione torna come bussola e come atto d’accusa. Non basta dichiarare l’uguaglianza: la Repubblica ha il dovere di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che la impediscono nella vita reale.  Quando un ausilio essenziale diventa un costo privato, quando l’assistenza per la disabilità gravissima si trasforma in un percorso a ostacoli regionali, quando il caregiver è riconosciuto a parole ma lasciato con tutele ridotte, l’ostacolo non è astratto. Ha un prezzo, un tempo d’attesa, una notte in più senza sollievo, una rinuncia lavorativa, una vita che si restringe.

Un welfare serio non chiede ai più fragili di anticipare la dignità. La garantisce. E quando non lo fa, la questione non è tecnica. È profondamente politica.

Fonti essenziali

Ministero della Salute, question time su riparazioni e sostituzioni ausili per carrozzine elettriche (giugno 2025). 

Quotidiano Sanità e Il Fatto Quotidiano, ricambi e ausili e disomogeneità regionali (2025). 

Comitato 16 Novembre, documenti e presentazione dell’associazione. 

Notizie e ricostruzioni su mobilitazioni del Comitato 16 Novembre e richieste sul Fondo per la non autosufficienza. 

Senato della Repubblica e Governo, testo dell’articolo 3 della Costituzione. 

La spilla del cappio e la democrazia che si è tolta la maschera

Quando un ministro brandisce la pena di morte come simbolo politico, non siamo davanti a una “risposta al terrorismo”, ma a un salto di qualità nella disumanizzazione istituzionale dei palestinesi.

C’è un’immagine che inchioda più di mille comunicati: Itamar Ben Gvir che si presenta in commissione con una spilla a forma di cappio, insieme ai parlamentari di Otzma Yehudit, per sostenere un disegno di legge che introduce la pena di morte per chi uccide cittadini israeliani in nome del“terrorismo” ) io direi resistenza ). Non è solo una provocazione estetica. È un messaggio politico: il potere che ostenta la punizione estrema come trofeo e la trasforma in performance pubblica. Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, Ben Gvir ha esplicitato anche i metodi possibili, dalla forca ad altre modalità di esecuzione, rivendicando il cappio come “opzione” di Stato.

Qui il nodo non è solo la pena di morte in astratto. Il nodo è la sua natura selettiva. Il testo avanzato alla Knesset prevede una cornice che, per formulazione e per contesto giuridico, rischia di colpire esclusivamente palestinesi, mentre lascia fuori, nella sostanza, i coloni o estremisti ebrei responsabili di violenze analoghe contro palestinesi. Lo hanno denunciato osservatori, testate israeliane critiche e organizzazioni per i diritti umani. Anche Amnesty International ha reagito duramente, sostenendo che si tratterebbe di una misura discriminatoria e strumentale,

Israele, è bene ricordarlo, ha abolito la pena di morte per omicidio nel 1954 e l’unica esecuzione dopo un processo civile resta quella di Adolf Eichmann nel 1962. Il ritorno di una norma così estrema non sarebbe quindi una semplice “riforma penale”: sarebbe un cambio di paradigma simbolico e politico, spinto da un’ultradestra che ha fatto della vendetta legislativa una bandiera identitaria.

Il cappio come grammatica del potere

La spilla non è un dettaglio da costume parlamentare. È la traduzione visiva di un’idea di dominio: trasformare il nemico in categoria assoluta, negargli la biografia umana, ridurlo a bersaglio morale. Se lo Stato indossa il cappio come distintivo, la pena di morte non è più la “punizione eccezionale” di un ordinamento in guerra con sé stesso: diventa un rito di appartenenza, uno strumento di consenso interno, un dispositivo per dire al proprio elettorato che la pietà è un tradimento e la dismisura è virtù.

E questa retorica non nasce nel vuoto. Si innesta su anni di radicalizzazione violenta,sul trauma del 7 ottobre 2023 e sull’uso politico permanente di quel trauma. Non per proteggere la vita, ma per riscrivere il perimetro stesso dell’umano.

Qui è impossibile eludere il tema politico di fondo: la spinta di un sionismo ormai egemonizzato dalla sua variante più suprematista e messianica, quella che ha smesso di discutere la convivenza e ha scelto la gerarchia. In questa cornice, la sicurezza non è più un obiettivo, ma un linguaggio identitario. Il diritto non è più un confine morale, ma un’arma di appartenenza, uno strumento del genocidio. E il palestinese non è più un soggetto di diritto, ma un oggetto di amministrazione punitiva.

Dalle carceri alla soglia dell’esecuzione

Il terreno su cui questa ideologia cresce è già visibile nel sistema detentivo. In queste settimane sono emerse nuove denunce sulle condizioni dei detenuti palestinesi: sovraffollamento, malnutrizione, violenze, scarsa assistenza sanitaria. Un audit dell’Ufficio del Difensore Pubblico israeliano e varie organizzazioni hanno segnalato un peggioramento drammatico dopo l’inizio della guerra. Il dato che colpisce, perché arriva da una fonte istituzionale interna, è la descrizione di celle troppo piccole, di detenuti dimagriti in modo estremo, di malattie diffuse e di un clima di violenza ricorrente. In sintesi: non un’anomalia episodica, ma una cornice di sistema.

È in questo punto che il discorso si fa più feroce, perché la spilla del cappio non sembra allora una novità “teorica”, ma il sigillo simbolico di una pratica già normalizzata. Secondo Physicians for Human Rights–Israel, almeno 110palestinesi sono morti in custodia israeliana dall’inizio della guerra, con un bilancio definito senza precedenti e con forti indizi che la cifra reale sia più alta, soprattutto per l’opacità sui detenuti di Gaza e per il ricorso a forme di detenzione militare poco trasparenti. Reuters e Associated Press hanno riportato le accuse di torture, privazione di cure, denutrizione e violenze sistematiche come possibili cause di molte di queste morti.

Dal 17 novembre 2025 a oggi, tra nuove segnalazioni e decessi confermati da organizzazioni palestinesi e israeliane di tutela legale, è plausibile che il conteggio reale abbia ormai superato la soglia dei cento. Anche la stessa PHRI, nelle sue note aggiornate, ha sottolineato che i dati disponibili non fotografano l’intero quadro e che nuove morti hanno continuato ad accumularsi dopo la chiusura della fase principale del rapporto.

Qui la questione non è solo numerica. È politica e morale. Perché una detenzione che diventa fame, scabbia, mancata assistenza medica, percosse e umiliazione sistematica è già una forma di pena senza processo. È un tribunale parallelo, ma senza giudici. È un’esecuzione a bassa intensità, distribuita nel tempo e nascosta dietro la parola “sicurezza”.

E Ben Gvir non si limita a cavalcare questo clima: lo celebra. L’ultradestra al potere, ha più volte rivendicato l’inasprimento delle condizioni carcerarie come prova di forza, come segnale al proprio elettorato che lo Stato non deve più “contenere” la violenza, ma esibirla come deterrenza morale. Quando il ministro responsabile del sistema di sicurezza interna rivendica il deterioramento della vita carceraria come successo politico, la forca non è più un eccesso retorico. È la coerente prosecuzione di una logica già in atto, la logica dello sterminio di massa.

In questo scenario, la pena di morte non si presenta come una novità isolata, ma come il vertice naturale di una scala di disumanizzazione già in salita. Quando la prigione diventa luogo di sospensione sistematica dei diritti, il cappio rischia di diventare, nella logica politica dell’ultradestra, la “soluzione finale”.

L’Europa e l’Italia davanti allo specchio

E qui si apre la domanda più scomoda per i nostri governanti. Come si può continuare a ripetere, con automatismo da comunicato, la formula dell’“unica democrazia del Medio Oriente” mentre si tollera una deriva così esplicita verso un diritto penale etnico? Come si può invocare lo Stato di diritto solo quando conviene, e poi tacere quando l’eccezione diventa sistema?

La scelta di non parlare, di non denunciare, di non porre condizioni politiche reali, è una forma di complicità soft. Non serve un applauso pubblico per essere corresponsabili: basta la normalizzazione diplomatica di ciò che non dovrebbe essere normalizzabile.

Criticare questa deriva non significa negare il dolore delle vittime israeliane né sminuire la gravità del terrorismo. Significa rifiutare la scorciatoia più pericolosa: quella in cui la sicurezza diventa alibi per costruire una gerarchia delle vite, con un diritto che punisce un popolo e assolve l’ideologia che lo colonizza.

Il punto politico vero

Ben Gvir non è un incidente folkloristico. È un sintomo di fase. E il disegno di legge sulla pena di morte è un test di realtà: misura fino a che punto l’Occidente accetterà che la guerra contro il “terrorismo” venga trasformata in un impianto di punizione collettiva.

Se passerà, il messaggio sarà chiaro: non si vuole solo vincere militarmente. Si vuole educare un intero popolo alla paura permanente, fare della giustizia un’estensione della supremazia, sostituire l’idea di diritto con l’idea di dominio.

E allora sì, c’è qualcosa da dire. Anzi, c’è qualcosa che non si può più non dire: la pena di morte selettiva non è un capitolo di sicurezza nazionale. È un tassello di un progetto politico di cancellazione, una tappa ulteriore sulla strada che molti osservatori internazionali descrivono come disumanizzazione sistemica dei palestinesi.

Chi oggi tace, domani fingerà stupore. Ma la storia, quando arriva a questi bivi, non concede l’alibi della distrazione.

Fonti
• Haaretz
• The Times of Israel
• Reuters
• Associated Press
• The Guardian
• Physicians for Human Rights–Israel
• Ufficio del Difensore Pubblico israeliano

Crescita da prefisso telefonico, salari da emergenza: l’Italia del PNRR e dei lavoratori impoveriti

L’Italia è quasi ferma, cammina come con la sabbia nelle scarpe: avanza di pochi decimi e intanto lascia indietro chi lavora. Se si mettono in fila le indicazioni contenute nelle prospettive Istat e nel rapporto della Cgil-Fondazione Di Vittorio, emerge un quadro coerente e anche politicamente esplosivo: crescita lenta, domanda estera debole, tenuta affidata soprattutto a investimenti e PNRR, ma salari reali ancora lontani dal recupero dell’inflazione.

Il punto di partenza: un Paese che cresce senza slancio

Le stime Istat indicano un PIL atteso intorno allo 0,5% nel 2025 e allo 0,8% nel 2026, dopo il +0,7% del 2024. Non è recessione, ma non è neanche quell’orizzonte di sicurezza economica che permetterebbe a famiglie e imprese di fare piani lunghi. Il tratto più significativo non è solo la lentezza, ma la composizione della crescita: la domanda interna regge il quadro, mentre la componente estera rischia di sottrarre spinta.

Qui pesa l’incertezza globale, ma anche fattori più concreti: rallentamento della domanda mondiale, euro forte, e la variabile della politica commerciale statunitense. Tradotto: esportare diventa più difficile proprio mentre l’economia interna non ha abbastanza benzina per correre da sola.

PNRR: non un dettaglio, ma l’ossatura della tenuta

Dentro questo scenario, il PNRR appare come il vero pilastro anticaduta. Diverse ricostruzioni giornalistiche basate sulle valutazioni della Corte dei Conti indicano che la quota di crescita attribuibile al Piano diventa molto significativa nel 2026 e 2027, arrivando a superare in ampiezza l’intero tasso annuo previsto del PIL. È un dato che, letto politicamente, significa che senza Recovery l’Italia avrebbe rischiato una dinamica ben più vicina allo zero pieno.

Questo però apre un problema doppio:

la crescita è “a progetto”, quindi temporanea se non si trasforma in produttività, infrastrutture sociali, innovazione diffusa; il beneficio macro non si trasmette automaticamente ai salari.

Il paradosso più duro: più lavoro, meno potere d’acquisto

La fotografia sindacale è netta: le retribuzioni reali risultano ancora inferiori di circa l’8,8% rispetto ai livelli di inizio 2021. Nel settore privato la perdita cumulata media indicata dalla Fondazione Di Vittorio è dell’ordine di diverse migliaia di euro per lavoratore, con un impoverimento annuo che i comunicati e le sintesi stampa quantificano intorno ai duemila euro l’anno in termini reali nel triennio più colpito dall’inflazione.

Non è solo una questione di “quanto” si lavora, ma di “come”. La diffusione di contratti brevi, discontinui e di un part-time spesso non scelto riduce reddito e potere negoziale. La presenza di una quota rilevante di part-time involontario, richiamata dai materiali Cgil e ripresa dalla stampa, è uno dei meccanismi concreti attraverso cui la crescita occupazionale può convivere con un impoverimento reale.

Il confronto europeo: la crepa storica

Il nodo salariale non nasce ieri. Da anni la letteratura economica e sindacale insiste sulla particolarità italiana: una stagnazione prolungata delle retribuzioni reali rispetto ai principali partner europei. Le sintesi circolate in questi giorni richiamano un confronto ormai diventato simbolico: l’Italia è il grande Paese europeo con la dinamica salariale reale più debole nel lungo periodo.

Qui il punto non è fare classifiche morali, ma riconoscere un dato strutturale: quando la quota del lavoro sul valore complessivo tende a restare bassa o a scendere, il sistema produce più diseguaglianza e meno domanda interna robusta. Questo è il terreno economico su cui cresce anche la sfiducia democratica.

Fiscal drag e manovra: il conflitto sociale torna centrale

La Cgil collega la questione salariale allo sciopero generale del 12 dicembre 2025 contro la manovra del governo. La critica non è solo rivolta alla dinamica delle buste paga, ma anche al drenaggio fiscale: l’inflazione fa salire i redditi nominali, ma se gli scaglioni non vengono adeguati con decisione, aumenta il prelievo reale sul lavoro dipendente e sulle pensioni. È un pezzo decisivo della rabbia sociale di questi mesi.

Che cosa ci dice davvero questo incrocio di dati

Messo insieme, il quadro racconta tre verità semplici:

• la crescita italiana nel biennio 2025-2026 appare troppo debole per “guarire” da sola le fratture sociali;

• il PNRR sta svolgendo un ruolo di sostegno determinante, ma non può essere l’unico motore né può essere considerato automaticamente redistributivo;

• la crisi salariale è ormai una questione di architettura economica e di scelte politiche, non un incidente di percorso.

Una chiusura necessaria

Se l’Italia vuole uscire dalla logica del “galleggiamento”, deve spezzare l’idea che salari bassi e flessibilità povera siano un vantaggio competitivo. È un modello che ha prodotto un Paese più fragile, più diseguale e con minore capacità di affrontare shock esterni.

La sfida, oggi, è trasformare la spinta straordinaria del PNRR in una politica ordinaria di giustizia economica: rinnovi contrattuali che recuperino davvero l’inflazione, lotta alla precarietà strutturale, rafforzamento della contrattazione, misure fiscali che non scarichino l’aggiustamento sui redditi fissi. Senza questa svolta, la crescita resterà un numero da comunicato e la povertà lavorativa il volto quotidiano di un sistema che ha smesso di premiare il lavoro.

Note

Le prospettive macro per il 2025-2026 indicano una crescita rallentata, con un ruolo centrale della domanda interna e un contributo estero debole o negativo. Il PNRR risulta determinante per sostenere gli investimenti e la tenuta complessiva del PIL nel biennio e soprattutto nel passaggio 2026-2027. Le retribuzioni reali restano sotto i livelli di inizio 2021, con una perdita di potere d’acquisto stimata intorno a circa l’8,8%. La precarietà e il part-time involontario contribuiscono a spiegare perché più occupazione non equivalga automaticamente a più sicurezza economica. Il fiscal drag viene indicato come uno dei meccanismi che comprimono ulteriormente redditi di lavoratori e pensionati in un contesto di inflazione recente. Lo sciopero generale del 12 dicembre 2025 è presentato come risposta sindacale a una manovra giudicata inadeguata sul fronte sociale e salariale.

Riferimenti sitografici

• Istat, Prospettive dell’economia italiana 2025-2026.

• Cgil, materiali e comunicati sullo sciopero generale del 12 dicembre 2025.

• Fondazione Giuseppe Di Vittorio, rapporto “La crisi dei salari”.

• Corte dei Conti, relazioni e documenti sul PNRR e sul suo impatto macroeconomico.

• La Repubblica, 6 dicembre 2025, Valentina Conte, “Istat, crescita lenta e paghe basse la Cgil: persi in media 6mila euro”.