Dalla parola al pogrom: la scala di Allport, settant’anni dopo

Come il pregiudizio diventa politica, e come la politica diventa deportazione — dall’Europa della remigrazione alla Palestina della pena di morte

Nel 1954, lo psicologo statunitense Gordon W. Allport pubblicava The Nature of Prejudice, opera che ancora oggi costituisce la cornice teorica più lucida per comprendere come l’ostilità verso l’altro non sia un sentimento, ma un processo: un meccanismo a stadi, con soglie che si attraversano quasi senza accorgersene. Settant’anni dopo, mentre l’Europa occidentale ospita sulle tribune parlamentari conferenze sulla remigrazione e partiti di governo trasformano in norma il «rimpatrio assistito» come condizione per la retribuzione degli avvocati, mentre in Medio Oriente la Knesset israeliana legifera la pena di morte a bersaglio etnico e l’esercito rade al suolo interi villaggi tra Cisgiordania, Gaza e Libano meridionale, rileggere Allport non è un esercizio accademico. È un dispositivo di allarme civile. E l’allarme suona su tutti e cinque i gradini, contemporaneamente.

Chi era Gordon Allport

Gordon Willard Allport (Montezuma, Indiana, 11 novembre 1897 — Cambridge, Massachusetts, 9 ottobre 1967) è stato uno dei padri fondatori della psicologia sociale e della psicologia della personalità novecentesca. Insegnò ad Harvard dal 1930 fino alla morte, ricoprì la presidenza dell’American Psychological Association, diresse il National Opinion Research Center e fu per anni direttore del Journal of Abnormal and Social Psychology. Tra i suoi allievi figurano Jerome Bruner e Stanley Milgram, lo stesso Milgram che avrebbe documentato, nel celebre esperimento sull’obbedienza all’autorità, quanto sia facile per persone ordinarie infliggere sofferenza ad altri esseri umani quando un’istituzione lo consente.

L’American Psychological Association lo colloca all’undicesimo posto fra i cento psicologi più influenti del Novecento. La sua opera sul pregiudizio, basata anche sul lavoro condotto con rifugiati europei durante la Seconda guerra mondiale, non fu soltanto un libro di psicologia: fu un testo politico di riferimento per la stagione dei diritti civili, citato da Martin Luther King Jr. e da Malcolm X. Vendette oltre cinquecentomila copie entro il 1980, e resta in catalogo. Allport scriveva con il fumo dei forni crematori europei ancora fresco nell’aria, e con l’esperienza diretta del razzismo statunitense sotto gli occhi: il suo testo è contemporaneamente diagnosi clinica e dispositivo di vigilanza morale.

La scala del pregiudizio: cinque gradini verso l’abisso

Allport propone una scala a cinque livelli per misurare l’intensità del pregiudizio di un gruppo dominante (in-group) contro un gruppo minoritario (out-group). La potenza dell’intuizione non sta nell’elenco in sé, ma nell’idea di continuità: ogni gradino prepara il successivo, rendendolo pensabile, dicibile, infine eseguibile. Nessuno salta dalla normalità democratica al genocidio. Ci si arriva per scivolamenti successivi, ciascuno dei quali, preso isolatamente, appare ancora tollerabile.

Primo gradino — Antilocuzione

È il livello verbale: battute, stereotipi, «opinioni» espresse all’interno del gruppo dominante contro la minoranza. Il discorso d’odio (hate speech) ne è la forma estrema. Chi lo pratica si percepisce spesso come innocuo: sta «solo parlando», sta «solo dicendo come stanno le cose». In realtà l’antilocuzione è il terreno di coltura. Abitua l’orecchio, normalizza la disumanizzazione, apre lo spazio semantico a ciò che verrà dopo. Quando un vicepremier definisce un intero gruppo etnico o religioso come un problema in sé, o quando un ministro della Sicurezza nazionale esulta con lo champagne per una legge che consente di impiccare i palestinesi, non sta facendo satira: sta coltivando il primo gradino.

Secondo gradino — Evitamento

Il gruppo dominante si ritira. Non aggredisce: esclude. Cambia quartiere, cambia scuola, cambia locale. La separazione non produce ferite visibili, ma isolamento sociale, ghettizzazione, interruzione del contatto interpersonale che — come Allport stesso sottolineò nella celebre ipotesi del contatto — è l’antidoto più efficace al pregiudizio. L’evitamento è il pregiudizio che si fa topografia urbana. Prepara il terzo gradino perché, quando non si conosce più l’altro, è infinitamente più facile discriminarlo. Nel caso palestinese l’evitamento è stato architettato: muri di separazione, strade per soli coloni, checkpoint, Area A-B-C, linea blu, linea gialla. L’architettura dell’apartheid è evitamento reso struttura.

Terzo gradino — Discriminazione

Qui il pregiudizio diventa azione e, soprattutto, norma. Alla minoranza vengono negati diritti, opportunità, accesso al lavoro, alla casa, all’istruzione, alla giustizia. Gli esempi storici che Allport aveva sotto gli occhi sono le leggi Jim Crow negli Stati Uniti, l’apartheid sudafricano e le leggi di Norimberga del 1935 nella Germania nazionalsocialista. In Italia le leggi razziali del 1938 appartengono esattamente a questa soglia. Oggi il gradino della discriminazione si incarna in dispositivi più sofisticati: cittadinanza intesa non come diritto ma come appartenenza culturalmente certificata, permessi di soggiorno «a punti» legati a criteri di condotta, esclusione di fatto dai servizi, profilazione etnica nei controlli di polizia, subordinazione dei diritti procedurali all’adesione a programmi di rimpatrio. E, in forma estrema, una legge che riserva la pena capitale a una sola etnia: quella palestinese, come vedremo.

Quarto gradino — Attacco fisico

La violenza diventa pratica sociale tollerata o addirittura celebrata. Aggressioni, devastazioni di proprietà, incendi, linciaggi, pogrom. Allport, scrivendo nel 1954, aveva in mente i linciaggi dei neri negli Stati Uniti e i pogrom antisemiti europei. Non si tratta necessariamente di violenza di Stato: più spesso è violenza di gruppi organizzati, tollerata dalle autorità, legittimata dal clima culturale costruito nei tre gradini precedenti. La cronaca italiana ed europea degli ultimi anni — dalle ronde alle aggressioni contro migranti, richiedenti asilo, persone rom, persone LGBTQ+ — documenta un’espansione silenziosa di questo quarto livello. La cronaca della Cisgiordania documenta la sua forma sistemica: 1.732 episodi di violenza dei coloni nel periodo novembre 2024-ottobre 2025, secondo l’Alto Commissariato ONU per i diritti umani.

Quinto gradino — Sterminio

L’eliminazione fisica o l’espulsione sistematica del gruppo minoritario. Genocidio, pulizia etnica, deportazione di massa. Allport scriveva con la Shoah alle spalle, e non è un caso che il suo ultimo gradino contempli sia lo sterminio sia la «rimozione» del gruppo esterno. La distinzione è sottile, e il Novecento ci ha insegnato quanto sia labile il confine tra deportazione e annientamento. Il termine che l’estrema destra europea del 2026 usa per nominare, in forma eufemistica, questa soglia, è remigrazione. Il termine che il diritto internazionale usa per nominare ciò che accade a Gaza, nella Cisgiordania del «trasferimento forzato di massa» e nel sud del Libano della «bonifica dell’area», è: pulizia etnica.

Perché la scala di Allport parla al nostro presente

Per decenni la scala è stata studiata come strumento retrospettivo, chiave di lettura di catastrofi archiviate: la Germania del Terzo Reich, il Sudafrica dell’apartheid, la Bosnia degli anni Novanta, il Ruanda del 1994. Il presupposto implicito era che le democrazie liberali occidentali avessero ormai collocato gli ultimi due gradini fuori dal campo del pensabile. Questo presupposto oggi non regge più.

Negli Stati Uniti, la retorica della «grande sostituzione» è passata dai forum dell’alt-right ai comizi presidenziali; l’ICE opera rastrellamenti che colpiscono anche cittadini naturalizzati; Steve Bannon rivendica apertamente la necessità di «ripulire la città dagli insorti». In Germania, Alternative für Deutschland ha organizzato a Potsdam nel gennaio 2024 un incontro in cui si discuteva esplicitamente l’espulsione di massa di cittadini tedeschi di origine straniera considerati «non assimilati»: la stessa AfD che alle europee del 2024 ha superato il 16 per cento e che da allora ha continuato a crescere. In Francia, già nel 2022 Éric Zemmour proponeva un Ministero della Remigrazione; oggi la parola non scandalizza più una parte significativa degli elettori socialisti e macroniani. In Austria i «Patrioti» di Kickl sono al governo. In Italia, il 18 aprile 2026 Matteo Salvini ha riunito a Milano, in piazza Duomo, i Patrioti per l’Europa sotto lo slogan «Padroni a casa nostra», con la partecipazione di Geert Wilders e del ministro Valditara.

Nel frattempo, nel decreto Sicurezza (d.l. 24 febbraio 2026, n. 23), approvato dal Senato il 17 aprile 2026 e all’esame della Camera nei giorni della manifestazione, il Parlamento italiano ha introdotto con l’emendamento 30-bis una norma che prevede il pagamento di un compenso — stimato fra 615 e 625 euro — agli avvocati che «abbiano fornito assistenza al cittadino straniero nella fase di presentazione della richiesta di partecipazione a un programma di rimpatrio volontario assistito», erogabile solo «ad esito della partenza dello straniero», con uno stanziamento di 246 mila euro per il 2026 e 492 mila euro per il 2027 e altrettanti per il 2028. L’Unione delle camere penali italiane, l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione, l’Organismo congressuale forense, il Consiglio nazionale forense (che si è pubblicamente dissociato dal proprio presunto ruolo di soggetto erogatore) e l’Associazione nazionale magistrati hanno denunciato la norma come «incompatibile con la Costituzione» e lesiva dell’indipendenza dell’avvocatura; persino il Quirinale ha espresso rilievi di costituzionalità. Non è più retorica da piazza: è ingegneria legislativa del quinto gradino.

E nel frattempo, mentre l’Europa si interroga sulla «remigrazione», a poche ore di volo dalle nostre capitali la scala di Allport viene percorsa fino in fondo, e oltre. Gaza, Cisgiordania, sud del Libano: tre laboratori simultanei del quinto gradino, condotti da uno Stato che si definisce democratico e che dispone del sostegno militare, diplomatico ed economico delle maggiori democrazie occidentali. Capire la remigrazione senza guardare la Palestina significa non capire né l’una né l’altra.

La «remigrazione»: parola-grimaldello del quinto gradino

Genealogia di un eufemismo

Il termine «remigrazione» è entrato nel Vocabolario Treccani nel 2025, definito come «eufemismo per ritorno forzato di persone immigrate nel loro Paese d’origine». Non si tratta di rimpatrio volontario: si tratta di espulsione su larga scala di migranti, richiedenti asilo, residenti di lungo periodo e, nei casi più radicali, cittadini naturalizzati o nati in Europa ma considerati «non assimilati». Nel Novecento la parola era: deportazione.

La costruzione ideologica affonda le radici nella teoria della «grande sostituzione» formulata dallo scrittore francese Renaud Camus nel 2011, secondo la quale le popolazioni europee bianche e cristiane verrebbero sistematicamente rimpiazzate da immigrati non europei con la complicità delle élite. Lo stesso Governo italiano, sul proprio sito istituzionale, ha definito la «sostituzione etnica» come «un mito neonazista». Eppure quel mito è diventato piattaforma politica. I gruppi francesi Bloc Identitaire e Génération Identitaire importarono il termine dal partito belga di estrema destra Vlaams Belang attorno al 2011; l’austriaco Martin Sellner ne ha fatto il titolo di un volume-manifesto tradotto in italiano nel 2025 e offerto ai lettori, nel 2026, dal quotidiano La Verità e dal settimanale Panorama. La senatrice Julia Unterberger, in un’interrogazione al ministro Piantedosi, ha descritto Sellner come «una delle figure più pericolose dell’intera galassia neonazista e xenofoba». In Germania è stato bandito per i suoi legami con movimenti neonazisti.

Dall’estremismo al mainstream

Il salto di categoria avviene fra il 2022 e il 2024. Nel 2022 Éric Zemmour promette in campagna elettorale un Ministero della Remigrazione per rimpatriare centomila «stranieri indesiderati» all’anno. Alla fine del 2022, con l’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk e la riduzione dei controlli sui contenuti, figure precedentemente bandite dalla piattaforma — Sellner in testa — vi rientrano, e l’attività online sul tema esplode. Nel gennaio 2024 l’inchiesta di Correctiv sull’incontro segreto di Potsdam rivela il piano di espulsione di massa discusso da dirigenti AfD e attivisti identitari; centinaia di migliaia di persone manifestano nelle piazze tedesche, persino Marine Le Pen prende le distanze. Eppure il 17 maggio 2025 il primo «Remigration Summit» si tiene al Teatro Condominio di Gallarate, in provincia di Varese — dopo tre cancellazioni di sedi precedenti fra Milano, Busto Arsizio e Somma Lombardo — con circa 400 partecipanti paganti (biglietti da 49 a 250 euro) provenienti da tutta Europa. Al raduno partecipa in videocollegamento, come ospite d’onore, il vicesegretario leghista Roberto Vannacci: «La remigrazione non è uno slogan ma una proposta concreta».

Nel gennaio 2026 il deputato leghista Domenico Furgiuele organizza alla Camera dei deputati una conferenza stampa per il lancio della legge di iniziativa popolare «Remigrazione e Riconquista», promossa da un comitato che comprende il portavoce di CasaPound Luca Marsella e l’esponente dei Veneto Fronte Skinheads Ivan Sogari. La conferenza viene annullata solo dopo l’occupazione della sala stampa da parte di trentadue parlamentari dell’opposizione. Il 26 marzo 2026 il Parlamento europeo approva a maggioranza (389 sì, 206 no, 32 astenuti) il Regolamento Rimpatri, ribattezzato dai suoi critici «Regolamento Deportazioni», che introduce gli hub di rimpatrio sul modello dei centri italiani in Albania. Vannacci commenta in aula parlando di una remigrazione «iniziata in Europa». Il PPE, principale partito dell’emiciclo, consolida così un allineamento strutturale con le forze dell’estrema destra.

L’inganno linguistico e il tradimento costituzionale

La proposta italiana di legge di iniziativa popolare «Remigrazione e Riconquista», depositata in Cassazione il 17 gennaio 2026 dal Comitato promotore guidato dal portavoce di CasaPound Luca Marsella — e che secondo il sito ufficiale del comitato aveva raccolto al 16 aprile 2026 «quasi 150.000 firme, il triplo di quelle necessarie» — prevede l’abolizione dei flussi d’ingresso per motivi di lavoro, il «rafforzamento» dei rimpatri, l’espulsione dei «delinquenti», la confisca dei patrimoni di chi «specula sul traffico di uomini», il taglio dei fondi all’accoglienza, lo stop alle ONG e un «Patto di Remigrazione Volontaria» esteso anche agli stranieri regolari. Salvini, dopo la parziale partecipazione alla kermesse del 18 aprile (meno di 2.000 persone in piazza Duomo, un quarto dello spazio disponibile), ha rilanciato con la proposta di un «permesso di soggiorno a punti», sul modello della patente.

Il punto essenziale, come ha osservato il giornalista Valerio Renzi, è che non si parla più «solo» di cacciare gli irregolari: si tratta di espellere anche persone in possesso della cittadinanza italiana, francese o tedesca, ma considerate «non assimilabili» in quanto di origine straniera. «Il punto è ricostruire una presunta bianchezza della comunità nazionale, ripristinare il legame tra sangue e suolo». È il Blut und Boden che ritorna sotto forma di legge ordinaria. È la Costituzione repubblicana, articolo 3, che salta: «pari dignità sociale […] senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». È, per chi abbia letto Allport, il quinto gradino che viene tradotto in testo normativo.

Dal Giordano al Mediterraneo: quando la scala raggiunge il vertice

Se la remigrazione europea è la pulizia etnica immaginata, la Palestina è la pulizia etnica in atto. Il parallelo non è retorico: è strutturale. Le stesse categorie concettuali — «sostituzione», «non assimilabilità», «ripristino dell’omogeneità etnica», «sovranità culturalmente certificata», «legame tra sangue e suolo» — che alimentano il discorso identitario europeo sono le categorie operative con cui il governo Netanyahu, la coalizione di estrema destra che lo sostiene e il movimento dei coloni conducono, sotto gli occhi delle democrazie occidentali, un’operazione che l’Alto Commissariato ONU per i diritti umani non esita a descrivere come una «politica israeliana concertata di trasferimento forzato di massa in tutto il territorio occupato» che «solleva preoccupazioni di pulizia etnica».

Cisgiordania: trentaseimila espulsi in un anno

Il rapporto dell’Ufficio dell’Alto Commissariato ONU per i diritti umani, pubblicato nel marzo 2026 e relativo al periodo novembre 2024-ottobre 2025, parla di «espulsione di massa di portata senza precedenti»: oltre 36.000 palestinesi sfollati dalla Cisgiordania occupata in dodici mesi. Lo stesso rapporto documenta 1.732 episodi di violenza dei coloni, in crescita rispetto ai 1.400 dell’anno precedente. L’OCHA, l’agenzia umanitaria delle Nazioni Unite, segnala che dal gennaio 2025 sono 33.362 i rifugiati palestinesi sfollati dai soli campi di Jenin, Tulkarm e Nur Shams, con oltre 1.500 strutture distrutte o gravemente danneggiate secondo UNOSAT. Solo nei primi tre mesi del 2026 gli sfollati sono più di 2.500, di cui oltre 1.100 minori. Save the Children, incrociando i dati ONU, registra che i bambini palestinesi sfollati per violenza dei coloni sono passati da una media trimestrale di 63 nel triennio precedente a 685 nel solo primo trimestre del 2026: un incremento di dieci volte.

L’OHCHR documenta che il trasferimento di poteri dalle forze armate israeliane alle autorità civili, la confisca delle terre palestinesi per l’espansione degli insediamenti e le politiche discriminatorie hanno costituito «un sistema istituzionalizzato di discriminazione, oppressione e violenza sistematica da parte di Israele contro i palestinesi», in violazione del diritto internazionale sul divieto di segregazione razziale e apartheid. L’Alto Commissario Volker Türk chiede a Israele di smantellare gli insediamenti, evacuare i coloni, porre fine all’occupazione e consentire il ritorno degli sfollati. Human Rights Watch parla esplicitamente di «possibile crimine contro l’umanità». B’Tselem e Breaking the Silence, organizzazioni israeliane, denunciano che «approfittando della guerra, le milizie armate dei coloni, che spesso operano con il sostegno dell’esercito, continuano ad attaccare e molestare le comunità palestinesi in tutta la Cisgiordania per costringerle ad andarsene».

La metodologia è documentata. Il 18 marzo 2026 a Khirbit Humsa un gruppo di coloni mascherati ha fatto irruzione notturna, legando residenti, picchiando donne, uomini e ragazze, minacciando stupri e uccisioni. Un uomo è stato aggredito sessualmente davanti alla famiglia. Il rapporto del West Bank Protection Consortium pubblicato dal Norwegian Refugee Council nell’aprile 2026 — e rilanciato dal Guardian — documenta come la violenza sessuale sia stata utilizzata sistematicamente come strumento di trasferimento forzato: oltre il 70 per cento delle famiglie sfollate intervistate ha identificato le minacce contro donne e bambini, in particolare la violenza sessuale, come il fattore decisivo della fuga. Ottantatré testimonianze raccolte tra il 2023 e il 2025 documentano almeno sedici casi di violenza sessuale diretta, numero considerato fortemente sottostimato a causa dello stigma. Il 92 per cento delle famiglie sfollate intervistate ha perso l’accesso alla terra, l’88 per cento la casa, l’84 per cento i beni essenziali, il 40 per cento dei bambini l’accesso all’istruzione. Gli incidenti avvengono spesso in presenza delle forze israeliane, che non intervengono.

Il meccanismo è lo stesso descritto da Allport al quarto gradino, potenziato dal quinto. Si colpisce una comunità con violenza sistemica perché lasci il territorio; una volta partita, si espropria la terra, si consolida l’insediamento, si ridisegna la demografia. L’acqua viene «colonizzata»: ad Al-Auja, nella Valle del Giordano, nel febbraio 2026 i coloni hanno preso il controllo pieno della sorgente da cui dipendono le comunità palestinesi, costringendo gli agricoltori ad abbandonare la terra per mancanza d’acqua. «Rubo la mia stessa acqua per poter vivere», racconta Yousef Bisharat, uno degli ultimi residenti di Khirbet Mak-hul, dove nel 2014 vivevano trenta famiglie e oggi ne restano tre. È il gradino della discriminazione strutturale che prepara il gradino dello sterminio, con gli interstizi colmati dalla violenza quotidiana del quarto gradino.

La legge israeliana sulla pena di morte: il terzo gradino che legittima il quinto

Il 30 marzo 2026, la Knesset ha approvato in lettura definitiva, con 62 voti favorevoli, 48 contrari e un astenuto, la legge che introduce la pena di morte per «gli autori di atti di terrorismo». Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha votato a favore. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir — lo stesso che per anni ha tenuto nel salotto di casa, nell’insediamento di Kiryat Arba, il ritratto di Baruch Goldstein, il colono israelo-statunitense che il 25 febbraio 1994 uccise 29 musulmani palestinesi e ne ferì 125 nella Moschea Ibrahimi (Tomba dei Patriarchi) di Hebron — si presentava in aula con una spilla a forma di cappio e ha tentato di stappare una bottiglia di champagne all’interno della Knesset, venendo fermato da un assistente; ha poi distribuito il brindisi ai colleghi fuori dall’emiciclo, pubblicando il video sui propri canali social. Mesi prima, al passaggio in prima lettura del novembre 2025, aveva celebrato la tappa distribuendo baklava tra i deputati. L’immagine del cappio e del brindisi, hanno osservato diversi commentatori, resterà «ancorata nella storia come una di quelle fotografie che non necessitano di didascalia».

La legge, formalmente «neutrale» sul piano etnico, è in realtà costruita come dispositivo discriminatorio. Per i palestinesi della Cisgiordania occupata la pena capitale sarà la sanzione predefinita in tutti i casi in cui l’omicidio venga definito «atto di terrorismo» dalla giustizia militare israeliana, con possibilità di condanna a maggioranza semplice di un tribunale militare e con esecuzione entro novanta giorni. Pochi minuti dopo il voto, l’Associazione per i diritti civili in Israele (ACRI) ha presentato ricorso urgente alla Corte suprema, definendo la legge «incostituzionale, discriminatoria e, per quanto riguarda i palestinesi della Cisgiordania, senza base legale»: la Knesset, ha osservato l’associazione, «non ha il potere di legiferare per la Cisgiordania, sulla quale Israele non ha alcuna sovranità». Amnesty International ha chiesto «la massima pressione sulle autorità israeliane affinché abroghino immediatamente la legge sulla pena di morte, aboliscano completamente la pena capitale e smantellino tutte le leggi e le pratiche che contribuiscono al sistema di apartheid contro i palestinesi».

Gli esperti ONU, già nel febbraio 2026, avevano esortato Israele a ritirare il progetto di legge, affermando che «discriminerebbe i palestinesi nei territori palestinesi occupati». Il 29 marzo Berlino, Londra, Parigi e Roma avevano scritto alla Knesset invitandola a rinunciare al progetto che «metterebbe in discussione gli impegni d’Israele in materia di princìpi democratici»: un appello ignorato. Il Consiglio d’Europa ha denunciato un «grave passo indietro»; il Gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo ha chiesto la sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele. Gli Stati Uniti, con una stringatezza ormai consueta, hanno fatto sapere di «rispettare il diritto sovrano d’Israele».

Il ministero degli Esteri palestinese ha definito la legge «un crimine e una pericolosa escalation» che «mostra il volto reale del sistema coloniale israeliano, che punta a legittimare le esecuzioni extragiudiziali conferendo loro un’apparenza legale». La definizione non è iperbolica: è l’esatta descrizione di un terzo gradino — la discriminazione che diventa norma — deliberatamente costruito per abilitare il quinto. La pena capitale in Israele, dalla sua fondazione, era stata applicata una sola volta, nel 1962, al criminale nazista Adolf Eichmann. Ora viene riattivata come dispositivo razziale: la corda, come hanno scritto alcuni commentatori richiamando il manuale coloniale britannico sulla Palestina del 1937, «è riservata solo agli arabi». Lo storico militare Matthew Hughes ha documentato come i tribunali militari istituiti dal Mandato britannico nel novembre 1937 fossero costruiti soprattutto per la velocità: Shaykh Farhan al-Sa’di, comandante della rivolta del 1936, fu catturato di lunedì, processato di mercoledì, impiccato di sabato. È esattamente il modello che la legge del 2026 reintroduce.

Libano: il «domicidio» come metodo

Nel sud del Libano la stessa logica opera con strumenti militari anziché giudiziari. Dal 2 marzo 2026, data di ripresa delle ostilità con Hezbollah, l’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione dei civili lungo la linea di demarcazione, espandendola gradualmente fino a includere tutti i territori a sud del fiume Zahrani, circa quaranta chilometri dentro il territorio libanese. Secondo un’inchiesta di BBC Verify basata su immagini satellitari, in quest’area Israele ha abbattuto oltre 1.400 edifici, radendo al suolo interi villaggi con bombardamenti e demolizioni controllate — numero considerato sottostimato. Lo stesso quartier generale della missione UNIFIL a Naqura è stato danneggiato. L’offensiva ha causato più di 2.000 morti e oltre un milione di sfollati. L’8 aprile 2026 — passato alla storia come «il mercoledì nero» — centosessanta bombe in meno di dieci minuti hanno colpito Beirut, la valle della Bekaa e il sud del Libano, provocando 254 morti e 720 feriti in una sola giornata.

Il 22 marzo il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha ordinato all’esercito di «accelerare» la distruzione del Libano, dichiarando esplicitamente che sarebbe stato utilizzato «lo stesso modello di Rafah e Beit Hanoun», due città della Striscia di Gaza rase al suolo. Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, l’esercito ha fatto ricorso a ditte appaltatrici private — alcune già impiegate a Gaza — con operai pagati «in base al numero di strutture distrutte». Anche dopo il cessate il fuoco del 17 aprile, imposto da Trump a un Netanyahu riluttante, la demolizione è proseguita: la definizione ufficiale è «bonifica dell’area», l’obiettivo dichiarato è impedire il ritorno di 600.000 sfollati. Una mappa pubblicata dall’IDF fissa una nuova «linea gialla» venti chilometri dentro il Libano, oltre la quale si estende la fascia destinata alla sparizione. Oltre cinquanta villaggi vengono sgomberati e demoliti. Katz ha dichiarato che l’IDF «ricorrerà alla piena forza anche durante il cessate il fuoco».

Il termine che il diritto internazionale usa per questo è «domicidio», la distruzione sistematica e intenzionale delle case civili come strumento di politica statale. È, secondo molti esperti di diritto umanitario internazionale, un crimine di guerra. Ma è anche, traducendolo nel lessico di Allport, il quinto gradino applicato al territorio prima che alle persone: si rende impossibile l’abitare, e quindi si ottiene l’espulsione senza bisogno di deportare. È la stessa logica che attraversa Gaza — dove secondo l’aggiornamento OCHA al 25 marzo 2026 il bilancio ufficiale del Ministero della Salute palestinese è di 72.265 morti e 171.959 feriti, con stime indipendenti (studio Lancet, febbraio 2026) che indicano una sottostima significativa — e oggi si estende al Libano meridionale. Si distrugge l’infrastruttura della vita, e la popolazione «remigra» per fame, sete, impossibilità materiale di restare. Non è un incidente della guerra: è la guerra come metodo di rimozione etnica.

Il ponte ideologico tra remigrazione europea e pulizia etnica israeliana

Non si tratta di un parallelo giornalistico. I ponti politici e ideologici sono espliciti e documentabili. Roberto Vannacci è stato ospite d’onore del Remigration Summit di Gallarate nel maggio 2025 e, nel marzo 2026, ha celebrato in aula al Parlamento europeo l’approvazione del Regolamento Rimpatri come «inizio della remigrazione» in Europa. Gli stessi ambienti politici che in Italia spingono per un «permesso di soggiorno a punti» sono quelli che sostengono acriticamente l’operazione militare israeliana a Gaza, in Cisgiordania e in Libano, opponendosi a qualsiasi ipotesi di sanzione o sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele. L’ICE statunitense, braccio operativo di quella «remigrazione» che l’amministrazione Trump pratica senza nominarla, recluta con messaggi promozionali espliciti che riecheggiano la retorica della «grande sostituzione».

Il nesso è semplice. Entrambi i progetti — quello della remigrazione europea e quello della «Grande Israele» etnicamente omogenea — condividono la stessa premessa: esistono popoli «non assimilabili» che devono lasciare il territorio perché il gruppo dominante possa ricostruire una pretesa purezza etnico-culturale. Entrambi usano lo stesso vocabolario orwelliano: «rimpatrio», «ritorno», «bonifica», «riconquista», «protezione della civiltà». Entrambi mettono in discussione il principio di uguaglianza giuridica fra cittadini e residenti di origini diverse. Entrambi invocano un’emergenza permanente per sospendere garanzie costituzionali. Entrambi si servono della criminalizzazione del gruppo-bersaglio — «delinquente», «terrorista», «non integrato» — come passepartout per giustificare qualsiasi misura, fino all’espulsione e, nel caso estremo, all’esecuzione legale.

Chi in Europa parla di remigrazione senza guardare alla Cisgiordania non sta informando: sta distraendo. Chi in Italia si commuove per la Shoah il 27 gennaio e il 31 gennaio applaude l’occupazione della sala stampa della Camera contro Furgiuele, ma il 18 aprile tace sulle ruspe che Katz manda a demolire i villaggi libanesi, non sta onorando la memoria: la sta tradendo. La lezione di Allport è universale o non è. La sua scala vale per ogni gruppo dominante che costruisca un out-group e lo percorra gradino dopo gradino, chiunque sia l’aggressore, chiunque sia la vittima.

Mappare il presente sulla scala di Allport

Proviamo a collocare, senza infingimenti, alcuni dispositivi dell’Occidente e del Medio Oriente del 2026 sui cinque gradini della scala.

Sul primo gradino — l’antilocuzione — si trova la normalizzazione del lessico della sostituzione etnica sui quotidiani mainstream, la retorica quotidiana di ministri e vicepremier contro «l’invasione», le campagne social che presentano i rifugiati come minaccia sanitaria, culturale, sessuale. Si trovano le cartoline con biglietti aerei di sola andata spedite da AfD a famiglie tedesche selezionate per il cognome non germanico. Si trova il libro di Sellner che scala le classifiche di vendita. Si trovano le dichiarazioni del ministro Ben-Gvir che definisce «terrorista» qualsiasi palestinese in Cisgiordania e le esultanze con champagne alla Knesset.

Sul secondo gradino — l’evitamento — si trova la segregazione scolastica di fatto nelle periferie urbane europee, la rinuncia di classi medie a quartieri a «alta densità migratoria», la rimozione dei fact-checker dalle piattaforme social e la chiusura dei dipartimenti DEI in università e aziende statunitensi, la costruzione di muri interni all’Unione. Si trovano il Muro di separazione in Cisgiordania, i checkpoint, il sistema di permessi, le strade «per soli israeliani», la frammentazione del territorio palestinese in Aree A, B e C: architetture di evitamento reso struttura.

Sul terzo gradino — la discriminazione strutturale — si trova l’accordo Italia-Albania sui centri di rimpatrio, il Regolamento Deportazioni europeo, la subordinazione del compenso degli avvocati al rimpatrio dei loro assistiti, il «permesso di soggiorno a punti», la cittadinanza come «appartenenza culturalmente certificata», la stretta sul diritto d’asilo, il nuovo regime dei visti, la limitazione dei ricongiungimenti familiari. E, a Occidente del Giordano, si trova la legge del 30 marzo 2026 che riserva di fatto la pena capitale ai soli palestinesi, un tribunale militare che giudica una popolazione civile occupata in violazione delle Convenzioni di Ginevra, un sistema giuridico che — secondo l’OHCHR — costituisce «un sistema istituzionalizzato di discriminazione […] in violazione del diritto internazionale sul divieto di segregazione razziale e apartheid».

Sul quarto gradino — l’attacco fisico — si trovano i respingimenti violenti alle frontiere, le violenze negli hotspot, i morti nel Mediterraneo che non sono più naufragi accidentali ma conseguenza strutturale di una scelta politica, i rastrellamenti dell’ICE negli Stati Uniti che colpiscono anche cittadini naturalizzati sulla base dell’aspetto o del cognome, le aggressioni squadriste tollerate in Italia, Germania, Francia. Si trovano i pogrom dei coloni in Cisgiordania, le violenze sessuali sistemiche documentate dal West Bank Protection Consortium, l’uccisione di una famiglia palestinese di ritorno dalla spesa per il Ramadan con settanta fori di proiettile sul parabrezza, i circa 1.071 palestinesi uccisi in Cisgiordania da militari e coloni dal 7 ottobre 2023.

Sul quinto gradino — lo sterminio o la rimozione forzata — si trova precisamente ciò che la «remigrazione» propone di istituzionalizzare: la deportazione sistematica di persone che nel diritto internazionale avrebbero titolo a restare. In Europa non è ancora operativa nella forma piena auspicata dai suoi teorici. Ma come ha scritto la giornalista Angela Mauro sulle pagine della Fondazione Feltrinelli nell’aprile 2026, essa costituisce «una breccia nella democrazia europea», «il ponte per passare dall’estremismo al mainstream». A pochissime ore di volo dalle capitali europee, invece, il quinto gradino è pienamente operativo: i 36.000 palestinesi espulsi dalla Cisgiordania in un anno secondo l’ONU, i 72.265 palestinesi uccisi a Gaza secondo il bilancio OCHA al 25 marzo 2026 e i 171.959 feriti (cifra probabilmente sottostimata secondo lo studio Lancet, che parla di oltre 75.000 decessi già a gennaio 2025), il «domicidio» come politica statale nel sud del Libano, la pena di morte etnicamente calibrata. Ed è operativo con l’appoggio politico, militare e commerciale delle stesse democrazie occidentali che, nelle loro retoriche domestiche, si dichiarano garanti dei diritti umani.

Cosa ci insegna Allport che la politica finge di aver dimenticato

La scala di Allport contiene, implicita, una promessa: ogni gradino può essere l’ultimo, se c’è la volontà collettiva di fermarsi. Allport scriveva, con un ottimismo che oggi suona quasi commovente: «Coloro che sono consapevoli dei propri pregiudizi, e se ne vergognano, sono già sulla via per eliminarli». Ma scriveva anche che l’inazione dei moderati, la razionalizzazione dei pregiudizi nei termini apparentemente neutri della sicurezza, dell’ordine, della legalità, dell’«identità», è esattamente ciò che permette la scalata.

La lezione operativa di Allport per il 2026 è triplice. Primo: il contatto. La separazione produce pregiudizio, il contatto interpersonale fra gruppi — in condizioni di parità, cooperazione e sostegno istituzionale — lo riduce. Ogni politica che aumenta la separazione (muri, campi, quartieri-ghetto, scuole separate, esclusione dai servizi, checkpoint militari, linee gialle che tagliano a metà un paese sovrano) lavora contro la democrazia. Secondo: il linguaggio. L’antilocuzione non è «aria fritta»: è il terreno su cui crescono tutti gli altri gradini. Nominare in modo eufemistico la deportazione — chiamarla «remigrazione», «rimpatrio assistito», «riconquista», «bonifica», «trasferimento volontario» — serve precisamente a rendere pensabile ciò che non dovrebbe esserlo. Terzo: le istituzioni. Il salto dal quarto al quinto gradino non lo fanno i singoli, lo fanno gli Stati. La battaglia decisiva si combatte nei parlamenti, nei tribunali, nelle costituzioni, nelle corti internazionali. Un emendamento al decreto Sicurezza che subordina il compenso degli avvocati alla collaborazione con le politiche di rimpatrio non è un tecnicismo: è l’ingranaggio che fa scorrere la scala. Una legge della Knesset che riserva la pena capitale a una sola etnia non è un dettaglio penale: è la certificazione che la scala è stata percorsa fino all’ultimo gradino.

Settant’anni fa Gordon Allport mise in fila cinque parole — antilocuzione, evitamento, discriminazione, attacco fisico, sterminio — e ci lasciò una mappa. Il compito di chi non vuole percorrere quella strada fino in fondo è ancora lo stesso del 1954: riconoscere il gradino su cui ci troviamo, chiamare per nome ciò che il potere preferisce eufemizzare, organizzare una politica del contatto contro la politica della separazione. La remigrazione non è una proposta di governo: è il nome nuovo di una vecchia tentazione europea. La legge israeliana del 30 marzo 2026 non è una misura antiterrorismo: è la trascrizione in testo normativo di una gerarchia etnica che il Novecento aveva promesso di non riscrivere più. E, come settant’anni fa, la risposta non può che essere costituzionale, democratica, popolare — e, oggi, internazionalista. Senza la Palestina, qualsiasi discorso europeo sui diritti umani è ipocrisia. Senza l’Europa, qualsiasi discorso palestinese sulla giustizia rischia l’isolamento. La scala di Allport è una sola. Il compito di smontarla, pure.

Fonti

Allport, Gordon W., The Nature of Prejudice, Addison-Wesley, 1954 (ed. it. La natura del pregiudizio, La Nuova Italia, Firenze, 1973).

Harvard Department of Psychology, scheda biografica di Gordon W. Allport.

Banaji, Mahzarin R., The Nature of Prejudice by Gordon W. Allport (1954), Harvard, 2019.

Wikipedia, Scala Allport (voce italiana) e Allport’s Scale (voce inglese).

Annamaria Testa, I discorsi d’odio non vanno sottovalutati, Internazionale, 9 luglio 2019.

Ninja.it, Che cos’è la scala di Allport e perché ha a che fare con gli haters online, ottobre 2023.

3plusinternational.com, From Words to Violence: Understanding Allport’s Theory of Escalation, febbraio 2026.

Angela Mauro, Remigrazione: una breccia nella democrazia europea, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 3 aprile 2026 (Agenda remigrazione n. 79).

Annalisa Camilli, La remigrazione nel decreto sicurezza, Internazionale, 21 aprile 2026.

Francesca De Benedetti, «Remigrazione» e dintorni: così gli xenofobi dettano l’agenda fin dentro l’Ue, Domani, 30 gennaio 2026.

Remigrazione, Salvini fa flop in piazza. Ma il governo la introduce per legge, Domani, 18-21 aprile 2026.

Rivista Studio, Di remigrazione sentiremo parlare ancora a lungo, purtroppo, aprile 2026, con interventi di Marion Jacquet-Vaillant, Valerio Renzi, Lorenzo Pacini.

Il Post, Cos’è esattamente questa «remigrazione», 4 febbraio 2025; Il «Remigration summit» di Milano alla fine è diventato un’altra cosa, 18 aprile 2026.

Sky TG24, Remigrazione, annullata conferenza alla Camera organizzata da estrema destra, 30 gennaio 2026.

Progetto Melting Pot Europa, Per la destra europea, la remigrazione è iniziata, aprile 2026.

Il Foglio, Salvini prepara la sua legge sulla remigrazione, 2 febbraio 2026.

Avvenire, Il bluff della remigrazione. Solo uno slogan, ma pericoloso, 19 aprile 2026.

Tecnoandroid, Remigrazione: cos’è la parola che seduce l’ultradestra europea, aprile 2026.

Panorama, Remigrazione, il grande ritorno: da idea di estrema destra a politica condivisa in Europa, ottobre 2025.

MasterX (IULM), Lega e Patriots EU in piazza a Milano «Senza paura» apre a remigrazione, aprile 2026.

Vocabolario Treccani, voce Remigrazione, edizione 2025.

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Collettiva / Il Manifesto, L’orrore in Cisgiordania, l’esercito di Israele e coloni, 18 marzo 2026.

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Domani, Cisgiordania, è record di sfollamenti forzati di palestinesi, 6 febbraio 2026.

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Vatican News, Libano, Beirut travolta dai raid israeliani: centinaia tra morti e feriti, aprile 2026.

Il Fatto Quotidiano, Israele oscura l’accordo con l’Iran e bombarda il Libano, 8 aprile 2026; Israele rade al suolo i villaggi del sud Libano: applicato il «modello Gaza», 20 aprile 2026.

L’Espresso, Spaccare il Libano è l’obiettivo di Israele, 16 aprile 2026.

Internazionale, Israele ribadisce di voler occupare una parte del sud del Libano al termine del conflitto, 1 aprile 2026.

BBC Verify, inchiesta satellitare sulle demolizioni israeliane nel sud del Libano, aprile 2026.

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Famiglia Cristiana, Decreto sicurezza, emendamento rimpatri. Che cosa non funziona, 21 aprile 2026.

Sistema Penale, Dl sicurezza 2026: compensi agli avvocati in caso di rimpatrio volontario del migrante, aprile 2026.

TPI, Come funziona il premio per gli avvocati che favoriscono i rimpatri volontari, 22 aprile 2026.

Il Post, Il governo vuole pagare gli avvocati che riescono a far rimpatriare i migranti, 19 aprile 2026.

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Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere

Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

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