Dove sono finiti 400.000 gazawi? Il silenzio che copre un’assenza di massa

Un’ombra lunga e tragica si stende su Gaza. Non è fatta solo di macerie, bombardamenti e fame. È fatta di numeri mancanti, di assenze che non trovano spiegazione. Ed è forse la forma più perversa della disumanizzazione: non vedere neppure i corpi, cancellare le persone dalle statistiche della vita.

La denuncia: 377.000 persone scomparse

Secondo lo studio pubblicato recentemente dal professor Yaakov Garb, associato di Sociologia e Antropologia e collaboratore di Harvard Dataverse, il numero dei gazawi scomparsi ammonta a circa 377.000 persone. Non si tratta di una stima azzardata, ma del risultato di una triangolazione semplice e implacabile: la popolazione di Gaza prima dell’invasione del 7 ottobre 2023 era di 2,227 milioni; oggi, secondo i dati dell’IDF, ne risultano 1,85 milioni ancora presenti.

La differenza è drammatica, allarmante. Eppure nessuna istituzione internazionale – né l’ONU, né la Corte Penale Internazionale, né i governi cosiddetti democratici – si è fatta carico seriamente di indagare che fine abbiano fatto quasi 400.000 esseri umani. Si continua a parlare di aiuti, di tregue, di equilibri geopolitici, ma non si cerca chi manca. E l’assenza – questa volta – grida.

Una differenza che fa paura

I dati ufficiali forniti dalle autorità israeliane distribuiscono così la popolazione attuale:
• 1 milione a Gaza City
• 500.000 ad al-Mawasi
• 350.000 nella parte centrale della Striscia

Totale: 1,85 milioni.

E allora, dove sono i restanti 377.000? Non possono essere tutti tra i morti ufficiali, oggi stimati a 56.077 dal Ministero della Sanità palestinese. La discrepanza è gigantesca: sei volte il numero dei cadaveri identificati, ammesso che siano davvero tutti registrati, ammesso che ci sia stato modo di contarli sotto le macerie, ammesso che gli scavi siano stati consentiti.

Ma la realtà è ben diversa. A Gaza, come denuncia anche l’Onu, migliaia di corpi sono intrappolati sotto le rovine senza possibilità di essere estratti. Intere famiglie sono state vaporizzate in un colpo solo, cancellate da palazzi sbriciolati dai F-35 israeliani. Non resta nulla da contare. Solo il vuoto.

Una nuova ingegneria dell’occultamento

Il sospetto che emerge dallo studio di Garb – e che molti osservatori internazionali iniziano a prendere sul serio – è che la soppressione delle ONG locali e internazionali, sostituite dalla Gaza Humanitarian Foundation (GHF) a partire dal 26 maggio 2025, abbia reso più opaco il monitoraggio reale della popolazione. L’ONG americana, sotto la supervisione di Washington e di Tel Aviv, ha preso il controllo degli aiuti dopo la dissoluzione forzata di oltre 400 organizzazioni non governative e 15 agenzie dell’ONU precedentemente attive sul territorio.

Le zone in cui oggi si distribuiscono gli aiuti – guarda caso – coincidono perfettamente con le tre aree stimate dall’IDF come attualmente abitate, mentre il resto della Striscia è un deserto di rovine. Ma se la popolazione viva è solo quella che si presenta ai centri di distribuzione, il conteggio ufficiale rischia di essere strumentalmente falsato. I non presenti non esistono più. E non si tratta solo di sfollati: sono fantasmi.

Bombe anche sugli aiuti

Come se non bastasse, è emerso un altro dato agghiacciante. Jonathan Whittall, capo dell’Ufficio Umanitario dell’ONU per i Territori Palestinesi Occupati, ha denunciato che almeno 400 palestinesi sono stati uccisi mentre tentavano di ricevere aiuti umanitari, bersagliati dalle truppe israeliane nei pressi dei punti di distribuzione gestiti dalla GHF. La fame è diventata una trappola. La consegna di aiuti un’operazione bellica camuffata. Le file di disperati sono diventate obiettivi legittimi per chi non vede nei gazawi esseri umani, ma potenziali miliziani.

Il genocidio che non vuole farsi contare

Questa contabilità dell’orrore ci sbatte in faccia un fatto sconvolgente: stiamo assistendo al primo genocidio algoritmico e selettivo, dove la morte viene spacchettata, nascosta, ridefinita. Un genocidio non solo di corpi, ma anche di identità, di dati, di presenza. Si colpisce il censimento stesso della vita, si alterano le statistiche, si confondono le fonti.

La macchina della morte non uccide solo. Cancella. Scompare. Sputtana il numero per rendere insignificante la carne. E così possiamo continuare a dibattere di geopolitica, di diplomazia, di due popoli e due stati, come se questi 377.000 esseri umani non fossero mai esistiti.

Eppure ci sono madri che cercano figli, fratelli che non trovano più genitori, anziani che vagano senza sapere se i loro quartieri esistano ancora. Gaza è diventata una zona di sperimentazione dell’invisibilità umana.

L’Occidente, la stampa e il crimine dell’indifferenza

Intanto, i media mainstream continuano a parlare di “vittime collaterali”, di “conflitto complesso”, di “reazioni sproporzionate”, ma nessuno osa chiamare questa cosa col suo nome: genocidio. E nessuno osa chiedersi, davvero, dove siano finiti i 377.000 gazawi mancanti.

Il dato è troppo grande per essere un errore. È troppo preciso per essere una coincidenza. Ed è troppo comodo per chi vuole continuare a normalizzare l’orrore.

Serve il coraggio della verità, serve il coraggio della denuncia. Non possiamo più permetterci di ridurre le persone a numeri, ma non possiamo nemmeno fingere che i numeri non parlino. E questo, oggi, gridano: 400.000 vite sono sparite. E con loro, la nostra coscienza.

La fine della conoscenza libera: l’intelligenza artificiale e il collasso epistemico programmato

Nell’epoca in cui la quantità ha soppiantato la qualità, in cui l’efficienza è diventata un dogma e la verità un’opinione soggettiva mediata da algoritmi, l’umanità rischia di precipitare in una nuova forma di ignoranza: una ignoranza automatizzata, riprodotta, sterilizzata. Non è più l’oscurantismo religioso a minacciare la conoscenza, ma il culto della macchina che impara da se stessa.

La rivoluzione dell’intelligenza artificiale generativa, esplosa a partire dal 2022 con il lancio di ChatGPT, sta producendo un effetto collaterale devastante: la contaminazione dei dati. Come la pioggia radioattiva seguita ai test nucleari del secolo scorso, i contenuti prodotti da modelli IA si sono diffusi ovunque, mimetizzandosi tra le parole scritte dall’uomo, alterando l’ambiente informativo globale.

Questa contaminazione è tutt’altro che innocua. I dati generati dalle IA, per quanto sofisticati, non sono frutto di esperienza, osservazione o responsabilità umana: sono frutto di previsioni statistiche, reiterazioni e probabilità. Quando nuovi modelli vengono addestrati su questi dati sintetici, si rompe la catena della conoscenza, come un’eco che si ripete svuotandosi a ogni rimbalzo. È il fenomeno che gli esperti chiamano model collapse: la regressione verso l’insignificanza, la perdita di senso e di verità nella ripetizione autoreferenziale dell’intelligenza.

Il problema non è solo tecnico: è politico. Perché l’accesso ai “dati puri”, non contaminati da contenuti generati da IA, diventa una nuova forma di potere. Chi possiede archivi di conoscenza autentica – testi, codice, dialoghi, letteratura, pensiero critico prodotto da esseri umani – può costruire modelli migliori, più affidabili, più performanti. Tutti gli altri saranno condannati a utilizzare intelligenze artificiali addestrate su contenuti tossici, degradati, superficiali.

Ecco che si disegna un futuro oligarchico della conoscenza: chi ha accesso ai dati incontaminati – le grandi corporation, gli apparati militari, alcuni centri di ricerca alleati ai governi – può plasmare il sapere, la memoria storica, le narrazioni ufficiali. Gli altri dovranno accontentarsi delle “fotocopie digitali” di un pensiero umano sempre più distante, inaccessibile, custodito dietro paywall, brevetti o segreti industriali.

Siamo davanti a una nuova forma di colonialismo epistemico: la privatizzazione della conoscenza e la disattivazione del pensiero critico, sostituito da interfacce amichevoli e contenuti sempre più addomesticati. Si vuole ridurre l’umanità a un popolo di utenti che chiedono alle macchine “cosa pensare”, mentre le macchine imparano da se stesse e dimenticano l’uomo.

La politica tace o si piega. Gli Stati Uniti e il Regno Unito adottano approcci deregolamentati, temendo di rallentare l’“innovazione”. L’Europa, con l’AI Act, tenta una timida regolazione, ma sempre dentro la cornice neoliberale: non toccare il profitto, limitati a minimizzare i danni.

In realtà, la posta in gioco è la democrazia cognitiva. Se non interveniamo ora per proteggere e garantire un accesso equo ai dati non contaminati, per promuovere modelli aperti, verificabili, pluralisti, rischiamo di consegnare il futuro del pensiero umano a pochi monopoli tecnocratici, che decideranno cosa è vero, cosa è ammissibile, cosa è pensabile.

Non è una guerra tra uomini e macchine. È una guerra tra i pochi che dominano la macchina e i molti che ne subiranno gli effetti.

Serve una nuova Costituente del digitale. Serve un diritto all’intelligenza non mediata. Serve un’ecologia della conoscenza. Perché la verità, per essere libera, ha bisogno di essere umana.

📚 Fonti
1. The Register – Thomas Claburn (15 giugno 2025)
“AI + ML: Il lancio di ChatGPT ha inquinato il mondo per sempre, come i primi test sulle armi atomiche”
Link diretto: https://www.theregister.com/2025/06/15/ai_model_collapse_pollution/
– Articolo che introduce l’analogia tra la contaminazione radioattiva post-1945 e l’inquinamento dei dati nell’era dell’IA generativa.
2. Shumailov, Ilia et al. (2023)
“The Curse of Recursion: Training on Generated Data Makes Models Forget”
– Paper accademico che analizza il rischio di model collapse quando i modelli di IA vengono addestrati su dati generati da altri modelli.
DOI: https://arxiv.org/abs/2305.17493
3. Maurice Chiodo et al. (2024)
“Legal Aspects of Access to Human-Generated Data and Other Essential Inputs for AI Training”
– Documento redatto da accademici del Centre for the Study of Existential Risk (University of Cambridge) e altre istituzioni europee.
[Fonte citata indirettamente su The Register; documento non ancora peer-reviewed al momento della pubblicazione]
4. Open Philanthropy – Alex Lawsen (2025)
– Osservazioni critiche sul paper di Apple riguardante il test di reasoning collapse nei modelli LLM (OpenAI, Claude, Gemini).
Fonte indiretta: citazione su The Register, articolo del 15/06/2025
5. Arctic Code Vault (GitHub/Internet Archive)
– Archivio di codice preservato prima dell’espansione dell’IA generativa, usato come esempio di “dati incontaminati”.
https://archiveprogram.github.com/arctic-vault/
6. Approfondimenti generali su “low-background steel” (acciaio a basso fondo):
– Wikipedia, scientific journals, e database storici sulla produzione di acciaio pre-1945 e il suo utilizzo nella medicina nucleare e nella fisica delle particelle.

Repressione di Stato: il Decreto Sicurezza che criminalizza il dissensoDalle tangenziali di Bologna ai tribunali: l’Italia scivola verso una democrazia punitiva

Nel cuore di Bologna, operai e sindacalisti di Fim, Fiom e Uilm hanno osato attraversare poche centinaia di metri di tangenziale per rivendicare un diritto fondamentale: il rinnovo di un contratto atteso da oltre un anno. Nessun atto violento, nessuno scontro con la polizia, nessuna minaccia alla sicurezza pubblica. Eppure, per questo gesto simbolico e pacifico, rischiano fino a due anni di carcere. Non è una distopia. È l’Italia del 2025, governata da chi brandisce il diritto penale come una clava contro la protesta sociale.

Il nuovo Decreto Sicurezza, convertito nella Legge 80 del 9 giugno 2025, non protegge i cittadini: li zittisce. Non difende l’ordine pubblico: lo militarizza. A essere colpiti non sono vandali o facinorosi, ma lavoratori onesti che, in assenza di risposte istituzionali, scelgono la strada — civile — della mobilitazione.

Il reato? Usare il proprio corpo per dire “basta”

La modifica all’articolo 14 del decreto legislativo 66/1948 criminalizza qualsiasi interruzione della circolazione stradale: non più solo oggetti o ostacoli, ma anche il semplice “corpo” del manifestante è oggi considerato strumento di reato. Chi protesta in gruppo rischia fino a due anni di reclusione. È la giustizia del manganello legale, figlia di una cultura securitaria che mira a smantellare il diritto al dissenso.

L’inversione di tendenza è netta: se negli anni passati blocchi stradali come quelli degli allevatori del Nord contro le quote latte erano tollerati o persino sostenuti dalla Lega, oggi le stesse modalità di protesta — se attuate da operai, migranti o studenti — diventano un crimine. La selettività repressiva è la vera cifra politica di questo governo.

La saldatura perversa: il sindacato e il suo carnefice

La vicenda assume contorni grotteschi quando si scopre che uno degli uomini chiave dell’esecutivo, Enrico Sbarra, ex leader della Cisl, è ora sottosegretario al Mezzogiorno, mentre i suoi ex compagni di lotta sindacale rischiano denunce e carcere. Un’alchimia politica perversa in cui il potere co-opta, anestetizza e poi reprime. Lo Stato assorbe il corpo intermedio del sindacato e lo rigetta nel momento in cui torna a essere conflittuale. Un processo di normalizzazione autoritaria mascherato da efficienza legislativa.

Ma il cortocircuito morale è ancora più evidente se si guarda al resto della compagine di governo. Ministri sotto inchiesta per reati ben più gravi — come Daniela Santanchè, indagata per truffa ai danni dello Stato e falso in bilancio — restano saldamente al loro posto, immuni da qualsiasi sanzione. Deputati, sottosegretari, dirigenti di partito coinvolti in scandali finanziari, clientelismi, fondi illeciti o addirittura coperture su vicende legate alle stragi di mafia sono protetti dal silenzio e dalla complicità delle istituzioni.

E mentre questi personaggi occupano le stanze del potere, gli operai vengono mandati davanti ai giudici. Mentre il governo tenta di riscrivere la verità storica su Falcone e Borsellino, minimizzando o alterando le responsabilità politiche e istituzionali nelle stragi del ’92, chi denuncia le ingiustizie presenti viene criminalizzato. È il volto di un regime che si mostra forte con i deboli e debole con i forti. Un regime che reprime chi dissente e protegge chi si arricchisce violando le leggi.

Come ha spiegato Ferdinando Uliano, leader della Fim-Cisl, la manifestazione era ordinata e simbolica: “Abbiamo percorso poche centinaia di metri sulla tangenziale senza provocare alcun disagio. Ma siamo pronti a far valere le nostre ragioni coi nostri legali”.

Bologna non è un caso isolato

Non si tratta di un episodio isolato. La repressione del dissenso è ormai sistemica, selettiva, scientifica. Il Decreto Sicurezza è solo l’ultimo tassello di una strategia più ampia.
• A Pisa, a febbraio 2024, studenti e giovani manifestanti pacifisti furono caricati violentemente dalla polizia durante un presidio contro il genocidio in Palestina. Le immagini di ragazzi minorenni colpiti da manganellate fecero il giro del mondo, ma il ministro Piantedosi parlò di “ordine necessario”.
• A Roma, gli attivisti per il clima di Ultima Generazione sono stati perseguiti penalmente per aver bloccato il traffico in via Cristoforo Colombo. Gli atti di disobbedienza civile sono trattati come atti eversivi, ignorando deliberatamente il loro carattere nonviolento e simbolico.
• A Torino, lo scorso anno, un presidio dei riders davanti alla sede di Glovo fu disperso con denunce per “interruzione di pubblico servizio”. Nessuna attenzione alle condizioni di sfruttamento che quei lavoratori denunciavano.
• A Milano, i collettivi universitari che hanno occupato pacificamente gli atenei per denunciare gli accordi tra Politecnico e aziende belliche come Leonardo sono stati sgomberati con denunce per occupazione e interruzione di pubblico servizio.

Lo schema si ripete: laddove c’è conflitto sociale, arriva lo Stato punitivo. Un potere che non ascolta, ma punisce.

La sicurezza? Solo uno slogan

Il Decreto Sicurezza non stanzia un euro in più per rafforzare le forze dell’ordine nelle periferie, non prevede misure per la prevenzione del crimine, non affronta il degrado sociale. L’unico “nemico” che intende combattere è il cittadino che contesta. Il dissenso viene isolato, criminalizzato, delegittimato.

Come ha sottolineato Chiara Appendino del M5S, “non si tratta di sicurezza, ma di una strategia punitiva per silenziare chi protesta”. Un governo che si difende con la minaccia giudiziaria è un governo debole. E pericoloso.

Una giustizia piegata al potere

Il presidente dell’Emilia-Romagna, Michele De Pascale, ha parlato giustamente di uso strumentale e propagandistico del diritto penale. Il codice non serve più a tutelare la collettività, ma a difendere l’egemonia di un blocco di potere sempre più sordo e autoritario.

E mentre la protesta sociale diventa un reato, le vere minacce alla sicurezza — come le morti sul lavoro, il dilagare delle mafie, la violenza ambientale — restano sullo sfondo. La repressione selettiva contro chi chiede tutele non è solo ingiusta, è una frode ideologica: si invoca l’ordine per consolidare l’ingiustizia.

La maschera è caduta: un governo fascistoide

Quando a essere colpiti sono lavoratori che chiedono diritti, studenti che chiedono pace, attivisti che chiedono giustizia climatica, non siamo più nel campo della legittimità democratica. Il decreto Meloni mostra una natura intrinsecamente autoritaria, dove lo Stato non è più mediatore, ma sorvegliante. Dove il dissenso non è accolto, ma perseguito.

In questo scenario, la democrazia italiana sembra regredire verso una forma larvata di fascismo istituzionale. Non servono più manganelli e olio di ricino: basta un codice penale piegato all’arbitrio del potere.

dalla sicurezza al silenziamento

Il Decreto Sicurezza è il paradigma di una nuova fase politica: non la gestione del dissenso, ma la sua eliminazione. Non si tratta di difendere l’ordine, ma di reprimere il coraggio. Di sostituire il conflitto sociale con l’obbedienza passiva.

In questo Paese, chi alza la voce viene zittito. Chi cammina per pochi metri su una tangenziale rischia la galera. E chi governa, impunemente, prepara il terreno a una democrazia senza cittadini.

“Chi non si muove, non si accorge delle proprie catene.”
(Rosa Luxemburg)

Silenzio Armato: l’Italia nel mirino del conflitto USA-Iran tra basi NATO, caro-energia e fragilità politica

C’è un silenzio che pesa come piombo nei corridoi di Palazzo Chigi. Nessuna telefonata, nessuna richiesta formale, nessuna nota diplomatica è giunta finora da Washington. Eppure, quel silenzio inquieta più di mille parole. Perché l’Italia è lì, sospesa nel limbo tra alleanza e complicità, tra subalternità atlantica e resistenza formale. “Speriamo che non chiami”, sussurrano sottovoce nei palazzi del potere, alludendo a Donald Trump, regista dell’attacco unilaterale contro l’Iran. Se da Washington arrivasse la richiesta ufficiale di utilizzo delle basi militari italiane per sostenere la macchina bellica americana, per Giorgia Meloni e il suo governo si aprirebbe una voragine politica e istituzionale.

Un Paese informato a cose fatte

L’attacco missilistico americano all’Iran ha colto Roma di sorpresa. La premier Meloni, svegliata alle due di notte non da un alleato ma da canali militari interni, ha dovuto affrontare una crisi diplomatica e strategica con il peso aggiuntivo di un’umiliazione: nessun preavviso da parte della Casa Bianca. A essere informati sono stati, nell’ordine, Londra e Berlino. L’Italia no.

Questo schiaffo geopolitico ha confermato ciò che molti già sospettavano: la nostra nazione, pur ospitando alcune delle basi più strategiche degli Stati Uniti, è considerata un attore minore, facilmente sacrificabile, utile solo in funzione logistica. L’asse preferenziale è ormai altrove, e Meloni, che in questi anni ha costruito la sua legittimazione internazionale sul filo dell’atlantismo, si trova ora nella scomoda posizione di dover “dimostrare fedeltà” senza avere voce in capitolo.

Il nodo Sigonella e il rischio di un suicidio politico

Il nome che riecheggia nei briefing riservati è sempre lo stesso: Sigonella, crocevia storico delle operazioni NATO nel Mediterraneo. La base siciliana, insieme ad Aviano, Ghedi, Camp Darby e Vicenza, rappresenta un assetto cruciale per ogni possibile operazione logistica statunitense. Finora non è arrivata nessuna richiesta formale, ma il governo teme che possa accadere da un momento all’altro. E da Palazzo Chigi trapela una linea sottile quanto chiara: meglio così. Perché un’eventuale richiesta americana obbligherebbe Meloni a passare per il Parlamento. E lì, la maggioranza potrebbe vacillare.

Una parte di Forza Italia non accetterebbe di buon grado un coinvolgimento diretto. La Lega, già scossa da spinte sovraniste interne, cavalcherebbe l’onda del dissenso per ragioni di consenso elettorale. E l’opposizione, galvanizzata da mesi di mobilitazione sulla questione palestinese, sarebbe pronta ad accusare il governo di “servilismo atlantico”, con slogan già scritti: due pesi e due misure, l’Italia non è una portaerei USA, no alla guerra per procura.

Un voto in Aula, in questo contesto, rischierebbe di esplodere in una crisi politica. Lo sanno tutti, anche i ministri Crosetto e Tajani, che nelle ultime ore si affrettano a ribadire: “Nessuna richiesta. Nessuna comunicazione.” Ma il nervosismo è palpabile. È stato inviato un messaggio chiaro a Washington: l’Italia oggi non è in grado di reggere uno scontro di questo livello. Né militarmente, né politicamente, né economicamente.

Lo spettro del caro-energia e lo stretto di Hormuz

In parallelo, si apre un fronte economico che potrebbe mettere in ginocchio l’intero sistema Paese: lo stretto di Hormuz, arteria strategica da cui transita il 40% del greggio mondiale. Se Teheran dovesse effettivamente bloccarlo, come minaccia in risposta all’attacco, il prezzo del petrolio e del gas schizzerebbe alle stelle.

Le conseguenze per l’Italia sarebbero devastanti: boom dei costi energetici, nuova ondata inflattiva, crollo del potere d’acquisto, aumento dei costi di produzione, impennata della spesa pubblica per contenere gli effetti sociali. Tutto ciò mentre l’Europa si prepara a discutere nuove sanzioni e l’Italia tenta disperatamente di difendere le residue relazioni commerciali con l’Iran e, paradossalmente, anche con Israele.

Diplomazia tardiva e teatro dell’assurdo

Di fronte a questo scenario, Meloni prova una manovra d’equilibrismo: rilanciare il ruolo dell’Italia come possibile sede di un negoziato. Si propone un vertice a Roma tra USA, Israele e Iran, sul modello dei dialoghi a cinque avvenuti in passato. Una proposta che suona stonata dopo mesi di allineamento totale con Israele e NATO, durante i quali l’Italia ha votato contro ogni censura per le azioni a Gaza, ha evitato sanzioni economiche contro Tel Aviv e ha aumentato la spesa militare per dimostrarsi “partner affidabile”.

Oggi, questo stesso governo vorrebbe presentarsi come mediatore neutrale. Ma la credibilità è un capitale difficile da ricostruire, soprattutto quando si è già scelto da che parte stare. La diplomazia italiana appare come un teatro dell’assurdo, dove gli attori recitano copioni scritti altrove, sperando di salvarsi dai detriti della storia.

Il Quirinale: garante silente o ultima diga costituzionale?

In questo quadro inquietante, c’è un’istituzione che potrebbe fare la differenza: il Quirinale. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è il capo delle Forze Armate, come stabilisce l’art. 87 della Costituzione. Ma la sua funzione non si limita a una carica simbolica: egli rappresenta l’unità nazionale e ha il dovere di verificare la legittimità costituzionale degli atti del governo, soprattutto quando in gioco vi è la sovranità del Paese e la pace internazionale.

Secondo l’articolo 11 della Costituzione, l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Qualsiasi coinvolgimento, diretto o indiretto, in un conflitto armato richiede l’autorizzazione del Parlamento, ma anche un vaglio del Quirinale. Se Meloni dovesse cedere, magari in silenzio, all’uso delle basi italiane da parte degli Stati Uniti senza un chiaro mandato parlamentare, Mattarella avrebbe non solo il potere, ma il dovere morale e costituzionale di intervenire.

Fino ad oggi il Presidente ha mantenuto un profilo prudente, scambiando telefonate con la premier e aggiornandosi sulla situazione. Ma il tempo dei silenzi istituzionali potrebbe presto finire. In un contesto in cui si rischia di trascinare l’Italia in guerra per via amministrativa, senza un pronunciamento democratico, la voce del Quirinale è chiamata a rompere l’ambiguità, a ribadire che la sovranità popolare e la legalità costituzionale non sono negoziabili. In gioco non c’è solo l’equilibrio internazionale, ma la tenuta democratica della Repubblica.

L’Italia sulla soglia della guerra (senza aver deciso nulla)

L’Italia rischia di entrare in guerra senza nemmeno accorgersene. Non perché lo voglia, ma perché ha smesso da tempo di decidere. Le basi sul suo territorio sono strumenti di altri, i suoi voti nei consessi internazionali sono già assegnati, e le sue dichiarazioni ufficiali sembrano più formule di rito che scelte strategiche. La guerra, se verrà, passerà per i nostri cieli, i nostri porti e le nostre tasche.

E mentre Meloni aspetta che il telefono non squilli, e il Parlamento spera di non dover votare, toccherà forse al Quirinale ricordare a tutti che l’Italia è ancora una Repubblica sovrana e costituzionale. Se anche quel presidio dovesse venire meno, il silenzio dell’Italia non sarebbe solo assordante: diventerebbe complice.

“Contro il riarmo, per la pace: il tempo della convergenza è adesso”

In un’Italia attraversata da tensioni sociali, precarietà diffusa e un silenzioso assenso al riarmo, la manifestazione di ieri ha rappresentato molto più di un semplice corteo: è stata un segnale politico, un atto di resistenza collettiva e – forse – un primo embrione di convergenza tra mondi troppo a lungo divisi. Le due piazze separate, le sigle frammentate, le differenze ideologiche non hanno impedito a decine di migliaia di persone di sfilare per le vie della capitale sotto un unico slogan: no alla guerra, no al genocidio, no all’economia della morte.

La presenza simultanea di partiti, sindacati, movimenti sociali, reti civiche, attivisti indipendenti, rappresenta una novità significativa, soprattutto in un contesto in cui la sinistra politica e quella sociale sembrano vivere da tempo su binari paralleli. Eppure, ieri questi binari si sono incrociati. Non con la pretesa di un’unità imposta, ma con la consapevolezza che, davanti a un’Europa sempre più militarizzata, a un governo italiano supino alla NATO e a un mondo sospinto verso l’abisso di nuovi conflitti globali, l’alternativa non è più rimandabile.

Il centro della protesta è stato il rifiuto del riarmo europeo, dei nuovi fondi alla Difesa, dell’espansione nucleare silenziosa, del coinvolgimento attivo dell’Italia nel conflitto in Ucraina e nella complicità con i crimini di guerra di Israele a Gaza. È un rifiuto che non nasce da un pacifismo generico, ma da un’urgenza storica: smascherare il ricatto del “non ci sono alternative” e proporre, finalmente, un altro modello di sicurezza, basato sulla giustizia, sulla cooperazione, sul disarmo e sulla riconversione civile dell’industria militare.

L’affluenza è stata sorprendente: nonostante il caldo torrido, almeno 40.000 persone hanno riempito le strade da Porta San Paolo al Colosseo. Gli organizzatori parlano di 50.000, la questura ribatte con 15.000. La verità? Probabilmente sta nel mezzo, o meglio: in quel punto variabile in cui la matematica della piazza viene sempre corretta col righello della propaganda. Ma per una volta, non sono i numeri ad avere l’ultima parola. Quello che conta è che la piazza c’era, viva, rumorosa, determinata.

Bandiere palestinesi, striscioni contro la NATO, cartelli per il cessate il fuoco immediato. Ma soprattutto, volti diversi, generazioni diverse, appartenenze diverse. Un mosaico che ha incluso lavoratori, pensionati, studenti, cattolici del dissenso, militanti ecologisti, femministe e anche dirigenti politici. Il tutto senza egemonie, senza palchi blindati, senza steccati pregiudiziali.

Non è mancata la tensione con le forze dell’ordine: diversi pullman diretti a Roma sono stati bloccati, rallentati, deviati. Un segnale inquietante, che si inserisce in un clima repressivo sempre più pervasivo e che conferma quanto le mobilitazioni pacifiste diano fastidio ai poteri forti, proprio perché denunciano le contraddizioni strutturali di questo sistema: si taglia la sanità, si precarizzano le vite, ma si investe a piene mani nella morte.

Tuttavia, ciò che emerge con forza da questa giornata non è solo la denuncia. È la domanda politica che sale dalla piazza. Una domanda che interroga chi oggi si riconosce in un campo alternativo al neoliberismo e alla guerra, ma che ancora si muove in ordine sparso. È possibile costruire un’alleanza organica, strutturata, popolare, che sappia unire ciò che la sinistra ha lasciato cadere in mille rivoli? È possibile progettare un futuro comune, invece di inseguire la prossima emergenza?

E a questo proposito, non si può ignorare la presenza dell’altra piazza: quella promossa da Potere al Popolo e da diversi collettivi radicali. Una manifestazione autonoma, con toni più duri, ma animata da una medesima spinta: denunciare il militarismo, la complicità dell’Europa, il genocidio a Gaza, la falsificazione mediatica. Episodi simbolici – come la bruciatura delle bandiere – sono stati strumentalizzati da chi vuole dividere, da chi teme ogni aggregazione popolare. Ma sarebbe un errore imperdonabile fermarsi all’apparenza. Quelle piazze devono parlarsi, riconoscersi, convergere. Perché se la pace è il fine, la convergenza è il mezzo.

Quello che si è visto ieri a Roma è un indizio di risposta. Un’alleanza non imposta dall’alto, non costruita a tavolino, ma radicata nelle pratiche sociali, nella militanza quotidiana, nei territori, nelle vertenze, nelle disobbedienze. Una sinistra che smette di essere solo identitaria o minoritaria, e che si pone il problema di organizzare speranza.

Il tempo è poco. Il governo Meloni prosegue con la riforma autoritaria del Paese, la spesa militare cresce vertiginosamente, e l’Unione Europea sembra sempre più allineata alla dottrina bellicista dell’Alleanza Atlantica. In questo scenario, la sinistra non può più permettersi la frammentazione. Serve una piattaforma condivisa, serve una narrazione nuova, serve – soprattutto – un progetto.

Chi ha attraversato la piazza di ieri sa che la pace non è solo l’assenza di guerra, ma una scelta radicale di giustizia, di dignità, di disarmo. E sa che non ci sarà pace se non ci sarà anche lotta politica organizzata, visione e alternativa.

La manifestazione contro il riarmo è stata un successo. Ora occorre trasformare questo successo in cammino. In programma. In coalizione sociale e politica. In alleanza tra le piazze, tutte.
Per fermare le bombe, ma anche per accendere un futuro degno di essere vissuto.

La lunga ombra della trattativa: mafia, destra e apparati, il disegno che non muore mai

Non è nostalgia. È strategia. La saldatura tra pezzi infedeli dello Stato, poteri criminali e forze politiche reazionarie non è mai venuta meno: ha solo cambiato pelle, adattandosi ai tempi. Chi pensava che la “trattativa Stato-mafia” fosse una parentesi chiusa, oggi deve ricredersi. Le trame di ieri riaffiorano oggi, lucide e pianificate. E i protagonisti – vecchi e nuovi – non sono mai usciti di scena.

La sentenza definitiva del processo sulla trattativa Stato-mafia, pur avendo assolto gli ufficiali del ROS Mario Mori e Giuseppe De Donno, ha riconosciuto senza ombra di dubbio che la trattativa ci fu davvero. È un fatto giuridicamente accertato: lo Stato, attraverso i suoi apparati, ha aperto un canale con Cosa Nostra mentre il Paese era ancora coperto dalle macerie di Capaci e via D’Amelio. I mafiosi sono stati condannati, i rappresentanti dello Stato assolti. Ma il fatto rimane. E pesa. Moralmente, politicamente, storicamente.

Come sottolinea Antonio Ingroia nel libro “Traditi” (scritto con Massimo Giletti), ciò che è emerso è l’indicibile: lo Stato, anziché combattere il ricatto mafioso, ha scelto di sedersi al tavolo con gli assassini dei suoi servitori migliori. E se oggi si cerca di riscrivere quella storia, di rovesciare la memoria di Falcone e Borsellino, è perché quella verità — anche se non condannata — fa ancora paura.

Il ritorno di Mori e il controllo sull’antimafia

Il nome di Mario Mori è tornato al centro del discorso pubblico non per un processo o per una sentenza, ma per una serie di intercettazioni recenti, in cui l’ex generale dei carabinieri, già al vertice del ROS e poi del SISDE, discuteva con ex ufficiali, avvocati e giornalisti sulle strategie per pilotare l’indirizzo della Commissione Parlamentare Antimafia. L’obiettivo? Inserire propri consulenti, influenzare la narrativa, emarginare le voci scomode.

Secondo chi ha ascoltato quelle conversazioni, Mori non nega, anzi: rivendica la sua influenza sulla Commissione guidata da esponenti di Fratelli d’Italia, e si adopera per imporre nomi graditi: un magistrato, un professore, un giornalista condannato per diffamazione ai danni di Roberto Scarpinato, uno dei simboli della vera lotta alla mafia.

Il progetto è chiaro: smontare la lettura politica delle stragi, ridurre la figura di Borsellino a un isolato, silenziare chi indagò sulla pista nera e sugli appalti. E magari, insinuare che furono i suoi colleghi della Procura a ostacolarlo. Una narrazione funzionale non alla verità, ma alla vendetta. Non alla giustizia, ma al revisionismo.

Apparati infedeli: gli applausi allo sfregio

Non è solo una questione di nomi. È una questione di legami, di culture comuni, di complicità storiche che si manifestano ancora oggi, persino nei dettagli delle telefonate private.

Nel 2012, durante un’intercettazione della DIA, viene captata una telefonata tra Giuseppe De Donno, già ufficiale del ROS e braccio destro di Mori, e Marcello Dell’Utri, senatore, fondatore di Forza Italia. Nella chiamata, i due si congratulano e si compiacciono vivamente per l’annullamento con rinvio della condanna di Dell’Utri da parte della Corte di Cassazione. Non parlano di diritto, non discutono giuridicamente: gioiscono per la “mazzata” inflitta ai pm di Palermo. Con tono complice, di chi sa da che parte stare.

Marcello Dell’Utri sarà poi condannato in via definitiva dalla Cassazione a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo la sentenza, fu il trait d’union tra Cosa Nostra e l’élite politica del nuovo centrodestra berlusconiano, uno degli architetti del patto che permise alla mafia di sopravvivere e adattarsi al nuovo corso istituzionale. Un uomo al centro del disegno politico che ha trasformato la trattativa da fatto emergenziale in strategia di sistema.

È un frammento di verità che pesa come una pietra. Perché mostra la continuità etica — o meglio, anti-etica — tra gli uomini delle istituzioni e i referenti del potere politico vicino a Cosa Nostra. Perché dimostra che chi ha trattato, chi ha omesso, chi ha coperto, non ha mai smesso di sentirsi nel giusto. E oggi è ancora lì. A dettare l’agenda, a entrare nei palazzi, a riscrivere i manuali della Repubblica.

La pista nera che ritorna

Ma proprio mentre si tenta di seppellire la memoria scomoda della “pista nera”, ecco che la storia riemerge. Una testimonianza inedita colloca Stefano Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia Nazionale, a Palermo nei primi mesi del 1992. L’uomo che ha attraversato trent’anni di eversione nera, indagato in quasi tutte le stragi, viene visto nella redazione di un giornale siciliano. Non è lì per caso: sta cercando spazio politico, fonda movimenti, stringe alleanze. La sua presenza in Sicilia, a ridosso della stagione delle stragi, non è mai stata spiegata. È stata, semmai, insabbiata.

Già negli anni ‘90, confidenze raccolte da ufficiali dei carabinieri avevano indicato movimenti sospetti dell’estremista nero nella zona di Capaci, legati addirittura a tentativi di recupero di esplosivo. Quelle informative furono archiviate. Arnaldo La Barbera, capo della Mobile e regista delle prime indagini su via D’Amelio, smentì categoricamente. Ma oggi emergono elementi che smentiscono lui. E con lui, l’intera versione ufficiale.

La pista nera non è solo una suggestione: è un’ipotesi mai davvero investigata, perché pericolosa. Perché riconduceva al cuore nero dello Stato, al legame organico tra mafia e destra eversiva, tra strategia della tensione e criminalità organizzata.

Apparati infedeli e convergenze oscure

I rapporti tra mafia e destra non sono una novità. Ma è nella saldatura con apparati dello Stato che il quadro diventa esplosivo. È il caso di Bruno Contrada, vicedirettore del SISDE, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. È il caso delle confidenze e delle amicizie tra Mori, De Donno e Dell’Utri, quest’ultimo figura centrale del berlusconismo delle origini, ideologo, reclutatore, mediatore tra politica, affari e criminalità.

E oggi, mentre si tenta di riscrivere la storia, si rivedono gli stessi schemi: pressioni politiche sull’antimafia, delegittimazione dei magistrati storici, infiltrazioni nei luoghi istituzionali della memoria e della verità. Non siamo davanti a deviazioni, ma a una vera contro-narrazione, organizzata e strutturata, tesa a revisionare la storia degli anni delle stragi, per assolvere apparati, deresponsabilizzare politici, riscrivere le gerarchie del consenso.

La posta in gioco: restaurazione o giustizia?

Ci troviamo di fronte a un progetto di restaurazione, non solo ideologica, ma materiale. Una restaurazione che parte dalla riscrittura del passato per giustificare il controllo del presente. Che trasforma la Commissione Antimafia in un’arena politica, piegata ai desideri di chi la mafia l’ha favorita o usata.

Tutto questo non accade per caso. Avviene in un contesto in cui la repressione si fa legge, la sorveglianza si fa algoritmo, e il dissenso viene etichettato come estremismo. La macchina si chiude, il cerchio si stringe. Il passato eversivo e mafioso diventa il laboratorio ideologico del futuro reazionario.

Non si tratta più solo di negare la verità sulle stragi. Si tratta di preparare il terreno a un nuovo ordine, in cui le voci critiche vengono zittite, e le strutture democratiche vengono svuotate dall’interno.

il dovere della memoria, la necessità della vigilanza

Oggi più che mai, la memoria non è un esercizio storiografico, ma un atto politico. Sapere chi era a Palermo nel 1992, chi parlava con chi, chi insabbiava le piste e chi bruciava i dossier, è decisivo per capire cosa accade oggi nelle aule parlamentari, nelle procure, nelle redazioni.

Non è solo un problema di giustizia storica. È una questione di sicurezza democratica.

Se lasciamo che chi ha favorito le stragi detti oggi la linea sulle stragi, se permettiamo che le vittime vengano umiliate con narrazioni rovesciate, se accettiamo che apparati deviati influenzino ancora le istituzioni, allora il pericolo non è solo di ieri. È qui. È oggi. È ora.

La trattativa non è mai finita. Si è solo fatta sistema. E questo sistema va smascherato. Prima che sia troppo tardi.

Fonti
Le informazioni contenute in questo articolo sono state rielaborate a partire da due inchieste pubblicate il 21 giugno 2025 su Il Fatto Quotidiano, relative alle nuove rivelazioni sulle attività del generale Mario Mori e alla presenza documentata di Stefano Delle Chiaie a Palermo nel 1992. Gli approfondimenti si riferiscono alle indagini della DIA di Firenze, alla sentenza sulla trattativa Stato-mafia, e ai recenti contributi editoriali emersi dal libro “Traditi” di Antonio Ingroia e Massimo Giletti.
Una parte rilevante delle informazioni, inoltre, è stata anticipata nell’ambito della puntata di Report in onda domenica 22 giugno 2025, dal titolo “Mori va alla guerra”, che approfondisce le pressioni esercitate sul lavoro della Commissione parlamentare Antimafia“.

“La bomba fantasma: trent’anni di menzogne nucleari per giustificare le guerre d’Israele”

Da trent’anni Benjamin Netanyahu ripete lo stesso allarme, con la stessa inflessione, gli stessi toni apocalittici, le stesse profezie da incubo: “L’Iran è a pochi mesi dalla bomba atomica”. È il 1995 quando, ancora leader dell’opposizione, lancia il suo primo grido d’allarme. Da allora, con cadenza quasi rituale, Netanyahu aggiorna l’orologio dell’apocalisse iraniana, ma la fine del mondo – quella che lui auspica per legittimare aggressioni, embarghi e sanzioni – non arriva mai. L’Iran, trent’anni dopo, non ha alcuna bomba nucleare. E la narrativa israeliana si è rivelata per quello che è: una costruzione propagandistica sistematica, ideologica, strumentale. Un’ossessione con funzione bellica.

Netanyahu è come un oratore che ripete lo stesso sermone a un pubblico sempre più stanco, ma tenuto vivo da un sistema mediatico e politico internazionale che ha smesso di fare domande. La sua strategia si basa sul paradosso dell’urgenza permanente: ogni anno è “l’anno decisivo”, ogni mese è “quello in cui l’Iran ci attaccherà”, ogni settimana può essere “quella in cui la bomba sarà pronta”. E così, mentre il mondo si abitua a vivere sotto l’ombra della menzogna, Tel Aviv costruisce la sua impunità.

In tutto questo, c’è una realtà che nessuno dovrebbe permettersi di ignorare: l’Iran ha sottoscritto il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) Questo significa che ha accettato controlli, ispezioni, limiti e trasparenza. In cambio, ha diritto all’uso civile del nucleare e alla tutela del proprio sviluppo scientifico. Le ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) hanno più volte certificato che l’Iran non sta costruendo bombe. Anzi, Teheran è tra i paesi più monitorati al mondo sul piano nucleare.

Dall’altra parte c’è Israele: non ha mai firmato il TNP, non accetta ispezioni, eppure possiede da decenni un arsenale nucleare che si stima in oltre 90 testate. Nessuno lo dice apertamente, ma tutti lo sanno. È il segreto di Pulcinella della geopolitica mediorientale. Israele è una potenza atomica clandestina che accusa, minaccia e bombarda un paese che – per quanto teocratico e autoritario – non ha mai violato formalmente i suoi impegni internazionali in ambito nucleare.

Il paradosso diventa mostruoso se si osservano le conseguenze politiche e militari di questa costruzione ideologica. Le accuse di Netanyahu non sono solo parole. Sono il pretesto per guerre, assassinii mirati, sabotaggi, sanzioni e adesso bombardamenti diretti. L’attacco all’Iran – pianificato da tempo e messo in atto con il beneplacito degli Stati Uniti – si fonda esattamente su quella bomba che non esiste. Su una menzogna ripetuta talmente tante volte da diventare verità nell’immaginario collettivo.

La domanda da porsi è semplice quanto scandalosa: può uno Stato aggredire un altro sulla base di un’arma che non esiste, e farlo nel silenzio complice della comunità internazionale?

A ben vedere, il meccanismo non è nuovo. È lo stesso schema delle “armi di distruzione di massa” in Iraq, della “minaccia chimica” in Siria, delle “provocazioni nucleari” della Corea del Nord, della “minaccia esistenziale” rappresentata dalla Palestina. Una narrazione tossica, costruita per alimentare un perenne stato d’eccezione in cui Israele può fare tutto ciò che vuole. E chi si oppone, viene bollato come antisemita, terrorista o complice del “male”.

In questa grande operazione di inganno, la stampa occidentale ha giocato un ruolo determinante. Anziché smascherare la farsa, l’ha amplificata. Ha diffuso senza contraddittorio le minacce di Netanyahu, ha occultato le smentite dell’AIEA, ha ignorato i dossier dell’intelligence USA che nel tempo hanno escluso ogni progetto militare in Iran. Il giornalismo embedded ha ancora una volta sostituito l’informazione con la propaganda.

È questo il contesto in cui si colloca l’attuale escalation contro Teheran. Non si tratta di un intervento difensivo, ma di un atto aggressivo fondato su una paranoia costruita artificialmente. Una paranoia utile a compattare l’opinione pubblica interna, a distrarre dai crimini di guerra commessi a Gaza, a riposizionarsi strategicamente nel nuovo Grande Gioco mediorientale che vede Israele sempre più isolato sul piano etico, ma sempre più integrato nei piani USA di destabilizzazione della regione.

Ciò che accade oggi è quindi il risultato di una narrazione costruita nel tempo, in modo metodico, ossessivo, perfettamente orchestrato. Netanyahu non è pazzo: è un ideologo. La sua ossessione non è frutto di un delirio personale, ma di una strategia coerente con un progetto egemonico. Demonizzare l’Iran, presentarlo come l’epicentro del male, serve a legittimare l’idea che qualsiasi azione preventiva sia giustificata. Anche la guerra. Anche la bomba, stavolta reale.

Perché il vero pericolo non è che l’Iran costruisca l’arma atomica. Il vero pericolo è che Israele la usi. O che la usi l’Occidente, per procura.

Ed è proprio per denunciare questi paradossi, queste menzogne, queste complicità, che domani – sabato 21 giugno – ci sarà la manifestazione nazionale “No Realm Europe” a Roma, con partenza alle ore 14:00 da Porta San Paolo.

Una mobilitazione contro la militarizzazione dell’Europa, contro la guerra permanente, contro il riarmo atomico e convenzionale, contro la logica imperiale che trasforma i popoli in nemici e la verità in un’arma.

Saremo in piazza per dire che non crediamo più alle bombe fantasma.
Perché la vera bomba è il silenzio.
E noi abbiamo scelto di romperlo.

NoAllaGuerra #StopMenZogne #LibertàPerGaza #VeritàSullIran #NoRealmEurope #21GiugnoRoma #DisarmoNucleare

“Gaza, la parola negata: il genocidio che l’Europa non vuole vedere”

I genocidi non iniziano con le bombe. Iniziano con le parole. Con il linguaggio che disumanizza, con l’abitudine all’eufemismo, con la complicità dell’ambiguità. Da oltre un secolo, la propaganda sionista ha alimentato il mito coloniale della “terra senza popolo per un popolo senza terra”. Una menzogna che oggi, nel sangue e nella polvere di Gaza, sta trovando la sua tragica realizzazione: la cancellazione materiale, simbolica e culturale del popolo palestinese.

Chiamare genocidio il genocidio non è una scelta semantica: è un atto politico, un dovere etico, una necessità storica. Lo è oggi più che mai, perché il crimine si sta consumando davanti agli occhi del mondo in tempo reale, in diretta social, tra silenzi compiaciuti e censura sistematica. Chi tace, acconsente. E chi manipola le parole, spalanca la strada alla distruzione.

Il governo israeliano non fa mistero delle sue intenzioni. Le dichiarazioni del ministro della Difesa Gallant, che definisce i palestinesi “animali umani”, o quelle del presidente Herzog, che nega l’esistenza di civili innocenti a Gaza, non sono scivoloni verbali. Sono atti preparatori, ideologicamente fondati, della “soluzione finale” per il popolo palestinese. Esattamente come previsto dalla Convenzione ONU per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 1948, che l’Italia ha ratificato e che impone non solo di non partecipare a un genocidio, ma di prevenirlo e contrastarlo attivamente.

A Gaza, quattro dei cinque criteri indicati nella Convenzione sono già pienamente soddisfatti:
1. Uccisione di membri del gruppo (oltre 55.000 morti, metà bambini).
2. Causazione di gravi danni fisici o mentali ai membri del gruppo (amputazioni, traumi, sfollamenti).
3. Sottomissione intenzionale del gruppo a condizioni di vita miranti alla distruzione fisica totale o parziale (assedio, fame, bombardamenti su ospedali, scuole, campi profughi).
4. Misure volte a impedire nascite all’interno del gruppo (conseguenze della distruzione sanitaria e infrastrutturale).

Si aggiunge un altro elemento non codificato ma decisivo: la distruzione sistematica del patrimonio culturale, delle moschee, dei siti archeologici, delle biblioteche, delle università. Non è solo guerra: è cancellazione identitaria.

Eppure, nella narrazione dominante, la parola “genocidio” è bandita. Chi osa pronunciarla viene isolato, tacciato di antisemitismo, relegato ai margini del discorso pubblico. La memoria dell’Olocausto viene strumentalizzata per proteggere l’impunità israeliana, sovrapponendo artificiosamente la critica allo Stato d’Israele con l’odio antiebraico. Ma proprio chi ha a cuore la memoria della Shoah dovrebbe essere il primo a denunciare l’orrore in corso: perché la lezione di Auschwitz non può essere “mai più solo per alcuni”. Se il male è umano, come sosteneva Hannah Arendt, allora è ripetibile ovunque, da chiunque, con qualsiasi bandiera.

Non serve alcun paragone: Gaza non è Auschwitz. Ma ciò che accade a Gaza è un genocidio, secondo il diritto internazionale, secondo l’evidenza dei fatti, secondo la coscienza dell’umanità. E continuare a negarlo è un atto di negazionismo travestito da prudenza diplomatica.

L’Italia, l’Europa, l’Occidente intero portano sulle mani il sangue della Palestina. Non solo perché vendono armi, ma perché legittimano la barbarie con la retorica della sicurezza e con la doppia morale umanitaria. In Ucraina, ogni morte è una tragedia. A Gaza, è una statistica. In Ucraina si chiede giustizia, a Gaza si suggerisce la resa. In Ucraina si ergono muri contro l’invasore, a Gaza si alzano muri contro i sopravvissuti.

E allora dobbiamo dirlo chiaramente: il genocidio di Gaza è anche europeo. È anche italiano. Perché ogni governo che tace o complice, ogni giornalista che censura, ogni intellettuale che distorce, ogni cittadino che preferisce voltarsi altrove, è parte di questo orrore.

Nel 1994, il mondo lasciò consumare il genocidio in Ruanda. Oggi lo sta facendo di nuovo. Con l’aggravante della consapevolezza e della connessione. Nessuno potrà dire “non lo sapevamo”.

E allora la parola diventa atto di resistenza. Denominare il genocidio significa esercitare il diritto/dovere sancito da Giuseppe Dossetti, ovvero la resistenza civile di fronte a poteri che violano i principi fondamentali della Costituzione. Questo diritto oggi non è astratto: è concreto, urgente, necessario. È resistenza contro il riarmo, contro l’ipocrisia diplomatica, contro la propaganda mediatica. È resistenza in nome della verità.

Chi oggi manifesta per Gaza non è un estremista. È un essere umano che ha deciso di non abdicare alla propria coscienza. È un testimone del tempo presente, che rifiuta di essere complice. È parte di una memoria vivente che urla “mai più” non come slogan cerimoniale, ma come imperativo etico.

Per questo domani, sabato 21 giugno, è fondamentale essere presenti alla manifestazione nazionale “No Realm Europe”, con partenza alle 14:00 da Porta San Paolo (Roma). Per gridare con le nostre parole – e con i nostri corpi – che la guerra non è pace, l’occupazione non è difesa, il genocidio non è sicurezza.

Portiamo la nostra voce, la nostra indignazione, la nostra umanità. Per Gaza. Per la Palestina. Per la dignità della parola.

StopGenocide #FreePalestine #MaiPiù #ResistenzaCostituzionale #NoRealmEurope #21GiugnoRoma

“Italia in Armi: il Centrodestra prepara 10mila riservisti per la nuova guerra globale”

Un Paese in allerta permanente, tra militarizzazione strisciante e consenso armato

Mentre in Parlamento si discute di sanità, scuola e giustizia solo in forma rituale, il governo Meloni–Salvini–Tajani mette le mani sull’esercito, rilanciando l’idea — già sperimentata in altri contesti — di un corpo parallelo, pronto all’uso in caso di guerra, crisi, emergenza o ordine pubblico. Non stiamo parlando di esercitazioni o di simulazioni NATO: il centrodestra, con una proposta firmata dal deputato leghista Nino Minardo, punta a creare una riserva militare attiva composta da 10.000 riservisti, tutti ex volontari in ferma triennale o iniziale, da mantenere operativi per eventuali impieghi anche sul territorio nazionale.

La proposta sarà discussa a partire dall’8 luglio in Commissione Difesa della Camera e rappresenta l’ennesimo tassello nella costruzione di un’Italia militarizzata, sempre più allineata alle strategie atlantiche di “guerra preventiva”, mobilitazione flessibile e difesa interna. Perché se da un lato si parla — ipocritamente — di riserva da impiegare solo in caso di “urgenza”, dall’altro la stessa proposta apre esplicitamente al loro utilizzo non solo in caso di guerra o crisi internazionale, ma anche per la difesa dei confini o situazioni di emergenza nazionale decretate dal Consiglio dei ministri. In altre parole: i riservisti potranno essere impiegati anche per il controllo sociale e l’ordine interno.

Dalla guerra alla pace armata: il paradosso della “riserva ausiliaria”

Il disegno leghista — formalmente ispirato a modelli già esistenti in Francia, Germania e Regno Unito — non nasce nel vuoto. Negli ultimi mesi, l’Italia ha:
• aumentato la spesa militare fino a oltre 30 miliardi annui, con l’obiettivo dichiarato del 2% del PIL entro il 2028 (e secondo indiscrezioni, fino al 5% entro il 2030);
• firmato nuovi accordi di cooperazione strategica con Stati Uniti, Israele e paesi NATO dell’est Europa, con particolare attenzione alla militarizzazione del Mediterraneo e del fronte balcanico;
• annunciato l’acquisto di armi pesanti, nuovi sistemi radar, caccia F-35 e droni da guerra, in linea con le direttive della NATO;
• sostenuto il programma di “resilienza strategica” contro minacce ibride, cyber-attacchi e disinformazione, un eufemismo per giustificare il controllo della rete e la censura preventiva.

È in questo contesto che va inserita la proposta Minardo: non un’iniziativa isolata, ma un pezzo coerente di un piano più ampio di mobilitazione militare permanente, in cui il confine tra difesa e repressione si fa sempre più labile. Come scrive il testo, i riservisti potranno essere richiamati per “periodi trimestrali rinnovabili”, con obblighi annuali di addestramento e disponibilità, e una “ricompensa” di circa 6.000 euro annui. È il ritorno del mercenario patriottico, l’arruolamento soft della precarietà sociale al servizio dell’ordine armato.

Una deriva bipartisan, con finta opposizione

Il Partito Democratico, come prevedibile, non si oppone sul piano dei principi, ma tenta solo una distinzione di facciata. Il deputato Stefano Graziano ha presentato un testo alternativo che prevede l’uso di una “riserva civile” da affiancare alla Croce Rossa Italiana. Ma la logica sottostante resta la stessa: istituzionalizzare la logica emergenziale, legittimare la presenza di corpi armati o parastatali nei momenti di crisi, affidare la gestione del rischio e del disagio a figure addestrate al comando e non al servizio.

E in fondo, anche il PD votò — nel 2022 — l’aumento della spesa militare. Anche il PD ha sostenuto Draghi nel suo abbraccio totale alla NATO. Anche il PD, in silenzio, approva la linea della guerra “difensiva” in Ucraina, il sostegno incondizionato a Israele e la demonizzazione della resistenza palestinese. Nessuna voce fuori dal coro, se non quella di qualche deputato marginale o gruppo extraparlamentare.

La militarizzazione dell’Italia e il controllo del dissenso

Questa riserva militare non serve solo a combattere guerre esterne. Serve, sempre più chiaramente, a prepararsi a gestire un futuro instabile anche dentro i confini nazionali. In un’Italia devastata da crisi sociali, sanitarie, climatiche, dove milioni di cittadini rinunciano alle cure e i salari reali crollano, il governo si prepara a gestire militarmente la povertà, le rivolte, le emergenze ambientali, i flussi migratori, e perfino la protesta sociale.

Il “richiamo” dei riservisti non è altro che la normalizzazione dell’eccezione, la costruzione di un apparato armato parallelo e disciplinato, pronto a sostituire o affiancare le forze dell’ordine nella gestione dell’ordine interno. Una logica che ricorda da vicino i modelli autoritari del Novecento — i corpi speciali creati per sedare rivolte e presidiare il territorio in nome della “sicurezza”.

La memoria corta e il rischio lungo: chi ricorda la leva obbligatoria?

L’abolizione della leva militare obbligatoria, nel 2005, fu salutata da molti come un passo verso una società più civile, meno militarizzata, più consapevole dei propri strumenti democratici. Oggi, a distanza di vent’anni, quello spirito è completamente svanito. Al posto della leva obbligatoria, ecco l’arruolamento volontario incentivato economicamente, che colpisce in particolare giovani disoccupati, precari, ex militari senza prospettive. Una leva economica al posto della coscrizione obbligatoria.

E mentre si riaprono i poligoni, si raddoppiano i fondi per l’industria bellica, si formano task force per la gestione delle “crisi ibride”, si tace sul numero crescente di suicidi tra le forze armate e di polizia, sullo stato di salute mentale dei militari, e sulla qualità democratica di un Paese che forma corpi d’élite pronti a intervenire su qualunque “minaccia”, senza un controllo parlamentare reale.

La guerra permanente come forma di governo

L’Italia sta entrando, passo dopo passo, in una fase di guerra permanente a bassa intensità, dove tutto è emergenza e ogni emergenza giustifica un’eccezione. Il governo lavora a una “riserva” militare, ma in realtà sta costruendo un dispositivo di controllo politico e sociale, in cui l’obbedienza si sostituisce alla partecipazione, l’allarme alla coscienza, l’ordine armato alla giustizia sociale.

Siamo pronti a vedere pattuglie di riservisti nelle stazioni, ai confini, nelle strade in caso di crisi? Siamo pronti ad accettare che l’unica risposta alle crisi sia il fucile e non il dialogo, la repressione e non la solidarietà? Oppure possiamo ancora fermare questa deriva, prima che le nostre democrazie si trasformino, definitivamente, in repubbliche di guerra?

Il tempo per reagire è poco. Ma esiste. E la coscienza — quando risvegliata — può essere più forte di qualsiasi esercito.

007 o agenti provocatori? L’articolo 31 e la mutazione oscura della Repubblica

La legge 9 giugno 2025, n. 80 (in vigore dal 10 giugno) ha completato la trasformazione del cosiddetto Decreto Sicurezza, ma tra le pieghe del testo si cela una mutazione molto più grave di quanto si pensi: l’introduzione dell’articolo 31, quarto comma, che amplia le garanzie funzionali per gli operatori dei servizi segreti, consentendo di commettere gravi reati con l’autorizzazione diretta del Presidente del Consiglio.

Una norma passata quasi sotto silenzio, ma che rappresenta una torsione dello Stato di diritto verso un modello di gestione del potere fondato sul segreto, sull’impunità, sulla sovversione legale delle garanzie costituzionali.

🕵️‍♂️ Dalle missioni coperte a operazioni illegali autorizzate

Secondo il testo approvato, i nostri 007 potranno infiltrarsi in associazioni mafiose o terroristiche, ma anche organizzarle, finanziarle, addestrarle, istigarle. Tutto legalmente. Non è più il modello dell’agente sotto copertura, ma quello dell’agente provocatore di Stato. Uno scenario già visto nella storia oscura della Repubblica.

Volendo esagerare – ma forse non troppo – potremmo dire che lo Stato italiano ha appena concesso la sua personale “licenza di uccidere”. Quella che nei film di James Bond sembrava una provocazione cinematografica, oggi è scritta nero su bianco in un comma di legge: gli agenti dei servizi potranno operare impunemente anche all’interno di dinamiche criminali, sovversive o terroristiche. Non per prevenirle, ma per manovrarle, agitarle, e — se serve — renderle funzionali all’ordine del potere.

🧨 Le radici dell’inganno: stragi di Stato, trattativa e apparati infedeli

La storia italiana è già attraversata da trame nere e servizi deviati, da colpi di Stato abortiti e da una “strategia della tensione” costruita per alimentare paura e repressione. Non si tratta di dietrologia, ma di fatti storici, documentati e mai del tutto processati.
• La strage di Piazza Fontana (1969), Piazza della Loggia (1974), Bologna (1980): attentati coperti, depistati, protetti.
• Il golpe Borghese (1970): un tentativo reale, con appoggi interni ai servizi e ai vertici dello Stato.
• Gladio, la rete clandestina atlantica legata alla NATO, usata per costruire il nemico interno.

E poi, negli anni ’90, la trattativa Stato-mafia, che si sviluppó prima e dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. Non fu solo un dialogo sotto banco con Cosa Nostra: fu una resa programmata, in cui pezzi delle istituzioni negoziarono la pace mafiosa in cambio della sopravvivenza politica del sistema.

Emblematica la vicenda di Bruno Contrada, ex vicedirettore del SISDE, condannato in via definitiva a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Un uomo dello Stato, ai vertici dell’intelligence, condannato per aver favorito i clan. Una sentenza storica, che dimostra quanto in profondità si fosse infiltrato il cancro della complicità istituzionale.

E ancora più inquietante è la figura rimasta impunita di “Faccia da mostro”, l’agente senza nome, legato ai servizi e alle cosche, identificato da alcuni collaboratori come presente in luoghi chiave delle stragi. Una presenza avvolta nell’ombra, ma che continua ad agitare i fantasmi della complicità.

Tutto questo viene ripercorso con chiarezza e rigore nel recente libro di Antonio Ingroia, “Traditi”, frutto di una lunga intervista condotta da Massimo Giletti. Ingroia, magistrato e testimone diretto di quella stagione, mostra come Falcone e Borsellino non furono semplicemente assassinati dalla mafia, ma isolati, delegittimati, lasciati soli dallo Stato. Uno Stato che, in alcune sue articolazioni, ha scelto la trattativa anziché la verità.

Ed è qui che il presente si lega al passato. Con l’articolo 31, ciò che un tempo doveva essere nascosto diventa norma. Non più deviazione, ma dottrina. Non più abuso, ma funzione.

📡 Spyware Graphite: quando il monitoraggio diventa regime

Il caso dello spyware Graphite, prodotto da Paragon Solutions, e utilizzato — secondo inchieste giornalistiche — anche contro giornalisti italiani, rappresenta il volto digitale di questa mutazione autoritaria.

I captatori informatici, capaci di penetrare cellulari e dispositivi anche senza che l’utente se ne accorga, sono strumenti di sorveglianza totale. Eppure, a differenza delle intercettazioni tradizionali, non richiedono l’autorizzazione di un giudice, ma solo quella del Presidente del Consiglio o dell’autorità delegata. Un potere enorme, fuori da ogni controllo terzo.

La Corte Costituzionale ha già stabilito che i messaggi archiviati nei device sono corrispondenza tutelata dall’art. 15 della Costituzione. Ma questa legge lo ignora. E in nome della “sicurezza”, si apre la porta a un regime di sorveglianza arbitraria e permanente.

🧱 Democrazia sotto assedio: l’architettura della sospensione dei diritti

L’articolo 31 e lo scandalo Graphite tracciano una traiettoria precisa:
1. Lo Stato può autorizzare la commissione di reati da parte dei propri agenti.
2. Può controllare e violare la privacy dei cittadini senza controllo giudiziario.
3. Può colpire attivisti, giornalisti, dissidenti e oppositori, “legalmente”.

Questo è il cuore della nuova dottrina della sicurezza: non la difesa della Repubblica, ma la sua trasformazione in un apparato repressivo. Una restaurazione neofascista con mezzi tecnologici, dove la sicurezza è solo la maschera della paura, e il dissenso viene trattato come una minaccia interna da neutralizzare.

⚠️ Perché tutto questo? Repressione, non sicurezza

C’è una domanda cruciale che dobbiamo porci: perché ora? Qual è il vero obiettivo di questo apparato?

Non c’è un’emergenza terroristica in Italia. Non ci sono insurrezioni armate. Quello che c’è è un Paese stanco, impoverito, umiliato, ma ancora potenzialmente capace di alzare la testa. Un Paese che potrebbe tornare a lottare, a scioperare, a occupare, a dissentire. A pretendere giustizia.

Ed è proprio questo che il potere vuole prevenire, reprimere, disinnescare.

Il Decreto Sicurezza non nasce per tutelare l’ordine pubblico, ma per criminalizzare il dissenso, schedare il pensiero critico, intimidire chi non si adegua. È un decreto pensato per una deriva reazionaria e fascista, in cui la sorveglianza è permanente, la repressione è preventiva, e il diritto è piegato alla logica dell’obbedienza.

Si torna alla OVRA, la polizia politica del regime fascista. Ma oggi in versione 4.0, con spyware al posto delle perquisizioni e licenze di delinquere al posto delle schedature.

🔍 Cosa chiedere – resistenza costituzionale
• Abrogazione dell’art. 31 e di tutte le norme che autorizzano reati in nome della ragion di Stato.
• Controllo giudiziario su ogni atto invasivo dei servizi, incluso l’uso dei captatori informatici.
• Commissioni parlamentari d’inchiesta indipendenti e permanenti su ogni attività dei servizi di sicurezza.
• Difesa pubblica dei diritti civili e del dissenso politico, come pilastro della democrazia.

L’Italia sta compiendo una mutazione profonda. Il Decreto Sicurezza non è un semplice strumento repressivo: è un dispositivo di restaurazione autoritaria. Non in nome del fascismo dichiarato, ma della sicurezza normalizzata. Non con manganelli alzati, ma con leggi scritte bene, invisibili e legittimate da chi governa in giacca e cravatta.

Il fascismo, oggi, si traveste da efficienza. Si insinua nelle norme, nei decreti, nei software di sorveglianza. Non ha più bisogno di slogan: ha bisogno di silenzio.

Ma noi non siamo silenzio. Siamo memoria. Siamo coscienza. E siamo opposizione.

Perché uno Stato che ha già conosciuto le stragi, i depistaggi, le trattative con la mafia e i servizi deviati, non può permettersi di legalizzare l’illegalità.

È tempo di scegliere da che parte stare.