La frase scelta da Frank-Walter Steinmeier per il discorso del 9 novembre è una diagnosi e, insieme, un avvertimento: non basta aspettare che la tempesta passi, perché la tempesta è proprio il modo in cui la democrazia viene erosa, un granello alla volta.
Il testo di Massimo Giannini, pubblicato su La Repubblica, fotografa con lucidità questo passaggio d’epoca: non si tratta di qualche eccesso folkloristico della destra al governo, ma di un progetto sistematico di riscrittura dei rapporti di forza tra poteri, istituzioni e società. La forma è quella del “patriottismo” identitario e del decisionismo muscolare. La sostanza è la riduzione progressiva degli spazi di controllo, di critica e di conflitto democratico.
Dai “predatori” alla “tempesta”: il passaggio di fase dell’Occidente
Giannini richiama i “predatori” descritti da Giuliano Da Empoli: leader politici ibridati con i titani del digitale, capaci di trasformare il caos in strumento di governo. Non sono solo uomini forti in senso tradizionale; sono nodi di una rete di potere che passa per piattaforme, algoritmi, disinformazione, controllo dei flussi comunicativi e finanziari.
È questo il tratto comune alle destre che avanzano in Europa e nel mondo: un “patriottismo” che misura la grandezza della nazione sulla paura che riesce a suscitare, all’interno e all’esterno. Una sovranità usata come clava contro chiunque ponga limiti: le Corti, le istituzioni sovranazionali, i media indipendenti, i corpi intermedi, i movimenti sociali.
Il discorso di Steinmeier non è un esercizio retorico ma il segnale che anche una democrazia storicamente solida come quella tedesca percepisce il rischio di un salto di qualità nell’offensiva autoritaria. Il presidente parla di una democrazia “mai così sotto attacco” e avverte che non si può “aspettare che la tempesta passi”, ma occorre reagire, perché gli assalti iniziano quasi sempre dalla delegittimazione dei giudici e delle istituzioni di garanzia.
La Rete come falsa agorà: dove il caos diventa metodo di governo
Giannini individua un secondo elemento strutturale: la centralità della Rete come “falsa agorà”. Umberto Eco lo aveva anticipato: il digitale ha messo sullo stesso piano lo scienziato e il complottista, il Nobel e lo “scemo del villaggio”. Ma oggi questo livellamento non è più solo un effetto collaterale del web: è diventato strumento consapevole di potere.
La costruzione del consenso passa da community coltivate nell’analfabetismo funzionale, in cui il linguaggio politico si riduce a slogan emotivi, meme identitari, teorie del complotto e campagne d’odio. È qui che le “verità alternative” vengono testate, raffinate e poi rilanciate nello spazio pubblico tradizionale. L’obiettivo è duplice: demolire la fiducia nella verità fattuale e screditare preventivamente ogni mediazione istituzionale, giudiziaria o scientifica.
Non si tratta di una deriva generica del capitalismo digitale, ma di una combinazione precisa tra piattaforme private e progetto politico: in tutta l’UE, studiosi e rapporti ufficiali mostrano come l’avanzata delle destre radicali sia strettamente intrecciata con la diffusione di disinformazione mirata e campagne coordinate contro il “globalismo”, i diritti umani e lo stato di diritto.
Dall’America all’Europa: perché l’attacco parte sempre dai giudici
Giannini ricorda che “America docet”: Trump pretende immunità dalla Corte Suprema, accusa le Corti di “persecuzione politica”, ignora o delegittima le giurisdizioni internazionali, mentre alimenta un clima di ostilità verso giornalisti, media e funzionari pubblici. È lo stesso copione usato da altri leader populisti e autoritari, dall’Argentina alla Turchia, dall’India a Israele: trasformare ogni controllo legale in “lawfare”, guerra giudiziaria, e ogni indagine in complotto.
La letteratura giuridica più recente ha messo a fuoco proprio questo punto: nelle fasi di arretramento democratico, la magistratura diventa bersaglio privilegiato perché rappresenta l’ostacolo più solido all’onnipotenza dell’esecutivo. Gli attacchi partono con campagne mediatiche contro le “toghe politicizzate”, proseguono con riforme strutturali che riducono l’indipendenza dei giudici, e si consolidano con la colonizzazione degli organi di autogoverno, delle Corti costituzionali e degli strumenti disciplinari.
Polonia e Ungheria sono stati i laboratori di questa strategia in Europa: riforme della giustizia, controllo politico delle nomine, sanzioni disciplinari per i magistrati critici, limitazione della libertà di stampa e delle ONG. Studi recenti indicano questi paesi come casi emblematici di “backsliding”, regressione dello stato di diritto, con effetti contagiosi sul resto dell’UE.
Il caso italiano: una “spallata” che arriva in silenzio
Dentro questo quadro si colloca il caso italiano, al centro dell’analisi di Giannini. L’elenco è noto, ma raramente viene tenuto insieme come un disegno coerente.
Da un lato, l’uso sistematico dell’aggressione politica contro i contropoteri interni: tribunali che “intralciano” operazioni come il piano Albania sui migranti, Corte dei conti che “blocca” le grandi opere, procure accusate di invadere il campo della politica. L’obiettivo è spostare il baricentro del conflitto: non più tra governo e opposizioni, ma tra governo “legittimato dal popolo” e tecnocrazie “che ostacolano la volontà popolare”.
Dall’altro, il lavoro paziente di colonizzazione e pressione sui media pubblici e privati. Organizzazioni internazionali che monitorano la libertà di stampa hanno documentato negli ultimi anni un forte aumento dell’ingerenza del governo sulla Rai: nomine pilotate, dimissioni forzate di dirigenti sgraditi, riduzione del canone sostituita da trasferimenti discrezionali del governo, scioperi dei giornalisti che denunciano il rischio di trasformare il servizio pubblico in megafono della maggioranza.
Su questo sfondo, la riforma costituzionale della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri segna uno spartiacque. Con il voto definitivo del Senato del 30 ottobre 2025, il disegno di legge è stato approvato senza maggioranza qualificata, aprendo la strada a un referendum confermativo. La premier parla di “traguardo storico”, mentre l’Associazione nazionale magistrati denuncia il rischio di subordinare il pubblico ministero al potere esecutivo e di indebolire la capacità della giustizia penale di indagare sui reati dei ceti dirigenti.
Giannini sottolinea un dato rivelatore: per una riforma che altera in modo strutturale il rapporto tra poteri dello Stato sono bastate meno di cento ore di dibattito parlamentare, a fronte dei tempi medi molto più lunghi per una legge ordinaria. Il Parlamento ridotto a “votificio” non è solo un problema di stile istituzionale: è la prova che la maggioranza interpreta la propria forza numerica come delega in bianco a rifare l’architettura costituzionale.
Non sorprende che un recente rapporto della Civil Liberties Union for Europe abbia inserito l’Italia tra i cinque paesi “dismantlers”, cioè tra coloro che stanno contribuendo alla “recessione democratica” nel continente, al pari di governi già ampiamente discussi come quello ungherese. Nel mirino ci sono l’ingerenza politica sulla magistratura, l’indebolimento delle misure anticorruzione, le restrizioni alle proteste e le pressioni sulla stampa.
Le Corti internazionali come nemico: dalla CEDU alla Corte penale
Giannini richiama anche gli attacchi rivolti alle Corti internazionali e alle istituzioni sovranazionali. Non è un dettaglio. Quando le destre mettono nel mirino l’Onu, la Corte penale internazionale, la Corte europea dei diritti umani, non stanno solo giocando una partita ideologica: stanno cercando di liberarsi degli ultimi vincoli esterni che impediscono ai governi di fare “come vogliono” su migrazioni, guerra, sicurezza, repressione del dissenso.
Emblematico, in questo senso, il documento firmato lo scorso maggio da nove paesi europei, guidati proprio dall’Italia, per chiedere una revisione del modo in cui la Corte di Strasburgo interpreta la Convenzione europea dei diritti umani in materia di immigrazione. Il messaggio è chiaro: i giudici internazionali “invadono” il campo politico e vanno ricondotti all’ordine, soprattutto quando ostacolano espulsioni, respingimenti e politiche securitarie.
Lo stesso schema si ripete quando la Corte penale internazionale viene accusata di “politicizzazione” per le sue indagini sui crimini di guerra, o quando le istituzioni europee vengono dipinte come “burocrazie nemiche” perché pretendono il rispetto dello stato di diritto in cambio di fondi. La sovranità viene brandita come scudo per sottrarre le classi dirigenti a ogni responsabilità, interna e internazionale.
Forma e sostanza di una deriva: il folklore non è più folklore
Giannini distingue giustamente tra episodi “minori” e attacco sistemico. Ma i primi non possono più essere archiviati come folklore. Quando un presidente del Senato cita Almirante come modello, minimizzando la storia di un capo dei picchiatori neri, non sta compiendo una semplice gaffe: sta contribuendo a riscrivere la memoria pubblica, normalizzando tradizioni politiche che la Costituzione era nata per superare.
Quando un generale candidato alle europee parla della marcia su Roma come “manifestazione di piazza” e delle leggi razziali come norme “regolarmente approvate dal Parlamento”, non sta solo deformando la storia: sta legittimando l’idea che la forma legale basti a rendere giusto qualsiasi contenuto, anche il più discriminatorio. È esattamente il contrario del costituzionalismo democratico, che nasce per porre limiti sostanziali al potere della maggioranza.
In questo quadro, lo stigma rovesciato contro chi denuncia il rischio eversivo delle destre – intellettuali, giuristi, storici, scrittori – è un ulteriore pezzo del mosaico. Il trattamento riservato a figure come Antonio Scurati o Luciano Canfora, accusati di “odio ideologico” solo per aver richiamato la continuità tra fascismo storico e neofascismo contemporaneo, conferma che il problema non è solo ciò che si fa, ma anche ciò che non deve più essere nominato.
Non è una tempesta passeggera: o la democrazia si difende, o arretra
L’intuizione finale di Giannini si innesta perfettamente sull’appello di Steinmeier. La regressione democratica non è un evento spettacolare, ma un processo graduale. Non arriva con un colpo di Stato, ma con una serie di “aggiustamenti” presentati come tecnici, modernizzatori, semplificatori: riformare la giustizia, snellire il Parlamento, mettere ordine nei media, disciplinare le Corti, “riequilibrare” i rapporti con l’Europa, “difendere” i confini.
La tempesta, dunque, non va “lasciata passare”. Perché quando il cielo tornerà sereno, il paesaggio istituzionale sarà irriconoscibile: meno contropoteri, meno spazi di conflitto sociale, meno diritti sostanziali, più governabilità per chi già governa.
Chiamare le cose con il loro nome, come invita a fare Giannini, significa riconoscere che la democrazia non è solo procedura elettorale, ma equilibrio dinamico tra poteri, diritti, conflitto e pluralismo. E che questo equilibrio oggi è sotto assedio, in Italia come in molti altri paesi europei e occidentali.
Chi finge di non vederlo, chi archivia ogni allarme come “esagerazione antifascista”, non è neutrale: è parte del problema. Perché, come ricordano sia Giannini sia Steinmeier, le democrazie non muoiono tutte in un colpo; muoiono quando troppi, per stanchezza o convenienza, si convincono che la tempesta, dopotutto, passerà da sola.
Note
1. Massimo Giannini, Tutti i rischi per la democrazia, in «la Repubblica», 15 novembre 2025.
2. Frank-Walter Steinmeier, Die Selbstbehauptung der Demokratie – das ist unser Auftrag (discorso per il 9 novembre, Schloss Bellevue, Berlino), 9 novembre 2025, testo disponibile sul sito della Presidenza federale tedesca.
3. Per una sintesi in lingua inglese del discorso di Steinmeier: Steinmeier warns on November 9: “Democracy needs defenders”, SBS German, 9 novembre 2025; e Nie in der Geschichte unseres wiedervereinten Landes waren Demokratie und Freiheit so angegriffen, in «Die Zeit», 9 novembre 2025.
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