Il sonno della sinistra genera mostri

Mentre la marea nera dilaga sull’Occidente, l’opposizione rinuncia alla giustizia sociale e lascia campo libero ai nuovi fascismi. Il 25 aprile diventa rituale vuoto, se non torna a essere un programma di trasformazione.

Alla vigilia della Festa della Liberazione, mentre le lapidi dei partigiani caduti attendono un fiore e la memoria civile dovrebbe risuonare più forte, a Napoli si riunisce il gran consiglio della galassia nera. CasaPound, Rete dei Patrioti, Veneto Fronte Skinheads, Brescia ai Bresciani: i nuovi apostoli della «remigrazione» si confrontano su un progetto di deportazione di massa a base etnico-razziale, teorizzano un piano di sostituzione dei bianchi, invocano il sangue italiano come confine invalicabile della cittadinanza. Parlano come Julius Evola, si vestono come influencer, ragionano come burocrati del Terzo Reich. Ma nessuno sembra davvero scandalizzato. I quotidiani registrano, qualche editoriale si indigna, un comunicato del centrosinistra scivola nei notiziari del pomeriggio. E poi il silenzio, il rituale del consumo mediatico dell’orrore, l’assuefazione.

Ecco il punto che occorre nominare, perché è il nodo politico e culturale del nostro tempo: non è soltanto la destra nera a spaventare. È il vuoto che la sinistra ha lasciato dietro di sé. È l’opposizione che non oppone. È la democrazia svuotata dall’interno, prima ancora che assediata dall’esterno. Interrogare i nuovi fascismi senza interrogare il fallimento dell’antifascismo istituzionale è un esercizio di ipocrisia che non possiamo più permetterci.

L’internazionale nera e la crisi di un’epoca

L’onda non è italiana. È planetaria. Negli Stati Uniti Donald Trump ha inaugurato la propria seconda amministrazione con una raffica di decreti sull’immigrazione che hanno trasformato le strade delle metropoli in terreno di caccia per le squadre della Immigration and Customs Enforcement. Bambini portati via da scuola, famiglie spezzate, centri detentivi che riaprono in Texas e in Arizona, la Guardia Nazionale mobilitata contro manifestanti e università in rivolta. In Germania l’Alternative für Deutschland è ormai il secondo partito del paese, mentre Alice Weidel parla apertamente di remigrazione come politica di Stato. In Francia il Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella prepara la scalata all’Eliseo, mentre la rete di Éric Zemmour dà la caccia ai giornalisti critici e ai professori universitari. In Ungheria Viktor Orbán ha trasformato il parlamento in un’assemblea di plastica, il potere giudiziario in un’appendice dell’esecutivo, la stampa in un coro. In Argentina Javier Milei, con la motosega in mano, smonta il sistema pubblico di istruzione e sanità mentre nega i crimini della giunta militare. In Israele il governo Netanyahu porta avanti una guerra di annientamento a Gaza che la Corte internazionale di giustizia ha definito plausibilmente genocidaria, trascinando con sé gli alleati occidentali in una corresponsabilità storica che segnerà per decenni la credibilità morale dell’Europa.

Non si tratta di episodi isolati. Si tratta di un movimento tettonico, di una nuova configurazione del potere globale che Antonio Gramsci, se fosse tra noi, riconoscerebbe come interregno: quello spazio storico in cui il vecchio muore e il nuovo non può ancora nascere, e in cui, scriveva, «si verificano i fenomeni morbosi più svariati». I nuovi fascismi sono precisamente questo: il sintomo morboso di un mondo che ha smarrito la propria direzione, di un capitalismo finanziario incapace di garantire dignità e futuro, di una globalizzazione che ha prodotto disuguaglianze oscene e abbandonato interi territori, intere generazioni, interi popoli sul fondo del barile. Non sono un incidente della storia. Sono la risposta reazionaria a una crisi strutturale, la valvola di sfogo per rabbie sociali reali che la sinistra non ha più saputo rappresentare.

Il budello nero dell’ideologia razzista

Ciò che accade a Napoli non è folklore di provincia. È l’emersione, senza più pudori, del nucleo duro della dottrina suprematista: l’idea che esista una stirpe pura, che il sangue contenga il destino della nazione, che l’altro sia contaminazione. Il linguaggio è aggiornato, ma la grammatica è quella del 1938, delle leggi razziali fasciste, dei manifesti della razza redatti nei ministeri di Mussolini. «Meticcio», «imbastardimento», «identità nazionale da difendere»: queste parole non escono dagli archivi, riemergono dai profili social dei militanti e dai disegni di legge depositati in parlamento da esponenti del centrodestra di governo.

Il paradosso si fa insopportabile quando ministri ed ex ministri della Repubblica avallano, con il loro silenzio o con la loro presenza, simili assemblee. Quando un generale prestato alla politica come Roberto Vannacci dichiara che i giovani nati in Italia da genitori africani non sono assimilabili alla cultura nazionale, e il suo partito lo elegge in Europa con centinaia di migliaia di preferenze. Quando esponenti di primo piano del centrodestra siedono in convegni che parlano apertamente di riconquista della razza italiana senza che la presidente del Consiglio, custode pro tempore delle istituzioni repubblicane, ritenga di pronunciare una sola parola di dissociazione. La normalizzazione del linguaggio razzista è il primo passo di ogni regime autoritario: la pedagogia tossica che prepara il terreno alle politiche repressive successive, che abitua l’opinione pubblica a considerare normale ciò che fino a ieri era inaccettabile, che sposta il confine del dicibile fino a includere nel perimetro democratico quello che la Costituzione esplicitamente esclude.

È qui che dovrebbe levarsi, alta e ferma, la voce dell’antifascismo costituzionale. La nostra Costituzione, scritta nel sangue della Resistenza, riconosce all’articolo 3 l’uguaglianza «senza distinzione di razza». Ripete, nella XII disposizione transitoria, il divieto di ricostituzione del partito fascista. Ma la Costituzione non si autodifende: ha bisogno di un popolo che la incarni, di istituzioni che la facciano vivere, di una sinistra che la abiti politicamente, non soltanto liturgicamente. E proprio qui si apre la ferita più profonda del nostro presente.

L’assenza dell’opposizione

Cosa fa oggi l’opposizione parlamentare, mentre a Napoli si riuniscono i teorici della deportazione? Produce comunicati. Chiede la dissociazione della premier. Invita i cittadini alle manifestazioni del 25 aprile. Tutto legittimo, tutto necessario, tutto drammaticamente insufficiente. Perché il problema non è soltanto impedire che i nuovi fascisti occupino il potere formale: è privarli del consenso che li nutre. E questo consenso non nasce dal nulla. Nasce nei ceti popolari impoveriti, nella classe operaia tradita, nella piccola borghesia precarizzata, nei territori abbandonati, tra i giovani senza futuro. Nasce lì dove la sinistra, da trent’anni, ha smesso di essere presente.

La verità scomoda, che la sinistra italiana ed europea ancora fatica ad ammettere, è che l’onda nera si nutre delle macerie del compromesso neoliberale. Dal Jobs Act alla Buona Scuola, dai governi Prodi ai gabinetti di Matteo Renzi, l’area progressista ha abbracciato, con varie gradazioni, l’agenda del mercato, della flessibilità, del taglio del welfare, della liberalizzazione. Ha gestito, non trasformato. Ha moderato, non combattuto. Ha accompagnato la precarizzazione del lavoro invece di opporvisi. Ha assistito al trasferimento di ricchezza dal basso verso l’alto senza tentare la ricomposizione. Ha seppellito il lessico del conflitto di classe sotto il mantra della governabilità e della responsabilità europea. E quando le classi popolari hanno cercato una rappresentanza al proprio disagio, hanno trovato soltanto la destra ad ascoltarle, con le sue risposte reazionarie, false, velenose, ma emotivamente presenti, pronte a indicare nel migrante, nel povero, nel diverso il responsabile di un impoverimento che invece ha altre cause, perfettamente identificabili nei bilanci delle grandi imprese e nei rapporti Oxfam sulla concentrazione della ricchezza.

I dati parlano un linguaggio inequivocabile. In Italia l’affluenza alle urne scende a ogni tornata, con il deserto elettorale che copre soprattutto le periferie metropolitane e il Mezzogiorno. Chi non vota non è un cittadino ingrato: è un cittadino deluso, tradito, che percepisce la politica come un affare altrui. La sinistra, che un tempo era il partito dei senza partito, oggi rappresenta prevalentemente i ceti medi istruiti delle grandi città, mentre i quartieri operai e le campagne scivolano a destra o nell’astensione. Persino la recente vittoria del No al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, con il suo cinquantaquattro per cento e il sorprendente cinquantanove per cento di affluenza, ha mostrato che la mobilitazione civile esiste ancora. Ma quella mobilitazione si è consumata in una battaglia difensiva, non ha prodotto un progetto politico alternativo, non ha spostato gli equilibri materiali del paese. Questa è la voragine che la retorica antifascista, da sola, non può colmare.

L’antifascismo come questione sociale

L’antifascismo dei partigiani non era una postura morale: era un progetto di trasformazione sociale. Quando Giorgio Marincola, italo-somalo medaglia d’oro della Resistenza, rispondeva ai suoi torturatori delle SS che patria significa libertà e giustizia per i popoli del mondo, non pronunciava una formula retorica. Stava dicendo che la sola patria degna era quella dell’uguaglianza, del lavoro, dei diritti, della pace. Quando Tina Anselmi, partigiana e poi prima ministra della Repubblica, affermava che la democrazia è giustizia, rispetto della dignità umana, tranquillità per i vecchi e speranza per i figli, descriveva un programma politico preciso, non un’invocazione etica generica.

È questo lo scarto culturale che manca all’opposizione odierna. Contrastare il fascismo significa costruire le condizioni materiali che lo rendono impossibile. Significa politiche concrete, misurabili, radicali. E significa avere il coraggio di nominare, uno a uno, i terreni su cui quella battaglia si gioca davvero.

Sanità pubblica: la prima trincea

Il Servizio sanitario nazionale, fiore all’occhiello della Repubblica e conquista della stagione riformatrice del Novecento, è stato definanziato per decenni e oggi mostra ferite drammatiche: liste d’attesa di mesi per esami oncologici, migrazione sanitaria dal Sud al Nord, morti evitabili nei pronto soccorso intasati, medici e infermieri in fuga verso la Svizzera o il settore privato, studi di medicina generale chiusi per mancanza di medici di famiglia. Circa dieci miliardi di euro all’anno in meno rispetto alla media europea, mentre il governo Meloni annuncia aumenti massicci della spesa militare per adeguarsi ai desiderata della NATO, con l’obiettivo del due per cento del Pil e l’ipotesi di spingersi ancora oltre. È così che si seppellisce la Repubblica: sottraendole le istituzioni che la rendono abitabile per chi non ha patrimoni, dirottando risorse verso il riarmo mentre le cittadine partoriscono in corridoi d’ospedale e gli anziani muoiono in attesa di un’ecografia. Un’opposizione degna di questo nome dovrebbe fare della sanità la propria battaglia quotidiana, non solo nei convegni, ma nei territori, accanto ai comitati per la difesa degli ospedali, con una proposta chiara di ripubblicizzazione e rifinanziamento.

Scuola, università, cultura: il perimetro della democrazia

La scuola italiana è la più grande agenzia di costruzione di cittadinanza democratica, e proprio per questo la destra la detesta e la sabota. Dirigenti umiliati, stipendi tra i più bassi d’Europa, dispersione scolastica al dodici per cento con punte del venti per cento nel Mezzogiorno, università trasformate in azienducole ossessionate dagli indici bibliometrici, ricercatori precarizzati a vita, dottorandi sottopagati, personale tecnico dimezzato. La riforma Valditara sulle competenze non tecniche e il taglio degli insegnamenti di storia e geografia non sono errori: sono scelte coerenti con un disegno che vuole produrre lavoratori docili, non cittadini critici. Senza un massiccio investimento pubblico sulla scuola, sulla formazione permanente, sulla cultura diffusa, non c’è anticorpo possibile contro il virus xenofobo. Gli studenti che non leggono, che non discutono, che non conoscono la storia del Novecento e il volto reale del fascismo, saranno il pubblico naturale della prossima demagogia. L’antifascismo si trasmette tra banchi di scuola, in biblioteche pubbliche, in cinema di quartiere, in laboratori teatrali, non soltanto nei cortei del 25 aprile.

Salario, lavoro, casa: la materia prima della libertà

I salari italiani sono gli unici, nell’intera Unione europea, a essere diminuiti in termini reali negli ultimi trent’anni. Sette milioni di lavoratori sotto la soglia dei nove euro lordi all’ora, contratti collettivi scaduti da anni, appalti al massimo ribasso, morti sul lavoro a una media vicina alle tre unità al giorno. Il governo rifiuta il salario minimo legale, i padronati si oppongono al rinnovo dei contratti, la riforma fiscale premia le rendite e tassa i redditi da lavoro. L’operaio, il rider, la badante, la commessa, il magazziniere, il bracciante: sono loro la prima linea che il fascismo cerca di arruolare, promettendo nemici fittizi al posto di salari reali. Restituire salario, restituire diritti, restituire tempo di vita significa togliere terreno ai demagoghi. E non è un caso che proprio su questo fronte la sinistra istituzionale continui a balbettare, oscillando tra timide proposte di salario minimo e improvvisi cedimenti alle esigenze delle associazioni datoriali.

A completare il quadro, il diritto all’abitare. In un paese dove il canone medio assorbe quasi metà dello stipendio di un giovane, dove gli sfratti per morosità incolpevole si moltiplicano, dove l’edilizia residenziale pubblica è stata ridotta quasi a zero da decenni di politiche liberiste, parlare di democrazia è una beffa. Il diritto alla casa, presente nella Costituzione fra i doveri della Repubblica, è stato smantellato in nome della rendita immobiliare e della finanziarizzazione del mattone. E il disagio abitativo è il carburante della rabbia contro chi viene percepito come concorrente: l’immigrato, il rifugiato, il meticcio. Chi non costruisce case popolari, non argina la bolla degli affitti brevi, non tassa la seconda casa sfitta, non ha titolo per pronunciare invocazioni antifasciste il 25 aprile.

Pace: la cifra internazionalista dell’antifascismo

Non si costruisce un’opposizione credibile al fascismo partecipando, con qualche balbettio più o meno critico, al riarmo europeo e alla complicità con il massacro di Gaza. L’antifascismo del Novecento era internazionalista: solidarizzava con i popoli oppressi, denunciava il colonialismo, cercava la pace come frutto della giustizia. L’antifascismo di oggi, se vuole essere credibile, deve riconoscere che la guerra è il laboratorio dei fascismi, che il culto della nazione armata è il primo passo verso il disprezzo dell’umanità altrui, che il sostegno incondizionato a un governo come quello di Netanyahu è incompatibile con i valori della Resistenza. Non si onora la memoria di chi morì per la libertà inviando armi a governi che bombardano ospedali e scuole, firmando memorandum di cooperazione militare con apparati sotto inchiesta internazionale per crimini di guerra, convertendo la spesa pubblica in spesa bellica mentre le famiglie italiane faticano a fare la spesa. La pace non è un’ingenuità pacifista: è la condizione di possibilità stessa della democrazia sociale. Un’opposizione che tace su Gaza, che avalla il riarmo senza dibattito, che si accoda supinamente alle scelte della NATO, ha già perso la propria funzione storica.

La responsabilità delle forze di opposizione

Le forze di opposizione, dal Partito Democratico al Movimento Cinque Stelle, dall’Alleanza Verdi e Sinistra alle reti civiche e popolari che ancora resistono nei territori, devono interrogarsi senza anestesie. Stanno costruendo un’alternativa reale, o si limitano a gestire la propria sopravvivenza elettorale? Stanno parlando ai ceti popolari con il linguaggio dei loro bisogni, o continuano a rivolgersi alle proprie bolle sociali con argomenti autoreferenziali? Hanno il coraggio di rompere con il paradigma neoliberale che ha prodotto questa crisi, o pensano di poterla cavalcare con ritocchi di tonalità e qualche slogan verde? La risposta non può più essere rinviata. Il tempo del dibattito congressuale permanente è scaduto. Ogni giorno perduto in schermaglie interne è un giorno regalato alla destra neofascista, un’ulteriore spallata al corpo democratico del paese.

I nuovi fascismi non si sconfiggono nelle piazze ornate di bandiere il 25 aprile, pur necessarie, se le politiche quotidiane di quella stessa area politica ignorano la sanità pubblica, tollerano la precarietà, accompagnano il riarmo, tacciono su Gaza, non investono sulla scuola, non tassano i patrimoni, non costruiscono alloggi popolari, non affrontano la crisi climatica con una transizione ecologica giusta. La memoria antifascista non è una bandiera da issare nelle ricorrenze: è un programma politico da attuare ogni giorno. E il fatto che esperienze come Volere la Luna, Azione Civile, il Fronte Costituzionale e Popolare, le reti sociali e sindacali di base continuino a elaborare proposte concrete mentre i partiti tradizionali restano avvitati sui propri riti interni, dice qualcosa di profondo sullo stato di salute della rappresentanza politica in Italia.

Il dovere della memoria, il compito del presente

Le democrazie muoiono nel silenzio, hanno scritto Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, non nel frastuono dei colpi di Stato: muoiono per erosione, per consuetudine, per indifferenza, per la lenta anestesia dei corpi sociali. L’Italia di oggi è un paese che ha ancora tutti gli anticorpi per resistere, perché porta nel proprio tessuto costituzionale la traccia indelebile della Resistenza. Ma quegli anticorpi vanno riattivati politicamente, non soltanto celebrati ritualmente.

C’è un passaggio di Tina Anselmi che vale più di ogni proclama. Diceva che la politica non è il potere a qualunque prezzo. In quella frase c’è tutto ciò che la sinistra ha dimenticato. Il potere senza progetto è gestione, non trasformazione. Il potere senza giustizia è complicità, non opposizione. Il potere senza pace è corresponsabilità, non alternativa. Giorgio Marincola scelse di morire per una patria che non era un colore sulla carta geografica, ma una cultura di libertà. Quella patria oggi ci chiede di non arrenderci. Ci chiede una sinistra che ricominci a parlare la lingua dei lavoratori, dei giovani disoccupati, delle donne sfruttate, dei migranti sfruttati, degli anziani soli, degli studenti senza futuro. Una sinistra che torni nelle periferie, nelle fabbriche, nei quartieri popolari, nei paesi spopolati dell’entroterra, nelle case di riposo, negli ospedali assediati. Una sinistra che smetta di chiedere voti e ricominci a costruire coscienza.

Solo allora l’antifascismo tornerà a essere ciò che fu nel 1945: non una formula rituale, ma un progetto di liberazione collettiva. Solo allora i convegni sulla remigrazione perderanno il loro pubblico, perché le classi popolari non avranno più bisogno di capri espiatori per spiegarsi la propria rabbia. Solo allora la Costituzione smetterà di essere un oggetto da commemorare e tornerà a essere un programma da realizzare. Il 25 aprile non è una nostalgia. È un dovere. Ma è un dovere che si onora costruendo, ogni giorno, quella giustizia sociale senza la quale la libertà è un lusso per pochi, la sicurezza un’illusione per i ricchi, la democrazia una cerimonia vuota. In gioco non c’è soltanto la memoria. In gioco c’è il futuro del nostro paese, e la possibilità stessa che un’idea di civiltà resista ancora, in questa Europa che sembra aver smarrito la propria anima.

Fonti e riferimenti

· Fondazione Gimbe, Rapporto annuale sul Servizio Sanitario Nazionale, 2025.
· Istat, Rapporto annuale sulla situazione del paese, 2025.
· Osservatorio Inps e Inapp, dati su salari reali e contratti collettivi, 2025.
· Openpolis, Osservatorio sulla spesa militare italiana e sugli impegni NATO.
· Corte Internazionale di Giustizia, ordinanza del 26 gennaio 2024 nel caso Sudafrica contro Israele.
· Oxfam, Rapporto sulla disuguaglianza globale, 2025.
· Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino.
· Tina Anselmi, Storia di una passione politica, Sperling & Kupfer.
· Carlo Costa, Lorenzo Teodonio, Razza partigiana. Storia di Giorgio Marincola, Iacobelli editore.
· Steven Levitsky, Daniel Ziblatt, Come muoiono le democrazie, Laterza.
· Enzo Traverso, I nuovi volti del fascismo, Ombre Corte.
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
Licenza CC BY-NC-SA 4.0 ·

Dalla parola al pogrom: la scala di Allport, settant’anni dopo

Come il pregiudizio diventa politica, e come la politica diventa deportazione — dall’Europa della remigrazione alla Palestina della pena di morte

Nel 1954, lo psicologo statunitense Gordon W. Allport pubblicava The Nature of Prejudice, opera che ancora oggi costituisce la cornice teorica più lucida per comprendere come l’ostilità verso l’altro non sia un sentimento, ma un processo: un meccanismo a stadi, con soglie che si attraversano quasi senza accorgersene. Settant’anni dopo, mentre l’Europa occidentale ospita sulle tribune parlamentari conferenze sulla remigrazione e partiti di governo trasformano in norma il «rimpatrio assistito» come condizione per la retribuzione degli avvocati, mentre in Medio Oriente la Knesset israeliana legifera la pena di morte a bersaglio etnico e l’esercito rade al suolo interi villaggi tra Cisgiordania, Gaza e Libano meridionale, rileggere Allport non è un esercizio accademico. È un dispositivo di allarme civile. E l’allarme suona su tutti e cinque i gradini, contemporaneamente.

Chi era Gordon Allport

Gordon Willard Allport (Montezuma, Indiana, 11 novembre 1897 — Cambridge, Massachusetts, 9 ottobre 1967) è stato uno dei padri fondatori della psicologia sociale e della psicologia della personalità novecentesca. Insegnò ad Harvard dal 1930 fino alla morte, ricoprì la presidenza dell’American Psychological Association, diresse il National Opinion Research Center e fu per anni direttore del Journal of Abnormal and Social Psychology. Tra i suoi allievi figurano Jerome Bruner e Stanley Milgram, lo stesso Milgram che avrebbe documentato, nel celebre esperimento sull’obbedienza all’autorità, quanto sia facile per persone ordinarie infliggere sofferenza ad altri esseri umani quando un’istituzione lo consente.

L’American Psychological Association lo colloca all’undicesimo posto fra i cento psicologi più influenti del Novecento. La sua opera sul pregiudizio, basata anche sul lavoro condotto con rifugiati europei durante la Seconda guerra mondiale, non fu soltanto un libro di psicologia: fu un testo politico di riferimento per la stagione dei diritti civili, citato da Martin Luther King Jr. e da Malcolm X. Vendette oltre cinquecentomila copie entro il 1980, e resta in catalogo. Allport scriveva con il fumo dei forni crematori europei ancora fresco nell’aria, e con l’esperienza diretta del razzismo statunitense sotto gli occhi: il suo testo è contemporaneamente diagnosi clinica e dispositivo di vigilanza morale.

La scala del pregiudizio: cinque gradini verso l’abisso

Allport propone una scala a cinque livelli per misurare l’intensità del pregiudizio di un gruppo dominante (in-group) contro un gruppo minoritario (out-group). La potenza dell’intuizione non sta nell’elenco in sé, ma nell’idea di continuità: ogni gradino prepara il successivo, rendendolo pensabile, dicibile, infine eseguibile. Nessuno salta dalla normalità democratica al genocidio. Ci si arriva per scivolamenti successivi, ciascuno dei quali, preso isolatamente, appare ancora tollerabile.

Primo gradino — Antilocuzione

È il livello verbale: battute, stereotipi, «opinioni» espresse all’interno del gruppo dominante contro la minoranza. Il discorso d’odio (hate speech) ne è la forma estrema. Chi lo pratica si percepisce spesso come innocuo: sta «solo parlando», sta «solo dicendo come stanno le cose». In realtà l’antilocuzione è il terreno di coltura. Abitua l’orecchio, normalizza la disumanizzazione, apre lo spazio semantico a ciò che verrà dopo. Quando un vicepremier definisce un intero gruppo etnico o religioso come un problema in sé, o quando un ministro della Sicurezza nazionale esulta con lo champagne per una legge che consente di impiccare i palestinesi, non sta facendo satira: sta coltivando il primo gradino.

Secondo gradino — Evitamento

Il gruppo dominante si ritira. Non aggredisce: esclude. Cambia quartiere, cambia scuola, cambia locale. La separazione non produce ferite visibili, ma isolamento sociale, ghettizzazione, interruzione del contatto interpersonale che — come Allport stesso sottolineò nella celebre ipotesi del contatto — è l’antidoto più efficace al pregiudizio. L’evitamento è il pregiudizio che si fa topografia urbana. Prepara il terzo gradino perché, quando non si conosce più l’altro, è infinitamente più facile discriminarlo. Nel caso palestinese l’evitamento è stato architettato: muri di separazione, strade per soli coloni, checkpoint, Area A-B-C, linea blu, linea gialla. L’architettura dell’apartheid è evitamento reso struttura.

Terzo gradino — Discriminazione

Qui il pregiudizio diventa azione e, soprattutto, norma. Alla minoranza vengono negati diritti, opportunità, accesso al lavoro, alla casa, all’istruzione, alla giustizia. Gli esempi storici che Allport aveva sotto gli occhi sono le leggi Jim Crow negli Stati Uniti, l’apartheid sudafricano e le leggi di Norimberga del 1935 nella Germania nazionalsocialista. In Italia le leggi razziali del 1938 appartengono esattamente a questa soglia. Oggi il gradino della discriminazione si incarna in dispositivi più sofisticati: cittadinanza intesa non come diritto ma come appartenenza culturalmente certificata, permessi di soggiorno «a punti» legati a criteri di condotta, esclusione di fatto dai servizi, profilazione etnica nei controlli di polizia, subordinazione dei diritti procedurali all’adesione a programmi di rimpatrio. E, in forma estrema, una legge che riserva la pena capitale a una sola etnia: quella palestinese, come vedremo.

Quarto gradino — Attacco fisico

La violenza diventa pratica sociale tollerata o addirittura celebrata. Aggressioni, devastazioni di proprietà, incendi, linciaggi, pogrom. Allport, scrivendo nel 1954, aveva in mente i linciaggi dei neri negli Stati Uniti e i pogrom antisemiti europei. Non si tratta necessariamente di violenza di Stato: più spesso è violenza di gruppi organizzati, tollerata dalle autorità, legittimata dal clima culturale costruito nei tre gradini precedenti. La cronaca italiana ed europea degli ultimi anni — dalle ronde alle aggressioni contro migranti, richiedenti asilo, persone rom, persone LGBTQ+ — documenta un’espansione silenziosa di questo quarto livello. La cronaca della Cisgiordania documenta la sua forma sistemica: 1.732 episodi di violenza dei coloni nel periodo novembre 2024-ottobre 2025, secondo l’Alto Commissariato ONU per i diritti umani.

Quinto gradino — Sterminio

L’eliminazione fisica o l’espulsione sistematica del gruppo minoritario. Genocidio, pulizia etnica, deportazione di massa. Allport scriveva con la Shoah alle spalle, e non è un caso che il suo ultimo gradino contempli sia lo sterminio sia la «rimozione» del gruppo esterno. La distinzione è sottile, e il Novecento ci ha insegnato quanto sia labile il confine tra deportazione e annientamento. Il termine che l’estrema destra europea del 2026 usa per nominare, in forma eufemistica, questa soglia, è remigrazione. Il termine che il diritto internazionale usa per nominare ciò che accade a Gaza, nella Cisgiordania del «trasferimento forzato di massa» e nel sud del Libano della «bonifica dell’area», è: pulizia etnica.

Perché la scala di Allport parla al nostro presente

Per decenni la scala è stata studiata come strumento retrospettivo, chiave di lettura di catastrofi archiviate: la Germania del Terzo Reich, il Sudafrica dell’apartheid, la Bosnia degli anni Novanta, il Ruanda del 1994. Il presupposto implicito era che le democrazie liberali occidentali avessero ormai collocato gli ultimi due gradini fuori dal campo del pensabile. Questo presupposto oggi non regge più.

Negli Stati Uniti, la retorica della «grande sostituzione» è passata dai forum dell’alt-right ai comizi presidenziali; l’ICE opera rastrellamenti che colpiscono anche cittadini naturalizzati; Steve Bannon rivendica apertamente la necessità di «ripulire la città dagli insorti». In Germania, Alternative für Deutschland ha organizzato a Potsdam nel gennaio 2024 un incontro in cui si discuteva esplicitamente l’espulsione di massa di cittadini tedeschi di origine straniera considerati «non assimilati»: la stessa AfD che alle europee del 2024 ha superato il 16 per cento e che da allora ha continuato a crescere. In Francia, già nel 2022 Éric Zemmour proponeva un Ministero della Remigrazione; oggi la parola non scandalizza più una parte significativa degli elettori socialisti e macroniani. In Austria i «Patrioti» di Kickl sono al governo. In Italia, il 18 aprile 2026 Matteo Salvini ha riunito a Milano, in piazza Duomo, i Patrioti per l’Europa sotto lo slogan «Padroni a casa nostra», con la partecipazione di Geert Wilders e del ministro Valditara.

Nel frattempo, nel decreto Sicurezza (d.l. 24 febbraio 2026, n. 23), approvato dal Senato il 17 aprile 2026 e all’esame della Camera nei giorni della manifestazione, il Parlamento italiano ha introdotto con l’emendamento 30-bis una norma che prevede il pagamento di un compenso — stimato fra 615 e 625 euro — agli avvocati che «abbiano fornito assistenza al cittadino straniero nella fase di presentazione della richiesta di partecipazione a un programma di rimpatrio volontario assistito», erogabile solo «ad esito della partenza dello straniero», con uno stanziamento di 246 mila euro per il 2026 e 492 mila euro per il 2027 e altrettanti per il 2028. L’Unione delle camere penali italiane, l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione, l’Organismo congressuale forense, il Consiglio nazionale forense (che si è pubblicamente dissociato dal proprio presunto ruolo di soggetto erogatore) e l’Associazione nazionale magistrati hanno denunciato la norma come «incompatibile con la Costituzione» e lesiva dell’indipendenza dell’avvocatura; persino il Quirinale ha espresso rilievi di costituzionalità. Non è più retorica da piazza: è ingegneria legislativa del quinto gradino.

E nel frattempo, mentre l’Europa si interroga sulla «remigrazione», a poche ore di volo dalle nostre capitali la scala di Allport viene percorsa fino in fondo, e oltre. Gaza, Cisgiordania, sud del Libano: tre laboratori simultanei del quinto gradino, condotti da uno Stato che si definisce democratico e che dispone del sostegno militare, diplomatico ed economico delle maggiori democrazie occidentali. Capire la remigrazione senza guardare la Palestina significa non capire né l’una né l’altra.

La «remigrazione»: parola-grimaldello del quinto gradino

Genealogia di un eufemismo

Il termine «remigrazione» è entrato nel Vocabolario Treccani nel 2025, definito come «eufemismo per ritorno forzato di persone immigrate nel loro Paese d’origine». Non si tratta di rimpatrio volontario: si tratta di espulsione su larga scala di migranti, richiedenti asilo, residenti di lungo periodo e, nei casi più radicali, cittadini naturalizzati o nati in Europa ma considerati «non assimilati». Nel Novecento la parola era: deportazione.

La costruzione ideologica affonda le radici nella teoria della «grande sostituzione» formulata dallo scrittore francese Renaud Camus nel 2011, secondo la quale le popolazioni europee bianche e cristiane verrebbero sistematicamente rimpiazzate da immigrati non europei con la complicità delle élite. Lo stesso Governo italiano, sul proprio sito istituzionale, ha definito la «sostituzione etnica» come «un mito neonazista». Eppure quel mito è diventato piattaforma politica. I gruppi francesi Bloc Identitaire e Génération Identitaire importarono il termine dal partito belga di estrema destra Vlaams Belang attorno al 2011; l’austriaco Martin Sellner ne ha fatto il titolo di un volume-manifesto tradotto in italiano nel 2025 e offerto ai lettori, nel 2026, dal quotidiano La Verità e dal settimanale Panorama. La senatrice Julia Unterberger, in un’interrogazione al ministro Piantedosi, ha descritto Sellner come «una delle figure più pericolose dell’intera galassia neonazista e xenofoba». In Germania è stato bandito per i suoi legami con movimenti neonazisti.

Dall’estremismo al mainstream

Il salto di categoria avviene fra il 2022 e il 2024. Nel 2022 Éric Zemmour promette in campagna elettorale un Ministero della Remigrazione per rimpatriare centomila «stranieri indesiderati» all’anno. Alla fine del 2022, con l’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk e la riduzione dei controlli sui contenuti, figure precedentemente bandite dalla piattaforma — Sellner in testa — vi rientrano, e l’attività online sul tema esplode. Nel gennaio 2024 l’inchiesta di Correctiv sull’incontro segreto di Potsdam rivela il piano di espulsione di massa discusso da dirigenti AfD e attivisti identitari; centinaia di migliaia di persone manifestano nelle piazze tedesche, persino Marine Le Pen prende le distanze. Eppure il 17 maggio 2025 il primo «Remigration Summit» si tiene al Teatro Condominio di Gallarate, in provincia di Varese — dopo tre cancellazioni di sedi precedenti fra Milano, Busto Arsizio e Somma Lombardo — con circa 400 partecipanti paganti (biglietti da 49 a 250 euro) provenienti da tutta Europa. Al raduno partecipa in videocollegamento, come ospite d’onore, il vicesegretario leghista Roberto Vannacci: «La remigrazione non è uno slogan ma una proposta concreta».

Nel gennaio 2026 il deputato leghista Domenico Furgiuele organizza alla Camera dei deputati una conferenza stampa per il lancio della legge di iniziativa popolare «Remigrazione e Riconquista», promossa da un comitato che comprende il portavoce di CasaPound Luca Marsella e l’esponente dei Veneto Fronte Skinheads Ivan Sogari. La conferenza viene annullata solo dopo l’occupazione della sala stampa da parte di trentadue parlamentari dell’opposizione. Il 26 marzo 2026 il Parlamento europeo approva a maggioranza (389 sì, 206 no, 32 astenuti) il Regolamento Rimpatri, ribattezzato dai suoi critici «Regolamento Deportazioni», che introduce gli hub di rimpatrio sul modello dei centri italiani in Albania. Vannacci commenta in aula parlando di una remigrazione «iniziata in Europa». Il PPE, principale partito dell’emiciclo, consolida così un allineamento strutturale con le forze dell’estrema destra.

L’inganno linguistico e il tradimento costituzionale

La proposta italiana di legge di iniziativa popolare «Remigrazione e Riconquista», depositata in Cassazione il 17 gennaio 2026 dal Comitato promotore guidato dal portavoce di CasaPound Luca Marsella — e che secondo il sito ufficiale del comitato aveva raccolto al 16 aprile 2026 «quasi 150.000 firme, il triplo di quelle necessarie» — prevede l’abolizione dei flussi d’ingresso per motivi di lavoro, il «rafforzamento» dei rimpatri, l’espulsione dei «delinquenti», la confisca dei patrimoni di chi «specula sul traffico di uomini», il taglio dei fondi all’accoglienza, lo stop alle ONG e un «Patto di Remigrazione Volontaria» esteso anche agli stranieri regolari. Salvini, dopo la parziale partecipazione alla kermesse del 18 aprile (meno di 2.000 persone in piazza Duomo, un quarto dello spazio disponibile), ha rilanciato con la proposta di un «permesso di soggiorno a punti», sul modello della patente.

Il punto essenziale, come ha osservato il giornalista Valerio Renzi, è che non si parla più «solo» di cacciare gli irregolari: si tratta di espellere anche persone in possesso della cittadinanza italiana, francese o tedesca, ma considerate «non assimilabili» in quanto di origine straniera. «Il punto è ricostruire una presunta bianchezza della comunità nazionale, ripristinare il legame tra sangue e suolo». È il Blut und Boden che ritorna sotto forma di legge ordinaria. È la Costituzione repubblicana, articolo 3, che salta: «pari dignità sociale […] senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». È, per chi abbia letto Allport, il quinto gradino che viene tradotto in testo normativo.

Dal Giordano al Mediterraneo: quando la scala raggiunge il vertice

Se la remigrazione europea è la pulizia etnica immaginata, la Palestina è la pulizia etnica in atto. Il parallelo non è retorico: è strutturale. Le stesse categorie concettuali — «sostituzione», «non assimilabilità», «ripristino dell’omogeneità etnica», «sovranità culturalmente certificata», «legame tra sangue e suolo» — che alimentano il discorso identitario europeo sono le categorie operative con cui il governo Netanyahu, la coalizione di estrema destra che lo sostiene e il movimento dei coloni conducono, sotto gli occhi delle democrazie occidentali, un’operazione che l’Alto Commissariato ONU per i diritti umani non esita a descrivere come una «politica israeliana concertata di trasferimento forzato di massa in tutto il territorio occupato» che «solleva preoccupazioni di pulizia etnica».

Cisgiordania: trentaseimila espulsi in un anno

Il rapporto dell’Ufficio dell’Alto Commissariato ONU per i diritti umani, pubblicato nel marzo 2026 e relativo al periodo novembre 2024-ottobre 2025, parla di «espulsione di massa di portata senza precedenti»: oltre 36.000 palestinesi sfollati dalla Cisgiordania occupata in dodici mesi. Lo stesso rapporto documenta 1.732 episodi di violenza dei coloni, in crescita rispetto ai 1.400 dell’anno precedente. L’OCHA, l’agenzia umanitaria delle Nazioni Unite, segnala che dal gennaio 2025 sono 33.362 i rifugiati palestinesi sfollati dai soli campi di Jenin, Tulkarm e Nur Shams, con oltre 1.500 strutture distrutte o gravemente danneggiate secondo UNOSAT. Solo nei primi tre mesi del 2026 gli sfollati sono più di 2.500, di cui oltre 1.100 minori. Save the Children, incrociando i dati ONU, registra che i bambini palestinesi sfollati per violenza dei coloni sono passati da una media trimestrale di 63 nel triennio precedente a 685 nel solo primo trimestre del 2026: un incremento di dieci volte.

L’OHCHR documenta che il trasferimento di poteri dalle forze armate israeliane alle autorità civili, la confisca delle terre palestinesi per l’espansione degli insediamenti e le politiche discriminatorie hanno costituito «un sistema istituzionalizzato di discriminazione, oppressione e violenza sistematica da parte di Israele contro i palestinesi», in violazione del diritto internazionale sul divieto di segregazione razziale e apartheid. L’Alto Commissario Volker Türk chiede a Israele di smantellare gli insediamenti, evacuare i coloni, porre fine all’occupazione e consentire il ritorno degli sfollati. Human Rights Watch parla esplicitamente di «possibile crimine contro l’umanità». B’Tselem e Breaking the Silence, organizzazioni israeliane, denunciano che «approfittando della guerra, le milizie armate dei coloni, che spesso operano con il sostegno dell’esercito, continuano ad attaccare e molestare le comunità palestinesi in tutta la Cisgiordania per costringerle ad andarsene».

La metodologia è documentata. Il 18 marzo 2026 a Khirbit Humsa un gruppo di coloni mascherati ha fatto irruzione notturna, legando residenti, picchiando donne, uomini e ragazze, minacciando stupri e uccisioni. Un uomo è stato aggredito sessualmente davanti alla famiglia. Il rapporto del West Bank Protection Consortium pubblicato dal Norwegian Refugee Council nell’aprile 2026 — e rilanciato dal Guardian — documenta come la violenza sessuale sia stata utilizzata sistematicamente come strumento di trasferimento forzato: oltre il 70 per cento delle famiglie sfollate intervistate ha identificato le minacce contro donne e bambini, in particolare la violenza sessuale, come il fattore decisivo della fuga. Ottantatré testimonianze raccolte tra il 2023 e il 2025 documentano almeno sedici casi di violenza sessuale diretta, numero considerato fortemente sottostimato a causa dello stigma. Il 92 per cento delle famiglie sfollate intervistate ha perso l’accesso alla terra, l’88 per cento la casa, l’84 per cento i beni essenziali, il 40 per cento dei bambini l’accesso all’istruzione. Gli incidenti avvengono spesso in presenza delle forze israeliane, che non intervengono.

Il meccanismo è lo stesso descritto da Allport al quarto gradino, potenziato dal quinto. Si colpisce una comunità con violenza sistemica perché lasci il territorio; una volta partita, si espropria la terra, si consolida l’insediamento, si ridisegna la demografia. L’acqua viene «colonizzata»: ad Al-Auja, nella Valle del Giordano, nel febbraio 2026 i coloni hanno preso il controllo pieno della sorgente da cui dipendono le comunità palestinesi, costringendo gli agricoltori ad abbandonare la terra per mancanza d’acqua. «Rubo la mia stessa acqua per poter vivere», racconta Yousef Bisharat, uno degli ultimi residenti di Khirbet Mak-hul, dove nel 2014 vivevano trenta famiglie e oggi ne restano tre. È il gradino della discriminazione strutturale che prepara il gradino dello sterminio, con gli interstizi colmati dalla violenza quotidiana del quarto gradino.

La legge israeliana sulla pena di morte: il terzo gradino che legittima il quinto

Il 30 marzo 2026, la Knesset ha approvato in lettura definitiva, con 62 voti favorevoli, 48 contrari e un astenuto, la legge che introduce la pena di morte per «gli autori di atti di terrorismo». Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha votato a favore. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir — lo stesso che per anni ha tenuto nel salotto di casa, nell’insediamento di Kiryat Arba, il ritratto di Baruch Goldstein, il colono israelo-statunitense che il 25 febbraio 1994 uccise 29 musulmani palestinesi e ne ferì 125 nella Moschea Ibrahimi (Tomba dei Patriarchi) di Hebron — si presentava in aula con una spilla a forma di cappio e ha tentato di stappare una bottiglia di champagne all’interno della Knesset, venendo fermato da un assistente; ha poi distribuito il brindisi ai colleghi fuori dall’emiciclo, pubblicando il video sui propri canali social. Mesi prima, al passaggio in prima lettura del novembre 2025, aveva celebrato la tappa distribuendo baklava tra i deputati. L’immagine del cappio e del brindisi, hanno osservato diversi commentatori, resterà «ancorata nella storia come una di quelle fotografie che non necessitano di didascalia».

La legge, formalmente «neutrale» sul piano etnico, è in realtà costruita come dispositivo discriminatorio. Per i palestinesi della Cisgiordania occupata la pena capitale sarà la sanzione predefinita in tutti i casi in cui l’omicidio venga definito «atto di terrorismo» dalla giustizia militare israeliana, con possibilità di condanna a maggioranza semplice di un tribunale militare e con esecuzione entro novanta giorni. Pochi minuti dopo il voto, l’Associazione per i diritti civili in Israele (ACRI) ha presentato ricorso urgente alla Corte suprema, definendo la legge «incostituzionale, discriminatoria e, per quanto riguarda i palestinesi della Cisgiordania, senza base legale»: la Knesset, ha osservato l’associazione, «non ha il potere di legiferare per la Cisgiordania, sulla quale Israele non ha alcuna sovranità». Amnesty International ha chiesto «la massima pressione sulle autorità israeliane affinché abroghino immediatamente la legge sulla pena di morte, aboliscano completamente la pena capitale e smantellino tutte le leggi e le pratiche che contribuiscono al sistema di apartheid contro i palestinesi».

Gli esperti ONU, già nel febbraio 2026, avevano esortato Israele a ritirare il progetto di legge, affermando che «discriminerebbe i palestinesi nei territori palestinesi occupati». Il 29 marzo Berlino, Londra, Parigi e Roma avevano scritto alla Knesset invitandola a rinunciare al progetto che «metterebbe in discussione gli impegni d’Israele in materia di princìpi democratici»: un appello ignorato. Il Consiglio d’Europa ha denunciato un «grave passo indietro»; il Gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo ha chiesto la sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele. Gli Stati Uniti, con una stringatezza ormai consueta, hanno fatto sapere di «rispettare il diritto sovrano d’Israele».

Il ministero degli Esteri palestinese ha definito la legge «un crimine e una pericolosa escalation» che «mostra il volto reale del sistema coloniale israeliano, che punta a legittimare le esecuzioni extragiudiziali conferendo loro un’apparenza legale». La definizione non è iperbolica: è l’esatta descrizione di un terzo gradino — la discriminazione che diventa norma — deliberatamente costruito per abilitare il quinto. La pena capitale in Israele, dalla sua fondazione, era stata applicata una sola volta, nel 1962, al criminale nazista Adolf Eichmann. Ora viene riattivata come dispositivo razziale: la corda, come hanno scritto alcuni commentatori richiamando il manuale coloniale britannico sulla Palestina del 1937, «è riservata solo agli arabi». Lo storico militare Matthew Hughes ha documentato come i tribunali militari istituiti dal Mandato britannico nel novembre 1937 fossero costruiti soprattutto per la velocità: Shaykh Farhan al-Sa’di, comandante della rivolta del 1936, fu catturato di lunedì, processato di mercoledì, impiccato di sabato. È esattamente il modello che la legge del 2026 reintroduce.

Libano: il «domicidio» come metodo

Nel sud del Libano la stessa logica opera con strumenti militari anziché giudiziari. Dal 2 marzo 2026, data di ripresa delle ostilità con Hezbollah, l’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione dei civili lungo la linea di demarcazione, espandendola gradualmente fino a includere tutti i territori a sud del fiume Zahrani, circa quaranta chilometri dentro il territorio libanese. Secondo un’inchiesta di BBC Verify basata su immagini satellitari, in quest’area Israele ha abbattuto oltre 1.400 edifici, radendo al suolo interi villaggi con bombardamenti e demolizioni controllate — numero considerato sottostimato. Lo stesso quartier generale della missione UNIFIL a Naqura è stato danneggiato. L’offensiva ha causato più di 2.000 morti e oltre un milione di sfollati. L’8 aprile 2026 — passato alla storia come «il mercoledì nero» — centosessanta bombe in meno di dieci minuti hanno colpito Beirut, la valle della Bekaa e il sud del Libano, provocando 254 morti e 720 feriti in una sola giornata.

Il 22 marzo il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha ordinato all’esercito di «accelerare» la distruzione del Libano, dichiarando esplicitamente che sarebbe stato utilizzato «lo stesso modello di Rafah e Beit Hanoun», due città della Striscia di Gaza rase al suolo. Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, l’esercito ha fatto ricorso a ditte appaltatrici private — alcune già impiegate a Gaza — con operai pagati «in base al numero di strutture distrutte». Anche dopo il cessate il fuoco del 17 aprile, imposto da Trump a un Netanyahu riluttante, la demolizione è proseguita: la definizione ufficiale è «bonifica dell’area», l’obiettivo dichiarato è impedire il ritorno di 600.000 sfollati. Una mappa pubblicata dall’IDF fissa una nuova «linea gialla» venti chilometri dentro il Libano, oltre la quale si estende la fascia destinata alla sparizione. Oltre cinquanta villaggi vengono sgomberati e demoliti. Katz ha dichiarato che l’IDF «ricorrerà alla piena forza anche durante il cessate il fuoco».

Il termine che il diritto internazionale usa per questo è «domicidio», la distruzione sistematica e intenzionale delle case civili come strumento di politica statale. È, secondo molti esperti di diritto umanitario internazionale, un crimine di guerra. Ma è anche, traducendolo nel lessico di Allport, il quinto gradino applicato al territorio prima che alle persone: si rende impossibile l’abitare, e quindi si ottiene l’espulsione senza bisogno di deportare. È la stessa logica che attraversa Gaza — dove secondo l’aggiornamento OCHA al 25 marzo 2026 il bilancio ufficiale del Ministero della Salute palestinese è di 72.265 morti e 171.959 feriti, con stime indipendenti (studio Lancet, febbraio 2026) che indicano una sottostima significativa — e oggi si estende al Libano meridionale. Si distrugge l’infrastruttura della vita, e la popolazione «remigra» per fame, sete, impossibilità materiale di restare. Non è un incidente della guerra: è la guerra come metodo di rimozione etnica.

Il ponte ideologico tra remigrazione europea e pulizia etnica israeliana

Non si tratta di un parallelo giornalistico. I ponti politici e ideologici sono espliciti e documentabili. Roberto Vannacci è stato ospite d’onore del Remigration Summit di Gallarate nel maggio 2025 e, nel marzo 2026, ha celebrato in aula al Parlamento europeo l’approvazione del Regolamento Rimpatri come «inizio della remigrazione» in Europa. Gli stessi ambienti politici che in Italia spingono per un «permesso di soggiorno a punti» sono quelli che sostengono acriticamente l’operazione militare israeliana a Gaza, in Cisgiordania e in Libano, opponendosi a qualsiasi ipotesi di sanzione o sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele. L’ICE statunitense, braccio operativo di quella «remigrazione» che l’amministrazione Trump pratica senza nominarla, recluta con messaggi promozionali espliciti che riecheggiano la retorica della «grande sostituzione».

Il nesso è semplice. Entrambi i progetti — quello della remigrazione europea e quello della «Grande Israele» etnicamente omogenea — condividono la stessa premessa: esistono popoli «non assimilabili» che devono lasciare il territorio perché il gruppo dominante possa ricostruire una pretesa purezza etnico-culturale. Entrambi usano lo stesso vocabolario orwelliano: «rimpatrio», «ritorno», «bonifica», «riconquista», «protezione della civiltà». Entrambi mettono in discussione il principio di uguaglianza giuridica fra cittadini e residenti di origini diverse. Entrambi invocano un’emergenza permanente per sospendere garanzie costituzionali. Entrambi si servono della criminalizzazione del gruppo-bersaglio — «delinquente», «terrorista», «non integrato» — come passepartout per giustificare qualsiasi misura, fino all’espulsione e, nel caso estremo, all’esecuzione legale.

Chi in Europa parla di remigrazione senza guardare alla Cisgiordania non sta informando: sta distraendo. Chi in Italia si commuove per la Shoah il 27 gennaio e il 31 gennaio applaude l’occupazione della sala stampa della Camera contro Furgiuele, ma il 18 aprile tace sulle ruspe che Katz manda a demolire i villaggi libanesi, non sta onorando la memoria: la sta tradendo. La lezione di Allport è universale o non è. La sua scala vale per ogni gruppo dominante che costruisca un out-group e lo percorra gradino dopo gradino, chiunque sia l’aggressore, chiunque sia la vittima.

Mappare il presente sulla scala di Allport

Proviamo a collocare, senza infingimenti, alcuni dispositivi dell’Occidente e del Medio Oriente del 2026 sui cinque gradini della scala.

Sul primo gradino — l’antilocuzione — si trova la normalizzazione del lessico della sostituzione etnica sui quotidiani mainstream, la retorica quotidiana di ministri e vicepremier contro «l’invasione», le campagne social che presentano i rifugiati come minaccia sanitaria, culturale, sessuale. Si trovano le cartoline con biglietti aerei di sola andata spedite da AfD a famiglie tedesche selezionate per il cognome non germanico. Si trova il libro di Sellner che scala le classifiche di vendita. Si trovano le dichiarazioni del ministro Ben-Gvir che definisce «terrorista» qualsiasi palestinese in Cisgiordania e le esultanze con champagne alla Knesset.

Sul secondo gradino — l’evitamento — si trova la segregazione scolastica di fatto nelle periferie urbane europee, la rinuncia di classi medie a quartieri a «alta densità migratoria», la rimozione dei fact-checker dalle piattaforme social e la chiusura dei dipartimenti DEI in università e aziende statunitensi, la costruzione di muri interni all’Unione. Si trovano il Muro di separazione in Cisgiordania, i checkpoint, il sistema di permessi, le strade «per soli israeliani», la frammentazione del territorio palestinese in Aree A, B e C: architetture di evitamento reso struttura.

Sul terzo gradino — la discriminazione strutturale — si trova l’accordo Italia-Albania sui centri di rimpatrio, il Regolamento Deportazioni europeo, la subordinazione del compenso degli avvocati al rimpatrio dei loro assistiti, il «permesso di soggiorno a punti», la cittadinanza come «appartenenza culturalmente certificata», la stretta sul diritto d’asilo, il nuovo regime dei visti, la limitazione dei ricongiungimenti familiari. E, a Occidente del Giordano, si trova la legge del 30 marzo 2026 che riserva di fatto la pena capitale ai soli palestinesi, un tribunale militare che giudica una popolazione civile occupata in violazione delle Convenzioni di Ginevra, un sistema giuridico che — secondo l’OHCHR — costituisce «un sistema istituzionalizzato di discriminazione […] in violazione del diritto internazionale sul divieto di segregazione razziale e apartheid».

Sul quarto gradino — l’attacco fisico — si trovano i respingimenti violenti alle frontiere, le violenze negli hotspot, i morti nel Mediterraneo che non sono più naufragi accidentali ma conseguenza strutturale di una scelta politica, i rastrellamenti dell’ICE negli Stati Uniti che colpiscono anche cittadini naturalizzati sulla base dell’aspetto o del cognome, le aggressioni squadriste tollerate in Italia, Germania, Francia. Si trovano i pogrom dei coloni in Cisgiordania, le violenze sessuali sistemiche documentate dal West Bank Protection Consortium, l’uccisione di una famiglia palestinese di ritorno dalla spesa per il Ramadan con settanta fori di proiettile sul parabrezza, i circa 1.071 palestinesi uccisi in Cisgiordania da militari e coloni dal 7 ottobre 2023.

Sul quinto gradino — lo sterminio o la rimozione forzata — si trova precisamente ciò che la «remigrazione» propone di istituzionalizzare: la deportazione sistematica di persone che nel diritto internazionale avrebbero titolo a restare. In Europa non è ancora operativa nella forma piena auspicata dai suoi teorici. Ma come ha scritto la giornalista Angela Mauro sulle pagine della Fondazione Feltrinelli nell’aprile 2026, essa costituisce «una breccia nella democrazia europea», «il ponte per passare dall’estremismo al mainstream». A pochissime ore di volo dalle capitali europee, invece, il quinto gradino è pienamente operativo: i 36.000 palestinesi espulsi dalla Cisgiordania in un anno secondo l’ONU, i 72.265 palestinesi uccisi a Gaza secondo il bilancio OCHA al 25 marzo 2026 e i 171.959 feriti (cifra probabilmente sottostimata secondo lo studio Lancet, che parla di oltre 75.000 decessi già a gennaio 2025), il «domicidio» come politica statale nel sud del Libano, la pena di morte etnicamente calibrata. Ed è operativo con l’appoggio politico, militare e commerciale delle stesse democrazie occidentali che, nelle loro retoriche domestiche, si dichiarano garanti dei diritti umani.

Cosa ci insegna Allport che la politica finge di aver dimenticato

La scala di Allport contiene, implicita, una promessa: ogni gradino può essere l’ultimo, se c’è la volontà collettiva di fermarsi. Allport scriveva, con un ottimismo che oggi suona quasi commovente: «Coloro che sono consapevoli dei propri pregiudizi, e se ne vergognano, sono già sulla via per eliminarli». Ma scriveva anche che l’inazione dei moderati, la razionalizzazione dei pregiudizi nei termini apparentemente neutri della sicurezza, dell’ordine, della legalità, dell’«identità», è esattamente ciò che permette la scalata.

La lezione operativa di Allport per il 2026 è triplice. Primo: il contatto. La separazione produce pregiudizio, il contatto interpersonale fra gruppi — in condizioni di parità, cooperazione e sostegno istituzionale — lo riduce. Ogni politica che aumenta la separazione (muri, campi, quartieri-ghetto, scuole separate, esclusione dai servizi, checkpoint militari, linee gialle che tagliano a metà un paese sovrano) lavora contro la democrazia. Secondo: il linguaggio. L’antilocuzione non è «aria fritta»: è il terreno su cui crescono tutti gli altri gradini. Nominare in modo eufemistico la deportazione — chiamarla «remigrazione», «rimpatrio assistito», «riconquista», «bonifica», «trasferimento volontario» — serve precisamente a rendere pensabile ciò che non dovrebbe esserlo. Terzo: le istituzioni. Il salto dal quarto al quinto gradino non lo fanno i singoli, lo fanno gli Stati. La battaglia decisiva si combatte nei parlamenti, nei tribunali, nelle costituzioni, nelle corti internazionali. Un emendamento al decreto Sicurezza che subordina il compenso degli avvocati alla collaborazione con le politiche di rimpatrio non è un tecnicismo: è l’ingranaggio che fa scorrere la scala. Una legge della Knesset che riserva la pena capitale a una sola etnia non è un dettaglio penale: è la certificazione che la scala è stata percorsa fino all’ultimo gradino.

Settant’anni fa Gordon Allport mise in fila cinque parole — antilocuzione, evitamento, discriminazione, attacco fisico, sterminio — e ci lasciò una mappa. Il compito di chi non vuole percorrere quella strada fino in fondo è ancora lo stesso del 1954: riconoscere il gradino su cui ci troviamo, chiamare per nome ciò che il potere preferisce eufemizzare, organizzare una politica del contatto contro la politica della separazione. La remigrazione non è una proposta di governo: è il nome nuovo di una vecchia tentazione europea. La legge israeliana del 30 marzo 2026 non è una misura antiterrorismo: è la trascrizione in testo normativo di una gerarchia etnica che il Novecento aveva promesso di non riscrivere più. E, come settant’anni fa, la risposta non può che essere costituzionale, democratica, popolare — e, oggi, internazionalista. Senza la Palestina, qualsiasi discorso europeo sui diritti umani è ipocrisia. Senza l’Europa, qualsiasi discorso palestinese sulla giustizia rischia l’isolamento. La scala di Allport è una sola. Il compito di smontarla, pure.

Fonti

Allport, Gordon W., The Nature of Prejudice, Addison-Wesley, 1954 (ed. it. La natura del pregiudizio, La Nuova Italia, Firenze, 1973).

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Banaji, Mahzarin R., The Nature of Prejudice by Gordon W. Allport (1954), Harvard, 2019.

Wikipedia, Scala Allport (voce italiana) e Allport’s Scale (voce inglese).

Annamaria Testa, I discorsi d’odio non vanno sottovalutati, Internazionale, 9 luglio 2019.

Ninja.it, Che cos’è la scala di Allport e perché ha a che fare con gli haters online, ottobre 2023.

3plusinternational.com, From Words to Violence: Understanding Allport’s Theory of Escalation, febbraio 2026.

Angela Mauro, Remigrazione: una breccia nella democrazia europea, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 3 aprile 2026 (Agenda remigrazione n. 79).

Annalisa Camilli, La remigrazione nel decreto sicurezza, Internazionale, 21 aprile 2026.

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Remigrazione, Salvini fa flop in piazza. Ma il governo la introduce per legge, Domani, 18-21 aprile 2026.

Rivista Studio, Di remigrazione sentiremo parlare ancora a lungo, purtroppo, aprile 2026, con interventi di Marion Jacquet-Vaillant, Valerio Renzi, Lorenzo Pacini.

Il Post, Cos’è esattamente questa «remigrazione», 4 febbraio 2025; Il «Remigration summit» di Milano alla fine è diventato un’altra cosa, 18 aprile 2026.

Sky TG24, Remigrazione, annullata conferenza alla Camera organizzata da estrema destra, 30 gennaio 2026.

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Collettiva / Il Manifesto, L’orrore in Cisgiordania, l’esercito di Israele e coloni, 18 marzo 2026.

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Domani, Cisgiordania, è record di sfollamenti forzati di palestinesi, 6 febbraio 2026.

Il Post, Israele sta demolendo un pezzo di Libano, 19 aprile 2026; Israele ha bombardato il Libano con un’intensità mai vista dall’inizio della guerra, 9 aprile 2026; Migliaia di sfollati stanno rientrando nel sud del Libano, 19 aprile 2026.

Vatican News, Libano, Beirut travolta dai raid israeliani: centinaia tra morti e feriti, aprile 2026.

Il Fatto Quotidiano, Israele oscura l’accordo con l’Iran e bombarda il Libano, 8 aprile 2026; Israele rade al suolo i villaggi del sud Libano: applicato il «modello Gaza», 20 aprile 2026.

L’Espresso, Spaccare il Libano è l’obiettivo di Israele, 16 aprile 2026.

Internazionale, Israele ribadisce di voler occupare una parte del sud del Libano al termine del conflitto, 1 aprile 2026.

BBC Verify, inchiesta satellitare sulle demolizioni israeliane nel sud del Libano, aprile 2026.

Haaretz, inchieste sull’uso di ditte appaltatrici private per le demolizioni a Gaza e in Libano, marzo-aprile 2026.

B’Tselem e Breaking the Silence, rapporti 2025-2026 sulla violenza dei coloni in Cisgiordania.

Human Rights Watch, dichiarazioni sullo svuotamento dei campi di Jenin, Tulkarm e Nur Shams come possibile crimine contro l’umanità.

Amnesty International, condanna della legge israeliana sulla pena di morte, marzo 2026.

ANSA, Pena di morte ai terroristi, il parlamento israeliano approva la legge, 30 marzo 2026.

LaPresse, Israele, la Knesset approva la legge sulla pena di morte per i terroristi, 30 marzo 2026.

IARI, La reintroduzione della pena di morte in Israele: uno strumento genocidario della popolazione palestinese, 2 aprile 2026.

The New Arab, Champagne in Knesset as Israel passes ‘racist’ death penalty law, 31 marzo 2026.

SaluteInternazionale, Biopolitica del genocidio palestinese e La guerra eterna di Netanyahu, marzo-aprile 2026 (con dati OCHA e WHO aggiornati al 25 marzo 2026).

The Lancet, studio sulla sottostima dei decessi a Gaza, febbraio 2026.

Comitato Remigrazione e Riconquista, sito ufficiale remigrazione.org, dati al 16 aprile 2026.

Famiglia Cristiana, Decreto sicurezza, emendamento rimpatri. Che cosa non funziona, 21 aprile 2026.

Sistema Penale, Dl sicurezza 2026: compensi agli avvocati in caso di rimpatrio volontario del migrante, aprile 2026.

TPI, Come funziona il premio per gli avvocati che favoriscono i rimpatri volontari, 22 aprile 2026.

Il Post, Il governo vuole pagare gli avvocati che riescono a far rimpatriare i migranti, 19 aprile 2026.

Askanews e Il Tempo, I «patrioti europei» a Milano, Bardella e Wilders sul palco con Salvini, 18 aprile 2026.

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere

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La paura fatta legge

Il Decreto Sicurezza, lo schiaffo al Quirinale e l’Italia che muore lontano dai riflettori

C’è un’immagine che più di tante analisi restituisce lo stato della nostra Repubblica in queste ore: quella di un sottosegretario che sale al Quirinale a tarda sera, mentre in commissione alla Camera si consuma l’ennesimo strappo istituzionale, per spiegare al Capo dello Stato come sia stato possibile infilare, in un decreto chiamato Sicurezza, una norma che premia economicamente gli avvocati che convincono i propri assistiti migranti a rinunciare alla difesa e ad accettare il rimpatrio. Non è una caricatura polemica, non è lo spunto di un editoriale: è la cronaca del 21 aprile 2026, del decreto-legge 23 del 24 febbraio scorso, approvato dal Senato venerdì 17 aprile e ora in corsa contro il tempo verso la scadenza di sabato 25, pena la decadenza. È la cronaca di un Paese che ha smarrito la bussola, che ha confuso l’ordine pubblico con l’ordine di scuderia, e che trasforma la Costituzione in un fastidioso cavillo da aggirare con l’urgenza della fiducia.

La vicenda dell’articolo 30-bis è l’ultima increspatura di una deriva dal respiro lungo. Ma racconta, con precisione chirurgica, chi governa oggi l’Italia, contro chi governa, e soprattutto di chi ha deciso di non occuparsi. Perché mentre a Montecitorio si combatte per difendere un premio di seicentoquindici euro destinato a legali trasformati in ufficiali di frontiera, altrove nel Paese continuano a morire persone. Muoiono sul lavoro, muoiono aspettando una risonanza magnetica, muoiono nel silenzio delle liste d’attesa, degli appalti al ribasso, dei cantieri senza controlli. Di loro, nel decreto, non c’è traccia. Di loro, nella narrazione governativa, non c’è mai traccia.

Anatomia di uno strappo

Ricostruire la cronologia serve a smontare la favola della fermezza. Il nuovo decreto Sicurezza nasce a inizio febbraio, subito dopo gli scontri di Torino legati alla manifestazione per il centro sociale Askatasuna e alcuni episodi di cronaca che hanno coinvolto minori armati di coltello a La Spezia e in provincia di Frosinone. La cornice emergenziale è servita su un piatto d’argento: un altro decreto-legge, il quarto o quinto della stessa materia varato dal governo Meloni dall’inizio della legislatura, e anche stavolta con la finalità politica di cavalcare l’onda emotiva e di offrire un tassello comunicativo a ridosso del referendum costituzionale sulla magistratura. Le norme sono entrate in vigore il 25 febbraio, il conto alla rovescia per la conversione si è fermato a sessanta giorni, e la maggioranza si è presentata alla scadenza con il testo ancora pieno di crepe giuridiche segnalate da Consiglio superiore della magistratura, Consiglio nazionale forense, Camere penali e costituzionalisti. Il precedente era già stato scritto: nell’aprile 2025 il governo aveva trasformato in decreto-legge un disegno di legge arenato in Parlamento da un anno e mezzo, comprimendo il dibattito e imponendo le stesse scadenze forzate. Una catena, non un incidente.

Dentro il testo del 2026, al Senato, qualcuno infila un emendamento che prevede un compenso per gli avvocati che accompagnano i migranti nel rimpatrio volontario, e solo se il rimpatrio va a buon fine. In altre parole, si chiede al difensore di operare contro l’interesse del proprio assistito, capovolgendo millenni di etica forense in un colpo solo. Il Consiglio nazionale forense e le Camere penali insorgono. Il Capo dello Stato chiama al Quirinale il sottosegretario alla Presidenza Alfredo Mantovano e gli comunica una cosa molto semplice: così non firmo. La maggioranza, invece di prendere atto, prova a guadagnare tempo, ipotizza ordini del giorno attuativi, poi un correttivo lampo, poi un decreto successivo per rimediare al decreto appena approvato. Un cortocircuito istituzionale che il Comitato per la Legislazione della Camera stigmatizza all’unanimità, ricordando all’esecutivo che non si può continuare a deliberare leggi all’ultimo secondo, nelle pieghe delle conversioni fatte con la fiducia.

La reazione leghista è il dettaglio che illumina l’intero quadro. Il sottosegretario Nicola Molteni, in commissione, pronuncia parole studiate per arrivare direttamente al Colle: l’emendamento è stato firmato da tutti i gruppi di maggioranza, presentato apertamente, non è il frutto di una manina notturna. Traduzione: cosa avete da ridire, presidente? Il deputato Gianangelo Bof va oltre, accusando velatamente il Quirinale di aver fatto trapelare alla stampa le proprie perplessità. È il momento in cui la Lega decide di trattare il garante della Costituzione come un avversario politico, non come un’istituzione terza. Un precedente che pesa, e che si somma a una collana ormai lunga di insofferenze verso qualunque contropotere. Il nuovo Decreto Sicurezza, letto con questi occhi, non è soltanto un provvedimento repressivo: è un test di resistenza degli argini costituzionali. E gli argini, in diversi punti, stanno cedendo.

Cosa c’è davvero dentro quel decreto

Dietro la cortina fumogena dell’articolo 30-bis, il decreto-legge 23 del 2026 è un manifesto politico in piena regola. Si articola in quattro capi e trentadue articoli e interviene simultaneamente su armi, ordine pubblico, aree urbane, immigrazione, penitenziario e reclutamento delle forze di polizia. Introduce il cosiddetto fermo preventivo, ovvero l’accompagnamento e il trattenimento negli uffici di polizia fino a dodici ore durante operazioni legate alle manifestazioni, quando vi siano elementi concreti di rischio per il pacifico svolgimento delle stesse: una formulazione talmente elastica che lo stesso Consiglio superiore della magistratura ha segnalato il pericolo di lasciare margini eccessivamente discrezionali all’operatore di polizia e di fondare la prevenzione del crimine su presunzioni di pericolosità astratta anziché su comportamenti effettivamente in atto. Il Capo dello Stato, nella fase di stesura, aveva già espresso dubbi di costituzionalità su questa misura, poi soltanto attenuata, non rimossa.

Si aggiungono le perquisizioni immediate sul posto in contesti di manifestazione o in luoghi ad alto afflusso, l’estensione dell’arresto in flagranza differita fino a quarantotto ore sulla base di documentazione videofotografica, una specifica sanzione penale per l’uso di caschi o di qualsiasi altro mezzo che renda difficoltosa l’identificazione durante le pubbliche riunioni, e la possibilità per il prefetto di individuare zone a vigilanza rafforzata nelle quali disporre allontanamenti e divieti di accesso per soggetti ritenuti pericolosi. Viene introdotto un divieto di partecipazione a pubbliche riunioni che può arrivare fino a dieci anni nei casi più gravi. La polizia penitenziaria vede ampliati i propri poteri investigativi, con la possibilità di condurre operazioni sotto copertura per reati commessi negli istituti di detenzione, luoghi il cui stato di cronica violazione della dignità umana è documentato da ogni rapporto del Garante delle persone private della libertà. Sul fronte dei minori, viene ampliata la lista dei coltelli vietati, estesa la sanzione penale ai venditori anche online, e introdotta una responsabilità pecuniaria diretta per i genitori o per chi esercita la responsabilità genitoriale.

L’obiettivo politico è trasparente. Costruire un nemico visibile e sostituibile, il migrante, l’attivista, il manifestante, il detenuto, il ragazzino di periferia, per distogliere lo sguardo da ciò che il nemico non è ma dovrebbe essere: la vera insicurezza materiale dei cittadini italiani. Quella che non si misura in percezione, ma in cifre, in vite, in ospedali che chiudono e cantieri senza controlli. L’impianto complessivo, denunciano le Camere penali e decine di giuristi, è quello di un diritto penale d’autore, non del fatto: si colpisce chi si è, non ciò che si fa. È la grammatica autoritaria di un governo che, ventata emotiva dopo ventata emotiva, costruisce pezzo dopo pezzo il suo codice parallelo della paura.

L’insicurezza vera: morire di lavoro nell’Italia del 2026

Mentre la maggioranza consuma la sua crisi di nervi sull’articolo 30-bis, l’INAIL ha chiuso i conti del 2025. Millenovantatré persone hanno perso la vita sul lavoro o nel tragitto verso il lavoro: settecentonovantadue sui luoghi di servizio, duecentonovantatré in itinere, otto studenti. Tre morti al giorno, festivi compresi. Una strage silenziosa, stabile da anni, che nessun decreto d’urgenza è mai stato convocato ad affrontare. Le costruzioni restano il cimitero a cielo aperto del nostro modello produttivo, con centoquarantotto vittime. Seguono le attività manifatturiere con centodiciassette decessi e il comparto trasporti e magazzinaggio con centodieci. Un lavoratore straniero ha un rischio di morte in occasione di lavoro più che doppio rispetto a un italiano: quarantanove casi e sette decimi per milione di occupati contro ventuno. Sono i volti invisibili del capitalismo italiano, quelli che puliscono i nostri centri commerciali di notte, che scaricano i pacchi dei nostri acquisti online, che tirano su le palazzine delle nostre periferie e cadono dalle impalcature dimenticate da un sistema di ispezioni azzerato per decenni di tagli.

Questa è la sicurezza di cui questo Paese avrebbe bisogno. Una sicurezza che non si scriva con i manganelli e con le manette, ma con le ispezioni ai cantieri, con la formazione obbligatoria, con la responsabilità penale degli appaltatori che scaricano il rischio a cascata sugli ultimi della catena. Una sicurezza che prenda di petto la piaga del subappalto selvaggio, del lavoro nero, degli appalti al massimo ribasso, dei caporali che ancora governano interi comparti dell’agricoltura e della logistica. Di tutto questo, nel decreto-legge 23 del 2026, non c’è una virgola. Perché l’elettore del centrodestra, nella narrazione di palazzo, deve avere paura del povero cristiano sbarcato a Lampedusa, non del padrone che gli taglia l’imbracatura per risparmiare trenta euro. Eppure il secondo uccide molto più del primo. E uccide ogni santo giorno.

La sanità negata e la scuola dimenticata

Ai morti del lavoro si sommano i morti della sanità che non c’è. Nel 2024, secondo i dati dell’Istat diffusi nel corso del 2025, il nove virgola nove per cento degli italiani ha rinunciato a curarsi. Uno su dieci. Il sei virgola otto per cento lo ha fatto per le liste d’attesa, una quota più che raddoppiata rispetto al due virgola otto per cento del 2019. Dietro quei numeri ci sono tumori diagnosticati tardi, patologie cardiache non monitorate, anziani che non arrivano alla visita specialistica, donne che rinunciano allo screening mammografico perché una visita privata costa come una settimana di spesa alimentare. La legge di bilancio 2026 stanzia due virgola quattro miliardi aggiuntivi al Fondo Sanitario Nazionale, cifra che il governo presenta come storica ma che, in rapporto al PIL e all’inflazione, equivale a una sostanziale continuità con quindici anni di definanziamento della sanità pubblica. Lo dicono con parole nette la Fondazione GIMBE, che parla di scelte in continuità con il progressivo arretramento del servizio pubblico, e l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, che nel focus di questa primavera ha documentato la riduzione reale della spesa sanitaria pubblica rispetto al 2010.

Il dato più inquietante è un altro, e racconta il progetto di sistema in filigrana. Nella manovra 2026, gli acquisti di prestazioni dal settore privato passano da centocinquanta a duecentoquarantasei milioni di euro, con un incremento di quasi il sessantacinque per cento. È la traduzione contabile di una strategia politica precisa: non rafforzare il pubblico, ma canalizzare risorse pubbliche verso strutture accreditate private, costruendo passo dopo passo un sistema a doppio binario dove chi può paga e si cura, chi non può aspetta e, talvolta, non arriva a guarire. La sanità come mercato, il diritto alla salute ridotto a servizio premium. È la pietra tombale dell’articolo 32 della Costituzione, posata silenziosamente con la scusa dell’efficienza.

La scuola vive un destino parallelo. Classi sovraffollate dove si dovrebbero fare percorsi individuali, edifici ancora inadeguati cinquant’anni dopo il terremoto dell’Irpinia, precariato strutturale che avvelena la qualità della didattica, dispersione scolastica che resta tra le più alte d’Europa nelle aree interne e nel Mezzogiorno. Eppure il governo trova tempo, energie e norme per inseguire i telefoni dei ragazzini in aula, per inasprire le sanzioni disciplinari, per introdurre il voto di condotta come leva punitiva. Non per investire sulla formazione degli insegnanti, non per ridurre il numero di alunni per classe, non per garantire il tempo pieno a tutti, non per ripensare l’alternanza scuola-lavoro dopo gli otto studenti morti sul lavoro nel solo 2025. La sicurezza, di nuovo, non è mai quella che conta.

Il cortocircuito della bussola

La definizione più onesta del governo in carica è questa: è un esecutivo che ha perso la bussola, perché ha deciso deliberatamente di tenerla puntata verso un orizzonte che non è quello del Paese reale. La bussola di Palazzo Chigi indica un luogo ideologico, non un bisogno concreto: lì ci sono i migranti da respingere, i magistrati da ridimensionare, i giornalisti da querelare, i centri sociali da sgomberare, le occupazioni da criminalizzare. Da quell’altra parte, invisibile nelle conferenze stampa, ci sono gli operai delle raffinerie siciliane, i braccianti della Piana di Gioia Tauro, le infermiere degli ospedali lombardi dimissionarie in massa, i pendolari delle linee secondarie dismesse, gli inquilini in arretrato per il caro-affitti delle città universitarie, gli studenti fuorisede che scelgono se cenare o stampare la tesi. Persone intere, non categorie, per le quali questo governo non ha prodotto un solo provvedimento degno di memoria.

La cifra stilistica è quella della distrazione di massa. Ogni volta che un dato economico, sanitario o sociale minaccia di bucare la bolla mediatica, parte la contromanovra: un’uscita sull’immigrazione, una polemica con la Francia, un tweet sul generale di turno, un’intervista sul presunto piano di sostituzione etnica. Il ciclo funziona, purtroppo. Funziona perché ha dietro una macchina di comunicazione istituzionale, un ecosistema di testate amiche, un accesso privilegiato ai talk-show dove la dialettica è ormai una messinscena stanca. Ma funziona soprattutto perché l’opposizione stenta ancora a riorganizzarsi su un terreno che non sia quello della reazione quotidiana. Serve un’agenda, serve un racconto, serve una narrazione alternativa che parta esattamente da lì: dai morti sul lavoro, dalle liste d’attesa, dalle scuole fatiscenti, dai salari fermi al 1990 e dai contratti rinnovati a cinque anni di distanza dalla scadenza.

La democrazia come manutenzione quotidiana

Lo schiaffo al Quirinale, la fuga in avanti della Lega, il disprezzo per le forme parlamentari, l’uso disinvolto della fiducia sono tessere di un mosaico più ampio. Lo stesso mosaico dentro cui si collocano la riforma costituzionale in discussione, il premierato con annessa legge elettorale ribattezzata dai critici come il nuovo sistema maggioritario senza contrappesi, e l’autonomia differenziata che rischia di spaccare il Paese in ventuno sistemi sanitari, scolastici, infrastrutturali diversi. Il filo rosso è uno solo: concentrare il potere, disarticolare i controlli, trasformare la democrazia in una procedura di ratifica e il popolo in un elettorato periodicamente chiamato a benedire scelte prese altrove. Quando un presidente della Repubblica è costretto a negoziare in piena notte la tenuta di una norma con un sottosegretario, siamo già oltre la fisiologia costituzionale.

La risposta non può essere soltanto difensiva. Non basta resistere; bisogna ricostruire. Bisogna dire, con una voce che superi il chiacchiericcio degli scranni, che la sicurezza vera si misura nel numero di cittadini che hanno un lavoro dignitoso e ci tornano vivi la sera, nel numero di pazienti che ottengono una diagnosi prima che sia troppo tardi, nel numero di studenti che completano il percorso formativo senza abbandonare lungo la strada, nel numero di anziani che non devono scegliere tra medicine e bollette. La sicurezza vera è il welfare. La sicurezza vera è la manutenzione del patto sociale. La sicurezza vera è una Costituzione viva, non una reliquia da esibire nei convegni e aggirare nei decreti.

Quando un governo punisce chi protesta nei CPR ma non ispeziona il cantiere dove il sabato successivo crolla un solaio, quando incentiva gli avvocati a convincere i propri clienti a partire ma taglia i fondi per i consultori, quando introduce il reato di blocco stradale ma non stanzia un euro in più per l’edilizia scolastica, quel governo ha già comunicato la sua gerarchia di valori. Il compito di chi ancora crede nella Costituzione, dei partiti di opposizione, delle associazioni, dei sindacati, dei giornalisti onesti, degli attivisti, dei cittadini semplicemente stanchi, è rendere quella gerarchia visibile, dirlo ad alta voce, ripeterlo nelle piazze, nei giornali, nei consigli comunali, ovunque ci sia un’orecchia disposta ad ascoltare. Perché la democrazia non è uno stato; è un esercizio quotidiano. E oggi, in Italia, è un esercizio che comincia da una domanda elementare: di chi è la sicurezza di cui parliamo? Di chi governa, o di chi è governato?

La risposta, come sempre, sta nei fatti. E i fatti, in questo aprile 2026, parlano di un Paese che muore sui ponteggi e aspetta mesi per una visita medica, mentre il suo governo scrive decreti contro chi è arrivato con un barcone e contro chi scende in piazza. C’è ancora tempo per cambiare questa storia. Ma solo se qualcuno, là fuori, decide di raccontarla diversamente.

Fonti

Liana Milella, Giacomo Salvini, Dl Sicurezza, dopo lo stop di Mattarella il governo fa un decreto correttivo. L’attacco della Lega al Quirinale, Il Fatto Quotidiano, 21 aprile 2026.
Il Mattino, Decreto sicurezza, stop di Mattarella su norma rimpatri: corsa contro il tempo per modificare il testo, aprile 2026.
Il Messaggero, Decreto sicurezza, no di Mattarella ai premi agli avvocati che convincono i migranti al rimpatrio, aprile 2026.
Quotidiano Nazionale, Sicurezza, l’altolà del Colle. Il decreto si arena sulla norma per gli avvocati, aprile 2026.
Il Post, I pasticci della maggioranza sul nuovo decreto sicurezza, 17 aprile 2026.
Il Fatto Quotidiano, Decreto Sicurezza approvato al Senato, opposizioni protestano contro il governo Meloni, 17 aprile 2026.
Pagella Politica, Che cosa c’è nella nuova stretta del governo sulla sicurezza, febbraio 2026.
Sistema Penale, Il testo del disegno di legge A.C. 2886 di conversione del DL 23/2026 con gli emendamenti approvati dal Senato, aprile 2026.
Senato della Repubblica, scheda del disegno di legge S. 1818 — conversione del decreto-legge 24 febbraio 2026, n. 23.
Il Manifesto, Tutti i decreti sicurezza della maggioranza, febbraio 2026.
INAIL, Andamento degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali, dati aggiornati al 31 dicembre 2025, Roma 2026.
Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega Engineering, Rapporto nazionale infortuni mortali, gennaio-dicembre 2025.
Ansa, Inail, 792 morti sul lavoro nel 2025, in calo sul 2024, 3 febbraio 2026.
Fondazione GIMBE, Rapporto sul Servizio Sanitario Nazionale 2025 e analisi della Legge di Bilancio 2026.
ISTAT, Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari in Italia, anno 2024.
Ufficio Parlamentare di Bilancio, Focus n. 3/2026 Pubblico e privato nella sanità in Italia.
CGIL, Legge di Bilancio 2026 e Servizio Sanitario Nazionale: la verità dei numeri, novembre 2025.
Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica del Sacro Cuore, L’evoluzione dei finanziamenti alla sanità in Italia.
Consiglio Superiore della Magistratura, parere sul decreto-legge 23/2026 in materia di fermo preventivo e misure di prevenzione, 2026.
Consiglio Nazionale Forense e Unione Camere Penali Italiane, Osservazioni sull’articolo 30-bis del DL 23/2026.
Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, Rapporti sulle visite nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio.
Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere
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Il sangue a basso costo: il Sudan, l’oro dell’imperialismo e le vite che non contano

C’è una ferita aperta nel cuore dell’Africa orientale che nessun telegiornale serale degna di un titolo di apertura. Un popolo di cinquanta milioni di persone viene schiacciato, sfollato, affamato, sterminato sotto gli occhi di un mondo che ha deciso — perché di decisione si tratta, non di disattenzione — che quelle vite non valgono abbastanza. Dal 15 aprile 2023, il Sudan brucia. Oltre quindici milioni di esseri umani sono stati strappati alle proprie case, circa duecentomila sono morti in combattimento, milioni altri agonizzano di fame, colera, stenti. Eppure nessuna manifestazione di piazza, nessuna risoluzione muscolare, nessun pacchetto di sanzioni emergenziali, nessun minuto di silenzio nei palinsesti televisivi. Il Sudan è la prova provata che, nell’ordine globale contemporaneo, il dolore ha un prezzo, e quel prezzo è fissato dal mercato della rilevanza geopolitica.

Il razzismo dei riflettori

Che cosa rende una tragedia degna di essere raccontata? La risposta onesta è scomoda: serve che le vittime assomiglino abbastanza a noi. Quando a morire sono famiglie europee, bionde, affacciate su capitali riconoscibili, si mobilitano corridoi umanitari, accoglienze straordinarie, copertine settimanali. Quando a morire sono africani neri, musulmani o animisti, contadini di villaggi dai nomi impronunciabili, la macchina della compassione si inceppa. Non è un caso, è una struttura. È la stessa struttura che dopo il naufragio di Cutro ha richiesto settimane per produrre qualche riga di indignazione, mentre davanti a un hotel di Mariupol bastavano poche ore. È la logica razziale — ereditata dal colonialismo, mai davvero dismessa — secondo cui alcune vite incarnano il lutto universale e altre restano materiale statistico. Il Sudan, in questa griglia, è il paradigma perfetto della vita nera che sparisce: i morti si contano, non si ricordano; gli sfollati diventano numeri, non volti; le stragi non chiedono giustizia, solo un aggiornamento trimestrale.

I grandi media occidentali, quando si decidono a dedicare un servizio al Sudan, lo fanno con il tono dell’inevitabilità. Si parla di «scontri tribali», di «instabilità endemica», di «caos africano», come se il continente fosse preda di un destino biologico. È la riscrittura mediatica del cliché coloniale: l’Africa che si autodistrugge, incapace di pace, bisognosa di tutela. Di rado, quasi mai, si nomina la mano straniera che arma, finanzia, addestra, protegge. Di rado si racconta che le armi usate in Darfur vengono fabbricate altrove, che l’oro estratto a Jebel Amer finisce nei forzieri di Dubai, che i droni che colpiscono gli ospedali attraversano cieli sorvegliati da radar alleati. La narrazione dominante deruba il Sudan perfino della propria tragedia: gli nega la dignità di essere compreso come vittima di un sistema, relegandolo a spettacolo di barbarie indigena.

Il capitalismo dell’oro: economia politica di un massacro

Se si vuole capire davvero perché la guerra sudanese non si ferma, bisogna smettere di guardare ai due generali che si contendono Khartoum e cominciare a seguire i flussi di denaro. Il Sudan è uno dei maggiori produttori d’oro dell’Africa. Nelle miniere del Darfur meridionale, in particolare a Jebel Amer e ad Al Junaid, si estrae un metallo che vale, secondo le stime indipendenti, circa tredici miliardi di dollari l’anno di traffico illecito. Quasi il novanta per cento di quell’oro esce dal Paese clandestinamente, attraverso rotte che toccano il Ciad, il Sud Sudan, l’Uganda, l’Etiopia, la Libia orientale di Khalifa Haftar, e approda infine sui mercati degli Emirati Arabi Uniti, dove viene raffinato, rimesso in circolo, e riconsegnato al capitale globale completamente ripulito. Nelle collane, nei lingotti delle banche centrali, nei circuiti tecnologici dei nostri smartphone, può esserci oro estratto col lavoro forzato di bambini sudanesi sorvegliati da miliziani con il kalashnikov. Il capitalismo estrattivo non ha bisogno di giustificazioni etiche: ha bisogno solo che nessuno faccia domande.

Le Rapid Support Forces di Mohamed Hamdan Dagalo — il signor Hemedti — si finanziano in buona parte con questo oro. Lo estraggono, lo vendono, ci comprano armi e mercenari. L’esercito regolare di Abdel Fattah al-Burhan fa lo stesso, nei territori che controlla, appoggiandosi a canali diversi ma analoghi. In questa simmetria sta l’essenza del conflitto: non è una guerra per vincere, è una guerra per gestire la rendita. I due generali sono in disaccordo su chi debba incassare, non su cosa fare del Paese. Il Sudan è, in questo senso, una forma avanzata di capitalismo della catastrofe: una macchina economica che consuma vite umane e produce lingotti, che trasforma la carestia in margine di profitto, che rende il caos una condizione strutturale della propria redditività. Finché l’oro continuerà a uscire, la guerra continuerà a bruciare. È meno una guerra civile che una filiera produttiva.

Gli imperialismi rivestiti di diplomazia

Dietro i due contendenti interni, si staglia una galleria di potenze regionali e globali che spingono, armano, rallentano, negoziano, prolungano. Gli Emirati Arabi Uniti sono il principale sponsor delle Rapid Support Forces: forniscono armi attraverso canali clandestini che Amnesty International, Le Monde, il New York Times, le Nazioni Unite e numerose agenzie investigative hanno documentato, muovono denaro, proteggono l’infrastruttura commerciale dell’oro, reclutano mercenari nel proprio circuito regionale. Lo fanno per una ragione semplice: controllare un pezzo d’Africa significa dominare le rotte del Mar Rosso, dominare le rotte del Mar Rosso significa controllare l’energia che scorre fra Golfo ed Europa. E intanto Abu Dhabi compra la neutralità egiziana con un pacchetto di investimenti da trentacinque miliardi di dollari, che è un modo elegante per acquistare il silenzio di un vicino che sostiene il fronte opposto. L’Egitto di al-Sisi, infatti, arma l’esercito regolare sudanese, condividendo con Burhan decenni di scuola militare comune e una stessa avversione per qualunque transizione democratica.

La Russia gioca su entrambe le sponde. La galassia Wagner, oggi riorganizzata sotto altri marchi ma sostanzialmente intatta, ha per anni addestrato e sostenuto le Rapid Support Forces in cambio di concessioni aurifere; parallelamente, Mosca negozia con Burhan la costruzione di una base navale a Port Sudan, che garantirebbe al Cremlino un piede permanente sul Mar Rosso, a poche centinaia di chilometri dal canale di Suez. Iran e Turchia si schierano con l’esercito, cercando ciascuno il proprio ritorno strategico. L’Etiopia, in funzione anti-egiziana, ha iniziato a fornire sostegno alle Rapid Support Forces. Haftar, dalla sua Cirenaica armata da molte potenze insieme, apre corridoi logistici verso Dubai. Gli Stati Uniti, che pure dispongono degli strumenti di intelligence e di pressione più sofisticati del pianeta, si limitano a un coinvolgimento intermittente, guidando formalmente il cosiddetto Quad insieme a Egitto, Arabia Saudita ed Emirati. Ma affidare una mediazione a chi arma entrambe le parti non è negoziato: è complicità istituzionalizzata. È la privatizzazione della diplomazia, il trionfo dell’imperialismo che non si chiama più con il proprio nome e si traveste da cooperazione regionale.

La complicità europea e il rituale dell’aiuto

Il copione europeo, davanti a tutto questo, è disciplinato e ipocrita. Si convocano conferenze umanitarie — l’ultima a Berlino, il 15 aprile 2026, con la partecipazione del ministro degli Esteri italiano — si annunciano pacchetti di aiuti, si stringono mani, si pubblicano comunicati di «profonda preoccupazione». Poi si torna a casa e si firmano nuove licenze per esportare armi agli stessi Emirati che le girano alle Rapid Support Forces. Il piano di aiuti delle Nazioni Unite per il 2026 è finanziato per appena il sedici per cento: una miseria che dice tutto di quanto valga, davvero, il Sudan nelle agende europee. Le stesse agenzie che dovrebbero soccorrere la popolazione subiscono attacchi sistematici: ambulanze bombardate da droni, magazzini saccheggiati, operatori uccisi o rapiti, corridoi umanitari chiusi a oltranza. La fame è stata trasformata in arma di guerra, e la risposta del mondo ricco è un bonifico ridicolo accompagnato da un selfie istituzionale.

L’Italia non è una spettatrice innocente. Il governo Meloni, come i suoi predecessori, ha mantenuto saldi rapporti di cooperazione militare ed economica con gli Emirati Arabi Uniti e con l’Egitto di al-Sisi, nonostante sul tavolo restino aperti dossier pesantissimi — a cominciare dall’omicidio di Giulio Regeni, mai davvero affrontato come avrebbe meritato. Le licenze di esportazione di sistemi d’arma verso Abu Dhabi sono continuate anche mentre si accumulavano le prove del ruolo emiratino nel conflitto sudanese. Fincantieri, Leonardo, la filiera della difesa italiana: nessuno ha pagato un prezzo politico. Le parole della carità cristiana, così frequenti nella retorica governativa, si spengono davanti alla dogana dei porti militari. È la contraddizione permanente del capitalismo europeo: umanitarismo al microfono, industria bellica al bilancio. E nessuna forza politica maggioritaria, in Parlamento, ha avuto la forza di rompere questa ipocrisia.

I volti della catastrofe

Al di sotto della geopolitica, sotto le cifre, sotto le rotte dell’oro e delle armi, ci sono persone. Ci sono madri che partoriscono in tende senza elettricità, bambini che muoiono di malnutrizione nelle aree assediate, contadini che assistono al saccheggio dei propri raccolti, intere comunità — i Masalit, i Fur, gli Zaghawa del Darfur — che subiscono una pulizia etnica riconosciuta da osservatori internazionali come tale. I dati dell’UNICEF sono un atto di accusa permanente: più di cinque milioni di minori sfollati, almeno centosessanta bambini uccisi e ottantacinque mutilati nei primi tre mesi del 2026, con un incremento del cinquanta per cento rispetto all’anno precedente. Il settantotto per cento delle vittime infantili è causato da attacchi con droni. Droni fabbricati altrove, venduti ad Abu Dhabi, spediti a Hemedti, pilotati da qualche parte verso una scuola coranica, una fila per l’acqua, un mercato. La tecnologia della morte, nel ventunesimo secolo, è una filiera globale che attraversa continenti e ripulisce coscienze.

La povertà, in tre anni, è esplosa dal ventuno al settantuno per cento. Ventitré milioni di sudanesi vivono oggi sotto la soglia minima. La carestia è stata formalmente certificata a El Fasher e a Kadugli. Il sistema sanitario è ridotto al venti per cento della capacità originaria: le donne muoiono di parto in locali senza acqua corrente, i diabetici muoiono di mancanza di insulina, i bambini muoiono di morbillo e di diarrea acuta. Il colera si espande liberamente là dove gli acquedotti sono ormai scheletri arrugginiti. Ogni cifra è un funerale moltiplicato per milioni. Ogni percentuale è una storia che nessuno leggerà.

L’indifferenza come progetto politico

Non si può più parlare di questa guerra come di una «tragedia dimenticata». L’espressione è consolatoria, quasi assolutoria: suggerisce che qualcuno, semplicemente, si è distratto. La verità è diversa e più dura. Il Sudan non è dimenticato: è stato rimosso. È stato rimosso perché la sua tragedia metterebbe in discussione i fondamenti stessi dell’ordine globale che beneficia dei suoi morti. Ricordarsene significherebbe interrogare il ruolo del capitalismo estrattivo, le filiere dell’oro e dei minerali critici, le esportazioni d’armi verso regimi autoritari, la collusione fra democrazie occidentali e monarchie del Golfo, la gerarchia razziale che struttura ancora la nostra percezione del lutto. Significherebbe chiedere conto a banche, industrie, governi, media. Significherebbe, in una parola, politicizzare il dolore. E niente è più pericoloso, per l’ordine costituito, di un dolore politicizzato.

La gerarchia del visibile non è un incidente culturale. È un dispositivo di potere. Seleziona quali tragedie possano diventare mobilitazione e quali debbano restare inquietudine privata. Decide che cosa è un genocidio e che cosa è «violenza etnica». Stabilisce chi merita un tribunale internazionale e chi merita, al massimo, una nota a piè di pagina. Il Sudan, in questa macchina selettiva, è la dimostrazione plastica di come l’informazione globale sia, anzitutto, un’economia: domanda, offerta, marginalità, dismissione. Dove il pubblico non reagisce, l’offerta si ritira. Dove l’offerta si ritira, il pubblico smette di chiedere. Il ciclo si chiude, e il silenzio diventa sistema.

Rompere il silenzio è un atto politico

Cosa possiamo fare, noi che scriviamo, leggiamo, votiamo in Europa, mentre in Sudan si muore? Possiamo cominciare col rifiutarci di accettare le cornici che ci vengono imposte. Possiamo chiedere, ogni volta, di chi sono le armi, di chi è l’oro, di chi sono i droni, di chi sono i porti da cui partono le navi che armano la catastrofe. Possiamo pretendere dalle nostre istituzioni un embargo vero — non di facciata — verso gli Emirati e verso ogni governo che alimenti il conflitto. Possiamo chiedere che le aziende italiane ed europee che fanno affari con questi regimi rispondano pubblicamente del sangue che passa, anche indirettamente, dai loro bilanci. Possiamo fare in modo che il Sudan torni dentro il discorso pubblico, che entri nei comizi, nei dibattiti parlamentari, nelle piazze. Nessuna pace è stata mai conquistata dal silenzio.

Ricordare il Sudan significa rifiutare l’idea che esistano esseri umani di serie B. Significa riconoscere che il destino di un contadino di El Fasher, di una madre di Nyala, di un bambino di Kadugli è intrecciato — nelle miniere, nelle rotte dell’oro, negli accordi bilaterali, nelle licenze d’arma — al nostro destino. Significa smettere di credere all’alibi della distanza. Non c’è distanza, in un’economia globale: c’è solo volontà di non vedere. E quella volontà ha un nome politico preciso, ha ministri, ha amministratori delegati, ha direttori di giornale, ha parlamentari, ha azionisti. Il silenzio sul Sudan non è un silenzio orfano: ha padri e madri riconoscibili, e anche cognomi. Il primo atto di giustizia, verso quel popolo, è nominarli.

Finché continueremo a tollerare che il valore di una vita si misuri sulla sua utilità ai flussi di capitale e al branding geopolitico delle nazioni ricche, continueremo ad avere Sudan. E avremo altri Sudan. Nella Repubblica Democratica del Congo saccheggiato per il coltan, nello Yemen affamato dai bombardamenti sauditi e emiratini, nel Sahel lasciato alla disintegrazione, nella Somalia ridotta a terreno di caccia. Ogni volta che la politica abdica alla finanza e i diritti umani diventano pubblicità, una nuova catastrofe si accende lontano dai nostri schermi. Il Sudan non è un’eccezione: è l’avvertimento. Se non impariamo a guardarlo, non impareremo mai a guardare davvero nessun altro.

Fonti

UNHCR — Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, aggiornamenti sulla crisi degli sfollati sudanesi, aprile 2026
UNICEF, dichiarazioni della direttrice Catherine Russell e dati sui minori uccisi, feriti e sfollati, aprile 2026
IPC — Integrated Food Security Phase Classification, rapporti sulla sicurezza alimentare in Sudan, 2025-2026
Programma Alimentare Mondiale (WFP), conferenza stampa di Ross Smith, Ginevra, aprile 2026
OCHA — Ufficio ONU per gli Affari Umanitari, Humanitarian Needs and Response Plan 2026
Terza Conferenza Umanitaria Internazionale sul Sudan, Berlino, 15 aprile 2026
ISPI — Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, “Sudan: tre anni di guerra invisibile”, 2026
European Council on Foreign Relations, “The falcons and the secretary bird: Arab Gulf states in Sudan’s war”, 2025
Atlantic Council, analisi sull’interferenza esterna nel conflitto sudanese, 2025
Amnesty International, rapporti sulle violazioni dell’embargo e sulle forniture d’armi alle parti belligeranti, 2024-2025
The Sentry, rapporto sulle reti finanziarie delle Rapid Support Forces con base a Dubai, ottobre 2025
The New York Times, inchieste sulla filiera di armi verso le Rapid Support Forces
Le Monde, inchieste sulle rotte di rifornimento emiratine verso l’Africa orientale, marzo 2026
Global Initiative Against Transnational Organized Crime, “The illicit transnational supply chains sustaining Sudan’s conflict”, novembre 2025
Center for American Progress, analisi sul ruolo emiratino nel conflitto, 2025
African Arguments, “Sudan’s War Was Not a Breakdown. It Was the System Working”, marzo 2026
Yale University Humanitarian Research Lab, rapporti sugli attori esterni nel conflitto
Human Rights Watch, rapporti sulle atrocità in Darfur e sul coinvolgimento internazionale
Medici Senza Frontiere, testimonianze e denunce dal terreno
Save the Children, rapporti sull’impatto della guerra sui minori sudanesi
Vatican News, interviste a operatori UNHCR in Sudan
Il Post, ISPI, Sky TG24, L’Unità, AgenSIR, Tv2000 — coperture giornalistiche italiane sul conflitto
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
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Melonellum: l’architettura della sopravvivenza e l’ombra lunga dell’autocrazia

I costituzionalisti lanciano l’allarme sulla riforma elettorale: un premio di maggioranza abnorme, listini bloccati e la soglia dei tre quinti spalancano la porta a una democrazia a sovranità limitata

Non è una riforma. È un dispositivo di sopravvivenza politica travestito da ingegneria elettorale. Dopo il tentativo fallito di piegare la magistratura attraverso la riforma Nordio, affondato nelle urne del referendum di marzo, la destra di governo cambia obiettivo ma non metodo: se non si può manomettere il controllo di legalità, si manometteranno le regole della rappresentanza. Il Melonellum — come l’hanno già battezzato giuristi e costituzionalisti — è la prosecuzione con altri mezzi della stessa ambizione: sottrarre ai cittadini la facoltà di scegliere e consegnare al vincitore, chiunque esso sia, un potere sostanzialmente incontrollato. Una legge concepita non per riflettere la volontà popolare, ma per confezionarla su misura.

Il paradigma della legge truffa

Il richiamo alla «legge truffa» non è casuale né retorico. Nel 1953 fu la Democrazia Cristiana, spaventata dall’ascesa delle sinistre e dall’incognita post-degasperiana, a tentare l’operazione: un premio di maggioranza che avrebbe garantito al vincitore una quota abnorme di seggi. L’operazione fallì per poche migliaia di voti e divenne uno dei momenti più oscuri della storia repubblicana, un paradigma negativo da cui la cultura politica italiana ha impiegato decenni a liberarsi. Settantatré anni dopo, la tentazione torna e viene portata avanti con una brutale chiarezza di intenti che aggrava, se possibile, la natura di quell’antecedente.

Il Comitato di difesa costituzionale, presieduto da Massimo Villone, ha colto con precisione il nodo: non si tratta di un semplice aggiustamento tecnico, ma di un tentativo di riscrivere i rapporti di forza fra eletti ed elettori trasformando la rappresentanza in una scorciatoia plebiscitaria. La mobilitazione lanciata in questi giorni richiama alla memoria le grandi battaglie costituzionali del dopoguerra, ed è condotta nella piena consapevolezza che oggi, come allora, in gioco non è una questione procedurale ma la natura stessa della democrazia parlamentare sancita dalla Carta del 1948. La parola «truffa», nel vocabolario dei costituzionalisti italiani, non è un’iperbole polemica: è una categoria storica precisa, che designa quei dispositivi normativi attraverso cui il potere tenta di preservarsi bypassando il libero esercizio della sovranità popolare.

Il meccanismo: premio abnorme, parlamento addomesticato

L’articolazione del testo incardinato alla Camera rivela con chiarezza la filosofia che la muove. Alla lista o alla coalizione vincente, anche per un margine risicato, verrebbe assegnato un bonus di settanta deputati alla Camera e trentacinque senatori a Palazzo Madama. Numeri che non servono a garantire la governabilità — feticcio invocato a ogni stagione per giustificare ogni forzatura — ma a produrre un’alterazione radicale della proporzione fra voti ricevuti e poltrone ottenute. Un partito o una coalizione che raccogliesse un sostegno appena superiore al trentacinque per cento potrebbe ritrovarsi, grazie all’effetto moltiplicatore del premio, a gestire la metà abbondante dell’assemblea. È la fine di qualunque corrispondenza fra numero di voti e numero di seggi, il principio fondativo di ogni rappresentanza democratica.

Enrico Grosso, ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Torino e presidente del Comitato Giusto Dire No durante il referendum di marzo, ha sintetizzato il vizio di fondo con chirurgica precisione: l’elettore non ha alcun ruolo nella selezione di quei settanta. Sono i partiti a decidere chi occuperà i seggi aggiuntivi, attraverso listini bloccati che riproducono lo schema già più volte bocciato dalla Corte costituzionale nelle sentenze sul Porcellum e sull’Italicum. Il cittadino è chiamato a ratificare una scelta compiuta a monte nelle stanze delle segreterie di partito. Vota, ma non sceglie. Assume un ruolo cerimoniale, quello di certificare con la matita copiativa decisioni già prese altrove. La Costituzione, all’articolo 67, vuole parlamentari liberi da vincoli di mandato perché eletti direttamente dal popolo; il Melonellum li vuole invece debitori delle nomenklature di partito, incapsulati in una catena di obblighi che rende vana ogni pretesa di autonomia.

La deriva dei tre quinti: anticamera dell’autocrazia

Il punto più inquietante della manovra riguarda la soglia dei tre quinti del Parlamento. Con il Melonellum, una coalizione vincente anche di pochissimo potrebbe raggiungere circa duecentotrenta deputati, a un soffio da quella quota aritmetica. E i tre quinti non sono un numero magico o un’astrazione accademica: sono la soglia che, in Italia, consente di eleggere autonomamente il Presidente della Repubblica a partire dal quarto scrutinio e di condizionare imodo decisivo la nomina dei giudici della Corte costituzionale di quota parlamentare. Tradotto: chi controlla i tre quinti controlla gli equilibri istituzionali dell’intero Paese.

Può scegliere il Capo dello Stato senza necessità di convergenza con le opposizioni, può plasmare la Consulta secondo le proprie inclinazioni ideologiche, può — nel medio periodo — orientare l’interpretazione stessa della Costituzione attraverso le sentenze dei giudici che ha contribuito a designare. È il percorso silenzioso attraverso cui una democrazia parlamentare può mutare fisionomia senza che sia necessario abolire formalmente nulla. Non servono proclami, non serve un Ventitré marzo rovesciato: basta un lento, paziente lavoro di erosione dei contrappesi, un’operazione di ingegneria istituzionale che modifichi le regole del gioco fino a rendere strutturalmente impossibile la sconfitta di chi governa. Villone usa una parola che non andrebbe sottovalutata e che merita di essere pronunciata per quello che è: autocrazia. Non si tratta di iperbole polemica, ma della descrizione tecnica di un sistema in cui il potere esecutivo, grazie a un dispositivo elettorale distorto, finisce per controllare anche i contrappesi pensati per limitarlo.

Il voto estero, laboratorio della manipolazione

Accanto al corpo principale della riforma, il governo ha già consumato nei giorni scorsi un’operazione che chiarisce il metodo e l’obiettivo: la riscrittura delle regole per il voto degli italiani residenti all’estero. Nelle ultime elezioni politiche, su dodici eletti nella circoscrizione Europa, sette erano del Partito democratico e uno del Movimento 5 Stelle, successivamente transitato ad Azione. Un dato scomodo per la maggioranza, che in Europa — dove risiedono le comunità italiane più integrate, più informate e culturalmente più esposte al dibattito democratico continentale — non riesce a sfondare. Le nuove generazioni di emigranti italiani, fuggite dalla precarietà cronica del mercato del lavoro interno, votano tendenzialmente a sinistra o verso forze progressiste. Un fenomeno che il governo intende semplicemente cancellare dalla statistica.

La risposta è stata chirurgica: alterare i confini dei collegi esteri per annacquare il peso delle zone sfavorevoli e sovrarappresentare quelle dove il voto pende a destra. Il deputato Toni Ricciardi del Partito democratico, eletto proprio nel collegio Europa, ha denunciato apertamente l’operazione, mentre Filiberto Zaratti di Alleanza Verdi e Sinistra ha fornito un dato eloquente: nel recente referendum costituzionale, in Sud America il Sì ha raccolto oltre il settanta per cento dei consensi, con picchi dell’ottantasette per cento in Venezuela, mentre in Europa ha prevalso nettamente il No. Ridisegnare i collegi per far pesare di più i voti delle zone favorevoli significa una cosa sola: piegare la geografia elettorale all’esigenza del vincitore. È la logica del gerrymandering americano traslata nel contesto italiano, un’operazione che negli Stati Uniti ha progressivamente svuotato di senso il principio una persona, un voto, producendo distorsioni sistemiche nella rappresentanza federale.

La catena spezzata: da Porcellum a Melonellum

L’ingegneria elettorale truffaldina non è un’invenzione della Meloni. È il prodotto di una sedimentazione ventennale che attraversa la storia della cosiddetta seconda Repubblica e si prolunga fino all’attuale stagione. Il Porcellum, architettato nel 2005 da Roberto Calderoli per blindare il potere di Silvio Berlusconi, fu dichiarato parzialmente incostituzionale dalla Corte con la sentenza numero uno del 2014 proprio per il meccanismo del premio abnorme e dei listini interamente bloccati. L’Italicum renziano, approvato con il voto di fiducia e al centro del compromesso politico culminato nel referendum costituzionale del dicembre 2016, rilanciò la stessa logica attraverso il ballottaggio a due turni fra le liste più votate: bocciato anch’esso dalla Consulta con la sentenza trentacinque del 2017. Il Rosatellum, costruito sotto il governo Gentiloni con una maggioranza trasversale che includeva il Partito democratico e ampi settori del centrodestra, sopravvisse ai ricorsi ma confermò l’impianto delle candidature multiple e dei collegi uninominali di fatto blindati attraverso la compensazione proporzionale.

Sergio Bagnasco, che con il compianto Felice Carlo Besostri elaborò i referendum contro il Rosatellum, ha colto con lucidità il punto politico: il Melonellum è la figlia legittima del Porcellum, ma è anche il frutto della complicità bipartisan che ha impedito, nel corso di due decenni, il ritorno a un sistema elettorale che restituisse centralità al Parlamento e dignità alla funzione rappresentativa. Il campo progressista, se davvero vuole contrastare questa deriva, dovrà assumersi un impegno preciso e pubblico: non limitarsi a combattere questa legge nelle aule parlamentari e nelle eventuali sedi giurisdizionali, ma impegnarsi fin da ora a scriverne una radicalmente diversa in caso di vittoria alle prossime politiche. Una legge che non riproduca la logica capocratica, che abolisca premi sproporzionati e listini bloccati, che restituisca ai cittadini la facoltà effettiva di scegliere i propri rappresentanti e al Parlamento la dignità di luogo della deliberazione e del controllo sull’esecutivo. Senza questo impegno preventivo, la prossima alternanza rischia di limitarsi a una staffetta fra padroni diversi dello stesso meccanismo.

La sopravvivenza come principio politico

Villone ha usato una formula tagliente: per la destra si tratta di una questione di sopravvivenza. È la chiave per leggere non solo il Melonellum ma l’intera strategia del governo negli ultimi mesi. Il referendum di marzo ha mostrato alla maggioranza che il consenso del 2022 era anomalo e difficilmente ripetibile, frutto di un campo progressista frammentato più che di un’adesione profonda e duratura al programma della coalizione. L’astensione storica che aveva spalancato la strada a Palazzo Chigi non si ripeterà con la stessa intensità, anche perché il voto referendario ha dimostrato che una parte consistente dell’elettorato sa ancora mobilitarsi su questioni costituzionali. I sondaggi registrano da mesi un’erosione costante del consenso, aggravata dalla crisi economica, dall’inflazione che morde i salari reali, dall’impotenza mostrata di fronte all’escalation militare in Medio Oriente seguita alla campagna statunitense e israeliana contro l’Iran, con tutto ciò che ne è derivato sul piano dei prezzi dell’energia e della dipendenza strategica europea.

In questo quadro, per la maggioranza non si tratta più di vincere con un programma convincente, ma di costruirsi le condizioni per non perdere. Il Melonellum è esattamente questo: l’architrave di una strategia di conservazione del potere che rinuncia alla conquista del consenso per dedicarsi alla manipolazione delle regole. Chi, all’interno della coalizione, non vuole rinunciare ai collegi uninominali — si pensi alla Lega, che su di essi ha storicamente fondato la propria radicazione territoriale settentrionale — verrà compensato con posti blindati nei listini proporzionali. L’accordo interno è già sostanzialmente scritto: nessun partito della maggioranza può permettersi il lusso di andare alle urne con regole eque, perché nessuno di essi, singolarmente o insieme, è in grado di garantirsi la vittoria senza un vantaggio strutturale iscritto nella legge. È la confessione implicita della propria debolezza: ci si blinda perché si sa di essere minoritari.

La posta in gioco

Ciò che è in gioco con il Melonellum non è una diatriba tecnica fra costituzionalisti o l’ennesima querelle sulla legge elettorale. È la domanda fondamentale di ogni democrazia: a chi appartiene il potere? La risposta che la Costituzione italiana ha dato nel 1948 è inequivocabile — appartiene al popolo, che lo esercita attraverso rappresentanti liberamente scelti e vincolati al mandato ricevuto. Settantotto anni dopo, quella risposta è sotto assedio. Il percorso di svuotamento è graduale, spesso invisibile all’elettore distratto: un premio di maggioranza qui, un listino bloccato là, una ridistribuzione dei collegi, un’alterazione della quota estera. Ogni singolo passo sembra marginale. Sommati, disegnano il profilo di un sistema in cui chi vince — anche per un voto — ottiene le chiavi dell’intera macchina istituzionale e può usarle per consolidare il proprio dominio ben oltre la legittimazione ricevuta alle urne.

La storia repubblicana ha già conosciuto questa tentazione. L’ha affrontata nel 1953 e l’ha respinta con le armi della mobilitazione politica e culturale. L’ha riconosciuta nel 2005 con il Porcellum e, dopo anni di ritardo, l’ha smontata grazie alle sentenze della Corte costituzionale. L’ha incontrata di nuovo con l’Italicum e l’ha fermata alle urne del dicembre 2016. Oggi la affronta nella sua versione più sofisticata e spregiudicata, confezionata da una maggioranza che ha compreso come il vero terreno di conquista non siano più le coscienze degli elettori ma le regole con cui il loro voto viene pesato. La battaglia contro il Melonellum non è una questione di schieramento partitico ma di principio democratico elementare. Perché una democrazia che rinuncia al diritto dei cittadini di scegliere i propri rappresentanti cessa, semplicemente, di essere una democrazia. Diventa altro. E l’altro ha già un nome, scomodo e preciso, che i costituzionalisti italiani non hanno più paura di pronunciare.

Fonti

• Comitato di difesa costituzionale (CdC) — documenti, comunicati e appelli alla mobilitazione contro la riforma elettorale.

• Enrico Grosso, Università degli Studi di Torino, Dipartimento di Giurisprudenza — interventi pubblici e analisi sulla proposta di riforma.

• Massimo Villone — editoriali e saggi pubblicati su «il manifesto» sul sistema elettorale italiano e sui suoi rapporti con il dettato costituzionale.

• Sergio Bagnasco e Felice Carlo Besostri — ricorsi e materiali dei referendum contro il Rosatellum.

• Corte costituzionale, sentenza n. 1/2014 (incostituzionalità parziale del Porcellum) e sentenza n. 35/2017 (incostituzionalità parziale dell’Italicum).

• Camera dei Deputati — atti parlamentari e testo della proposta di riforma del sistema elettorale incardinata in Commissione Affari costituzionali.

• Costituzione della Repubblica italiana — in particolare articoli 1, 48, 56, 67, 83 e 135.

• Archivio storico Senato della Repubblica — documenti sulla legge elettorale del 1953 (cosiddetta «legge truffa»).

• Dichiarazioni pubbliche di Toni Ricciardi (PD) e Filiberto Zaratti (AVS) sulla riforma del voto degli italiani all’estero.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

© Mario Sommella — Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

Ventiquattro anni nelle segrete di IsraeleMarwan Barghouti, la tortura di un popolo e il silenzio complice dell’Occidente

C’è un uomo, in una cella israeliana, che da ventiquattro anni non vede la luce di una piazza, non stringe la mano dei suoi nipoti, non legge un giornale, non sa chi governa il mondo fuori. C’è un uomo che, nell’arco di sole due settimane, è stato pestato tre volte dalle guardie, aggredito da un cane aizzato contro di lui, lasciato a terra sanguinante senza cure. Quell’uomo si chiama Marwan Barghouti, è un parlamentare palestinese, e il suo corpo torturato è la fotografia più nitida di ciò che l’Occidente finge di non vedere: la natura coloniale, razziale e sistematica della detenzione israeliana dei prigionieri politici palestinesi.

Una fotografia che squarcia il velo

Il quotidiano comunista francese L’Humanité ha pubblicato la testimonianza dell’avvocato Ben Marmarelli, che ha potuto incontrare Barghouti il 12 aprile scorso dopo un’attesa umiliante di cinque ore in una stanza senz’acqua, senza cibo, senza la possibilità nemmeno di usare un bagno. I telefoni di collegamento non funzionavano. Il vetro che separava legale e detenuto imponeva di urlare per capirsi. In questa scenografia di diritto negato, si è consumato l’incontro tra un difensore impotente e un prigioniero lucido, consapevole, politicamente vivo nonostante l’isolamento totale.

Barghouti, racconta l’avvocato, è stato aggredito l’8 aprile nel carcere di Ganot: picchiato selvaggiamente, lasciato senza assistenza medica per ore, con le richieste di cure respinte dall’amministrazione penitenziaria. Il 25 marzo un altro pestaggio, durante il trasferimento da Megiddo a Ganot. Il 24 marzo, a Megiddo, le guardie erano entrate nella sua cella con un cane, lo avevano costretto a terra e avevano lasciato che l’animale lo aggredisse ripetutamente. Non sono eccessi individuali, né incidenti. È un metodo.

Il metodo, non l’eccezione

L’Israel Prison Service — il Servizio Penitenziario israeliano — non sta perdendo il controllo: lo esercita con precisione. La tortura nei confronti dei prigionieri politici palestinesi non è una deviazione del sistema, è il sistema. È la coerente estensione carceraria di un dispositivo di dominio che, fuori da quelle mura, si chiama occupazione, apartheid, espansione coloniale, guerra permanente. Marmarelli lo dice con le parole più semplici e più scandalose che si possano pronunciare di fronte a un’opinione pubblica europea anestetizzata: tutti i prigionieri politici palestinesi vengono torturati. Tutti, senza eccezione.

Isolamento totale dal mondo esterno. Nessuna televisione, nessun telefono, nessuna radio, nessun giornale, nessuna lettera, nessun libro — soltanto un Corano, due mutande, due camicie, due paia di calzini, una giacca, un paio di pantaloni. Razioni di cibo sotto soglia, tè senza zucchero, sette uscite in cortile in venti giorni laddove ne spetterebbe una al giorno. Detenuti con problemi di vista lasciati senza occhiali né prescrizione, dunque impossibilitati persino a leggere l’unico testo ammesso. È una sottrazione scientifica dell’umano, studiata per disgregare la persona prima ancora del prigioniero.

Chi è Marwan Barghouti, e perché fa così paura

Arrestato illegalmente a Ramallah il 15 aprile 2002 dall’esercito israeliano, Marwan Barghouti è un membro eletto del Consiglio Legislativo Palestinese, leader storico di Fatah, figura che da un quarto di secolo incarna ciò che Israele teme più di qualsiasi militante: un palestinese popolare, trasversale, capace di tenere insieme Cisgiordania e Gaza, capace di parlare alla propria base e insieme di interloquire con la comunità internazionale. In ogni sondaggio condotto nei territori occupati, il suo nome svetta come primo riferimento politico. È, agli occhi dei palestinesi, qualcosa di molto simile a ciò che Nelson Mandela fu per il Sudafrica in ostaggio dell’apartheid.

Per questo Israele non lo libera, non lo processa con garanzie, non gli consente una difesa reale. Per questo l’estrema destra al governo lo esibisce come trofeo: lo scorso agosto il ministro Itamar Ben Gvir — uomo con precedenti penali per incitamento al razzismo e sostegno al terrorismo ebraico — si è recato nella sua cella per minacciarlo in una miserabile trovata pubblicitaria. Non un atto istituzionale, ma una liturgia fascista, con la macchina da presa alle spalle e la vittima scelta per la sua vulnerabilità. È l’odio trasformato in comunicazione di governo.

La farsa del diritto e la sostanza del colonialismo

Marmarelli lo dice senza giri di parole: non esiste un caso Barghouti. Non c’è un fascicolo giudiziario nel senso proprio del termine, non c’è una via legale per il rilascio, non c’è un tribunale imparziale a cui rivolgersi. C’è soltanto la posizione coloniale di chi decide, secondo calcolo politico, se e come concedere al prigioniero un materasso, un sapone, una giacca. La funzione dell’avvocato si riduce a un’opera di mitigazione dell’orrore, non di ricerca della giustizia. Sono le fondamenta stesse dello Stato di diritto ad essere abolite, sostituite da un arbitrio amministrativo che rivela la verità più scomoda: nei confronti dei palestinesi, Israele non è e non si comporta come uno Stato democratico.

Il diritto internazionale, su questo terreno, è stato ridotto a relitto retorico. Le Convenzioni di Ginevra, la Convenzione contro la tortura delle Nazioni Unite, gli standard minimi per il trattamento dei detenuti elaborati dall’ONU: tutto viene sistematicamente calpestato, e tutto viene sistematicamente tollerato dai governi che si autodefiniscono custodi dei diritti umani. Il Comitato internazionale della Croce Rossa denuncia da mesi il divieto di visita imposto dalle autorità israeliane ai familiari dei detenuti palestinesi. Le relazioni delle Nazioni Unite documentano torture, umiliazioni sessuali, morti in custodia. Non manca la conoscenza dei fatti: manca la volontà politica di agire.

L’Europa che si gira dall’altra parte

L’Unione Europea, che negli ultimi due anni ha sanzionato la Russia con una velocità che ha fatto scuola nella diplomazia contemporanea, continua a trattare Israele come partner privilegiato, commerciale, tecnologico e militare. L’Accordo di Associazione UE-Israele, la cui clausola sui diritti umani consentirebbe la sospensione immediata, resta intatto dopo le stragi di Gaza, dopo la documentazione indipendente di crimini di guerra, dopo le condanne della Corte Internazionale di Giustizia, dopo i mandati di cattura della Corte Penale Internazionale. Questo doppio standard non è un inciampo: è il segno tangibile di una subalternità strategica e culturale dell’Europa al blocco statunitense-israeliano, una subalternità che l’opinione pubblica del continente — nelle piazze, nei sindacati, nei movimenti studenteschi — sta però cominciando a contestare con crescente determinazione.

In Italia la situazione è persino più grave. Il governo di destra-destra guidato da Giorgia Meloni ha scelto l’allineamento incondizionato con Tel Aviv, votando contro risoluzioni di cessate il fuoco alle Nazioni Unite, mantenendo contratti per la fornitura di componentistica militare, impedendo di fatto qualsiasi pressione diplomatica. I grandi media mainstream, da parte loro, hanno costruito per mesi un racconto asimmetrico, in cui la parola tortura non si poteva pronunciare se il torturato era palestinese, in cui la parola terrorismo si poteva applicare soltanto a un lato, in cui i bambini morti di Gaza diventavano statistica, mentre gli ostaggi israeliani — sacrosantemente — diventavano volti, nomi, biografie. Questa disparità informativa è essa stessa una forma di complicità.

La dignità come resistenza

E poi c’è lui, Barghouti. C’è la lucidità di un uomo che, dopo ventiquattro anni di prigione, dopo pestaggi ripetuti, dopo l’isolamento scientifico imposto dallo Stato che lo detiene, nel colloquio con il suo avvocato non chiede pietà, non piange su di sé: chiede informazioni sulla situazione politica palestinese, chiede cosa stia succedendo in Israele, chiede dei suoi figli e dei suoi nipoti che non ha mai potuto conoscere. E continua, racconta Marmarelli, a essere l’unico detenuto che alza la voce contro le guardie, che contesta il sopruso, che dice non è giusto, non è legale. Gli altri prigionieri sono terrorizzati. Lui no.

Non è un dettaglio caratteriale: è una postura politica. È la stessa postura che fece di Gramsci, nel carcere fascista, il pensatore che scardinava dall’interno la gabbia in cui il regime sperava di seppellirlo. È la stessa postura che fece di Mandela, a Robben Island, un simbolo universale. È la postura di chi sa che la dignità, quando non può essere difesa con le armi della libertà, diventa essa stessa l’arma estrema, quella che i carcerieri non riescono a spegnere nemmeno con il cane, nemmeno con i pugni, nemmeno con la fame.

Cosa si può fare, cosa si deve fare

Le società civili europee hanno gli strumenti per rompere il muro di complicità. Campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni sul modello del movimento che contribuì alla caduta dell’apartheid sudafricano. Pressioni sui parlamenti nazionali ed europei affinché si sospendano gli accordi commerciali e di ricerca scientifica con istituzioni israeliane complici dell’occupazione. Monitoraggio civile e giuridico delle catene di fornitura militare. Gemellaggi tra comuni italiani ed enti locali palestinesi. Campagne di informazione capillari, che sottraggano il racconto della Palestina al monopolio dei grandi media allineati.

E, sopra ogni cosa, una rivendicazione politica chiara e non negoziabile: la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri politici palestinesi, la fine della detenzione amministrativa, l’accesso immediato delle famiglie e delle organizzazioni internazionali ai luoghi di reclusione, l’apertura di un’inchiesta indipendente sulle morti in custodia, la sospensione dei rapporti preferenziali con uno Stato che pratica sistematicamente la tortura. Non è una richiesta radicale: è il minimo sindacale di qualsiasi ordine giuridico che voglia continuare a chiamarsi tale.

Il prezzo del nostro silenzio

Ventiquattro anni fa, quando Marwan Barghouti venne arrestato, l’Europa si illudeva che la storia si fosse fermata, che il Novecento avesse consegnato al futuro un ordine liberale solido, una pace perpetua, un diritto internazionale capace di disciplinare anche gli Stati più potenti. Quella illusione è morta nelle strade di Gaza, nelle celle di Megiddo e Ganot, nei corpi piegati dei prigionieri palestinesi che nessun funzionario europeo ha più il coraggio di andare a visitare. La morte di quell’illusione non è un problema del popolo palestinese soltanto: è un problema nostro, perché ciò che oggi si permette a Tel Aviv, domani si permetterà altrove, e già si permette a Bruxelles ogni volta che un ministro europeo firma un comunicato di vuota preoccupazione.

La vita di Marwan Barghouti pende da un filo amministrativo. Ogni giorno in cui tacciamo è un giorno in cui il filo si assottiglia. Ogni dichiarazione di governo che sceglie la prudenza diplomatica al posto della verità è un colpo inferto non soltanto al prigioniero nella cella, ma a noi stessi, alla nostra possibilità di continuare a pretendere che il mondo sia, in qualche misura, governato dal diritto e non dalla sola forza. Rompere il silenzio non è più un gesto di solidarietà: è una necessità politica, civile, morale. Se non lo faremo per lui, dovremo farlo per noi. Perché ogni volta che un torturatore resta impunito da qualche parte, un pezzo di umanità evapora ovunque.

Fonti

L’Humanité, intervista a Ben Marmarelli, avvocato di Marwan Barghouti, aprile 2026.
Comitato Internazionale della Croce Rossa, rapporti sulle condizioni di detenzione dei prigionieri palestinesi, 2024–2026.
Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, rapporti periodici.
B’Tselem e Addameer, documentazione su tortura, detenzione amministrativa e morti in custodia nelle carceri israeliane.
Amnesty International e Human Rights Watch, rapporti sull’apartheid israeliano e sul trattamento dei prigionieri politici palestinesi.
Corte Internazionale di Giustizia, parere consultivo sulle conseguenze legali dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi, luglio 2024.
Corte Penale Internazionale, provvedimenti relativi ai mandati di cattura per funzionari israeliani, 2024.
“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.”
Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0 · mariosommella.wordpress.com

La libertà come sospetto: L’Europa liberale, la caccia al dissenso e il volto autoritario di chi si proclama democratico

Accade in un continente che si autoproclama faro del mondo libero, bastione dei diritti, custode dello Stato di diritto. Accade nei palazzi dell’Unione e nelle redazioni dei quotidiani più letti, nei salotti televisivi e nelle aule parlamentari, con una disinvoltura che dovrebbe inquietare chiunque conservi ancora una qualche memoria di cosa significhi democrazia. Un’ambasciatrice della Repubblica viene linciata in prima pagina e derubricata a funzionario di rango medio-basso. Un professore universitario di storia contemporanea viene inseguito di città in città con tentativi di sabotaggio delle sue presentazioni. Un giornalista-vignettista popolare finisce nella lista nera dei nemici pubblici. Un festival di cinema documentario diventa oggetto di lettere aperte alla Presidenza del Consiglio per chiedere divieti, censure e sanzioni. La colpa, in tutti questi casi, è sempre la stessa: avere un’opinione diversa da quella prescritta, e avere ancora la pretesa di esprimerla.

La macchina del bollino atlantico
Il meccanismo è ormai oliato. Da una parte, figure istituzionali di primo piano — una vicepresidente del Parlamento europeo, senatori di area liberale e radicale, commentatori di testate di riferimento — che trasformano l’etichetta di «putiniano» in uno strumento di neutralizzazione politica. Dall’altra, una stampa compiacente che raccoglie, amplifica, trasforma in verità giornalistica l’insulto d’ufficio. A chiudere il cerchio, la satira televisiva, quella addomesticata, che prende di mira non il potere ma i privati cittadini colpevoli di essersi presentati alla proiezione di un documentario non allineato. Non è più un dibattito, è una caccia. E la caccia ha regole semplici: chi critica la NATO è al soldo del Cremlino; chi documenta il genocidio a Gaza è antisemita; chi si oppone al riarmo è un agente del nemico; chi distingue tra diritto internazionale e ragion di Stato è un nostalgico. La complessità, che dovrebbe essere la misura della maturità di una democrazia, viene liquidata come copertura ideologica.

La conferenza stampa convocata in pompa magna per denunciare come «indecente» la presentazione di un libro nella Sala Stampa di Montecitorio è solo l’ultimo tassello di un costume che si è andato formando negli ultimi anni. Un libro, si badi: un oggetto di carta stampata, accompagnato da una discussione pubblica con un’autrice, un’ambasciatrice, una parlamentare e una giornalista. Nulla che non rientri nel più ordinario esercizio della funzione intellettuale in qualunque paese che si rispetti. Eppure, nell’Italia e nell’Europa di oggi, questo basta a scatenare una reazione degna di un regime minore. Non è tollerabile, nel nuovo galateo, che qualcuno parli fuori dal coro davanti a microfoni istituzionali. Non è tollerabile che il dissenso esca dai perimetri assegnati, che si affacci alle tribune, che trovi una sala. Occorre circoscriverlo, isolarlo, delegittimarlo.

Doppi standard, o la geometria variabile del diritto
La manovra che più colpisce, in questa stagione di linciaggi ordinati, è il sistematico ricorso al doppio standard. Gli stessi che si indignano per un padiglione russo alla Biennale di Venezia partecipano a conferenze organizzate dal governo dell’Arabia Saudita, i cui vertici sono stati indicati come mandanti dell’esecuzione di un giornalista dentro un consolato in territorio turco. Gli stessi che chiedono sanzioni contro chi ha assistito a un festival di cinema difendono senza sfumature un governo, quello israeliano, che da oltre due anni calpesta il diritto internazionale sotto gli occhi del mondo, tra decine di migliaia di morti civili, migliaia di bambini mutilati o uccisi, intere città ridotte a cenere. Gli stessi che gridano alla sovranità europea accettano che banche italiane ed europee applichino sanzioni statunitensi contro una relatrice speciale delle Nazioni Unite come Francesca Albanese, colpevole soltanto di fare il proprio mestiere con rigore giuridico impeccabile.

La Commissione europea, organo esecutivo privo di funzioni giudiziarie, ha bloccato i conti bancari del politologo Jacques Baud senza alcun processo, limitandone la libertà di movimento sulla base di sospetti politici. Ha esercitato pressioni economiche dirette sulla Biennale di Venezia per orientarne le scelte culturali. Ha disposto, in autonomia amministrativa, la censura di testate giornalistiche russe sull’intero territorio dell’Unione. Tutto questo, si intende, senza che alcun parlamento nazionale abbia mai dichiarato uno stato di guerra. Perché la guerra, quando non viene votata, non è guerra: è un’area grigia dentro la quale si possono sperimentare forme di restrizione delle libertà che in condizioni ordinarie sarebbero immediatamente riconosciute come autoritarie. Ed è proprio in quest’area grigia, in questa sospensione non dichiarata dello Stato di diritto, che si gioca la partita più pericolosa.

La censura come forma intima del fascismo
Chi ha vissuto il Novecento europeo sa che la censura non è mai un incidente, non è mai un eccesso di zelo, non è mai un episodio. È la spia di un orientamento profondo, di un riflesso di potere che si manifesta ogni volta che i gruppi dirigenti avvertono di aver perso il controllo della narrazione. La Costituzione italiana, agli articoli 21 e 33, tutela la libertà di pensiero e di ricerca come valori fondativi non negoziabili. La Convenzione europea dei diritti dell’uomo lo ribadisce con parole altrettanto nette. Eppure, sotto il peso della guerra in Ucraina e del massacro di Gaza, tutto questo apparato di garanzie viene trattato come un impaccio retorico, un residuo formalistico che si può aggirare con circolari, pressioni bancarie, lettere aperte, trasmissioni televisive tarate sull’insulto.

Il fascismo, nella sua forma storica, non cominciò con l’abolizione della Costituzione, ma con la normalizzazione dell’idea che esistessero cittadini di serie A — titolari del diritto di parola — e cittadini di serie B, da ridurre al silenzio per il loro stesso bene, o per il bene della nazione. Oggi accade la stessa cosa sotto un lessico liberale. Il professore che critica la NATO non è un intellettuale che esercita una funzione pubblica: è un «propagandista filorusso». L’ambasciatrice che denuncia il genocidio non è una diplomatica di carriera: è una «militante faziosa». Il giornalista che mostra i bambini di Gaza non è un cronista: è un «utile idiota». Il cittadino che partecipa a un festival di documentari non è un uomo libero: è un sospetto. La logica è quella dell’inquisizione laica, e la sua conseguenza, a breve, è sempre la stessa: chi non si allinea, scompare.

Il sistema che vuole la testa dei dissidenti
Dietro questa offensiva non c’è un capriccio individuale, non c’è la stizza di un parlamentare in cerca di visibilità, non c’è la goffaggine di qualche opinionista televisivo. C’è un sistema. Un sistema che ha bisogno del consenso per sostenere uno sforzo bellico di proporzioni storiche, per giustificare il più imponente piano di riarmo dalla fine della guerra fredda, per drenare risorse pubbliche dai bilanci sociali — sanità, scuola, trasporti, assistenza — e dirottarle verso l’industria militare. Un sistema che ha bisogno della compattezza mediatica per nascondere l’impopolarità delle scelte strategiche, per coprire l’inadeguatezza di una classe dirigente europea subalterna a Washington, per normalizzare il massacro palestinese e per proseguire nella logica di escalation con la Russia senza dover rendere conto ai propri cittadini.

In questo schema, il dissenso non è un’anomalia: è una minaccia funzionale. Ogni voce libera che si leva erode il perimetro del consenso obbligato. Ogni libro che si pubblica, ogni presentazione che si tiene, ogni festival che si organizza, ogni documentario che si proietta costituisce una falla in un edificio propagandistico che si vorrebbe compatto. Da qui la reazione spropositata, la valanga di lettere aperte, la chiamata alla censura, l’uso strumentale della satira per trasformare cittadini qualunque in bersagli pubblici. Non è un eccesso: è il mezzo. Il potere non teme gli isolati, teme le esempi. Teme che la libertà di uno diventi la libertà di molti, e che dai molti nasca l’unica cosa che davvero gli fa paura: un’opinione pubblica capace di distinguere, di comparare, di giudicare.

La responsabilità della sinistra che non c’è
Una parola, in questa vicenda, va spesa sulla condizione desolata della sinistra europea e italiana. Il Partito Democratico, che esprime la vicepresidente del Parlamento UE più attiva in questa stagione di epurazioni simboliche, ha ormai abbracciato senza riserve un atlantismo integrale che nulla ha più a che fare con la tradizione del pensiero socialista, laburista, socialdemocratico. Il gruppo dei Socialisti e Democratici a Bruxelles ha rinunciato a qualsiasi funzione di argine, allineandosi su ogni voto cruciale alla maggioranza liberale-popolare, sostenendo sanzioni, censure, restrizioni di diritti che la sinistra storica avrebbe combattuto come ovvietà. Nei dibattiti pubblici, la dirigenza dem preferisce litigare con chi critica la guerra piuttosto che con chi la alimenta, colpisce chi dissente dalla linea NATO piuttosto che chi sostiene un governo in carica a Tel Aviv sotto mandato della Corte penale internazionale.

In questo quadro, ogni discorso sul campo largo rischia di suonare come un esercizio retorico. Come si costruisce un’alternativa democratica, sociale, progressista insieme a chi pretende di espellere dal dibattito intellettuale chiunque non accetti la narrazione unica? Come si difende la Costituzione accanto a chi ne sta erodendo i principi fondativi con la collaborazione attiva delle istituzioni europee? Sono domande che le forze minori della sinistra — quelle che non hanno rinunciato alla propria matrice antimilitarista e anti-imperialista — dovranno porsi con chiarezza, senza ipocrisie tattiche, se vorranno essere ancora qualcosa di diverso da un’appendice residuale del partito maggiore.

Oggi loro, domani tutti
C’è un’unica ragione per cui questa vicenda riguarda ciascuno, ben oltre i nomi dei singoli intellettuali colpiti. Il meccanismo della censura ha una dinamica storicamente costante: comincia dai nomi scomodi, quelli che possono essere facilmente etichettati, marginalizzati, ridicolizzati; si estende poi alle categorie intere, ai giornalisti indipendenti, ai docenti universitari, ai ricercatori, agli autori di libri, ai registi, ai documentaristi; finisce con il cittadino qualunque, che si autocensura prima ancora di parlare per evitare problemi al lavoro, con la banca, con la Commissione europea. Quando si arriva a quel punto, la democrazia non è stata abolita: è stata semplicemente svuotata dall’interno, ridotta a rituale elettorale privo di sostanza, a liturgia istituzionale senza libertà di pensiero.

È per questo che la mobilitazione che intellettuali come Elena Basile e Angelo d’Orsi, insieme a tanti altri, stanno sollecitando non è una faccenda corporativa, non è una richiesta di clemenza, non è un appello a sostegno di reputazioni personali. È la pretesa elementare che in Europa valga ancora quello che c’è scritto nelle Costituzioni e nei trattati. È la pretesa che i cittadini europei siano liberi — fino a prova contraria, e la prova contraria non è stata fornita — di leggere, di ascoltare, di guardare, di giudicare con la propria testa, senza che un funzionario di Bruxelles, una parlamentare in carriera o un editorialista compiacente decida per loro cosa sia lecito sapere. È la pretesa che la parola «democrazia», quando la si mette in bocca, abbia ancora un significato.

A chi scrive, a chi insegna, a chi fa cinema o teatro, a chi informa, a chi semplicemente legge e pensa, spetta oggi una scelta netta. Si può cedere al ricatto, si può abbassare la testa, si può fingere di non vedere, si può accettare la logica del bollino e rassegnarsi a parlare soltanto di ciò che è consentito parlare. Oppure si può scegliere di stare dalla parte dello Stato di diritto, quello vero, quello costituzionale, quello che non ammette eccezioni opportunistiche. La storia europea ci ha già mostrato dove conducono le scorciatoie dell’allineamento: conducono a generazioni intere costrette poi, a cose fatte, a chiedersi come sia stato possibile. Il momento per non farsi trovare, ancora una volta, impreparati è adesso.

Una scelta di campo
La libertà di pensiero non è un lusso da intellettuali, non è una rivendicazione corporativa, non è un capriccio di minoranza. È la condizione stessa della democrazia, la sua materia prima, ciò senza cui ogni altro diritto si svuota in fretta. Difenderla non significa sottoscrivere le opinioni altrui: significa riconoscere a ciascuno il diritto di formarsele, esprimerle, discuterle. Significa rifiutare la pretesa di chi vorrebbe trasformare il disaccordo in reato, la critica in complotto, la dissidenza in collaborazionismo. Significa tenere viva la promessa scritta nella nostra Costituzione e tradita ogni giorno dalle istituzioni europee che dovrebbero custodirla. Da che parte stare, in questa stagione, non è una questione opinabile. È una questione di coerenza, di memoria, di dignità.

Fonti e riferimenti
Elena Basile — Angelo d’Orsi, Comunicato del 16 aprile 2026.

Costituzione della Repubblica Italiana, articoli 21, 33.

Convenzione europea dei diritti dell’uomo, articolo 10.

Rapporti della Relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese sulla situazione nei Territori palestinesi occupati.

Documentazione sulle sanzioni statunitensi applicate extraterritorialmente dagli istituti bancari europei.

Festival internazionale del cinema documentario RT-Doc «Il tempo dei nostri eroi», Bologna, 11-12 aprile 2026.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
© Mario Sommella — Licenza Creative Commons BY-NC-SA 4.0

Convivere senza uno Stato: la Palestina oltre il mito della sovranità

Dalla Sparta del terzo millennio alla confederazione democratica: perché il superamento dello Stato-nazione è l’unica alternativa realistica al suicidio collettivo di Israele e alla morte della Palestina

Esiste un punto oltre il quale la guerra cessa di essere uno strumento politico e diventa il fine stesso dell’esistenza di uno Stato. Israele ha superato quel punto. In quasi ottant’anni di vita, quello che doveva essere il “focolare nazionale ebraico” si è trasformato in una macchina bellica permanente, una Sparta del terzo millennio in cui ogni cittadino, uomo o donna, è coinvolto direttamente o indirettamente nell’apparato militare. E mentre la comunità internazionale continua a invocare la formula rituale dei “due popoli, due Stati”, la realtà sul terreno racconta una storia completamente diversa: quella di un progetto coloniale che ha prodotto un’intera generazione di orfani, di invalidi, di bambini denutriti e traumatizzati, e che non può trovare soluzione entro le categorie politiche che lo hanno generato.

La militarizzazione totale della società israeliana

I sondaggi parlano con una chiarezza che nessuna diplomazia potrà mai eguagliare. Secondo una rilevazione dell’Università Ebraica di Gerusalemme, ripresa nell’aprile 2026 dal Guardian e da numerosi media internazionali, circa due terzi degli israeliani si dichiarano favorevoli alla prosecuzione delle operazioni militari, opponendosi a qualunque estensione del cessate il fuoco negoziato dagli Stati Uniti con l’Iran. Il 61 per cento ritiene che il governo debba continuare a colpire il Libano. Un 39 per cento si colloca addirittura su posizioni più estreme di quelle di Netanyahu, ritenendo che Israele non debba rispettare neppure la tregua temporanea concordata con la Repubblica Islamica attraverso la mediazione pachistana.

Il dato più inquietante non è però il numero in sé, ma la sua trasversalità. Tutti i partiti israeliani, con la sola eccezione dei partiti arabi che rappresentano una minoranza parlamentare, sono favorevoli alla guerra. Alcuni leader dell’opposizione hanno cercato di superare Netanyahu in durezza, proponendo attacchi ancora più violenti contro l’Iran. Il Likud è tornato primo nei sondaggi, e le elezioni legislative previste per l’autunno 2026 si profilano come un plebiscito bellicista. Il premier, la cui carriera politica sembrava finita dopo il 7 ottobre 2023, ha convinto Trump ad attaccare l’Iran due volte – prima nella “guerra dei 12 giorni” del giugno 2025, poi nella campagna in corso – e oggi opera con Washington come partner militare paritario, dividendosi obiettivi e zone di bombardamento.

Questa è la fotografia di una società che ha scelto la guerra come identità collettiva. Il bilancio approvato dalla Knesset con 62 voti a favore e 55 contrari ha consolidato la spesa militare come asse portante della politica nazionale. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, uno dei falchi più feroci del governo, ha previsto una crescita del 3,8 per cento nel 2026 solo a condizione che le operazioni contro Iran e Libano terminino entro metà aprile – condizione che al momento appare del tutto irrealistica. L’opposizione di Yair Lapid e Naftali Bennett si è indignata non per i miliardi destinati alle armi anziché alla spesa sociale, ma per un emendamento che stanziava 250 milioni di dollari aggiuntivi per le scuole dei religiosi ultraortodossi. Il perimetro del dibattito politico israeliano è tutto qui: si discute su come fare la guerra, non se farla.

“Una terra senza popolo”: il programma originario e la sua esecuzione

“Una terra senza popolo per un popolo senza terra.” Lo slogan fondativo del sionismo non era una metafora: era un programma. E quel programma è stato eseguito con metodi che, alternati o abbinati nel corso dei decenni, hanno perseguito un unico obiettivo: svuotare la Palestina della sua popolazione originaria. Sterminio, terrorismo sistematico, deportazione, espulsione forzata: strategie diverse per un identico fine, iscritto nelle premesse stesse della costituzione in Stato delle comunità ebraiche emigrate o rifugiatesi in Palestina.

Negli ultimi due anni e mezzo ha prevalso il massacro. Secondo i dati dell’agenzia di stampa palestinese WAFA, aggiornati al marzo 2026, le vittime dirette a Gaza dall’ottobre 2023 superano le 72.000 unità, con oltre 171.000 feriti. L’UNRWA stima che 1,9 milioni di persone sui 2,4 milioni di abitanti della Striscia siano state sfollate almeno una volta, il 90 per cento della popolazione costretta ad abbandonare ripetutamente la propria casa. Secondo le Nazioni Unite, il 70 per cento delle vittime verificate sono donne e bambini. Uno studio dell’ONU ha confermato la carestia nel governatorato di Gaza City, con oltre un milione di persone in condizioni di emergenza alimentare e un bambino ucciso ogni 52 minuti nei primi due anni di conflitto.

Ma il bilancio delle morti dirette, per quanto spaventoso, non racconta che una parte della catastrofe. La distruzione sistematica delle infrastrutture sanitarie, educative, residenziali e culturali ha prodotto ciò che nessuna cifra può catturare: un’intera generazione condannata alla disabilità fisica e psichica, alla malnutrizione cronica, all’ignoranza forzata. Bambini che non vedono una scuola da anni. Malati cronici senza accesso a terapie salvavita in un territorio dove l’elettricità manca da oltre due anni. Nei circa 1.600 campi profughi della Striscia, le condizioni di vita sono segnate da infestazioni di parassiti, epidemie cutanee, assenza di acqua potabile. Questa non è una guerra: è la cancellazione metodica di un popolo e della sua memoria.

Il suicidio di Israele

Eppure, in questa logica di annientamento, non ci sarà vittoria per nessuno. Nelle guerre non vince mai nessuno, e questa guerra meno di qualunque altra. La frattura che si è aperta nella diaspora ebraica mondiale è già incolmabile. Per anni, le comunità ebraiche fuori da Israele hanno avuto nello Stato ebraico un punto di riferimento identitario, spesso “passando sopra” alle evidenze di un percorso dall’esito sempre più chiaro. Oggi quella complicità silenziosa si sta sgretolando. Le voci ebraiche antisioniste, da Jewish Voice for Peace a Breaking the Silence, non sono più marginali: rappresentano una corrente profonda di dissidenza morale che non potrà essere riassorbita.

All’interno stesso di Israele, le crepe si allargheranno quando le conseguenze economiche, sociali e morali dello stato di guerra permanente diventeranno impossibili da ignorare. La mobilitazione di centinaia di migliaia di riservisti ha costi umani e finanziari enormi. L’economia di guerra non è sostenibile a lungo, quali che siano gli appoggi internazionali. E soprattutto diventerà chiaro a tutti che quel “lavoro” da terminare non avrà mai termine: che la strada intrapresa non ha sbocco, che uno stato di guerra sempre più intenso e generalizzato non può essere la condizione permanente di una società. È quello che qualcuno ha chiamato “il suicidio di Israele”: la dissoluzione di uno Stato che ha fatto della violenza il proprio principio costitutivo e che, per questa via, finirà per consumare sé stesso.

Due scenari si profilano. Il primo è lo scontro tra fazioni interne, che potrebbe investire il Paese in un contesto regionale ostile, privato di molti degli alleati su cui era abituato a contare. Il secondo è più radicale e più interessante: un ritorno alle origini, non di uno Stato ma di un popolo. Un popolo senza Stato, in un territorio non da dominare ma da condividere con chi lo abita da secoli.

Perché “due popoli, due Stati” è un’illusione

La formula “due popoli, due Stati” continua a essere ripetuta come un mantra dalla diplomazia internazionale, ma non descrive alcuna realtà possibile. Cosa sarebbe, concretamente, questo secondo Stato? Un’entità priva di continuità territoriale, disarmata, sovraffollata dal ritorno di milioni di esuli, depredata delle sue risorse più importanti – a cominciare dall’acqua –, schiacciata tra un vicino armato fino ai denti, dotato di armi nucleari e perfettamente inserito nel sistema di alleanze occidentale, e il nulla. Non sarebbe uno Stato: sarebbe un bantustan, una riserva, una prigione a cielo aperto con un nome più dignitoso.

Ma anche la soluzione dello Stato unico presenta difficoltà che appaiono insormontabili. Non solo per i problemi di convivenza tra comunità che hanno così tanti motivi per detestarsi e così pochi per amarsi – anche se il lavoro straordinario di alcune organizzazioni israelo-palestinesi e il ruolo potenzialmente determinante delle donne suggeriscono che questo non sia un ostacolo eterno. Il problema è più strutturale: Stato significa tante cose indivisibili. Un nome (quale?), strutture burocratiche, un esercito (in questo caso dotato di armi atomiche), impianti industriali, saperi esclusivi, una valuta, un sistema giudiziario. Pensare che chi controlla oggi tutto questo accetti di condividerlo alla pari è un’ingenuità che confina con la complicità.

La via confederale: oltre lo Stato-nazione

Esiste però un’altra strada, apparentemente utopica ma paradossalmente più realistica delle soluzioni convenzionali: la dissoluzione delle strutture statali e la loro sostituzione con una confederazione democratica di comunità. Non due Stati, non uno Stato, ma nessuno Stato: una rete di comunità autogovernate, in parte miste dove possibile, in parte su base etnica, ma comunque aperte, interconnesse e disposte alla convivenza pacifica. Un progetto che prevede la neutralizzazione degli apparati più pericolosi – l’esercito, l’arsenale nucleare, i servizi di intelligence – sotto il controllo di un’entità internazionale super partes, un nuovo mandatario che non può essere che l’ONU, se sopravviverà all’assedio che la sta demolendo.

Il precedente esiste, e non è un’astrazione teorica. La Confederazione democratica del Rojava, nata nel nord-est della Siria nel 2012 sulla base del pensiero di Abdullah Öcalan, ha rappresentato per oltre un decennio il primo esperimento moderno di convivenza multietnica senza Stato: democrazia dal basso, parità di genere, ecologia sociale, economia cooperativa, rifiuto del centralismo e del militarismo. Certo, quell’esperimento è oggi sotto attacco mortale: l’offensiva del governo siriano di Ahmad al-Shara, lanciata nei primi giorni del 2026 con l’occupazione di Raqqa e Deir ez-Zor, e l’aggressione turca hanno messo in ginocchio l’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est. Ma il fatto che il Rojava venga ferocemente attaccato proprio perché rappresenta un’alternativa concreta al sistema degli Stati-nazione ne conferma, paradossalmente, la forza e la portata.

Öcalan, dal carcere di İmralı dove è prigioniero dal 1999, ha formulato una visione che trascende la questione curda e parla all’umanità intera: il modello dello Stato-nazione è una gabbia per le società, la libertà e la comunità sono valori più importanti della sovranità territoriale, l’autogoverno confederale fondato sulla partecipazione diretta è la forma politica adeguata a una società che voglia superare il dominio. Non è un caso che questa visione sia stata elaborata nel cuore del Medio Oriente, la regione del mondo dove il fallimento dello Stato-nazione è più evidente e più devastante.

La Palestina come laboratorio del post-statuale

Se il Rojava è stato il primo esperimento, la Palestina potrebbe essere il secondo – e il più significativo. Non perché le condizioni siano favorevoli, tutt’altro: ma proprio perché la gravità della situazione rende impraticabili le soluzioni tradizionali. Quando un territorio è stato distrutto al punto in cui lo è Gaza, quando un popolo è stato decimato, sfollato, privato di ogni istituzione, la ricostruzione non può avvenire nei vecchi schemi. Non si può ricostruire uno Stato su macerie che uno Stato ha prodotto.

Una confederazione democratica dei popoli della Palestina – israeliani ed ebraici dissidenti inclusi – avrebbe da affrontare difficoltà enormi, ma tracciar la strada del superamento di un’organizzazione del mondo basata sugli Stati. Un percorso che non è soltanto palestinese o mediorientale, ma universale. Perché gli Stati, nonostante la globalizzazione oggi in crisi, restano gli incubatori e il carapace tanto dei sistemi più feroci di dominio – dal patriarcato al razzismo, dal capitalismo estrattivo al neocolonialismo – quanto delle forme più devastanti di violenza: le guerre tra nazioni, la distruzione dell’ambiente, lo sfruttamento sistematico delle risorse della Terra.

Pensare a un mondo senza Stati è difficile anche solo come esercizio intellettuale. Ma è meno utopico di quanto sembri, e comunque più realistico delle alternative che ci vengono proposte: la perpetuazione di un conflitto senza fine, la finzione diplomatica dei due Stati, o l’illusione che chi detiene il potere delle armi nucleari accetti un giorno di condividerlo. La Palestina, nella sua tragedia, potrebbe diventare il luogo in cui si sperimenta, per necessità prima ancora che per scelta, una forma di convivenza politica che superi la logica dello Stato-nazione. Un laboratorio di futuro, nato dalla catastrofe del presente.

Le donne, la memoria, il possibile

C’è un elemento che attraversa trasversalmente questa prospettiva e che merita di essere collocato al centro della riflessione: il ruolo delle donne. Nel Rojava, la parità di genere non era un ornamento ideologico ma un pilastro strutturale del sistema politico: la co-presidenza, le unità di protezione femminili (YPJ), l’integrazione del femminismo nella teoria del confederalismo democratico. In Palestina, le donne hanno tenuto insieme il tessuto sociale sotto i bombardamenti, nei campi profughi, nelle scuole distrutte. Sono loro che potrebbero rovesciare la logica della guerra e dell’odio, costruendo ponti dove gli uomini hanno eretto muri.

La strada è lunga, e il presente è buio. Ma la storia non è lineare, e le rivoluzioni più profonde nascono spesso dove il dolore è più acuto. La Palestina non ha bisogno di uno Stato che la salvi: ha bisogno di una forma di convivenza che superi la violenza degli Stati. E se questa forma dovesse nascere lì, tra le macerie di Gaza e le colline della Cisgiordania, non sarebbe solo la liberazione di un popolo: sarebbe un messaggio all’umanità intera. La prova che si può convivere senza dominare, che si può abitare una terra senza possederla, che la politica può essere qualcosa di diverso dalla gestione della forza. Un’utopia? Forse. Ma è l’unica utopia che valga la pena di perseguire.

Fonti

Pressenza Italia, Convivere senza uno Stato di Guido Viale 13 Aprile 2026;

Il Fatto Quotidiano, “Gli israeliani vogliono che la guerra continui: lo rivela un sondaggio”, 13 aprile 2026
– Il Post, “Netanyahu sta ottenendo quello che voleva”, 20 marzo 2026
– Il Post, “Bombardare l’Iran ha aiutato Netanyahu”, 25 giugno 2025
– Il Manifesto, “Guerra permanente, il pilastro del bilancio israeliano”, aprile 2026
– Agenzia Nova, “Israele: il partito di Netanyahu in testa nei sondaggi dopo la guerra con l’Iran”, 4 luglio 2025
– WAFA, “Gaza death toll rises to 72,126”, 8 marzo 2026
– OCHA/ONU, Rapporto sulla situazione umanitaria in Palestina, 10 aprile 2026
– Vatican News, “Gaza: a sei mesi dalla tregua, i civili continuano a soffrire”, 10 aprile 2026
– CESVI, “Gaza: una catastrofe umanitaria senza precedenti”, ottobre 2025
– Novacronica, “Il tramonto del Confederalismo democratico nel Rojava”, febbraio 2026
– Il Post, “Cos’è stato il Rojava”, 3 febbraio 2026
– COBAS Scuola, “Il Rojava è sotto attacco. Difendiamo la Rivoluzione del Confederalismo Democratico”, gennaio 2026
– Abdullah Öcalan, Democratic Confederalism, International Initiative, 2011

La petroliera che sfida l’impero: Hormuz, Pechino e la fine del monologo americano

Mentre Washington minaccia di affondare qualsiasi nave in transito dai porti iraniani, una petroliera cinese attraversa indisturbata lo Stretto di Hormuz. Xi Jinping presenta un piano di pace in quattro punti, sei navi della Hapag-Lloyd restano intrappolate nel Golfo, Trump respinge l’offerta iraniana sull’arricchimento dell’uranio e il vicepresidente Vance attacca pubblicamente Papa Leone. In ventiquattro ore, la geopolitica del Medio Oriente è cambiata di nuovo. E non a favore di chi pretende di comandarla.

Si chiama Rich Starry, è una petroliera lunga centoottantotto metri, di proprietà cinese e battente bandiera del Malawi. Nelle prime ore del 14 aprile ha completato l’attraversamento dello Stretto di Hormuz a pieno carico, in direzione della Repubblica Popolare. Solo il giorno prima aveva fatto dietro-front, rinunciando a uscire dal Golfo Persico dopo l’annuncio del blocco navale americano. Ventiquattro ore dopo, ha ripreso la rotta. Senza scorta militare, senza dichiarazioni roboanti, senza chiedere il permesso a nessuno. Un gesto che vale, da solo, mille comunicati ufficiali. L’impero ha ordinato di non passare. Pechino è passata.

Il blocco che non blocca
La cronaca delle ultime ore sembra scritta apposta per smascherare la sproporzione tra parole e fatti che ormai caratterizza la postura americana. Donald Trump ha minacciato di affondare qualsiasi imbarcazione che tenti di partire o attraccare nei porti iraniani; il Pentagono ha annunciato un blocco navale; il CENTCOM ha promesso fuoco e fiamme. Risultato concreto: una petroliera cinese che attraversa lo Stretto a otto nodi, sei navi cargo della tedesca Hapag-Lloyd che restano paralizzate in attesa di un cessate il fuoco che nessuno sa quando arriverà, equipaggi traumatizzati che assistono alla guerra dai loro ponti come spettatori involontari. Il portavoce di Hapag-Lloyd parlava da Amburgo con una sincerità che vale più di qualsiasi analisi: «Continuiamo ad aspettare l’apertura dello Stretto. Speriamo nei prossimi giorni. Ma in sostanza non lo sappiamo». Non sappiamo. Tre parole che certificano il fallimento dell’illusione del controllo.

Pechino ha definito il blocco «pericoloso e irresponsabile», bollando come «completamente inventate» le accuse statunitensi di forniture militari cinesi all’Iran e promettendo «contromisure risolute» qualora Washington trasformasse questa narrazione in dazi commerciali. È la cornice consueta della guerra fredda asimmetrica del XXI secolo: gli americani agitano sanzioni, i cinesi rispondono con i fatti. E i fatti, in questo caso, hanno il dislocamento di una petroliera da quasi duecento metri che taglia in due lo Stretto come se Trump fosse un attore di doppiaggio.

Il piano di Xi: quattro punti, una rivendicazione
Mentre l’America gridava, Xi Jinping ricevuto a Pechino il principe ereditario di Abu Dhabi Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan e ha presentato una proposta di pace in quattro punti per il Medio Oriente. Quattro principi semplici, quasi disarmanti nella loro elementarità: rispetto della coesistenza pacifica, rispetto della sovranità nazionale, rispetto del diritto internazionale, coordinamento tra sviluppo e sicurezza. Letta da Bruxelles o da Washington, una simile dichiarazione potrebbe sembrare retorica vuota. Letta a Riad, ad Abu Dhabi, a Teheran, a Damasco, suona come l’esatto opposto di quello che le potenze occidentali hanno offerto al Medio Oriente negli ultimi quarant’anni.

La sostanza politica del piano cinese non sta nei suoi punti, ma in chi lo presenta e in dove. Xi non parla all’ONU, non passa per il Consiglio di Sicurezza, non chiede mediazioni. Riceve direttamente i leader del Golfo, uno alla volta, nei suoi palazzi. È la diplomazia dei vecchi imperi: bilaterale, paziente, senza fretta. È così che, mentre Trump minacciava di rispedire l’Iran all’età della pietra, Pechino costruiva il proprio ruolo di arbitro futuro. La Cina non sta cercando di sostituire gli Stati Uniti in Medio Oriente. Sta facendo qualcosa di molto più sottile: sta dimostrando che l’America non è più indispensabile.

Cinque anni contro venti: la matematica del compromesso impossibile
Sul tavolo del nucleare, intanto, è emerso un dettaglio che il New York Times ha rivelato citando fonti incrociate da Teheran e Washington. Nel corso dei colloqui di Islamabad, gli iraniani avevano offerto una sospensione di cinque anni dei propri programmi di arricchimento dell’uranio. La delegazione americana ne pretendeva venti. Trump ha respinto l’offerta. Quattro volte la richiesta sul tavolo, in un negoziato dove Teheran arrivava già convinta di aver dimostrato sul campo la propria capacità di assorbire qualsiasi colpo. Non un compromesso, ma una resa mascherata da accordo. Era prevedibile che gli iraniani la rifiutassero; era altrettanto prevedibile che Washington la chiedesse, perché chi non sa più piegare l’avversario sul terreno cerca almeno di umiliarlo al tavolo.

Le quattro fonti citate da Reuters parlano ora di possibili nuovi colloqui a Islamabad già nel corso della settimana. Il Pakistan, ancora una volta, riaffiora come sede privilegiata di una mediazione che nessun paese occidentale è in grado di offrire. Anche questo è un dato geopolitico di rilievo: la diplomazia che conta non passa più per Vienna, Ginevra o Camp David, ma per le capitali del mondo non allineato. Il messaggio è chiaro: se due grandi potenze hanno ancora qualcosa da dirsi, devono farlo in casa di chi non parteggia per nessuno. L’Europa, in tutto questo, non esiste. Non viene nemmeno consultata.

L’attacco al Papa: l’ultima frontiera del nervosismo
In mezzo a questo scacchiere accade qualcosa che, se non fosse tragico, sarebbe grottesco. Trump apre una disputa pubblica con Papa Leone — colpevole di aver invocato la pace e ammonito contro l’escalation iraniana — e il vicepresidente J.D. Vance, lo stesso che ha appena fallito a Islamabad, si premura di rincarare la dose. «Il Vaticano dovrebbe attenersi alle questioni morali», ha dichiarato a Fox News, suggerendo che il Pontefice lasci al presidente americano il compito di «definire le politiche pubbliche». Detto da un convertito al cattolicesimo in età adulta, l’avvertimento ha un sapore particolarmente amaro. Detto a un Papa che ha ereditato dalla Chiesa di Francesco la voce critica sulla guerra, suona come quello che è: un’intimidazione.

Un’amministrazione che si sente forte non attacca il Papa. Lo ignora, lo strumentalizza, al limite lo corteggia. Aggredirlo pubblicamente significa percepirlo come un avversario credibile — e questa, paradossalmente, è la migliore promozione che Leone potesse ricevere. Quando la voce di Pietro disturba la propaganda di guerra al punto da meritare la replica del vicepresidente, vuol dire che quella voce sta arrivando dove la diplomazia ufficiale non riesce più ad arrivare. La Chiesa, che da decenni sembrava ridotta a operatore caritativo o a moralista da galleria, riacquista in pochi giorni la sua antica funzione: dire dei no quando tutti gli altri dicono di sì, o tacciono.

L’isolamento dell’isolazionista
Mettendo insieme i frammenti delle ultime ventiquattro ore, emerge un quadro che dovrebbe togliere il sonno a chi pianifica le strategie a Washington. Una potenza globale, la Cina, denuncia pubblicamente il blocco americano e fa transitare le proprie navi a dispetto delle minacce. Una compagnia europea, la Hapag-Lloyd, vede paralizzata la propria flotta nel Golfo senza poter chiedere protezione a nessuno. Il negoziato sul nucleare salta su un’asimmetria di richieste che chiunque abbia mai contrattato un caffè avrebbe riconosciuto come irricevibile. Il Papa viene attaccato dal vicepresidente per aver osato pronunciare la parola pace. Tutto questo, nello stesso giorno. Tutto questo, in nome della stessa narrazione di forza.

Il problema, per Trump e per i suoi consiglieri, è che ognuno di questi episodi parla a un pubblico diverso. La petroliera cinese parla al Sud globale, e gli dice: si può disobbedire, e nulla accade. Le navi della Hapag-Lloyd parlano agli europei, e gli dicono: il vostro alleato non è in grado di proteggervi. Il rifiuto del compromesso sull’uranio parla agli iraniani moderati, e li convince che ogni dialogo con Washington è inutile. L’attacco al Papa parla ai cattolici di tutto il mondo, e li mette in posizione di sospetto verso la Casa Bianca. Quattro pubblici diversi, quattro messaggi sbagliati, quattro alienazioni in un giorno. Si chiama isolamento autoinflitto, ed è una specialità degli imperi che hanno smesso di leggere la realtà.

L’Italia, l’Europa, il silenzio
E il nostro paese, in questo scenario? Il governo italiano tace, come da copione. Bruxelles produce comunicati che potrebbero essere stati scritti due decenni fa. Le navi tedesche restano bloccate, le bollette del gas salgono di nuovo, le imprese energivore di Friuli, Veneto e Lombardia tornano a misurare i costi orari della guerra altrui. Eppure, sui media di sistema, dell’attraversamento di Hormuz da parte della petroliera cinese si parla pochissimo, della proposta di Xi nemmeno, dell’attacco di Vance al Vaticano si dà notizia in cronaca senza analizzarne le implicazioni. È la sindrome di chi, per non vedere il proprio fallimento, smette di guardare la realtà.

Eppure la realtà, ostinata, continua a parlare. Una petroliera cinese che taglia lo Stretto di Hormuz a otto nodi è una pagina di storia, anche se nessun telegiornale la racconta come tale. Un piano di pace in quattro punti presentato da Pechino ai principi del Golfo è una rivoluzione diplomatica, anche se i nostri commentatori lo liquidano come folklore orientale. Un Papa attaccato dal vicepresidente americano è uno scossone che dovrebbe interrogare ogni cattolico italiano, e non solo. Tutto questo accade adesso, nelle stesse ore in cui scriviamo. La storia, come sempre, non chiede il permesso prima di passare.

Scenari: il negoziato impossibile e l’equilibrio nuovo
Cosa ci attende nei prossimi giorni? Probabilmente un secondo round di colloqui a Islamabad, sempre che l’orgoglio di Trump glielo conceda. Probabilmente nuove pressioni cinesi, sempre più sicure perché ogni gesto americano le rende più legittime. Probabilmente nuovi tentativi del Vaticano di tessere fili di dialogo, ai quali la Casa Bianca risponderà con nuovi sgarbi. E sullo sfondo, quel filo di petroliere e cargo che continuerà ad attraversare lo Stretto sotto bandiere diverse, quasi tutte non occidentali, perché il commercio mondiale non si ferma per i tweet di un presidente nervoso. Si fermano, semmai, le navi degli alleati.

L’equilibrio che si sta delineando non è quello della vittoria di Teheran o della sconfitta di Washington, ma qualcosa di più strutturale: un Medio Oriente in cui il gendarme americano non è più riconosciuto come tale dagli stessi attori che pretende di disciplinare. Quando la Cina presenta piani di pace, l’Iran detta condizioni, il Pakistan ospita i negoziati e il Vaticano denuncia la guerra, è chiaro che lo schema unipolare degli ultimi trent’anni è entrato in agonia. Non è una buona notizia in sé, perché ogni transizione è instabile e pericolosa. Ma fingere che non stia accadendo è la peggiore delle strategie possibili. È quella, ostinata, che il nostro paese e i nostri alleati continuano a praticare.

Forse dovremmo cominciare ad ammettere, almeno tra noi, che la petroliera Rich Starry — partita ieri da Sharjah, in transito oggi verso il Golfo dell’Oman — è il simbolo più eloquente di questa nuova fase. Una nave qualsiasi, di proprietà cinese, sotto bandiera africana, carica di petrolio, che fa quello che Washington le ha proibito di fare. E nessuno, nel raggio di mille miglia, si azzarda davvero a fermarla. Quando un impero deve scegliere se affondare una petroliera cinese o ingoiare l’umiliazione, e sceglie l’umiliazione, è perché ha già capito qualcosa che ai suoi cittadini non ha ancora avuto il coraggio di dire. La storia, intanto, scrive le sue pagine al ritmo lento delle navi cargo. Otto nodi alla volta.

Fonti
— Reuters, U.S. and Iran negotiating teams may return to Islamabad this week, dispacci 14 aprile 2026.
— The New York Times, Trump rejects Iran’s five-year uranium enrichment freeze offer, 14 aprile 2026.
— Xinhua News Agency, Xi Jinping presents four-point Middle East peace proposal, Pechino, 14 aprile 2026.
— BBC News, Hapag-Lloyd: six ships stranded near Strait of Hormuz, intervista al portavoce Nils Haupt.
— MarineTraffic, dati di tracciamento navale petroliera Rich Starry, 13–14 aprile 2026.
— Ministero degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese, briefing del portavoce Guo Jiakun.
— U.S. Energy Information Administration, World Oil Transit Chokepoints — Strait of Hormuz.
— International Crisis Group, Iran-U.S. brinkmanship in the Persian Gulf, briefing aprile 2026.
— Sala Stampa della Santa Sede, dichiarazioni di Papa Leone sulla crisi mediorientale.
— Atlantic Council e ECFR, analisi sull’isolamento diplomatico americano nel Golfo.

Il bluff dell’impero: perché Teheran non teme più l’America

Dopo il fallimento dei colloqui di Islamabad, la guerra di attrito tra Stati Uniti e Iran svela i limiti industriali, economici e strategici della superpotenza americana. La narrazione del dominio regge ormai soltanto sugli schermi televisivi, mentre sul campo la realtà disegna un Medio Oriente profondamente diverso.

C’è un momento preciso, in ogni declino imperiale, in cui la propaganda smette di essere uno strumento e diventa l’unica risorsa rimasta. Quel momento, per l’amministrazione Trump, sembra essere arrivato nel cuore del Golfo Persico. Ventuno ore di trattative a Islamabad, un ultimatum rifiutato, una delegazione americana rientrata in patria a mani vuote: la fotografia di una partita diplomatica persa prima ancora di essere giocata. Eppure, mentre Teheran rafforza le proprie posizioni lungo lo Stretto di Hormuz e riconfigura gli equilibri regionali a proprio vantaggio, Washington continua a raccontare una guerra vinta che sul terreno non esiste.

Due memorie, nessuna fiducia

Per capire perché i colloqui pakistani fossero destinati a fallire occorre risalire più indietro dell’attualità, oltre la retorica dei talk show. Tra Stati Uniti e Iran non esiste una frattura recente: esiste una ferita lunga settant’anni, costantemente riaperta. Gli americani ricordano il 1979, l’assalto all’ambasciata a Teheran, i quattrocentoquarantaquattro giorni di ostaggi che segnarono la fine della presidenza Carter. Gli iraniani ricordano il 1953, l’Operazione Ajax, il rovesciamento del premier Mohammad Mossadeq, colpevole di aver nazionalizzato il petrolio, e il successivo ritorno dello Scià sotto tutela angloamericana. Due traumi, due narrazioni, due diffidenze strutturali che nessun negoziato di ventuno ore può scalfire.

A Islamabad non si è seduta al tavolo una diplomazia: si sono seduti due popoli che portavano con sé decenni di conti in sospeso. Quando per di più la delegazione americana è guidata non da un negoziatore di professione, ma da J.D. Vance — vicepresidente trasformato in araldo di ultimatum e interlocutore del tutto inadeguato alla complessità del dossier — l’esito è scritto in partenza. Gli iraniani sono venuti a trattare, gli americani a dettare. Due logiche incompatibili, in una stanza che si è svuotata in fretta.

Gli attori in campo: la geometria variabile del Medio Oriente

La guerra tra Washington e Teheran non è un duello. È una partita a scacchi a molte mani, dove ogni mossa ridisegna alleanze e dipendenze. Da un lato, gli Stati Uniti trascinano con sé Israele — che di questo conflitto è stato motore iniziale e principale beneficiario simbolico — e una NATO europea sempre più subalterna, incapace di formulare una posizione autonoma o anche solo di esprimere qualche riserva di fronte alle minacce trumpiane di riportare un’intera civiltà all’età della pietra. Dall’altro, l’Iran non è più l’attore isolato del 2010 o del 2015: Mosca, Pechino e una parte significativa del cosiddetto Sud globale osservano con interesse, quando non sostengono apertamente, la resistenza della Repubblica islamica.

La Cina, in particolare, ha tutto l’interesse a mantenere Teheran in piedi. Il corridoio energetico che collega il Golfo al Mar Cinese meridionale è una delle arterie vitali della strategia industriale di Xi Jinping, e l’accordo venticinquennale siglato nel 2021 tra Pechino e Teheran ha già trasformato l’Iran in un nodo centrale della Nuova Via della Seta. Il Pakistan, in mezzo, gioca un ruolo ambiguo ma rivelatore: concedere la propria capitale come sede dei colloqui significa riaffermarsi come ponte tra mondi, non come vassallo di nessuno. Un messaggio sottile, che Washington ha ignorato e che la storia probabilmente non ignorerà.

Nel frattempo, all’interno dell’Iran, accade qualcosa che i regime-change theorists americani non avevano calcolato: la guerra compatta la società. Le voci dell’opposizione interna sono state silenziate dalle bombe alleate, mentre la diaspora ha perso credibilità nel momento stesso in cui Reza Pahlavi, erede al trono pretendente, ha invocato pubblicamente i bombardamenti contro il proprio paese. Un errore politico irrimediabile, che la propaganda teocratica di Teheran ha utilizzato con chirurgica efficacia. Ogni bomba americana ha prodotto un iraniano in più disposto a difendere la propria terra, anche da chi quella terra governa in nome di Dio.

L’economia della guerra: il vero tallone d’Achille

È però sul piano materiale che la narrazione di Washington mostra le crepe più profonde. Un missile Patriot richiede da diciotto a ventiquattro mesi di produzione e costa tra i quattro e i cinque milioni di dollari per unità. I Tomahawk si attestano su tempi e cifre analoghe. I sistemi THAAD, il fiore all’occhiello della difesa antimissile americana, non superano le cento unità prodotte in un anno e costano oltre dodici milioni a pezzo. Sul fronte opposto, l’Iran schiera droni Shahed — nelle versioni 131 e 136 — con un costo unitario compreso tra settemila e ventimila dollari, e una capacità produttiva che sfiora le duecento unità al giorno. I missili balistici iraniani a corto raggio si attestano intorno ai centosessantamila dollari; quelli più avanzati arrivano al milione.

La matematica di questa guerra è spietata nella sua semplicità. Ogni intercettazione di un drone da quindicimila dollari con un missile da cinque milioni rappresenta, a conti fatti, una perdita economica netta. Moltiplicata per centinaia, migliaia di ingaggi, diventa una crisi strutturale. E il problema non è neppure il costo unitario, ma la capacità industriale sottostante. Dopo quattro decenni di delocalizzazioni, deindustrializzazione e finanziarizzazione dell’economia, gli Stati Uniti si scoprono oggi dipendenti da catene di approvvigionamento che controllano soltanto in parte: i semiconduttori passano per Taiwan, le terre rare per la Cina, l’acciaio speciale per mezzo mondo. Paradosso amaro: la superpotenza che ha inventato la globalizzazione come strumento di dominio si ritrova ora imbrigliata nelle sue stesse reti.

Essere una superpotenza, nella storia reale e non nelle sceneggiature hollywoodiane, significa poter sostenere nel tempo uno sforzo bellico prolungato. Significa produzione, logistica, resilienza. Una guerra vinta alla CNN non ha mai retto un assedio, e la storia del Novecento lo dimostra con una brutalità che i pianificatori di Washington sembrano aver dimenticato insieme ai manuali di Clausewitz.

Hormuz, o la geografia come destino

Sul teatro operativo, nel frattempo, è accaduto qualcosa che il Pentagono preferirebbe dimenticare. Un cacciatorpediniere americano, ufficialmente impegnato in operazioni di sminamento dello Stretto — attività per la quale, dettaglio istruttivo, la flotta statunitense nel Golfo non dispone più di unità specializzate da anni — si è visto costretto a ritirarsi dopo un ultimatum di trenta minuti lanciato dai Pasdaran. L’episodio, minimizzato dai grandi network e confinato nelle pagine interne dei quotidiani, ha una portata simbolica devastante: per la prima volta dai tempi delle tanker war degli anni Ottanta un’unità navale americana arretra nel Golfo davanti a una minaccia iraniana diretta.

Parallelamente, i Pasdaran hanno disseminato un tratto di Hormuz di mine navali. Armi rudimentali quanto efficaci, economiche da produrre, quasi impossibili da rimuovere in tempi brevi. Possono galleggiare a pelo d’acqua, ancorarsi sul fondo, fluttuare in sospensione tra le correnti; possono impedire la navigazione di un braccio di mare per anni. L’effetto immediato è che le rotte delle petroliere si sono spostate dalle acque omanite a quelle territoriali iraniane. Tradotto in termini politici: chi vuole passare, paga pedaggio. In rial, la valuta iraniana. È una forma di sovranità imposta a colpi di geografia che nessun ufficio studi del Pentagono aveva contemplato.

Lo Stretto di Hormuz non è un dettaglio. Da lì transita circa un quinto del petrolio mondiale e un terzo del gas naturale liquefatto. Ogni perturbazione della navigazione si ripercuote in ore sui mercati energetici globali, e quindi sulle bollette europee, sui prezzi industriali italiani, sui margini delle imprese già strette dalla recessione. La guerra del Golfo, per un cittadino di Udine o di Torino, non è un’astrazione televisiva: è la prossima fattura del gas, il prossimo rincaro della benzina, il prossimo licenziamento in una fabbrica che non regge l’aumento dei costi energetici. Chi racconta questa crisi come un fatto lontano mente, consapevolmente o per pigrizia.

La guerra dell’informazione

Resta la narrazione, ultimo bastione quando gli altri hanno ceduto. Il CENTCOM annuncia vittorie che nessun satellite indipendente conferma, Trump minaccia di rispedire “un’intera civiltà all’età della pietra” in interviste televisive che ormai hanno il sapore delle grida da osteria, i notiziari allineati riproducono l’immagine di una superpotenza imbattibile. Ma la distanza tra ciò che si dice e ciò che accade è ormai misurabile, verificabile, documentata da tracciamenti OSINT accessibili a chiunque abbia una connessione e un po’ di pazienza. Mai come in questa crisi la guerra dell’informazione si è rivelata a doppio taglio: ogni dichiarazione trionfale smentita in tempo reale non rafforza il mittente, lo svuota.

È la paradossale vulnerabilità dell’era digitale: il monopolio del racconto non esiste più, e chi continua a comportarsi come se esistesse accumula soltanto credibilità bruciata. In questa asimmetria informativa si gioca forse la partita più importante. Perché una potenza che non sa più farsi credere, prima ancora che temere, ha già perso il vantaggio psicologico che per decenni ha compensato ogni suo limite strutturale. Il bluff funziona finché qualcuno accetta di non vedere le carte. Teheran, evidentemente, ha deciso di vederle.

Ucraina, Taiwan, Sahel: un unico grande processo

Il fallimento americano nel Golfo non è un episodio isolato. Si salda con le crescenti difficoltà nella fornitura di munizioni all’Ucraina, con la perenne incertezza sulla difesa di Taiwan, con il disinteresse di Washington per il Sahel dove Francia e Stati Uniti sono stati espulsi senza un colpo di pistola da governi che non temono più la cancelleria di nessuno. È un unico grande processo storico: il passaggio da un mondo unipolare, dove la volontà americana era legge, a un mondo multipolare dove ogni teatro richiede negoziazione, pazienza, risorse limitate. Gli Stati Uniti non hanno ancora accettato questa nuova realtà. La amministrano per slogan, per ultimatum, per messaggi in maiuscolo sui social network. Ma la realtà, come sempre, non si lascia amministrare per slogan.

Scenari: il sipario e la storia

Dove porta tutto questo? Probabilmente non a una guerra totale. Le logiche della deterrenza reciproca, l’intreccio di interessi economici, la riluttanza delle opinioni pubbliche occidentali a pagare il prezzo di un conflitto lungo renderanno molto difficile l’escalation che Trump continua a evocare nei suoi monologhi televisivi. Più probabile, e più insidioso, è un lento scivolamento verso un equilibrio nuovo: un Medio Oriente in cui Washington non detta più le regole ma le contratta; in cui l’Iran emerge come attore regionale legittimato dalla propria capacità di resistenza; in cui la Cina consolida la propria presenza commerciale e strategica senza sparare un solo colpo e senza pagare il prezzo politico dell’ingerenza diretta.

Per l’Europa — e per l’Italia, appesa come sempre ai binari di Washington senza avere voce in capitolo — lo scenario che si profila dovrebbe imporre una lenta, dolorosa presa di coscienza. Possiamo continuare a raccontarci di far parte di un Occidente vincente, oppure possiamo iniziare a chiederci cosa succede quando l’egemone al quale abbiamo delegato la nostra sicurezza comincia a scricchiolare sotto il peso delle proprie contraddizioni. La risposta, onestamente, non dovrebbe piacere a nessuno. Ma fingere che la domanda non esista è il lusso che, fra tutti, meno di tutti possiamo permetterci.

Il sipario sulla narrazione del dominio americano si sta calando lentamente, quasi silenziosamente. La storia, come insegna, non annuncia mai i suoi passaggi più importanti con la grancassa. Li lascia accadere, e poi li affida a chi avrà avuto il coraggio di guardare. A Islamabad, in ventuno ore, si è consumato uno di quei passaggi. Non lo dirà nessun telegiornale, ma lo racconteranno, tra qualche anno, i manuali di storia diplomatica. Quando gli imperi perdono, perdono così: non con una sconfitta militare, ma con un ultimatum che l’altro non accetta più.

Fonti

— International Institute for Strategic Studies (IISS), The Military Balance 2025, Londra.

— Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), Trends in World Military Expenditure 2025.

— Congressional Research Service, U.S.-Iran Tensions and Implications for U.S. Policy, Washington D.C., 2025.

— Center for Strategic and International Studies (CSIS), The Economics of Missile Defense, 2024.

— U.S. Energy Information Administration, World Oil Transit Chokepoints, Report 2025.

— Bulletin of the Atomic Scientists, Iran’s drone arsenal and asymmetric warfare, 2025.

— European Council on Foreign Relations (ECFR), Europe and the Iran crisis, policy brief 2026.

— Atlantic Council, Iran Strategy Project — Hormuz and maritime security.

— Monitoraggio agenzie: Reuters, Agence France-Presse, Al Jazeera, IRNA, ISNA.