Il PD davanti al genocidio: perché non riesco più a chiamarlo sinistra

(e perché chiedo a Schlein di cacciare i complici)

C’è un punto oltre il quale non è più questione di sfumature politiche, ma di igiene morale.

Per me quel punto è stato superato quando ho visto Piero Fassino, deputato del Partito Democratico, collegato dalla Knesset a magnificare Israele come “società aperta, libera, democratica”, anche negli ultimi due anni. Cioè nel pieno della distruzione di Gaza, mentre la Corte Internazionale di Giustizia esamina se siano in corso atti di genocidio e ha già imposto misure urgenti a Israele in base alla Convenzione sul genocidio. 

Io la parola genocidio non la uso per rabbia. La usa una Relatrice speciale ONU, Francesca Albanese, nel suo rapporto “Anatomy of a Genocide”, dopo mesi di raccolta dati: oltre 30.000 morti nelle prime fasi, più della metà bambini, distruzione sistematica delle infrastrutture civili, imposizione deliberata di condizioni di vita disumane all’intera popolazione di Gaza. 

La prendono sul serio la Corte Internazionale, che ha ordinato a Israele di prevenire atti genocidari, permettere aiuti e fermare l’offensiva su Rafah, e una Commissione d’inchiesta ONU che parla apertamente di atti di genocidio. 

Nel frattempo, nei campi profughi allagati e pieni di fango, UNICEF e altre agenzie descrivono bambini che dormono con i vestiti fradici di acqua di fogna, esposti al freddo, alla malnutrizione, alle malattie. Alcuni muoiono di ipotermia, non per “effetti collaterali”, ma perché l’assedio è diventato arma climatica. 

È su questo sfondo che devo guardare a ciò che fanno e dicono i dirigenti del PD. Ed è qui che, più che delusione, provo disgusto politico.

Fassino e Provenzano: la foglia di fico della “opinione personale”

Piero Fassino non è un passante qualunque. È un ex segretario dei DS, deputato di lungo corso, figura simbolo dell’area più atlantista del centrosinistra. Alla Knesset, nel pieno del massacro di Gaza, racconta Israele come una democrazia vivace “anche in questi due anni”, con tanto di dialettica sulle “soluzioni” possibili. Nessuna parola sul genocidio, nessun accenno agli ordini della Corte Internazionale, nessuna menzione alle decine di migliaia di civili palestinesi cancellati. 

Di fronte allo scandalo, la risposta del responsabile Esteri del PD, Peppe Provenzano, è un capolavoro di vigliaccheria politica: Fassino, dice, “non era lì in missione per conto del Pd”. Come se il problema fosse la nota spese, non il contenuto politico di quelle parole, pronunciate da un deputato del PD nel parlamento dello Stato accusato di genocidio. 

Tradotto: il partito prende le distanze a parole, ma lascia intatto il messaggio di fondo. Fassino resta lì, integro, come rappresentante naturale di quella componente del PD che considera Israele una “democrazia” a prescindere da qualsiasi massacro. È la “sinistra per Israele”, che si presenta come pacifista ma si colloca stabilmente sul crinale sionista, recitando il mantra vuoto dei “due popoli, due Stati” mentre sul terreno esiste solo un popolo armato che occupa e uno disarmato che subisce. 

Io, in quel collegamento dalla Knesset, vedo una cosa sola: un pezzo di ex sinistra italiana che va a rassicurare un potere sotto accusa per genocidio, garantendogli che l’“Occidente per bene” è ancora schierato al suo fianco.

Picierno: l’antisemitismo usato come lasciapassare per i coloni

Poi c’è Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, anche lei esponente di punta del PD. In Italia propone “un nuovo patto sociale contro l’antisemitismo”, parole che, in astratto, potrei sottoscrivere una per una. 

Peccato che la stessa Picierno sorrida in foto di gruppo con rappresentanti del mondo dei coloni israeliani, cioè di quella galassia che sulla terra, con soldati e ruspe, trasforma la teoria sionista in furto concreto: case demolite, ulivi sradicati, villaggi cancellati, strade solo per ebrei. 

Non si tratta di gaffe. È un messaggio politico chiaro:

l’antisemitismo diventa lo scudo etico per coprire un movimento coloniale che pratica l’apartheid e la pulizia etnica.

Chi denuncia quel sistema è sospettato di odio. Chi lo frequenta e lo legittima resta una rispettabile esponente democratica europea.

Quando l’antisemitismo viene ridotto a manganello ideologico contro la solidarietà alla Palestina, si sporca una parola che dovrebbe servire a difendere vite, non a coprire crimini.

Delrio e Violante: la legge-bavaglio e l’ordine pubblico contro la Palestina

A saldare il quadro arrivano Graziano Delrio e Luciano Violante.

Delrio presenta un disegno di legge per combattere l’antisemitismo “dilagante” nelle scuole, all’università, sul web. Obiettivo dichiarato nobile, strumento pericolosissimo: il DDL si fonda sulla definizione operativa IHRA, quella che, nella pratica, tende a far scivolare dentro la categoria “antisemitismo” buona parte della critica radicale a Israele e al sionismo. 

Così slogan come “From the river to the sea” e l’analisi del sionismo come progetto coloniale razzista rischiano di essere trattati come incitamento all’odio contro gli ebrei. Un colpo perfetto: criminalizzi il linguaggio della liberazione palestinese facendo finta di difendere una minoranza.

Luciano Violante, ex Presidente della Camera, completa l’opera dal fronte dell’ordine pubblico. In interviste e interventi pubblici, descrive le mobilitazioni pro Palestina come un fenomeno che sfiora l’eversione, invoca “misure forti” contro questa ondata di protesta, intreccia piazze, antisemitismo e ritorno alla violenza politica. 

Risultato:

chi scende in piazza contro un genocidio viene equiparato a un potenziale terrorista, chi chiede il rispetto del diritto internazionale finisce nel mirino come minaccia all’ordine democratico, lo Stato che bombarda, affama, congela un milione di bambini resta una “democrazia in difficoltà”.

È un capovolgimento indecente: il problema non è il genocidio, ma chi lo denuncia troppo forte.

Funaro, Prodi e l’ossessione di punire Francesca Albanese

In questo quadro, il caso Francesca Albanese è un test di verità.

Relatrice speciale ONU sui territori occupati, autrice del rapporto “Anatomy of a Genocide” che spiega perché a Gaza si sono raggiunte e superate le soglie giuridiche del crimine di genocidio, Francesca Albanese viene trattata dal PD come un corpo estraneo da neutralizzare. 

A Firenze la sindaca PD Sara Funaro decide che non ci sono le condizioni per darle la cittadinanza onoraria: è “divisiva”, dice, perché osa chiamare genocidio il genocidio. Firenze, “città della pace”, preferisce non turbare l’immagine moderata, anche se in gioco c’è la verità sui crimini più gravi che il diritto internazionale conosca. 

A Bologna, mentre la cittadinanza onoraria è sotto attacco, entra in scena Romano Prodi, padre nobile del centrosinistra, che invita il Comune a fare marcia indietro: “Perseverare è diabolico”, dice di Albanese, come se la diabolica fosse lei e non chi ha trasformato Gaza in un cimitero a cielo aperto. 

Siamo al paradosso:

un’alta funzionaria ONU che documenta il genocidio rischia di essere cancellata dallo spazio simbolico delle città “progressiste”; sindaci e notabili del PD si mobilitano più contro una giurista che contro Netanyahu, Ben Gvir, Smotrich; la parola “pace” viene usata per coprire la censura, non per fermare la guerra.

Non è più ambiguità. È schieramento.

Il filo che lega tutti questi nomi: complicità politica nel genocidio

Metto in fila i nomi:

Piero Fassino, Peppe Provenzano, Pina Picierno, Graziano Delrio, Luciano Violante, Sara Funaro, Romano Prodi, l’area “Sinistra per Israele”.

Che cos’hanno in comune?

Non un generico “filosionismo”, che già basterebbe. Hanno in comune questo:

chiamano democrazia uno Stato che è sotto accusa per genocidio e che l’ONU descrive come impegnato in atti genocidari contro il popolo palestinese;  usano l’antisemitismo come clava per colpire chi sta con Gaza e con la Palestina, mentre stringono rapporti con coloni e lobby sioniste;  dipingono le piazze pro Palestina come minaccia all’ordine democratico, invece di riconoscerle per quello che sono: l’ultimo argine morale contro un massacro normalizzato;  lavorano per delegittimare la principale voce giuridica internazionale che parla di genocidio, Francesca Albanese, e spingono sindaci e consigli comunali a “punirla” negando o revocando onori simbolici. 

Questa, per me, si chiama complicità politica nel genocidio.

Non serve un giudice per usarla come categoria etica e storica. Basta guardare la direzione in cui spingono i fatti.

Un appello diretto a Elly Schlein

A questo punto la domanda non è più “quanto fa schifo il PD”, anche se la risposta è sotto gli occhi di chi vuole vederla.

La domanda, per me, è rivolta a una persona precisa: Elly Schlein.

Schlein non è una spettatrice. È la segretaria del partito. Firma appelli per il cessate il fuoco, denuncia il governo Meloni per i rapporti con Netanyahu, chiede lo stop alla cooperazione militare con Israele. Ma lascia dentro il PD, e spesso in posizione di potere, chi lavora ogni giorno per sabotare quella linea, chi definisce democratica la macchina di guerra israeliana, chi trasforma l’antisemitismo in bavaglio e chi tratta Francesca Albanese come un problema da rimuovere. 

Allora io, da sinistra e in prima persona, le dico questo:

Se davvero pensi che a Gaza sia in corso qualcosa di più di una “crisi umanitaria”, se prendi sul serio la parola genocidio che viene dalle Nazioni Unite, non puoi continuare a tenere in casa chi fa propaganda per Israele dal parlamento dello Stato accusato, chi si fa fotografare coi coloni, chi scrive leggi-bavaglio, chi chiede misure forti contro le piazze per la Palestina, chi boicotta e umilia Francesca Albanese.

Espelli Fassino, Picierno, Delrio, Violante, chi difende la linea dei coloni, chi usa l’antisemitismo per colpire la solidarietà alla Palestina, chi lavora politicamente contro Albanese. Mettili fuori, apertamente. Di’ al Paese che quelle posizioni non sono compatibili con un partito che pretende di difendere il diritto internazionale e i diritti umani.

Se non lo fai, se tutto si riduce all’ennesimo comunicato di “presa di distanza” da Fassino e alla solita gestione cerchiobottista dei casi Picierno, Delrio, Violante, Funaro, Prodi, allora la verità è semplice: il PD è un luogo dove la complicità col genocidio è tollerata, anzi rappresentata nelle sue correnti più influenti.

Io, davanti ai bambini di Gaza che muoiono di bombe, di fame, di freddo e di infezioni, mentre la Corte Internazionale e le commissioni ONU parlano di genocidio, non ho più nessuna voglia di cercare attenuanti a questo partito. 

Per me la questione è chiusa:

un soggetto politico che, nel pieno di un genocidio, permette a dirigenti di spingersi fino a questo livello di adesione, copertura e normalizzazione del massacro, non è “la mia” sinistra.

È uno dei pilastri del nuovo ordine armato occidentale, che pretende di insegnare diritti umani al mondo mentre lascia che Gaza venga cancellata dalla mappa.

E finché questo non cambia, la mia risposta resterà la stessa, dura e semplice:

non è più una questione di sigle, è una questione di coscienza.

“Don’t Look Up” dall’oceanoAMOC, 2050 e l’umanità in piedi sulla scogliera

C’è una scena che ormai fa parte del nostro immaginario: in Don’t Look Up (2021), il film di Adam McKay, due scienziati scoprono una cometa che distruggerà la Terra. Provano a dirlo al mondo, ma la politica gioca a rimandare, i media trasformano la catastrofe in un talk show, i social riducono tutto a meme, un miliardario della tecnologia cerca di farci affari. Alla fine, la cometa arriva davvero.

Quel “non guardare in alto” del titolo è un ordine politico, mediatico e culturale: non guardare il problema, non disturbare il mercato, non interrompere lo show.

Se spostiamo lo sguardo dall’astronomia ai mari, oggi abbiamo qualcosa di analogo: il possibile collasso dell’AMOC, la grande corrente atlantica che tiene in piedi il nostro clima. Non c’è un asteroide nel cielo, ma c’è un oceano che manda segnali sempre più chiari. E, come nel film, la reazione dominante è: minimizzare, rinviare, trasformare l’allarme in rumore di fondo.

  1. La corrente invisibile che rende abitabile l’Europa

L’Atlantic Meridional Overturning Circulation (AMOC) è un gigantesco “nastro trasportatore” di calore: porta acqua calda e salata dai tropici verso Nord, dove si raffredda, diventa più densa, sprofonda fino a 3.000 metri e torna verso Sud come corrente profonda. È uno dei pilastri del clima terrestre.

Grazie all’AMOC, l’Europa occidentale è molto più mite di quanto la sola latitudine farebbe pensare. Senza questo flusso, città come Londra o Parigi avrebbero inverni molto più duri. Questa corrente trasporta una quantità di calore enormemente superiore a tutta l’energia che l’umanità produce in un anno: è un’infrastruttura termica gratuita, costruita dall’oceano in milioni di anni.

Il motore dell’AMOC è la combinazione di temperatura e salinità: l’acqua fredda e salata è più densa e tende a sprofondare. Ma il riscaldamento globale sta accelerando la fusione dei ghiacci della Groenlandia e dell’Artico, riversando enormi quantità di acqua dolce nel Nord Atlantico. Più acqua dolce significa meno salinità, quindi meno densità. Il risultato: il motore si inceppa.

  1. Dal “quasi impossibile” al “altamente probabile”

Per anni il collasso dell’AMOC è stato trattato come uno scenario estremo: l’IPCC lo definiva un evento a “bassa probabilità ma alto impatto” entro il 2100, pur riconoscendo l’incertezza e la gravità di un’eventuale crisi.

Poi è arrivato lo studio di Peter e Susanne Ditlevsen, pubblicato nel 2023 su Nature Communications. Analizzando le variazioni della temperatura superficiale del mare e i segnali tipici di un sistema che si avvicina a un punto critico, gli autori hanno stimato che il collasso dell’AMOC potrebbe verificarsi tra il 2025 e il 2095, con maggiore probabilità attorno alla metà del secolo.

Da allora, altri lavori hanno rafforzato l’allarme:
• uno studio pubblicato nel 2025 ha concluso che il collasso non può più essere considerato “poco probabile” e che, anche in scenari di riduzione parziale delle emissioni, il rischio resta significativo nei prossimi 50–100 anni, con il punto di non ritorno che potrebbe essere superato già nelle prossime decadi;
• un’altra ricerca, usando un nuovo indicatore basato su calore e salinità (surface buoyancy flux), suggerisce che l’AMOC sta già indebolendosi e potrebbe iniziare a collassare tra il 2055 e il 2063 se le emissioni continuassero a crescere.

Nel 2025 l’Islanda ha classificato ufficialmente il possibile collasso dell’AMOC come rischio per la sicurezza nazionale ed esistenziale, inserendolo tra le priorità del Consiglio di sicurezza e avviando piani di adattamento per energia, infrastrutture e cibo. È un segnale politico chiaro: ciò che per anni è stato confinato nei capitoli speciali dei rapporti scientifici sta entrando nel linguaggio della sicurezza e della sopravvivenza.

Nel frattempo, però, la narrativa pubblica dominante continua a trattare l’AMOC come una curiosità per addetti ai lavori. È la versione climatica del “non guardare in alto”: non guardare al mare, continua a guardare il talk show.

  1. La Macchia Blu: il faro dell’Atlantico

A occhio nudo non vediamo la corrente cambiare. Ma i satelliti sì.

Se guardiamo le mappe del riscaldamento globale degli oceani, quasi tutto l’Atlantico diventa rosso e arancione: acque più calde rispetto alla media del Novecento. Tranne una zona: nel Nord Atlantico, a sud della Groenlandia, compare una grande “macchia blu”, l’unica area del mondo oceanico che non si scalda, in alcuni periodi si raffredda.

Quella macchia fredda è un faro: indica che qualcosa non funziona nella redistribuzione del calore. È uno dei segnali che gli scienziati collegano al rallentamento dell’AMOC.

Per superare la scarsità di dati diretti (abbiamo osservazioni strumentali dettagliate dell’AMOC solo dal 2004), la ricerca ha incrociato:
• ricostruzioni paleoclimatiche ricavate dai sedimenti marini, che raccontano le crisi passate della circolazione atlantica su scale di migliaia di anni;
• misure di temperatura superficiale dell’oceano raccolte da navi e boe nell’ultimo secolo;
• analisi statistiche dei “segnali di allarme precoce” tipici dei sistemi complessi vicini a un punto di rottura.

Il quadro che emerge è coerente: ciò che vediamo oggi – macchia fredda, rallentamento, perdita di stabilità – assomiglia a ciò che la Terra ha già vissuto prima di grandi riorganizzazioni della circolazione oceanica. Con una differenza gigantesca: questa volta sopra il pianeta vivono otto miliardi di persone, legate da reti alimentari, energetiche, finanziarie globali.

  1. Una glaciazione selettiva in un pianeta che si surriscalda

Un errore frequente è immaginare l’AMOC come un interruttore apocalittico che spegne il riscaldamento globale e ci riporta nell’era glaciale. Non è così. Il riscaldamento continua, ma il calore si ridistribuisce in modo diverso e potenzialmente disastroso.

Gli studi indicano che, in caso di forte indebolimento o collasso, l’Europa nord-occidentale potrebbe sperimentare inverni molto più freddi, con stagioni più lunghe e instabilità meteo: ondate di gelo, tempeste atlantiche più intense, impatti durissimi su agricoltura e sistemi energetici. Alcune stime parlano di perdite fino al 30% della produzione agricola in alcune regioni europee.

Al tempo stesso, i modelli mostrano:
• un aumento del livello del mare sopra la media globale lungo certe coste europee e nordamericane, proprio a causa della riorganizzazione delle correnti;
• cambiamenti profondi nella fascia tropicale: spostamento della zona delle piogge equatoriali, monsoni destabilizzati in Africa, India e Sud America, con conseguenze enormi per le regioni dipendenti da agricoltura pluviale.

È una sorta di “glaciazione selettiva” in un pianeta che continua nel complesso a scaldarsi: alcune regioni diventano più fredde e instabili, altre più torride e siccitose. Un incubo per la sicurezza alimentare e per le migrazioni, non un semplice problema di “fare più caldo o più freddo”.

  1. “Don’t Look Up”: il film che ci aveva già spiegato tutto

Torniamo al film. Don’t Look Up nasce esplicitamente come allegoria della crisi climatica: il creatore Adam McKay ha raccontato che l’idea gli è stata proposta dal giornalista David Sirota, che aveva paragonato il cambiamento climatico a una cometa che si dirige verso la Terra.

Nel film, la cometa è il tipping point: l’evento che, una volta innescato, non puoi più fermare. Il resto del racconto è una satira accurata di tutto ciò che oggi rende difficile reagire alla crisi climatica:
• un potere politico cinico, che misura ogni decisione in termini di consenso a breve termine;
• media che trasformano anche la fine del mondo in un segmento “leggero” da talk show, da bilanciare con gossip e intrattenimento;
• social network che assorbono l’allarme in un flusso di meme, insulti, campagne coordinate;
• un miliardario della tecnologia che promette una soluzione miracolosa – spezzare la cometa per estrarne minerali rari – trasformando l’emergenza globale in un’opportunità di business.

Non è un caso se diversi climatologi hanno scritto che Don’t Look Up è, per loro, una rappresentazione molto fedele della follia collettiva con cui affrontiamo il riscaldamento globale: più che una caricatura, uno specchio deformante ma riconoscibile.

Se sostituiamo la cometa con il collasso dell’AMOC (o con altri punti di non ritorno: scioglimento irreversibile dei ghiacciai, morte della foresta amazzonica, sbiancamento permanente delle barriere coralline), vediamo lo stesso copione:
• gli scienziati lanciano allarmi dettagliati;
• la politica li diluisce in promesse vaghe;
• le lobby fossili spingono per guadagnare tempo;
• l’opinione pubblica oscilla tra panico momentaneo e rimozione.

  1. Sapevano. E hanno scelto lo stesso di non guardare in alto

Questa non è una tragedia dovuta all’ignoranza. È una tragedia dovuta alla scelta.

Già nel 1979 il famoso Charney Report, commissionato dalla National Academy of Sciences statunitense, concludeva che un raddoppio della CO₂ avrebbe portato a un riscaldamento significativo del pianeta, con cambiamenti climatici potenzialmente gravi. Era un documento ufficiale, destinato ai decisori politici.

Negli anni successivi, le grandi compagnie petrolifere hanno finanziato ricerche interne ancora più precise. Un’analisi pubblicata su Science nel 2023 ha mostrato che le proiezioni climatiche elaborate dagli scienziati di ExxonMobil tra il 1977 e il 2003 erano sorprendentemente accurate: prevedevano con grande precisione l’andamento reale delle temperature globali in funzione delle emissioni.

Eppure, in pubblico, la stessa compagnia ha per anni minimizzato, messo in dubbio o attivamente contrastato la scienza del clima, finanziando think tank e campagne di disinformazione. Un’inchiesta di InsideClimate News, Exxon: The Road Not Taken, ha ricostruito questa storia in dettaglio: la strada non intrapresa è quella in cui si decideva di cambiare modello energetico proprio quando si aveva la conoscenza per farlo.

Documenti emersi di recente mostrano che il settore fossile sapeva dei rischi legati alle emissioni di CO₂ addirittura dagli anni Cinquanta, quando finanziava ricerche pionieristiche sulle concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera.

Oggi, una parte della stessa industria alimenta l’illusione che tecnologie come la cattura e lo stoccaggio del carbonio (CCS) possano permetterci di continuare quasi come prima, nonostante evidenze crescenti indichino che, per come sono state implementate finora, queste soluzioni hanno benefici climatici limitati e servono soprattutto a prolungare la vita dei combustibili fossili.

Siamo oltre la semplice cecità: siamo di fronte a un modello economico che, per difendere i propri profitti, ha deliberatamente scelto di “non guardare in alto” anche quando aveva sotto mano i dati per capire cosa stava arrivando.

  1. Perché non ci muoviamo? La psicologia del suicidio al rallentatore

Se un film come Don’t Look Up ha avuto tanto impatto è perché racconta qualcosa che conosciamo nel profondo: la difficoltà umana a reagire a pericoli lenti ma cumulativi.

Il nostro cervello è tarato sui rischi immediati, visibili, personali: il predatore, la guerra, il terremoto. La crisi climatica – e, dentro di essa, un possibile collasso dell’AMOC – è invece un pericolo che si accumula nel tempo, che non ha un volto preciso, che spesso colpisce altrove prima di arrivare da noi. È perfetta per essere rimossa.

Politicamente, poi, il problema è amplificato da tre fattori:
• i costi delle trasformazioni ricadono nel breve periodo, mentre i benefici maggiori – evitare scenari catastrofici – arrivano tra decenni;
• i governi rispondono su orizzonti elettorali di pochi anni, non sulle scale temporali di un sistema climatico;
• le disuguaglianze globali fanno sì che chi ha contribuito di più al problema (paesi ricchi, élite economiche) sia anche quello meglio attrezzato per proteggerne i propri interessi nel breve periodo, scaricando i danni sui più vulnerabili.

Don’t Look Up mette in scena tutto questo: il presidente che pensa alle elezioni, il miliardario che pensa al proprio portafoglio, i conduttori che pensano allo share. La differenza è che nel film il conto arriva in sei mesi; nella realtà parliamo di decenni. Ma la dinamica è la stessa.

  1. Il 2050 non è una sceneggiatura: è una scelta politica

Quando leggiamo che il collasso dell’AMOC è possibile “intorno al 2050”, rischiamo di interpretarlo come una profezia scolpita nella pietra. Non lo è.

Si tratta di traiettorie condizionate dalle nostre azioni. Gli studi lo dicono con chiarezza:
• maggiore è il livello di riscaldamento globale, maggiore è la probabilità di innescare punti di non ritorno;
• riduzioni rapide e profonde delle emissioni – in particolare l’uscita dai combustibili fossili – abbassano il rischio, anche se non lo annullano del tutto, perché il sistema ha inerzie e incertezze.

Il 2050, insomma, non è un appuntamento inevitabile: è il risultato cumulativo di ogni centrale a carbone tenuta aperta, di ogni trivellazione nuova approvata, di ogni rinvio su efficienza, trasporti, agricoltura, consumo materiale.

La grande assente, in questa discussione, è la parola “giustizia”. La crisi dell’AMOC – come gli altri tipping point – colpirà in modo sproporzionato i paesi e le comunità che hanno meno responsabilità storica per le emissioni. Quando parliamo di rischi per i monsoni asiatici o per le piogge in Africa occidentale, stiamo parlando della vita quotidiana di centinaia di milioni di persone.

Continuare a “non guardare in alto”, in questo contesto, non è solo irresponsabile: è profondamente ingiusto.

  1. Tornare indietro dalla scogliera (e finalmente guardare in alto)

Verso la fine di Don’t Look Up, c’è una scena silenziosa: gli scienziati e le loro famiglie si siedono a tavola, si tengono per mano, condividono un ultimo pasto mentre la cometa sta per colpire. È una scena dolce e terribile: l’umanità che, dopo aver fatto di tutto per non ascoltare, si ritrova a salutarsi.

Dal punto di vista climatico, noi non siamo ancora lì. Non siamo ancora all’ultima cena prima dell’impatto. Siamo ancora nel tempo in cui si può decidere di ridurre drasticamente le emissioni, di fermare l’espansione fossile, di pianificare una transizione giusta per lavoratori e comunità, di spostare soldi dalle fonti di rischio alle soluzioni reali.

La metafora dell’uomo sulla scogliera che aspetta lo tsunami ci parla di impotenza. Ma la politica, l’economia, la cultura non sono forze di natura: sono scelte. Possiamo ancora decidere di scendere dalla scogliera, di non vivere come personaggi di un film già scritto.

“Don’t Look Up” ci ha mostrato quanto sia assurdo ridere, litigare sui social e fare campagne elettorali mentre una cometa si avvicina. La possibile crisi dell’AMOC (insieme alle altre soglie climatiche) ci dice che quella situazione, oggi, è più vicina di quanto pensassimo.

La domanda vera è se vogliamo continuare a recitare quella parte o se, finalmente, vogliamo alzare lo sguardo – verso il cielo, verso gli oceani, verso le generazioni che verranno – e cambiare sceneggiatura prima che la Terra diventi il set del nostro ultimo film.

Note

[1] Don’t Look Up è un film del 2021 diretto da Adam McKay, scritto con David Sirota, con un cast corale che comprende Leonardo DiCaprio, Jennifer Lawrence, Meryl Streep e altri. Il film è stato concepito esplicitamente come allegoria della crisi climatica e satira dell’indifferenza politico-mediatica.

[2] Diversi commentatori e studiosi di comunicazione hanno analizzato il film come una critica delle dinamiche di comunicazione scientifica, della polarizzazione politica e della spettacolarizzazione mediatica dell’emergenza climatica.

[3] Ditlevsen P., Ditlevsen S., “Warning of a forthcoming collapse of the Atlantic meridional overturning circulation”, Nature Communications, 14, 4254 (2023), con correzione pubblicata nel 2025. Lo studio utilizza indicatori statistici di avvicinamento al tipping point applicati a serie di dati sulle temperature superficiali del Nord Atlantico.

[4] L’IPCC, nel Rapporto AR6 (Gruppo di lavoro 1), classifica il collasso dell’AMOC come evento a bassa probabilità ma ad alto impatto entro il 2100, pur riconoscendo incertezze e rischi crescenti con l’aumento delle temperature globali.

[5] Uno studio pubblicato su Environmental Research Letters e sintetizzato da varie testate internazionali nel 2025 conclude che il collasso dell’AMOC non può più essere considerato “low-likelihood” e che il punto di non ritorno potrebbe essere superato nelle prossime decadi, con il collasso nei successivi 50–100 anni.

[6] Analisi recenti basate su un nuovo indicatore di galleggiamento superficiale (surface buoyancy flux) suggeriscono che l’AMOC si sta indebolendo e potrebbe iniziare a collassare tra metà secolo e i primi anni Sessanta, in scenari di forti emissioni.

[7] Nel 2025 l’Islanda ha classificato il potenziale collasso dell’AMOC come rischio per la sicurezza nazionale, avviando valutazioni su energia, cibo, infrastrutture e trasporti.

[8] Il Charney Report (Carbon Dioxide and Climate: A Scientific Assessment, National Research Council, 1979) rappresenta una pietra miliare: già allora gli scienziati concludevano che l’aumento della CO₂ avrebbe riscaldato il pianeta con impatti potenzialmente gravi.

[9] Lo studio di Supran et al., pubblicato su Science nel 2023, mostra che le proiezioni interne di ExxonMobil sul riscaldamento globale (1977–2003) erano mediamente molto accurate, in contrasto con le posizioni pubbliche dell’azienda.

[10] L’inchiesta giornalistica Exxon: The Road Not Taken (InsideClimate News) ricostruisce in dettaglio come la compagnia avesse compreso il rischio climatico già dagli anni Settanta, scegliendo tuttavia di non cambiare modello di business e di finanziare campagne di disinformazione.

[11] Documenti emersi nel 2024 mostrano che il settore fossile aveva finanziato ricerche sulla CO₂ e i suoi effetti climatici già negli anni Cinquanta, con piena consapevolezza del problema ben prima del dibattito pubblico contemporaneo.

[12] L’IPCC AR6 e successive analisi sui tipping points climatici evidenziano che, con l’aumento del riscaldamento globale, cresce la probabilità di shock improvvisi e irreversibili in sistemi come calotte glaciali, correnti oceaniche e grandi foreste, con effetti su scala di secoli o millenni.

Sitografia essenziale
• Voce “Don’t Look Up” (2021), film di Adam McKay, in enciclopedie e database cinematografici online.
• H. Little, “The science communication of Don’t Look Up”, Journal of Science Communication (2022).
• Articoli e commenti sul valore allegorico del film rispetto alla crisi climatica e alla comunicazione scientifica.
• P. Ditlevsen, S. Ditlevsen, “Warning of a forthcoming collapse of the Atlantic meridional overturning circulation”, Nature Communications 14, 4254 (2023), e relativa correzione del 2025.
• IPCC, Sixth Assessment Report, Working Group I, in particolare il Capitolo 9 (“Ocean, Cryosphere and Sea Level Change”) e il Technical Summary.
• Studi recenti sul rischio di collasso dell’AMOC pubblicati su Environmental Research Letters e altre riviste, sintetizzati da articoli di stampa internazionale.
• Agenzie di stampa e analisi politiche sul riconoscimento da parte dell’Islanda del collasso dell’AMOC come rischio per la sicurezza nazionale.
• National Research Council, Carbon Dioxide and Climate: A Scientific Assessment (Charney Report, 1979).
• G. Supran et al., “Assessing ExxonMobil’s global warming projections”, Science (2023), e commenti correlati.
• Serie di inchieste Exxon: The Road Not Taken (InsideClimate News).
• Ricostruzioni storiche sul ruolo dell’industria fossile nel finanziamento della ricerca sul clima e nella successiva disinformazione.

Vent’anni all’indietro: come l’Italia è diventata l’eccezione povera nell’Europa che cresce

In vent’anni, l’Unione europea ha visto crescere il reddito reale delle famiglie di oltre un quinto. Secondo i dati appena pubblicati da Eurostat, tra il 2004 e il 2024 il reddito reale pro capite dei nuclei familiari nell’Ue è aumentato in media del 22%. Nel frattempo, in Italia è sceso del 4% e in Grecia del 5%. Sono gli unici due Paesi dell’Unione in cui le famiglie, a parità di potere d’acquisto, sono più povere oggi di quanto non fossero vent’anni fa.

Questa non è solo una statistica: è la radiografia di un modello economico che ha scelto consapevolmente chi doveva pagare il prezzo delle crisi, dell’austerità e delle “riforme strutturali”.

  1. La mappa Eurostat: un continente che sale e due Paesi che scendono

Eurostat misura il “household real income per capita”, cioè il reddito reale pro capite delle famiglie, corretto per l’inflazione. È l’indicatore che dice, in concreto, quanta capacità di spesa resta in tasca alle persone dopo vent’anni di crisi, rimbalzi e riprese.

La dinamica europea è chiara:
• crescita continua tra 2004 e 2008;
• stagnazione tra 2008 e 2011, per gli effetti della crisi finanziaria globale;
• calo nel biennio 2012–2013, nel cuore dell’austerità;
• ripresa graduale fino al 2020;
• nuovo scivolone con la pandemia;
• rimbalzo nel 2021 e crescita lenta ma positiva nel 2022–2024, con una nuova accelerazione nei dati preliminari del 2024.

Quando si passa dalla media ai singoli Paesi, la mappa si colora quasi tutta di verde, con intensità diverse. Le maggiori crescite si registrano in:
• Romania: +134%
• Lituania: +95%
• Polonia: +91%
• Malta: +90%

Sono Paesi entrati nell’Ue negli ultimi due decenni, che hanno sfruttato il mix di salari inizialmente bassi, investimenti esteri, mercato interno in espansione e fondi di coesione europei destinati a infrastrutture, digitalizzazione, reti energetiche, formazione e istruzione.

Le grandi economie storiche avanzano a passo più corto ma comunque in terreno positivo:
• Germania: +24%
• Francia: +21%
• Spagna: +11%
• Austria: +14%
• Belgio: +15%
• Lussemburgo: +17%

Poi ci sono i due puntini rossi in fondo alla legenda: Grecia e Italia.

La Grecia paga il prezzo di una crisi esplosa nel 2010, con debito pubblico fuori controllo, bilanci truccati per entrare nell’euro, perdita di competitività e una terapia d’urto imposta dalla Troika fatta di tagli lineari, crollo del Pil, esplosione della disoccupazione, povertà di massa. Oggi Atene galleggia su un’apparente “normalizzazione” finanziaria, con i titoli di Stato che performano bene, ma i redditi reali delle famiglie restano ancora sotto i livelli del 2004 e anche del 2010.

L’Italia, invece, non ha avuto un default, non è stata commissariata, non ha subito memorandum firmati a Bruxelles o a Washington. Eppure è lì, accanto alla Grecia, con un reddito reale familiare più basso di vent’anni fa. Il paradosso si spiega guardando dentro il motore: salari, produttività, mercato del lavoro, modello fiscale.

  1. L’illusione dell’“occupazione record”

Nelle stesse ore in cui Eurostat certifica il declino del reddito reale italiano, un altro dato fa il giro dei media: l’Istat segnala che il tasso di occupazione ha raggiunto il 62,7%, un livello mai toccato prima.

Due fotografie sembrano in contraddizione: più persone lavorano, ma le famiglie sono più povere. In realtà, combaciano perfettamente.

La “buona notizia” occupazionale è infatti accompagnata da almeno tre elementi strutturali:
• precarietà diffusa: una quota consistente dei nuovi posti è a termine, part-time spesso involontario, con giornate spezzate, turni intermittenti e poca capacità di programmare il futuro;
• giovani esclusi o marginali: la stessa nota sui dati occupazionali sottolinea che i progressi riguardano soprattutto over 50 e alcune categorie specifiche, mentre la fascia 25–34 anni resta la più penalizzata, con tassi di disoccupazione e inattività ancora molto alti;
• working poor: cresce l’area di chi lavora ma è povero, perché la combinazione di salari bassi e inflazione elevata ha eroso il potere d’acquisto più di quanto non abbiano compensato i contratti.

L’Ocse sintetizza la situazione in modo brutale: all’inizio del 2025, i salari reali in Italia erano ancora il 7,5% sotto i livelli di inizio 2021, il peggior risultato tra le grandi economie avanzate.

Nel frattempo, l’aumento dei prezzi ha gonfiato il gettito fiscale: l’Italia ha registrato un vero e proprio “tesoretto” di entrate trainate dall’inflazione e da una base imponibile spinta verso scaglioni più alti, senza che i redditi reali delle famiglie migliorassero davvero.

In pratica, si lavora di più, ma ogni euro vale meno.

  1. Vent’anni di stagnazione salariale e produttività zoppa

La radice del problema italiano non è solo nella congiuntura recente, ma in una traiettoria di lungo periodo. Studi recenti sull’andamento della disuguaglianza e dei salari in Italia mostrano un tratto costante: crescita economica debole, produttività stagnante e salari reali che non seguono nemmeno quel poco di crescita disponibile.

I punti chiave sono almeno quattro.
1. Produttività ferma
Dal 2000 in poi, la produttività del lavoro in Italia è cresciuta molto meno rispetto alla media Ocse, e in alcuni periodi praticamente si è fermata. Le imprese hanno risposto comprimendo il costo del lavoro – salari e diritti – più che investendo in innovazione, ricerca, formazione.
2. Salari bloccati e contratti lenti
La dinamica salariale è stata spesso inferiore non solo alla produttività (quando c’era), ma anche all’inflazione. I rinnovi contrattuali sono arrivati con anni di ritardo, erodendo progressivamente il potere d’acquisto. I dati Ocse parlano di una riduzione complessiva dei salari reali tra 1990 e 2020, caso pressoché unico tra le grandi economie.
3. Debolezza sindacale e conflitto addomesticato
Un’inchiesta internazionale recente descrive i sindacati italiani come “grandi ma sdentati”: molta burocrazia, molti servizi, pochi scioperi incisivi e lunghi su salari e condizioni di lavoro. Le vertenze sono spesso simboliche, di un giorno, senza quella pressione che altrove ha permesso di strappare aumenti maggiori.
4. Dualismo generazionale e territoriale
La stagnazione colpisce soprattutto giovani, donne e Mezzogiorno. Il mercato del lavoro è spaccato: una parte di lavoratori “protetti” o relativamente stabili, e una massa di precari, part-time, autonomi di fatto ricattabili, concentrati nei servizi a bassa produttività e nei settori a basso valore aggiunto.

Se negli anni Novanta e Duemila il ceto medio riusciva a reggere grazie ai salari stabili e a un welfare ancora relativamente robusto, oggi l’equilibrio si regge sempre più sui patrimoni ereditati e sulle pensioni degli anziani. È la fotografia, impietosa, di un Paese che vive di rendita più che di lavoro.

  1. Cosa hanno fatto gli altri che l’Italia non ha fatto

Confrontare l’Italia con altri Paesi non serve per nostalgia, ma per capire che le scelte non erano “obbligate”.
• Nel Nord Europa e in parte in Francia e Germania, le crisi sono state affrontate con robusti strumenti di sostegno ai redditi (Kurzarbeit, sussidi straordinari, politiche attive del lavoro), investimenti pubblici mirati e una contrattazione collettiva che, pur con contraddizioni, ha difeso meglio i salari reali.
• Nei Paesi dell’Est, i fondi di coesione Ue sono stati utilizzati in modo più coerente per modernizzare infrastrutture, reti energetiche, sistemi produttivi, formazione digitale: non solo bonus, ma trasformazioni strutturali.

In Italia, invece, il “modello” degli ultimi vent’anni è stato un altro:
• liberalizzazione e precarizzazione del lavoro come leva di competitività;
• uso disorganico delle risorse europee, spesso disperse in mille rivoli o catturate da filiere clientelari;
• compressione della spesa sociale e tagli lineari ai servizi pubblici;
• politiche fiscali a colpi di condoni, che premiano l’evasione più che il lavoro regolare.

Il risultato si vede nella mappa Eurostat: mentre quasi tutti salgono, l’Italia arretra.

  1. L’ipocrisia del “ce lo chiede l’Europa”

Per anni, ogni scelta impopolare è stata giustificata con la formula: “ce lo chiede l’Europa”. Ma se davvero le politiche seguite fossero state un destino comune, dettato da Bruxelles, dovremmo ritrovarci in una condizione simile agli altri grandi Paesi dell’eurozona.

Invece, con regole europee identiche per tutti, l’Italia è l’unica grande economia in cui il reddito reale delle famiglie è più basso di vent’anni fa, e una delle poche dove i salari reali non hanno recuperato nemmeno i livelli pre-pandemia.

Questo significa che il problema non è “l’Europa in astratto”, ma il modo in cui l’Italia ha scelto di stare dentro quella cornice:
• accettando l’austerità come dogma, senza mai costruire un serio piano industriale;
• usando la leva del debito e dei vincoli di bilancio per giustificare tagli e privatizzazioni;
• scaricando i costi delle crisi su salari, diritti, welfare, anziché toccare rendite, grandi patrimoni, profitti di settori iper-tutelati.

Oggi, paradossalmente, il Paese viene elogiato per aver riportato il deficit verso il 3% e aver incassato upgrade dalle agenzie di rating, ma questa “virtuosità” si regge su basi fragili: spinta inflazionistica, tasse crescenti sul lavoro e tagli alle protezioni sociali, mentre la produttività resta stagnante e le disuguaglianze si allargano.

  1. Che cosa servirebbe per invertire la rotta

Se l’obiettivo non è solo piacere ai mercati, ma evitare di essere il fanalino di coda dell’Europa anche tra vent’anni, servirebbe un cambio di paradigma.

Alcune linee di fondo:
• Ricostruire il potere d’acquisto
• salario minimo legale ancorato ai contratti dignitosi;
• indicizzazione parziale dei salari all’inflazione, almeno per i redditi medio-bassi;
• rinnovo rapido dei contratti collettivi, con clausole che impediscano il congelamento dei salari per anni.
• Ridurre la precarietà strutturale
• limitare per legge il ricorso ai contratti a termine e alle forme “spurie” di lavoro autonomo;
• vincolare sconti contributivi e incentivi pubblici alla trasformazione dei contratti in rapporti stabili;
• ripristinare tutele effettive in caso di licenziamenti illegittimi, ridando forza anche alla contrattazione.
• Usare davvero le risorse europee per lo sviluppo
• concentrare gli investimenti su scuola, università, ricerca, sanità pubblica, transizione ecologica;
• colmare i divari territoriali con infrastrutture reali nel Mezzogiorno, non solo con grandi opere spot, per fermare l’emorragia di giovani.
• Redistribuire la ricchezza, non solo il reddito
• una riforma fiscale progressiva che allenti il carico sul lavoro dipendente e colpisca di più le rendite immobiliari e finanziarie elevate;
• una lotta strutturale all’evasione, senza sanatorie cicliche che rendono l’illegalità una strategia premiante.

Conclusione: l’eccezione italiana non è un destino, è una scelta

L’immagine che arriva da Eurostat è semplice e brutale: in un’Europa che, pur tra mille contraddizioni, ha visto crescere il reddito reale delle famiglie, l’Italia e la Grecia sono rimaste indietro. La prima dopo un default de facto, memorandum, commissariamento. La seconda senza nulla di tutto questo, ma con decenni di politiche che hanno sistematicamente sacrificato il lavoro, i diritti e il welfare.

Non è una maledizione geografica, né un tratto “culturale”. È il frutto di scelte politiche, di rapporti di forza, di priorità messe nero su bianco in ogni legge di bilancio, in ogni riforma del lavoro, in ogni taglio alla sanità e alla scuola.

La domanda, ora, non è se i numeri di Eurostat ci piacciano o meno. È un’altra, più secca: vogliamo un Paese che, tra vent’anni, sarà ancora l’eccezione povera in un continente che cresce?

Perché se non cambiano le regole del gioco – salari, diritti, redistribuzione, investimenti – la mappa della decrescita non è un incidente statistico. È un programma politico già scritto. E, come i dati dimostrano, funziona benissimo: basta guardare chi si è arricchito mentre le famiglie italiane diventavano più povere di vent’anni fa.

Fonti e riferimenti

I dati comparativi sul reddito reale familiare pro capite nei Paesi dell’Unione europea nel periodo 2004–2024 si basano sulle elaborazioni ufficiali di Eurostat, in particolare sul comunicato “EU household real income per capita up 22% since 2004” (sito: https://ec.europa.eu/eurostat, pagina news: https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/w/ddn-20251125-2), sul dataset “Household real income per capita (nasa_10_ki)” accessibile dal data browser dei Conti nazionali e settoriali (https://ec.europa.eu/eurostat/data/database, sezione “Sector accounts”) e sulla scheda di approfondimento “Households – statistics on income, saving and investment” nella collana Statistics Explained (https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/Households_-_statistics_on_income,_saving_and_investment). A partire da queste fonti sono state inoltre utilizzate le ricostruzioni giornalistiche e i commenti pubblicati da Corriere della Sera/Withub (“Reddito reale, Italia e Grecia sono gli unici due paesi Ue dove le famiglie sono più povere di vent’anni fa: la mappa della decrescita”, https://www.corriere.it), in particolare nella versione online all’indirizzo: https://www.corriere.it/economia/lavoro/25_dicembre_02/reddito-reale-italia-e-grecia-sono-gli-unici-due-paesi-ue-dove-le-famiglie-sono-piu-povere-di-vent-anni-fa-la-mappa-della.shtml; da Assinews (“Eurostat: Italia e Grecia unici paesi Ue in cui il reddito delle famiglie è diminuito negli ultimi 20 anni”, https://www.assinews.it/11/2025/eurostat-italia-e-grecia-unici-paesi-ue-in-cui-il-reddito-delle-famiglie-e-diminuito-negli-ultimi-20-anni/660120194/); da Greenreport (“In Europa il reddito reale delle famiglie segna in 20 anni un aumento del 22%. In Italia invece siamo a -4,4%”, https://www.greenreport.it/news/approfondimenti/58921-in-europa-il-reddito-reale-delle-famiglie-segna-in-20-anni-un-aumento-del-22-in-italia-invece-siamo-a-4-4); da Il Fatto Quotidiano (“Il reddito reale delle famiglie italiane tra 2004 e 2024 è sceso del 4%: il dato peggiore nell’Ue con la Grecia. La media è +22%”, https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/11/25/reddito-famiglie-italiane-calo-eurostat-notizie/8206976/); oltre che dalle sintesi pubblicate da altre testate europee come Euronews (https://it.euronews.com) che riprendono lo stesso quadro Eurostat su Italia e Grecia come uniche eccezioni negative nel contesto europeo.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro italiano, le informazioni sull’“occupazione record” e sulla distribuzione per classi di età derivano dalle note mensili dell’Istat “Occupati e disoccupati (dati provvisori)” pubblicate sul portale ufficiale (sito: https://www.istat.it, sezione Lavoro, pagina di sintesi: https://www.istat.it/it/archivio/occupati+e+disoccupati) e dalle tavole statistiche collegate. Il quadro comparato internazionale è stato integrato con l’“OECD Employment Outlook 2025 – Country Note: Italy”, disponibile sul sito dell’OCSE (https://www.oecd.org, sezione Employment Outlook: https://www.oecd.org/employment-outlook), che mette in luce il nesso tra aumento dei posti di lavoro, diffusione dei contratti atipici e crescita dei lavoratori poveri. Il quadro di lungo periodo su salari reali, produttività e disuguaglianze fa riferimento a studi accademici come Salvati e Tridico, “Real wages and productivity: a lesson from Italy, 1980–2023”, pubblicato su Structural Change and Economic Dynamics e consultabile tramite il portale ScienceDirect (https://www.sciencedirect.com, ricerca per titolo dell’articolo); Checchi et al., “Inequality trends in a slow-growing economy: Italy, 1990–2020”, pubblicato su Fiscal Studies e disponibile sul sito Wiley Online Library (https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/1475-5890.12385) e nella versione working paper sul sito del CSEF/Università di Napoli (https://www.csef.it); il lavoro di Depalo e Lattanzio “The increase in earnings inequality and volatility in Italy: the role and persistence of atypical contracts”, Occasional Paper n. 801 della Banca d’Italia accessibile all’indirizzo: https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2023-0801/index.html; e il paper di Bavaro e Raitano “Is working enough to escape poverty? Evidence on low-paid workers in Italy”, pubblicato su Structural Change and Economic Dynamics e presentato anche tramite l’Institute for New Economic Thinking di Oxford (scheda di sintesi: https://www.inet.ox.ac.uk/publications/is-working-enough-to-escape-poverty-evidence-on-low-paid-workers-in-italy).

Per il contesto politico, fiscale e sindacale, l’analisi è stata arricchita dalle inchieste e dagli articoli internazionali firmati da Reuters, in particolare “Big but toothless – Italy’s unions blamed for wage stagnation” e “Italy reaps tax windfall thanks to inflation, job growth”, entrambi consultabili sul sito dell’agenzia (https://www.reuters.com, sezione World/Europe, ricerca per titolo degli articoli); dal commento di Le Monde “Meloni’s deficit reduction masks Italy’s struggling economy”, pubblicato nell’edizione inglese del quotidiano e accessibile all’indirizzo: https://www.lemonde.fr/en/economy/article/2025/09/30/meloni-s-deficit-reduction-masks-italy-s-struggling-economy_6745957_19.html; e da ulteriori approfondimenti sul ruolo dei sindacati, sulle politiche di bilancio e sul legame tra inflazione, gettito fiscale e vincoli di rating, veicolati da agenzie e osservatori internazionali, tra cui Anadolu Agency (portale: https://www.aa.com.tr/en/) e rassegne economiche specializzate che collegano la stagnazione salariale italiana alle scelte di politica economica dell’ultimo ventennio.

Operaicidio di Stato

perché chi muore in cantiere è già una “vittima del dovere”

In Italia, nel 2024 sono morte sul lavoro 1.090 persone, quasi il 5% in più rispetto all’anno precedente. Significa fra tre e quattro lavoratori al giorno, ogni giorno dell’anno, che escono di casa per guadagnarsi da vivere e trovano la morte. 

Nel primo semestre del 2025 le denunce con esito mortale si assestano comunque intorno a quota cinquecento: una media di circa un morto ogni otto ore, mentre i comunicati ufficiali provano a rassicurare parlando di lievi cali percentuali. 

Dentro questo numero enorme, c’è un altro dato che dovrebbe togliere il sonno a chiunque: nei soli cantieri edili, nei primi sei mesi del 2025, i morti sono stati 53. Un lavoratore ogni tre giorni. 

È in questo contesto che la Fillea Cgil ha lanciato la sua iniziativa “La Repubblica delle vittime del dovere”, chiedendo una cosa che a molti sembrerà persino ovvia: chi muore lavorando dev’essere riconosciuto, anche giuridicamente, come vittima del dovere. Non solo il poliziotto, il militare, il magistrato – giustamente tutelati – ma anche l’operaio che precipita da un ponteggio, l’autista che muore sull’autostrada, il bracciante schiacciato da un trattore.

Dietro questa richiesta non c’è solo un’esigenza simbolica: c’è l’idea, radicale e semplice, che il lavoro non sia una faccenda privata fra datore e dipendente, ma un pezzo di sovranità repubblicana. Se è così, allora chi perde la vita “nell’adempimento dei propri doveri di lavoratore” l’ha persa anche per lo Stato. E lo Stato non può continuare a comportarsi come se fosse un incidente qualunque.

Un Paese che si abitua al sangue

Se guardiamo la curva lunga, ci raccontano che “le morti sono in leggera diminuzione” o “stabili”. Poi però scopriamo che il tributo complessivo resta pesantissimo: oltre 1.200 decessi all’anno secondo la relazione Inail 2024, con l’istituto stesso che ammette un bilancio di 3–4 morti al giorno. 

E c’è un altro dato che urla vendetta: nel 2024 l’Italia ha registrato circa 34 morti sul lavoro per milione di lavoratori, contro i 13 della Germania e i 20 della Francia. Siamo stabilmente in cima alla classifica europea, a fianco della Spagna che si ferma comunque sotto i nostri livelli. 

Non è una fatalità mediterranea. È un modello produttivo.

Il settore delle costruzioni ne è la cartina di tornasole. Nel 2024, con 176–182 morti in occasione di lavoro (a seconda delle elaborazioni), l’edilizia è il comparto con più decessi in Italia, e in Europa raggiunge quasi un quarto di tutte le morti sul lavoro. 

Tradotto: mentre celebriamo il “rilancio delle opere pubbliche”, “l’effetto PNRR”, “la ripresa dell’edilizia”, sappiamo benissimo che ogni crescita di questo settore porta con sé una quota prevedibile di morti. E continuiamo lo stesso.

L’“operaicidio” dei subappalti a cascata

La Fillea Cgil ha il coraggio di chiamare questo fenomeno con un nome crudo: “operaicidio”. Non è solo un modo forte di parlare di “morti bianche”. È il rovesciamento di un lessico ipocrita che per anni ha provato a far passare il lavoro come un terreno neutro, dove al massimo avvengono “incidenti”.

Se andiamo a vedere dove e come avvengono questi “incidenti”, il quadro è chiarissimo: catene di subappalti, ribassi al massimo, turni spezzati, contratti pirata, formazione ridotta a firma su un foglio.

Il meccanismo del subappalto a cascata è presto detto:

un’impresa vince una gara; scarica parte dei lavori a una seconda impresa; che a sua volta subappalta a una terza; e così via, in una giungla di rapporti formali e informali che rende quasi impossibile individuare il vero “padrone del rischio”.

In fondo a questa catena c’è spesso la microimpresa a tre o quattro addetti, magari mono-committente, che regge tutto il peso della produzione e tutti i rischi. Non a caso, gli studi Inail mostrano che oltre il 40% degli infortuni mortali riguarda proprio le microimprese sotto i 10 dipendenti, e un altro 15% le piccole aziende sotto i 50: quasi il 60% dei morti è concentrato nelle realtà più deboli del sistema. 

È qui che l’“operaicidio” prende forma: non nei grandi proclami, ma nella quotidiana compressione dei costi. Il ribasso vince, il subappalto scarica la responsabilità, il lavoratore è il punto in cui tutta la tensione della catena si spezza.

“Patente a crediti”: la grande illusione burocratica

Dal 1° ottobre 2024 è obbligatoria nei cantieri la famosa patente a crediti. Sulla carta, doveva essere la svolta: più sicurezza, più controlli, più responsabilità. Ogni impresa parte con un punteggio, che può essere decurtato in caso di violazioni e incidenti gravi, fino alla sospensione dall’attività. 

Ma nella realtà, come denuncia la Fillea, il sistema è costruito per non fare male a nessuno (se non ai più piccoli). La norma prevede infatti che la decurtazione dei punti scatti solo dopo un provvedimento definitivo: cioè dopo che tutto il percorso giudiziario – indagini, primo grado, appello, Cassazione – si è chiuso. 

In un Paese dove un processo per omicidio colposo sul lavoro può durare sette-otto anni, questa scelta significa una cosa sola: un’impresa può provocare oggi la morte di un operaio e continuare tranquillamente a lavorare per quasi un decennio prima che la patente subisca una decurtazione. Sempre che il reato non cada in prescrizione, o che il fatto non venga derubricato.

In compenso, la patente grava di adempimenti e costi le imprese più piccole che lavorano in regola, mentre lascia sostanzialmente intatto il modello di business di chi campa sul ribasso e sul sommerso. È un perfetto strumento di “scarico in giù”: ai piani alti del sistema tutto resta com’è, ai piani bassi si aggiunge un po’ di burocrazia.

Non è un caso se, nonostante la patente e le promesse di più ispezioni, i morti nel 2024 sono aumentati e il 2025 si apre con numeri che restano drammaticamente alti. 

Una Procura del lavoro: mettere l’operaio sullo stesso piano delle vittime di mafia

Fra le proposte più forti avanzate dalla Fillea c’è l’istituzione di una Procura nazionale e di procure distrettuali del lavoro, sul modello di quelle antimafia. Non una trovata simbolica, ma una risposta alla realtà: oggi le indagini sugli infortuni mortali sono frammentate in decine di procure, spesso piccole, spesso prive di competenze tecnico-specialistiche adeguate sui temi della sicurezza, della catena degli appalti, della responsabilità d’impresa.

Il risultato lo conosciamo: fascicoli che si arenano, consulenze raffazzonate, perizie che non ricostruiscono la filiera delle responsabilità ma si fermano al capocantiere di turno. Troppo spesso la morte di un lavoratore viene trattata come un “fatto locale”, un incidente fra tanti, invece che come un fenomeno sistemico che coinvolge appalti pubblici, grandi imprese, catene logistiche, governance del PNRR.

Una Procura del lavoro significherebbe:

indagini coordinate a livello nazionale; banche dati comuni su imprese recidive, modelli di infortunio, catene di subappalto; nuclei stabili di periti e consulenti in grado di leggere i cantieri, i bilanci, i capitolati.

In altre parole: prendere sul serio le morti sul lavoro come prendiamo sul serio mafia e terrorismo. Perché oggi le statistiche ci dicono che in termini di vittime, il “terrorismo del profitto” uccide molto di più.

Vittime del dovere: una questione di giustizia, non di retorica

Riconoscere tutte le vittime del lavoro come “vittime del dovere” non è solo un gesto simbolico. È una riforma che chiama in causa diritti concreti: pensioni di reversibilità, tutele per coniugi e figli, indennizzi, accesso facilitato ai concorsi pubblici, percorsi di sostegno psicologico ed economico.

È il modo per dire che lo Stato riconosce una verità elementare: chi muore in un cantiere pubblico o in una fabbrica che produce per il mercato interno non stava “facendo un affare personale”, stava contribuendo – nel suo piccolo – alla ricchezza collettiva. Tanto quanto chi indossa una divisa.

Oggi, invece, le famiglie delle vittime si trovano spesso in una doppia condanna: quella della perdita affettiva ed economica, e quella di dover pagare di tasca propria avvocati, periti, spese di causa, mentre dall’altra parte siedono assicurazioni, grandi gruppi, strutture tecniche. La richiesta di patrocinio legale gratuito per i familiari delle vittime del lavoro – sul modello di quanto già previsto per le vittime di violenza sessuale – è il minimo che lo Stato possa fare dopo non essere riuscito a proteggere i suoi cittadini. 

Se chi muore lavorando diventa a pieno titolo “vittima del dovere”, allora lo Stato è costretto a guardare in faccia le proprie omissioni e a farsi carico non solo dell’indennizzo Inail, ma di un percorso di giustizia.

La radice del problema: quando il costo della vita pesa meno del costo del lavoro

Le statistiche Inail raccontano anche un’altra verità scomoda. L’incidenza maggiore degli infortuni mortali cade:

nei settori a più alta intensità di sfruttamento fisico: costruzioni, agricoltura, trasporti e logistica;  nelle regioni dove il tessuto produttivo è più fragile, il lavoro più precario, i controlli più rari; nelle micro e piccole imprese che spesso vivono perennemente sul filo del ribasso, schiacciate dalla concorrenza di grandi gruppi e appalti al massimo ribasso.

In questo quadro, parlare solo di “educazione alla sicurezza” o di “comportamenti imprudenti dei lavoratori” è una colossale ipocrisia. La verità è che in troppe filiere il costo della vita pesa ancora meno del costo del lavoro: un parapetto in meno, un ponteggio montato in fretta, una formazione saltata “perché non c’è tempo”, un DPI non acquistato “perché costa”.

Se guardiamo i numeri freddi, li chiamiamo “infortuni mortali”. Se ascoltiamo i racconti dei compagni di cantiere e dei familiari, vediamo spesso una sequenza ripetuta di allarmi inascoltati, segnalazioni ignorate, “così si è sempre fatto”, “così lavorano tutti”. È questo che rende il termine “operaicidio” così aderente alla realtà: non è l’incidente imprevedibile, è la cronaca di una morte annunciata.

Da emergenza a scelta politica

Riconoscere le vittime del lavoro come vittime del dovere, creare una Procura del lavoro, limitare i subappalti a un solo livello con responsabilità solide del committente, superare la patente a crediti per costruire un vero sistema di sanzioni rapide ed efficaci: tutto questo non è un “pacchetto tecnico”.

È una scelta politica di campo.

O continuiamo a ripetere, ogni volta che un decesso apre un buco nella cronaca, le solite frasi di circostanza – “mai più”, “serve più sicurezza”, “stiamo studiando nuove norme” – mentre le statistiche restano inchiodate su tre o quattro morti al giorno. Oppure decidiamo che la vita di chi lavora non è una variabile indipendente del Pil, ma il parametro fondamentale con cui giudicare la salute di una democrazia.

Chiamare “vittime del dovere” gli operai che muoiono in cantiere significa, in fondo, una cosa molto semplice: dire che la Repubblica si regge sul loro lavoro almeno quanto sulle uniformi che aprono le parate del 2 giugno. E che ogni volta che uno di loro cade da un ponteggio, non è solo un caso di cronaca: è una sconfitta dello Stato.

Fino a quando non avremo il coraggio di dirlo apertamente, continueremo a contare i morti, a discutere di percentuali e a consolarci con i decimali. Ma un Paese che accetta un “operaicidio” permanente non è un Paese normale: è una democrazia che ha deciso, giorno dopo giorno, che la vita di chi lavora vale meno del profitto di chi appalta.

Oltre il partito del non voto. Per un fronte sociale che rovesci i rapporti di forza

Quando guardo alle ultime tornate elettorali non vedo solo la vittoria di questo o quel blocco politico. Vedo soprattutto un gigantesco vuoto: metà del Paese che non vota più, che non si sente rappresentata, che considera le urne un rito stanco, incapace di cambiare davvero la vita di chi fatica ad arrivare a fine mese. Alle europee 2024, per la prima volta nella storia repubblicana, è andato a votare meno di un elettore su due; l’affluenza si è fermata intorno al 49,7 per cento. 

Non è un dettaglio, è il dato politico centrale: il primo “partito” d’Italia è quello del non voto. E il governo nazionale, come mostrava già l’analisi delle politiche del 2022, rappresenta di fatto una minoranza della popolazione, perché governa con il consenso attivo di poco più di un quinto degli italiani. 

In questo quadro la sinistra si muove tra due trappole. Da un lato, un centrosinistra che quando vince lo fa spesso con coalizioni sfilacciate, costruite più per sommare sigle che per proporre un progetto di trasformazione reale delle condizioni di vita dei ceti popolari impoveriti. Dall’altro, una sinistra più radicale che oscilla tra subalternità e testimonianza: subalterna quando entra in coalizioni in cui non decide nulla, testimoniale quando resta fuori e non riesce a trasformare il radicamento nei conflitti in forza elettorale.

Io credo che la strada per uscire da questo vicolo cieco esista. Ma per imboccarla bisogna fare due mosse nette: smettere di pensare la politica a partire dalle alleanze e ricominciare a pensarla a partire dai bisogni concreti; misurare ogni proposta non sulla base della sua purezza ideologica, ma sulla sua capacità di risolvere problemi reali, in tempi ragionevoli, per persone in carne e ossa.

Il partito del non voto non è un incidente

L’astensionismo non è una nuvola passeggera. È il risultato di decenni in cui il campo politico si è ristretto, il conflitto sociale è stato neutralizzato, e le differenze tra i blocchi di governo si sono giocate sempre più sui toni, sempre meno sulle scelte materiali su lavoro, welfare, privatizzazioni, guerra, ambiente.

Dati alla mano, il “partito del non voto” è ormai stabilmente il primo in Italia. Non si tratta solo di disaffezione generica: si tratta di un giudizio severo sull’inefficacia della politica nel produrre cambiamenti percepibili. 

Eppure nello stesso Paese in cui milioni di persone disertano le urne, migliaia di ragazze e ragazzi continuano a riempire le piazze per il clima, per la giustizia sociale, per la Palestina, contro la guerra e il riarmo. Fridays for Future in questi anni ha convocato scioperi globali in decine di città, legando la crisi climatica alla critica di un modello economico che devasta territori e diritti. 

Le mobilitazioni per Gaza hanno portato in strada centinaia di migliaia di persone, da Roma ad altre città, in un’ondata di solidarietà verso il popolo palestinese che ha sfidato la narrazione ufficiale e la criminalizzazione della protesta. 

Non è vero, dunque, che non c’è energia sociale. È vero che questa energia non trova oggi un veicolo politico credibile, capace di parlare la lingua dei bisogni, di connettere le lotte e di trasformare conflitti sparsi in potere organizzato.

Ripartire dall’inchiesta sui bisogni

Se vogliamo davvero rovesciare il tavolo, non possiamo partire dall’ennesimo appello generico “alla sinistra”, né dall’ossessione per il “campo largo” o “strettissimo”. Dobbiamo partire da una domanda molto più semplice: che cosa non funziona nella vita quotidiana delle persone nei nostri quartieri, nelle nostre città, nelle nostre regioni?

Per questo immagino, città per città, la nascita di Osservatori popolari sui bisogni e sui diritti. Non penso a un ennesimo “coordinamento” di sigle, ma a luoghi in cui si incontrano comitati di quartiere, lavoratori organizzati, associazioni, reti per i diritti, realtà femministe, movimenti per il clima, collettivi studenteschi, sindacati di base, operatori dei servizi.

Il loro primo compito non sarebbe “fare un programma”, ma fare inchiesta sociale:
• raccogliere in modo sistematico segnalazioni, lamentele, proposte dei cittadini, attraverso sportelli di quartiere, numeri telefonici, assemblee di strada;
• incrociare queste informazioni con i dati dell’amministrazione: richieste protocollate, liste d’attesa per servizi sociali, graduatorie per le case popolari, segnalazioni su trasporti, barriere architettoniche, scuole;
• costruire una mappa pubblica dei bisogni non soddisfatti, che dica con chiarezza dove la macchina pubblica si inceppa e chi paga il prezzo di questi inceppi: giovani precari, donne caricate del lavoro di cura, persone disabili, migranti, anziani soli, famiglie sfrattate.

Solo a partire da questa mappa è possibile fare il passo successivo: trasformare il lamento in proposta.

Un programma minimo locale, esigibile

Dall’inchiesta sui bisogni può nascere quello che chiamo un programma minimo di giustizia sociale. “Minimo” non perché timido, ma perché concentrato su poche priorità chiare, misurabili, che parlano direttamente al vissuto delle persone.

Penso a un nucleo di interventi su casa, lavoro, servizi, ambiente, diritti.

Sul diritto alla casa: censimento degli immobili sfitti e dei grandi proprietari, piano comunale per l’housing sociale, regolamentazione degli affitti turistici che espellono residenti dai centri urbani, fondo anti-sfratto alimentato da risorse locali e nazionali.

Sul lavoro e i servizi: stop al massimo ribasso negli appalti, clausole sociali che obblighino le aziende a garantire contratti dignitosi e sicurezza, osservatori sul lavoro povero che coinvolgano i lavoratori stessi, i sindacati e gli enti ispettivi.

Sul clima e l’ambiente: piani di mobilità che partano dalle periferie, non solo dal centro; stop al consumo di suolo e alla speculazione edilizia; interventi di bonifica nelle aree inquinate, con coinvolgimento delle comunità locali nei monitoraggi.

Sui diritti e l’inclusione: sportelli antiviolenza realmente finanziati, sostegno ai caregiver familiari spesso invisibili, politiche sulla disabilità costruite non in chiave assistenzialistica, ma a partire dal diritto all’autonomia, all’accessibilità, al lavoro, alla partecipazione politica.

Su pace e internazionalismo: mozioni e atti concreti contro il riarmo, contro l’uso del territorio come piattaforma militare, per il sostegno alle popolazioni sotto bombardamento e occupazione; trasparenza sui rapporti tra gli enti locali e il complesso militare-industriale; gemellaggi con città che vivono sulla propria pelle guerre e sanzioni.

Un programma del genere non è un libro dei sogni, è la traduzione politica di ciò che l’inchiesta sociale ha fatto emergere. E soprattutto diventa il metro con cui misurare chi dice di voler essere “alleato”.

Prima i contenuti, poi – eventualmente – le alleanze

Se prendo sul serio i bisogni e il programma che ne deriva, la questione delle alleanze si capovolge.

Non parto più dal “mai con” o “sempre con” questo o quel partito. Metto sul tavolo, pubblicamente, il programma minimo e chiedo a tutte le forze politiche che si candidano a governare la città o la regione di dire chiaramente quali punti sono disposte a sottoscrivere, con che tempi, con quali risorse, con quali strumenti di verifica.

Solo a quel punto ha senso discutere di coalizioni. Se una forza maggiore – che sia il Pd o altro – accetta davvero di vincolarsi a misure di rottura, e se esistono strumenti per rendere questo vincolo credibile (patti di mandato, monitoraggio partecipato, obbligo di rendicontazione annuale ai cittadini), allora un’alleanza può avere un senso. Ma non è più una fusione di sigle: è un patto condizionato, revocabile, controllabile.

Se invece i punti fondamentali vengono annacquati, trasformati in slogan generici, rimandati a un futuro indefinito o respinti, allora la scelta di costruire un polo alternativo non è un gesto settario, è una conseguenza logica: non si è disposti a fare, qui e ora, ciò che serve a chi è più fragile.

In questo modo si spezza anche il ricatto morale del “se non stai nel campo largo fai il gioco della destra”. Il messaggio da portare nelle piazze e nelle case può diventare molto chiaro: “Abbiamo chiesto misure concrete su casa, lavoro, servizi, ambiente e diritti. Chi governa ha detto di no. Non siamo noi a dividere, sono loro a non voler cambiare.”

Un fronte sociale e politico, non un altro partitino

Perché tutto questo non si riduca a una bella teoria, serve un soggetto organizzato capace di reggere il conflitto, nel tempo. Non credo che la risposta sia un ennesimo partitino identitario. Penso piuttosto a un fronte sociale e politico di risposta concreta.

Un fronte in cui possano convivere persone iscritte a partiti e persone che non ne vogliono sapere, sindacalisti e attivisti dei movimenti, realtà di base e associazioni più strutturate, a condizione che accettino alcune regole minime:
• nessun ruolo è proprietà privata di una sigla;
• gli incarichi ruotano, hanno un tempo definito;
• le decisioni importanti si prendono in assemblee aperte e poi si traducono in mandati chiari a chi ha compiti di rappresentanza;
• bilanci, finanziamenti, relazioni con le istituzioni sono trasparenti e accessibili.

La radicalità dei contenuti deve andare di pari passo con una democrazia interna reale. Non serve denunciare la casta se poi, nel piccolo, si riproducono gli stessi meccanismi di occupazione permanente delle posizioni, le stesse opacità, gli stessi personalismi.

Il bilancio popolare: rendere conto, non solo denunciare

C’è un altro passaggio decisivo. Se prendo sul serio l’idea che “le proposte o sono efficaci o non servono”, allora devo dotarmi di uno strumento che misuri questa efficacia.

Immagino un rapporto annuale di bilancio popolare, costruito dagli Osservatori e dal fronte sociale:
• elenco dei bisogni raccolti;
• elenco degli atti prodotti a partire da quei bisogni (mozioni, delibere, campagne, mobilitazioni);
• stato di avanzamento: cosa è stato approvato, cosa è stato bloccato, dove, da chi;
• effetti concreti: dove si sono aperti servizi, fermati progetti dannosi, migliorate condizioni di vita.

Un documento così non è solo materiale da addetti ai lavori: è uno strumento politico potente. Perché mostra che qualcuno ha preso in carico problemi reali, li ha trasformati in rivendicazioni, ha provato a farli passare, e può indicare con precisione chi ha remato contro.

È anche un modo per rompere la rassegnazione del “sono tutti uguali”. Quando chi governa sa che ogni anno dovrà confrontarsi con un bilancio pubblicamente discusso, che mette nero su bianco promesse e risultati, il gioco delle tre carte diventa più difficile.

Federarsi dal basso

Se questo percorso si avvia in una città, e poi in un’altra, e poi in una terza, si apre una prospettiva più ampia.

Si possono mettere in rete gli Osservatori, confrontare i programmi minimi, riconoscere che in territori diversi si ripetono gli stessi nodi: casa e speculazione, lavoro povero, smantellamento dei servizi pubblici, devastazione ambientale, sostegno attivo o passivo alle guerre.

Da qui può nascere un manifesto nazionale che non cala dall’alto, non è il prodotto di una trattativa tra gruppi dirigenti, ma la sintesi di centinaia di vertenze e bisogni concreti. Un manifesto che parli la lingua della giustizia sociale e della pace, e che si candidi a essere la base di un nuovo soggetto politico, se le condizioni maturano, o di un fronte stabile in grado di pesare in ogni appuntamento elettorale.

Non si tratta di opporre un’ennesima sigla alla sigla di turno, ma di costruire un “federalismo dal basso” delle esperienze, in cui ogni territorio conserva la sua specificità, ma riconosce una battaglia comune.

Conclusione: cominciare da qui

Uscire dal minoritarismo e dalla subalternità non è questione di trovare lo slogan giusto o il leader carismatico di turno. È questione di cambiare metodo.

Io vedo una strada possibile:
• ricominciare dall’inchiesta sui bisogni, con strumenti seri e condivisi;
• costruire programmi minimi locali che non siano compromessi al ribasso, ma focus su poche priorità esigibili;
• rovesciare la logica delle alleanze: prima i contenuti, poi – se ci sono le condizioni – i patti elettorali;
• dare forma a un fronte sociale e politico capace di durare, con regole chiare e democrazia interna;
• misurare annualmente i risultati, rendendo conto a chi sta fuori dai palazzi, non solo dentro.

Non c’è bisogno di aspettare la prossima grande scadenza nazionale per iniziare. Si può cominciare da una città, da un quartiere, da un’assemblea in cui ci si mette intorno a un tavolo non per litigare sulle sigle, ma per rispondere a una domanda semplice e radicale: da dove ricominciamo, concretamente, a cambiare la vita delle persone?

Campania, il giorno dopo: perché questa vittoria pesa molto più di un cambio di presidente

In Campania non è cambiato solo il nome sul portone di Palazzo Santa Lucia. È cambiato il baricentro politico di un intero pezzo d’Italia, e forse si è incrinata per la prima volta la narrazione dell’“invincibilità” del governo in carica.

I numeri parlano chiaro: il candidato del campo progressista, Roberto Fico, vince con un margine di circa venticinque punti sul rappresentante del centrodestra, attestato intorno al 35 per cento, mentre la coalizione che lo sostiene supera abbondantemente la soglia della semplice “tenuta” e il principale partito del centrosinistra torna ad essere il primo in regione. L’affluenza, invece, crolla poco sopra il 44 per cento.

Dentro questa fotografia ci sono due notizie: una buona e una molto preoccupante. La prima è che la destra ha perso lì dove aveva investito di più. La seconda è che quasi un campano su due ha scelto di non partecipare al voto.

Provo a mettere in fila alcune considerazioni, da militante di sinistra che vede nel Mezzogiorno non una periferia assistita, ma il luogo dove può nascere una risposta politica diversa all’ordine neoliberale che ci sta logorando.

La destra alla prova del Sud: quando la propaganda non basta

La sfida campana non è stata una regionale qualsiasi. Palazzo Chigi l’aveva caricata di un valore simbolico enorme: conquistare la “capitale del Sud” significava dimostrare che il blocco di potere costruito attorno alla premier era capace di penetrare anche nel cuore della storica questione meridionale. Per questo si è scelto un viceministro in carica come candidato, per questo ministri e leader nazionali hanno fatto campagna per settimane, sbandierando il cosiddetto “modello Caivano” come vetrina di efficienza, ordine e sicurezza.

La risposta è stata secca: no.

Il Mezzogiorno non è un fondale per conferenze stampa e passerelle mediatiche. È un luogo in cui, se tu firmi a Roma una legge che istituzionalizza l’autonomia differenziata, e pochi giorni prima del voto sottoscrivi pre-intese con Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria per trasferire nuove competenze alle regioni più ricche, è difficile che qualcuno al Sud ti creda quando parli di “unità nazionale” e “pari diritti”.

La contraddizione è lampante: mentre si chiedeva fiducia agli elettori campani, il ministro competente firmava accordi preliminari che mettono le basi per un ulteriore squilibrio su sanità, protezione civile, professioni e previdenza complementare, aprendo una nuova fase verso il federalismo fiscale di fatto.

Insomma, si veniva a chiedere consenso a chi sarà chiamato a pagare il conto di un processo che rischia di cristallizzare il divario Nord-Sud, come riconosciuto da molti osservatori e perfino da rilievi critici arrivati dalle istituzioni europee.

Non è stato un errore di comunicazione, è stato un errore politico. Perché puoi anche raddoppiare i voti rispetto alle scorse regionali, come rivendica il candidato sconfitto, ma se nel frattempo il progetto nazionale che rappresenti viene percepito come ostile ai diritti dei cittadini meridionali, il conto prima o poi lo paghi.

Il campo progressista quando la smette di litigare può vincere

Il secondo elemento politico, per chi guarda da sinistra, è che quando le forze progressiste smettono di farsi la guerra e costruiscono una coalizione larga su basi programmatiche, la destra non è affatto imbattibile.

In Campania il cosiddetto “campo largo” non è stato un semplice cartello elettorale: ha unito forze diverse – sinistra di governo, Movimento che ha governato il Paese, ecologisti, socialisti, pezzi importanti del mondo civico – intorno ad alcune parole chiave: difesa della sanità pubblica, lavoro, lotta alle disuguaglianze e contrasto frontale all’autonomia differenziata.

Questa convergenza non cancellava le differenze, ma indicava una direzione: o si sta dalla parte di chi vuole spezzare il Paese in regioni di serie A e serie B, oppure si difende l’idea di una Repubblica che deve garantire gli stessi diritti fondamentali – a partire da scuola e salute – da Bolzano a Lampedusa. Il resto viene dopo.

Da tempo sostengo che l’unità non è un valore astratto, ma un metodo: ci si unisce se c’è un progetto riconoscibile, non per salvare carriere politiche o seggi. In Campania questo progetto è stato percepito, tanto è vero che il racconto della “accozzaglia” messa insieme solo per fermare la destra non ha attecchito. Chi è andato a votare ha visto una coalizione in cui si parlava di ospedali, trasporti, lavoro giovanile, ambiente, non solo di equilibri di palazzo.

La fine dell’era dei “sindaci sceriffi” e l’apertura di una fase nuova

Questa vittoria segna anche la chiusura di una stagione politica che per anni ha dominato la scena campana: quella dei presidenti-uomini solo al comando, abili comunicatori che trasformavano ogni conferenza stampa in un talk show permanente, costruendo consenso sul carisma personale più che sulla partecipazione democratica.

Roberto Fico eredita un sistema di potere stratificato, fatto di reti di fedeltà, correnti, amministratori locali rimasti per lungo tempo agganciati a un centro politico ben preciso. In campagna elettorale, ciò che ha fatto la differenza non è stata la rottura urlata, ma una promessa di discontinuità nei metodi: toni più bassi, decisioni più collegiali, valorizzazione delle competenze al posto del culto della fedeltà.

Questo punto è decisivo. Se la nuova giunta saprà circondarsi di donne e uomini con competenze reali – in sanità, ambiente, pianificazione territoriale, politiche sociali – e contemporaneamente aprirà varchi alla partecipazione dei territori, allora la “fase nuova” non resterà uno slogan. Altrimenti la regione rischierà di scivolare in una semplice sostituzione di ceti dirigenti, con le stesse dinamiche di prima.

Napoli come motore: l’asse tra città e Regione

Dentro questa storia c’è un altro elemento: il ruolo di Napoli, che negli ultimi anni ha lavorato – pur tra contraddizioni e conflitti – a costruire un quadro politico più largo, unendo forze che per lungo tempo si erano guardate in cagnesco.

Con l’elezione di Roberto Fico si apre la possibilità di un asse virtuoso tra la città e la Regione Campania. Non è un dettaglio tecnico: significa poter concentrare risorse e scelte politiche su alcune priorità concrete.

Per fare solo qualche esempio:

trasporto pubblico e mobilità sostenibile, in una metropoli che vive ogni giorno il caos di collegamenti insufficienti; riqualificazione delle periferie e delle aree interne, spesso tagliate fuori dai grandi flussi di investimento; politiche culturali e turistiche che non riducano Napoli a parco tematico per weekend low cost, ma valorizzino il tessuto sociale, il lavoro, il diritto all’abitare.

Se questo asse funziona, la Campania può diventare un laboratorio di buon governo meridionale, capace di parlare al resto del Paese con la forza dei fatti: ospedali che tornano a funzionare, tempi di attesa che calano, trasporti che migliorano, politiche giovanili che non si limitano a finanziare start-up di facciata.

L’autonomia differenziata come spartiacque politico e morale

Sul fondo di questa partita c’è una linea di frattura netta. L’autonomia differenziata non è solo un tema tecnico, è uno spartiacque politico e morale.

La legge che l’ha resa possibile, votata dal Parlamento nel 2024, è stata esaltata dalla Lega come coronamento di una lunga battaglia e accolta con entusiasmo da alcuni governatori del Nord. Ma fin da subito ha sollevato critiche durissime da parte di molti amministratori meridionali, di giuristi, di economisti, fino ad arrivare a osservazioni critiche da parte delle istituzioni europee per i rischi sulla coesione e sulla tenuta dei conti pubblici.

Nel giro di pochi giorni, alla vigilia del voto, il ministro competente ha sottoscritto quattro pre-intese con Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria, aprendo la strada al trasferimento di nuove funzioni, incluse materie che toccano la sanità e il coordinamento della finanza pubblica in ambito sanitario.

Tradotto: mentre al Sud si fanno i conti con ospedali che chiudono reparti, personale ridotto all’osso e mobilità sanitaria che spinge i cittadini a curarsi altrove, si avvia un percorso che può rafforzare la capacità delle regioni più ricche di trattenere risorse, in un gioco a somma zero sulle spalle dei territori più fragili.

Era inevitabile che questo tema entrasse nel giudizio politico degli elettori campani. E infatti la campagna progressista ha insistito su un concetto semplice: non c’è “modernizzazione” se si spezza l’uguaglianza dei diritti. Non è riformismo, è secessione dei ricchi mascherata.

Per chi, come me, viene da una tradizione di sinistra, questo è un punto non negoziabile. L’unità della Repubblica non è un feticcio patriottico, ma la condizione minima per rendere effettivi gli articoli della Costituzione che parlano di uguaglianza sostanziale, di diritto alla salute, di rimozione degli ostacoli economici e sociali che limitano la libertà e la dignità delle persone.

La grande ombra dell’astensionismo

C’è però un convitato di pietra che non possiamo ignorare: l’astensione.

In Campania ha votato poco più di quattro elettori su dieci, con un calo significativo rispetto alla tornata precedente. Questo dato è in linea con quanto avvenuto anche in Puglia e Veneto ed è talmente alto da trasformare l’astensionismo nel primo “partito” delle regionali.

Vuol dire che mentre noi discutiamo, da una parte, di campo largo e, dall’altra, di egemonia della destra, metà della popolazione ha già deciso che nessuna delle due proposte vale lo sforzo di andare fino al seggio. Non è solo disaffezione: è una sfiducia strutturale verso la politica istituzionale.

Se il nuovo governo regionale vuole essere credibile, dovrà partire da qui. Non bastano le foto di piazza la sera della vittoria, non bastano le conferenze stampa con i leader nazionali. Servono gesti concreti:

trasparenza sull’uso delle risorse; taglio netto con le pratiche clientelari; coinvolgimento reale di comitati, associazioni, territori nelle scelte su sanità, lavoro, ambiente; strumenti di democrazia partecipativa che non siano solo consultazioni online di facciata.

Solo così chi oggi si è sentito estraneo al voto potrà cominciare a pensare che forse vale la pena tornare a contare qualcosa.

Da Campania 2025 a Italia 2027: una possibilità, non una garanzia

Molti si stanno affrettando a leggere il risultato campano come un anticipo delle politiche del 2027. È una tentazione comprensibile, ma rischiosa.

Quello che possiamo dire, senza forzature, è che questa vittoria dimostra tre cose:

La destra non è invincibile, soprattutto quando le sue scelte strutturali – autonomia differenziata, politiche fiscali, smantellamento del welfare – colpiscono direttamente le classi popolari e i territori più fragili. Un’alleanza progressista larga, costruita su contenuti chiari e non su accordi di palazzo, può essere maggioritaria, soprattutto dove la questione sociale e territoriale è più acuta. Senza una risposta seria all’astensionismo, qualunque vittoria rischia di restare sospesa, poggiata su basi troppo strette.

Da qui al 2027 la strada è stretta ma esiste. Passa per alcune scelte nette:

difesa radicale dei diritti sociali, a partire da sanità, scuola, casa, lavoro stabile e non precario; no allo smantellamento della sanità pubblica e stop alla colonizzazione dei servizi essenziali da parte del privato convenzionato, che oggi lucra su liste d’attesa costruite dall’inefficienza programmata; stop ai condoni che premiano l’illegalità edilizia e a ogni forma di voto di scambio mascherato da “pace fiscale” o “sanatoria salvacase”; riconversione ecologica che non sia solo retorica, ma piani industriali, trasporti pubblici e riqualificazione energetica che creano lavoro buono e riducono disuguaglianze; riforma fiscale che redistribuisca ricchezza invece di proteggere rendite e superprofitti.

E, dentro questo programma, un punto dirimente per il Sud e per l’intero Paese: riportare l’acqua e i beni comuni fuori dalla logica del profitto e della finanziarizzazione.

Acqua bene comune, davvero: oltre il referendum tradito

Nel 2011 oltre 26 milioni di cittadine e cittadini hanno partecipato a uno dei pochi momenti di democrazia diretta riusciti nella storia repubblicana recente: i referendum sull’acqua e sui servizi pubblici locali. Su tutti i quesiti venne raggiunto il quorum, con una partecipazione superiore al 54 per cento, e i “Sì” per mantenere il servizio idrico fuori dalle logiche di mercato superarono il 95 per cento.

Quel voto diceva una cosa semplicissima: l’acqua non è una merce, è un diritto fondamentale. Non può essere trattata come un prodotto su cui garantire una remunerazione certa al capitale investito, non può essere schiacciata dentro le stesse regole con cui si gestisce una multiutility quotata in Borsa.

Eppure, negli anni successivi, quel mandato popolare è stato in larga parte tradito. Una fitta produzione normativa, interpretazioni “creative” delle autorità di regolazione e scelte locali hanno mantenuto, e in alcuni casi rafforzato, modelli fondati su società per azioni – spesso a maggioranza pubblica, ma strutturate comunque secondo la logica dell’impresa privata, con tariffe costruite per garantire dividendi e non solo il reinvestimento del surplus.

In parallelo, a livello europeo, la nuova direttiva 2020/2184 sull’acqua potabile e il decreto legislativo italiano che la attua nel 2023 affermano con chiarezza l’obiettivo dell’“accesso universale ed equo all’acqua potabile sicura ed economicamente accessibile per tutti”, richiamando esplicitamente l’iniziativa dei cittadini europei “Right2Water”, che definisce l’acqua “un bene comune, non una merce”.

C’è dunque una contraddizione tra il quadro valoriale che si afferma a parole e la realtà di fatto: l’acqua continua a essere trattata, in molti territori, come un segmento appetibile del business dei servizi locali, in un intreccio spesso opaco tra finanza, grandi multiutility e politica.

La Campania, e Napoli in particolare, hanno rappresentato per anni un laboratorio opposto: durante l’esperienza del sindaco Luigi de Magistris, con la trasformazione dell’ARIN in ABC Napoli – Azienda Speciale Acqua Bene Comune – la città ha sperimentato uno dei pochi tentativi concreti di dare attuazione allo spirito referendario, sottraendo il servizio alla forma societaria per azioni e restituendolo a un ente di diritto pubblico controllato direttamente dalla comunità locale.

Proprio per questo le spinte, negli anni successivi, a trasformare esperienze come ABC in società per azioni, aprendo la strada a logiche di mercato e a possibili ingressi di capitali privati, hanno suscitato allarme e mobilitazioni diffuse: non si tratta di un dettaglio tecnico, ma del rovesciamento di un simbolo politico costruito nel tempo, in coerenza con il mandato del referendum del 2011.

Se la vittoria del campo progressista in Campania vuole essere qualcosa di più di una parentesi felice, deve mettere nero su bianco una scelta di fondo: il servizio idrico integrato deve tornare pienamente nell’ambito di soggetti di diritto pubblico, non in società per azioni travestite da “pubbliche” perché formalmente controllate dagli enti locali. È una differenza enorme.

Le società per azioni, anche a capitale interamente pubblico, nascono dentro il codice civile e dentro le logiche della concorrenza: devono “stare sul mercato”, garantire equilibrio economico-finanziario, spesso distribuire utili. L’azienda speciale o l’ente di diritto pubblico, invece, sono costruiti giuridicamente intorno a un’altra logica: quella del servizio universale, della copertura dei costi e del reinvestimento del surplus nel miglioramento della rete, nella riduzione delle perdite, nella tutela della risorsa e nella lotta alla povertà idrica.

Un programma di governo regionale serio, oggi, deve dire chiaramente:

fuori l’acqua dai giochi di Borsa, dai pacchetti azionari delle multiutility e dalle cartolarizzazioni del debito locale; piani industriali pluriennali per rifare le reti, ridurre le perdite – che in molte aree del Mezzogiorno superano il 40 per cento – e garantire qualità del servizio e tariffe socialmente sostenibili; strutture di gestione di diritto pubblico, con consigli di amministrazione scelti per competenza e non per appartenenza di corrente, e con forme di controllo dal basso che coinvolgano utenti, comitati, lavoratori.

Non è un sogno velleitario: è la traduzione istituzionale di ciò che milioni di persone hanno chiesto nel 2011 e che la stessa normativa europea oggi rende non solo possibile, ma coerente con l’idea dell’acqua come diritto umano fondamentale.

Democrazia, beni comuni e dignità

Soprattutto, passa per un’idea di democrazia che non si limiti a cambiare i volti al vertice, ma metta al centro le persone che oggi non votano, non perché sono pigre, ma perché da anni vedono promesse tradite.

Difendere l’acqua come bene comune, sottrarla alla finanziarizzazione, scegliere aziende di diritto pubblico per gestirla, non è una bandierina identitaria: è un pezzo di questa ricostruzione di fiducia. Significa dire a chi vive in un quartiere popolare, a chi aspetta da mesi una visita specialistica, a chi paga bollette pesantissime per servizi spesso scadenti, che almeno su ciò che è vitale – acqua, salute, ambiente – non si scherza, non si specula, non si fa profitto.

È da qui che passa la possibilità di un nuovo patto tra istituzioni e cittadini, tra Sud e Nord, tra generazioni. Un patto in cui i beni comuni non sono slogan da corteo, ma architravi materiali di una società che ha deciso di rimettere al centro la dignità, e non il margine di profitto.

Da campano, questa vittoria non la leggo come il riscatto di un Sud che chiede elemosina o assistenza. La leggo come un messaggio chiaro: non accettiamo di essere la riserva di manodopera a basso costo di un Paese diviso in regioni forti e regioni di scarto. Non accettiamo la retorica moralista che ci descrive come “palla al piede” mentre le politiche nazionali continuano a drenare risorse, giovani, intelligenze verso Nord o all’estero.

Il Sud non è solo disagio: è anche un’enorme energia sociale, culturale, economica. Napoli e la Campania lo dimostrano ogni giorno, nonostante tutto. Se questa energia trova finalmente un governo regionale capace di ascoltarla e di metterla a sistema, allora sì, questa non sarà stata solo una sconfitta del governo in carica, ma l’inizio di qualcosa di più profondo.

Una stagione in cui, come diceva Pino Daniele, “l’aria s’adda cagna’”. Non per sostituire un padrone con un altro, ma per restituire a milioni di persone la sensazione di avere di nuovo voce, diritti, futuro.

Il voto campano ci dà una possibilità. Sta a noi, tutti, non sprecarla.

In Campania si sta giocando qualcosa che va molto oltre una semplice elezione regionale.

Oggi è domani si vota per scegliere il nuovo presidente e rinnovare il Consiglio regionale, dopo due mandati di Vincenzo De Luca. Il campo progressista ha indicato Roberto Fico come candidato presidente, contro la destra guidata da Edmondo Cirielli.
E io non ho dubbi: questa candidatura merita un appoggio diretto, leale, senza giri di parole. Ma proprio perché la sostengo con convinzione, voglio spiegare fino in fondo perché questa partita è decisiva e perché oggi la Campania rischia di essere trascinata dentro un ricatto elettorale vecchio come il peggiore dei vizi italiani.

Appoggio Fico perché la sua storia e il suo profilo parlano chiaro. Viene da Napoli, cresce politicamente nei meetup, nelle battaglie civiche per i beni comuni, per l’acqua pubblica,  e non ha mai smesso di portarsi addosso quell’impronta da attivista che non confonde il potere con il privilegio. È stato presidente della Commissione di Vigilanza Rai e poi presidente della Camera, e in quei ruoli ha mostrato una cosa rara: il rispetto per le istituzioni senza inchinarsi ai riti del palazzo.
Dentro al Movimento 5 Stelle, Fico è sempre stato riconosciuto come una delle figure più chiaramente orientate a sinistra, legato ai temi sociali, alla difesa dell’acqua pubblica, ai diritti degli ultimi, alla critica delle privatizzazioni selvagge.

Ma non è solo questione di biografia. È questione di direzione politica. La Campania ha bisogno di un cambio di rotta netto: non di una vernice nuova sopra il vecchio motore, ma di un motore diverso. Quando Fico dice che il suo obiettivo è combattere le disuguaglianze e dare voce a chi non ne ha, io lo prendo sul serio perché è coerente con ciò che lui e il M5S hanno rappresentato quando sono stati forza di governo.
Parliamo di politiche concrete che hanno lasciato un segno sociale: il Reddito di cittadinanza come argine alla povertà e riconoscimento di un diritto minimo alla dignità; il decreto Dignità come tentativo di contrastare precarietà e sfruttamento; le norme anticorruzione come freno alla vecchia impunità dei salotti buoni.
Si può discutere i dettagli, gli errori, le correzioni necessarie. Ma una cosa non si può negare: quella stagione ha spostato risorse e attenzione verso chi stava sotto, non verso chi stava sopra. E in una regione dove la povertà si intreccia con marginalità e sfiducia, questa non è retorica: è una bussola indispensabile.

La prima voce di questa bussola, per la Campania, è la sanità pubblica. Qui non serve un maquillage: serve ricostruire il diritto alla cura come spina dorsale sociale. Fico mette al centro la sanità territoriale e di prossimità, la presa in carico dei disabili, la salute mentale.
Io ci leggo una scelta politica precisa: riportare lo Stato vicino alle persone, e non costringerle a peregrinare tra liste d’attesa interminabili o soluzioni private per chi se le può permettere. In Campania la sanità non può essere il terreno di caccia di clientele e baronie locali: deve tornare a essere un servizio universale, trasparente, controllabile dai cittadini.

Seconda voce: lotta ai privilegi dei cacicchi e dei capibastone. La Campania conosce fin troppo bene il prezzo di un potere che si alimenta di fedeltà personali invece che di programmi. Qui la politica è stata spesso una rete di intermediazioni, un feudo travestito da amministrazione. Io vedo nella candidatura di Fico un possibile taglio di quel nodo: non perché basti un uomo solo, ma perché può guidare una stagione diversa, dove la selezione della classe dirigente non dipende dal numero di pacchetti di voti portati a tavola, ma dalla credibilità di un progetto.

E però, proprio perché voglio bene a questo progetto, dico anche una cosa scomoda: la coalizione che sostiene Fico deve stare attenta a non portarsi dietro le vecchie ombre. Gli accordi servono, sì, ma non devono diventare una resa culturale. Quando dentro un’alleanza rientrano pezzi di potere che per anni hanno confuso governo e dominio, il rischio è che la spinta al cambiamento venga annacquata prima ancora di cominciare.
Io non chiedo purezza astratta. Chiedo coerenza pratica: sanità pubblica e non privatizzata, redistribuzione e non favoritismi, trasparenza amministrativa e non stanze chiuse. La Campania non ha bisogno di un altro equilibrio tra notabili. Ha bisogno di un governo virtuoso che rimetta al centro i cittadini normali, quelli che non hanno santi in paradiso.

Ed è qui che entra la questione che oggi rende questa campagna elettorale ancora più rivelatrice: la gigantesca ipocrisia della destra sul condono edilizio. A pochi giorni dal voto, Fratelli d’Italia ha presentato un emendamento alla legge di Bilancio per riaprire i termini del condono del 2003. Formalmente nazionale, ma nei fatti costruito su misura della Campania, rimasta in quel caos normativo di vent’anni fa.
Le opposizioni hanno denunciato la tempistica come una mossa “acchiappa voti”, e Fico l’ha definita per quello che è: un tentativo di trasformare l’urbanistica in moneta elettorale.

Qui la discrasia morale è così evidente che fa quasi male. Per anni la destra ha ripetuto che il Reddito di cittadinanza era “voto di scambio”, “paghetta”, “parassitismo”, come se il vero scandalo fosse sostenere chi non ce la fa. Ma le valutazioni ufficiali hanno mostrato altro: il Reddito ha ridotto il rischio di povertà e di disuguaglianza e ha evitato a circa un milione di persone l’anno di scivolare nella povertà assoluta.
Insomma: quando lo Stato aiuta i poveri, per loro è clientelismo. Quando lo Stato perdona l’illegalità edilizia, per loro è “giustizia”.

Questo è il punto politico e culturale. La povertà, quando viene aiutata, diventa sospetta. Il cemento fuorilegge, quando viene sanato, diventa meritevole. È una legalità selettiva che punisce gli ultimi e coccola la rendita.

E non stiamo parlando di qualche pratica marginale. In Campania l’abusivismo è un sistema pluridecennale: i dati più recenti indicano che nella città metropolitana di Napoli circa il 34 per cento delle nuove costruzioni risulta abusivo, e che la Campania è tra le regioni con la più alta incidenza di edilizia illegale, con percentuali che arrivano intorno alla metà delle nuove costruzioni rispetto a quelle autorizzate.
Dentro questo quadro, riaprire un condono alla vigilia delle urne non è una misura neutra. È un segnale politico che parla a un bacino elettorale enorme. In una regione dove decine di migliaia di pratiche restano pendenti e dove l’aspettativa del “prima o poi arriva un’altra sanatoria” è diventata quasi norma sociale, la promessa del condono può spostare davvero l’ago della bilancia.

Qui non si tratta di “perdonare chi è stato dimenticato dalla burocrazia”. Si tratta di legittimare retroattivamente un modello di sviluppo predatorio. Il condono non è un atto amministrativo qualunque: è un messaggio collettivo. Dice alla società che violare le regole conviene. Dice ai territori fragili che possono essere sacrificati sull’altare del consenso. Dice ai prossimi abusivi: fatelo, che poi vi sistemiamo.

E i territori fragili, in Campania, sono vita quotidiana. Basta ricordare Ischia, Casamicciola, i Campi Flegrei, la Costiera, le aree a rischio idrogeologico dove l’abusivismo non è solo estetica brutta ma moltiplicatore di catastrofi. Ogni nuova casa fuori norma, ogni colata di cemento, ogni sanatoria che cancella il reato, rende più probabili frane, alluvioni, dissesti. Paghiamo tutti: con soldi pubblici, con vite spezzate, con territori che perdono futuro.

E mentre si coccola l’abusivismo, si demonizzano le politiche virtuose. È la stessa destra che ha attaccato il Reddito di cittadinanza, che ha ridicolizzato il decreto Dignità, che ha trattato come spreco il Superbonus 110. Ma il Superbonus non era un regalo al furbo: era una leva di riqualificazione energetica, una spinta a ridurre consumi e bollette, a migliorare sicurezza e qualità delle case, a tagliare emissioni. Le analisi tecniche mostrano risparmi energetici rilevanti e benefici diffusi per famiglie e sistema-paese.
Il paradosso allora è totale: chi rifà cappotto e impianti per consumare meno viene dipinto da approfittatore; chi costruisce dove non si può viene premiato come “dimenticato”.

Messa così, la scelta non è solo tra due candidati. È tra due idee di società.
Da un lato un’idea che prova, con strumenti perfettibili ma necessari, a redistribuire ricchezza e diritti verso il basso, a ridurre la ricattabilità sociale, a investire sulla transizione energetica. Dall’altro un’idea che stabilizza privilegi e rendite, normalizza l’illegalità come costume politico, vende territorio e legalità in cambio di consenso.

Per questo io sostengo Fico e le liste a lui collegate in coalizione, in questa sfida: perché intravedo la possibilità di una Campania più giusta, più sobria, più solidale. Una Campania che non vive di propaganda ma di diritti reali. E perché questa vittoria può essere un segnale nazionale anche per le prossime parlamentari del 2027: dimostrare che battere le destre si può, ma solo se si parla di cose concrete e se si sceglie da che parte stare.

Qui mi permetto una nota personale, perché per me la Campania non è un titolo di giornale. Io in Campania ho vissuto più di cinquant’anni, dal 1968 al 2018. L’ho respirata, amata, sofferta, conosciuta da dentro. Ho anche votato il primo De Luca sindaco a Salerno, quando era un sindaco che aveva davvero cambiato la città in meglio. Poi però l’ho visto trasformarsi: da amministratore virtuoso a gestore del potere, con una cultura di comando sempre più verticale e con alleanze spesso discutibili.
Lo dico senza rancore, ma con lucidità politica: quella parabola è una lezione. La Campania non può permettersi di restare prigioniera del potere per il potere. Deve tornare a essere governata con un’idea di giustizia sociale e di dignità pubblica.

Ecco perché, anche se oggi non voto in Campania perché risiedo in un’altra regione, quella partita mi riguarda lo stesso. È un pezzo della mia storia e un pezzo del futuro che io vorrei per il Sud e per l’Italia.

So bene che fare politica significa parlare con tutti, costruire alleanze, misurarsi con la realtà. Fico lo dice chiaramente e ha ragione. Ma parlare con tutti non significa perdere la bussola. La bussola deve restare quella della redistribuzione, della sanità pubblica, del lavoro dignitoso, della difesa del territorio contro la rendita del cemento.

A chi vota in Campania io dico questo: non fatevi comprare da un condono che è un ricatto travestito da regalo. Non accettate che la povertà venga criminalizzata mentre l’illegalità edilizia viene premiata. Fate pesare questa occasione. Scegliete la strada più difficile ma più giusta: quella che rimette al centro gli ultimi e non gli abusivi premiati a urne aperte.

Quando la povertà è un reato e il cemento un merito: il nuovo voto di scambio al tempo dei condoni

In questi giorni, mentre a Belém, in Brasile, alla COP30 si discute di come evitare il collasso climatico, in Italia si torna a parlare di condono edilizio. Da una parte il mondo prova – almeno a parole – a limitare i danni del modello fossile e del consumo di suolo. Dall’altra, un governo che si definisce patriota mette sul piatto l’ennesimo premio all’abusivismo, travestito da “sanatoria”, e lo fa alla vigilia delle elezioni regionali in Campania.

Lo stesso governo che per anni ha insultato il Reddito di cittadinanza definendolo “voto di scambio” e “paghetta per i fannulloni”, oggi usa davvero l’urbanistica come moneta elettorale, ammiccando a chi ha costruito fuori dalle regole. La povertà è stata trattata come un sospetto penale; il cemento fuorilegge, come un bacino elettorale da coccolare.

Dal Reddito “di scambio” al condono di scambio

Sul Reddito di cittadinanza la propaganda è stata implacabile: si è parlato ossessivamente di truffe, di gente sul divano, di “voto di scambio grillino”, come se il vero scandalo fosse aiutare chi non ce la fa. Eppure, le relazioni ufficiali hanno mostrato che il Reddito ha sottratto circa un milione di persone l’anno dalla povertà assoluta, in un paese in cui salari bassi e precarietà non sono un incidente ma un modello sociale.

Nel mirino non è mai stato l’abuso del Reddito – statisticamente minoritario rispetto alla massa dei beneficiari – ma l’idea stessa che chi è povero abbia diritto a una protezione economica, senza doversi vergognare, senza doversi vendere al miglior offerente. Il messaggio politico è stato chiaro: l’aiuto pubblico ai poveri sarebbe “parassitismo”, “clientelismo”, “voto di scambio”.

Oggi lo stesso blocco politico che ha costruito la propria ascesa su questo racconto si presenta con un’altra “offerta”: la riapertura dei termini del condono edilizio del 2003, con un emendamento alla legge di bilancio che, formalmente, vale per tutta Italia ma nasce su misura della Campania, regione che va al voto il 23-24 novembre.

Qui il “voto di scambio” non è una metafora: è un meccanismo politico quasi esplicito. Alla vigilia delle urne, si promette a decine di migliaia di proprietari di immobili abusivi la chance di “mettersi in regola”, dopo vent’anni di inadempienze, pasticci burocratici e convenienza pura. Non si tratta di sostegno a chi non ha nulla, ma di un maxi-sconto a chi ha realizzato un bene patrimoniale violando le regole urbanistiche, paesaggistiche, idrogeologiche.

La povertà, quando viene aiutata, sarebbe “voto di scambio”. Il privilegio, quando viene sanato a posteriori, sarebbe “giustizia sociale”. Una torsione morale perfetta.

Superbonus 110: quando la spesa pubblica è virtuosa (e allora va demonizzata)

Dentro questo quadro stona, come una nota fuori posto, il trattamento riservato al Superbonus 110. Non a un condono, ma a un gigantesco programma di riqualificazione energetica degli edifici: soldi pubblici usati per ridurre consumi, emissioni, bollette, dipendenza dal gas, rilanciare l’edilizia in chiave ecologica.

Per centinaia di migliaia di famiglie il Superbonus ha significato migliaia di euro di risparmio ogni anno in bolletta, case più sicure e meglio isolate, meno dispersioni, meno gas bruciato, meno CO₂ immessa in atmosfera. Non una regalia sulla pietra, ma un’operazione di interesse generale: migliorare il patrimonio edilizio esistente e ridurre la vulnerabilità energetica del paese.

Eppure, il Superbonus è stato agitato quasi esclusivamente come una minaccia ai conti pubblici, una bomba sui bilanci futuri, ridotto alla sola dimensione contabile del “costo” senza considerare le ricadute in termini di occupazione, gettito fiscale, salute e riduzione delle emissioni.

Qui la contraddizione esplode: le misure che redistribuiscono ricchezza verso il basso e abbassano i consumi energetici vengono demonizzate come sprechi; quelle che condonano l’illegalità edilizia vengono rivestite di una retorica pseudo-sociale. Chi ha rifatto cappotto e impianti per consumare meno viene trattato da “approfittatore”; chi ha costruito dove non si poteva viene premiato come “dimenticato dalla burocrazia”.

Campania laboratorio del ricatto elettorale

L’emendamento che riapre il condono del 2003 viene venduto come “riparazione”: migliaia di persone “ingiustamente escluse” dal terzo condono, soprattutto in Campania, per colpa della mancata piena attuazione da parte della Regione di allora. L’idea ufficiale è ridare una chance a chi, pur avendo pagato, è rimasto impigliato nel contenzioso.

Ma la geografia dell’abusivismo racconta un’altra storia. In Italia si contano in media oltre 15 abitazioni abusive ogni 100 regolarmente autorizzate; nel Mezzogiorno la proporzione esplode. In Campania quasi una casa su due è fuori norma, in Calabria, Basilicata e Sicilia le percentuali di edilizia illegale raggiungono livelli da emergenza democratica e ambientale.

Non siamo di fronte a un abusivismo “di necessità” confinato nelle periferie popolari, ma a un sistema pluridecennale che ha coinvolto anche ceti medi e borghesia “perbene”, spesso in zone pregiate: Ischia, la Costiera Amalfitana, i Campi Flegrei, dove ville, case vacanza e strutture turistiche sono spuntate a ridosso di pendii instabili e versanti a rischio.

Le frane e le colate di fango a Casamicciola nel 2022, con morti e sfollati, non sono state una fatalità, ma il conto presentato da decenni di condoni, abusi tollerati, controlli elusi. In Campania, per anni, a fronte di decine di migliaia di ordinanze di demolizione, solo una minima parte è stata eseguita. La certezza implicita era sempre la stessa: prima o poi arriverà un nuovo condono.

Oggi, nella stessa regione, un condono “riaperto” alla vigilia del voto appare non come un atto di giustizia, ma come l’ennesimo segnale di resa dello Stato di fronte alla rendita immobiliare, travestito da attenzione sociale.

Condoni contro il territorio: la guerra al suolo che chiama catastrofi

L’abusivismo edilizio e i condoni non sono un dettaglio tecnico: sono un pezzo centrale della crisi ambientale italiana. Negli ultimi anni l’Italia ha continuato a divorare suolo a ritmi elevatissimi, trasformando campi, argini, aree agricole e spazi naturali in colate di cemento e asfalto.

La fotografia è sempre la stessa: la quasi totalità dei comuni è esposta a frane, alluvioni, erosione, esondazioni. Ogni nuova impermeabilizzazione del suolo aggrava il rischio, ogni condono rafforza l’idea che si possa costruire ovunque e comunque, tanto alla fine qualcuno chiuderà un occhio.

L’elenco degli eventi estremi è ormai un rosario noto: l’alluvione nelle Marche del 2022, la colata di fango a Ischia, l’alluvione in Emilia-Romagna del 2023 con danni miliardari. Ogni volta si parla di “bombe d’acqua”, “eventi eccezionali”, “fatalità”. Molto più raramente si parla di pianificazione tradita, di vallate cementificate, di letti dei fiumi ristretti, di colline sbancate.

Ogni condono, ogni sanatoria allargata, non è solo un gesto amministrativo: è un messaggio politico che legittima il cemento illegale e spinge nuovi abusi. È un “via libera” retroattivo che si imprime nella memoria collettiva: se costruisci fuori norma, prima o poi ti verrà perdonato.

La retorica della “casa per tutti” contro il diritto alla casa

I condoni vengono regolarmente giustificati con l’argomento più delicato: “dare una casa a chi non ce l’ha”. È la formula perfetta per mescolare nella stessa categoria la famiglia che ha chiuso un balcone senza permesso e la speculazione che ha costruito villette, bed and breakfast e palazzi interi in aree a vincolo o in zone a rischio idrogeologico.

La verità è che il diritto alla casa non passa per il perdono generalizzato dell’abusivismo. Passerebbe, semmai, da un grande piano nazionale per l’edilizia pubblica e sociale, che manca da decenni: gli ultimi piani organici risalgono alle stagioni INA-Casa e Gescal, nel dopoguerra e fino ai primi anni Novanta.

Da allora, i governi che oggi promettono condoni hanno lasciato marcire l’edilizia sovvenzionata, preferendo ristrutturazioni “di pregio”, studentati per chi se li può permettere, housing “sociale” a prezzi di mercato e regali patrimoniali a chi una casa (o più di una) già ce l’ha.

Mentre il Reddito di cittadinanza è stato presentato come un “disincentivo al lavoro”, nessuno parla del gigantesco disincentivo alla legalità che rappresenta un condono ciclico. Il primo premia la sopravvivenza dei più fragili; il secondo incoraggia la rendita di chi ha scommesso sull’illegalità. E mentre il Superbonus viene dipinto come spreco, si dimentica che ha permesso a moltissime famiglie di ridurre le spese energetiche e di vivere in case più efficienti e sicure.

Due modelli di società: diritti, clima e lavoro contro rendita e cemento

Messa così, la differenza è netta.

Da una parte c’è una misura – il Reddito di cittadinanza – che, con tutti i suoi limiti, ha ridotto la povertà assoluta, ha dato un minimo di respiro a chi non aveva altro reddito, ha reso meno ricattabile una parte del lavoro povero. Accanto a questa, un intervento come il Superbonus 110 ha provato, seppure in modo imperfetto, a usare la spesa pubblica per ridurre consumi e bollette, spingendo la riqualificazione energetica delle abitazioni.

I problemi, in entrambi i casi, stavano nella gestione, nella mancanza di una regia industriale e sociale, nella scelta di spegnere bruscamente gli strumenti invece di correggerli. Non nel fatto che lo Stato abbia garantito un pavimento di dignità materiale e investito sulla qualità energetica del patrimonio edilizio.

Dall’altra parte c’è un condono che parla a chi possiede, non a chi è escluso. Non redistribuisce ricchezza: stabilizza diseguaglianze. Trasforma un abuso in valore patrimoniale riconosciuto, aumenta i prezzi delle case in aree già congestionate, scarica sul territorio e sulla collettività i costi di frane, alluvioni, manutenzione straordinaria.

Nel primo caso lo Stato dice ai cittadini più fragili: “non sei solo, non sei un peso, hai diritto a esistere” e riconosce che il risparmio energetico non è un vezzo ma una necessità collettiva. Nel secondo, dice ai cementificatori: “se hai osato abbastanza, alla fine ti va bene”.

Per questo attaccare, delegittimare, ostracizzare provvedimenti che vanno nella direzione della redistribuzione della ricchezza e del risparmio energetico – dal Reddito di cittadinanza agli ecobonus – non può in alcun modo essere messo sullo stesso piano dei condoni. Da un lato ci sono misure, perfettibili, che cercano di allargare diritti, ridurre consumi, rendere più equo e sostenibile il paese. Dall’altro ci sono provvedimenti che ripuliscono l’illegalità edilizia, trasformando una violazione di legge in patrimonio privato, cioè in una truffa collettiva a danno di tutti noi, del territorio, delle casse pubbliche e delle generazioni future.

Legalità selettiva e democrazia fragile

La forza simbolica di questo passaggio non va sottovalutata. Un governo che ha costruito la propria legittimazione sulla “tolleranza zero” verso i poveri e i migranti, sulla retorica della legalità punitiva, oggi pratica una legalità selettiva: inflessibile con chi chiede un sussidio, comprensiva e creativa con chi ha costruito in nero.

È una giustizia rovesciata: il debole è trattato come potenziale criminale, il forte come partner da “regolarizzare”. Il voto dei poveri fa paura; il voto dei proprietari abusivi viene corteggiato.

In un paese in cui quasi tutti i comuni sono esposti a rischio idrogeologico, in cui frane e alluvioni tornano ciclicamente a distruggere interi territori, il condono non è solo una scelta sbagliata: è un segnale politico di irresponsabilità strutturale. E in un’epoca in cui si accusano di “spreco” gli investimenti per l’efficienza energetica e la redistribuzione, mentre si normalizzano i costi enormi dei disastri prodotti da decenni di abusivismo, la contraddizione diventa insopportabile.

Un’altra agenda: piano casa, giustizia sociale, difesa del territorio

Il punto non è negare che esistano situazioni da sanare, errori amministrativi da correggere, famiglie incastrate da procedure complesse. Il punto è che trasformare questo problema reale in leva elettorale, senza un piano casa pubblico, senza una legge nazionale sul consumo di suolo, senza una strategia di prevenzione del dissesto, significa scegliere la strada più facile e più devastante.

Un’agenda alternativa esiste ed è l’esatto contrario del condono:

• blocco del consumo di suolo e legge nazionale che lo limiti davvero

• grande piano per l’edilizia pubblica e sociale, non housing di lusso travestito da “sociale”

• lotta all’abusivismo con demolizioni mirate, cominciando dalle aree a rischio e dagli immobili di rendita, non dalle baracche dei più poveri

• politiche di sostegno al reddito e al lavoro dignitoso, riconoscendo che la povertà non è un reato ma il fallimento di un sistema economico

• investimento stabile in efficienza energetica ed ecobonus mirati, per fare del risparmio in bolletta e della riduzione delle emissioni un diritto universale, non un privilegio

• tassazione della rendita immobiliare e fondi strutturali per la manutenzione del territorio

In questa prospettiva, il confronto tra Reddito di cittadinanza, Superbonus 110 e condono edilizio non è una disputa tecnica tra addetti ai lavori: è lo specchio di due idee di società.

Da un lato, un paese che prova – faticosamente, con mille limiti – a non lasciare indietro chi è più fragile e a utilizzare la spesa pubblica per ridurre disuguaglianze e impatto climatico.

Dall’altro, un paese che continua a premiare chi ha fatto dell’illegalità edilizia una pratica sistematica, trasformando l’abuso in rendita, scaricando su tutti noi i costi in termini di ambiente, sicurezza e finanza pubblica.

Chiamare “voto di scambio” l’aiuto ai poveri e “sanatoria” il premio agli abusivi è il trucco linguistico che tiene insieme questa ipocrisia. Ma dietro le parole restano i fatti: case abusive salvate, territori feriti, miliardi spesi per riparare disastri annunciati, disuguaglianze consolidate. E, ancora una volta, un pezzo di democrazia barattato in campagna elettorale.

Fermatevi, prima che sia troppo tardi

Il Consiglio di Difesa trascina l’Italia nella guerra permanente

C’è un momento in cui le parole istituzionali smettono di essere “sobrie valutazioni” e diventano un atto politico di rottura. Il comunicato del Consiglio Supremo di Difesa convocato al Quirinale il 17 novembre è uno di quei momenti. In tre righe chiave si decide che l’Italia conferma il “pieno sostegno all’Ucraina nella difesa della sua libertà”, che questo si traduce nel dodicesimo decreto interministeriale di aiuti militari, e che il nostro Paese resta pienamente allineato all’Unione Europea e alla NATO nel progetto di riarmo e di guerra a tempo indeterminato. 

Dietro il lessico ovattato dei comunicati ufficiali, però, c’è una scelta brutale: accettare che l’Italia non sia più un soggetto di pace ma un ingranaggio della macchina bellica occidentale. E farlo invocando la difesa della “libertà” mentre si sorvola sui vincoli costituzionali e si girano gli occhi davanti al genocidio in corso a Gaza.

La Costituzione stracciata con il sorriso

L’articolo 11 della Costituzione dice che l’Italia “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Non è una frase poetica: è il cardine dell’ordinamento repubblicano, nato sulle macerie del fascismo e della guerra totale.

Quando un organo di rilevanza costituzionale, presieduto dal Capo dello Stato, non si limita a “prendere atto” di una situazione di conflitto, ma “conferma il pieno sostegno” a una delle parti e inquadra questo sostegno in un decreto di aiuti militari, si compie un salto di qualità. Si passa dalla retorica dell’“aiuto difensivo” alla co-gestione strategica di una guerra che dura da anni, di fatto accettando la logica della co-belligeranza, anche se il termine viene accuratamente evitato. 

Si poteva dire: l’Italia sostiene ogni iniziativa di pace, anche dura, anche scomoda per entrambi i contendenti. Si poteva dire: il nostro Paese non invierà più armi ma si farà promotore di una conferenza internazionale, di un cessate il fuoco, di un negoziato su sicurezza, neutralità, garanzie reciproche. Si è scelto invece di ribadire che il conflitto “non mostra segnali di distensione” e che, di conseguenza, è necessario rafforzare gli aiuti militari e “adeguare le capacità” europee alla guerra dei droni, alle minacce ibride, alla “dimensione cognitiva”. 

Tradotto: non è un’emergenza, è una dottrina. Non è una parentesi, è il nuovo paradigma.

Il piano di Trump e l’Europa come carne da cannone

Questo allineamento non avviene nel vuoto. Con la nuova amministrazione Trump, il messaggio arrivato da Washington è stato chiaro: i confini pre-2014 sono ormai considerati “un obiettivo irrealistico”, l’ingresso dell’Ucraina nella NATO non è più una priorità degli Stati Uniti, e l’onere economico e militare del conflitto deve essere sempre più scaricato sull’Europa. 

Il Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina, che riunisce decine di Paesi donatori, ha visto negli ultimi mesi un progressivo disimpegno statunitense e una pressione crescente perché siano i bilanci europei a garantire flussi costanti di armi, munizioni, sistemi d’arma avanzati. 

In questo quadro, il Consiglio Supremo di Difesa italiano sceglie di collocarsi nella posizione più subalterna possibile: non solo conferma il dodicesimo decreto interministeriale di aiuti, ma lo riveste di una legittimazione “costituzionale” e “morale”, trasformando una scelta di campo geopolitica in un dovere quasi etico. 

Il risultato è paradossale: l’Italia si allinea a un piano che di fatto accetta la divisione dell’Ucraina, rinuncia a un negoziato serio sulla sicurezza europea e trasforma il nostro continente in un teatro di guerra permanente, mentre gli Stati Uniti orientano la propria strategia sulla competizione con la Cina, chiedendo agli europei di fare da cuscinetto e, se necessario, da sacrificabili. 

Gaza, il genocidio reso invisibile

Sul fronte mediorientale, il comunicato del Quirinale “valuta positivamente il raggiungimento del cessate il fuoco a Gaza e il rilascio degli ostaggi”, esprime generica “preoccupazione” per le vittime civili e si affretta a ribadire che le emozioni suscitate dai massacri non devono convergere in “quel sentimento ignobile che è l’antisemitismo”. 

Ma non una parola su chi, da due anni, devasta la Striscia. Non una parola su Israele, sul governo Netanyahu, sulle decine di migliaia di morti, sull’uso deliberato della fame, della distruzione sistematica di ospedali, scuole, infrastrutture idriche ed elettriche. Secondo dati ONU, ministero della Sanità di Gaza e principali inchieste internazionali, il numero dei palestinesi uccisi supera ormai le 60–70 mila persone, in gran parte civili, con percentuali di donne e bambini che, in alcune fasi del conflitto, hanno raggiunto il 70% delle vittime verificate. 

Inchieste giornalistiche basate su database interni dell’intelligence militare israeliana indicano che oltre l’80 per cento dei palestinesi uccisi a Gaza sono civili, e che decine di migliaia di famiglie sono state letteralmente cancellate, con un tasso di “danni collaterali” senza paragoni nelle guerre recenti. 

Nel frattempo, la Corte internazionale di giustizia ha riconosciuto l’esistenza di un serio rischio di genocidio, imponendo a Israele misure provvisorie per prevenire la distruzione del popolo palestinese a Gaza e garantire l’accesso agli aiuti umanitari, misure che gli stessi organismi internazionali denunciano come largamente disattese. 

Davanti a tutto questo, il Quirinale trova spazio soprattutto per ricordare che chi denuncia il genocidio deve stare attento a non “sconfinare” nell’antisemitismo. Come se la vera emergenza non fosse la distruzione programmata di un popolo sotto occupazione, ma il rischio che qualcuno usi parole sbagliate in una manifestazione. È un rovesciamento morale che non si può più accettare in silenzio.

La “guerra ibrida” come grimaldello per la censura

Un altro passaggio del comunicato è rivelatore: il Consiglio sottolinea la necessità di difendersi non solo dagli attacchi cyber alle infrastrutture critiche, ma anche dalle minacce nella “dimensione cognitiva”, cioè nello spazio dell’informazione, dell’opinione pubblica, del dibattito democratico. 

Qui la categoria della “guerra ibrida” diventa un contenitore elastico in cui far rientrare tutto: dagli hacker alle campagne di disinformazione, fino al dissenso politico interno. Se ogni narrazione alternativa alla linea NATO viene sospettata di essere “pilotata da Mosca”, se ogni critica radicale a Israele viene omologata a antisemitismo, allora la linea di confine tra sicurezza nazionale e censura di guerra si fa sottilissima.

Non è un timore astratto. In tutta Europa, da mesi, si moltiplicano arresti, denunce e limitazioni delle manifestazioni pro-Palestina, ordinanze che vietano bandiere e slogan, campagne mediatiche che marchiano come “putinisti”, “filoterroristi”, “nemici dell’Occidente” chiunque osi chiedere un cessate il fuoco vero o mettere in discussione la logica del riarmo infinito. 

Quando il massimo organo di difesa del Paese inserisce la “dimensione cognitiva” tra i teatri di conflitto, di fatto autorizza l’idea che le coscienze siano un campo di battaglia da controllare. È l’anticamera dell’ipnocrazia: il potere che non si limita più a governare i corpi e i confini, ma pretende di normare anche ciò che è dicibile, pensabile, emotivamente accettabile.

Il riarmo come progetto industriale

Il comunicato richiama esplicitamente il “Libro bianco per la difesa 2030” e la necessità per l’Europa di adeguare le proprie capacità militari ai “nuovi scenari”. 

Al netto dei tecnicismi, significa questo: pianificare un aumento strutturale della spesa militare, potenziare l’industria degli armamenti, orientare ricerca, innovazione, politiche industriali e occupazione verso il complesso militare-industriale.

Dentro questa cornice, ogni euro speso per scuole, sanità, welfare, transizione ecologica apparirà presto come “costo” sacrificabile rispetto alle “necessarie esigenze di sicurezza”. E qualunque voce che osi chiedere una diversa gerarchia delle priorità sarà dipinta come irresponsabile, anti-occidentale, pericolosa. 

È un modello che abbiamo già conosciuto: la guerra come motore dell’economia, le crisi come strumento per disciplinare le società. La differenza è che oggi questa logica viene certificata ai massimi livelli istituzionali, dal Quirinale in giù, senza quasi opposizione parlamentare, con un consenso trasversale che va da Fratelli d’Italia al Partito Democratico, passando per ampie parti del Movimento 5 Stelle e dell’universo centrista. 

Se non li fermiamo, il prossimo passo sarà la normalizzazione della leva militare “europea”, l’idea di un esercito comune al servizio non di un progetto di pace ma degli interessi strategici e industriali dei Paesi più forti dell’Unione.

Dire NO è un dovere democratico

Per questo quel NO ripetuto, urlato, scritto in maiuscolo sotto un post su Facebook che critica il comunicato del Consiglio Supremo di Difesa non è uno sfogo emotivo: è un atto politico necessario.

Dire NO al dodicesimo decreto interministeriale di aiuti militari non significa “stare con Putin”, così come denunciare il genocidio a Gaza non significa essere antisemiti. Significa, al contrario, rifiutare la logica binaria del “chi non è con noi è contro di noi”, che è la cifra di ogni guerra ingiusta.

Dire NO alla propaganda di guerra della NATO, al riarmo europeo, alla trasformazione dell’Italia in una piattaforma avanzata di conflitti che non controlla, è l’unico modo per restare fedeli allo spirito della Costituzione.

Questo NO deve diventare un movimento reale: nelle piazze, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle amministrazioni locali, nelle aule parlamentari. Deve parlare il linguaggio della legalità costituzionale, della difesa dei diritti sociali, della lotta contro il complesso militare-industriale che drena risorse e futuro.

Non basta più sussurrare dubbi, non basta più limitarsi a “non essere d’accordo”. Davanti a un Consiglio Supremo di Difesa che benedice la guerra infinita in Ucraina, minimizza il genocidio a Gaza e apre alla censura in nome della “guerra ibrida”, il compito di chi crede ancora nella democrazia è uno solo: alzare la voce, mettere in discussione l’intero impianto, costruire un fronte sociale e politico capace di riportare l’Italia dalla parte della pace.

Fermatevi. Fermatevi adesso. Perché se non li fermiamo noi, nessuno lo farà al posto nostro. E il prezzo, come sempre, lo pagheranno i popoli, non i capi di Stato seduti attorno al tavolo del Quirinale.

Fonti principali utilizzate

Comunicato ufficiale della Presidenza della Repubblica sul Consiglio Supremo di Difesa del 17 novembre 2025 (testo integrale, composizione del Consiglio, riferimento al “dodicesimo decreto di aiuti militari” e alla “dimensione cognitiva”).  Il Fatto Quotidiano, “Il Consiglio supremo di difesa conferma: ‘Pieno sostegno dell’Italia a Kiev e via al dodicesimo decreto di aiuti militari’” e pezzi collegati sugli aiuti italiani a Kiev.  Agenzie e quotidiani nazionali: ANSA, La Stampa, Corriere della Sera, Open, Unione Sarda, Il Giornale, che riportano il passaggio del comunicato sul “dodicesimo decreto di aiuti militari” e il via libera a un nuovo pacchetto di armi.  Copertura sulle relazioni tra dodicesimo decreto italiano di aiuti militari e 19º pacchetto di sanzioni UE contro la Russia (Bloomberg/Lastampa, Euractiv, Consiglio UE, dichiarazioni di Zelensky e von der Leyen).  Dati sulle vittime a Gaza: Gaza Health Ministry, ONU, UNRWA, studio Cost of War (Brown University), Washington Post, Al Jazeera, Reuters, raccolti e sintetizzati in studi e fact-check internazionali.  Inchieste sul tasso di civili uccisi a Gaza basate su database di intelligence israeliana: Guardian, +972 Magazine, Local Call, AOAV (Action on Armed Violence).  Documentazione giuridica sul rischio di genocidio e sulle misure provvisorie ordinate dalla Corte internazionale di giustizia nel caso “South Africa v. Israel”, commenti di ICJ, ONU, organizzazioni di giuristi e think tank.  Rapporti e articoli su restrizioni, criminalizzazione e censura dei movimenti pro-Palestina e delle critiche a Israele in Europa e in Occidente (International Federation for Human Rights, Amnesty International, The Guardian, The National, Financial Times, studi accademici e report su civic space). 

In base a tutte queste fonti, il riferimento corretto per l’Italia è al dodicesimo decreto interministeriale di aiuti militari a Kiev; il “diciannovesimo” riguarda invece il pacchetto di sanzioni dell’Unione Europea contro la Russia, non i decreti italiani di invio di armi.

La salute che scivola via. Come l’Italia sta trasformando un diritto universale in un privilegio (e perché il profitto deve uscire dal SSN)

Se c’è un termometro capace di misurare la temperatura civile di un Paese, quello è il suo Servizio sanitario. Il nostro, nato per essere universale, sta perdendo pezzi e senso: tempi d’attesa ingestibili, personale allo stremo, famiglie che rinunciano a curarsi o pagano di tasca propria. Non è fatalismo, non è “il mondo che cambia”. È il risultato di scelte politiche molto precise: definanziamento del pubblico, apertura crescente ai privati, trasformazione silenziosa della malattia in occasione di profitto.

Oggi non basta chiedere qualche miliardo in più: bisogna rimettere al centro la Costituzione e dire con chiarezza che il profitto non può avere diritto di cittadinanza dentro il Servizio sanitario nazionale.

Costituzione tradita: articoli 9, 32 e 41 come bussola capovolta

L’articolo 32 della Costituzione è chiarissimo: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.” Non parla di “coperture assicurative”, non distingue tra chi può permettersi un pacchetto premium e chi no. Parla di un diritto fondamentale che lo Stato deve garantire, non “regolare” come se fosse un mercato qualunque.

Con la riforma recente, l’articolo 9 ha esteso la tutela ai “diritti delle generazioni future”, all’ambiente, agli ecosistemi e alla biodiversità. Salute umana e salute dell’ambiente non sono più separabili: inquinamento, cambiamenti climatici, lavoro insicuro, città invivibili sono fattori di malattia. Ridurre la sanità pubblica a un pronto soccorso dei danni prodotti dal modello di sviluppo è una violazione indiretta anche di questo articolo: si taglia dove si dovrebbe investire in prevenzione, cura, prossimità.

Infine l’articolo 41: “L’iniziativa economica privata è libera”, sì, ma “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.” E la Repubblica può indirizzarla e coordinarla “a fini sociali”. È il punto decisivo: quando l’iniziativa privata entra nel campo della malattia e della cura, e lo fa per massimizzare il profitto, siamo davanti a un conflitto frontale con l’utilità sociale e con la dignità umana.

Se curarsi diventa occasione di business, se l’accesso alle prestazioni dipende dalla carta di credito o dalla polizza aziendale, l’iniziativa privata non è più “libera” ma arbitraria. In sanità, il profitto non è un complemento: è una distorsione strutturale. Per questo va escluso dal perimetro del Servizio sanitario nazionale.

Che cosa dice il Rapporto GIMBE (oltre i titoli)

Il cuore del problema, fotografato dall’8º Rapporto GIMBE sul SSN, è semplice: la sanità pubblica è stata trattata come una spesa da limare, non come l’investimento che tiene insieme salute, produttività, dignità sociale e coesione territoriale.

In termini nominali il Fondo Sanitario Nazionale (FSN) è cresciuto di 11,1 miliardi tra 2023 e 2025, toccando 136,5 miliardi; ma inflazione ed energia hanno eroso gran parte di questo aumento. In rapporto al PIL, il FSN è sceso dal 6,3% (2022) al 6,0% (2023) e si ferma al 6,1% nel 2024-2025. Le proiezioni della Legge di Bilancio 2025 indicano un ulteriore calo al 5,9% nel 2027 e al 5,7% nel 2029.

Traduzione politica: i bisogni crescono, la coperta si accorcia. Quando la spesa sanitaria sul PIL scende, ma l’epidemiologia, l’invecchiamento e le fragilità sociali aumentano, qualcuno pagherà il conto. E quel qualcuno non è mai il capitale finanziario.

Liste d’attesa e rinunce: il diritto si spezza nel quotidiano

Nel 2024 oltre 5,8 milioni di persone hanno rinunciato a prestazioni sanitarie: quasi una persona su dieci. Il dato più inquietante è l’aumento delle rinunce per liste d’attesa: dal 4,5% nel 2023 al 6,8% nel 2024, +51%. Crescono anche le rinunce per motivi economici (dal 4,2% al 5,3%).

Quando i tempi del pubblico sono insostenibili, chi può paga il privato. Chi non può rinuncia, aspetta, peggiora. La retorica della “libera scelta” si spegne davanti a una verità brutale: se la porta del SSN resta socchiusa, il corridoio verso il privato non è libertà, è un recinto di classe.

Qui la violazione dell’articolo 32 è plastica: la tutela della salute come diritto fondamentale diventa una promessa a geometria variabile. Sulla carta, tutti uguali; nella pratica, alcuni sono più uguali degli altri.

La strozzatura vera: il personale nel SSN

Guardando ai professionisti attivi nel Paese, il dato OCSE ci colloca sopra la media europea per numero di medici (circa 5,4 ogni 1.000 abitanti nelle serie più recenti utilizzate da GIMBE), ma molto sotto per gli infermieri (circa 6,9 per 1.000 abitanti). Il rapporto infermieri/medici è appena 1,3, uno dei più bassi in Europa.

La carenza però non è “astratta”: si concentra dentro il Servizio Sanitario Nazionale e in alcune specialità chiave. A inizio 2024 i medici di famiglia in attività erano 37.260, con una media di 1.374 assistiti per medico e punte oltre i 1.500. Per garantire un rapporto ottimale 1:1.200, servirebbero 5.575 medici di medicina generale in più, soprattutto nelle Regioni più popolose.

Nel 2025 molte scuole di specializzazione strategiche per il SSN restano poco attrattive: emergenza-urgenza al 56% delle assegnazioni, medicina e cure palliative al 41%, medicina di comunità al 36%. È il segnale di un sistema che respinge i giovani professionisti, mentre li espone a carichi insostenibili, retribuzioni inadeguate e precarietà.

In breve: non mancano “medici” in senso assoluto; mancano medici e soprattutto infermieri nel SSN, nei luoghi, nei turni e nelle specialità che tengono insieme il diritto alla cura. Senza squadra, non c’è cura che tenga.

Privato accreditato: profitto garantito, universalismo smontato

Dove il pubblico arretra, il privato accreditato avanza. Non come supporto temporaneo, ma come infrastruttura strutturale del sistema.

Nel 2022 oltre metà del valore della mobilità sanitaria “attiva” (i crediti per prestazioni rese a cittadini di altre Regioni) è stato erogato da strutture private accreditate: 54,5%, contro il 45,5% del pubblico. Nei ricoveri, il privato ha incassato il 26% in più del pubblico.

Questi numeri non descrivono una serena “cooperazione pubblico-privato”, ma un trasferimento di risorse pubbliche verso centri privati che operano secondo logiche di profitto. Le Regioni pagano, i cittadini migrano, i gruppi sanitari incassano. E il SSN perde capacità, competenze, potere di programmazione.

Sul piano costituzionale, la contraddizione è evidente: l’articolo 41 ammette l’iniziativa economica privata ma la subordina all’utilità sociale e alla tutela della dignità umana. Quando il privato seleziona le prestazioni più remunerative, concentra i servizi nelle aree ricche, lascia al pubblico i casi più complessi e meno “convenienti”, siamo davanti a un rovesciamento di senso: l’utilità sociale viene subordinata al margine di profitto.

Per questo non basta “regolare meglio” il privato accreditato: occorre una scelta politica netta. La componente privata a scopo di lucro deve essere progressivamente esclusa dal perimetro del SSN, a partire dalle prestazioni ad alto valore economico. Il pubblico deve tornare a essere il luogo esclusivo in cui si garantiscono i Livelli essenziali di assistenza. Il privato potrà esistere solo fuori dal circuito del finanziamento pubblico, senza drenare risorse, personale e fiducia dal sistema nazionale.

Nord contro Sud: la geografia della sottrazione

Il tutto si innesta su una frattura territoriale profonda. Tra il 2010 e il 2022, quattordici Regioni hanno accumulato un saldo negativo complessivo di 19,03 miliardi nella mobilità sanitaria, di cui 14,55 nel Mezzogiorno. Sono soldi pubblici che viaggiano con i pazienti, svuotando i bilanci e la capacità di investimento proprio dove i bisogni sono più alti.

Così si costruisce la sanità a doppio binario: da una parte aree ricche dove pubblico e privato accreditato convivono e il cittadino può scegliere, magari integrando con polizze aziendali; dall’altra territori in cui il SSN è ridotto all’osso e il privato entra solo se c’è garanzia di profitto. Chi resta sotto la linea, spesso, non vede né l’uno né l’altro.

Sanità integrativa: il cavallo di Troia nel sistema

La sanità “integrativa”, agevolata fiscalmente, può coprire fino all’80% di prestazioni che sostituiscono i LEA, pur continuando a chiamarsi “integrativa”. Con oltre 16 milioni di iscritti, di fatto crea un sistema parallelo per chi è tutelato da contratti di lavoro e welfare aziendali.

Sul piano costituzionale, la questione è dirimente: se una parte crescente della popolazione accede a percorsi rapidi grazie a fondi sanitari e polizze, mentre il resto resta nelle liste d’attesa o rinuncia, l’articolo 32 si svuota. Il diritto alla salute viene segmentato in base al reddito e alla posizione lavorativa.

Le agevolazioni fiscali ai fondi sanitari e alle assicurazioni private rappresentano un trasferimento indiretto di denaro pubblico verso il privato profit. Non c’è neutralità possibile: ogni euro di vantaggio fiscale alla sanità integrativa è un euro sottratto al potenziamento del Servizio sanitario nazionale.

Per questo, se l’iniziativa privata è libera, il suo sostegno con risorse pubbliche in un settore costituzionalmente protetto come la salute va radicalmente ripensato. I benefici fiscali devono essere eliminati per le prestazioni sostitutive dei LEA e ammessi, eventualmente, solo per interventi realmente integrativi e non lucrativi.

PNRR: muri senza servizi non curano

La partita del territorio è decisiva. Al 30 giugno 2025 solo 218 Case della Comunità avevano dichiarato attivi tutti i servizi previsti; tra queste, appena 46 con vere équipe medico-infermieristiche. Gli Ospedali di Comunità “attivi” sono 153 su 592 programmati.

Costruire edifici senza mettere dentro personale stabile, orari estesi, medicina di prossimità e presa in carico è un’operazione di facciata. Se le strutture PNRR diventano solo nuovi spazi da cui il privato può drenare attività, abbiamo creato contenitori per il business, non case della salute.

Digitale a metà del guado

Il Fascicolo Sanitario Elettronico potrebbe essere uno strumento potente di equità e continuità di cura, ma resta incompiuto. A marzo 2025 solo 6 documenti su 16 erano disponibili in tutte le Regioni e il consenso dei cittadini alla consultazione dei propri dati si fermava al 42%, con divari enormi.

Senza interoperabilità, formazione, governance nazionale e reale utilizzo clinico, il digitale rischia di diventare un’altra occasione di frammentazione, affidata a piattaforme e fornitori privati che guadagnano sulla gestione dei dati, mentre il SSN non ne ricava né efficienza né giustizia.

Tre scelte politiche non rinviabili

Per raddrizzare la rotta non bastano aggiustamenti tecnici. Servono tre scelte politiche di fondo.

Rimettere soldi veri nel SSN, in modo strutturale Blocco della discesa sotto il 6% del PIL e piano di crescita pluriennale vincolato per personale, LEA, territorio e digitale. Non “bonus” annuali, ma una traiettoria stabile che restituisca al SSN capacità di programmazione. Ricostruire la squadra pubblica Piano straordinario per gli infermieri (formazione, assunzioni, carriere, retribuzioni), stabilizzazione dei precari, incentivi specifici per emergenza-urgenza, medicina generale, pediatria di libera scelta e discipline oggi scoperte. Obiettivi vincolanti di presa in carico (MMG 1:1.200; PLS 1:850) inseriti nei criteri di riparto delle risorse. Uscita progressiva del profitto dal SSN Separazione netta tra sistema pubblico e profitto privato. Progressiva riduzione e superamento dell’accreditamento di strutture a scopo di lucro per le prestazioni coperte dai LEA, consolidamento della rete pubblica e, dove necessario, convenzioni solo con soggetti non profit e realmente complementari. Abolizione delle agevolazioni fiscali per la sanità sostitutiva e revisione dei fondi sanitari in chiave solidaristica.

Dodici azioni strutturali, questa volta coerenti con la Costituzione

Prevenzione come politica di Paese (One Health), con budget dedicato e non comprimibile, legato anche all’articolo 9: tutela dell’ambiente, degli ecosistemi, della salute dei lavoratori e delle comunità. LEA vivi: aggiornamento continuo, tariffe coerenti e trasparenti, disinvestimento da prestazioni a basso valore, investimento su medicine territoriali, salute mentale e cronicità. Stato-Regioni: nuovo criterio di riparto che pesi di più povertà, mortalità precoce, aree interne e degrado ambientale, non solo il numero di abitanti e l’età media. Liste d’attesa: regia nazionale, agende uniche digitali pubbliche, tetti coerenti col fabbisogno reale, monitoraggi indipendenti. Nessun finanziamento aggiuntivo al privato per “abbattere” le liste: ogni euro in più deve rafforzare capacità e personale del SSN. Superamento dell’attuale pubblico–privato accreditato: piano di rientro pluriennale dal ricorso al privato profit per i LEA, con contestuale potenziamento di strutture e servizi pubblici nelle stesse aree. Sanità integrativa davvero integrativa: vantaggi fiscali solo per prestazioni non coperte dai LEA e con logiche mutualistiche, non per percorsi fast track che sostituiscono il SSN. Dati aperti e comparabili: trasparenza totale su finanziamenti, prestazioni, tempi, risultati di cura, sia per il pubblico sia per eventuali soggetti convenzionati non profit. Senza opacità non c’è rendita. Ricerca e valutazione d’impatto: ogni riforma organizzativa deve essere valutata su esiti di salute, equità, impatto territoriale, non solo su risparmi contabili. Digitale che semplifica: FSE interoperabile, formazione per clinici e cittadini, piattaforme sotto governance pubblica. Nessuna privatizzazione dei dati sanitari. Mobilità sanitaria: piani di rientro regionali nelle aree più critiche, con investimenti mirati in personale, strutture e prevenzione, per ridurre il drenaggio di risorse dal Sud al Nord. Lavoro nel SSN attrattivo: retribuzioni dignitose, carriere professionalizzanti, ambienti di lavoro sicuri, partecipazione dei professionisti alle scelte organizzative. Educazione sanitaria pubblica: campagne stabili contro fake news, medicalizzazione inutile e consumismo sanitario, per rafforzare il patto tra cittadini e SSN.

Nota metodologica sul punto “medici vs infermieri”

I dati utilizzati distinguono tra:

a) professionisti attivi nel Paese (benchmark OCSE, dove l’Italia risulta con molti medici ma pochi infermieri);

b) personale nel SSN (medici e infermieri dipendenti, contrattualizzati o convenzionati).

La carenza percepita nasce nel secondo ambito, dentro il Servizio, con squilibri territoriali e di disciplina. Il rapporto infermieri/medici, fermo a 1,3 in Italia contro 2,4 dell’OCSE, resta l’indicatore più allarmante: senza il giusto numero di infermieri, nessun modello organizzativo, per quanto moderno, regge.

Conclusione: la salute non è un mercato, è la condizione di ogni libertà

La sanità privata può esistere, ma non può più vivere con i soldi e sulle crepe del pubblico. Non può appropriarsi delle prestazioni più remunerative, lasciare al SSN gli scarti e presentarsi poi come “salvatrice” davanti a un sistema che lei stessa contribuisce a indebolire.

La Costituzione, letta nella sua interezza, non è neutra: con l’articolo 32 tutela la salute come diritto fondamentale; con l’articolo 9 lega la salute alla protezione dell’ambiente e delle generazioni future; con l’articolo 41 pone un limite netto all’iniziativa economica che danneggia dignità, sicurezza, libertà.

Dentro questo quadro, il profitto sulla malattia è un’anomalia, non una soluzione. O si decide di far uscire il business dal Servizio sanitario nazionale e di ricostruire un sistema pubblico forte, universale, ecologico e di prossimità, oppure si accetta consapevolmente una sanità a doppio binario, dove la parola “diritto” diventa una foglia di fico per coprire un privilegio.

Le liste non sono code, sono barriere sociali. I ticket non sono contributi, sono porte girevoli verso il privato. I muri nuovi senza équipe dentro sono scenografie. Non servono slogan, serve una scelta di campo: riportare la cura sotto l’ombrello della Costituzione, togliendo l’ombrello del profitto da sopra le nostre teste. Solo così la salute tornerà a essere ciò che doveva essere fin dall’inizio: un bene comune, non una linea di bilancio.