La tempesta non passa da sola: come le nuove destre svuotano la democrazia dall’interno

La frase scelta da Frank-Walter Steinmeier per il discorso del 9 novembre è una diagnosi e, insieme, un avvertimento: non basta aspettare che la tempesta passi, perché la tempesta è proprio il modo in cui la democrazia viene erosa, un granello alla volta.
Il testo di Massimo Giannini, pubblicato su La Repubblica, fotografa con lucidità questo passaggio d’epoca: non si tratta di qualche eccesso folkloristico della destra al governo, ma di un progetto sistematico di riscrittura dei rapporti di forza tra poteri, istituzioni e società. La forma è quella del “patriottismo” identitario e del decisionismo muscolare. La sostanza è la riduzione progressiva degli spazi di controllo, di critica e di conflitto democratico.

Dai “predatori” alla “tempesta”: il passaggio di fase dell’Occidente

Giannini richiama i “predatori” descritti da Giuliano Da Empoli: leader politici ibridati con i titani del digitale, capaci di trasformare il caos in strumento di governo. Non sono solo uomini forti in senso tradizionale; sono nodi di una rete di potere che passa per piattaforme, algoritmi, disinformazione, controllo dei flussi comunicativi e finanziari.

È questo il tratto comune alle destre che avanzano in Europa e nel mondo: un “patriottismo” che misura la grandezza della nazione sulla paura che riesce a suscitare, all’interno e all’esterno. Una sovranità usata come clava contro chiunque ponga limiti: le Corti, le istituzioni sovranazionali, i media indipendenti, i corpi intermedi, i movimenti sociali.

Il discorso di Steinmeier non è un esercizio retorico ma il segnale che anche una democrazia storicamente solida come quella tedesca percepisce il rischio di un salto di qualità nell’offensiva autoritaria. Il presidente parla di una democrazia “mai così sotto attacco” e avverte che non si può “aspettare che la tempesta passi”, ma occorre reagire, perché gli assalti iniziano quasi sempre dalla delegittimazione dei giudici e delle istituzioni di garanzia.

La Rete come falsa agorà: dove il caos diventa metodo di governo

Giannini individua un secondo elemento strutturale: la centralità della Rete come “falsa agorà”. Umberto Eco lo aveva anticipato: il digitale ha messo sullo stesso piano lo scienziato e il complottista, il Nobel e lo “scemo del villaggio”. Ma oggi questo livellamento non è più solo un effetto collaterale del web: è diventato strumento consapevole di potere.

La costruzione del consenso passa da community coltivate nell’analfabetismo funzionale, in cui il linguaggio politico si riduce a slogan emotivi, meme identitari, teorie del complotto e campagne d’odio. È qui che le “verità alternative” vengono testate, raffinate e poi rilanciate nello spazio pubblico tradizionale. L’obiettivo è duplice: demolire la fiducia nella verità fattuale e screditare preventivamente ogni mediazione istituzionale, giudiziaria o scientifica.

Non si tratta di una deriva generica del capitalismo digitale, ma di una combinazione precisa tra piattaforme private e progetto politico: in tutta l’UE, studiosi e rapporti ufficiali mostrano come l’avanzata delle destre radicali sia strettamente intrecciata con la diffusione di disinformazione mirata e campagne coordinate contro il “globalismo”, i diritti umani e lo stato di diritto.

Dall’America all’Europa: perché l’attacco parte sempre dai giudici

Giannini ricorda che “America docet”: Trump pretende immunità dalla Corte Suprema, accusa le Corti di “persecuzione politica”, ignora o delegittima le giurisdizioni internazionali, mentre alimenta un clima di ostilità verso giornalisti, media e funzionari pubblici. È lo stesso copione usato da altri leader populisti e autoritari, dall’Argentina alla Turchia, dall’India a Israele: trasformare ogni controllo legale in “lawfare”, guerra giudiziaria, e ogni indagine in complotto.

La letteratura giuridica più recente ha messo a fuoco proprio questo punto: nelle fasi di arretramento democratico, la magistratura diventa bersaglio privilegiato perché rappresenta l’ostacolo più solido all’onnipotenza dell’esecutivo. Gli attacchi partono con campagne mediatiche contro le “toghe politicizzate”, proseguono con riforme strutturali che riducono l’indipendenza dei giudici, e si consolidano con la colonizzazione degli organi di autogoverno, delle Corti costituzionali e degli strumenti disciplinari.

Polonia e Ungheria sono stati i laboratori di questa strategia in Europa: riforme della giustizia, controllo politico delle nomine, sanzioni disciplinari per i magistrati critici, limitazione della libertà di stampa e delle ONG. Studi recenti indicano questi paesi come casi emblematici di “backsliding”, regressione dello stato di diritto, con effetti contagiosi sul resto dell’UE.

Il caso italiano: una “spallata” che arriva in silenzio

Dentro questo quadro si colloca il caso italiano, al centro dell’analisi di Giannini. L’elenco è noto, ma raramente viene tenuto insieme come un disegno coerente.

Da un lato, l’uso sistematico dell’aggressione politica contro i contropoteri interni: tribunali che “intralciano” operazioni come il piano Albania sui migranti, Corte dei conti che “blocca” le grandi opere, procure accusate di invadere il campo della politica. L’obiettivo è spostare il baricentro del conflitto: non più tra governo e opposizioni, ma tra governo “legittimato dal popolo” e tecnocrazie “che ostacolano la volontà popolare”.

Dall’altro, il lavoro paziente di colonizzazione e pressione sui media pubblici e privati. Organizzazioni internazionali che monitorano la libertà di stampa hanno documentato negli ultimi anni un forte aumento dell’ingerenza del governo sulla Rai: nomine pilotate, dimissioni forzate di dirigenti sgraditi, riduzione del canone sostituita da trasferimenti discrezionali del governo, scioperi dei giornalisti che denunciano il rischio di trasformare il servizio pubblico in megafono della maggioranza.

Su questo sfondo, la riforma costituzionale della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri segna uno spartiacque. Con il voto definitivo del Senato del 30 ottobre 2025, il disegno di legge è stato approvato senza maggioranza qualificata, aprendo la strada a un referendum confermativo. La premier parla di “traguardo storico”, mentre l’Associazione nazionale magistrati denuncia il rischio di subordinare il pubblico ministero al potere esecutivo e di indebolire la capacità della giustizia penale di indagare sui reati dei ceti dirigenti.

Giannini sottolinea un dato rivelatore: per una riforma che altera in modo strutturale il rapporto tra poteri dello Stato sono bastate meno di cento ore di dibattito parlamentare, a fronte dei tempi medi molto più lunghi per una legge ordinaria. Il Parlamento ridotto a “votificio” non è solo un problema di stile istituzionale: è la prova che la maggioranza interpreta la propria forza numerica come delega in bianco a rifare l’architettura costituzionale.

Non sorprende che un recente rapporto della Civil Liberties Union for Europe abbia inserito l’Italia tra i cinque paesi “dismantlers”, cioè tra coloro che stanno contribuendo alla “recessione democratica” nel continente, al pari di governi già ampiamente discussi come quello ungherese. Nel mirino ci sono l’ingerenza politica sulla magistratura, l’indebolimento delle misure anticorruzione, le restrizioni alle proteste e le pressioni sulla stampa.

Le Corti internazionali come nemico: dalla CEDU alla Corte penale

Giannini richiama anche gli attacchi rivolti alle Corti internazionali e alle istituzioni sovranazionali. Non è un dettaglio. Quando le destre mettono nel mirino l’Onu, la Corte penale internazionale, la Corte europea dei diritti umani, non stanno solo giocando una partita ideologica: stanno cercando di liberarsi degli ultimi vincoli esterni che impediscono ai governi di fare “come vogliono” su migrazioni, guerra, sicurezza, repressione del dissenso.

Emblematico, in questo senso, il documento firmato lo scorso maggio da nove paesi europei, guidati proprio dall’Italia, per chiedere una revisione del modo in cui la Corte di Strasburgo interpreta la Convenzione europea dei diritti umani in materia di immigrazione. Il messaggio è chiaro: i giudici internazionali “invadono” il campo politico e vanno ricondotti all’ordine, soprattutto quando ostacolano espulsioni, respingimenti e politiche securitarie.

Lo stesso schema si ripete quando la Corte penale internazionale viene accusata di “politicizzazione” per le sue indagini sui crimini di guerra, o quando le istituzioni europee vengono dipinte come “burocrazie nemiche” perché pretendono il rispetto dello stato di diritto in cambio di fondi. La sovranità viene brandita come scudo per sottrarre le classi dirigenti a ogni responsabilità, interna e internazionale.

Forma e sostanza di una deriva: il folklore non è più folklore

Giannini distingue giustamente tra episodi “minori” e attacco sistemico. Ma i primi non possono più essere archiviati come folklore. Quando un presidente del Senato cita Almirante come modello, minimizzando la storia di un capo dei picchiatori neri, non sta compiendo una semplice gaffe: sta contribuendo a riscrivere la memoria pubblica, normalizzando tradizioni politiche che la Costituzione era nata per superare.

Quando un generale candidato alle europee parla della marcia su Roma come “manifestazione di piazza” e delle leggi razziali come norme “regolarmente approvate dal Parlamento”, non sta solo deformando la storia: sta legittimando l’idea che la forma legale basti a rendere giusto qualsiasi contenuto, anche il più discriminatorio. È esattamente il contrario del costituzionalismo democratico, che nasce per porre limiti sostanziali al potere della maggioranza.

In questo quadro, lo stigma rovesciato contro chi denuncia il rischio eversivo delle destre – intellettuali, giuristi, storici, scrittori – è un ulteriore pezzo del mosaico. Il trattamento riservato a figure come Antonio Scurati o Luciano Canfora, accusati di “odio ideologico” solo per aver richiamato la continuità tra fascismo storico e neofascismo contemporaneo, conferma che il problema non è solo ciò che si fa, ma anche ciò che non deve più essere nominato.

Non è una tempesta passeggera: o la democrazia si difende, o arretra

L’intuizione finale di Giannini si innesta perfettamente sull’appello di Steinmeier. La regressione democratica non è un evento spettacolare, ma un processo graduale. Non arriva con un colpo di Stato, ma con una serie di “aggiustamenti” presentati come tecnici, modernizzatori, semplificatori: riformare la giustizia, snellire il Parlamento, mettere ordine nei media, disciplinare le Corti, “riequilibrare” i rapporti con l’Europa, “difendere” i confini.

La tempesta, dunque, non va “lasciata passare”. Perché quando il cielo tornerà sereno, il paesaggio istituzionale sarà irriconoscibile: meno contropoteri, meno spazi di conflitto sociale, meno diritti sostanziali, più governabilità per chi già governa.

Chiamare le cose con il loro nome, come invita a fare Giannini, significa riconoscere che la democrazia non è solo procedura elettorale, ma equilibrio dinamico tra poteri, diritti, conflitto e pluralismo. E che questo equilibrio oggi è sotto assedio, in Italia come in molti altri paesi europei e occidentali.

Chi finge di non vederlo, chi archivia ogni allarme come “esagerazione antifascista”, non è neutrale: è parte del problema. Perché, come ricordano sia Giannini sia Steinmeier, le democrazie non muoiono tutte in un colpo; muoiono quando troppi, per stanchezza o convenienza, si convincono che la tempesta, dopotutto, passerà da sola.

Note
1. Massimo Giannini, Tutti i rischi per la democrazia, in «la Repubblica», 15 novembre 2025.
2. Frank-Walter Steinmeier, Die Selbstbehauptung der Demokratie – das ist unser Auftrag (discorso per il 9 novembre, Schloss Bellevue, Berlino), 9 novembre 2025, testo disponibile sul sito della Presidenza federale tedesca.
3. Per una sintesi in lingua inglese del discorso di Steinmeier: Steinmeier warns on November 9: “Democracy needs defenders”, SBS German, 9 novembre 2025; e Nie in der Geschichte unseres wiedervereinten Landes waren Demokratie und Freiheit so angegriffen, in «Die Zeit», 9 novembre 2025.

Turisti dell’orrore. La storia che l’Italia ha nascosto sotto il tappeto

Ci sono vicende che non appartengono solo alla cronaca giudiziaria, ma alla tenuta etica di un Paese. L’inchiesta aperta dalla Procura di Milano sui cosiddetti “cecchini del weekend” che, negli anni dell’assedio di Sarajevo, avrebbero pagato per andare a sparare sui civili è una di queste. Non riguarda soltanto la guerra nei Balcani, né soltanto i paramilitari serbo-bosniaci, né soltanto le oltre 11 mila vittime della città assediata tra il 1992 e il 1996: riguarda direttamente l’Italia. Se le ricostruzioni saranno confermate, significa che da città italiane partivano uomini facoltosi, ben inseriti, con reputazione pubblica, qualcuno legato al mondo dell’imprenditoria e delle cliniche private, altri appassionati di armi, che nel fine settimana raggiungevano le colline sopra Sarajevo per partecipare alla caccia all’uomo e poi rientravano nella normalità delle loro vite. Come se nulla fosse accaduto.

Il punto di snodo è l’esposto dello scrittore milanese Ezio Gavazzeni, classe 1959, che ha raccolto documenti, testimonianze e corrispondenze con una fonte dell’intelligence bosniaca dell’epoca. Gavazzeni ha spiegato di aver seguito questa vicenda per pura ricerca di verità, dopo aver letto, già negli anni Novanta, gli articoli che accennavano al fenomeno dei “tiratori turistici” e, più di recente, dopo aver visto il documentario “Sarajevo Safari” del regista sloveno Miran Zupanič, che nel 2022 ha riportato alla luce il tema degli stranieri paganti accompagnati dai serbi a sparare sui civili. Da lì è partita una ricostruzione più sistematica: richieste a fonti bosniache e italiane, contatti con ex agenti, recupero di materiali che hanno portato alla presentazione di un esposto di 17 pagine, solo una parte di ciò che – a detta dello scrittore – è effettivamente noto.

Il quadro che emerge è ancora più grave perché mostra una dimensione sociale precisa. Non si trattava soltanto di ricchi annoiati. Molti di quei “clienti” provenivano da ambienti dove si incrociano il culto dell’arma, il collezionismo militare, la frequentazione di poligoni e fiere di militaria, e segmenti dell’estrema destra europea di quegli anni, spesso simpatetica verso la causa serbo-bosniaca. Una zona grigia che univa disponibilità economica, nostalgia paramilitare, feticismo bellico e relazioni nei Balcani. La guerra di Bosnia, con la sua opacità e con la presenza di strutture militari e di intelligence serbe, venne percepita da questi soggetti come il luogo dove “giocare alla guerra vera”, al riparo da conseguenze immediate. La copertura venatoria – gruppi che partivano dall’Italia con la scusa della caccia – serviva proprio a questo: far passare senza sospetti persone che poi venivano accompagnate in quota per sparare sui civili. Un meccanismo che, nelle testimonianze raccolte, è attribuito anche alla protezione e all’organizzazione dei servizi di sicurezza serbi.

Secondo quanto riportato dalla fonte bosniaca sentita da Gavazzeni, alla fine del 1993 l’intelligence di Sarajevo aveva avvisato la locale sezione del Sismi italiano della presenza di almeno cinque italiani sulle colline attorno alla città, accompagnati per sparare sui civili. Non solo: la stessa fonte sostiene che i servizi bosniaci condivisero nel 1994 con il Sismi informazioni più ampie su “gruppi turistici di cecchini-cacciatori” che partivano da Trieste. La risposta italiana, sempre secondo tale ricostruzione, fu che la partenza di questi safari della morte era stata individuata e interrotta. Se così è stato, deve esistere un faldone nei nostri archivi di intelligence. Il fatto che a distanza di trent’anni quel faldone non sia ancora emerso è, di per sé, un fatto grave.

Un ulteriore elemento di ferocia è il cosiddetto “tariffario dell’orrore”: nelle deposizioni e nelle segnalazioni riportate all’autorità giudiziaria si parla di prezzi diversi per tipologia di vittima. I bambini “costavano” di più, gli uomini in divisa erano ritenuti bersagli migliori, le donne stavano più in basso nella scala e gli anziani potevano essere uccisi gratis. È la mercificazione totale della vita umana, la trasformazione di una capitale europea assediata in un parco macabro dove chi ha denaro può comprare il diritto di togliere la vita. Tutto questo mentre l’Europa occidentale era impegnata nei suoi percorsi di integrazione e mentre l’Italia contribuiva alle missioni internazionali in Bosnia.

L’indagine della Procura di Milano, coordinata dal procuratore Marcello Viola e affidata al pm Alessandro Gobbis, ha deciso di acquisire gli atti del Tribunale penale internazionale dell’Aia per l’ex Jugoslavia proprio per incrociare quanto emerso in sede bosniaca e internazionale con i nuovi elementi italiani. Tra i testi che saranno ascoltati ci sarà anche l’ex agente dell’intelligence bosniaca indicato nell’esposto. La presenza accanto a Gavazzeni degli avvocati Nicola Brigida e, soprattutto, dell’ex giudice milanese Guido Salvini – magistrato noto per le indagini sulle stragi e sui depistaggi – è un ulteriore segnale della solidità con cui si intende sostenere l’impianto accusatorio.

Il profilo dei presunti autori di questi “weekend delittuosi” è ciò che rende la vicenda così disturbante: persone con reputazione, con posizione sociale, con attività economiche floride, in alcuni casi legate a settori professionali di alto livello, che dopo aver sparato sui civili rientravano in Italia e continuavano a essere considerate cittadini rispettabili. La società che li circondava non vedeva, o faceva finta di non vedere. È la forma più subdola dell’indifferenza del male: l’idea di poter fare Dio per qualche ora e poi rientrare nella comunità senza pagare alcun prezzo.

Da questa storia emerge anche un tassello che spesso viene rimosso: l’incrocio tra violenza politica della destra radicale europea post-Guerra fredda e conflitto balcanico. In quegli anni non mancavano correnti della destra neofascista e nazionalista che guardavano con simpatia ai serbo-bosniaci, costruendo reti, viaggi, contatti e circoli di sostegno. In quelle stesse reti circolavano collezionisti d’armi, ex militari, nostalgici delle formazioni paramilitari, persone abituate a muoversi in ambienti di frontiera. È plausibile che proprio da lì siano passati alcuni dei nomi che oggi si cercano. Non è dunque un episodio isolato, ma il prodotto di un humus culturale e politico che ha tollerato l’idea della guerra come “esperienza da vivere”.

In questo quadro, la posizione delle autorità bosniache è netta: il console bosniaco a Milano ha assicurato piena collaborazione e ha parlato di urgenza nel chiudere i conti con un episodio “così crudele”. È la conferma che la memoria di Sarajevo non si è spenta. La città che ha conosciuto il fuoco dei cecchini ogni giorno non può accettare che chi ha partecipato a quell’assedio per divertimento resti senza nome e senza pena.

Resta infine il tema più attuale: se una tale forma di “turismo di guerra” è stata possibile negli anni Novanta in Europa, può esserlo anche oggi in altri teatri di conflitto. Esistono denaro, contatti, compagnie di sicurezza, tratte militari coperte; esiste un mercato globale dell’arma e dell’addestramento; esistono, soprattutto, persone disposte a pagare per la violenza. L’unico modo per spezzare questa catena è dimostrare che il tempo non cancella la responsabilità e che l’impunità non è garantita neppure dopo trent’anni. Individuare, processare e condannare chi ha pagato per uccidere civili inermi non è un atto simbolico: è la condizione minima perché una società europea possa ancora chiamarsi tale. Chi ha trasformato Sarajevo in un tiro a segno deve rispondere davanti alla giustizia e deve farlo con le pene più severe previste dall’ordinamento, senza attenuanti e senza indulgenze. La memoria delle vittime e la dignità del Paese lo esigono.

Silenziare la storia. Perché il caso D’Orsi a Torino è uno strappo costituzionale (e perché il licenziamento di Nunziati lo conferma)

Torino, novembre 2025. Un professore emerito, uno storico noto e riconosciuto, invitato a parlare di russofobia e narrazioni di guerra, viene zittito non da una contestazione pubblica, non da un confronto di idee, ma da una decisione politico-amministrativa presa a monte, su pressione di una vicepresidente del Parlamento europeo e di alcune sigle militanti sul fronte ucraino. È questo, in estrema sintesi, ciò che è accaduto al professor Angelo d’Orsi: il Polo del ’900 ha annullato la conferenza “Russofobia, russofilia, verità” prevista per il 12 novembre, dopo la richiesta pubblica di Pina Picierno, che ha poi ringraziato il sindaco di Torino per avere obbedito. È tutto scritto nei resoconti di queste ore. E il punto sta proprio qui: non siamo davanti a una normale polemica culturale, ma a un precedente grave, perché introduce un criterio politico-ideologico di ammissibilità della parola pubblica. E questo, in una Repubblica fondata su eguaglianza e libertà di manifestazione del pensiero, non è compatibile con la Costituzione.

Il fatto nudo è chiarissimo. C’è un evento regolarmente programmato in uno spazio pubblico della memoria e della cultura torinese. C’è un relatore che non è affatto un marginale, ma uno studioso con una bibliografia sterminata, allievo di Norberto Bobbio, voce ascoltata nella vita civile della città. C’è un tema delicato, quello della russofobia, che oggi spacca l’opinione pubblica europea perché tocca la guerra in Ucraina, le sanzioni, l’informazione di guerra. E c’è un intervento politico che, definendo in anticipo l’incontro “evento di propaganda putiniana”, lo fa saltare prima ancora che si svolga, trasformando un sospetto ideologico in motivo di censura preventiva.

Ora, se togliamo la patina di attualità, quello che resta è un meccanismo antichissimo: qualcuno decide che un’idea è pericolosa e invece di criticarla la elimina. Ma la nostra Carta, che nasce dalle ferite del fascismo, ha scelto consapevolmente l’altra strada. L’ha scelta all’articolo 21, quando ha detto che tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione e che la censura non è ammessa. L’ha scelta all’articolo 3, quando ha impegnato la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. Qui è successo il contrario: un potere pubblico, per ragioni di opportunità politico-diplomatica, ha creato l’ostacolo.

Chi prova a minimizzare dirà: nessuno ha vietato a d’Orsi di parlare, può farlo altrove. Ma è un argomento fragile. Perché ciò che è stato impedito non è la parola in astratto, è l’accesso a uno spazio pubblico istituzionale. È il riconoscimento pubblico, è la possibilità di confrontarsi in una casa comune della cultura torinese. Quando si toglie questo, non si sta più discutendo di opinioni, si sta graduando la cittadinanza culturale. Alcune voci sì, altre no. Alcuni intellettuali “sicuri”, altri “sospetti”. E ogni volta che un’amministrazione sceglie in base all’allineamento geopolitico e non in base alla qualità del dibattito, mette lo Stato sul piano inclinato della discriminazione politica. È esattamente ciò che l’articolo 3 vieta: trattare in modo diverso i cittadini per ragioni non ragionevoli.

Ed è qui che il caso d’Orsi e il caso del giovane giornalista Gabriele Nunziati, cacciato dall’Agenzia Nova per una domanda legittima alla portavoce della Commissione europea, diventano le due facce della stessa regressione democratica. A Torino si vieta a uno storico di discutere pubblicamente la russofobia perché tema sgradito a una rappresentante europea. A Bruxelles si interrompe la collaborazione con un cronista perché ha osato chiedere se, con lo stesso criterio applicato alla Russia, anche Israele dovrà pagare la ricostruzione di Gaza. In un caso si colpisce la parola prima che venga pronunciata. Nell’altro si punisce la parola perché è stata pronunciata.

Il meccanismo è identico: l’informazione e la cultura sono ammesse solo se non mettono in imbarazzo la linea politico-diplomatica prevalente. Nel primo caso è la linea atlantista sulla guerra in Ucraina, nel secondo è la linea euro-israeliana sul conflitto in Palestina. Chi prova a mostrare la contraddizione interna a queste linee viene messo ai margini, escluso dal palco o dal posto di lavoro. È la stessa logica del discorso sorvegliato.

C’è poi un altro elemento che inquieta. L’intervento decisivo, tanto nel caso d’Orsi quanto in quello di Nunziati, non è venuto da un organismo di sicurezza nazionale, da un’autorità giudiziaria, da una commissione che abbia valutato rischi concreti. È venuto da pressione politica (nel caso d’Orsi) e da una scelta editoriale conformista (nel caso del giornalista). Cioè da soggetti che non hanno il compito di limitare la libertà di espressione, ma che se lo sono presi lo stesso, perché hanno intuito che in questa fase storica è conveniente allinearsi e sconveniente aprire spazi di discussione.

È la stessa dinamica vista con artisti e musicisti russi all’indomani dell’invasione: bastava l’accusa generica di “propaganda” perché scattasse l’esclusione. È una forma aggiornata di maccartismo russofobo, che ha già mostrato in Italia quanto sia facile colpire giornalisti, studiosi, persino associazioni che chiedono solo di discutere pubblicamente le cause e gli effetti del conflitto. Il risultato è un clima: ci sono temi che non si toccano, tesi che non si formulano, libri che non si presentano. E chi lo fa viene delegittimato e, quando va male, cancellato dal cartellone o dal contratto di collaborazione.

Dentro questo quadro va inserita anche la “stampa sotto attacco”. Perché nello stesso arco temporale in cui a Torino si spegne un microfono e a Bruxelles si caccia un cronista, nella Striscia di Gaza e Cisgiordania sono stati uccisi oltre 260 giornalisti, cameraman e fotografi palestinesi, e non solo, che stavano solo facendo il lavoro che il sistema europeo oggi rende difficilissimo: raccontare ciò che non torna, ciò che incrina la narrazione ufficiale, ciò che mostra la sproporzione della forza. Se a sud del Mediterraneo si eliminano fisicamente i testimoni e a nord del Mediterraneo si puniscono quelli che fanno domande scomode, il messaggio che passa è unico: su certe guerre non si indaga, si ripete quanto calato dalle veline del potere.

Questo clima è pericoloso almeno per tre ragioni.

Primo, perché introduce la censura preventiva, che è esattamente ciò che i costituenti non volevano più vedere dopo il ventennio. Nel caso d’Orsi non si è aspettato di ascoltare la conferenza per eventualmente criticarla: la si è vietata a monte. Nel caso di Nunziati non si è neppure discusso sul merito della domanda: si è deciso che era “fuori luogo”. In entrambi i casi si rovescia la logica liberale e costituzionale, secondo cui si parla sempre, e solo dopo, se ci sono reati o apologie vietate, interviene la legge.

Secondo, perché trasforma il dissenso sulla guerra in un indicatore di lealtà all’Occidente. Se critichi la russofobia istituzionale vieni assimilato alla propaganda putiniana. Se chiedi se Israele deve pagare per le distruzioni a Gaza vieni assimilato alla propaganda filopalestinese. È una semplificazione brutale ma funziona benissimo nella polarizzazione odierna, e proprio per questo è pericolosa: perché spinge amministrazioni, istituti culturali e redazioni a tutelarsi censurando il pluralismo.

Terzo, perché legittima le interferenze di soggetti esterni sul governo della cultura e dell’informazione. Che un’associazione ucraina, o una sigla militante, faccia pressione è nella natura del conflitto politico. Che un’istituzione pubblica ceda subito, o che un’agenzia giornalistica scarichi un collaboratore per compiacere il clima istituzionale, è ciò che non dovrebbe accadere. Qui invece è accaduto. E quando accade una volta, diventa più facile farlo la seconda.

La cosa più amara, e lo dice lo stesso d’Orsi nella sua replica, è che difficilmente arriveranno scuse ufficiali, prese di posizione forti, correzioni di rotta. Perché una volta che si è accettata l’idea che esista una linea di governo del discorso pubblico sulla Russia e sulla guerra, o sulla Palestina e sulla ricostruzione di Gaza, chi se ne discosta è automaticamente marginalizzato. Ma se passa questo principio, domani potrà essere usato per altro: Cina, Venezuela, politiche sociali, persino contestazioni interne al Paese. È così che cominciano le derive autoritarie nelle democrazie: non con una legge-bavaglio generale, ma con tanti piccoli silenziamenti “giustificati”, presentati come atti di responsabilità.

Il punto, allora, non è difendere un professore perché è di sinistra o perché ha studiato Gramsci, né un giovane giornalista perché “precario”. Il punto è difendere il diritto di qualsiasi cittadino colto e di qualsiasi cronista di porre domande scomode in uno spazio pubblico. Se oggi lo si vieta perché “filorusso”, domani lo si potrà vietare perché “filo venezuelano, dopodomani perché “filosociale” in tempo di austerità. È un pendio scivoloso che va fermato adesso.

Per fermarlo occorre ripartire dalla lettera e dallo spirito della Costituzione. La lettera dice che la libertà di manifestazione del pensiero è di tutti e non è soggetta ad autorizzazioni. Lo spirito dice che lo Stato deve ampliare, non restringere, gli spazi di discussione, soprattutto quando la politica estera e militare diventa tema caldo. Se gli enti culturali pubblici, invece di essere luoghi del pluralismo, diventano filtri del consenso atlantico, e se le agenzie di stampa invece di proteggere la libertà di domanda la puniscono, allora significa che il patto costituzionale è stato incrinato.

Questo è il messaggio più grave che arriva da Torino e da Bruxelles. Non riguarda solo Angelo d’Orsi. Non riguarda solo Gabriele Nunziati. Riguarda ogni cittadino che vuole ancora vivere in una Repubblica dove prima si parla e poi, semmai, si contesta. Qui è successo l’opposto. Ed è per questo che va detto con chiarezza: cancellare una conferenza scomoda su pressione politica e licenziare un cronista per una domanda legittima sono atti di discriminazione e di regressione democratica. E vanno denunciati adesso, finché è ancora possibile farlo senza dover chiedere il permesso.

La tassa che non c’è e i privilegi che restano. Come la destra ha trasformato la patrimoniale in un fantasma utile

“Patrimoniale. Mai”. Il titolo l’ha fatto la premier sui social e la stampa l’ha rilanciato quasi all’unisono: giornali di destra che applaudono, testate mainstream che mettono in scena lo scontro “Meloni (responsabile) vs Schlein (tassatrice)”, spazio minimo per spiegare da dove arrivino i 26 miliardi evocati dalla Cgil e zero analisi su chi paga davvero le tasse in Italia. Il risultato è un frame perfetto: la patrimoniale non c’è, non è all’ordine del giorno, ma va comunque esorcizzata. È la solita operazione di distrazione: si prende una proposta limitata ai grandi patrimoni e la si fa passare per un attacco al “risparmio degli italiani”, cioè alla casa di abitazione e al conto da poche decine di migliaia di euro. 

Che cos’è, invece, la proposta effettiva? Non riguarda tutti, non riguarda i ceti medi fragili, non riguarda chi ha solo la prima casa. Riguarda l’1% al vertice: circa 500 mila persone che possiedono più di 2 milioni di euro di patrimonio. A questo segmento, la Cgil propone di applicare un contributo di solidarietà dell’1% (in alcune versioni 1,3%) e calcola un gettito potenziale di circa 26 miliardi. Il numero non è magico: si ricava dal fatto che l’1% più ricco, in un paese dove le famiglie hanno 11.286 miliardi di ricchezza netta, controlla una massa stimata attorno ai 2.600 miliardi. L’1% di 2.600 miliardi fa appunto 26 miliardi. Quindi: 26 miliardi non li prendi dai 60-70 miliardari in stile Forbes, che tutti insieme hanno “solo” poco più di 300 miliardi e darebbero al massimo 3 miliardi con un prelievo dell’1%; li prendi dal blocco più ampio dei grandi patrimonializzati, quello sopra i 2 milioni. È questo che la propaganda salta, perché dire “lo pagano i ricchi veri” non spaventa nessuno. 

C’è poi il secondo numero, quello che i giornali hanno messo in fondo o non hanno messo affatto. La Relazione annuale del Mef sull’economia non osservata mostra che l’evasione e l’elusione fiscali sono tornate sopra i 100 miliardi; incrociando queste stime con altre componenti del sommerso e con le mancate entrate contributive, la forchetta reale si avvicina molto ai 110-120 miliardi annui. Vale a dire: ogni anno in Italia sparisce una cifra pari a quattro o cinque volte la famosa patrimoniale “dei comunisti”. Eppure il fuoco non è lì. Il racconto pubblico non è “facciamo pagare chi evade”, ma “difendiamo i patrimoni da una sinistra tassatrice”. È un rovesciamento molto conveniente. 

È su questo terreno che si vede il ribaltamento politico del melonismo. In campagna elettorale Fratelli d’Italia si è presentato come il partito che avrebbe difeso “gli ultimi”, il ceto medio impoverito, i lavoratori a reddito fisso, i pensionati che non arrivano a fine mese. Una volta al governo, però, la scelta è stata un’altra: blindare i grandi patrimoni, rassicurare la fascia alta, non toccare le rendite e spostare il peso su chi è già tracciato. È esattamente ciò che una parte dell’opposizione aveva previsto: un governo di destra reazionario e liberista nei fatti, sostenuto dai grandi capitali e dagli interessi organizzati, ma costruito con un linguaggio sociale rivolto ai fragili. Il copione non è nuovo: anche il fascismo storico crebbe grazie al sostegno di industriali e latifondisti del Nord che in cambio ebbero ordine, manodopera disciplinata e repressione verso chi rivendicava salari e terra. Oggi cambia la forma, non la sostanza. 

Per capire perché questo racconto attecchisce, bisogna guardare alla struttura economica lasciata dalla Seconda Repubblica. Dagli anni ’90 in poi l’Italia è stata spinta verso un modello in cui “ognuno è imprenditore di se stesso”: smantellamento della grande impresa pubblica, culto del “piccolo è bello”, condoni periodici, abolizione o riduzione delle imposte su prima casa e successioni, tolleranza ampia verso il nero. Il risultato è un paese con 19 milioni di dipendenti ma oltre 5 milioni di imprese e quasi altrettanti autonomi: un imprenditore ogni tre lavoratori stabili, mentre in Francia il rapporto è uno a sette. Un paese in cui milioni di persone vivono in equilibrio tra sussidi, bonus e piccole elusioni, e in cui l’idea di “tassare il patrimonio” suona minacciosa perché la propaganda la fa coincidere con “tassare la casa”. Ma la casa di residenza, lo dice la stessa normativa, non è un reddito. La patrimoniale di cui si discute oggi non è questo. È un’altra cosa. 

Dentro questo quadro esiste un’altra stortura: chi paga tutto, paga più del dovuto; chi evade, spesso viene anche premiato. Con le riduzioni delle detrazioni in vari settori e con i nuovi condoni mascherati, chi emette fatture e versa l’Iva viene messo in concorrenza sleale con chi lavora in nero. E non esiste un vero premio all’onestà fiscale. Basterebbe potenziare le detrazioni su una gamma molto più ampia di spese, agganciarle ai pagamenti tracciati e far sì che per le famiglie e le piccole imprese sia più conveniente “stare dentro” che “stare fuori”. Invece il messaggio che passa è il contrario: chi è onesto viene controllato, chi è borderline ottiene rottamazioni e sanatorie. È una scelta politica, non una necessità tecnica.

Se poi si allarga ancora lo sguardo, si vede la catena delle dipendenze. Il debito pubblico italiano cresce di circa 100 miliardi l’anno, non di 3.000, ma è comunque una cifra enorme che obbliga a stare sotto la tutela dell’Unione europea e dei mercati. Il governo non può permettersi manovre espansive senza coperture e allora due sono le strade: o si va a prendere i soldi dove sono (grandi patrimoni, extraprofitti, lotta dura all’evasione), o si mantiene lo status quo e si sposta il peso su lavoratori e pensionati. La scelta fatta è la seconda. E per renderla digeribile si mette in scena lo scontro ideologico sulla patrimoniale, presentata come una follia della sinistra, mentre in realtà è una misura che molti economisti considerano persino moderata in un Paese così diseguale. 

Il sistema mediatico, in questo, gioca un ruolo decisivo. I titoli di questi giorni mettono in cartellone Meloni e Schlein, con Conte che si sfila e i giornali che parlano di “odio di classe”. Così la questione viene depotenziata: non è più “chi deve finanziare sanità e scuola?”, ma “la premier o l’opposizione ha ragione?”. Nel frattempo passa sotto silenzio il fatto fondamentale: con l’attuale livello di evasione e con l’attuale concentrazione di ricchezza nelle fasce alte, l’Italia potrebbe finanziare buona parte del suo welfare senza toccare un euro ai redditi medio-bassi. Semplicemente non lo fa. Per prudenza politica, per la forza delle lobby fiscali, per la paura di perdere consensi nei ceti produttivi del Nord, per la continuità storica con quel blocco sociale che da un secolo sostiene le destre italiane. 

Sul piano costituzionale la questione è persino più semplice. L’articolo 53 dice che tutti devono concorrere alle spese pubbliche in ragione della capacità contributiva e che il sistema tributario è informato a criteri di progressività. È un articolo chiarissimo: chi ha di più deve contribuire di più. Oggi accade l’opposto: la parte tracciata (dipendenti e pensionati) paga in modo quasi perfetto; una parte del mondo produttivo paga in modo incompleto; il vertice della piramide patrimoniale viene esonerato dal solo fatto di essere vertice. Una patrimoniale mirata sui patrimoni netti molto alti, con franchigie ampie per prime case e piccoli risparmi, sarebbe la semplice traduzione di quell’articolo in un momento storico in cui lo Stato deve finanziare sanità, non autosufficienza, scuola, ricerca e transizione ecologica. Rinunciarvi non è neutralità, è schierarsi. 

In controluce si vede anche un’altra cosa che i commenti sui social hanno colto bene: non esiste oggi in Italia un vero “premio” al risparmio onesto e alla proprietà frutto di lavoro; esiste invece una protezione testarda delle grandi eredità e delle rendite immobiliari e finanziarie alte. Una riforma fiscale che volesse davvero essere giusta dovrebbe fare tre cose insieme: colpire i patrimoni molto alti e le eredità molto ricche; allargare le detrazioni per chi spende in modo tracciato; rafforzare i controlli sul tenore di vita (villa, suv, barca vs reddito dichiarato) e sulle false prestazioni assistenziali. Sono tutte misure già discusse in passato e mai portate fino in fondo perché toccano interessi reali, molto più organizzati dei lavoratori dipendenti. 

Resta il punto politico di fondo. Il governo che dice “mai la patrimoniale” è lo stesso che, di fronte a sanità sottofinanziata, scuola in affanno, regioni che chiedono più risorse e una demografia in declino, non propone una via d’uscita diversa dal continuare a far pagare chi è già in chiaro. È un governo che parla in nome del popolo ma protegge il capitale, esattamente come una parte dell’opinione pubblica aveva segnalato all’inizio della legislatura. Può farlo perché alle spalle ha un sistema mediatico che amplifica le paure del ceto medio e mette il silenziatore sulle cifre dell’evasione e sulla concentrazione della ricchezza. Ma i numeri, se messi in fila, non lasciano scampo: 11.286 miliardi di ricchezza delle famiglie; 2.600 miliardi detenuti dall’1% più ricco; 26 miliardi ottenibili con un contributo dell’1% su questi patrimoni; oltre 100 miliardi di evasione strutturale ogni anno. È lì che stanno i soldi. Il resto è rumore. 

Meloni, Landini e il bersaglio sindacale. Dal sarcasmo di governo alla “resistenza” evocata da Montanari

Lo sciopero Cgil del 12 dicembre nasce dalla manovra, ma la risposta di Palazzo Chigi è tutta ideologica: delegittimare il conflitto sociale. Montanari: la premier usa lo stesso lessico antisindacale del fascismo. È un progetto, non uno sfogo.

Lo scontro tra Giorgia Meloni e la Cgil di Maurizio Landini sullo sciopero generale del 12 dicembre ha preso rapidamente una piega rivelatrice. Alla proclamazione della mobilitazione da parte del sindacato contro una manovra giudicata iniqua, la premier ha replicato con sarcasmo: “In quale giorno cadrà il 12 dicembre?”, alludendo alla retorica del “venerdì ponte”. Una risposta che evita accuratamente il merito della questione, ma rivela molto sul disegno politico in corso: delegittimare il sindacato riducendolo a caricatura.

Il contesto è chiaro. La legge di bilancio 2026 è stata criticata da più parti per la sua debolezza strutturale: non contrasta la perdita di potere d’acquisto dei salari, non rafforza i servizi pubblici già in crisi e affida la tenuta dei conti a tagli lineari che colpiscono in particolare territori, enti locali e comparto sanitario. Anche istituzioni come Bankitalia e Istat hanno espresso riserve. Lo sciopero, quindi, non è un atto simbolico o rituale: è la manifestazione concreta di un dissenso sociale radicato.

La reazione di Giorgia Meloni, però, non è nuova. Già ad ottobre, parlando dello sciopero pro-Gaza, la premier lo aveva definito “pretestuoso”, liquidandolo come “rivoluzione del weekend”. Identico schema: chi protesta viene ridicolizzato, i contenuti spariscono sotto una patina di dileggio.

In questo quadro si inserisce l’intervento del professor Tomaso Montanari, che ha parlato a Firenze durante l’assemblea dei delegati Cgil. Lo storico ha tracciato un parallelo netto tra il linguaggio di Meloni e quello di Benito Mussolini in materia di sindacati e conflitto sociale. La premier – ha sottolineato Montanari – parla del mondo del lavoro come “troppo sindacalizzato”, afferma che la “dialettica marxista” è un ostacolo e che capitale e lavoro devono essere “sullo stesso piano”. Anche Mussolini parlava di coordinazione e non di conflitto, di collaborazione e non di lotta di classe. Il lessico, per Montanari, è lo stesso, e non per caso.

L’aspetto più rilevante del suo discorso è la messa a fuoco di un piano politico: “Il continuo attacco al sindacato e al diritto di sciopero va preso non come uno sfogo, ma come un progetto lucido”. In altre parole, non si tratta di una reazione emotiva o di propaganda elettorale, ma di un’azione sistematica che punta a marginalizzare l’unico soggetto sociale ancora in grado di rappresentare in forma collettiva il lavoro organizzato.

Montanari ha ricordato anche l’assalto alla sede nazionale della Cgil del 9 ottobre 2021 da parte di gruppi neofascisti, come tappa iniziale di questo disegno. Un episodio troppo in fretta archiviato, ma che diventa eloquente se lo si collega alle parole della premier, alle narrazioni mediatiche ricorrenti e all’attuale retorica sull’“inutile sindacato della casta”. Un filo rosso che attraversa più stagioni, ma che oggi si manifesta con particolare forza nel tentativo di ridefinire i confini della democrazia repubblicana.

La battuta sullo sciopero del 12 dicembre, dunque, non è solo sarcasmo: è un segnale politico. Serve a consolidare un’idea: che chi sciopera è un ostacolo, un residuo del passato, un privilegiato. In questa visione, il conflitto sociale non è un diritto, ma un fastidio. Un’anomalia da ridicolizzare. Ma in realtà, chi rinuncia a una giornata di paga per manifestare contro una manovra penalizzante non è un parassita: è un cittadino che esercita un diritto costituzionale. Non va in vacanza: va in piazza per difendere il proprio futuro.

Meloni riesce a imporre questo frame narrativo anche grazie alle debolezze del fronte opposto: una Cgil che sciopera in solitaria, una Uil che fatica a costruire unità, una Cisl che si smarca appoggiando il governo, un’opposizione politica che appare più concentrata sulle elezioni del 2027 che sul sostegno alle lotte sociali. In questa disarticolazione, l’esecutivo può permettersi il lusso di colpire i sindacati con leggerezza, sapendo che il prezzo politico sarà minimo.

Ma è proprio questa la posta in gioco, come ha spiegato Montanari: il tentativo di sovvertire il paradigma della Repubblica fondata sul lavoro, in favore di un nuovo ordine privo di conflitto, dove il sindacato sopravvive solo se silenzioso. Parlare oggi di “resistenza” non è un vezzo accademico: è chiamare le cose con il loro nome. Perché se un governo arriva a banalizzare il diritto di sciopero, allora quel diritto va difeso. Non con nostalgia, ma con lucidità politica. Perché è lì, tra salario, dignità e conflitto, che si decide quale democrazia ci aspetta domani.

Il presidente del Consiglio Meloni, un Robin Hood al contrario

La legge di bilancio che il governo ha messo sul tavolo conferma ciò che molti hanno finto di non vedere per tre anni: questo esecutivo non è nato per redistribuire verso il basso, ma per consolidare verso l’alto. È un governo che ha chiesto il voto “del popolo” e oggi governa in favore di una ristretta fascia sociale ed economica. Lo dicono i numeri delle audizioni parlamentari, non un’opinione militante: metà delle risorse stanziate per il taglio dell’Irpef finiranno in tasca all’8 per cento più benestante del Paese; l’Istat ha chiarito che l’85 per cento del beneficio viene assorbito dai due quinti più ricchi; l’Ufficio parlamentare di bilancio ha spiegato che per operai e lavoratori a basso reddito si parla di briciole, 20-25 euro in un anno, mentre per chi supera i 50 mila euro il vantaggio arriva oltre i 400. È, letteralmente, la foresta di Sherwood capovolta: si toglie, o non si dà, a chi sta sotto, e si premia chi sta sopra.

La narrazione ufficiale parla di “tutela del ceto medio”. Ma il ceto medio, quello vero, è fatto di lavoratori dipendenti con salari compressi dall’inflazione, partite Iva a basso fatturato, famiglie che pagano mutui e bollette, e che soprattutto non possono spostare il proprio reddito in una società di comodo nei paradisi fiscali. Per loro, dicono sempre i tecnici ascoltati in Parlamento, il drenaggio fiscale non è affatto azzerato: sopra i 32 mila euro il fiscal drag continua a mordere, cioè l’inflazione ti spinge verso scaglioni più alti e tu continui a pagare più tasse di quante pagheresti se le aliquote fossero davvero indicizzate. Il taglio della seconda aliquota dal 35 al 33 per cento non è sufficiente a compensare questa perdita di potere d’acquisto. Insomma, per la maggioranza dei lavoratori non è una manovra di liberazione del reddito, è una manovra di vetrina.

Perché allora farla così? Perché la manovra si inserisce in un disegno più largo, che è politico prima che contabile. Da un lato si mantiene alta la pressione fiscale complessiva, si definanziano capitoli di spesa degli enti locali, si tiene la sanità poco sopra il 6 per cento del Pil senza costruire una vera curva di rilancio del Servizio sanitario, anzi sì sostiene e finanzia la sanità privata; dall’altro si garantiscono continuità, incentivi e condoni fiscali al sistema delle imprese, prorogando o rimodulando misure per 2-3 miliardi l’anno, come ha fatto notare la Banca d’Italia. È la fotografia di un esecutivo che considera prioritaria la stabilità del circuito economico che già sta bene, e opzionale la protezione dei ceti popolari e di chi vive nella fragilità.

Qui entra in gioco il tema di un disegno più ampio: la repressione non è un corpo estraneo rispetto alla politica di bilancio, è il suo complemento. Mentre si approvano decreti sicurezza che inaspriscono le pene contro chi protesta, si allargano i poteri di polizia, si restringono gli spazi del dissenso e lo si fa spesso via decreto, scavalcando il confronto parlamentare, si sta preparando il terreno per un modello in cui la maggioranza sociale perde reddito, diritti e servizi, ma non deve avere gli strumenti per dirlo in piazza. Lo hanno denunciato sindacati, giuristi e persino associazioni costituzionaliste: la stretta del 2025 sulla sicurezza, trasformata in legge, ha rappresentato “un atto gravissimo” proprio perché sposta l’asse dal diritto alla protesta alla tutela del potere esecutivo.

Se mettiamo in fila i pezzi, il cerchio si chiude davvero. Primo pezzo: una legge di bilancio minima, la più piccola dal 2014, che non fa politica industriale per i territori e non fa vera redistribuzione, ma si concede il lusso di destinare la metà della dote fiscale all’8 per cento più ricco. Secondo pezzo: un pacchetto di norme securitarie che in nome del “decoro”, della “sicurezza urbana”, della “tutela delle forze dell’ordine” rende più costoso manifestare, scioperare, contestare. Terzo pezzo: il percorso di trasformazione istituzionale (premierato, centralità assoluta di Palazzo Chigi, marginalizzazione del Parlamento, divisione delle carriere in magistratura per favorire i ceti più ambienti a discapito di quelli più fragili) che giuristi e riviste come Questione Giustizia hanno chiamato “estremismo istituzionale”, cioè un assetto che concentra il potere proprio mentre si riducono i margini di critica sociale.
È una sola regia, non tre storie separate.

La domanda politica allora è: per chi governa Giorgia Meloni oggi? Non per i lavoratori poveri, perché continua a non intervenire sul salario minimo e accetta che l’Italia resti uno dei Paesi con più working poor d’Europa. Non per le persone con disabilità e gli anziani non autosufficienti, perché i fondi restano insufficienti, spesso solo re-iscritti a bilancio dopo essere stati tagliati negli anni precedenti. Non per la fascia che vive di contratti a termine e part-time involontari, perché la manovra non costruisce né un reddito di garanzia né un welfare territoriale capace di compensare. Governa per un ceto economico e professionale che chiede alleggerimenti fiscali, meno vincoli e più rendita pubblica. Governa per i soggetti che hanno voce e lobby, non per quelli che hanno solo bisogno. E lo fa dopo aver ottenuto il consenso proprio in nome dei “dimenticati”. Questa è la definizione perfetta di Robin Hood al contrario.

C’è poi un aspetto che non va taciuto: questa scelta di campo avviene in un momento in cui la povertà assoluta è ai massimi storici e in cui gli stessi organismi indipendenti dicono che le misure adottate non avranno alcun effetto sulle disuguaglianze. L’Upb lo dice senza giri di parole: la riduzione della seconda aliquota è regressiva, cioè spinge le risorse verso l’alto. Istat aggiunge che solo una minima parte delle famiglie nel primo quinto di reddito vedrà un qualche beneficio. E la Corte dei Conti segnala che si continua a finanziare la compliance fiscale premiando chi non è in regola, con il rischio di penalizzare i contribuenti onesti. È un modello che protegge chi già è protetto.

Questo spiega anche la durezza crescente verso i movimenti sociali, le mobilitazioni per la pace, le piazze studentesche, i sit-in ambientalisti o per la Palestina: se lasci che le persone vedano chiaramente che il bilancio dello Stato viene scritto contro di loro, che le risorse si concentrano in alto e che i diritti sociali arretrano, quelle persone proveranno a organizzarsi. Se però rendi più rischioso protestare, se fai passare chi scende in piazza come “pericoloso”, se innalzi le pene contro la resistenza a pubblico ufficiale, allora puoi permetterti di fare manovre ingiuste con meno timore di doverle ritirare. È qui che la repressione diventa una tecnologia di governo economico.

Alla fine l’immagine è semplice e dura. Un governo nato con la promessa di “rimettere al centro gli italiani” presenta una manovra che premia l’8 per cento più ricco. Un governo che dice di difendere i “più deboli” approva decreti che indeboliscono proprio la capacità dei più deboli di farsi sentire. Un governo che si proclama “sovranista” rinuncia di fatto alla sovranità fiscale, perché sceglie di non tassare davvero dove sta la ricchezza e di non recuperare sul serio l’evasione, mentre chiede a sanità, scuola, enti locali e famiglie di stare “zitti e fermi”. Questo non è un incidente di percorso: è una linea. E più passa il tempo, più diventa chiaro chi siede davvero al tavolo con Giorgia Meloni. Non i lavoratori, non i disabili, non gli anziani. Ma quel pezzo di élite economica e professionale che non vuole pagare il conto della crisi e che ha trovato nel governo attuale un alleato disposto a sacrificare la parte più ampia del Paese.

Cacciato per una domanda: anatomia di un tabù occidentale

C’è un dettaglio che rende questa storia più grande del caso personale di Gabriele Nunziati. Il collega non ha insultato nessuno, non ha diffuso fake news, non ha violato segreti. Ha fatto quello che deve fare un cronista in un sistema democratico: mettere in relazione due principi dichiarati dall’Unione europea e chiedere se valgono per tutti. Il 13 ottobre, nel briefing di mezzogiorno a Bruxelles, ha chiesto alla portavoce della Commissione, Paula Pinho, se – alla luce della continua richiesta europea che la Russia paghi la ricostruzione dell’Ucraina – anche Israele dovrà pagare la ricostruzione di Gaza, dopo averla devastata. La portavoce ha trovato la domanda “interessante” ma ha scelto di non rispondere. Due settimane dopo l’agenzia per cui Nunziati lavorava, Nova, ha interrotto la collaborazione, definendo la domanda “tecnicamente sbagliata” e “fuori luogo”.

Qui non siamo davanti a un semplice contenzioso aziendale. Siamo davanti al segnale di un’epoca in cui la verità – o anche solo la ricerca di coerenza – viene messa sotto tutela quando tocca il nervo scoperto del conflitto israelo-palestinese e del ruolo dell’Occidente. Il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti lo ha capito subito, infatti ha parlato di “sconcerto” e ha ricordato una cosa ovvia ma oggi rivoluzionaria: non si può essere licenziati per aver posto una domanda. Ha chiesto il reintegro. Non è un atto corporativo, è un atto politico nel senso più alto: difendere la possibilità di fare domande scomode allo stesso livello della libertà di informare.

Perché questa domanda dà così fastidio

La domanda di Nunziati è logica, non ideologica. L’UE ha ribadito decine di volte che “la Russia dovrà pagare” per la distruzione arrecata all’Ucraina. È una chiave morale e giuridica: chi distrugge, paga. Il collega ha solo verificato se questo principio vale anche quando il distruttore è un alleato politico e militare dell’Occidente. Nel momento in cui si applica il principio di responsabilità ai nemici e lo si nega agli amici, il giornalista ha il dovere di mostrarlo. Ed è proprio quel gesto, la messa allo specchio, che diventa oggi intollerabile.

Il dettaglio forse più rivelatore è la smentita della Commissione: Bruxelles ha detto di non aver fatto alcuna pressione sull’agenzia, scaricando la responsabilità su Nova. Significa che il potere politico, almeno ufficialmente, non ha censurato. È l’azienda editoriale che ha deciso che quella domanda “metteva in imbarazzo”. Qui sta il cuore del problema: non serve più la censura di Stato se le redazioni interiorizzano il perimetro del dicibile e puniscono da sole chi lo supera. È un’autocensura privatizzata.

La stampa sotto attacco

Per capire fino in fondo perché questo caso è grave, bisogna guardare a Gaza. Lì, nello stesso arco temporale in cui a Bruxelles un cronista perde il lavoro per una domanda, è in corso il più grande massacro di giornalisti mai registrato in un conflitto moderno. Le Nazioni Unite, il Committee to Protect Journalists, la Federazione internazionale dei giornalisti e Reporters Without Borders hanno documentato che dal 7 ottobre 2023 a oggi in Gaza sono stati uccisi oltre 240 giornalisti e operatori dei media, quasi tutti palestinesi; alcune ricostruzioni incrociate arrivano a 270 nomi entro l’agosto 2025. È una cifra spaventosa, che non ha precedenti e che fa dire agli organismi internazionali che Gaza è il luogo più letale al mondo per chi fa informazione. Israele ha colpito case, auto contrassegnate stampa, tende stampa negli ospedali, redazioni, e ha continuato a impedire l’ingresso stabile di reporter stranieri, costringendo i palestinesi a raccontare da soli la propria distruzione. È la fotografia di una stampa sotto attacco, fisico e deliberato. 

Quando in un luogo muoiono più di duecento reporter nel tentativo di mostrare al mondo ciò che succede e in un altro luogo, nel cuore dell’Europa, un giornalista viene allontanato perché prova a collegare Gaza alle responsabilità di chi la bombarda, il messaggio che passa è unico: le domande su Gaza sono pericolose. A sud si eliminano i testimoni, a nord si scoraggiano quelli che potrebbero far notare la contraddizione. È la stessa filiera del silenzio, solo applicata con strumenti diversi.

Un clima costruito negli anni

Non è un episodio isolato. Nel 2024 Israele ha chiuso e perquisito le strutture di Al Jazeera, giustificando la mossa con la sicurezza nazionale: è stato un colpo frontale alla libertà di stampa e le associazioni internazionali hanno parlato di tentativo di spegnere la luce su Gaza. Se uno Stato in guerra prova a spegnere le telecamere, lo capiamo: è nella logica dei conflitti. Ma quando lo stesso silenziamento, più sottile, arriva dentro le capitali europee, allora siamo davanti a un’osmosi pericolosa tra agenda politico-militare e filtri informativi. 

Nello stesso 2024-2025 una lunga serie di organizzazioni europee dei giornalisti ha chiesto all’UE di sanzionare Israele per gli attacchi sistematici ai reporter palestinesi e per l’impedimento all’accesso a Gaza: il problema è noto, documentato, nominato. Ma mentre le organizzazioni rivendicano più libertà, dentro alcune testate cresce l’ansia di essere accusate di vicinanza a posizioni non gradite solo perché si dà voce a un punto di vista non allineato. È lo stesso argomento usato da Nova per giustificare il licenziamento: il video della domanda era circolato su canali non graditi, quindi il problema non era solo la domanda, ma chi se n’era appropriato. È l’argomento perfetto per criminalizzare la notizia in base a chi la condivide. 

La fase che opprime le domande

Siamo in un periodo storico che opprime la verità e le domande lecite. Su Gaza e, più in generale, sui conflitti in cui l’Occidente è parte in causa, si è formato un recinto semantico. Dentro ci stanno le formule sul diritto alla sicurezza di Israele, le condanne agli attacchi terroristici, la generica preoccupazione umanitaria. Fuori dal recinto restano le domande sulle responsabilità materiali delle distruzioni, sulle catene di comando, sul doppio standard nell’applicazione del diritto internazionale. Chi prova a uscire dal recinto non viene arrestato, ma viene delegittimato, isolato, a volte cacciato.

In altri Paesi europei si è andati anche oltre. In Germania, per esempio, la stretta contro la solidarietà con la Palestina è diventata un modello: eventi annullati, attivisti identificati, slogan criminalizzati, perfino parlamentari richiamati per frasi ritenute filopalestinesi. È un contesto che educa i media alla prudenza e li spinge a non farsi associare a ciò che lo Stato ha marcato come sensibile. Il risultato è che la domanda giornalistica viene trattata come una provocazione politica. 

Perché il caso Nunziati riguarda tutti

Questo episodio colpisce perché avviene a Bruxelles, cioè nel luogo che ogni giorno fa la morale al mondo su libertà di stampa e stato di diritto. Se nel cuore dell’UE un giornalista perde il lavoro per aver chiesto coerenza sull’applicazione del diritto internazionale, mentre a pochi chilometri di distanza dalle nostre coscienze vengono uccisi centinaia di reporter che tentano di documentare un massacro, allora possiamo dire che la libertà di stampa non è più solo minacciata da regimi altri, ma anche da filiere editoriali europee che hanno paura di disturbare gli equilibri geopolitici del momento. È lo stesso meccanismo che porta Israele a impedire a reporter stranieri di entrare a Gaza: meno occhi, meno domande, meno responsabilità. 

Che cosa rivendicare adesso

Primo: la reintegrazione, perché lo chiede l’organismo di categoria ed è l’unico modo per dire che la domanda giornalistica non è una colpa.

Secondo: la trasparenza dell’agenzia Nova sulle motivazioni reali, perché la formula “tecnicamente sbagliata” è troppo vaga e lascia intendere che non si debbano fare domande su questioni politicamente spinose.

Terzo: che la Commissione europea, se davvero non ha fatto pressioni, lo dica con più forza e colga l’occasione per ribadire che le domande sulla proporzionalità dell’uso della forza di Israele, sulla distruzione delle infrastrutture civili e sulla futura ricostruzione di Gaza sono legittime e rientrano nel dibattito pubblico europeo. Non basta dire “non abbiamo chiamato l’agenzia”, bisogna dire “quella domanda è legittima”.

E poi c’è la battaglia più ampia: pretendere un’inchiesta internazionale sulla strage di giornalisti a Gaza e legarla, senza timidezze, alla questione europea della libertà di stampa. Perché se si accetta che quasi trecento reporter possano essere uccisi in meno di due anni senza che i responsabili ne rispondano, sarà più facile accettare anche che un cronista europeo venga messo alla porta per una domanda scomoda. Le due cose stanno insieme, fanno parte dello stesso tempo politico.

Fonti principali: ONU, Committee to Protect Journalists, International Federation of Journalists, Reporters Without Borders, comunicazioni Odg italiano. 

Regalare il futuro: la svendita sistematica del patrimonio pubblico italiano

È un processo che non nasce oggi, ma che nel corso di tre decenni ha assunto dimensioni strutturali: lo Stato italiano, con le proprie imprese strategiche, viene progressivamente smontato, ceduto, mercificato. Ciò che fino a poco tempo fa era centrale per la sovranità industriale nazionale è oggi un pacchetto da “monetizzare”. E il governo Meloni, lungi dall’interrompere il corso, lo sta portando fino alle sue ultime conseguenze.

In questo articolo ricostruiamo la traiettoria recente, aggiorniamo i casi più emblematici con dati 2024/2025 e ragioniamo sulle implicazioni politiche, economiche e sociali.

  1. Un’eredità quarantennale: la privatizzazione come paradigma permanente

Il “modello privatizzazioni” affonda le sue radici nei primissimi anni Novanta, quando l’IRI — storica anima industriale dello Stato — comincia il suo smembramento. Da allora, decine di aziende pubbliche, infrastrutture e servizi strategici sono stati trasformati in merci, ceduti al miglior offerente. Nel tempo si è consolidato un dogma: “pubblico = inefficiente, privato = virtuoso”. Ma le grandi privatizzazioni italiane (telecomunicazioni, energia, banche, autostrade) non sono state solo operazioni economiche: hanno segnato un cambio di paradigma, un trasferimento simbolico e reale di sovranità al mercato finanziario.

Negli ultimi anni il dibattito internazionale ha iniziato a rimettere in discussione quel dogma (reinternalizzazioni, modelli ibridi pubblico-privato). In Italia, qualche segnale timido esiste, ma la sostanza resta: valorizzare sul mercato ciò che ancora rimane “vendibile” del patrimonio pubblico.

  1. Il piano delle dismissioni 2025–2026: quanto resta sul tavolo?

Nel 2025 il governo ha indicato un obiettivo di incassi da privatizzazioni nell’ordine di circa 17,5 miliardi di euro sui prossimi anni, ridimensionando però tempi e ambizioni rispetto ai proclami iniziali. L’operazione resta centrale per far quadrare i conti della finanza pubblica, con un DEF che aumenta i margini di disavanzo (circa +0,4 punti di PIL nel 2025, +0,7 nel 2026, +1,1 nel 2027). In agenda figurano quote di Poste, MPS, partecipazioni residue in società energetiche e altri asset infrastrutturali; ma diversi osservatori notano che “il sacco è quasi vuoto”: ciò che poteva essere venduto è già stato ceduto, o è difficile da valorizzare ulteriormente.

  1. I casi simbolo aggiornati (2024–2025)

TIM / Rete fissa (NetCo/FiberCop/KKR)
• 1 luglio 2024: perfezionata la cessione della rete fissa di TIM al fondo statunitense KKR (tramite FiberCop/Optics BidCo), con valutazione fino a 22 miliardi. L’organico complessivo scende da 37.065 a 17.281 addetti. Contratto pluriennale per l’affitto della rete, golden power esercitato con prescrizioni. È il passaggio di un’infrastruttura vitale alla finanza internazionale, con governance pubblica residuale.

Ex Ilva / Acciaierie d’Italia
• Dossier ancora fragilissimo: tra commissariamenti, subentri e piani di “rilancio”, prevalgono ipotesi di nuova cessione e tagli occupazionali, con oneri pubblici per decarbonizzazione. Tutto questo mentre la domanda globale di acciaio è sostenuta anche dalle politiche di riarmo europee. (Fonti multiple di settore; scenario coerente con l’evoluzione 2024/25)

ITA / Lufthansa
• Gennaio 2025: Lufthansa finalizza l’acquisto del 41% di ITA (saldo 59% al MEF), con prospettiva di progressiva integrazione operativa. Nel frattempo, la CIG per circa 2.000 ex lavoratori Alitalia è prossima alla scadenza: manca un piano robusto di ricollocazione.

MPS (Monte dei Paschi di Siena)
• Dopo la nazionalizzazione per salvataggio, lo Stato ha ridotto la propria quota a meno dell’11–12%; la traiettoria è di privatizzazione, mentre operazioni straordinarie (fusioni/alleanze) hanno generato plusvalenze importanti per grandi investitori (famiglia Del Vecchio tramite Delfin, gruppo Caltagirone, fondi come BlackRock). Un’occasione mancata per costruire un polo bancario pubblico con Cassa Depositi e Prestiti.

Stellantis / Automotive
• Tra delocalizzazioni, compressione salariale e rendite finanziarie, il rischio è che l’Italia scivoli a sito di assemblaggio marginale, mentre il valore aggiunto si cattura altrove. La riconversione verso produzioni dual-use e militari, finanziata con risorse pubbliche, non garantisce presidio strategico, dato che la governance e la base fiscale del gruppo non sono italiane.

Partecipazioni in Eni, Enel e imprese energetiche
• Ulteriori cessioni/ritocchi di quote riducono il perimetro del controllo pubblico su settori chiave. Sul fronte downstream, il dossier IP/API e l’interesse Socar riaccendono il tema della sovranità energetica (trattative e scenari 2024/25).

  1. Il caso Autostrade/Benetton e il Ponte Morandi: quando il profitto scavalca la sicurezza

La vicenda Autostrade per l’Italia (Aspi) è il paradigma di cosa accade quando un’infrastruttura essenziale viene gestita con priorità di massimizzazione del rendimento anziché di tutela dell’interesse pubblico.
• 14 agosto 2018: crolla il Ponte Morandi a Genova, una delle più gravi tragedie infrastrutturali della storia recente italiana. Il maxi-processo, con 57 imputati, è tuttora in corso e la sentenza è attesa nel 2026 (alcuni reati minori già prescritti). Lentezze giudiziarie a parte, la sostanza politica è chiara: la manutenzione e il controllo di sicurezza di un asset vitale non possono dipendere dalla logica del dividendo.
• Maggio 2022: dopo un lungo braccio di ferro, Atlantia (galassia Benetton) perfeziona il closing vendendo l’88,06% di Aspi al Consorzio formato da CDP Equity (51%), Blackstone (24,5%) e Macquarie (24,5%). Controvalore: ~8,2 miliardi di euro (inclusa ticking fee e al netto di aggiustamenti).
• Agosto 2025: a sette anni dal crollo, il Comitato Ricordo delle Vittime e altre associazioni depositano un esposto per chiarire le cifre della transazione e la gestione post-tragedia, denunciando una “Aspi spolpata” prima del passaggio di mano. È un atto simbolico, ma indica una percezione pubblica diffusa: la privatizzazione di un servizio essenziale ha generato profitto privato e rischio pubblico.

Questo caso spiega, meglio di qualsiasi teoria, perché le dismissioni di asset strategici non possono essere la scorciatoia per fare cassa: quando la manutenzione è un costo e il dividendo un obiettivo, la sicurezza arretra. Il pubblico finisce per pagare due volte: prima con tariffe e dividendi, poi con ricostruzioni, cause, risarcimenti e dolore sociale.

  1. Una mappa dei guadagni e delle perdite: cifre, attori, controparti

Incassi e obiettivi
• 2025: piano di privatizzazioni con incassi attesi fino a 17,5 miliardi (poi “rimodulati”). Ma molti dossier slittano e la “capacità residua di vendita” si assottiglia.

Chi guadagna
• Fondi internazionali (KKR, BlackRock, ecc.) entrano nei nodi strategici.
• Gruppi nazionali già avvantaggiati consolidano rendimenti (Delfin, Caltagirone).
• Governi di ogni colore orchestrano con atti formali (golden power, decreti, patti parasociali) una cessione “controllata”, ma pur sempre cessione.

Chi perde
• Lavoro (esuberi, esternalizzazioni: il caso TIM è plastico).
• Capacità di pianificazione: l’indirizzo industriale scivola verso obiettivi estranei al bene collettivo.
• Sovranità tecnologica/energetica: cresce la dipendenza da capitali, tecnologie e forniture estere.

  1. Il silenzio dell’opposizione e la resa dei corpi intermedi

Qui sta il punto politico. L’operazione di dismissione è diventata bipartisan: governi di destra, sinistra e tecnici hanno partecipato allo stesso disegno, spesso giustificandolo con vincoli europei o urgenze di finanza pubblica. La CGIL e, più in generale, il sindacato confederale hanno spesso risposto con mobilitazioni parziali, senza un progetto industriale alternativo all’altezza del passaggio storico. Il risultato è un depotenziamento dello Stato che procede quasi senza resistenza, trasformandosi in normalità.

  1. Le radici del dominio neoliberista europeo

La cornice è europea: concorrenza, aiuti di Stato, regole fiscali hanno spinto gli Stati a “non fare impresa”, limitandosi a incentivare i privati. Anche il Next Generation EU e i pacchetti per la transizione green/digitale tendono a scorrere lungo canali finanziari transnazionali, lasciando alla capacità progettuale pubblica un ruolo spesso ancillare. Finché l’Italia non riapre il dossier della sovranità industriale in sede UE, ogni tentativo di re-industrializzare resterà parziale.

  1. Strategie per invertire la rotta (con i piedi per terra)
    1. Patrimonio pubblico come leva strategica
      Non zavorra da liquidare, ma volano di sviluppo: energia, reti, manutenzione straordinaria del territorio, sanità digitale, manifattura avanzata.
    2. Clausole dure nelle privatizzazioni
      Diritto di reversione, vincoli occupazionali, tetti alla distribuzione di utili, poteri speciali effettivi e verificabili.
    3. Piani industriali pubblici veri
      Non “aiuti” a pioggia a grandi gruppi, ma campioni pubblici capaci di guidare filiere (energia, semiconduttori, batterie, mobilità, agro-tech).
    4. Ricostruzione dei corpi sociali
      Dalle vertenze singole a un fronte civico-produttivo che faccia dei beni comuni la propria piattaforma politica.
    5. Contrattazione in Europa
      Portare il tema della sovranità industriale al centro dei tavoli: senza spazi per imprese pubbliche e consorzi misti mission-oriented, l’Italia resterà subfornitore.
    6. Trasparenza radicale
      Ogni dismissione deve essere accompagnata da bilanci pubblici leggibili, consultazioni territoriali, indicatori di sicurezza/qualità (il caso Autostrade insegna), e monitoraggi indipendenti ex-post.

Conclusione

L’Italia vive un dramma silenzioso: la dissoluzione del proprio apparato industriale e l’alienazione del capitale pubblico. Non è fatalità, è scelta. Il governo Meloni non ha inventato nulla: ha ereditato una linea e l’ha accelerata. Se l’opposizione non rompe la gabbia ideologica, ci consegnerà un Paese più povero, meno libero, più dipendente.

Il tempo per invertire la rotta non è infinito. Servono schiena dritta e visione: uno Stato non “minimo”, ma protagonista. E soprattutto, un principio: ciò che è strategico — reti, energia, infrastrutture, dati, sicurezza — non si mette all’asta. Il Ponte Morandi ce lo ricorda ogni giorno.

Fonti essenziali per i dati aggiornati (2024–2025)
• Piano privatizzazioni e cifre 2025: la Repubblica (15 aprile 2025).
• TIM/KKR (valutazione fino a 22 mld; organico a 17.281): ANSA, Il Fatto Quotidiano, Gruppo TIM (1 luglio 2024).
• ITA/Lufthansa (41%): Lufthansa Group newsroom (17 gennaio 2025), MEF (3 luglio 2024).
• Autostrade/Aspi (closing e controvalore ~8,2 mld): Sky TG24 (6 maggio 2022), Mundys/Atlantia (5 maggio 2022), ANSA (6 maggio 2022).
• Ponte Morandi (stato del maxi-processo; sentenza attesa 2026): la Repubblica Genova (12 agosto 2025).
• Esposto delle vittime su Aspi “spolpata”: Avvenire (14 agosto 2025).

Prima il software, poi l’hardware: perché la rivoluzione (se ci sarà) sarà culturale prima che economica

C’è un punto che fa inciampare ancora tanti compagni generosi e testardi: l’idea che la trasformazione passi anzitutto dall’economia e che basti cambiare i rapporti di produzione per veder fiorire, quasi per magia, nuove istituzioni, nuove coscienze, nuovi comportamenti. È l’eredità più pesante della vulgata marxista: la convinzione che la “struttura” determini linearmente la “sovrastruttura”. La storia, però, si è presa il suo tempo e ci ha restituito un verdetto scomodo: senza una mutazione culturale e antropologica profonda, nessun cambio di assetto economico regge. Il software precede l’hardware.

Una diagnosi potente, una terapia sbagliata
A Karl Marx va riconosciuto un merito enorme: ha capito il capitalismo meglio dei capitalisti, descrivendone dinamiche, contraddizioni, capacità di espansione e di assorbimento. La diagnosi era potente; ma la prognosi (la “fine imminente”) non si è verificata, e la terapia proposta—statalizzazione dei mezzi di produzione e dittatura del proletariato—ha generato, nelle sue traduzioni storiche più note, regimi autoritari, burocrazie asfittiche, nuove élite. Non è un incidente di percorso o una semplice “deviazione”: è il segno di un punto cieco teorico. Se cambi le forme giuridiche della proprietà senza cambiare la grammatica del vivere, il potere si ricompone altrove. Le strutture si piegano; le culture resistono.

Il punto cieco dell’economicismo
Il rapporto struttura/sovrastruttura non è un nastro trasportatore che porta automaticamente dalla riforma economica alla fioritura civile. È un circuito a doppio senso, spesso dominato dalla “sovrastruttura” intesa come abitudini, simboli, desideri, immaginario. L’“uomo nuovo” non nasce per decreto né per esproprio: nasce, se nasce, da una pedagogia sociale lunga, da pratiche diffuse, da un diverso modo di stare al mondo. Qui il marxismo, almeno nella sua forma scolastica, è corto di fiato. Aveva intravisto la centralità dell’alienazione, ma ha sottovalutato quanto profondamente l’alienazione sedimenti stili di vita, aspirazioni, metriche di successo. Senza una rivoluzione del desiderio, la rivoluzione della proprietà è sabbia.

Le prove generali (fallite)
Le esperienze novecentesche che si sono richiamate al comunismo hanno mostrato esattamente questo: dove è mancata una trasformazione culturale capillare—nell’educazione, nella famiglia, nel rapporto con il tempo, con il consumo, con la cura—la nuova struttura si è presto irrigidita, producendo apparati e caste. E dove si è provato a “riformare” dall’alto l’immaginario, si è scivolati nella propaganda. La politica ha tentato di correggere il cuore con la legge, ma il cuore, testardo, è rimasto altrove.

Cosa significa “rivoluzione culturale e antropologica” (senza slogan)
Non è una formula da convegno. È un lavoro di lungo periodo sul modo in cui impariamo, consumiamo, abitiamo, lavoriamo, amiamo. È una pratica che precede e accompagna ogni scelta istituzionale. Tradotto in agenda minima:
1. Educazione critica lungo l’arco della vita
Non basta “istruire”: serve imparare a leggere il mondo, a riconoscere le retoriche della paura e del consumo, a smontare i dispositivi della manipolazione. Didattica cooperativa, media literacy, logica dell’argomentazione. Una società che discute bene, decide meglio.
2. Ecologia del desiderio
Il capitalismo è un motore di desideri. O lo si sostituisce con un’altra ecologia del desiderio—sobrietà felice, beni comuni, tempo liberato, relazioni non mercificate—oppure qualunque modello economico alternativo verrà risucchiato dall’aspettativa di status e possesso.
3. Lavoro come attività dotata di senso
Ridurre il lavoro a puro reddito è stato l’errore di due secoli. La rivoluzione inizia quando il lavoro torna ad essere mestiere, cura, cooperazione e qualità. Politiche di riduzione dell’orario, redistribuzione, ma anche trasformazione dell’organizzazione produttiva: più autonomia, più responsabilità, meno alienazione.
4. Comunità locali come infrastrutture sociali
Senza comunità non c’è democrazia. Cooperative, mutue, spazi civici, biblioteche, case del quartiere: la politica viva si fa nei luoghi, non solo nei parlamenti. Qui si allena il muscolo della partecipazione, si costruisce fiducia, si sperimentano modelli economici di prossimità.
5. Tecnologie al servizio della libertà (non del controllo)
La neutralità tecnologica è una favola. Va pretesa trasparenza algoritmica, software libero nella PA, tutela dei dati come bene comune, infrastrutture digitali pubbliche. Senza questo, ogni rivoluzione economica resta mappata e governata da poteri opachi.
6. Cultura della cura
Una società si misura su come tratta i più fragili. Portare al centro cura, disabilità, infanzia, anziani non è buonismo: è ribaltare la gerarchia dei valori. La cura come criterio guida riprogetta città, tempi di vita, spesa pubblica, metriche economiche.
7. Politica come pratica, non come appartenenza
Meno tifoserie ideologiche, più laboratori civici. Meno “linee” calate dall’alto, più programmi costruiti con chi abita i problemi. Senza questa rivoluzione del metodo, ogni bandiera alternativa diventa un marchio in cerca di mercato.

Tempi lunghi, fermezza quotidiana
Una rivoluzione culturale non ha l’adrenalina dell’evento, non regala l’ebbrezza dell’“ora o mai più”. È un cammino. È progressiva, non traumatica; richiede pazienza, ma anche coerenza radicale. Non significa rinunciare alla conflittualità: significa selezionarla, organizzarla, radicarla in pratiche. Le riforme, in questa prospettiva, non sono palliativi ma tappe di una rivoluzione lenta: il salario minimo che spinge su dignità e contrattazione; i servizi territoriali che ricuciono comunità; la scuola che diventa laboratorio critico; la sanità pubblica che rifiuta l’aziendalizzazione; la fiscalità che smonta rendite e inquina meno. Ogni riforma è un mattone, se orientata.

Perché “rifondare il comunismo” non basta
Si può obiettare: ma il marxismo “vero” era altro, le applicazioni storiche lo hanno tradito. Anche ammesso, resta il fatto politico che l’immaginario collettivo associa “comunismo” a quei fallimenti e a quelle derive. Non si corregge un’immagine sedimentata in miliardi di teste con un esercizio filologico. E, soprattutto, la parte più debole del marxismo—l’economicismo—non si risolve con un’operazione cosmetica: occorre un paradigma che metta al centro soggettività, cultura, simboli, relazioni, e che pensi l’economia come ecosistema sociale, non come leva unica.

Un’alternativa senza scorciatoie
Le scorciatoie sono seducenti e inutili. La via che resta è più umile e più esigente: cominciare da dove siamo, costruire istituzioni giuste mentre costruiamo persone libere, cambiare il senso comune mentre cambiamo le regole del gioco. Fare pace con l’idea che le svolte epocali hanno tempi epocali. E allo stesso tempo accettare l’urgenza: perché senza questa rivoluzione del software—educativa, culturale, antropologica—l’hardware del pianeta e delle nostre democrazie si romperà. L’alternativa è nota: la barbarie o, peggio, l’autodistruzione. Non è un iperbole morale: è un promemoria politico.

Cominciare adesso, dove siamo
La rivoluzione comincia quando smettiamo di delegarla a un evento salvifico e iniziamo a praticarla come stile di vita e progetto collettivo. Non è meno politica: è più politica. Non rinuncia a cambiare la struttura: prepara le condizioni perché il cambiamento non venga riassorbito. È una rivoluzione che insegna a desiderare diversamente, a lavorare diversamente, a contare diversamente. Lontana dagli slogan, vicina alle persone. Lenta, ma ostinata. E, soprattutto, possibile.

Poveri per scelta politica: il fallimento dell’ADI e la resa dello Stato di fronte alla miseria

Se guardiamo i numeri senza ideologia, l’Italia di oggi ha deciso chi aiutare e chi no. E la scelta ricade sempre meno sui poveri. Il Rapporto 2025 di Caritas Italiana è chiarissimo: la riforma Meloni–Calderone ha sostituito un’impostazione universalistica (aiutare chi è povero in quanto tale) con una logica categoriale che premia solo alcuni nuclei (quelli con minori, anziani o disabili) e lascia fuori gli altri. È un unicum in Europa e, soprattutto, è un arretramento culturale: “assicurare a tutti i poveri una vita decente” smette di essere compito dello Stato. Non è un giudizio politico: è ciò che mostrano i dati e che la stessa Caritas definisce come “limitato interesse del governo per la lotta alla povertà”.

Il cuore della riforma: meno platea, meno efficacia
La differenza tra Reddito di cittadinanza (RdC) e Assegno di inclusione (ADI) non è solo nominale. Stando alle stime della Banca d’Italia riportate da Caritas, il RdC riduceva l’incidenza della povertà assoluta dall’8,9% al 7,5%. L’ADI, con la platea più stretta, arriva appena all’8,3%. Tradotto: con l’ADI più persone restano sotto la soglia di povertà. E non per caso, ma per design istituzionale.

Nord povero invisibile, Sud iper-rappresentato
La riforma riproduce e aggrava il disallineamento territoriale già noto con il RdC. Dati alla mano: al Sud risiede il 45% dei nuclei in povertà assoluta ma arriva il 68% dei benefici dell’ADI; nel Nord, dove si concentra il 41% delle famiglie povere, il sostegno si ferma al 15%. Il risultato è doppiamente distorsivo: crea “falsi negativi” (poveri esclusi) nelle aree a costo della vita più alto e “falsi positivi” altrove. Questo non è un inciampo tecnico: è il prodotto di soglie uniformi che ignorano differenze reali di prezzi e bisogni.

Gli stranieri pagano il conto più alto
Nel 2023 l’incidenza di povertà assoluta tra le famiglie con almeno uno straniero è stata del 30,4%, quasi cinque volte quella delle famiglie composte solo da italiani. Eppure l’accesso all’ADI continua a essere ostacolato da requisiti anagrafici e patrimoniali severi, con un effetto di esclusione strutturale che il passaggio da 10 a 5 anni di residenza non ha risolto. È un cortocircuito: più povertà, meno accesso allo strumento.

SFL, la “politica attiva” che non attiva
Il Supporto per la formazione e il lavoro (SFL) doveva essere la grande novità. In pratica, gli operatori lo definiscono “una scatola vuota”: pochi presi in carico, percorsi formativi scollegati dal mercato, inserimenti occupazionali quasi nulli. I numeri confermano la modestia della scala: al 30 giugno 2025 risultano circa 182 mila persone che hanno ricevuto almeno una mensilità SFL, a fronte di un fabbisogno ben più ampio e senza evidenze robuste di impatto occupazionale.

La coperta troppo corta (per scelta)
Nel 2025 le soglie dell’ADI sono state rialzate solo dell’8,3%, un adeguamento che non ha recuperato l’inflazione accumulata dal 2019. Significa che, in termini reali, il beneficio “compra” meno beni essenziali oggi rispetto a ieri. Quando si stringe la spesa sociale in questo modo, non si risparmia: si scarica il costo della povertà sulle famiglie, sui comuni e sul volontariato, come testimonia l’aumento di richieste alle Caritas diocesane.

Il confronto europeo: perché noi andiamo contromano
Nel 2023 l’UE ha raccomandato agli Stati membri di garantire redditi minimi adeguati e davvero accessibili, con standard comuni e strumenti integrati (dal sostegno al reddito ai servizi per casa, salute, lavoro). Italia ha scelto la strada opposta, restringendo l’accesso. Intanto la Spagna ha rivalutato l’Ingreso Mínimo Vital fino al 2025 con incrementi cumulati nell’ordine del 40% e oltre, e la Germania ha introdotto il Bürgergeld nel 2023 rendendo più generose e meno stigmatizzanti le regole di base, con meccanismi di aggiornamento che tengono conto dell’inflazione. Non stiamo parlando di regali: stiamo parlando di assicurare lo standard minimo di vita in un continente che si dice civile.

Il punto politico: la povertà non è un vizio privato
Dietro questa riforma c’è una narrazione: i poveri “giusti” sono quelli con figli, gli altri devono arrangiarsi. Chi lavora ma prende salari da fame viene rimandato a corsi e “politiche attive” che non portano lavoro. E intanto la forbice si apre: prezzi alti, affitti ingestibili, bollette che tornano a correre. Se lo Stato restringe le tutele proprio quando servono, la povertà diventa una condanna, non una condizione da cui uscire.

Cosa fare, subito
Primo: ripristinare l’universalismo selettivo, cioè una misura di reddito minimo accessibile a tutte le persone in povertà economica, con soglie e importi adeguati al costo della vita per area, come chiede la Caritas. Secondo: rivedere radicalmente l’SFL, legando i percorsi a domanda reale e filiere locali, e premiando non le ore di aula ma gli esiti occupazionali. Terzo: consentire la cumulabilità intelligente tra lavoro e beneficio per accompagnare l’uscita graduale dalla povertà senza “trappole della povertà”. Quarto: allineare l’Italia alla Raccomandazione UE con standard vincolanti su adeguatezza e accesso, e istituire équipe multidisciplinari che tengano insieme reddito, casa, salute e servizi sociali. Non è beneficenza: è politica economica di base, è coesione sociale, è Costituzione.

Non c’è nulla di inevitabile nell’aumento della povertà. È il risultato di scelte. Oggi l’Italia ha scelto di restringere. Domani può scegliere di allargare lo spazio dei diritti, restituendo ai poveri il minimo che spetta in un Paese che vuole chiamarsi civile.

Fonti essenziali e dati citati
– Caritas Italiana, Rapporto 2025 “Assegno di Inclusione: un primo bilancio” (analisi su riduzione platea, minore efficacia ADI, squilibri territoriali e criticità SFL).
– Banca d’Italia (stime riportate da Caritas): RdC 8,9→7,5% vs ADI 8,3% sull’incidenza di povertà assoluta.
– INPS, Osservatorio ADI/SFL (giugno–luglio 2025): 868 mila nuclei con almeno una mensilità ADI; 68% dei nuclei al Sud; 181.942 beneficiari SFL.
– ISTAT, povertà 2023: 8,4% famiglie e 9,7% individui in povertà assoluta; incidenza 30,4% tra le famiglie con almeno uno straniero.
– Consiglio dell’UE, Raccomandazione 2023 su reddito minimo adeguato.
– Confronto europeo: Spagna (IMV rivalutato), Germania (Bürgergeld 2023 con regole più generose e aggiornamento ai prezzi).