Europa in divisa, coscienza disarmata: il nuovo fronte dell’obbedienza cieca

Il grande inganno dell’Europa bellica

Mentre le cancellerie europee accelerano sulla via del riarmo, tra proclami di “difesa comune” e scenari apocalittici sventolati dai media mainstream, si fa sempre più urgente la domanda: avete capito dove ci stanno portando?
Non si tratta solo della possibilità remota — ma non troppo — di una guerra diretta tra Russia ed Europa, bensì dell’avanzata silenziosa e costante di una cultura militarista, violenta e menzognera che riplasma le società europee a immagine e somiglianza di un potere che ha scelto la forza al posto della diplomazia, la menzogna al posto della verità, l’obbedienza al posto del pensiero.

  1. La guerra che non si farà — ma che si vuole far credere possibile

Nessuna delle parti in causa ha davvero interesse a una guerra nucleare tra Russia ed Europa.
La Russia non ha alcuna ragione per attaccare l’Europa: anzi, i suoi interessi strategici puntano alla stabilità nei rapporti commerciali e geopolitici. L’Europa, d’altra parte, non ha alcuna possibilità di sopravvivere a uno scontro diretto: la sproporzione tecnologica e militare, soprattutto nel campo dei vettori nucleari, è palese.

Perché allora si alimenta questa retorica? Perché si continua a parlare, come se fosse imminente, dello “scontro finale”?
La risposta non sta nella logica militare, bensì in quella politica e strategica: la minaccia della guerra diventa lo strumento con cui si giustifica il riarmo, si soffoca il dissenso, si convoglia il malcontento sociale verso nemici costruiti ad arte. È lo stato d’eccezione permanente, analizzato da Agamben, che giustifica ogni abuso in nome della sicurezza.

  1. L’Europa come vassallo strategico: il doppio gioco tra Trump e i neocon

Un punto chiave sta nella subordinazione europea al piano strategico dei neocon americani. Dopo il 2022, l’UE ha accettato il disegno geopolitico degli Stati Uniti, che mira esplicitamente alla dissoluzione della Federazione Russa.
Con l’elezione di Trump, le cose si complicano: da un lato, l’Europa cerca di soddisfarlo investendo massicciamente nel riarmo (e comprando armi dagli USA, accettando supinamente dazi commerciali al 15%), dall’altro continua a muoversi nella scia della strategia destabilizzante dei neocon.

Il risultato è un’Europa schizofrenica, priva di autonomia, che prepara nuove guerre per procura — altri “Ucraina bis”, nuovi “paesi sacrificabili” da armare e mandare al fronte — pur di portare avanti l’erosione sistematica della Russia, ignorando deliberatamente il rischio che questa strategia conduca a un punto di non ritorno.

  1. La strategia del logoramento: destabilizzare la Russia per logorarla dall’interno

Quella a cui stiamo assistendo non è una guerra dichiarata, ma un progetto metodico di logoramento.
L’obiettivo reale è spingere la Russia a un’implosione interna, provocandola su più fronti, moltiplicando le crisi e i conflitti lungo i suoi confini, e alimentando instabilità politica al suo interno attraverso sanzioni, infiltrazioni, campagne mediatiche.

È una strategia che si crede “intelligente”, ma che in realtà è miope: ignora la forza di resilienza di Mosca, sottovaluta la determinazione del suo apparato politico-militare e, soprattutto, dimentica che si ha a che fare con la maggiore potenza nucleare del mondo. Pensare di “logorarla” con tattiche di guerra ibrida è come giocare alla roulette russa con la Storia.

  1. La vera guerra è già cominciata: menzogna, sorveglianza e impoverimento

Mentre l’Europa arma le parole e alimenta fantasmi bellici, la guerra vera è già in corso: è quella contro i popoli, contro i diritti sociali, contro le libertà fondamentali.
L’“imperio della violenza e della menzogna”, come lo definisce Andrea Zhok, si manifesta nei decreti sicurezza, nel controllo capillare, nella criminalizzazione del dissenso, nel taglio sistematico a scuola, sanità e servizi pubblici per finanziare l’industria bellica.

È un modello sociale fondato sulla paura e sulla disumanizzazione: il nemico è ovunque, e ogni voce fuori dal coro è sospetta. Il cittadino non è più sovrano, ma sorvegliato. Il lavoratore non è più protagonista, ma esecutore disarmato. E il Parlamento, ormai, non legifera: ratifica.

  1. L’urgenza della resistenza: sollevare i popoli contro il riarmo

Siamo davanti a una deriva che può ancora essere fermata — ma il tempo stringe. Non basta più denunciare il riarmo: bisogna chiamare le cose col loro nome, svelare gli interessi economici e geopolitici che muovono questa follia collettiva.
Serve un fronte largo, popolare, che unisca forze sindacali, movimenti, partiti, intellettuali, artisti e semplici cittadini in una nuova internazionale della pace.

Non bastano le fiaccolate rituali o le mozioni parlamentari svuotate: serve una Conferenza internazionale vera, che coinvolga Cina, Russia, India, America Latina e tutte le potenze fuori dalla NATO, per riscrivere le regole della convivenza globale, contro il suprematismo armato dell’Occidente.

L’ultima occasione per restare umani

La domanda che ci poniamo — avete capito dove ci stanno portando? — non è retorica. È un grido.
Ci stanno portando verso una società militarizzata, disumanizzata, spogliata di senso e di solidarietà. Ma nulla è ancora scritto.
Ogni generazione ha avuto il suo bivio. Questo è il nostro. E da come reagiremo ora, si capirà se saremo stati semplici spettatori della fine, o se avremo scelto di restare umani.

Fonti suggerite per approfondimento:
• Giorgio Agamben – Stato di eccezione
• Andrea Zhok – articoli su L’Indipendente e Il Fatto Quotidiano
• Noam Chomsky – Who Rules the World?
• John Mearsheimer – Why the Ukraine Crisis Is the West’s Fault
• Documenti NATO sulle spese militari (NATO Official Website)
• SIPRI – Stockholm International Peace Research Institute, report annuali sul riarmo globale
• Eurostat – statistiche su spesa pubblica in sanità e difesa

“Educare alla guerra: la nuova religione del capitalismo europeo”

L’Italia è in guerra. Non una guerra dichiarata con carri armati al confine, ma una guerra culturale, ideologica, economica. Una guerra silenziosa, subdola, ma incessante. E il campo di battaglia è l’opinione pubblica. Da tempo ormai, i grandi quotidiani – con Il Corriere della Sera in testa – hanno abbandonato ogni parvenza di imparzialità per assolvere a una funzione ben più antica: non informare, ma educare. Educare alla guerra. E, soprattutto, educare al sacrificio sociale come prezzo inevitabile per la sicurezza armata. In altre parole: abituare gli italiani alla guerra, rieducandoli a rinunciare al welfare per finanziare il warfare.

Il lessico del dominio: come si costruisce l’abitudine al sacrificio

Un articolo apparso sul Corriere della Sera il 12 luglio 2025 a firma dei professori Maurizio Ferrera e Stefano Sacchi ne è il perfetto esempio. I due docenti, con tono rassicurante da pedagoghi del potere, iniziano la loro apologia bellica evocando la figura dell’arcivescovo di Canterbury e il suo “welfare state” contrapposto al “warfare state” nazista, da cui solo la guerra avrebbe potuto salvare l’Europa.

Il loro ragionamento è chiaro quanto insidioso: senza sforzo militare non ci sarebbe stato welfare; dunque, oggi, per difendere quel modello sociale europeo, sarebbe necessario tornare a investire massicciamente in armi e difesa. Si tratta di un ribaltamento logico e storico che punta a convincere la cittadinanza che i tagli a sanità, pensioni e scuola siano sacrifici nobili, necessari, inevitabili. “Si vult salus sanitaque, para bellum”, parafrasano ironicamente gli autori dell’articolo. Se vuoi la salute pubblica, prepara i missili.

La nuova dottrina: 5% del PIL per la guerra

Secondo i due editorialisti, per affrontare la nuova “minaccia” – ovviamente la Russia di Vladimir Putin – l’Europa dovrà portare le sue spese militari al 5% del PIL entro il 2035. Una cifra mostruosa, che significherebbe centinaia di miliardi sottratti ogni anno a servizi essenziali. Ma poco importa: per salvaguardare “la stabilità del nostro modello sociale” – ovvero il capitalismo europeo – non si può badare a spese.

Un refrain già ripreso, appena sette giorni prima, dallo stesso Paolo Gentiloni, che in un’altra omelia sempre sul Corriere spiegava con candore che bisogna “far entrare nelle teste delle persone” che non c’è più una difesa esterna e che quindi è necessario armarsi. In parole povere: convincere i cittadini a tagliarsi da soli la carne viva del welfare per fabbricare armi da guerra, possibilmente comprate dagli Stati Uniti.

L’ipocrisia democratica: decisioni senza parlamento

Dietro la retorica accademica, però, si cela una realtà ben più sporca: gli impegni di spesa militare, come quelli con la NATO, vengono presi regolarmente senza passare dal Parlamento. Le persone comuni vengono informate solo a cose fatte. E chi si oppone? Poco male. I dati vanno manipolati, le statistiche orientate. Come quelle raccolte dai due professori: “L’opinione pubblica italiana appare consapevole della necessità di investire di più nella difesa”. Peccato che, secondo le stesse fonti accademiche, gli italiani siano anche i più contrari in Europa a tagli nel settore del welfare. Forse perché, dopo vent’anni di macelleria sociale, ne conoscono già gli effetti sulla propria pelle.

Opinione pubblica o opinione manipolata?

Il dato più paradossale è proprio questo: mentre i media di regime propagano il verbo bellicista, i cittadini sembrano mantenere un istinto di sopravvivenza. Secondo il progetto SCOaPP, meno del 10% degli italiani sarebbe disposto ad accettare un aumento della spesa militare a discapito di sanità e assistenza sociale. E anche il dato apparentemente preoccupante riportato da Davide Caprioglio – un 48,7% favorevole a un “riarmo nazionale” – va contestualizzato: è il valore più basso d’Europa, e risente fortemente dell’impatto mediatico quotidiano che bombarda le coscienze.

Tra dichiarazioni apocalittiche sulla “minaccia russa”, commenti televisivi ripetuti all’infinito, manipolazioni semantiche e una pedagogia scolastica sempre più militarizzata, l’obiettivo è evidente: preparare le menti dei giovani e degli adulti a considerare normale il riarmo. Persino desiderabile.

Guerra e nazionalismo: i fratelli siamesi del neoliberismo

E così, in parallelo alla grancassa militarista, risuona un’altra nenia martellante: quella dell’“italianità”. Tutto deve essere italiano: la colazione, i gusti, i panorami, le emozioni. Una strategia ben nota: il nazionalismo serve a creare una falsa coesione identitaria utile alla guerra. Chi non si riconosce nella patria, chi non canta gli inni, chi non esibisce bandiere, è un traditore. Un nemico interno. Un potenziale sabotatore.

I richiami alle “gesta eroiche” dell’esercito italiano nelle campagne coloniali di Mussolini non sono un dettaglio nostalgico, ma una strategia comunicativa. Rieducare le masse attraverso una mistica bellica che si traveste da amor di patria.

L’esercito europeo: la guerra che c’è già

Secondo Ferrera e Sacchi, l’opinione pubblica italiana sarebbe anche favorevole alla creazione di un esercito europeo. Un’idea che, a ben guardare, è già realtà. Le cosiddette “missioni di pace” in Medio Oriente, in Africa, nei Balcani sono da anni il volto militare dell’Europa, mascherato da “cooperazione umanitaria”. Missioni dove si bombarda, si reprime, si sorveglia.

L’idea di centralizzare la difesa europea è solo l’ultimo tassello per trasformare la NATO in un’entità organica al potere continentale. Una forza armata sovranazionale utile a sopprimere non solo nemici esterni, ma anche eventuali rivolte interne.

Il capitalismo non vuole la pace. La produce a rate… armate

Il quadro che emerge è chiaro: l’Europa non è minacciata da Mosca, ma dalla propria sete di profitti. L’unico vero ostacolo alla pace è la “inaccettabile” richiesta russa di una Ucraina smilitarizzata. Per le élite europee, smilitarizzare Kiev significherebbe rinunciare a miliardi di euro in commesse, sfruttamento della manodopera e tangenti sulle forniture belliche. Non possono permetterselo.

Così Parigi, Berlino, Varsavia, Copenaghen, Roma e tutte le capitali del vecchio continente si affannano a costruire fabbriche d’armi in Ucraina, sperando che la guerra continui quel tanto che basta a rimpinguare bilanci e dividendi. La Francia, ad esempio, ha stanziato 431 miliardi di euro per l’esercito nel 2026. La Russia, “stato guerrafondaio” per definizione, si ferma a 140 miliardi. E nel complesso, l’Europa spende già il 58% in più in armamenti rispetto a Mosca.

Dunque, chi sta minacciando chi?

Conclusione: la guerra come destino del capitale

“Le guerre sono stadi inevitabili del capitalismo”, scriveva Lenin. Non sono eccezioni, ma tappe del suo sviluppo. E l’Europa di oggi, travestita da umanitarismo armato, sta seguendo alla lettera questo copione. La guerra non è più l’eccezione: è la regola. Il welfare non è più un diritto: è un lusso. E la pace non è più un ideale: è una minaccia per il mercato delle armi.

Di fronte a questa mutazione antropologica della democrazia liberale in macchina bellica, non bastano i sondaggi. Serve una coscienza collettiva nuova, capace di denunciare le ipocrisie, smascherare i falsi profeti della sicurezza e rimettere al centro l’umanità, non l’industria della morte.

Fonti:
• Fabrizio Poggi, Abituare gli italiani alla guerra, articolo originario su https://contropiano.org
• Maurizio Ferrera e Stefano Sacchi, “Welfare e difesa: ora servono entrambi”, Corriere della Sera, 12 luglio 2025
• Paolo Gentiloni, dichiarazioni su difesa e sanità, Corriere della Sera, 5 luglio 2025
• Gregorio Buzzelli, dati del progetto SCOaPP, Corriere della Sera, luglio 2025
• Davide Caprioglio, dati Solid sul riarmo, Corriere della Sera, luglio 2025
• Elena Karaev, “La cupola delle tangenti belliche europee”, RIA Novosti, 12 luglio 2025 – https://ria.ru/20250712/evropa-2028663269.html
• Osservatorio Conti Pubblici Italiani – dati spesa militare 2024
• Vladimir Lenin, “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”, 1916

IL PENTIMENTO IMPOSSIBILE DI UN’EUROPA ARMATA

Mille miliardi di euro: la pace di bilancio sacrificata al nuovo culto bellico

Cinque per cento del PIL. Mille miliardi di euro l’anno. È la cifra annunciata al vertice NATO dell’Aja, un macigno finanziario e politico che sta cadendo sull’Europa senza quasi resistenza, come se fosse naturale che la sopravvivenza dei popoli europei dipendesse da un potenziamento militare pari a tre volte la già gigantesca spesa attuale.

Per comprendere la portata di questo annuncio bastano i numeri: l’intera Russia, in piena guerra con l’Ucraina, nel 2024 ha speso circa 150 miliardi di euro per il comparto militare. L’Unione Europea già oggi spende il doppio, circa 330 miliardi, eppure si racconta alla popolazione di essere disarmata, inerme davanti a un nemico spietato che starebbe per varcare i suoi confini, armato è pronto ad invaderci .

La strategia della paura: come nasce il consenso al riarmo

Questa narrazione, costruita sulla paura primordiale dell’invasione, serve a legittimare una gigantesca operazione di trasferimento di ricchezza dai cittadini ai mercati finanziari globali. Un’operazione che si poggia su tre pilastri:
1. Il drenaggio fiscale: mille miliardi sottratti ogni anno alla sanità pubblica, all’istruzione, alla tutela ambientale e convogliati verso le industrie militari.
2. La speculazione finanziaria: i governi pompano denaro nei bilanci delle aziende belliche, facendone crescere i profitti e attirando investimenti borsistici speculativi.
3. La concentrazione di potere: i grandi fondi di investimento, BlackRock in testa, aumentano il controllo sui flussi di capitale e sulla politica stessa, consolidando il proprio dominio globale.

Non si tratta di un complotto, ma di un modello di governance finanziaria perfettamente visibile. Già oggi esistono strumenti come l’ETF Global Defence NATO che consente agli investitori di guadagnare dalla crescita della spesa militare, mentre BlackRock e Vanguard moltiplicano i loro fondi dedicati alla difesa e alla cybersecurity. Nel 2024 l’ETF iShares U.S. Aerospace & Defense ha segnato un incremento del 240–270% per colossi come Rheinmetall, mentre Leonardo ha guadagnato il 100% in Borsa.

Perché Russia e Cina spendono meno?

Qui si apre una domanda essenziale: perché la Russia e la Cina spendono molto meno dell’Occidente per il comparto militare, pur essendo potenze armate? La risposta sta nel modello economico-politico che regola il complesso militare-industriale.

In Occidente, la produzione di armi è quasi totalmente in mano a grandi multinazionali private, che incassano commesse pubbliche senza limiti reali e generano enormi profitti distribuiti come dividendi agli azionisti e bonus ai dirigenti. Noi cittadini paghiamo due volte: prima con le tasse, poi con la sottrazione di risorse a sanità, scuola e welfare. Come direbbe Totò: “E io pago!”

In Russia e in Cina, invece, la produzione di armi è controllata dallo Stato, che spesso possiede direttamente le aziende belliche. Il risultato è che l’eventuale profitto rimane all’interno delle casse pubbliche o viene reinvestito nella difesa, senza arricchire manager privati o fondi speculativi. Il costo effettivo delle armi è dunque ridotto al minimo indispensabile, perché lo Stato non applica ricarichi speculativi a se stesso, mentre in Occidente le stesse armi vengono pagate fino al doppio o triplo del loro costo reale di produzione, ingrassando una filiera che vive di guerra e per la guerra.

I numeri dietro la retorica: la borsa delle armi

Il mercato globale della difesa, secondo gli ultimi dati di Statista e Mordor Intelligence, crescerà con un CAGR (tasso annuo composto di crescita) del 5,6% entro il 2027, superando i 720 miliardi di dollari, mentre il mercato della cybersecurity crescerà dell’8,9% annuo nello stesso periodo. I gestori patrimoniali internazionali hanno fiutato l’affare: BlackRock gestisce 11 trilioni di dollari, Vanguard quasi 9, Morgan Stanley 4, Goldman Sachs 3. Fondi che si nutrono dell’aumento della spesa bellica, riversando dividendi nelle tasche di azionisti e fondi pensione, mentre per i cittadini resta un sistema pubblico sempre più smantellato.

I burattinai al potere

Non è difficile comprendere come mai la politica europea sia tanto coesa nel perseguire questo modello. I principali leader provengono da esperienze dirette nell’alta finanza. In Germania, il cancelliere Merz è stato presidente di BlackRock Deutschland. Ursula von der Leyen, attuale presidente della Commissione Europea, aveva affidato nel 2020 proprio a BlackRock la consulenza per la strategia green dell’UE, e oggi guida il progetto ReArm Europe con investimenti bellici già superiori a 330 miliardi.

In Francia, Macron è stato managing director di Rothschild & Co, una delle banche d’affari più influenti d’Europa, mentre in Gran Bretagna il nuovo governo laburista guidato da Keir Starmer ha collaborato sistematicamente con i maggiori produttori di armi e fondi d’investimento per definire il programma politico. OpenDemocracy ha documentato almeno 13 incontri tra leader laburisti e aziende della difesa come BAE Systems, Leonardo, Lockheed Martin, Rheinmetall e Rolls Royce nel solo 2024.

Un modello incompatibile con la democrazia

A questo punto la domanda è inevitabile: ha senso parlare di democrazia in un sistema dove i parlamenti ratificano decisioni già prese da fondi d’investimento globali? Dove la partecipazione politica si riduce a scegliere tra partiti finanziariamente dipendenti dagli stessi sponsor multinazionali?

La democrazia occidentale è ormai ridotta a una liturgia vuota, dove il voto legittima un sistema blindato che trasferisce ricchezza verso l’alto, generando povertà, precarietà e alienazione. Un sistema in cui l’homo oeconomicus viene sostituito dall’homo necans: l’essere umano che si autodistrugge, sacrificando salute, benessere, ambiente e futuro sull’altare di un eterno conflitto.

Uscire dalla gabbia

Quale via d’uscita? La politica tradizionale sembra incapace di scardinare queste dinamiche. Solo una rottura radicale dell’antropologia dominante – basata sulla competizione, il consumo e la guerra – può aprire nuove prospettive. È necessario ricostruire un homo vivens, capace di rimettere al centro la vita, la cura e la cooperazione.

Forse, come scriveva Heidegger, “solo un dio ci può salvare”. O forse, più umilmente, una nuova coscienza collettiva, capace di rovesciare il tavolo e rifiutare l’obbedienza al dogma della guerra infinita. Una coscienza che dica finalmente: basta.

Se la pace diventa armata: il rischio della logica “si vis pacem, para bellum” in un mondo squilibrato

C’è una verità inquietante che attraversa la storia, dalla Roma antica ai salotti televisivi dell’Occidente contemporaneo: l’idea che “chi desidera la pace, prepari la guerra”. Un monito che, nelle parole di Vegezio, poteva essere interpretato come richiamo alla prudenza, all’autodifesa, persino a una dimensione spirituale della lotta contro i nostri demoni interiori, come ci ricorda la tradizione cristiana. Ma nella realtà politica e sociale del nostro tempo, questa massima è stata trasformata in un dogma che giustifica il riarmo, la corsa agli armamenti e la militarizzazione delle coscienze collettive.

Il pensiero apparentemente inappuntabile in un mondo perfetto è che le armi, di per sé, non sparano; sono le persone, le loro scelte, i loro squilibri, a determinarne l’uso. In una società governata da uomini e donne giusti, dotati di equilibrio, di rispetto per la vita, le leggi e la democrazia, la presenza di armi non rappresenterebbe una minaccia. Ma siamo davvero sicuri di vivere in questo mondo ideale?

Dall’individuo al sistema: quando lo squilibrio diventa legge

La cronaca e la storia recente ci insegnano il contrario. Negli Stati Uniti, la diffusione indiscriminata delle armi leggere tra la popolazione civile, giustificata dalla retorica della “difesa personale”, si traduce ogni anno in decine di migliaia di morti: omicidi, suicidi, stragi nelle scuole, nelle chiese, nei centri commerciali. Un’ecatombe che non trova paragone nei Paesi in cui le armi sono rigidamente controllate e limitate. Il parallelismo tra il micro (le armi nelle case) e il macro (le armi negli arsenali nucleari) è tutt’altro che peregrino: le dinamiche psicologiche e sociali che conducono alla violenza sono le stesse, semplicemente amplificate dal potere a disposizione di chi decide.

Oggi il mondo si trova di fronte a una nuova stagione di riarmo, in Europa come negli Stati Uniti, in Russia come in Cina. I leader che gestiscono questi arsenali, spesso in preda a ossessioni di potere, pulsioni autoritarie, interessi personali o veri e propri disturbi narcisistici, dispongono della possibilità di premere il “bottone rosso”. Donald Trump – figura per molti versi borderline, capace di decisioni spregiudicate e azzardate – si è trovato più volte a un passo dal conflitto nucleare. Benjamin Netanyahu, con le sue scelte guidate dalla volontà di non finire sotto processo e dalla necessità di mantenere il potere, ha scatenato guerre devastanti e, secondo il diritto internazionale, un vero e proprio genocidio, pur di sopravvivere politicamente.

In questo scenario, parlare di armi come semplici “strumenti” neutri, il cui uso dipende dalla “maturità” delle persone, è un esercizio retorico pericoloso. La storia dimostra che più le armi sono diffuse, più cresce la probabilità che vengano usate. La dinamica del consumismo armato – la pressione industriale, il bisogno di mercato, il ciclo produzione-consumo – si applica oggi anche al settore bellico: armi che vengono prodotte per essere vendute e usate, perché ogni prodotto invenduto rappresenta una perdita e ogni conflitto una nuova occasione di profitto.

La psiche collettiva sotto assedio

L’idea che la pace si costruisca “dentro di noi”, che sia la vittoria sulla parte più oscura dell’animo umano, come insegnava Cassiano, ha un fondamento nella psicologia della guerra. Ma questa dimensione interiore viene quotidianamente erosa da una narrazione pubblica che normalizza la logica del nemico, che trasforma la guerra in necessità tecnica, in show mediatico, in “opportunità” economica. I servizi televisivi che presentano con entusiasmo i nuovi bombardieri invisibili ai radar, le interviste ai produttori di droni, la discussione ossessiva sull’aumento delle spese militari – come se la pace si misurasse in percentuali di PIL destinati agli armamenti – contribuiscono a costruire un clima culturale che rende il riarmo quasi inevitabile, e la pace una pia illusione.

Dimentichiamo, così facendo, che le società diventano ciò che coltivano: se investiamo miliardi in armi e briciole in cooperazione internazionale, in istruzione, in cultura della pace, non è difficile prevedere il futuro che ci attende. La logica del “si vis pacem, para bellum” finisce per autoavverarsi: preparare la guerra per mantenere la pace è il modo più sicuro per ritrovarsi, prima o poi, in guerra.

La responsabilità della parola pubblica

Qui sta la vera responsabilità dei giornalisti, degli intellettuali, degli educatori: non cedere alla semplificazione, non giustificare l’inevitabilità della guerra e del riarmo, non confondere la prudenza con la rassegnazione all’ordine armato. Ogni articolo, ogni analisi, ogni parola pubblica che contribuisca – anche solo indirettamente – a normalizzare la corsa agli armamenti, diventa parte del problema.

Certo, nessuno ignora la complessità del mondo. Nessuno è ingenuo al punto da pensare che il disarmo possa avvenire dall’oggi al domani, o che la violenza scomparirà per decreto. Ma ogni passo verso la limitazione delle armi, ogni sforzo per ridurre la diffusione di strumenti di morte, ogni investimento nell’educazione alla pace, è una barriera in più contro il rischio – sempre attuale – che un singolo squilibrato, un leader accecato dal potere, trascini interi popoli nel baratro.

Dalla memoria alla resistenza: il dovere di una narrazione alternativa

La pace non è il risultato dell’equilibrio delle minacce, ma della costruzione di culture e istituzioni che disinneschino, alla radice, la tentazione della violenza. Non dobbiamo mai smettere di ricordare le “microriuscite quotidiane”, i gesti di disarmo, le scelte di dialogo, le esperienze di cooperazione internazionale. È questa la vera resistenza alla logica bellica che ci viene quotidianamente riproposta come inevitabile.

In un mondo governato da uomini e donne perfettamente equilibrati, le armi sarebbero davvero “solo strumenti”. Ma in un mondo reale, abitato da persone fragili, spesso egoiste, talvolta pericolose, la diffusione delle armi – dalle pistole nelle case alle testate nucleari nei silos – è un rischio che non possiamo più permetterci di correre.
La responsabilità non è solo di chi le usa, ma anche di chi le produce, le vende, le giustifica.
E soprattutto, di chi le normalizza nei nostri pensieri.

In sintesi: non è la paura a chiedere il disarmo, ma la consapevolezza dei limiti umani. Se davvero vogliamo la pace, iniziamo a smontare la cultura delle armi, nelle nostre case e nei palazzi del potere. Non c’è altra via.

Dittatori e burattini: il riarmo NATO, la sottomissione dell’Italia e l’Occidente in ginocchio

L’Italia si impegna a destinare il 5% del PIL alle spese militari entro il 2035, in ossequio ai diktat USA. Un articolo di denuncia sul servilismo atlantista, l’attacco all’Iran, la complicità col genocidio palestinese e l’urgenza di un fronte per la pace e la giustizia sociale.

❖ Altro che “si vis pacem, para bellum”: qui si prepara la guerra, e la si prepara contro i popoli.

Nel vertice NATO dell’Aja è stata siglata la condanna a morte del welfare europeo. Giorgia Meloni, nel consueto esercizio di servilismo travestito da statalismo muscolare, ha firmato l’impegno a portare la spesa militare italiana al 5% del PIL entro il 2035:
• 3,5% per armamenti, stipendi e pensioni militari
• 1,5% per “sicurezza nazionale” (cyber, infrastrutture, difesa industriale)

Un totale da 700 miliardi di euro in dieci anni. Una cifra spaventosa che verrà estorta ai cittadini italiani attraverso tagli draconiani a sanità, scuola, pensioni e assistenza sociale. O con un aumento delle tasse che colpirà i ceti popolari.

❖ Mark Rutte: il maggiordomo della guerra

L’episodio più emblematico del degrado istituzionale europeo è racchiuso nel messaggio privato inviato da Mark Rutte a Donald Trump, poi pubblicato su Truth Social:

“Dear Donald, congratulations and thank you for your decisive action in Iran. Europe is going to pay in a BIG way. Something no American president in decades could get done.”

Una genuflessione perfetta. Applausi al bombardamento dei siti nucleari iraniani. Benedizione al modello imperiale americano. Umiliazione di tutta l’Europa.

❖ Iran sotto attacco: la guerra invisibile e i silenzi colpevoli

Facciamo chiarezza. L’Iran non ha “risposto”. Ha subito:
• 13 giugno: Israele bombarda i siti nucleari iraniani a Natanz.
• 22 giugno: gli USA colpiscono con bombardieri B‑2 e bombe penetranti GBU‑57 i centri di Fordow, Isfahan e di nuovo Natanz.
• Gli effetti sono parziali. Ma l’obiettivo è chiaro: destabilizzare, provocare, spingere l’Iran al limite.

Trump si vanta. Netanyahu applaude. L’Europa tace. E l’Italia si accoda.

❖ La Palestina cancellata dal discorso europeo

Gaza continua a morire. Tra bombardamenti, carestia artificiale e sistematica distruzione delle infrastrutture civili, la “sicurezza di Israele” è diventata la foglia di fico della barbarie occidentale.
E Giorgia Meloni, invece di difendere il diritto internazionale, non trova il coraggio di nominare nemmeno la parola Palestina. Solidarizza con il regime suprematista teocratico israeliano. E parla di pace evocando la guerra:

“Si vis pacem, para bellum”
Un motto abusato da chi brandisce la Costituzione solo quando fa comodo. Perché l’articolo 11 recita altro:
“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli.”

❖ Sánchez dice NO. E noi?

In questo scenario grigio, arriva l’unico NO politico d’Europa: quello della Spagna di Pedro Sánchez, che ha rifiutato di sottoscrivere l’impegno al 5%. Non ha lasciato la NATO, non ha messo in discussione tutto.
Ma ha fatto ciò che nessun altro ha osato: ha detto basta all’austerità bellica.
Una crepa nel monolite atlantista. Una boccata d’aria che dimostra che un’altra posizione è possibile.

❖ Serve un Fronte per la Pace e la Giustizia Sociale

È ora di passare all’azione politica e culturale. Serve un Fronte popolare per la Pace e la Giustizia Sociale, che ponga fine all’ipocrisia e dica:
• NO al 5% del PIL per la guerra
• NO alla NATO come braccio armato delle oligarchie
• NO al genocidio del popolo palestinese
• NO al dominio della teocrazia suprematista israeliana

E che affermi:
• SÌ a diritti, lavoro, scuola, salute
• SÌ alla neutralità attiva e alla sovranità democratica
• SÌ a una politica estera coerente con la Costituzione

Chi tace, chi tergiversa, chi finge di non vedere, è complice.

❖ ribaltiamo il tavolo

Mentre miliardi vengono destinati alle armi, milioni di cittadini restano senza cure, senza casa, senza futuro.
La guerra non è sicurezza. Il riarmo non è progresso.
È un furto. Un disastro. Un crimine sociale.

Pace, diritti, dignità: questo è il nostro programma.
Ribaltare il tavolo, ora. Prima che sia troppo tardi.

NoAlRiarmo #FronteDellaPace #GiustiziaSociale #DifendiamoLaCostituzione #FuoriDallaNATO #Stop5PerCento #ConLaPalestina #ControLaGuerra

“Italia in Armi: il Centrodestra prepara 10mila riservisti per la nuova guerra globale”

Un Paese in allerta permanente, tra militarizzazione strisciante e consenso armato

Mentre in Parlamento si discute di sanità, scuola e giustizia solo in forma rituale, il governo Meloni–Salvini–Tajani mette le mani sull’esercito, rilanciando l’idea — già sperimentata in altri contesti — di un corpo parallelo, pronto all’uso in caso di guerra, crisi, emergenza o ordine pubblico. Non stiamo parlando di esercitazioni o di simulazioni NATO: il centrodestra, con una proposta firmata dal deputato leghista Nino Minardo, punta a creare una riserva militare attiva composta da 10.000 riservisti, tutti ex volontari in ferma triennale o iniziale, da mantenere operativi per eventuali impieghi anche sul territorio nazionale.

La proposta sarà discussa a partire dall’8 luglio in Commissione Difesa della Camera e rappresenta l’ennesimo tassello nella costruzione di un’Italia militarizzata, sempre più allineata alle strategie atlantiche di “guerra preventiva”, mobilitazione flessibile e difesa interna. Perché se da un lato si parla — ipocritamente — di riserva da impiegare solo in caso di “urgenza”, dall’altro la stessa proposta apre esplicitamente al loro utilizzo non solo in caso di guerra o crisi internazionale, ma anche per la difesa dei confini o situazioni di emergenza nazionale decretate dal Consiglio dei ministri. In altre parole: i riservisti potranno essere impiegati anche per il controllo sociale e l’ordine interno.

Dalla guerra alla pace armata: il paradosso della “riserva ausiliaria”

Il disegno leghista — formalmente ispirato a modelli già esistenti in Francia, Germania e Regno Unito — non nasce nel vuoto. Negli ultimi mesi, l’Italia ha:
• aumentato la spesa militare fino a oltre 30 miliardi annui, con l’obiettivo dichiarato del 2% del PIL entro il 2028 (e secondo indiscrezioni, fino al 5% entro il 2030);
• firmato nuovi accordi di cooperazione strategica con Stati Uniti, Israele e paesi NATO dell’est Europa, con particolare attenzione alla militarizzazione del Mediterraneo e del fronte balcanico;
• annunciato l’acquisto di armi pesanti, nuovi sistemi radar, caccia F-35 e droni da guerra, in linea con le direttive della NATO;
• sostenuto il programma di “resilienza strategica” contro minacce ibride, cyber-attacchi e disinformazione, un eufemismo per giustificare il controllo della rete e la censura preventiva.

È in questo contesto che va inserita la proposta Minardo: non un’iniziativa isolata, ma un pezzo coerente di un piano più ampio di mobilitazione militare permanente, in cui il confine tra difesa e repressione si fa sempre più labile. Come scrive il testo, i riservisti potranno essere richiamati per “periodi trimestrali rinnovabili”, con obblighi annuali di addestramento e disponibilità, e una “ricompensa” di circa 6.000 euro annui. È il ritorno del mercenario patriottico, l’arruolamento soft della precarietà sociale al servizio dell’ordine armato.

Una deriva bipartisan, con finta opposizione

Il Partito Democratico, come prevedibile, non si oppone sul piano dei principi, ma tenta solo una distinzione di facciata. Il deputato Stefano Graziano ha presentato un testo alternativo che prevede l’uso di una “riserva civile” da affiancare alla Croce Rossa Italiana. Ma la logica sottostante resta la stessa: istituzionalizzare la logica emergenziale, legittimare la presenza di corpi armati o parastatali nei momenti di crisi, affidare la gestione del rischio e del disagio a figure addestrate al comando e non al servizio.

E in fondo, anche il PD votò — nel 2022 — l’aumento della spesa militare. Anche il PD ha sostenuto Draghi nel suo abbraccio totale alla NATO. Anche il PD, in silenzio, approva la linea della guerra “difensiva” in Ucraina, il sostegno incondizionato a Israele e la demonizzazione della resistenza palestinese. Nessuna voce fuori dal coro, se non quella di qualche deputato marginale o gruppo extraparlamentare.

La militarizzazione dell’Italia e il controllo del dissenso

Questa riserva militare non serve solo a combattere guerre esterne. Serve, sempre più chiaramente, a prepararsi a gestire un futuro instabile anche dentro i confini nazionali. In un’Italia devastata da crisi sociali, sanitarie, climatiche, dove milioni di cittadini rinunciano alle cure e i salari reali crollano, il governo si prepara a gestire militarmente la povertà, le rivolte, le emergenze ambientali, i flussi migratori, e perfino la protesta sociale.

Il “richiamo” dei riservisti non è altro che la normalizzazione dell’eccezione, la costruzione di un apparato armato parallelo e disciplinato, pronto a sostituire o affiancare le forze dell’ordine nella gestione dell’ordine interno. Una logica che ricorda da vicino i modelli autoritari del Novecento — i corpi speciali creati per sedare rivolte e presidiare il territorio in nome della “sicurezza”.

La memoria corta e il rischio lungo: chi ricorda la leva obbligatoria?

L’abolizione della leva militare obbligatoria, nel 2005, fu salutata da molti come un passo verso una società più civile, meno militarizzata, più consapevole dei propri strumenti democratici. Oggi, a distanza di vent’anni, quello spirito è completamente svanito. Al posto della leva obbligatoria, ecco l’arruolamento volontario incentivato economicamente, che colpisce in particolare giovani disoccupati, precari, ex militari senza prospettive. Una leva economica al posto della coscrizione obbligatoria.

E mentre si riaprono i poligoni, si raddoppiano i fondi per l’industria bellica, si formano task force per la gestione delle “crisi ibride”, si tace sul numero crescente di suicidi tra le forze armate e di polizia, sullo stato di salute mentale dei militari, e sulla qualità democratica di un Paese che forma corpi d’élite pronti a intervenire su qualunque “minaccia”, senza un controllo parlamentare reale.

La guerra permanente come forma di governo

L’Italia sta entrando, passo dopo passo, in una fase di guerra permanente a bassa intensità, dove tutto è emergenza e ogni emergenza giustifica un’eccezione. Il governo lavora a una “riserva” militare, ma in realtà sta costruendo un dispositivo di controllo politico e sociale, in cui l’obbedienza si sostituisce alla partecipazione, l’allarme alla coscienza, l’ordine armato alla giustizia sociale.

Siamo pronti a vedere pattuglie di riservisti nelle stazioni, ai confini, nelle strade in caso di crisi? Siamo pronti ad accettare che l’unica risposta alle crisi sia il fucile e non il dialogo, la repressione e non la solidarietà? Oppure possiamo ancora fermare questa deriva, prima che le nostre democrazie si trasformino, definitivamente, in repubbliche di guerra?

Il tempo per reagire è poco. Ma esiste. E la coscienza — quando risvegliata — può essere più forte di qualsiasi esercito.

Cani, gatti e bombe intelligenti: la degenerazione morale dell’Europa militarizzata

Mentre il Parlamento europeo si appresta a votare con solerzia un regolamento sul benessere di cani e gatti — microchip obbligatori, riproduzione controllata, tracciabilità, pause tra una gravidanza e l’altra — l’odore di carne bruciata e cemento sbriciolato continua a salire da Gaza e da Teheran. Non un voto su Israele, neanche una parola spesa con la dignità di una presa di posizione. Solo dibattiti simbolici, calendarizzati per tacitare qualche voce scomoda a sinistra, senza alcuna conseguenza politica. Gaza? L’Iran? Non fanno audience. Non portano voti. Non si possono coccolare come un cucciolo di bulldog francese.

Dal 7 ottobre 2023, la Striscia di Gaza è diventata un cimitero a cielo aperto. Non c’è più niente da distruggere, ma Israele continua imperterrito a bombardare i sopravvissuti. Non è più notizia. E quando non è notizia, smette di essere scandalo. Il genocidio dei palestinesi, di cui oggi si parla solo per sottrazione, non è cessato: semplicemente è stato silenziato. I bambini non vengono più salvati, ma archiviati. Il loro dolore non compare più nei titoli, non entra nei talk-show, non turba le coscienze impagliate dell’Occidente.

Nel frattempo, Netanyahu ha aperto un nuovo fronte: tre giorni di bombardamenti sull’Iran, oltre duecento morti, più di mille feriti. Nessuna dichiarazione di guerra, nessuna risoluzione dell’ONU. Ma l’ONU, per Israele, è solo una “palude antisemita”, e le sue risoluzioni carta igienica. Israele non aderisce al Trattato di Non Proliferazione Nucleare, possiede decine di testate atomiche, non accetta ispezioni dell’AIEA, ma accusa l’Iran — che al trattato aderisce — di volerne costruire una. E l’Europa? L’Europa invia armi all’aggressore. L’Europa vota norme sugli animali domestici. L’Europa, ancora una volta, tradisce la sua promessa storica e diventa ancella di un colonialismo armato, criminale e impunito.

La guerra in Ucraina? Sparita. E non perché sia finita, ma perché non conviene più raccontarla. L’industria bellica ha venduto abbastanza. Gli editoriali hanno esaurito il lessico dell’indignazione. I talk show hanno spostato i riflettori su altri orrori più redditizi. Ma la guerra in Ucraina continua, così come continua la negazione della verità: quella che incolpa un solo aggressore e assolve gli altri, in nome di una “moralità selettiva” che diventa farsa.

Ed è in questa farsa che il Parlamento europeo discute oggi del possibile utilizzo dei fondi del Recovery Fund — il cosiddetto Next Generation EU, nato per ricostruire socialmente ed economicamente l’Europa post-Covid — per finanziare la Difesa. In altre parole: trasformare la speranza in cannone. I fondi per la ripresa sociale che dovevano andare a ospedali, scuole, welfare, vengono dirottati per potenziare le catene di produzione bellica e le scorte militari. Non è solo una deviazione tecnica, è un’abiura morale. Lo denuncia con chiarezza Pasquale Tridico, lo ribadisce Valentina Palmisano: questo è il passaggio dalla solidarietà al militarismo sistemico.

La Commissione non arretra, i socialisti tentennano, la destra spinge, il PD si barcamena. I Cinque Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, unici a resistere con coerenza, hanno annunciato la loro adesione alla manifestazione di sabato 21 giugno a Roma, convocata dalla Rete Stop al Riarmo per Gaza. Giuseppe Conte ci sarà. Elly Schlein sarà in Olanda, ma alcuni esponenti del PD parteciperanno. Eppure, anche qui, c’è ambiguità. Perché nel frattempo i riformisti attaccano. Ogni passo contro la guerra diventa motivo di divisione, mentre la macchina bellica procede compatta, sostenuta trasversalmente.

Serve allora alzare la voce. Serve gridare che non possiamo accettare una normalità fatta di missili, silenzi e bambini polverizzati. Non si può più restare inerti mentre l’Europa si trasforma in un arsenale a cielo aperto, mentre le guerre per procura diventano sistema, mentre i governi democratici perdono ogni legittimità morale spalleggiando regimi assassini come quello di Netanyahu.

La manifestazione del 21 giugno non è solo un appuntamento. È un obbligo. Un dovere civile, politico, umano. Per Gaza, per l’Iran, per l’Ucraina, per tutte le vittime dimenticate. Per dire che non in nostro nome si finanziano stermini. Non in nostro nome si convertono i fondi della speranza in macchine di morte. Non in nostro nome si decide di proteggere i cuccioli e dimenticare i bambini sotto le bombe.

In un mondo dove l’aggressore diventa “buono” e l’aggredito “terrorista”, dove l’Occidente seleziona le guerre come fossero sfilate di moda, tocca a noi restare umani. Per davvero.

La guerra c’è già: il nuovo ordine armato dell’Occidente

Viviamo immersi in una finzione collettiva, una narrazione anestetizzante che ci ripete ossessivamente: “Non è ancora la Terza guerra mondiale”. Eppure, mentre i cieli del Medio Oriente si illuminano di fuoco e l’Europa si arma come non accadeva dai tempi della Guerra Fredda, ciò che ci viene negato con le parole ci viene urlato con i fatti. La guerra non è alle porte. È già qui. E ha un solo mandante: l’Occidente collettivo.

Non è questione di fatalismo, ma di lucidità. L’aggressione israeliana all’Iran, l’invasione dell’Ucraina trasformata in trincea globale, l’espansione militare della NATO fino alle soglie della Russia, la demonizzazione dell’Iran, della Cina, della Corea del Nord, della Bielorussia, sono solo capitoli diversi di un medesimo libro: quello dell’egemonia armata di un ordine in crisi, incapace di accettare la fine della propria centralità.

La guerra come scelta strategica

Ci troviamo dinanzi a una scelta deliberata, non a un incidente della storia. Di fronte al declino sistemico del dominio americano e del suo blocco atlantico, l’Occidente ha rinunciato alla diplomazia multilaterale e ha scelto la forza. Ha preferito il ferro alla parola, il riarmo alla cooperazione, l’inganno alla verità. Invece di aprirsi al multipolarismo, ha cercato di rigettarlo come un corpo estraneo da espellere con la violenza.

È questo il vero volto della “guerra totale”: un conflitto che non ha confini né limiti, che si estende dal cyberspazio alla propaganda, dalle sanzioni economiche alle incursioni militari, e che si alimenta di menzogne sistematiche. Non ci troviamo di fronte a singole guerre locali, ma a un’unica guerra globale, combattuta a pezzi, per procura, ma con una regia comune. Quella della NATO, del Pentagono, delle lobby del riarmo, del capitalismo che si nutre di distruzione per sopravvivere.

Israele, Palestina e il genocidio silenzioso

Non possiamo più ignorare la realtà più crudele e disumana del nostro tempo: il genocidio in atto contro il popolo palestinese. Gaza è diventata il laboratorio dell’orrore, una prigione a cielo aperto ridotta a cumulo di macerie, dove civili, bambini, anziani e disabili vengono sterminati con l’avallo tacito o entusiasta delle potenze occidentali. L’occupazione militare, la pulizia etnica, i bombardamenti sistematici su ospedali, scuole, campi profughi, sono atti di genocidio deliberati, mascherati da operazioni di sicurezza.

Non si tratta più di conflitto tra due parti. È un massacro a senso unico, giustificato dall’ideologia suprematista che governa oggi Israele, saldamente alleato con l’Impero del Caos. E l’Occidente, invece di intervenire per fermare questa tragedia, si fa scudo e complice, armando, proteggendo, giustificando. L’orrore di Gaza è il cuore pulsante della guerra globale che l’Occidente sta conducendo non solo contro i governi, ma contro i popoli, contro la dignità umana.

Medio Oriente, Ucraina e altri focolai: un unico fronte

Israele, spalleggiata senza remore da Washington e dalle cancellerie europee, ha trasformato Gaza in una distesa di rovine, ha ora puntato i suoi missili contro l’Iran e minaccia di espandere il conflitto al Libano. In parallelo, l’Ucraina continua a essere sacrificata sull’altare della strategia atlantica. Gli accordi di Minsk sono stati, come ormai ammesso dagli stessi protagonisti, solo una cortina di fumo per guadagnare tempo. Tempo per armare, addestrare, e infine scatenare la guerra contro Mosca.

Ma non finisce qui. I focolai si moltiplicano in silenzio. Dallo Yemen martoriato dai bombardamenti sauditi con armi occidentali, alla Somalia dimenticata, dalla Siria ancora sotto attacco, al Sahel destabilizzato da anni di operazioni francesi fallimentari e neocoloniali, fino all’Asia sudorientale, dove cresce la pressione militare su Taiwan e il Mar Cinese Meridionale. Siamo di fronte a un’escalation globale, a una proliferazione di guerre dirette o per procura, alimentate da interessi geoeconomici e dalla paranoia securitaria dell’Occidente.

Tutto è guerra, e tutto è funzionale a un unico obiettivo: impedire la nascita di un ordine mondiale multipolare che possa sottrarsi al giogo dell’impero.

Israele e il culto della morte

L’ultima fase di questa guerra sistemica ha assunto i tratti di un delirio teologico-ideologico. Il devastante attacco all’Iran da parte del governo sionista, psicopatologico nella sua concezione etno-suprematista della storia, non è solo un’operazione militare. È la dichiarazione esplicita di un culto della morte. Un’offensiva genocida che ha come obiettivo l’annientamento dell’altro, non la sua sconfitta. Un attacco chirurgico alla leadership politica e militare iraniana, mirato a decapitare lo Stato e a provocarne il collasso.

Tutto questo è avvenuto con il pieno coordinamento del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che non solo ha dato il via libera all’operazione, ma l’ha anche rivendicata pubblicamente con il suo stile sgrammaticato e infantile. Dietro i suoi post sconclusionati, si cela una strategia glaciale: non trattate, non negoziate, non opponetevi. Accettate il mio accordo o morite.

È lo stesso schema che portò all’assassinio di Qassem Soleimani nel 2020, mentre era in missione diplomatica. È la stessa logica dietro l’eliminazione sistematica dei vertici dell’IRGC e della leadership iraniana, inclusa la misteriosa morte del presidente Raisi e del ministro degli Esteri Abdollahian. È il medesimo copione: colpire, umiliare, sradicare, piegare. Costruire un cambio di regime con il sangue e le macerie.

Un attacco a Teheran significa minacciare direttamente la sopravvivenza dell’intero asse eurasiatico. È una guerra preventiva contro i BRICS, una mossa disperata per impedire l’integrazione economica tra Russia, Cina, Iran, India e America Latina. Il vero obiettivo è spezzare il cuore energetico e geopolitico del Sud globale.

Una guerra preventiva contro i BRICS

L’attacco all’Iran non è soltanto un’aggressione regionale. È parte di una guerra preventiva globale contro il nucleo energetico e strategico dei BRICS. Teheran, infatti, è al centro di corridoi logistici, infrastrutturali ed economici fondamentali per la nuova architettura multipolare eurasiatica, come il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC) che connette Iran, Russia e India. Distruggere l’Iran significa minare alla base la connessione tra i tre poli orientali che sfidano la centralità atlantica.

Chiudere lo Stretto di Hormuz, minaccia sempre più concreta, equivarrebbe a un colpo devastante per l’economia globale e segnerebbe la fine della pax petrolifera occidentale. Per questo l’Iran è stato addormentato con false trattative, sedato da promesse diplomatiche, poi colpito quando era più vulnerabile.

Washington, ancora una volta, ha scelto il caos come strategia. E ora siamo sull’orlo del baratro.

Il mito di Trump “pacificatore”

A chi si illudeva che la rielezione di Donald Trump potesse rappresentare una frenata al conflitto globale, i fatti stanno dando una risposta brutale. L’ex tycoon non ha alcuna intenzione di disinnescare l’ordigno planetario innescato dal complesso militare-industriale. Anzi, la sua retorica aggressiva e il suo sostegno incondizionato a Netanyahu stanno contribuendo ad accelerare il collasso del sistema internazionale.

Trump rappresenta, in realtà, la maschera populista dello stesso potere guerrafondaio che oggi domina l’Occidente. Un potere che non conosce dissenso interno, che ha annientato ogni residuo di autonomia politica nelle capitali europee, ridotte a eco sbiadite della Casa Bianca. Anche laddove emergono tensioni tattiche tra Washington, Berlino, Varsavia o Bruxelles, il fine strategico resta lo stesso: mantenere l’egemonia con ogni mezzo, anche quello del terrore.

Il riarmo europeo e la logica dell’apocalisse

Nel marzo scorso, il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che dovrebbe far tremare ogni sincero pacifista: un piano di riarmo colossale, che prepara il continente a un conflitto su larga scala non solo con la Russia, ma anche con chiunque sfidi l’unilateralismo occidentale. L’Iran, la Cina, la Corea del Nord, la Bielorussia: tutti “nemici ufficiali” di un’Unione che ha ormai abbandonato ogni pretesa di autonomia diplomatica, trasformandosi in una succursale bellica della NATO.

Il riarmo non è un’opzione, ma una scelta ideologica. Significa sottrarre risorse alla sanità, all’istruzione, alla riconversione ecologica, per investirle nei missili, nei tank, nei droni armati. È la costruzione metodica di una guerra totale che, se non fermata, ci condurrà dritti verso l’autodistruzione.

Contro il blocco della menzogna

Non si può invocare la pace senza schierarsi. Chi oggi si limita a generiche dichiarazioni pacifiste senza denunciare il ruolo della NATO, dell’Unione Europea, degli Stati Uniti, e del sionismo aggressivo di Israele, mente o si autoinganna. Il vero fronte della pace è quello che dice no all’Occidente guerrafondaio, che si oppone al blocco della menzogna e dell’inganno, che smaschera la propaganda di guerra mascherata da informazione.

Questo fronte deve essere ampio, popolare, determinato. Deve includere lavoratori, giovani, intellettuali non allineati, migranti, donne, popoli oppressi. È il tempo di costruire una nuova resistenza planetaria che metta al centro la giustizia e la sopravvivenza, non il dominio e l’annientamento.

Ultima chiamata per l’umanità

L’intero pianeta oggi è ostaggio di un culto della morte. Un culto che si manifesta con un disprezzo assoluto per la vita umana, per il diritto internazionale, per la verità storica. Un culto armato fino ai denti, con accesso illimitato alla potenza nucleare, guidato da fanatici messianici che si autoproclamano “scelti” e considerano chiunque altro un “amalek”, un nemico da annientare.

La guerra non è più una possibilità. È una realtà. La domanda non è se arriverà, ma come e quando finirà. E la risposta, oggi più che mai, dipende da noi.

O reagiamo, o scompariamo.

L’ombra lunga del secolo breve: il progetto imperiale dietro la Terza Guerra Mondiale

C’è un filo rosso — insanguinato — che lega Hiroshima a Gaza, Baghdad a Teheran, Belgrado a Kiev. Un filo che attraversa il secolo breve, lo supera, e giunge fino a noi, in questo presente dove l’odore di carne bruciata si mescola con l’odore di propaganda. È il filo della guerra permanente, del dominio imperiale, della strategia dello shock elevata a sistema globale.

Quello che oggi viviamo non è un conflitto improvviso, ma l’ultimo atto di una guerra iniziata da tempo. La chiamano Terza Guerra Mondiale, ma in realtà è la prosecuzione della Seconda con altri mezzi e nuovi algoritmi. È la guerra del capitale contro ogni resistenza, la guerra dell’Occidente declinante contro chiunque osi alzare la testa. Un progetto che ha radici antiche, ma che ha trovato nel 1989 — anno simbolo della “fine della storia” — il suo trampolino finale.

Dalla Guerra Fredda al dominio unipolare

Dopo la caduta del Muro di Berlino, il mondo avrebbe potuto imboccare la via della cooperazione multipolare. E invece è stata scelta la strada del dominio unipolare: gli Stati Uniti, autoproclamatisi “poliziotti del mondo”, hanno deciso che ogni ostacolo alla loro egemonia doveva essere rimosso, con le buone o — quasi sempre — con le cattive.

La dottrina Wolfowitz, scritta nei primi anni ’90, fu chiara: impedire l’ascesa di qualsiasi potenza rivale, a qualunque costo. E così cominciò l’assalto. Prima la Jugoslavia, bombardata nel 1999 in nome dell’“intervento umanitario”. Poi l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, la Siria. Ogni Paese che tentava di mantenere una sovranità autonoma, veniva etichettato come “dittatura” e aggredito in nome della libertà. Gli eserciti della NATO diventavano crociati laici del nuovo ordine globale.

Nel frattempo, Israele — partner strategico mai discusso — la più grande base militare americana del mondo abitata anche da civili- portava avanti il suo progetto coloniale in Palestina, sotto la copertura permanente degli Stati Uniti e del silenzio europeo. Una lunga operazione di pulizia etnica e annientamento dell’identità palestinese, ora accelerata verso l’obiettivo finale: la totale cancellazione della possibilità di uno Stato palestinese.

Il documento “Clean Break” e la strategia sionista

Nel 1996, un gruppo di neoconservatori statunitensi guidati da Richard Perle consegnò a Netanyahu un piano dettagliato: A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm. Un documento programmatico che prevedeva il rovesciamento dei regimi ostili in Medio Oriente (Iraq, Siria, Iran), la rottura con i processi di pace di Oslo, la supremazia assoluta di Israele nella regione. Quel documento non è rimasto lettera morta: è diventato la stella polare della politica israeliana degli ultimi trent’anni.

Quello che oggi vediamo accadere in Iran — l’operazione “Leone Nascente” — è la prosecuzione di quel disegno. Non c’entra la minaccia nucleare, come ipocritamente sostengono i governi occidentali: c’entra il controllo del Medio Oriente, lo smantellamento di ogni opposizione, la ridefinizione geopolitica della regione sotto il tallone di ferro israelo-statunitense.

L’Europa ridotta a colonia

E l’Europa? Ridotta a colonia intellettuale e militare degli Stati Uniti. Un continente che ha svenduto la propria autonomia strategica in cambio di sicurezza immaginaria. Dal silenzio complice sul genocidio a Gaza all’invio continuo di armi in Ucraina, passando per l’appoggio incondizionato a ogni provocazione israeliana: la UE è ormai un vassallo senza orgoglio. E l’Italia, nel suo piccolo, è la caricatura di questa sottomissione: Tajani, Meloni, Crosetto si muovono come comparse, recitando battute scritte altrove.

Il ministro degli Esteri parla di “diritto alla difesa preventiva”, la premier si allinea a Trump offrendo Roma come teatro di finte trattative, mentre le navi italiane pattugliano i mari come guardie private dell’impero. Nessuno osa dire la verità: che siamo complici di un crimine internazionale, che stiamo alimentando una guerra globale dalle conseguenze potenzialmente apocalittiche.

La dottrina dell’annientamento: Hiroshima 2.0

Siamo entrati in una fase nuova e tragica. Quella in cui non si cerca più la pace, ma la vittoria finale. E per ottenerla, i nostri “alleati” sono pronti a tutto, persino all’uso dell’arma atomica. Lo ha detto chiaramente Netanyahu: l’Iran non deve esistere come potenza nucleare. Ma chi ha nominato Israele giudice supremo del mondo? Chi ha stabilito che possa uccidere generali, scienziati, politici, a migliaia di chilometri da casa, con bombe guidate da intelligenza artificiale? Chi ha dato il via libera a questo omicidio di massa?

La verità è che ci stiamo avvicinando a una nuova Hiroshima. Una Hiroshima digitale, chirurgica, normalizzata. Dove le testate sono lanciate da droni invisibili, dove le vittime non sono mai contate, e dove l’opinione pubblica è narcotizzata da media che parlano solo di “attacchi mirati”, “operazioni preventive”, “minacce alla sicurezza”. Linguaggio da film distopico che è diventato realtà quotidiana.

L’ora più buia dell’umanità

Non siamo più in tempo per scongiurare la guerra. Ci siamo già dentro. Ma possiamo ancora scegliere da che parte stare. Possiamo ancora alzare la voce, gridare che questo sistema è marcio, assassino, terminale. Possiamo ancora rifiutare la logica perversa del dominio, dello sterminio programmato, della civiltà costruita sulle macerie altrui.

Oppure possiamo accettare tutto. Rassegnarci. Fingere che non ci riguarda. Lasciar fare ai “grandi”, come se la loro follia non portasse anche noi al macello.

Ma allora non meriteremo neanche di essere ricordati. Saremo i testimoni muti della fine, gli ultimi cittadini dell’Impero, gli idioti digitali del collasso.

E invece, io continuo a credere che ci sia un’altra strada. Una strada di resistenza, di verità, di insubordinazione morale e culturale. Perché se è vero che stiamo vivendo l’ora più buia, è proprio ora che dobbiamo accendere la nostra luce.

Il fuoco globale acceso dai pazzi: la Terza Guerra Mondiale è già cominciata

Ci avevano detto che sarebbe bastato votare, parlare, pregare. Ci avevano illuso che la diplomazia, anche zoppa, sarebbe bastata per scongiurare l’abisso. Invece siamo già dentro. In un conflitto mondiale a pezzi, disseminato come una bomba a grappolo sull’intero pianeta. Un conflitto che ha smesso da tempo di essere un rischio e si è trasformato in certezza. È la Terza Guerra Mondiale, e non è più alle porte: ci dorme accanto.

Le prime avvisaglie erano state ignorate, minimizzate, addomesticate. La retorica della de-escalation, sbandierata a ogni summit, era soltanto un paravento, un velo ipocrita dietro cui si preparavano le mappe dei bombardamenti, le liste di obiettivi umani, le rotte dei droni assassini.

Israele ha colpito. Ancora. Ma questa volta non si è limitato alla Palestina, martoriata e ridotta in polvere da mesi. Ha attaccato direttamente l’Iran, scatenando un’operazione che non è altro che un atto di guerra su scala totale. Duecento obiettivi militari colpiti, vertici militari decapitati, laboratori nucleari distrutti, centinaia di morti. Un’escalation che ha innescato la risposta iraniana, con piogge di missili su Gerusalemme e Tel Aviv. Non servono esperti militari per capire dove stiamo andando: verso il baratro, senza freni, senza morale, senza futuro.

E non c’è innocenza nei governi occidentali. Non c’è ingenuità, ma solo complicità. Gli Stati Uniti sapevano, hanno collaborato, hanno benedetto l’operazione come parte di un disegno più ampio, antico, studiato. Trump gioca al negoziatore di pace mentre stringe la mano insanguinata di Netanyahu. L’Italia, da parte sua, si è schierata senza ambiguità: sostiene Tel Aviv, giustifica l’aggressione definendola “preventiva”, difende “l’esistenza di Israele” come se questo bastasse a legittimare ogni massacro, ogni sterminio, ogni crimine di guerra.

Giorgia Meloni, senza vergogna, offre Roma come tavolo di trattativa tra chi bombarda e chi è bombardato. Non una parola sull’illegalità dell’attacco, non una condanna, non un gesto di indipendenza. Solo la coda tra le gambe e il cappello in mano. La diplomazia italiana è una farsa, un ingranaggio nella macchina di morte a stelle e strisce. E l’Unione Europea? Un guscio vuoto, balbettante, privo di visione, servo delle strategie atlantiche.

È finita. O meglio: è iniziata. L’era della guerra perenne, come l’avevano teorizzata i think tank neocon, ha messo radici nella realtà. Come dice Jeffrey Sachs, non stiamo più giocando con la politica: stiamo giocando con i fiammiferi. I nostri governi — italiani, europei, americani — sembrano bambini incoscienti che bruciano mappe e diplomazie sul tavolo della Storia, incuranti del fatto che il mondo sta per prendere fuoco del tutto.

La cosiddetta “guerra contro il terrorismo” si è trasformata nella guerra contro l’umanità. E non c’è luogo in salvo. La Palestina è già rasa al suolo. L’Iran è colpito al cuore. Il Libano attende il suo turno. L’Ucraina è diventata il laboratorio bellico permanente della NATO. La Russia è incastrata nel pantano. La Cina è sotto tiro con l’embargo tecnologico e l’accerchiamento militare. E nel frattempo, milioni di esseri umani vengono sacrificati come comparse silenziose in questo teatro di morte.

Non c’è più tempo per le analisi tiepide. Non c’è spazio per i “ma anche”, per le sfumature complici, per la viltà intellettuale. O si è dalla parte della vita o si è dalla parte dell’estinzione.

Oggi il mondo è ostaggio di una manciata di criminali che, in nome di un disegno imperiale vecchio di decenni, stanno portando l’umanità verso l’irrimediabile. E il popolo? Ipnotizzato, addomesticato, bombardato da una stampa che ripete le bugie del potere con zelo religioso. Non alza lo sguardo. Non protesta. Non si ribella. Come nel film Don’t Look Up, ma con una differenza tragica: l’asteroide non è metafora, è reale. E sono missili, testate, armi atomiche, soldati, bombe all’uranio impoverito. E noi, noi tutti, chiusi nei rifugi del nostro silenzio, stiamo già morendo. Prima ancora del colpo finale.

Per questo oggi bisogna gridarlo con forza, con coraggio, con disperata lucidità: siamo in pericolo. Tutti. Umani, animali, piante, mari, montagne, civiltà. Il pianeta è sull’orlo dell’autodistruzione e i governi non vogliono fermarsi. Anzi, accelerano. Per avidità, per potere, per delirio.

Noi che vediamo, che sentiamo, che pensiamo, dobbiamo scegliere. Non c’è più tempo per le mezze misure. O si sta con l’umanità o con il disumano. O si accende la coscienza oppure si finisce tra le macerie.

È il tempo dell’insubordinazione morale. È il tempo della verità. È il tempo della resistenza.