Dalla Sparta del terzo millennio alla confederazione democratica: perché il superamento dello Stato-nazione è l’unica alternativa realistica al suicidio collettivo di Israele e alla morte della Palestina
Esiste un punto oltre il quale la guerra cessa di essere uno strumento politico e diventa il fine stesso dell’esistenza di uno Stato. Israele ha superato quel punto. In quasi ottant’anni di vita, quello che doveva essere il “focolare nazionale ebraico” si è trasformato in una macchina bellica permanente, una Sparta del terzo millennio in cui ogni cittadino, uomo o donna, è coinvolto direttamente o indirettamente nell’apparato militare. E mentre la comunità internazionale continua a invocare la formula rituale dei “due popoli, due Stati”, la realtà sul terreno racconta una storia completamente diversa: quella di un progetto coloniale che ha prodotto un’intera generazione di orfani, di invalidi, di bambini denutriti e traumatizzati, e che non può trovare soluzione entro le categorie politiche che lo hanno generato.
La militarizzazione totale della società israeliana
I sondaggi parlano con una chiarezza che nessuna diplomazia potrà mai eguagliare. Secondo una rilevazione dell’Università Ebraica di Gerusalemme, ripresa nell’aprile 2026 dal Guardian e da numerosi media internazionali, circa due terzi degli israeliani si dichiarano favorevoli alla prosecuzione delle operazioni militari, opponendosi a qualunque estensione del cessate il fuoco negoziato dagli Stati Uniti con l’Iran. Il 61 per cento ritiene che il governo debba continuare a colpire il Libano. Un 39 per cento si colloca addirittura su posizioni più estreme di quelle di Netanyahu, ritenendo che Israele non debba rispettare neppure la tregua temporanea concordata con la Repubblica Islamica attraverso la mediazione pachistana.
Il dato più inquietante non è però il numero in sé, ma la sua trasversalità. Tutti i partiti israeliani, con la sola eccezione dei partiti arabi che rappresentano una minoranza parlamentare, sono favorevoli alla guerra. Alcuni leader dell’opposizione hanno cercato di superare Netanyahu in durezza, proponendo attacchi ancora più violenti contro l’Iran. Il Likud è tornato primo nei sondaggi, e le elezioni legislative previste per l’autunno 2026 si profilano come un plebiscito bellicista. Il premier, la cui carriera politica sembrava finita dopo il 7 ottobre 2023, ha convinto Trump ad attaccare l’Iran due volte – prima nella “guerra dei 12 giorni” del giugno 2025, poi nella campagna in corso – e oggi opera con Washington come partner militare paritario, dividendosi obiettivi e zone di bombardamento.
Questa è la fotografia di una società che ha scelto la guerra come identità collettiva. Il bilancio approvato dalla Knesset con 62 voti a favore e 55 contrari ha consolidato la spesa militare come asse portante della politica nazionale. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, uno dei falchi più feroci del governo, ha previsto una crescita del 3,8 per cento nel 2026 solo a condizione che le operazioni contro Iran e Libano terminino entro metà aprile – condizione che al momento appare del tutto irrealistica. L’opposizione di Yair Lapid e Naftali Bennett si è indignata non per i miliardi destinati alle armi anziché alla spesa sociale, ma per un emendamento che stanziava 250 milioni di dollari aggiuntivi per le scuole dei religiosi ultraortodossi. Il perimetro del dibattito politico israeliano è tutto qui: si discute su come fare la guerra, non se farla.
“Una terra senza popolo”: il programma originario e la sua esecuzione
“Una terra senza popolo per un popolo senza terra.” Lo slogan fondativo del sionismo non era una metafora: era un programma. E quel programma è stato eseguito con metodi che, alternati o abbinati nel corso dei decenni, hanno perseguito un unico obiettivo: svuotare la Palestina della sua popolazione originaria. Sterminio, terrorismo sistematico, deportazione, espulsione forzata: strategie diverse per un identico fine, iscritto nelle premesse stesse della costituzione in Stato delle comunità ebraiche emigrate o rifugiatesi in Palestina.
Negli ultimi due anni e mezzo ha prevalso il massacro. Secondo i dati dell’agenzia di stampa palestinese WAFA, aggiornati al marzo 2026, le vittime dirette a Gaza dall’ottobre 2023 superano le 72.000 unità, con oltre 171.000 feriti. L’UNRWA stima che 1,9 milioni di persone sui 2,4 milioni di abitanti della Striscia siano state sfollate almeno una volta, il 90 per cento della popolazione costretta ad abbandonare ripetutamente la propria casa. Secondo le Nazioni Unite, il 70 per cento delle vittime verificate sono donne e bambini. Uno studio dell’ONU ha confermato la carestia nel governatorato di Gaza City, con oltre un milione di persone in condizioni di emergenza alimentare e un bambino ucciso ogni 52 minuti nei primi due anni di conflitto.
Ma il bilancio delle morti dirette, per quanto spaventoso, non racconta che una parte della catastrofe. La distruzione sistematica delle infrastrutture sanitarie, educative, residenziali e culturali ha prodotto ciò che nessuna cifra può catturare: un’intera generazione condannata alla disabilità fisica e psichica, alla malnutrizione cronica, all’ignoranza forzata. Bambini che non vedono una scuola da anni. Malati cronici senza accesso a terapie salvavita in un territorio dove l’elettricità manca da oltre due anni. Nei circa 1.600 campi profughi della Striscia, le condizioni di vita sono segnate da infestazioni di parassiti, epidemie cutanee, assenza di acqua potabile. Questa non è una guerra: è la cancellazione metodica di un popolo e della sua memoria.
Il suicidio di Israele
Eppure, in questa logica di annientamento, non ci sarà vittoria per nessuno. Nelle guerre non vince mai nessuno, e questa guerra meno di qualunque altra. La frattura che si è aperta nella diaspora ebraica mondiale è già incolmabile. Per anni, le comunità ebraiche fuori da Israele hanno avuto nello Stato ebraico un punto di riferimento identitario, spesso “passando sopra” alle evidenze di un percorso dall’esito sempre più chiaro. Oggi quella complicità silenziosa si sta sgretolando. Le voci ebraiche antisioniste, da Jewish Voice for Peace a Breaking the Silence, non sono più marginali: rappresentano una corrente profonda di dissidenza morale che non potrà essere riassorbita.
All’interno stesso di Israele, le crepe si allargheranno quando le conseguenze economiche, sociali e morali dello stato di guerra permanente diventeranno impossibili da ignorare. La mobilitazione di centinaia di migliaia di riservisti ha costi umani e finanziari enormi. L’economia di guerra non è sostenibile a lungo, quali che siano gli appoggi internazionali. E soprattutto diventerà chiaro a tutti che quel “lavoro” da terminare non avrà mai termine: che la strada intrapresa non ha sbocco, che uno stato di guerra sempre più intenso e generalizzato non può essere la condizione permanente di una società. È quello che qualcuno ha chiamato “il suicidio di Israele”: la dissoluzione di uno Stato che ha fatto della violenza il proprio principio costitutivo e che, per questa via, finirà per consumare sé stesso.
Due scenari si profilano. Il primo è lo scontro tra fazioni interne, che potrebbe investire il Paese in un contesto regionale ostile, privato di molti degli alleati su cui era abituato a contare. Il secondo è più radicale e più interessante: un ritorno alle origini, non di uno Stato ma di un popolo. Un popolo senza Stato, in un territorio non da dominare ma da condividere con chi lo abita da secoli.
Perché “due popoli, due Stati” è un’illusione
La formula “due popoli, due Stati” continua a essere ripetuta come un mantra dalla diplomazia internazionale, ma non descrive alcuna realtà possibile. Cosa sarebbe, concretamente, questo secondo Stato? Un’entità priva di continuità territoriale, disarmata, sovraffollata dal ritorno di milioni di esuli, depredata delle sue risorse più importanti – a cominciare dall’acqua –, schiacciata tra un vicino armato fino ai denti, dotato di armi nucleari e perfettamente inserito nel sistema di alleanze occidentale, e il nulla. Non sarebbe uno Stato: sarebbe un bantustan, una riserva, una prigione a cielo aperto con un nome più dignitoso.
Ma anche la soluzione dello Stato unico presenta difficoltà che appaiono insormontabili. Non solo per i problemi di convivenza tra comunità che hanno così tanti motivi per detestarsi e così pochi per amarsi – anche se il lavoro straordinario di alcune organizzazioni israelo-palestinesi e il ruolo potenzialmente determinante delle donne suggeriscono che questo non sia un ostacolo eterno. Il problema è più strutturale: Stato significa tante cose indivisibili. Un nome (quale?), strutture burocratiche, un esercito (in questo caso dotato di armi atomiche), impianti industriali, saperi esclusivi, una valuta, un sistema giudiziario. Pensare che chi controlla oggi tutto questo accetti di condividerlo alla pari è un’ingenuità che confina con la complicità.
La via confederale: oltre lo Stato-nazione
Esiste però un’altra strada, apparentemente utopica ma paradossalmente più realistica delle soluzioni convenzionali: la dissoluzione delle strutture statali e la loro sostituzione con una confederazione democratica di comunità. Non due Stati, non uno Stato, ma nessuno Stato: una rete di comunità autogovernate, in parte miste dove possibile, in parte su base etnica, ma comunque aperte, interconnesse e disposte alla convivenza pacifica. Un progetto che prevede la neutralizzazione degli apparati più pericolosi – l’esercito, l’arsenale nucleare, i servizi di intelligence – sotto il controllo di un’entità internazionale super partes, un nuovo mandatario che non può essere che l’ONU, se sopravviverà all’assedio che la sta demolendo.
Il precedente esiste, e non è un’astrazione teorica. La Confederazione democratica del Rojava, nata nel nord-est della Siria nel 2012 sulla base del pensiero di Abdullah Öcalan, ha rappresentato per oltre un decennio il primo esperimento moderno di convivenza multietnica senza Stato: democrazia dal basso, parità di genere, ecologia sociale, economia cooperativa, rifiuto del centralismo e del militarismo. Certo, quell’esperimento è oggi sotto attacco mortale: l’offensiva del governo siriano di Ahmad al-Shara, lanciata nei primi giorni del 2026 con l’occupazione di Raqqa e Deir ez-Zor, e l’aggressione turca hanno messo in ginocchio l’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est. Ma il fatto che il Rojava venga ferocemente attaccato proprio perché rappresenta un’alternativa concreta al sistema degli Stati-nazione ne conferma, paradossalmente, la forza e la portata.
Öcalan, dal carcere di İmralı dove è prigioniero dal 1999, ha formulato una visione che trascende la questione curda e parla all’umanità intera: il modello dello Stato-nazione è una gabbia per le società, la libertà e la comunità sono valori più importanti della sovranità territoriale, l’autogoverno confederale fondato sulla partecipazione diretta è la forma politica adeguata a una società che voglia superare il dominio. Non è un caso che questa visione sia stata elaborata nel cuore del Medio Oriente, la regione del mondo dove il fallimento dello Stato-nazione è più evidente e più devastante.
La Palestina come laboratorio del post-statuale
Se il Rojava è stato il primo esperimento, la Palestina potrebbe essere il secondo – e il più significativo. Non perché le condizioni siano favorevoli, tutt’altro: ma proprio perché la gravità della situazione rende impraticabili le soluzioni tradizionali. Quando un territorio è stato distrutto al punto in cui lo è Gaza, quando un popolo è stato decimato, sfollato, privato di ogni istituzione, la ricostruzione non può avvenire nei vecchi schemi. Non si può ricostruire uno Stato su macerie che uno Stato ha prodotto.
Una confederazione democratica dei popoli della Palestina – israeliani ed ebraici dissidenti inclusi – avrebbe da affrontare difficoltà enormi, ma tracciar la strada del superamento di un’organizzazione del mondo basata sugli Stati. Un percorso che non è soltanto palestinese o mediorientale, ma universale. Perché gli Stati, nonostante la globalizzazione oggi in crisi, restano gli incubatori e il carapace tanto dei sistemi più feroci di dominio – dal patriarcato al razzismo, dal capitalismo estrattivo al neocolonialismo – quanto delle forme più devastanti di violenza: le guerre tra nazioni, la distruzione dell’ambiente, lo sfruttamento sistematico delle risorse della Terra.
Pensare a un mondo senza Stati è difficile anche solo come esercizio intellettuale. Ma è meno utopico di quanto sembri, e comunque più realistico delle alternative che ci vengono proposte: la perpetuazione di un conflitto senza fine, la finzione diplomatica dei due Stati, o l’illusione che chi detiene il potere delle armi nucleari accetti un giorno di condividerlo. La Palestina, nella sua tragedia, potrebbe diventare il luogo in cui si sperimenta, per necessità prima ancora che per scelta, una forma di convivenza politica che superi la logica dello Stato-nazione. Un laboratorio di futuro, nato dalla catastrofe del presente.
Le donne, la memoria, il possibile
C’è un elemento che attraversa trasversalmente questa prospettiva e che merita di essere collocato al centro della riflessione: il ruolo delle donne. Nel Rojava, la parità di genere non era un ornamento ideologico ma un pilastro strutturale del sistema politico: la co-presidenza, le unità di protezione femminili (YPJ), l’integrazione del femminismo nella teoria del confederalismo democratico. In Palestina, le donne hanno tenuto insieme il tessuto sociale sotto i bombardamenti, nei campi profughi, nelle scuole distrutte. Sono loro che potrebbero rovesciare la logica della guerra e dell’odio, costruendo ponti dove gli uomini hanno eretto muri.
La strada è lunga, e il presente è buio. Ma la storia non è lineare, e le rivoluzioni più profonde nascono spesso dove il dolore è più acuto. La Palestina non ha bisogno di uno Stato che la salvi: ha bisogno di una forma di convivenza che superi la violenza degli Stati. E se questa forma dovesse nascere lì, tra le macerie di Gaza e le colline della Cisgiordania, non sarebbe solo la liberazione di un popolo: sarebbe un messaggio all’umanità intera. La prova che si può convivere senza dominare, che si può abitare una terra senza possederla, che la politica può essere qualcosa di diverso dalla gestione della forza. Un’utopia? Forse. Ma è l’unica utopia che valga la pena di perseguire.
Fonti
Pressenza Italia, Convivere senza uno Stato di Guido Viale 13 Aprile 2026;
Il Fatto Quotidiano, “Gli israeliani vogliono che la guerra continui: lo rivela un sondaggio”, 13 aprile 2026
– Il Post, “Netanyahu sta ottenendo quello che voleva”, 20 marzo 2026
– Il Post, “Bombardare l’Iran ha aiutato Netanyahu”, 25 giugno 2025
– Il Manifesto, “Guerra permanente, il pilastro del bilancio israeliano”, aprile 2026
– Agenzia Nova, “Israele: il partito di Netanyahu in testa nei sondaggi dopo la guerra con l’Iran”, 4 luglio 2025
– WAFA, “Gaza death toll rises to 72,126”, 8 marzo 2026
– OCHA/ONU, Rapporto sulla situazione umanitaria in Palestina, 10 aprile 2026
– Vatican News, “Gaza: a sei mesi dalla tregua, i civili continuano a soffrire”, 10 aprile 2026
– CESVI, “Gaza: una catastrofe umanitaria senza precedenti”, ottobre 2025
– Novacronica, “Il tramonto del Confederalismo democratico nel Rojava”, febbraio 2026
– Il Post, “Cos’è stato il Rojava”, 3 febbraio 2026
– COBAS Scuola, “Il Rojava è sotto attacco. Difendiamo la Rivoluzione del Confederalismo Democratico”, gennaio 2026
– Abdullah Öcalan, Democratic Confederalism, International Initiative, 2011