Ventiquattro anni nelle segrete di IsraeleMarwan Barghouti, la tortura di un popolo e il silenzio complice dell’Occidente

C’è un uomo, in una cella israeliana, che da ventiquattro anni non vede la luce di una piazza, non stringe la mano dei suoi nipoti, non legge un giornale, non sa chi governa il mondo fuori. C’è un uomo che, nell’arco di sole due settimane, è stato pestato tre volte dalle guardie, aggredito da un cane aizzato contro di lui, lasciato a terra sanguinante senza cure. Quell’uomo si chiama Marwan Barghouti, è un parlamentare palestinese, e il suo corpo torturato è la fotografia più nitida di ciò che l’Occidente finge di non vedere: la natura coloniale, razziale e sistematica della detenzione israeliana dei prigionieri politici palestinesi.

Una fotografia che squarcia il velo

Il quotidiano comunista francese L’Humanité ha pubblicato la testimonianza dell’avvocato Ben Marmarelli, che ha potuto incontrare Barghouti il 12 aprile scorso dopo un’attesa umiliante di cinque ore in una stanza senz’acqua, senza cibo, senza la possibilità nemmeno di usare un bagno. I telefoni di collegamento non funzionavano. Il vetro che separava legale e detenuto imponeva di urlare per capirsi. In questa scenografia di diritto negato, si è consumato l’incontro tra un difensore impotente e un prigioniero lucido, consapevole, politicamente vivo nonostante l’isolamento totale.

Barghouti, racconta l’avvocato, è stato aggredito l’8 aprile nel carcere di Ganot: picchiato selvaggiamente, lasciato senza assistenza medica per ore, con le richieste di cure respinte dall’amministrazione penitenziaria. Il 25 marzo un altro pestaggio, durante il trasferimento da Megiddo a Ganot. Il 24 marzo, a Megiddo, le guardie erano entrate nella sua cella con un cane, lo avevano costretto a terra e avevano lasciato che l’animale lo aggredisse ripetutamente. Non sono eccessi individuali, né incidenti. È un metodo.

Il metodo, non l’eccezione

L’Israel Prison Service — il Servizio Penitenziario israeliano — non sta perdendo il controllo: lo esercita con precisione. La tortura nei confronti dei prigionieri politici palestinesi non è una deviazione del sistema, è il sistema. È la coerente estensione carceraria di un dispositivo di dominio che, fuori da quelle mura, si chiama occupazione, apartheid, espansione coloniale, guerra permanente. Marmarelli lo dice con le parole più semplici e più scandalose che si possano pronunciare di fronte a un’opinione pubblica europea anestetizzata: tutti i prigionieri politici palestinesi vengono torturati. Tutti, senza eccezione.

Isolamento totale dal mondo esterno. Nessuna televisione, nessun telefono, nessuna radio, nessun giornale, nessuna lettera, nessun libro — soltanto un Corano, due mutande, due camicie, due paia di calzini, una giacca, un paio di pantaloni. Razioni di cibo sotto soglia, tè senza zucchero, sette uscite in cortile in venti giorni laddove ne spetterebbe una al giorno. Detenuti con problemi di vista lasciati senza occhiali né prescrizione, dunque impossibilitati persino a leggere l’unico testo ammesso. È una sottrazione scientifica dell’umano, studiata per disgregare la persona prima ancora del prigioniero.

Chi è Marwan Barghouti, e perché fa così paura

Arrestato illegalmente a Ramallah il 15 aprile 2002 dall’esercito israeliano, Marwan Barghouti è un membro eletto del Consiglio Legislativo Palestinese, leader storico di Fatah, figura che da un quarto di secolo incarna ciò che Israele teme più di qualsiasi militante: un palestinese popolare, trasversale, capace di tenere insieme Cisgiordania e Gaza, capace di parlare alla propria base e insieme di interloquire con la comunità internazionale. In ogni sondaggio condotto nei territori occupati, il suo nome svetta come primo riferimento politico. È, agli occhi dei palestinesi, qualcosa di molto simile a ciò che Nelson Mandela fu per il Sudafrica in ostaggio dell’apartheid.

Per questo Israele non lo libera, non lo processa con garanzie, non gli consente una difesa reale. Per questo l’estrema destra al governo lo esibisce come trofeo: lo scorso agosto il ministro Itamar Ben Gvir — uomo con precedenti penali per incitamento al razzismo e sostegno al terrorismo ebraico — si è recato nella sua cella per minacciarlo in una miserabile trovata pubblicitaria. Non un atto istituzionale, ma una liturgia fascista, con la macchina da presa alle spalle e la vittima scelta per la sua vulnerabilità. È l’odio trasformato in comunicazione di governo.

La farsa del diritto e la sostanza del colonialismo

Marmarelli lo dice senza giri di parole: non esiste un caso Barghouti. Non c’è un fascicolo giudiziario nel senso proprio del termine, non c’è una via legale per il rilascio, non c’è un tribunale imparziale a cui rivolgersi. C’è soltanto la posizione coloniale di chi decide, secondo calcolo politico, se e come concedere al prigioniero un materasso, un sapone, una giacca. La funzione dell’avvocato si riduce a un’opera di mitigazione dell’orrore, non di ricerca della giustizia. Sono le fondamenta stesse dello Stato di diritto ad essere abolite, sostituite da un arbitrio amministrativo che rivela la verità più scomoda: nei confronti dei palestinesi, Israele non è e non si comporta come uno Stato democratico.

Il diritto internazionale, su questo terreno, è stato ridotto a relitto retorico. Le Convenzioni di Ginevra, la Convenzione contro la tortura delle Nazioni Unite, gli standard minimi per il trattamento dei detenuti elaborati dall’ONU: tutto viene sistematicamente calpestato, e tutto viene sistematicamente tollerato dai governi che si autodefiniscono custodi dei diritti umani. Il Comitato internazionale della Croce Rossa denuncia da mesi il divieto di visita imposto dalle autorità israeliane ai familiari dei detenuti palestinesi. Le relazioni delle Nazioni Unite documentano torture, umiliazioni sessuali, morti in custodia. Non manca la conoscenza dei fatti: manca la volontà politica di agire.

L’Europa che si gira dall’altra parte

L’Unione Europea, che negli ultimi due anni ha sanzionato la Russia con una velocità che ha fatto scuola nella diplomazia contemporanea, continua a trattare Israele come partner privilegiato, commerciale, tecnologico e militare. L’Accordo di Associazione UE-Israele, la cui clausola sui diritti umani consentirebbe la sospensione immediata, resta intatto dopo le stragi di Gaza, dopo la documentazione indipendente di crimini di guerra, dopo le condanne della Corte Internazionale di Giustizia, dopo i mandati di cattura della Corte Penale Internazionale. Questo doppio standard non è un inciampo: è il segno tangibile di una subalternità strategica e culturale dell’Europa al blocco statunitense-israeliano, una subalternità che l’opinione pubblica del continente — nelle piazze, nei sindacati, nei movimenti studenteschi — sta però cominciando a contestare con crescente determinazione.

In Italia la situazione è persino più grave. Il governo di destra-destra guidato da Giorgia Meloni ha scelto l’allineamento incondizionato con Tel Aviv, votando contro risoluzioni di cessate il fuoco alle Nazioni Unite, mantenendo contratti per la fornitura di componentistica militare, impedendo di fatto qualsiasi pressione diplomatica. I grandi media mainstream, da parte loro, hanno costruito per mesi un racconto asimmetrico, in cui la parola tortura non si poteva pronunciare se il torturato era palestinese, in cui la parola terrorismo si poteva applicare soltanto a un lato, in cui i bambini morti di Gaza diventavano statistica, mentre gli ostaggi israeliani — sacrosantemente — diventavano volti, nomi, biografie. Questa disparità informativa è essa stessa una forma di complicità.

La dignità come resistenza

E poi c’è lui, Barghouti. C’è la lucidità di un uomo che, dopo ventiquattro anni di prigione, dopo pestaggi ripetuti, dopo l’isolamento scientifico imposto dallo Stato che lo detiene, nel colloquio con il suo avvocato non chiede pietà, non piange su di sé: chiede informazioni sulla situazione politica palestinese, chiede cosa stia succedendo in Israele, chiede dei suoi figli e dei suoi nipoti che non ha mai potuto conoscere. E continua, racconta Marmarelli, a essere l’unico detenuto che alza la voce contro le guardie, che contesta il sopruso, che dice non è giusto, non è legale. Gli altri prigionieri sono terrorizzati. Lui no.

Non è un dettaglio caratteriale: è una postura politica. È la stessa postura che fece di Gramsci, nel carcere fascista, il pensatore che scardinava dall’interno la gabbia in cui il regime sperava di seppellirlo. È la stessa postura che fece di Mandela, a Robben Island, un simbolo universale. È la postura di chi sa che la dignità, quando non può essere difesa con le armi della libertà, diventa essa stessa l’arma estrema, quella che i carcerieri non riescono a spegnere nemmeno con il cane, nemmeno con i pugni, nemmeno con la fame.

Cosa si può fare, cosa si deve fare

Le società civili europee hanno gli strumenti per rompere il muro di complicità. Campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni sul modello del movimento che contribuì alla caduta dell’apartheid sudafricano. Pressioni sui parlamenti nazionali ed europei affinché si sospendano gli accordi commerciali e di ricerca scientifica con istituzioni israeliane complici dell’occupazione. Monitoraggio civile e giuridico delle catene di fornitura militare. Gemellaggi tra comuni italiani ed enti locali palestinesi. Campagne di informazione capillari, che sottraggano il racconto della Palestina al monopolio dei grandi media allineati.

E, sopra ogni cosa, una rivendicazione politica chiara e non negoziabile: la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri politici palestinesi, la fine della detenzione amministrativa, l’accesso immediato delle famiglie e delle organizzazioni internazionali ai luoghi di reclusione, l’apertura di un’inchiesta indipendente sulle morti in custodia, la sospensione dei rapporti preferenziali con uno Stato che pratica sistematicamente la tortura. Non è una richiesta radicale: è il minimo sindacale di qualsiasi ordine giuridico che voglia continuare a chiamarsi tale.

Il prezzo del nostro silenzio

Ventiquattro anni fa, quando Marwan Barghouti venne arrestato, l’Europa si illudeva che la storia si fosse fermata, che il Novecento avesse consegnato al futuro un ordine liberale solido, una pace perpetua, un diritto internazionale capace di disciplinare anche gli Stati più potenti. Quella illusione è morta nelle strade di Gaza, nelle celle di Megiddo e Ganot, nei corpi piegati dei prigionieri palestinesi che nessun funzionario europeo ha più il coraggio di andare a visitare. La morte di quell’illusione non è un problema del popolo palestinese soltanto: è un problema nostro, perché ciò che oggi si permette a Tel Aviv, domani si permetterà altrove, e già si permette a Bruxelles ogni volta che un ministro europeo firma un comunicato di vuota preoccupazione.

La vita di Marwan Barghouti pende da un filo amministrativo. Ogni giorno in cui tacciamo è un giorno in cui il filo si assottiglia. Ogni dichiarazione di governo che sceglie la prudenza diplomatica al posto della verità è un colpo inferto non soltanto al prigioniero nella cella, ma a noi stessi, alla nostra possibilità di continuare a pretendere che il mondo sia, in qualche misura, governato dal diritto e non dalla sola forza. Rompere il silenzio non è più un gesto di solidarietà: è una necessità politica, civile, morale. Se non lo faremo per lui, dovremo farlo per noi. Perché ogni volta che un torturatore resta impunito da qualche parte, un pezzo di umanità evapora ovunque.

Fonti

L’Humanité, intervista a Ben Marmarelli, avvocato di Marwan Barghouti, aprile 2026.
Comitato Internazionale della Croce Rossa, rapporti sulle condizioni di detenzione dei prigionieri palestinesi, 2024–2026.
Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, rapporti periodici.
B’Tselem e Addameer, documentazione su tortura, detenzione amministrativa e morti in custodia nelle carceri israeliane.
Amnesty International e Human Rights Watch, rapporti sull’apartheid israeliano e sul trattamento dei prigionieri politici palestinesi.
Corte Internazionale di Giustizia, parere consultivo sulle conseguenze legali dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi, luglio 2024.
Corte Penale Internazionale, provvedimenti relativi ai mandati di cattura per funzionari israeliani, 2024.
“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.”
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