Accade in un continente che si autoproclama faro del mondo libero, bastione dei diritti, custode dello Stato di diritto. Accade nei palazzi dell’Unione e nelle redazioni dei quotidiani più letti, nei salotti televisivi e nelle aule parlamentari, con una disinvoltura che dovrebbe inquietare chiunque conservi ancora una qualche memoria di cosa significhi democrazia. Un’ambasciatrice della Repubblica viene linciata in prima pagina e derubricata a funzionario di rango medio-basso. Un professore universitario di storia contemporanea viene inseguito di città in città con tentativi di sabotaggio delle sue presentazioni. Un giornalista-vignettista popolare finisce nella lista nera dei nemici pubblici. Un festival di cinema documentario diventa oggetto di lettere aperte alla Presidenza del Consiglio per chiedere divieti, censure e sanzioni. La colpa, in tutti questi casi, è sempre la stessa: avere un’opinione diversa da quella prescritta, e avere ancora la pretesa di esprimerla.
La macchina del bollino atlantico
Il meccanismo è ormai oliato. Da una parte, figure istituzionali di primo piano — una vicepresidente del Parlamento europeo, senatori di area liberale e radicale, commentatori di testate di riferimento — che trasformano l’etichetta di «putiniano» in uno strumento di neutralizzazione politica. Dall’altra, una stampa compiacente che raccoglie, amplifica, trasforma in verità giornalistica l’insulto d’ufficio. A chiudere il cerchio, la satira televisiva, quella addomesticata, che prende di mira non il potere ma i privati cittadini colpevoli di essersi presentati alla proiezione di un documentario non allineato. Non è più un dibattito, è una caccia. E la caccia ha regole semplici: chi critica la NATO è al soldo del Cremlino; chi documenta il genocidio a Gaza è antisemita; chi si oppone al riarmo è un agente del nemico; chi distingue tra diritto internazionale e ragion di Stato è un nostalgico. La complessità, che dovrebbe essere la misura della maturità di una democrazia, viene liquidata come copertura ideologica.
La conferenza stampa convocata in pompa magna per denunciare come «indecente» la presentazione di un libro nella Sala Stampa di Montecitorio è solo l’ultimo tassello di un costume che si è andato formando negli ultimi anni. Un libro, si badi: un oggetto di carta stampata, accompagnato da una discussione pubblica con un’autrice, un’ambasciatrice, una parlamentare e una giornalista. Nulla che non rientri nel più ordinario esercizio della funzione intellettuale in qualunque paese che si rispetti. Eppure, nell’Italia e nell’Europa di oggi, questo basta a scatenare una reazione degna di un regime minore. Non è tollerabile, nel nuovo galateo, che qualcuno parli fuori dal coro davanti a microfoni istituzionali. Non è tollerabile che il dissenso esca dai perimetri assegnati, che si affacci alle tribune, che trovi una sala. Occorre circoscriverlo, isolarlo, delegittimarlo.
Doppi standard, o la geometria variabile del diritto
La manovra che più colpisce, in questa stagione di linciaggi ordinati, è il sistematico ricorso al doppio standard. Gli stessi che si indignano per un padiglione russo alla Biennale di Venezia partecipano a conferenze organizzate dal governo dell’Arabia Saudita, i cui vertici sono stati indicati come mandanti dell’esecuzione di un giornalista dentro un consolato in territorio turco. Gli stessi che chiedono sanzioni contro chi ha assistito a un festival di cinema difendono senza sfumature un governo, quello israeliano, che da oltre due anni calpesta il diritto internazionale sotto gli occhi del mondo, tra decine di migliaia di morti civili, migliaia di bambini mutilati o uccisi, intere città ridotte a cenere. Gli stessi che gridano alla sovranità europea accettano che banche italiane ed europee applichino sanzioni statunitensi contro una relatrice speciale delle Nazioni Unite come Francesca Albanese, colpevole soltanto di fare il proprio mestiere con rigore giuridico impeccabile.
La Commissione europea, organo esecutivo privo di funzioni giudiziarie, ha bloccato i conti bancari del politologo Jacques Baud senza alcun processo, limitandone la libertà di movimento sulla base di sospetti politici. Ha esercitato pressioni economiche dirette sulla Biennale di Venezia per orientarne le scelte culturali. Ha disposto, in autonomia amministrativa, la censura di testate giornalistiche russe sull’intero territorio dell’Unione. Tutto questo, si intende, senza che alcun parlamento nazionale abbia mai dichiarato uno stato di guerra. Perché la guerra, quando non viene votata, non è guerra: è un’area grigia dentro la quale si possono sperimentare forme di restrizione delle libertà che in condizioni ordinarie sarebbero immediatamente riconosciute come autoritarie. Ed è proprio in quest’area grigia, in questa sospensione non dichiarata dello Stato di diritto, che si gioca la partita più pericolosa.
La censura come forma intima del fascismo
Chi ha vissuto il Novecento europeo sa che la censura non è mai un incidente, non è mai un eccesso di zelo, non è mai un episodio. È la spia di un orientamento profondo, di un riflesso di potere che si manifesta ogni volta che i gruppi dirigenti avvertono di aver perso il controllo della narrazione. La Costituzione italiana, agli articoli 21 e 33, tutela la libertà di pensiero e di ricerca come valori fondativi non negoziabili. La Convenzione europea dei diritti dell’uomo lo ribadisce con parole altrettanto nette. Eppure, sotto il peso della guerra in Ucraina e del massacro di Gaza, tutto questo apparato di garanzie viene trattato come un impaccio retorico, un residuo formalistico che si può aggirare con circolari, pressioni bancarie, lettere aperte, trasmissioni televisive tarate sull’insulto.
Il fascismo, nella sua forma storica, non cominciò con l’abolizione della Costituzione, ma con la normalizzazione dell’idea che esistessero cittadini di serie A — titolari del diritto di parola — e cittadini di serie B, da ridurre al silenzio per il loro stesso bene, o per il bene della nazione. Oggi accade la stessa cosa sotto un lessico liberale. Il professore che critica la NATO non è un intellettuale che esercita una funzione pubblica: è un «propagandista filorusso». L’ambasciatrice che denuncia il genocidio non è una diplomatica di carriera: è una «militante faziosa». Il giornalista che mostra i bambini di Gaza non è un cronista: è un «utile idiota». Il cittadino che partecipa a un festival di documentari non è un uomo libero: è un sospetto. La logica è quella dell’inquisizione laica, e la sua conseguenza, a breve, è sempre la stessa: chi non si allinea, scompare.
Il sistema che vuole la testa dei dissidenti
Dietro questa offensiva non c’è un capriccio individuale, non c’è la stizza di un parlamentare in cerca di visibilità, non c’è la goffaggine di qualche opinionista televisivo. C’è un sistema. Un sistema che ha bisogno del consenso per sostenere uno sforzo bellico di proporzioni storiche, per giustificare il più imponente piano di riarmo dalla fine della guerra fredda, per drenare risorse pubbliche dai bilanci sociali — sanità, scuola, trasporti, assistenza — e dirottarle verso l’industria militare. Un sistema che ha bisogno della compattezza mediatica per nascondere l’impopolarità delle scelte strategiche, per coprire l’inadeguatezza di una classe dirigente europea subalterna a Washington, per normalizzare il massacro palestinese e per proseguire nella logica di escalation con la Russia senza dover rendere conto ai propri cittadini.
In questo schema, il dissenso non è un’anomalia: è una minaccia funzionale. Ogni voce libera che si leva erode il perimetro del consenso obbligato. Ogni libro che si pubblica, ogni presentazione che si tiene, ogni festival che si organizza, ogni documentario che si proietta costituisce una falla in un edificio propagandistico che si vorrebbe compatto. Da qui la reazione spropositata, la valanga di lettere aperte, la chiamata alla censura, l’uso strumentale della satira per trasformare cittadini qualunque in bersagli pubblici. Non è un eccesso: è il mezzo. Il potere non teme gli isolati, teme le esempi. Teme che la libertà di uno diventi la libertà di molti, e che dai molti nasca l’unica cosa che davvero gli fa paura: un’opinione pubblica capace di distinguere, di comparare, di giudicare.
La responsabilità della sinistra che non c’è
Una parola, in questa vicenda, va spesa sulla condizione desolata della sinistra europea e italiana. Il Partito Democratico, che esprime la vicepresidente del Parlamento UE più attiva in questa stagione di epurazioni simboliche, ha ormai abbracciato senza riserve un atlantismo integrale che nulla ha più a che fare con la tradizione del pensiero socialista, laburista, socialdemocratico. Il gruppo dei Socialisti e Democratici a Bruxelles ha rinunciato a qualsiasi funzione di argine, allineandosi su ogni voto cruciale alla maggioranza liberale-popolare, sostenendo sanzioni, censure, restrizioni di diritti che la sinistra storica avrebbe combattuto come ovvietà. Nei dibattiti pubblici, la dirigenza dem preferisce litigare con chi critica la guerra piuttosto che con chi la alimenta, colpisce chi dissente dalla linea NATO piuttosto che chi sostiene un governo in carica a Tel Aviv sotto mandato della Corte penale internazionale.
In questo quadro, ogni discorso sul campo largo rischia di suonare come un esercizio retorico. Come si costruisce un’alternativa democratica, sociale, progressista insieme a chi pretende di espellere dal dibattito intellettuale chiunque non accetti la narrazione unica? Come si difende la Costituzione accanto a chi ne sta erodendo i principi fondativi con la collaborazione attiva delle istituzioni europee? Sono domande che le forze minori della sinistra — quelle che non hanno rinunciato alla propria matrice antimilitarista e anti-imperialista — dovranno porsi con chiarezza, senza ipocrisie tattiche, se vorranno essere ancora qualcosa di diverso da un’appendice residuale del partito maggiore.
Oggi loro, domani tutti
C’è un’unica ragione per cui questa vicenda riguarda ciascuno, ben oltre i nomi dei singoli intellettuali colpiti. Il meccanismo della censura ha una dinamica storicamente costante: comincia dai nomi scomodi, quelli che possono essere facilmente etichettati, marginalizzati, ridicolizzati; si estende poi alle categorie intere, ai giornalisti indipendenti, ai docenti universitari, ai ricercatori, agli autori di libri, ai registi, ai documentaristi; finisce con il cittadino qualunque, che si autocensura prima ancora di parlare per evitare problemi al lavoro, con la banca, con la Commissione europea. Quando si arriva a quel punto, la democrazia non è stata abolita: è stata semplicemente svuotata dall’interno, ridotta a rituale elettorale privo di sostanza, a liturgia istituzionale senza libertà di pensiero.
È per questo che la mobilitazione che intellettuali come Elena Basile e Angelo d’Orsi, insieme a tanti altri, stanno sollecitando non è una faccenda corporativa, non è una richiesta di clemenza, non è un appello a sostegno di reputazioni personali. È la pretesa elementare che in Europa valga ancora quello che c’è scritto nelle Costituzioni e nei trattati. È la pretesa che i cittadini europei siano liberi — fino a prova contraria, e la prova contraria non è stata fornita — di leggere, di ascoltare, di guardare, di giudicare con la propria testa, senza che un funzionario di Bruxelles, una parlamentare in carriera o un editorialista compiacente decida per loro cosa sia lecito sapere. È la pretesa che la parola «democrazia», quando la si mette in bocca, abbia ancora un significato.
A chi scrive, a chi insegna, a chi fa cinema o teatro, a chi informa, a chi semplicemente legge e pensa, spetta oggi una scelta netta. Si può cedere al ricatto, si può abbassare la testa, si può fingere di non vedere, si può accettare la logica del bollino e rassegnarsi a parlare soltanto di ciò che è consentito parlare. Oppure si può scegliere di stare dalla parte dello Stato di diritto, quello vero, quello costituzionale, quello che non ammette eccezioni opportunistiche. La storia europea ci ha già mostrato dove conducono le scorciatoie dell’allineamento: conducono a generazioni intere costrette poi, a cose fatte, a chiedersi come sia stato possibile. Il momento per non farsi trovare, ancora una volta, impreparati è adesso.
Una scelta di campo
La libertà di pensiero non è un lusso da intellettuali, non è una rivendicazione corporativa, non è un capriccio di minoranza. È la condizione stessa della democrazia, la sua materia prima, ciò senza cui ogni altro diritto si svuota in fretta. Difenderla non significa sottoscrivere le opinioni altrui: significa riconoscere a ciascuno il diritto di formarsele, esprimerle, discuterle. Significa rifiutare la pretesa di chi vorrebbe trasformare il disaccordo in reato, la critica in complotto, la dissidenza in collaborazionismo. Significa tenere viva la promessa scritta nella nostra Costituzione e tradita ogni giorno dalle istituzioni europee che dovrebbero custodirla. Da che parte stare, in questa stagione, non è una questione opinabile. È una questione di coerenza, di memoria, di dignità.
Fonti e riferimenti
Elena Basile — Angelo d’Orsi, Comunicato del 16 aprile 2026.
Costituzione della Repubblica Italiana, articoli 21, 33.
Convenzione europea dei diritti dell’uomo, articolo 10.
Rapporti della Relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese sulla situazione nei Territori palestinesi occupati.
Documentazione sulle sanzioni statunitensi applicate extraterritorialmente dagli istituti bancari europei.
Festival internazionale del cinema documentario RT-Doc «Il tempo dei nostri eroi», Bologna, 11-12 aprile 2026.
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
© Mario Sommella — Licenza Creative Commons BY-NC-SA 4.0